martedì, giugno 21, 2005

Rappan, reazione a Catenaccio



Buon difensore e poi allenatore di successo, è stato l'inventore del Verrou, modulo che scatenerà miriadi di imitazioni all'insegna del difensivismo più spinto, con e senza licenza di attaccare. In Svizzera, lui austriaco, vinse tutto e da Ct portò gli elvetici a tre Mondiali. Dirigente appassionato e creativo, promosse il torneo estivo per club chiamato inizialmente Coppa Rappan e poi diventato Intertoto

Harry Lime (Orson Welles) si sbagliava quando, nel film di Carol Reed “Il terzo uomo”, diceva che 500 anni di democrazia e pace in Svizzera non hanno prodotto altro che l’orologio a cucù. Tanto per cominciare l’hanno inventato i tedeschi; in secondo luogo, gli svizzeri hanno vinto più premi Nobel e registrato più brevetti pro-capite di qualsiasi Paese al mondo. Ma se è loro la paternità di müsli, DDT, assicurazioni sulla vita e conti correnti, nel calcio molto di quel che sono (e hanno) lo devono a un austriaco.

Karl Rappan nasce a Vienna il 26 settembre 1905. Comincia la sua onesta carriera di mediano - che all’epoca di significa terzino - destro di buon fisico (1,76 x 75 kg) e discreta tecnica in squadrette locali quali il Donau SV (1920-22) e lo Strassenbahnen (1922-23). La massima divisione la assaggia in un piccolo club della capitale, il Wacker, nel quale milita dal 1923 al ’28, poi si trasferisce alle due società viennesi più note, l’Austria (1928-29) e il Rapid (1929-30).

Nel 1927 le sue due presenze in nazionale. L’ex giornalista Hugo Meisl lo fa esordire il 10 aprile, davanti ai 45mila del Prater, nel 6-0 ai “cugini” ungheresi. Rappan lo ripaga segnando al 29’, su assist del più celebre Ferdinand Wessely, il gol del 2-0, prima di uscire, al 61’, per infortunio e lasciare la squadra in dieci.

Già professionista, e complice la bancarotta dell’istituto bancario viennese Kredit-Anstalt che scuote dalle fondamenta parte dell’economia europea, l’ex impiegato commerciale alla Società generale di sorveglianza si trasferisce nella Ligue Nationale A (LNA), la prima divisione Svizzera. Il 26 aprile 1931 Teddy Duckworth, tecnico inglese del Servette, lo fa debuttare nel derby ginevrino contro l’UGS (Urania Genève Sports): 1-1.

Karl si cala in fretta nella nuova realtà e già a partire dalla stagione ne assume il controllo, come allenatore-giocatore. Da allora, il calcio non sarà più lo stesso.

«Ho ideato il Verrou perché, secondo me, corrispondeva alla mentalità degli svizzeri. Lo svizzero è riflessivo, prudente, nei pensieri e nei gesti. È reticente e non ama assumere rischi. L’ho inventato attorno al ’32 (in altre interviste dirà di aver avuto l’ispirazione l’anno prima, assistendo, da giocatore, alla sconfitta per 4-2 del suo Rapid contro il Grasshopper, ndr). Allenavo il Servette e in squadra, oltre agli svizzeri, avevo giocatori di varie nazionalità: italiani, austriaci, spagnoli. Dovevo trovare un sistema per riunire mentalità tanto diverse. Così nacque quel modulo». Questo - luoghi comuni compresi - il Rappan-pensiero sulla paternità che quasi universalmente gli viene riconosciuta; anche se il tecnico, per ovvi motivi, amava glissare sulla atavica pochezza tecnica delle squadre elvetiche, il motivo principe della rivoluzione tattica prossima ventura.

Dotato di grande senso pratico, Rappan mette a punto un dispositivo difensivo semplice quanto efficace piazzando un uomo “libero” (da marcature) in linea con i terzini. Il sistema fu presto adottato con qualche correttivo anche in Italia. Con un distinguo ideologico: per Rappan era una questione di sopravvivenza, da noi divenne una forma d’arte.

Al Servette, l’austriaco applica in prima persona il nuovo Verbo scalando a turno con Marad. Con questo sistema a 4 marcatori fissi (con i centrali che si spostano lateralmente per andare a raddoppiare sull’attaccante avversario), nel ’34 i ginevrini vincono il campionato - il secondo consecutivo - e centrano la finale di Coppa di Svizzera schierando 11 nazionali, gli svizzeri Séchehaye (in porta), Guinchard (convocato anche nel basket: altri tempi), Loichot, Lörtscher, Laube, Passello, Kielholz e Georges Aeby e gli austriaci Rappan, Marad e Tax.

Travolto dai debiti, il club subisce un drastico ridimensionamento delle ambizioni. Il 30 giugno il presidente della commissione di gestione, Gabriel Bonnet, chiude in attivo il bilancio e annuncia la cessione di Tax al Saint Etienne, avvenuta «a condizioni estremamente favorevoli per il Servette». Perde però Rappan, peraltro reduce da un’infezione polmonare che lo aveva costretto a un delicato intervento chirurgico. L’austriaco, la cui carriera di giocatore sembra compromessa, non accetta la riduzione di 300 franchi dai 1100 che prendeva di stipendio. La campagna di austerità si farà, ma senza di lui. L’anno dopo, ad accoglierlo a braccia aperte c’è il Grasshopper.

In 13 anni con i zurighesi, arrivano 5 campionati e 7 Coppe nazionali, più la panchina rossocrociata. Con lui Ct - in carica per quattro periodi - la Svizzera raggiunge vette fin lì impensabili, comprese tre partecipazioni mondiali.

Già a Francia 1938, Rappan schiera i suoi in modo inedito: dietro i tre marcatori in linea (i mediani Sprinter e Lörtscher ai lati e il terzino sinistro Lehman al centro), agisce in versione “spazzatutto” il terzino destro Severino Minelli. Con questa tattica la piccola Svizzera elimina, negli ottavi, la “grande” Germania fresca di Anschluss hitleriana, nella quale sono confluiti anche i migliori talenti austriaci. «Per me il successo sulla Germania fu dovuto al grande equilibrio della squadra formata da blocchi: 6 giocatori del Grasshopper, 4 del Servette più Amadò del Lugano» Al Parco dei Prìncipi, il 4 giugno, l’1-1 (gol del tedesco Gauchel e di Abegglen III) resiste pure ai supplementari. Cinque giorni dopo, il Ct teutonico Sepp Herberger cerca di correre ai ripari limitando la presenza “austriaca” a tre elementi, il portiere Raftl, l’interno Strohl e il centravanti Hahnemann, nella speranza che il ritmo e la potenza fisica dei tedeschi riescano a non farsi irretire dalla trappola di Rappan. è una débâcle. La Germania chiude il primo tempo avanti 2-1 (Hahnemann, autorete di Lörtscher), ma poi una doppietta del genio contropiedista Abegglen III firma lo storico 4-2 svizzero. Solo l’Ungheria, 2-0 nei quarti, avrà ragione della ostica truppa assemblata da Rappan.

Che quella squadra non balli una sola estate lo dimostrano altri successi di assoluto prestigio come, in quello stesso anno, le due vittorie sul Portogallo (2-1 nelle qualificazioni e 1-0 in amichevole); il clamoroso 2-1 (Georges Aeby, Abegglen III) all’Inghilterra nell’amichevole del 21 maggio all’Hardturm Sportplatz di Zurigo; exploit ripetuto nello stesso impianto il 18 maggio ’47 (1-0 dell’ala Jacques “Jacky” Fatton); il 3-1 (Monard e doppietta di G. Aeby) rifilato il 12 novembre 1939, sempre a Zurigo, all’Italia campione del mondo e imbattuta da 30 partite e cinque anni.

Per non parlare delle imprese a Brasile 50 (storico il 2-2 contro i padroni di casa al Pacaembú di San Paolo, doppietta in contropiede del solito Fatton, che quasi costò l’eliminazione allo squadrone di Flavio Costa) e nel torneo iridato organizzato in patria, in omaggio al cinquantenario della Fifa, quattro anni dopo. Gli elvetici, dopo aver battuto due volte i “cugini” italiani” (2-1 a Losanna e 4-1 nello spareggio di Basilea), si arresero (7-5, punteggio-record per un Mondiale) negli ottavi a quelli austriaci.

La seconda parte della carriera Rappan la spende tornando al Servette (1948-57) e come direttore tecnico, prima al Losanna (1964-68) e poi di nuovo al Rapid Vienna (1969-70). Che non si tratti di cimiteri per elefanti si capisce dalla bacheca, rimpinguata da 2 Coppe (’49 e ’64) e altrettanti campionati svizzeri (’50 e ’65). Al quoto fanno 20 trofei in oltre 35 anni di carriera, e scusate se è poco.

Lasciato il calcio “attivo”, oltre a godersi la famiglia (una moglie, una figlia e un figlio), promuove un torneo estivo interclub, inizialmente chiamato Coppa Rappan, che dal 1995 è l’attuale Intertoto. A trovare i finanziamenti è l’amico Ernst B. Thommen, ex tesoriere della Federcalcio svizzera nel frattempo divenuto direttore generale della società che gestiva il Totocalcio locale. Thommen nel ’61 divenne vicepresidente Fifa e con Hermann Neuberger, futuro presidente Uefa, ottenne l’appoggio delle società dei concorsi pronostici nazionali (da qui il nome del trofeo) e, in seguito, dell’Euro-Football Pool. Come per incanto, nello stesso anno la competizione ottiene il via libera dell’Uefa.

Dal ’70 al ’75 Rappan è Dt del Dipartimento tecnico della Association Suisse de Football che finanziariamente tanto lo aveva fatto penare: a lungo, da Ct, l’ASF gli aveva riconosciuto solo il rimborso spese, poi 24000 franchi l’anno e finalmente, dopo Cile ’62, quando un giornalista francese lo definì «il Charles de Gaulle del calcio elvetico», un aumento di 300 franchi mensili più 4000 di gratifica. Pochi, in rapporto ai meriti: «Sono un imbecille, con il calcio non si diventa ricchi».

Ma è per l’enorme contributo dato da allenatore che il viennese, spentosi a Berna il 2 gennaio 1996, sarà ricordato. «Sul piano del gioco, la Nazionale che nel ’38 eliminò la Germania fu una delle più forti che la Svizzera abbia mai avuto. La gioia che invase il Paese fu qualcosa di straordinario. Non ho mai lavorato con tanto entusiasmo come allora», disse.

E senza quell’entusiasmo, la Svizzera - anche nel calcio - sarebbe rimasta prigioniera dei luoghi comuni: orologi e cioccolato (arrivato nella Confederazione un secolo dopo che fu importato da spagnoli e portoghesi), Heidi e lo jodler, banche e burocrazie internazionali (anche del pallone: l’Uefa a Nyon, Ginevra, la Fifa a Zurigo) e una popolazione che lo stereotipo vuole bionda, ordinata, pulita e di precisione... svizzera. Sì, Harry Lime si sbagliava. Grazie, Karl.

CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n. 25/2010, 21-27 giugno 2010
Ha collaborato Stefano Roncoroni (TSI)



Di Banas in meglio
Verrou in francese, riegel in tedesco, cerrojo in spagnolo, door-bolt o chain in inglese. Chiamatelo come volete: è Catenaccio (meglio: chiavistello, per il movimento “scorrevole” dei terzini centrali), e a partire dagli anni 30 ha rivoluzionato il calcio, il modo di intenderlo, giocarlo e giudicarlo.


Helenio Herrera ne fece la testata d’angolo dell’Inter euromondiale degli anni 60, aiutato da una super difesa che davanti al libero Picchi schierava due marcatori puri (Burgnich e Guarneri) e, a sinistra, Facchetti, il primo fluidificante moderno del nostro calcio.

Nel Verrou, dal quale il Catenaccio deriva, la difesa è assicurata da due difensori d’ala e due centrali (che si alternano sul centravanti avversario); e protetta da almeno uno dei due centrocampisti, chiamati a fare da raccordo in una sorta di 4-2-4 ante litteram. Una delle migliori interpretazioni la diede la Svizzera a Brasile 1950.

In Italia, già dagli anni 20 predicava calcio l’ungherese Josef Banas. Ex centromediano metodista di Cremonese, Milan, Venezia e Padova (dove ebbe come allievo il giovane Nereo Rocco), da allenatore riteneva che il WM, importato dall’Inghilterra e in rapida diffusione continentale, fosse destinato a scontrarsi con i colpi di coda del gioco danubiano, ancora troppo radicato.

Nel contempo aveva intuito che, soprattutto da noi, in attacco si cercava subito di verticalizzare la manovra e quindi serviva rafforzare la retroguardia, magari a scapito del centrocampo. Fu tra i primi a tentare il cosiddetto “mezzo sistema”, una sorta di anticamera del Catenaccio.

Esigentissimo, specie con gli apprendisti, l’ungherese viene ricordato ancora oggi da chi lo ebbe come maestro. Luigi “Cina” Bonizzoni, futuro tecnico, sotto la supervisione di Gipo Viani, del settimo scudetto milanista (1958-59), raccontava che un giorno, durante una partitella (si era negli anni 30), Banas lo beccò mentre, palla al piede, in mezzo al campo, girava su stesso anziché servire subito un compagno smarcato: Banas lo punì per la «inutile giostra» spedendolo subito negli spogliatoi. Chissà cosa avrebbe detto o fatto, oggi, davanti a certi ghirigori di una star come Zidane o il primo Ibrahimovic. Quello (pre-Capello) che non segnava mai.

Nel 1946-47 Viani allena la Salernitana, squadra sul piano tecnico modesta promossa in A (che abbandonerà l’anno dopo, per un punto) grazie soprattutto al Vianema. In quel modulo un finto centravanti, il marcatore Alberto Piccinini (padre del Sandro telecronista e conduttore Mediaset) che, da mediano, avrebbe poi vinto uno scudetto con la Juventus, controllava il centravanti avversario, permettendo così al difensore centrale, Ivo Buzzegoli, di trasformarsi in battitore libero.

Resta un mistero se il primo libero del calcio italiano sia stato Buzzegoli e non Blason, che Rocco impiega nello stesso modo nella Triestina, seconda nel ’47, e al Padova, promosso in Serie A nel 1954-55. Un rebus irrisolvibile se si tiene conto del “campionato di guerra” del ’44. Lo vinse, contro il grande Torino, la squadra dei Vigili del Fuoco di La Spezia. L'allenatore era l’ex secondo di William Garbutt al Genoa nel ’38, Ottavio Barbieri, che schierò da “ultimo uomo” Wando Persia e fece marcare a uomo Valentino Mazzola.

Stratagemma, questo, al quale non ricorrevano soltanto le piccole. Anche la Juventus campione d’Italia 1949-50, allenata dall’inglese Jesse Carver, dirottava il mediano Giacomo Mari sul centravanti avversario, trasformando di fatto in libero l’acrobatico centromediano Carletto Parola. Quello della rovesciata in copertina nell'Album delle figurine Panini.

Ma la più famosa interprete del Catenaccio fu un’altra Inter, quella che Alfredo Foni condusse a due scudetti consecutivi (1953 e 1954): Blason dietro la maginot Neri-Giovannini-Giacomazzi, per spazzare la propria area, e la finta ala destra Armano arretrata a centrocampo. La squadra perdeva un attaccante e guadagnava un difensore, ma là davanti Skoglund-Lorenzi-Nyers bastavano e avanzavano. Come premio, Foni fu esonerato. Perché non divertiva. Già vista-letta-sentita?

CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com


La scheda di Karl Rappan

Nato: 26-9-1905, Vienna (Austria); deceduto il 2-1-1996 a Berna (Svizzera)
Nazionalità: austriaca
Ruolo: mediano (difensore)
Club da giocatore: Donau SV (1920-22; 1923-24), Strassenbahnen (1922-23), Wacker Vienna (1924-28), Austria Vienna (1928-29), Rapid Vienna (1929-31), Servette Ginevra (allenatore-giocatore, 1931-34); Grasshopper Zurigo (allenatore-giocatore, 1931-34)
Palmarès da giocatore: Campionato austriaco (Rapid, 1930), Coppa dell’Europa Centrale/Mitropa (Rapid, 1930)
Presenze (reti) in nazionale: 2 (1)
Esordio in nazionale: 10 aprile 1927, Vienna, Austria-Ungheria 6-0 (1 gol)
Club da allenatore: Servette (allenatore-giocatore, 1931-34), Grasshopper (1935-48), Servette (1948-57)
Palmarès da allenatore: 8 campionati svizzeri (3 al Servette, 1933, 1934, 1950; 5 al Grasshopper, 1937, 1939, 1942, 1943, 1945), 8 Coppe di Svizzera (Grasshopper, 1937, 1938, 1940, 1941, 1942, 1943, 1946; Servette, 1949)
Club da Dt: Losanna (1964-68), Rapid Vienna (1969-70) Palmarès da Dt: 1 Coppa di Svizzera (1964); 1 campionato svizzero (Losanna, 1965)
In nazionale da Ct: Svizzera (1937-38; 1942-49; 1953-54; 1960-64)
In nazionale da Dt: Dipartimento tecnico della ASF (1970-75)
Partecipazioni ai Mondiali: 1938, 1954, 1962
(ch.giord)

mercoledì, giugno 01, 2005

El Diego, al di qua del Bene e del Male

Più di Pelé e Di Stéfano, gli altri grandi di sempre, ma troppo perfetti e “distanti”, è entrato nel cuore di chiunque ami il calcio. Qualunque cosa che riguardi Maradona farà sempre notizia e il motivo, in fondo, è semplice: lui giocava soprattutto per la gente…

Avenida Pueyrredón, Buenos Aires, maggio 2004. Il senso di tutto, per il popolo di Maradona, è tutto lì. Nelle ore di attesa fuori dall’ospedale, con la gente che ne innalza immaginette come fossero santini e improvvisa preghiere. Poi esaudite. Diego uscirà e, tra una crisi e l’altra, una visita a Fidel e una spruzzata di populismo, un intervento dimagrante in Colombia (dopo aver toccato i 121 kg, 49 in più di quando giocava, ndr) e una telecomparsata ben retribuita, si riprenderà. Fino alla prossima volta, naturalmente. Quando il pueblo, il “suo” pueblo tornerà a mobilitarsi nell’illusorio tentativo – se non di esorcizzare – di rinviare una fine già scritta; l’unica che lo separa dal mito eterno di “maledetto”. Come Marilyn e Dean sullo schermo, Elvis, Jim e John nella musica, Lady D e JFK nell’immaginario collettivo. Troppo “grandi” per restare persone.

LE UMILI ORIGINI
Diego Armando Maradona nasce (il 30 ottobre 1960) in un’Argentina non da cartolina, quella del sobborgo popolare di Lanús, nel barrio di Villa Fiorito, oltre il ponte della Noria, uno di quelli che unisce Buenos Aires con la provincia, passando sopra l’acqua sporca del Riachuelo. In quella baracca, tre stanzette all’angolo tra Azamor e Mário Bravo, ci dormivano in dieci – don Diego detto Chitoro, mamma Dalma Salvadora Franco (doña Tota) e i loro otto figli: Ana, Rita (Kity), Elsa (Lili), María Rosa (Mary), Diego, Raúl (Lalo), Hugo (Turco) e Claudia (Cali) – e «pioveva più dentro che fuori, ma io ne ho lo stesso un ricordo meraviglioso», ama ripetere l’ex “Pibe de oro”, «perché era ciò che i miei vecchi potevano darmi».

Diego incomincia a giocare con gli amici e una palla di stracci nei “postreros”, i polverosi e spelacchiati campetti di periferia. Nel marzo ’69, un sabato pomeriggio, l’amico del cuore e vicino di barrio “Goyo” Carrizo lo porta con sé alle “Malvinas”, il campo dove si allenano le giovanili – classe 1960 – dell’Argentinos Juniors di cui Carrizo è il fortissimo centravanti. Il mercoledì Goyo aveva chiesto il permesso a Don Francis, al secolo Francisco Gervasio Cornejo, il tecnico delle Cebollitas (alla lettera le Cipolline, l’equivalente dei nostri Pulcini) dell’Argentinos Juniors, al quale aveva assicurato che quel suo vicino di casa giocava «meglio di me, lo giuro». Cornejo non crede ai suoi occhi: «[Diego] domò la palla in aria con il sinistro e, senza lasciarla cadere, con lo stesso piede già in aria la toccò un’altra volta per fare un pallonetto ad un difensore, che rimase lì come una statua. E poi il “pibe” (bambino) corse, come una freccia, verso la porta avversaria». Don Francis lo riaccompagnò a casa per chiedere ai genitori di quel fenomeno, il più basso di tutti che però, «con la palla tra i piedi, sembrava il più grande», un documento che provasse che aveva davvero gli 8 anni dichiarati. Un documento che nessuno possedeva.

Da quel momento fra il “Pelusa”, per via di quella cascata di riccioli, e il suo maestro di calcio e di vita inizia un idillio tecnico che durerà sette anni («i più belli della mia vita» secondo Cornejo), e cioè fino a quando, nel 1976, i dirigenti glielo porteranno via per aggregarlo alla prima squadra. Quello affettivo invece non si è mai spezzato, se è vero che nel novembre 2003 Diego ha risposto così a chi gli chiedeva se gli sarebbe piaciuto che gli intitolassero il nuovo stadio dell’Argentinos Juniors: «No, devono chiamarlo “Francisco Cornejo”».

Don Francis, un classe ’32 che avrebbe lanciato talenti come Jorge Coch, Claudio Borghi e Fernando Redondo, capisce subito di avere fra le mani «un giocatore di un altro pianeta» al quale ha poco da insegnare (quel poco, i rigori, dice di non esserci mai riuscito) se non aiutarlo ad «andare avanti senza che si insuperbisse, cercando di condividere le sue inquietudini, rispettandone la natura e le invenzioni».

Con Maradona titolare, tra il 1971 al 1973 la squadra del 1960 resta imbattuta per 136 partite. L’8 dicembre, allo stadio Monumental del River Plate, Diego segna una versione ante litteram del celeberrimo secondo gol rifilato all’Inghilterra a Messico ’86, a detta di molti il più bello nella storia del calcio. Nella finale dei Giochi Evita Perón, l’Argentinos batte 5-4 il favoritissimo River e Maradona realizza due reti, una delle quali entrando in porta dopo aver seminato 7 avversari. Abbagliato da tanta classe il presidente dei “banda roja”, William Kent, cerca in tutti i modi di strapparlo ai rivali, ma incontra il secco no di don Chitoro: «Diego resta dov’è. È in buone mani ed è felice. Il resto non conta».

Tre anni dopo, nonostante le resistenze di Cornejo che non lo ritiene pronto, Maradona viene aggregato alla prima squadra. La sua ultima partita con le giovanili la gioca il 20 dicembre, contro l’Huracán. Partito Diego, se ne va anche Cornejo che lascia le Cebollitas per andare ad allenare la squadra riserve. Il 20 ottobre 1976, dieci giorni prima di compiere 16 anni, “el pibe” debutta nel Torneo Nacional, la massima divisione argentina: Argentinos Juniors 0, Talleres de Córdoba 1. Il Dt Juan Carlos Montes gli dice: «Vai dentro e fai quello che sai fare». Alla prima azione, una cannonata a Cabrera. Il punto di non ritorno è stato superato. Per Diego, l’adolescenza e con essa l’età dell’innocenza, pura come il suo talento, finiscono lì.

Il resto, è storia nota. Dopo 166 partite e 116 gol più 5 titoli di capocannoniere, nel 1981 passa al Boca, la squadra del suo cuore. Maradona è già un campione affermato. Tre anni prima il Ct della Selección, Luis César Menotti, aveva spaccato il Paese quando – per non farlo schiacciare da un peso troppo grande – aveva escluso Maradona dai convocati per il Mondiale casalingo che l’Argentina non poteva perdere: quello del Regime dei generali Jorge Rafael Videla e Orlando Ramon Agosti e dell’ammiraglio Emilio Eduardo Massera. E a Menotti, che in nazionale lo aveva fatto debuttare sedicenne, il 27 febbraio 1977 (a Buenos Aires, Argentina-Ungheria 5-1), Diego quel “torto” – in realtà un favore – non glielo perdonerà mai. Si rifarà laureandosi campione del mondo a livello giovanile a Tokyo ’79 (3-1 all’URSS in finale) con «la migliore squadra di cui io abbia fatto parte» e che in attacco, accanto a lui schierava Hugo Alves e Ramon Díaz, poi a lungo in Italia (Avellino, Napoli, Fiorentina e Inter), il libero Juan Simón e i futuri nazionali “A” Gabriel Calderón, Osvaldo Escudero e Juan Alberto Barbas, visto anche a Lecce.

Torniamo alla Bombonera. Diego vi resta poco ma entra nella storia. Segna 28 volte in 40 gare e vince il Metropolitano ’81. L’anno dopo però, archiviato il fallimento a Spagna ’82 (blanquicelestes al capolinea e Maradona schiacciato dalla pressione), è già in Europa. Al Barcellona del “Flaco” (il magro) Menotti, poi sostituito dal Tiranno austriaco Ernst Happel, che lo faceva allenare coi palloni medicinali. Figurarsi. Nonostante i 22 gol in 36 partite, per Diego saranno due anni tormentati, fra infortuni (l’entrata assassina da parte del basco Andoni Goikoetxea, contro l’Athletic Bilbao il 24 settembre 1983, gli fa saltare malleolo e legamenti della caviglia sinistra), epatite virale e una squadra non all’altezza (in bacheca “solo” una Coppa di Spagna e una Supercoppa spagnola). È allora che conosce la cocaina, la Signora in bianco che gli rovinerà la vita.

Spossato dalla guerra con l’invidioso presidente Josep Luis Núñéz, che riserva pari trattamento all’altro straniero, il tedesco Bernd “el Loco” (il matto) Schuster, per Maradona la via di fuga si chiama Napoli, dove arriva per – si dice – 13 miliardi di lire.

Il resto è storia nota: due scudetti (’87 e ’90), le Coppe UEFA (’89) e Italia (’87), la Supercoppa italiana (’90) lo consacrano icona cittadina, altro che San Gennaro. Ma sotto il Vesuvio, Maradona, capopopolo che a Italia ’90 spaccherà il Bel Paese in due, conosce l’altra faccia della notorietà globale, quella malata. Amicizie equivoche (eufemismo) logorano il fisico e l’anima del miglior giocatore mai visto al mondo, quello che nel 1986 vinse il Mondiale praticamente da solo, e che quattro anni dopo sfiorerà il bis, mancandolo anche per via di un rigore inventato da Codésal nella finale contro i tedeschi. Il “guappo” capace di fare impazzire gli inglesi con la rete segnata dalla “mano de Dios” («per vendicare le Malvinas») e il mondo intero con il “gol del secolo”, che porterà il portiere Peter Shilton ad “odiarlo” al punto da non invitarlo alla propria gara d’addio.

Il vero Maradona finisce ben prima che lo pizzichino all’antidoping dopo quella famosa partita con il Bari del ’91. Dopo i 15 mesi di squalifica, le parentesi al Siviglia (’92-93) e di nuovo in patria al Newell’s Old Boys (’93-94) e al Boca Juniors (’95-97), o i patetici tentativi sulle panchine di Deportivo Mandiyú (1994) e Racing Avellaneda (1995), sono solo i titoli di coda di un film talmente brutto da far male. Soprattutto a lui.

PIACE ALLA GENTE CHE NON PIACE
Ma la gente lo ha idolatrato sin da ragazzino e non ha mai smesso, neanche quando l’ex campione è scivolato a precipizio verso la caricatura. I capelli color Boca (gialloblù), i tatuaggi del Che, gli spari ai giornalisti e le sparate demagogico-populistiche, le contraddizioni e gli eccessi, le comparsate a improbabili carnevali di provincia, la coca, la bulimia, il sesso sfrenato e le paternità – vere o presunte – sparse per il pianeta: tutto questo, per molti, sembra niente. Alla gente “el Diego”, come si chiama lui autoreferenziandosi in terza persona, piace perché è un ricco che vive da barbone. «Il denaro non conta ma solo per chi ne ha – dice – Quando ero piccolo il macellaio del quartiere si rifiutava di darmi le bistecche a credito. O avevo i soldi per pagarle o niente». Piace per l’incapacità di contenersi. Dall’alcova alla tavola. In un’epoca ossessionata dalla magrezza, lui si abbuffa come per saziare una fame atavica, secolare. Nell’era del sesso libero, dopo innumerevoli scappatelle e festini assortiti, è sempre tornato dalla moglie, Claudia Villafañe, la fidanzatina dell’adolescenza, la donna che gli ha regalato le amatissime figlie, Dalma Nerea e Giannina Dinorah, forte e coraggiosa fino a quando lei non ce l’ha più fatta. Diego piace perché lui dalla gente è tanto più in alto da apparire irraggiungibile e tanto più in basso da farla sentire migliore.

In centro a Bologna c’è un negozio di ottica, moderno, immenso, luminoso. Al suo interno, una gigantografia ritrae Maradona in una nota campagna pubblicitaria. Occhialini trendy, orrendamente sovrappeso, vestito da ballerino di tango e con una voluta espressione da boss del narcotraffico, “don” Diego ammicca a un’avvenente modella dalle labbra oscenamente siliconate. La gente si dà di gomito. Alcuni lo riconoscono: ma non è…? Eh, ti ricordi che giocatore... E chi se lo dimentica, lui giocava per la gente. Il senso di tutto, per il popolo di Maradona, è tutto lì. Al di qua del Bene e del Male.
Christian Giordano, Eurocalcio, giugno 2005

La scheda di Diego Armando Maradona
Nato: il 30 ottobre a Lanús (Argentina)
Ruolo: mezzapunta
Esordio in Serie A: 16-9-1984, Verona: Verona-Napoli 3-1
Club: Argentinos Juniors (1976-81), Boca Juniors (1981-82), Barcellona (Spagna, 1982-84), Napoli (Italia, 1984-92), Siviglia (Spagna, 1992-93), Newell’s Old Boys (1993-94), Boca Juniors (1995-97)
Presenze (e reti) in nazionale: 91 (34)
Esordio in nazionale: 27-2-1977, Buenos Aires: Argentina-Ungheria 5-1
Primo gol in nazionale: 2-6-1979, Glasgow: Scozia-Argentina 1-3
Ultima partita in nazionale: 25-6-1994, Boston: Argentina-Nigeria 2-1
Palmarès: 1 campionato argentino (Metropolitano 1981), 2 campionati italiani (1986-87, 1989-90), 1 Coppa di Spagna (1982-83), 1 Supercoppa spagnola (1983-84), 1 Coppa UEFA (1988-89), 1 Coppa Italia (1986-87), 1 Supercoppa italiana (1989-90), 1 campionato del mondo (1986), 1 campionato del mondo giovanile (1979), 2 Palloni d’oro sudamericani (1979, 1980), 5 titoli di capocannoniere argentino (Metropolitano ’78, 22 gol, ex aequo con Sergio Elio Fortunato; Metropolitano ’79, 14 gol; Nazionale ’79, 12 gol; Metropolitano ’80, 25 gol; Nazionale ’80, 18 gol), Pallone d’oro FIFA a Messico ’86, Pallone d’oro “France Football” alla carriera (1996), 1 Coppa “Artemio Franchi” America-Europa (1993)
Club da allenatore: Deportivo Mandiyú (1994), Racing Avellaneda (1995)