martedì, maggio 17, 2005

Irlanda, anatomia di due fallimenti

La questione l’ha ritirata fuori George Best lo scorso marzo, ma cova sotto cenere da decenni. L’eterno ragazzo di East Belfast è convinto che la rappresentativa irlandese sarebbe una potenza se raccogliesse le proprie forze sotto la stessa bandiera. Ma gli sfugge che il problema, oggi che la globalizzazione ha superato (che non significa abbattuto) le barriere sociali, economiche e politiche che un tempo venivano spacciate per guerre di religione, è proprio quello. La bandiera.
«Ogni tanto, sia la Repubblica sia il Nord dispongono di giocatori di classe mondiale» ha detto Best a BBC Radio Five Live. «Credo semplicemente che dovremmo tentare. Se non funziona, almeno ci avremo provato. Spero solo che accada quando sono ancora vivo».
La decisione sarebbe politicamente controversa e incontrerebbe l’opposizione della FIFA, dato che entrambi i Paesi hanno una propria identità nazionale. E solleverebbe una questione altrettanto spinosa per IFA e FAI, alle quali sarebbe richiesta la fusione perché la selezione unificata diventi realtà.
«Parafrasando Charles Haughey, il Nord è una “failed footballing entity”», ha scritto l’Irish Post. Haughey era il Primo ministro irlandese che, l’8 dicembre 1980, ricevette il suo omologo inglese Margareth Thatcher. Un evento storico: era la prima visita di un Primo Ministro inglese a Dublino dal 1921. Otto anni dopo, Haughey definì l’Irlanda del Nord una «failed political entity», un fallimento politico. E calcistico.
La nazionale nord-irdlandese è al 113° posto nel ranking FIFA (l’EIRE al 13°), ben sotto Burkina Faso (88), Turkmenistan (100), Rwanda (101) e Gabon (106), tanto per nominare le nazioni citate dall’Irish Post.
Il Nord non produce un talento di livello internazionale dai tempi di Norman Whiteside. Nel febbraio 2004 la nazionale di Sanchez arrivò a quattro minuti dal record di astinenza da gol nella storia del calcio internazionale, ma poi, per dirla alla Beppe Viola, al 56’ la rete di David Healy alla Norvegia (che vinse 4-1 a Belfast) sventò la minaccia.
Tutto questo dovrebbe far riflettere la IFA, invece il suo direttore esecutivo, Howard Wells, ha trattato quasi con sufficienza uno dei rari momenti di lucidità di Best.
«George può dire quel che vuole» ha detto in sostanza Wells «ma la questione non è nell’agenda di nessuno». Il che, tradotto dal calciopolitichese, significa che le cose, bellezza, così come sono, stanno bene a tutti. Sopra e sotto.
Eppure la nazionale irlandese unita – come avviene nel rugby (nell’hockey quelli del Nord giocano con l’Inghilterra, ndr) non dovrebbe essere una questione politica, anche se a molti fa comodo il contrario, ma di pragmatismo.
Al momento, solo cinque nord-irlandesi sarebbero forse in grado di scalzare i titolari della selezione della Repubblica: Maik Taylor (Birmingham City) e Roy Carroll (Man Utd) al posto di Shay Given in porta, i duttili Aaron Hughes (Newcastle Utd) e Damien Johnson (Birmingham City) in difesa o in mediana e Healy (Leeds United), che potrebbe portare un po’ di pericolosità offensiva a un attacco anemico; ma nessuno di loro sarebbe una prima scelta obbligata per un’eventuale Irlanda unita. Oggi, quindi, cambierebbe poco, ma domani?
Christian Giordano, Guerin Sportivo