venerdì, marzo 25, 2005

Inter e Milan, leggende metropolitane

Quando Farina affittava Milanello, Fraizzoli rinunciava a Platini e a Falcao e Berlusconi inseguiva la presidenza nerazzurra: uno splendido volume racconta il grande calcio meneghino negli anni della “Milano da bere”

Noi italiani siamo strani. L’urna di Nyon ci regala – per la seconda volta in due anni – una magnifica occasione di “grandeur” europea, e noi che facciamo, la sviliamo con beghe di quartiere e tonnellate di “stress”. Non per essere americanofili a tutti i costi, ma immaginate un simile evento oltreoceano, come tutti ci si butterebbero a pesce, costruendoci sopra, e intorno, un tale show col quale guadagnano tutti: UEFA, tifosi, addetti ai lavori, indotti assortiti. Pensate a come cavalcherebbero l’onda lunga il commissioner (presidente) della NBA David Stern – a mani basse il miglior manager sportivo del pianeta, che però non presiede alcuna franchigia della lega che dirige, ndr –, o il suo collega alla NFL (football americano) Paul Tagliabue, per citare le più oliate macchine da soldi che approntano circuiti sportivi professionistici su scala globalizzata.

Invece, la solita italietta dei campanili l’evento neanche riesce a goderselo. C’è il vicepresidente vicario che prenota in anticipo la visita dal cardiologo nell’attesa di «due settimane d’inferno», c’è il tecnico convinto «che sia importante tenere l’ambiente tranquillo», c’è il capodelegazione che straparla di «una partita difficile, pesante, di grande stress e di grande tensione, per le squadre e per le società». Ma perché? Nessuno vede il bicchiere mezzo pieno del Grande Evento – tecnico, mediatico e, perché no, economico – italiano. Anzi, nessuno vede il bicchiere.

Ad aver capito tutto, in primis la statura internazionale di Inter e Milan, sono invece i tipi della Electa, che in tempi non sospetti, per celebrarne degnamente la grande tradizione, hanno ideato questa ambiziosa trilogia per ripercorrere “Il grande Calcio a Milano” dal 1960 a oggi. Nel secondo volume (il primo è uscito nel dicembre 2004, il terzo sarà nelle librerie a fine 2005), sono rievocati i tre lustri che vanno dal 1976 al 1990.

Si parte con la presentazione firmata dal doppio “ex” Aldo Serena, che racconta «Quando San Siro non fu più un sogno» ma fantastica realtà. Nel 1976-77 il Milan evita di un pelo la retrocessione in Campionato battendo in casa il diretto rivale Catanzaro all’ultima giornata, ma vince la Coppa Italia, l’ultima fino al 2003, superando in finale (2-0, gol di Maldera e Braglia) proprio i “cugini”. Due anni dopo si appunta sul petto il decimo scudetto. A tal proposito, fa quasi sorridere, perché tipico dei tempi, l’aneddoto riportato da Grassia. «La Stella diventa realtà dopo un inseguimento di undici anni fatto di miraggi, paure e occasioni mancate. Il nuovo presidente (Felice Colombo, ndr), successore di Duina, ringrazia Rocco, che subentrando alla fine del girone d’andata a Pippo Marchioro aveva salvato il salvabile, e richiama il 55enne Nils Liedholm alla guida di una squadra troppo simile a se stessa. Arrivano tre giovani promettenti, Buriani, Tosetto e Antonelli, debutta Franco Baresi (1-2 a Verona, prima di 719 presenze in venti annate), Anquilletti lascia dopo undici stagioni. Il Milan chiude quarto dietro Juventus, il Vicenza di Rossi e il Torino di Pulici ma davanti all’Inter. Ecco Novellino, Chiodi e De Vecchi. Al passo d’addio Sabadini, Turone, lo stesso Tosetto e Calloni. È un Milan tosto, solido, equilibrato. Ma nessuno osa parlare di scudetto. Ci crede solo Liedholm: “E quanto prendo se porto la Stella?”. Sfinito dalla trattativa Colombo suggerisce al conte Alberto Rognoni, che favorì il ritorno del titubante allenatore svedese, di accontentarlo in tutto e per tutto: “Tanto con questa squadra lo scudetto non lo vinceremo mai”. Infatti. Il giochino gli costerà quasi 100 milioni di allora al lordo delle tasse». Tra gli altri protagonisti, il “portiere matto” Albertosi, Maldera III, «per gli incompetenti terzino sinistro, in realtà ala vera: capace di arrivare con facilità al tiro, al cross, al colpo di testa», gli stopperoni d’antan Bet e Collovati, il declinante Rivera (13 presenze, un gol), splendido capopopolo quando domenica 6 maggio 1979, Milan-Bologna alla penultima giornata, da solo in mezzo al campo, microfono a filo alla mano, invita i tifosi ad abbandonare una tribuna inagibile. «Sei al 19° anno di attività nel Milan, non puoi essere titolare fisso, ma l’uomo che fa la differenza in determinate occasioni» gli aveva detto il Barone. L’ex Golden Boy capisce e si adegua. Vince il titolo e si ritira.

L’anno dopo, quel titolo resta a Milano. Per merito della «magnifica dozzina dell’Inter».
Nell’estate del ’77 anche sull’altra sponda del Naviglio era arrivato un tecnico con l’hobby della viticoltura, uno che più diverso da Liedholm non si può e che al momento della firma aveva fatto alzare più di un sopracciglio perché reduce dalla retrocessione in B con la Sampdoria. Ma il Gatto e la Volpe, al secolo Sandro Mazzola, «passato in un amen dal campo alla scrivania», e il ds Giancarlo Beltrami, nell’ordine che preferite, «hanno la vista lunga e sanno di calcio come pochi». Punto primo (il presidente Fraizzoli non era Moratti senior), i due potenziano il settore giovanile. Ecco allora affacciarsi in prima squadra, dove evoluivano da anni altri prodotti fatti in casa come il portiere Bordon e il mediano Oriali, il tuttofare difensivo Beppe Baresi, fratello maggiore del rossonero Franco, il libero Bini, lo stopper Canuti e la velocissima (11” netti sui 100 metri) ala sinistra Muraro. Tornano alla base Ambu e Pancheri, ceduti in comproprietà e rientrati per soldi: 450 milioni di lire il primo, 250 il secondo. Mezza squadra è fatta, per l’altra metà Fraizzoli deve allargare i cordoni della borsa: dal Brescia vengono prelevati il centravanti Altobelli (700 milioni) e, l’anno dopo, il genio mancino di Beccalossi (900). Il cifrone vero, un miliardo e 400 milioni, il “pres” lo scuce per un insospettabile, il possente mediano Pasinato; per gli altri, l’interno/ala Caso, il marcatore Mozzino, il secondo portiere Cipollini e il gregario del centrocampo Marini, bastano gli spiccioli. Più o meno la stessa squadra in quattro anni vince due Coppe Italia (1977-78 e ’81-82), lo scudetto dell’80 e, per quel che valeva, il Mundialito per club ’81. Non fu fortunata in Coppa dei Campioni, dove in semifinale venne eliminata dal Real Madrid. Un tormentone, negli anni Ottanta, che causò un falso storico in una nota canzone degli 883: non erano proprio «gli anni d’oro del grande Real», ma bastarono ai “merengues” per disfarsi dei nerazzurri per quattro volte su quattro (tre in semifinale, una nei quarti) e vincere due Coppe UEFA filate (nell’85 sugli ungheresi del Videoton, nell’86 sui tedeschi del Colonia).

Una sezione a parte fa da preludio al lungo capitolo dedicato all’arrivo, in quel di Milanello, del Cavaliere. Si intitola «Quando Mazzola prese Platini e Falcão» e nel primo caso ne reca le “prove” fotografiche. Nel 1979 la triade Mazzola-Beltrami-Bersellini, per competenza tecnica una sorta di Bettega-Moggi-Lippi ante litteram, mette a segno il colpo grosso: “le Roi” Michel. L’Inter aveva bruciato tutti spedendo sulle sue piste Giulio Cappelli già ai Mondiali di Argentina ’78, dove Platini – allora al Saint Étienne – si mise in luce ai massimi livelli. Cappelli lo seguiva dappertutto e gli fece firmare un precontratto. Del resto Michel non poteva dire di no a Mazzola, suo idolo d’infanzia a Joeuf, dove lo ammirava sul teleschermo nel Bar Sport di famiglia. Per 90 milioni l’Inter aveva in mano il campione che ne avrebbe potuto cambiare la storia, ma il presidente della FIGC, Artemio Franchi, tenne le frontiere chiuse anche contando sul voto – contrario alla riapertura – di Fraizzoli. Il resto lo fecero le malelingue, secondo le quali Platini era «a pezzi, cinque (saranno tre, ndr) fratture alle caviglie, un fragilissimo vaso di porcellana». Non se ne farà nulla. Invece Platini si riprende, Agnelli lo vede in tv dominare l’Italia (2-0 con un suo gol) e Tardelli al Parco dei Principi e telefona al direttore de “L’Équipe” per chiedere se quel numero 10 è a fine contratto, quanto costa eccetera. Il giorno dopo, Parigi registra le visite dei turisti non per caso Boniperti e Barettini, il “ministro degli esteri” della real casa bianconera pronta, all’indomani di Spagna ’82, a versare pronta cassa 400 milioni. Da lì in poi è storia. Juventina, però.

«Il mercato delle beffe» concede il bis nel 1984, con l’ottavo re di Roma: Paulo Roberto Falcão è stanco, avvicina il Baffo e gli sussurra di voler cambiare aria. Mazzola si abbassa in macchina per non farsi riconoscere, lavora in incognito sull’asse Roma-Milano-Svizzera neanche fosse sul set di “Funerale a Berlino” e tesse la trama. A disfargliela, ancora una volta, Penelope-Fraizzoli, che per non urtare la suscettibilità dell’allora presidente giallorosso Dino Viola, gli telefona, vuota il sacco e, previa intervento dell’onorevole nonché suo consigliere Evangelisti, gli dice di lasciar perdere. «Così – ricorda Mazzola –, nel giro di due anni, perdemmo Platini e Falcão». Come non bastasse, a cavallo fra i due colpi mancati, nel 1983, l’Inter perse anche Careca, che aveva già in mano come aveva avuto, alla fine della stagione 1978-79, il ventenne Ancelotti, autore di tre ottimi campionati con il Parma (per Fraizzoli 500 milioni di lire per la comproprietà erano troppi e Carletto per il doppio andò alla Roma) e, più avanti, Cerezo, «fortissimamente consigliato da Beltrami».

Nel marzo 1986 in via Turati scoppia la rivoluzione, e mica tanto silenziosa. Anzi: a fare da colonna sonora, assieme all’inno sociale, è il rombo dell’elicottero con il quale si muovono spesso il neopresidente Sua Emittenza Berlusconi (in passato vicinissimo a rilevare l’Inter e prossimo ad acquistare Italia1 da Rusconi e Retequattro da Mondadori), il suo entourage e i giocatori del prossimamente grande Milan. Nel giro di pochi anni, guidato da Sacchi, condottiero copernicano quanto il suo datore di lavoro, l’Impero colpisce ancora e ancora e ancora: in Italia (scudetto e Supercoppa ’88), in Europa (Coppa dei Campioni e Supercoppa ’89 e ’90) e nel mondo (Intercontinentale ’89 e ’90). Grandi campioni, magari acquistati solo per toglierli alla concorrenza (un nome solo al comando: Lentini), premi altissimi sì ma a vincere, mentalità e organizzazione imprenditoriali. Tra cui uno sbandierato, ma tutto sommato reale spirito di appartenenza e robuste dosi di marketing, che non segna gol ma fa cassetta. Quella che faceva dannare il predecessore Giussy Farina, che nei week-end, per tirar su due lire, “affittava” Milanello a facoltosi signorotti per le cerimonie nuziali.

Dall’altra parte, il re delle mense Ernesto Pellegrini («il nostro cuoco ha preso l’Inter» disse alla notizia dell’acquisto l’Avvocato Gianni Agnelli in una delle sue più perfide e più riuscite stilettate) fa quel che può: lo scudetto dei record e la Supercoppa italiana ’88-89 portati dalla “German Connection” di Matthäus e Brehme (il logoro Rummenigge se n’era andato nell’87, Klinsmann arriverà nel ’90, al posto dell’indio argentino Díaz finito a Milano perché Madjer non aveva superato le visite mediche) e del più “tedesco” di tutti, Trapattoni. Il resto, come le due doppie sfide di Champions League, in semifinale nel 2003 e nei quarti nel 2005, lo troveremo nel terzo volume. E se a Nyon non la smettono, non è detto che basti.
Christian Giordano, Guerin Sportivo

Filippo Grassia (testi), Marco Ravezzani (fotografie), Gaia Fiertler (coordinamento)

IL GRANDE CALCIO A MILANO - 1976-1990 (vol. 2)
El ballôn dei baùscia e dei casciavitt
Electa Mondadori, 190 pagine, 50 euro

giovedì, marzo 17, 2005

Scozia, Giro di Walter

L’invasione straniera e una mai vista carestia di talenti hanno impoverito i vivai e quindi la Nazionale. Il neo-Ct Walter Smith deve lavorare per il futuro, ma forse ha trovato un alleato: la recessione…

Le migliori “istantanee” sulla salute del calcio scozzese sono del Ct uscente, il primo straniero, Berti Vogts. «Sì, ricordo il gol di Archie Gemmill all’Olanda ad Argentina ’78. Potevo chiamarlo ma forse è un po’ vecchiotto». E una. «Questa, da un punto di vista calcistico, è una nazione di serie B. Anche se la gente crede di poter ambire a chissà quali traguardi, bisogna ammettere che il livello è molto basso se è vero che per scegliere i giocatori non dovevo andare a vedere Arsenal-Manchester United, bensì Wigan Athletic-Bristol City». Alè. Non Rangers-Celtic o una delle due regine contro l’Aberdeen o le due di Dundee, le grandi (si fa per dire) del campionato. Citò due squadre inglesi che schieravano più titolari scozzesi. “Terrier” insomma doveva fare le nozze con i fichi secchi e poi, come gli era capitato alla guida della “Nationalmannschaft”, la stampa non gli perdonava nulla. «Anche se avessi camminato sulle acque, i giornali tedeschi avrebbero avuto qualcosa da rimproverarmi». La storia si è ripetuta nelle Highlands.

Il successore Walter Smith al confronto è un privilegiato: fare peggio è impossibile, ma per far meglio gli manca la materia prima. E se la poca che c’è si rompe – come la stellina Darren Fletcher, 21enne ala destra del Man Utd (legamenti di un ginocchio), allora non resta che attingere al solito pozzo senza fondo della retorica – passatista ma funzionale – dell’orgoglio patriottico, dei valori della tradizione. Tutto questo e molto di più racchiude il 15esimo manager della Scozia: un autentico “Glaswegian” vecchia maniera, duro come e più del suo mentore Graeme Souness, ma dalla psicologia più sottile. Un esempio illuminante: ai Rangers ’92-93, Paul Gascoigne visse da reietto uno dei suoi periodi più bui, acuito dalla separazione dalla moglie e Smith lo invitò al cenone di Natale nella sua casa di Helensburgh. Un piccolo gesto, sì, ma quanti manager lo avrebbero fatto?

Più complicato il compito che lo attende su una panchina che mai a quelle latitudini si penserebbe bollente. Oggi, che la Nazionale scozzese (87ª nel ranking FIFA, come Albania e Guinea) sia in crisi nemmeno fa notizia. Le discussioni vertono solo su cause ed eventuali rimedi. Il fondo fu toccato il 7 settembre 2002 nell’apertura delle qualificazioni a Euro 2004, un imbarazzante 2-2 esterno contro le Far Øer acciuffato per i capelli dallo 0-2 preso in 12’. Con anche l’aggravante della recidiva: nel ’99 era stato 1-1, seppure con le attenuanti generiche della ripresa giocata in dieci (per l’espulsione di Matt Elliott) e di uno svarione difensivo su un corner al 90’. In realtà, nel possedimento danese nel Nord Atlantico, più che il risultato, destò sensazione che una squadra di professionisti, contro pur volonterosi dopolavoristi (insegnanti, postini o pescatori) non diede mai l’impressione di poter vincere. Né, forse, di volerlo davvero. Per la gestione-Vogts, il vero punto di non ritorno. Le dimissioni del 1° novembre, seguite dall’altrettanto imbarazzante 1-1 in Moldova, nacquero lì, anche se lo spareggio “europeo” contro l’Olanda aveva illuso tutti. Fallito l’attracco alle sponde portoghesi, la bagnarola scozzese è affondata. Con il suo comandante.

Pure il predecessore Brown navigava in cattive acque, ma almeno stemperava con l’intelligenza i malumori di tifosi e addetti ai lavori scegliendo gesti e parole opportuni. Sul piano della comunicazione, invece, Vogts presentava lacune grosse quanto quelle tecniche della sua rosa. Prendendosela con tutti tranne che con se stesso o con i giocatori da lui convocati, era diventato un bersaglio fin troppo facile. Persino Gunther Netzer, amico di lunga data ed ex compagno di club e in Nazionale, non poté esimersi dall’infierire: «Non riesco a vedere la sua mano in questa squadra. Che cos’ha fatto fin qui? Dove sono la tecnica, lo spirito, la voglia di lottare?». «Quando ero alle prime armi, i difensori scozzesi facevano paura. Oggi, non vedo niente che possa incutere paura».

A versare benzina sul fuoco di una conduzione già esplosiva fu l’inopportuna mossa strategica (alla Bergamo-Pairetto) del tecnico di difendersi a mezzo-stampa, e senza ammettere responsabilità personali, firmando articoli per il «Daily Record». Un autogol di immagine utile solo ad alienarsi gli altri media del Paese. Non a torto, i periodici specializzati hanno definito «un insulto alla nostra intelligenza» le puerili argomentazioni alle quali il Ct più pagato della storia locale ricorreva per spiegare la peggior prestazione della Nazionale negli ultimi 130 anni. Vogts tacciò i detrattori di «amnesia collettiva», in merito a «quanto oggi sia difficoltoso essere il Ct della Scozia». Inutile ricordargli che Jack McGinn e David Taylor, presidente e dg della Scottish Football Association, lo avevano lautamente ingaggiato non per ritrovare la memoria sulla scarsa reperibilità di giocatori di alto livello che affligge da anni la causa calcistica scozzese, ma per contribuire a risolverla. E che la prima cosa che pubblico e critica si aspettavano da lui era un minimo di organizzazione di gioco, visto che cuore e grinta, doti di cui il Vogts giocatore era provvisto in abbondanza, si possono trasmettere ma non allenare. Che poi gli venisse rimproverato di aver esagerato con i giovani (in qualche caso troppo inesperti come Stephen Crainey e Kevin Kyle, non ancora titolari nei rispettivi club e mandati allo sbaraglio sulla scena internazionale), dopo che erano stati invocati a furor di popolo, fa parte delle leggi non scritte del calcio che valgono un po’ a tutte le latitudini: se vinci sei un mago, se perdi sei bollito. Gli attacchi a Vogts riguardavano anche la scarsa o nulla considerazione da lui riservata a Steven Pressley (uno dei migliori difensori della Scottish Premiership), Jackie McNamara, Charlie Miller, John O’Neil e Gavin Rae, gente di provata esperienza che durante la gestione-Brown non aveva trovato spazio chiusa com’era dalla vecchia guardia e che forse meritava una chance più convinta. Clamorosa, invece, la doppia gaffe commessa dall’ex Ct nell’annuncio di voler richiamare sia Colin Cameron perché «tornato in forma», mentre il giocatore era fermo per un incidente al legamento mediale, sia Mark Burchill, «un altro che sta recuperando da un infortunio», mentre quello segnava a raffica nel Portsmouth.

Sul piano tattico, che Berti non godesse di grande stima era risaputo da quando sedeva, mai comodamente, sulla panchina tedesca. Contro il prudentissimo 4-5-1 delle Far Øer si ostinò a tenere quattro difensori a far la guardia all’unica punta John Petersen, un sistema infallibile per regalare agli avversari la superiorità numerica a centrocampo. Memorabile la “perla” regalata a posteriori: «Col senno di poi,» ha detto Vogts «forse avrei dovuto giocare coi cinque dietro, così saremmo stati più coperti». «Più coperti contro le Isole Far Øer? Ma per favore…» fu il commento più tenero riportato nei resoconti degli inviati allo Svangaskard Stadium di Toftir. Al confronto, schierare esterno destro di centrocampo un realizzatore come Paul Dickov è stata una genialata. E anche ammettendo il beneficio del dubbio, e cioè che Berti fosse incorso in un lapsus freudiano (volendo dire «tre» e non «cinque»), come spiegarne la mancata applicazione in campo? Era tempo di cambiare.

Tra i vari fattori indicati in patria per spiegare la grande crisi del calcio e della Nazionale scozzesi, il più bizzarro riguarda gli scioperi degli insegnanti che, a metà Anni 80, avrebbero privato (!) della normale attività fisica un’intera generazione di potenziali talenti. Passando ad argomentazioni più serie, impossibile fare a meno di sottolineare l’invasione straniera nella Scottish Premiership. La recessione economica, unita alla libera circolazione dei calciatori, effetto-boomerang della sentenza Bosman, hanno quasi azzerato gli spazi per la crescita dei (pochi) talenti locali. Alcuni se la prendono addirittura con i predecessori di Vogts, Andy Roxburgh prima e Craig Brown poi, rei di una mentalità troppo rinunciataria. Accettando supinamente i vistosi limiti dei giocatori a loro disposizione, hanno forse esacerbato una situazione tecnica già agonizzante. Tramontata l’epoca d’oro Dalglish-Hansen-Souness, il ricambio generazionale non era all’altezza. Non è colpa di nessuno se in Scozia non nascono più i Baxter o i Law. Fatto sta che l’accorato appello lanciato dalle colonne dell’«Observer» l’11 novembre 2001 dalla vecchia gloria Gordon Strachan, «Guardiamo ai vivai – non all’estero – se vogliamo salvare la Nazionale» è passato inosservato. Una politica sbagliata (la SFA ha ridotto dal 10% al 5% la quota-introiti da destinare al settore giovanile) che adesso presenta il conto.

Oltre ai soldi, ma le cose sono legate, in Scozia (Rangers a parte) mancano strutture e metodi di allenamento adeguati. Non a caso, per preparare la partita contro l’Italia, ultima spiaggia cui assisteranno 10 mila tifosi della “Tartan Army”, Smith ha rinunciato alle amichevoli preferendo il ritiro di Carrington, quartier generale del Manchester United del maestro Ferguson. Toccato il fondo, o si risale o si continua a scavare.
Christian Giordano, Guerin Sportivo

La normalità di Mr. Smith
Nato a Lanark il 24 febbraio 1948, ma cresciuto a Carmyle, nella parte est di Glasgow, Smith sta per finire l’apprendistato da elettricista quando, nel novembre 1966, lascia l’Ashfield Juniors per il Dundee United. Debutta in prima squadra e a fine stagione prende alla tournée estiva in Nord America, ma solo nel ’70 diventa titolare, da difensore laterale destro. Sfiora la Coppa di Scozia perdendo la finale del 1974 contro il Celtic poi, nel settembre ’75, passa al Dumbarton e nel giro di 18 mesi torna a Tannadice dove, per persistenti problemi alla zona pelvica, aiuta Jim McLean con le giovanili. Nella squadra riserve gioca con il giovane young Richard Gough, futuro capitano dei suoi Rangers. Nel settembre ’80, dopo 250 presenze e tre gol, si ritira per problemi alla zona pelvica. Nell’82 porta la Scozia al titolo europeo Under 18, l’anno dopo è assistente nel Dundee United campione. Diventa Ct dell’Under 21, nell’aprile 86 Graeme Sounsess lo chiama a far parte della “Rivoluzione di Ibrox” e due mesi dopo Alex Ferguson lo vuole come “secondo” per Messico ’86. Nell’aprile ’91 Souness se ne va, Smith resta solo al comando per sette anni e i Blues continuano a vincere: nove titoli consecutivi, record eguagliato. Walter porta a casa anche 3 Coppe di Scozia e 3 di Lega (nel 1993 centra il treble). Nell’estate ’98 prova il salto senza rete all’Everton, dura fino a marzo 2002. Per tre mesi nella primavera 2004 è al Manchester United come assistente di Ferguson, orfano di Carlos Queiroz. Lo scorso 2 dicembre, ha firmato per la SFA fino all’estate 2009. I suoi secondi sono Tommy Burns, già vice-Vogts, e il suo ex giocatore-simbolo Ally McCoist.
ch.giord


I 22 del Ct Walter Smith

Portieri:
Robert “Rab” Douglas (Celtic) 24-04-1972
Craig Gordon (Heart of Midlothian) 31-12-1982
Difensori:
Russell Anderson (Aberdeen) 25-10-1978
Gary Caldwell (Hibernian) 12-04-1982
Jackie McNamara (Celtic) 24-10-1973
David McNamee (Livingston) 10-10-1980
Gary Naysmith (Everton) 16-11-1978
Steven Pressley (Heart of Midlothian) 11-10-1973
Andrew “Andy” Webster (Heart of Midlothian) 23-04-1982
David Weir (Everton) 10-05-1970

Centrocampisti:
Barry Ferguson (Rangers) 02-02-1978
Paul Hartley (Heart of Midlothian) 19-10-1976
Neil McCann (Southampton) 11-08-1974
Lee McCulloch (Wigan) 14-05-1978
Brian O’Neil (Preston North End) 06-09-1972
Nigel Quashie (Southampton) 20-07-1978

Attaccanti:
Stevie Crawford (Dundee United) 09-01-1974
Paul Dickov (Blackburn Rovers) 01-11-1972
James McFadden (Everton) 14-04-1983
Kenny Miller (Wolverhampton Wanderers) 23-12-1979
Garry O`Connor (Hibernian) 07-05-1983
Steven Thompson (Rangers) 14-10-1978