venerdì, marzo 17, 2006

Colpa dei Campioni


La più prestigiosa coppa europea, oggi pomposamente ribattezzata Champions League, nasce il 2 aprile 1955, quando su invito del quotidiano sportivo francese “L’Équipe” i maggiori club d’Europa si riuniscono presso l’Hotel Ambassador di Parigi (dove oggi è posta una lapide commemorativa dello storico incontro) per dare vita a un torneo continentale denominato Coppa d’Europa. FIFA e UEFA – che ne vengono a conoscenza dai giornali – arricciano il naso, ma di fronte al fatto compiuto fanno buon viso a cattivo gioco, riuscendo almeno a cambiargli nome: “Coppa d’Europa” faceva pensare più a un torneo per nazionali che per club, via libera allora a “Coppa dei Campioni d’Europa”, denominazione che meglio specificava la natura della manifestazione e a chi fosse riservata, cioè alle vincitrici dei campionati delle federazioni affiliate. Ma questo è l’Abc, il perché della smania di competizione tra le grandi società europee è facilmente intuibile e stranoto. Quel che in pochi sanno riguarda invece il come-dove-quando-chi scoccò la scintilla che cambiò la Storia. 

Le origini, al solito, vanno ricercate in Inghilterra, stavolta al Molineux Ground di Wolverhampton e il timer della macchina del tempo va impostato al 1954, precisamente il 13 dicembre. Un lunedì. Prima però un passo indietro. Di un annetto o poco più.

Wembley, 25 novembre 1953. Mentre i Wolves viaggiano sicuri verso il loro primo titolo nazionale, l’Ungheria affronta l’insidiosa trasferta londinese per l’amichevole contro la Inghilterra. Certo il pubblico tutto si aspettava meno quello che poi accadde in quel nebbioso pomeriggio a nord di Londra. Il 3-6 dei magiari (oltretutto la prima sconfitta interna contro una squadra extrabritannica) fece onde nel mare magno del calcio albionico, gettando l’intero movimento in un profondo stato di prostrazione. Ogni speranza di tremenda vendetta da consumarsi nella gara di ritorno, fissata per il 23 maggio 1954 al Nepstadion di Budapest, fu spazzata via insieme alla squadra coi tre leoni sul petto, che gli ungheresi umiliarono ancora, stavolta per 7-1. Il calcio inglese non era mai sprofondato così in basso. 

Sul fronte interno, archiviato il successo in Campionato, i Wolves sfidavano formazioni di rango in una serie di amichevoli in notturna per raggiungere la fama mondiale. A inaugurare l’impianto di illuminazione del Molineux, il 30 settembre 1953, fu chiamata la nazionale sudafricana, poi sconfitta 3-1. Altri avversari furono il Celtic di Glasgow, il Racing Club di Buenos Aires, il First Vienna, il Maccabi di Tel Aviv e lo Spartak Mosca. Tutti battuti (i russi strabattuti: 4-0) tranne i viennesi, che costrinsero i Wolves al pareggio senza reti. Quando fu annunciato che la prossima squadra a tentare di espugnare il Molineux sarebbe stata la grandissima Honvéd, l’attesa, non solo a Wolverhampton e dintorni, ma in tutto il Paese, fu immensa. I Maestri sfidavano i più forti d’Europa.

Per il football d’oltremanica era l’occasione per una piccola rivincita e per recuperare una fetta dell’orgoglio perduto. Ma il compito dei Wolves era proibitivo. Dovevano affrontare una formazione per cinque undicesimi (Bozsik, Lorant, Kocsis, Puskás e Czibor) identica alla squadra che a Budapest, la primavera precedente, aveva impartito all’Inghilterra un’autentica lezione di calcio, nonostante l’assenza dell’infortunato Budai, in campo nel 3-6 di Wembley e adesso al Molineux: e sei. Era anche una chance per Billy Wright di mettere a posto un paio di cosette. Capitano nel club e in nazionale, era stato l’unico dei Wolves presente a Wembley e al Nepstadion e ora doveva vedersela di nuovo con la sua controparte ungherese, il “Colonnello” (in realtà, maggiore) Férenc Puskás.

Nella gelida aria dicembrina, in 55.000 osservano i Wolves scendere sul terreno di gioco sfoggiando le nuove casacche satinate, scelte perché risaltassero di più sotto la luce dei riflettori. Nuovi come i colori sociali, passati a inizio stagione dal tradizionale giallo oro a una tonalità più chiara. La Honvéd si presenta in tenuta bianca con due strisce orizzontali rosse sulla maglia. I primi dieci minuti trascorrono in sterili batti e ribatti a centrocampo con le squadre che si affannano per controllare il pallone nel fango, mentre la zona centrale del terreno assomiglia sempre più a un campo arato. 

L’atmosfera è quella delle grandi occasioni, ma lo stadio ammutolisce quando, da una fortunosa punizione di Puskás dal limite, concessa dopo che la palla era rimbalzata su una mano di Flowers, Kocsis mette dentro di testa. Wolves 0, Honvéd 1. Nel giro di un minuto, il centravanti inglese Swinbourne ha l’occasione per pareggiare ma Farago è attento e blocca. Gol mancato-gol subìto, un classico già allora in programmazione al “cinematografo” Molineux: brillante contrattacco ungherese e servizio in camera per Machos, che al 14’ infila il secondo pallone alle spalle di Williams. Sotto due a zero in meno di un quarto d’ora, i Wanderers rifiutano la resa e ricacciano la Honvéd nella sua metà campo, concedendole al più qualche sporadico contropiede. Per due volte Smith, schierato all’ala sinistra al posto dell’infortunato Mullen, ha sui piedi l’occasione per ridurre lo svantaggio. Hancocks, Wilshaw e Swinbourne chiamano più volte in causa Farago, autore di una prestazione di livello mondiale. Ma intanto arriva l’intervallo e i Wolves ancora non hanno fatto breccia nella retroguardia magiara. 

Nella pausa, il manager dei Lupi, Stan Cullis, rivolge ai suoi queste memorabili parole: «Siete troppo nervosi. Tornate in campo e giocate come fate sempre». Incitamento che sembra sortire l’effetto sperato, dato che nel giro di quattro minuti i Wolves riducono le distanze. Appena entrato in area, Hancocks viene messo giù da Kovács. L’arbitro concede il penalty fra le proteste degli ungheresi. Il minuscolo numero sette si rialza e dal dischetto calcia secco in gol: 1-2. È il segnale per l’assalto in massa alla porta della Honvéd. Puskás e compagni ormai sono pericolosi solo di rimessa, ma la difesa dei padroni di casa disputa una prova maiuscola. Broadbent regna sulla trequarti, il giovane Flowers e Slater danno grande sostegno a Wright, mentre in terza linea Shorthouse e il sudafricano Stuart, l’unico non inglese dei Wolves, appaiono insuperabili. La gara è di importanza tale da essere trasmessa in diretta per radio e (nel secondo tempo) alla tv, dalla BBC. Mentre i Wolves continuano ad attaccare, i commentatori radiofonici, presi dall’eccitazione, seguitano a chiamare la squadra magiara Ungheria anziché Honvéd. E come il resto del pubblico di casa impazziscono di gioia quando, a quattordici minuti dalla fine, Swinbourne ottiene il meritato pareggio. I Wolves infilano una serie di corner che però non portano a niente. La porta ungherese sembra stregata. Poi il traversone di Wilshaw pesca la testa di Swinbourne e, nell’assordante boato della folla, la palla finisce nel sacco. Un minuto dopo, Smith vola sulla sinistra, supera due difensori e centra per lo stesso Swinbourne che uncina a rete: 3-2. 

L’indomani, i Wolves campeggiano sui titoli della stampa nazionale. «Adesso i Wolves possono dirsi campioni del mondo» scrive il “Daily Mail”. La cosa non va giù all’inviato de “L’Équipe” Gabriel Hanot che ribatte: «L’idea di un campionato del mondo, o almeno d’Europa, per club, più estesa, più significativa e meno episodica della Mitropa Cup e più originale di un Campionato d’Europa per squadre nazionali, merita di essere lanciata». Il suo giornale prende a cuore l’idea e trova un formidabile alleato in Santiago Bernabéu, gran mogol del Real Madrid. Pochi mesi dopo, la Coppa dei Campioni è realtà.
Christian Giordano, Guerin Sportivo

I tabellini
Londra (Wembley), 25 novembre 1953
Inghilterra-Ungheria 3-6
Inghilterra (2-3-5): Merrick - Ramsey, Eckersley - Wright, Johnston, Dickinson - Matthews, Taylor, Mortensen, Sewell, Robb. Ct: Winterbottom.
Ungheria (2-3-5): Grosics - Buzansky, Lantos - Bozsik, Lorant, Zakarias - Budai, Kocsis, Hidegkuti, Puskás, Czibor. Ct: Sebes.
Marcatori: Hidegkuti (U) 3, Puskás (U) 2, Bozsik (U), Ramsey (I) su rigore, Mortensen (I), Sewell (I).

Budapest (Nepstadion), 23 maggio 1954
Ungheria-Inghilterra 7-1
Ungheria (2-3-5): Grosics - Buzansky, Lantos - Bozsik, Lorant, Zakarias - Toth, Kocsis, Hidegkuti, Puskás, Czibor. Ct: Sebes.
Inghilterra (2-3-5): Merrick - Staniforth, Byrne - Wright, Owen, Dickinson - Finney, Broadis, Harris, Jezzard, Sewell. Ct: Winterbottom.
Marcatori: Puskás (U) 2, Kocsis (U) 2, Lantos (U), Hidegkuti (U), Toth (U), Broadis (I).

Wolverhampton (Molineux), 13 dicembre 1954
Wolverhampton Wanderers-Honvéd 3-2
Wolverhampton Wanderers (2-3-5): Williams - Stuart, Shorthouse - Slater, Wright, Flowers - Hancocks, Broadbent, Swinbourne, Wilshaw, Smith. All.: Cullis.
Honvéd (2-3-5): Farago - Palicsko, Kovaks - Bozsik, Lorant, Banyai - Budai, Kocsis, Machos, Puskás, Czibor. All.: Marosi.
Arbitro: Griffiths.
Marcatori: Kocsis (H), Machos (H), Hancocks (W) su rigore, Swinbourne (W) 2.
Spettatori: 55.000 circa.


Fuga dalla realtà
Dopo aver contribuito in maniera determinante, seppure involontariamente, alla nascita della Coppa dei Campioni d’Europa, il calcio inglese dice “no, grazie”. La Football Association impedisce infatti al Chelsea, campione d’Inghilterra 1954-55, di parteciparvi, ufficialmente per evitare un accavallamento di competizioni le cui date erano state già fissate. Più realisticamente, la decisione fu dettata dal fatto che in quella stagione il club londinese, una delle migliori squadre del dopoguerra, era in crisi nera. Le cose sarebbero forse andate diversamente se l’anno prima il titolo fosse andato al Wolverhampton, se non altro per la sua capacità di catturare l’immaginazione del pubblico d’oltremanica dopo le strepitose affermazioni contro lo Spartak Mosca e la celeberrima Honvéd. L’Inghilterra s’iscrisse dal 1956-57, anche perché il Manchester United, con 11 punti di margine sulla seconda classificata, appariva senz’altro più competitivo. Ciò nonostante, la FA cercò lo stesso di ostacolarne la partecipazione, ma stavolta c’era di mezzo un osso troppo duro: Matt Busby, il manager dello United. Il primo turno dimostrò che Busby aveva ragione: l’Anderlecht fu battuto 2-0 a Bruxelles e 10-0 all’Old Trafford. «God save the Cup». (ch.giord)


Fame da Lupi
I Wolves di Stan Cullis, per la prima volta campioni nella League, contavano su talenti locali quali William (Billy) A. Wright, allora primatista di presenze nell’Inghilterra (105), perno di una solida difesa completata dai compagni di nazionale Bert F. Williams in porta, Ron Flowers e William (Bill) J. Slater. La linea d’attacco, guidata da Ron Swinbourne, sopperiva alla carenza di statura con la velocità di Johnnie Hancocks e la scaltrezza di Peter F. Broadbent, anche perché sul piano squisitamente tecnico con gli ungheresi non c’era partita. Ma la vera forza dei Lupi era tutta nel loro approccio “tried-and-trusted”, ci ho provato e ci ho creduto. E a ben donde, visti i risultati ottenuti nel decennio, gli Anni ’50, da una squadra priva di grosse individualità ma davvero irriducibile: tre titoli nazionali (1954, ’58, ’59) e una FA Cup (1960). La stampa internazionale dette immensa eco alla grande sfida del Molineux e lo stesso Gabriel Hanot, che sull’onda emozionale scatenata da quella partita “inventò” la Coppa dei Campioni, dichiarò: «Dobbiamo attendere che il Wolverhampton Wanderers visiti Mosca o Budapest prima di proclamare la sua invincibilità» e «se i britannici sono fiduciosi nella loro superiorità, allora questo è il momento giusto per varare un torneo europeo». Il dado era tratto. (ch.giord)

1 commento:

  1. Keep up the good work mate.
    Budapest Finest Casuals
    Honved FC Budapest

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