venerdì, novembre 25, 2005

Simply the Best

«HO pianificato tutto», raccontava seduto in un locale di Malta a sorseggiare uno spritzer (vino bianco e soda), «Non lo dirò a nessuno, prenderò un aereo per una cittadina spagnola in mezzo al nulla, troverò un bar, ordinerò una bottiglia di brandy Louis XIII, la scolerò tutta e così sia».
Non ce l’ha fatta, George Best. Voleva andarsene accanto all’etichetta più amata, lui che delle etichette s’è fatto beffe per la vita. Vissuta, quella sì, come voleva e non solo, come tanti, come troppi, come poteva. Colpa imperdonabile per gli estremisti dell’etichetta e delle etichette, in campo e fuori. E forse anche per se stesso, il suo peggior nemico.
Quella tragica vacanza maltese fu il vero capolinea per “Beastie”. Era l’estate 2003, un anno dopo il trapianto di fegato. George aveva ricominciato a bere (e a concedersi scappatelle) e la seconda moglie Alex Pursey, sposata nel 1995, l’aveva piantato. Stavolta per sempre.
E allora tanto valeva ammetterlo: «Non ho mai voluto smettere. E ne ho abbastanza di tutti questi buoni consigli su come vivrei meglio se ne facessi a meno. Non voglio farne a meno. Non ne sono capace. È solo per loro che ci provo, per Alex (da cui divorziò nel 2004) e Calum (il figlio avuto nel 1981 dalla prima moglie, Angela “Angie” MacDonald James, sposata nel ’78)».
Da sobrio era un insopportabile, tremolante relitto umano ostaggio dell’autocommiserazione come unico meccanismo di sopravvivenza. Dopo qualche bicchiere tornava quel che era: arguto, affascinante, spiritoso, di un ottimismo perfino commovente.
Da ubriaco fradicio, un deludente vizioso che si credeva ancora il bellissimo idolo che era stato in gioventù, e che ci provava con qualunque donna gli capitasse a tiro. Rotto a ogni eventuale rifiuto, «Ne troverò un’altra». Come ai bei tempi. Quando in campo e fuori gli riusciva tutto facile. Pure troppo.
L’ex ragazzo di Belfast est (Irlanda del Nord), dove nacque il 22 maggio 1946, era un figlio della working class di Crecagh, periferia a maggioranza protestante e lealista.
Il padre Dickie, oggi 87enne senza più lacrime cui l’alcool ha portato via anche la moglie, lavorava ai docks, come tornitore al cantiere navale.
La madre Ann, che George ha raggiunto venerdì 2 dicembre al cimitero di Roselawn al termine del più grande funerale del dopo-Lady D (mezzo milione di fedeli), come operaia in un tabacchificio.
Il rampollo che ne aveva ereditato gli splendidi occhi blu avrebbe fatto il tipografo se a 15 anni non lo avesse visto giocare Bob Bishop, mittente dello storico telegramma inviato all’amico Matt Busby, manager del Manchester United: «I have found a genius». Ho scovato un genio.
Che il 16 agosto 1961 arriva in traghetto a Liverpool, e di lì in treno a Manchester. Resiste un giorno secondo la leggenda, pochi secondo i resoconti più verosimili. Poi gli prende la nostalgia e torna a casa. Il padre telefona a Busby, cui non par vero di concedere al pargolo una seconda chance. Il resto è storia: 2 titoli inglesi, la Coppa dei Campioni e il Pallone d’oro ’68. A 22 anni aveva tutto. Nei successivi 37 dicono abbia scelto di buttarlo via. Sarà anche vero, ma a modo suo: «È difficile scegliere se fare l’amore con Miss Mondo (ne ha avute due) o segnare al Liverpool. Per fortuna non ho dovuto farlo». Rest in peace, George. And thanks for the memories.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo


Colpi d’ala
Era un’ala, quindi fatto per volare. Destra (alla Garrincha) o sinistra (alla Finney) per lui pari erano. Imprendibile ovunque, per chiunque. E segnava, oh se segnava. Anche di testa. E non si rompeva mai. Il fisico minuto ingannava. Era fatto di ferro, e non lo buttavi giù neanche a cannonate.
E poi aveva un gusto tutto particolare per la giocata beffarda. Prima di affrontare l’Olanda di Cruijff, disse a un giornalista che al fuoriclasse avrebbe rifilato un tunnel. Detto, fatto. Il grande Johan ancora lo insegue. Come l’intero Northampton, cui nella FA Cup ’70 rifilò sei reti.
Per certa critica italiana, anche illustre, era «un Meroni più veloce». Con tutto il rispetto, la “Farfalla granata” scandalizzava l’Italia bacchettona per i capelli lunghi, i vestiti autodisegnati, la gallina al guinzaglio e la storia con la ragazza sposata del luna park. Gran giocatore sì, ma che a 24 anni, l’età in cui il tragico incidente se lo portò via, aveva giocato con Como, Genoa e Torino e racimolato 2 gol in 6 presenze in nazionale. “Il quinto Beatle” copyright del qotidiano sportivo portoghese Bola, era in vetta al mondo e la storia la scriveva. Non proprio la stessa cosa.
(ch.giord)

La scheda
GEORGE BEST
Data e luogo di nascita: 22 maggio 1946, Belfast (Irlanda del Nord); deceduto a Londra, il 25 novembre 2005.
Statura e peso: 1,70 m x 68 kg.
Ruolo: ala.
Club: Manchester United (1961-74), Dunstable Town (1974), Stockport County (1975), Cork Celtic (Irlanda, 1975-1976), Fulham (1976-1978), Los Angeles Aztecs (USA, 1976-1978), Fort Lauderdale Strikers (USA, 1978-1979), Hibernian (Scozia, 1980-1981), San Jose Earthquakes (USA, 1981-1982), Motherwell (Scozia, 1982-1983), Arbroath Victoria (Scozia, 1983), Glentoran (Irlanda del Nord, 1983), Bournemouth (1983), Nuneaton Borough (1984), Tobermore (Irlanda del Nord, 1984).
Palmarès: Coppa dei Campioni 1968; 2 Campionati inglesi (1965 e 1967); Pallone d'oro 1968 (3° nel 1971).
In nazionale: 37 gare, 9 reti (1964-1977).
Ai Mondiali: nessuna presenza.
(ch.giord)