venerdì, marzo 17, 2006

Germanie contro: felici e perdenti


I CILENI l’avevano annusato subito: fra tedeschi, al Volksparkstadion di Amburgo, tirava aria di combine. Vagli a spiegare che, come avrebbe constatato anche Gerd Müller, il “Bomber der Nation” fischiatissimo per aver sottratto gloria e record al vecchio idolo di casa Uwe Seeler, quello amburghese era un pubblico “impossibile”. In ogni caso, per la prima, storica sfida fra le due Germanie la pressione e le aspettative, in primis geopolitiche, erano altissime; come da copione, i rispettivi Ct (Schön per l’Ovest e Buschner per l’Est) recitavano la parte affermando con più o meno ferrea convinzione che si trattava di «una partita come un’altra». Non lo era né poteva esserlo.


Nel pomeriggio il Cile si era eliminato da solo, pareggiando 0-0 con l’Australia, Germania Est (3 punti) e Germania Ovest (4) erano già qualificate. La sfida tra le repubbliche Federale e Democratica aveva quindi un carattere essenzialmente simbolico, anche se nessuna delle due delegazioni la visse come tale. Se fosse stato vero quanto dichiarato dai selezionatori, la sconfitta della Germania Occidentale avrebbe avuto un mero valore statistico, invece rivestì un’eccezionale importanza, oltre che per il proseguimento del Mondiale, soprattutto perché da quel momento in poi nel calcio tedesco venne ridiscussa una gerarchia che pareva acquisita. 

La storia calcistica della Repubblica Democratica Tedesca era relativamente breve, la federazione era nata solo nel 1948 e si era affiliata alla FIFA quattro anni più tardi. Ma al prepotente sviluppo delle discipline olimpiche, non avevano fatto riscontro progressi altrettanto vistosi nel “fussball”, che proprio ai Giochi aveva raccolto e raccoglierà i maggiori successi: dopo il bronzo a Tokyo 64 e a Monaco 72 (a pari merito con l’URSS) arriveranno l’oro a Montreal 76, in finale sulla Polonia detentrice del titolo, e l’argento a Mosca 80.

Indipendentemente dai risultati raggiunti dai professionisti della BRD (Bundesrepublik Deutschlands) e dagli “Amateure” della DDR (Deutsche Demokratische Republik), l’incontro fra le due Germanie rivestì la massima importanza, ben oltre il valore del match in sé. Al di là delle dichiarazioni ufficiali, la verità era che il pubblico amburghese – eccezion fatta per gli appena duemila sostenitori della DDR presenti al Volkspark – voleva fortemente la vittoria dell’Ovest. E invece ci fu la sconfitta per 0-1. «Una Waterloo», stando alle parole di capitan Beckenbauer. La «Nationalmannschaft» fu scossa dalle polemiche: “Kaiser” Franz, che aveva preteso e ottenuto di avere in squadra Wolfgang Overath a spese di Günter Netzer, si schierò “apertamente” anche contro i propri compagni di squadra del Bayern (Hoeness, per esempio) e a bocce ferme emerse che si ricorse addirittura alle provocazioni verbali per motivare i giocatori.

Stavolta neanche Schön riuscì a trovare le parole per giustificare la squadra. Dopo la poco soddisfacente vittoria con l’Australia (3-0), si potevano ancora fare i conti con i mugugni; ma che alla fine dell’incontro con la DDR si arrivasse a un autentico concerto di fischi, si doveva imputare solo ai suoi ragazzi. Ai quali non si poteva perdonare la mancanza di combattività contro un avversario che invece aveva lottato eccome. 

Alla vigilia ci si chiedeva se gli affermati professionisti della BRD sarebbero riusciti a sfruttare appieno la supremazia tecnica che tutti gli riconoscevano. Dall’altra parte, il portiere Jürgen Croy, il difensore Jürgen Pommerenke e gli attaccanti Jürgen Sparwasser, Martin Hoffmann, Joachim Streich, primatista di presenze (102) e di gol (55) in Nazionale, e Hans-Jürgen Kreische, centravanti della Dynamo Dresda nella quale vinse per quattro volte la classifica cannonieri negli anni Settanta, erano tutti buoni giocatori, non star internazionali come Beckenbauer, Breitner, Müller, Maier e compagnia. 

Gli orientali erano stati più efficaci anche sul piano tattico. I tedeschi dell’Ovest sembravano quasi ignorare gli ampi spazi vuoti che i “cugini” si lasciavano alle spalle ogni qualvolta si spingevano in avanti. La Repubblica Federale non aveva convinto molto, fino a quel punto del torneo. E quando Sparwasser segnò l’1-0 per la DDR, la sorte degli “infallibili” professionisti della BRD era segnata. La squadra di Schön nella fase finale dell’incontro era tanto più lontana dalla realizzazione quanto più si stringeva attorno alla metà campo avversaria. Sopravvenne il panico e rimane un mistero il motivo per cui quegli immensi spazi vuoti non vennero sfruttati; o perché non si riuscisse mai a concludere nemmeno a due passi dalla porta di Croy. Gli uomini di Buschner favorivano le intenzioni dei rivali, aspettandoli a centrocampo e al limite dell’area con una barriera difensiva munitissima e tenendo in avanti talvolta solo due giocatori, i magdeburghesi Sparwasser e Hoffman. La Germania Ovest persevera nell’errore (volontario?) di mettere al centro inutili palloni alti sui quali il piccolo Müller veniva sistematicamente battuto di testa dai colossi Weise e Bransch. Non si passava, dunque. Anzi, sbilanciandosi troppo in avanti si correva il rischio di essere infilati in contropiede. Overath e Hoeness sparivano, la folla invocava Netzer, in campo negli ultimi venti minuti, ma con compagni stanchi e sfiduciati. Sette minuti dopo, Sparwasser, uno dei simboli della squadra, entrava nella Storia siglando l’1-0 con un gran destro in diagonale. E così la DDR raccoglieva il suo più grande trionfo. Neppure l’estro di netzer, ex Borussia Mönchengladbach all’epoca in forza al Real Madrid, aveva saputo dare nuova linfa a quelli dell’Ovest. Alla fine, il biondo regista dichiarò: «Helmut Schön non ha fatto alcun favore». In realtà il tecnico, erede di Sepp Herberger, un favore lo aveva fatto eccome, ma a se stesso. Con il primo posto nel girone, la Germania Est finì nel gruppo comprendente Brasile, Argentina e la dilagante Olanda; mentre Beckenbauer & C., secondi, trovavano una concorrenza più morbida: Jugoslavia, Svezia e Polonia.

Naturalmente, Schön non poté confessare la gherminella: i suoi compatrioti non gli avrebbero mai perdonato di aver abbassato le armi di fronte ai “fratelli” dell’altra parte del Muro. Sta di fatto che, una volta approdata alla seconda fase, la Germania si rigenerò miracolosamente. 2-0 alla Jugoslavia. 4-2 alla Svezia. 1-0 alla Polonia, nella splendida battaglia di Francoforte, combattuta con straordinario vigore e proprietà tecnica in un Waldstadion allagato. 2-1 all’Olanda in finale. Nell’altro raggruppamento, gli orientali le buscarono con Olanda (0-2) e Brasile (0-1) e pareggiarono contro gli argentini (1-1). Quella con la Germania Ovest era stata una vittoria di Pirro, ma battendo i “cugini” gli uomini di Buschner avevano vinto più che una partita.

Oggi il Muro non c’è più, scomparso nella storica notte tra il 9 e il 10 novembre 1989; 155 chilometri di cemento volatilizzati, dissolti nel nulla (tranne qualche frammento) se non trasformati in souvenir. Ma ancora presenti nelle menti di molti tedeschi dell’Est, se uno scrittore autorevole come Peter Schneider arriva a sostenere che «il Muro aveva tenuto in piedi l’illusione che era solo un muro a dividere i tedeschi». Dal 22 giugno 1974 anche nel calcio.
Christian Giordano, Guerin Sportivo


Il tabellino
Amburgo (Volksparkstadion), 22 giugno 1974
Germania Ovest-Germania Est 0-1 (0-0)
Germania Ovest: Maier; Vogts, Breitner; Schwarzenbeck (Höttges dal 69’), Beckenbauer, Cullmann; Grabowski, Hoeness, Müller, Overath (Netzer dal 70’), Flohe. Ct: Schön.
Germania Est: Croy; Kische, Bransch; Weise, Wätzlich, Irmscher (Hamann dal 65’); Lauck, Kreische, Kurbjuweit, Sparwasser, Hoffmann. Ct: Buschner.
Arbitro: Barreto Ruíz (Uruguay).
Marcatore: 77’ Sparwasser.


Lo “schiaffo” di Cruijff a Franco
Se in Catalogna, come sostiene l’intellettuale catalano Armando Carabén, il Barcellona è «molto più che un club» allora, in Spagna, Real Madrid-Barcellona è molto più che una partita. E quella del l7 febbraio 1974 è incisa nella memoria di tutti gli “aficionados barcelonistas”. Quella sera si disputava, in notturna e in diretta tv nazionale, la 22ª giornata della Liga e i “blaugrana” espugnarono il Bernabéu centrando al contempo il successo più spettacolare, significativo e largo di sempre. Un 5-0 impossibile da dimenticare. In campo e fuori. Annichilite le Merengues, il Barça volò verso quel titolo che inseguiva da 14 anni. Per il suo condottiero, qualcosa di più che un numero portafortuna. Al crepuscolo dell’era franchista (il “Caudillo” morirà l’anno successivo), due mesi dopo l’assassinio dell’ammiraglio Luis Carrero Blanco, capo del governo e delfino del “Generalísimo”, Cruijff si espose in prima persona scegliendo per il terzogenito, nato otto giorni prima, il 9 febbraio, il nome Jordi, in onore del santo patrono del capoluogo catalano: gesto non facile, in quel periodo. Sotto la dittatura, i nomi non castigliani erano proibiti, ma l’olandese, furbissimo, si rifiutò di registrare all’anagrafe, per il figlio, il nome Jorge e la sua ferma determinazione gli attirò le simpatie di tutta la Catalogna. Il campo fece il resto. La storica goleada consolidò il primato del Barça che si laurò campione con 50 punti, 16 in più dei madridisti. (ch.giord)


Il tabellino
Madrid (Santiago Bernabéu), 17 febbraio 1974
Real Madrid-Barcellona 0-5
Barcellona: Sadurni; Rife, Torres; De La Cruz, Costas, Juan Carlos; Rexach, Asensi, Cruijff, Sotíl, Marcial (Tomé). All.: Michels.
Real Madrid: García Ramón; Molgado, Benito; Rubiña, Pirri, Zoco; Aguilar, Velázquez, Amancio, Netzer, Magañas. All.: Muñoz.
Marcatori: Asensi, Cruijff, Asensi, Juan Carlos, Sotíl.


Ma cosa mi combine?

Nel Mondiale di Argentina 78 il cammino dei padroni di casa è pianificato affinché possa concludersi con la coppa FIFA in bella mostra nella bacheca della AFA, la Federcalcio locale. L’inopinato 0-1 contro l’Italia nella terza partita del primo turno scompagina però i piani di Menotti & C. Secondi classificati del Gruppo 1, gli argentini devono abbandonare la prediletta sede di Buenos Aires per trasferirsi, per la seconda fase, a Rosario, nel raggruppamento che comprende lo spauracchio Brasile, l’infida Polonia e il “paracadute” Perù del naturalizzato portiere Ramón Quiroga. Caso vuole che Rosario sia proprio la città dove Quiroga, arquero dello Sporting Crystal di Lima, è nato e dove vivono i suoi genitori, che allo stadio si presentano con la bandiera biancoceleste. “El Loco”, il Matto, argentino di terza generazione, era stato naturalizzato a tempo di record grazie a influenti amicizie che il club contava al Ministero dell’Istruzione. Anni dopo, in preda all’alcool, Quiroga ammetterà ciò che tutti sapevano: Argentina-Perù era combinata. La Selección deve segnare almeno 4 gol e, per non dare troppo nell’occhio, ne fa 6 (a zero).


Più sottile il tagliafuori di Germania Ovest e Austria ai danni dell’Algeria a Spagna 82. I nordafricani sorprendono tutti battendo, più nettamente di quanto non dica il 2-1, i tedeschi, futuri finalisti, nella prima gara del Gruppo 2. Nell’ultima giornata, gli austriaci si “arrendono” ai “cugini” (0-1) e gli algerini, in vantaggio 3-0, ci mettono del loro regalando due gol al derelitto Cile, sempre sconfitto. Morale: tre squadre a 4 punti, Germania Ovest e Austria promosse, Algeria fuori per differenza-reti. (ch.giord)

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