venerdì, marzo 17, 2006

Superga '49, gli angeli caduti in volo


«QUANDO lo stenografo è entrato nei nostri uffici come una furia, agitando un foglietto bianco appena uscito dalla telescrivente e gridando il nome del Torino, abbiamo capito subito che stava abbattendosi su di noi una tremenda sciagura. Sulla carta era scritto: “L’aereo proveniente da Lisbona con a bordo la squadra calcistica del Torino, oggi, al suo arrivo in città, è precipitato”». Con queste parole la “Gazzetta dello Sport” del 5 maggio 1949 annunciava la scomparsa della creatura perfetta, la più forte squadra che l’Italia calcistica abbia mai conosciuto: il Grande Torino.
Tornava da Lisbona, il Grande Torino: tornava da una partita neanche ufficiale. Francisco José Ferreira, grande amico di Valentino Mazzola e capitano della nazionale portoghese e del Benfica, era a fine carriera e la sua squadra voleva dedicargli una “partita d’addio”, per donargliene l’incasso ed evitargli difficoltà economiche una volta appesi gli scarpini al fatidico chiodo. Ci voleva un avversario di grido, e nessuno meglio del Torino poteva fungere da richiamo. Era stato proprio capitan Mazzola ad accettare la proposta di Ferreira. I due campioni si erano incontrati la sera del 27 febbraio 1949, una domenica, a Genova, ed erano seduti a fianco a fianco durante la cena ufficiale di Italia-Portogallo, amichevole giocata nel pomeriggio a Marassi (4-1 per gli azzurri: lusitani in vantaggio con Lourenço, rimonta azzurra di Menti, Carapellese, Mazzola e Maroso). A tavola Mazzola e Ferreira parlarono della partita e del loro futuro. José comunicò a Valentino la propria intenzione di ritirarsi a fine stagione. «Vorrei il Torino come avversario nella mia gara d’addio. Siete la squadra più famosa d’Europa. Con voi in campo ci sarebbe più pubblico. Sai, il Benfica lascia a me l’incasso». Mazzola lo rassicurò: «Ne parlerò con il presidente Novo. Contaci, verremo a Lisbona a festeggiarti. Le società fisseranno la data».
Il Toro è primo in classifica. Novo, ascoltato Mazzola, ottiene dalla Federazione di anticipare a sabato 30 aprile la grande sfida con l’Inter a San Siro, e si accorda per il 3 maggio. Il presidente granata è anche il Ct della Nazionale (Vittorio Pozzo aveva lasciato l’incarico il 16 maggio ’48, dopo lo 0-4 degli azzurri a Torino con l’Inghilterra, la gara col famoso gol di Mortensen, anche se poi guidò la selezione olimpica a Londra 48 fino all’esonero dopo la sconfitta contro la Danimarca di Hansen e Praest, 5-3 ad Highbury il 5 agosto, ndr) e ci tiene a far bella figura all’estero. Convince il direttore sportivo Erbstein a tenere a riposo qualche titolare (Maroso, Grezar e l’influenzato Mazzola) e così a Milano il Toro schiera solo otto titolari. La gara termina 0-0 grazie soprattutto alle prodezze di Bacigalupo e all’impeccabile organizzazione difensiva. Il Toro mantiene 4 lunghezze di vantaggio a quattro partite dalla fine (tre delle quali interne) e “La Stampa” titola: «I granata si confermano virtualmente campioni». Il mattino di domenica 1° maggio il Torino parte per Lisbona, con scalo tecnico a Barcellona. Della comitiva non fanno parte il radiocronista Nicolò Carosio, rimasto a casa per la cresima del figlio, il presidente Novo, affetto da broncopolmonite, e i giocatori Giuliano, Gandolfi e Tomà, da poco aggregato alla prima squadra ma fermo per un grave infortunio al ginocchio che gli pregiudicherà, in parte, il resto della carriera.
All’aeroporto di Lisbona, l’accoglienza è festosa. Ferreira fa gli onori di casa, il primo a scendere la scaletta è Mazzola, salutato da una folla in delirio. Il lunedì è giorno di turismo per la comitiva italiana, che alloggia al grande albergo Estoril: Mazzola, Gabetto, Bacigalupo e i dirigenti sono ospiti del sindaco. Si gioca allo stadio Nacional di Lisbona nel pomeriggio di martedì 3 maggio. Presente in tribuna, in veste privata, l’ex re d’Italia Umberto di Savoia, tornato in auto da Siviglia dove si trova la figlia Maria Pia. Ferreira e Mazzola si scambiano i gagliardetti, i quarantamila sugli spalti sono tutti in piedi. Tranne Maroso, che però è partito lo stesso, il Toro schiera la squadra-tipo, compresi i malconci Mazzola e Menti, colti da un leggero malessere prima della partita, e Ballarin, ancora in precarie condizioni ma anche lui vincolato a scendere in campo dal contratto stipulato dalle due società.
I granata partono all’arrembaggio (al 4’ Mazzola, lanciato da Loik, tira fuori a porta vuota) e vanno in vantaggio all’8’ su una bella azione Grezar-Menti-Gabetto, passaggio preciso per Ossola che batte Contreiras. Pareggio portoghese al 14’ con Melão che insacca nell’angolo basso un servizio di Arsénio, che al 33’, su una fuga al centro, firma di testa il 2-1 dei lusitani. Il 2-2 lo realizza al 37’ Bongiorni, entrato al posto dell’infortunato Gabetto, dopo un dialogo con Menti. Al 39’ il Benfica va ancora in gol con Melão che, su lancio di Espirito Santo, centra l’angolino dopo aver però toccato il pallone con la mano. All’87’ Rogério porta il Benfica sul 4-2. Allo scadere, Mazzola viene atterrato in area e Menti trasforma il rigore che chiude la gara: 4-3 per i padroni di casa. L’ultima partita del Grande Torino.
Grande festa nella cena dopo la gara poi, il mattino del 4 maggio, i granata si imbarcano sul “Fiat G 212” per far ritorno a casa. L’atterraggio a Barcellona avviene regolarmente alle 14,07 e alle 15,15 si riparte alla volta di Torino. Non si è mai saputo perché il trimotore “I-Elce”, che inizialmente doveva atterrare a Milano alle 18, abbia poi cambiato destinazione per dirigersi su Caselle. Il costante contatto con la torre di controllo, in prossimità di Torino, testimonia che tutto procede regolarmente: alle 16,45 da bordo viene richiesta l’accensione dei radiofari dell’aeroporto di Torino. A causa della fitta pioggia la visibilità è sempre più scarsa, un ultimo messaggio, poi lo schianto, tra le 17,01 e le 17,04, contro la Basilica di Superga. Nessuno si rende conto di cosa possa essere successo, i primi soccorritori, gli abitanti della collina, si trovano davanti l’immane sciagura. Vengono recuperati i resti sbalzati dalla fusoliera ancora in fiamme: nessun superstite. Una valigia, una bambola, una macchina per scrivere, le maglie granata: «Sono quelli del Torino». Scatta l’allarme e alle 17,12 arrivano i soccorsi, la polizia e le autorità cittadine (con il prefetto c’è anche Giovanni Agnelli). Accompagnato dal segretario del Torino, Giusti, e da Rabezzana, un tifoso amico dei giocatori, arriva anche Vittorio Pozzo e a lui tocca il riconoscimento dei suoi ex ragazzi. Ossola è il primo, poi, da un anello, viene identificato Rigamonti. Il passaporto consente di individuare la salma di Ballarin, una busta di francobolli porta a Grava, appassionato di filatelia. E via via tutti gli altri. I morti furono 31, 18 giocatori (Valerio Bacigalupo, Aldo e Dino Ballarin, Emilio “Milo” Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Pietro Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti e Giulio Schubert), 3 tecnici (l’allenatore Leslie Lievesley, il direttore tecnico Egri Erbstein e il massaggiatore Ottavio Cortina), 3 dirigenti (Arnaldo Agnisetta, Ippolito Civalleri e l’organizzatore Andrea Bonaiuti), 3 giornalisti (il fondatore di “Tuttosport” Renato Casalbore: sua la macchina per scrivere, Luigi Cavallero de “La Stampa” e l’inviato della “Gazzetta del Popolo” Renato Tosatti, il padre di Giorgio) e i 4 membri dell’equipaggio (il primo pilota, capitano Pierluigi Meroni, quasi omonimo del Gigi idolo granata morto in un assurdo incidente stradale 18 anni dopo, il secondo pilota Cesare Bianciardi, il capo marconista Antonio Pangrazzi e il motorista Celestino D’Inca). Al cimitero Generale viene allestita una camera ardente provvisoria, in attesa dei funerali ufficiali del 6 maggio, quando i feretri, seguiti dal “Conte Rosso”, il mitico pullman usato per le trasferte, attraversano una marea umana di oltre mezzo milione di persone riunitesi per l’ultimo saluto agli Invincibili.
A Torino fu lutto cittadino per 4 giorni. Lo scudetto venne assegnato ai granata e le restanti 4 giornate furono giocate dalle squadre Ragazzi. Il Toro le vinse tutte. La squadra italiana più forte di tutti i tempi, il simbolo della dolorosa ricostruzione del Dopoguerra, era scomparsa per sempre. Per il nostro calcio, subito vittima di una psicosi che culminerà nel viaggio via mare della Nazionale ai mondiali brasiliani del 1950, si chiudeva un’epoca di grande promesse. E si chiudeva per “colpa” di una promessa grande come il vecchio cuore granata. Perché il Capitano aveva una parola sola e quella era. Parola di Capitano.
(Christian Giordano)

Il tabellino
Lisbona (Estádio Nacional), 3 maggio 1949
Benfica-Torino 4-3
Benfica (2-3-5): Contreiras (Machado) - Jacinto, Fernandez - Moreira, Félix, Ferreira - Corona (Battista), Arsénio, Espirito Santo (Julio), Melão, Rogério.
Torino (2-3-5): Bacigalupo - Ballarin, Martelli - Grezar, M. Rigamonti, Castigliano (Fadini) - Menti, Loik, Gabetto (Bongiorni), Mazzola, Ossola.
Arbitro: Pearce.
Marcatori: 8’ pt Ossola (T), 14’ e 39’ Melão (B), 33’ Arsénio (B), 37’ Bongiorni (T), 40’ st Rogério (B), 45’ Menti (T) su rigore.
Spettatori: 40.000 circa.

I “Busby babes” nel rogo di Monaco
Il 6 febbraio 1958, di ritorno da Belgrado, subito dopo il decollo dalla pista dell’aeroporto Riem di Monaco di Baviera, dove aveva fatto scalo per rifornimento di carburante, l’aereo che trasportava il Manchester United si schiantò al suolo. La sera prima i Red Devils del leggendario manager Matt Busby avevano eliminato la Stella Rossa pareggiando (3-3) nella gara di ritorno dei quarti di Coppa Campioni (2-1 all’andata). Al terzo tentativo, dopo che per due volte i 38 passeggeri e i 6 membri dell’equipaggio erano stati fatti scendere e il velivolo era stato ispezionato dai tecnici, il bimotore Elizabeth, della BEA (British European Airways), si staccava da terra. Ma dopo aver scoperchiato una casa, precipitava sul fianco di un capannone adibito a deposito di oli combustibili. Ventidue i decessi (tra cui 8 giornalisti), dello United persero la vita 8 giocatori su 17 (capitan Roger Byrne, Geoff Bent, Eddie Colman, Duncan Edwards, Mark Jones, David Pegg, Tommy Taylor e Billy Whelan), il trainer Tom Curry, l’allenatore Bert Whalley e il segretario Walter Crickmer. Dai rottami fu estratto vivo anche il celebre Frank Victor Swift, portiere della Nazionale degli Anni 30, al seguito come inviato di “News of the World” e morto dopo il ricovero in ospedale. Tra i superstiti, Busby e il grande Bobby Charlton, che dovette superare una lunga convalescenza. Lo United ripartì da loro, e 10 anni dopo fu campione d’Europa.
(ch.giord)

Tragedia Nazionale
Pochi minuti dopo la mezzanotte fra il 27 e il 28 aprile 1993, si consuma al largo di Libreville, la capitale del Gabon, una delle più grandi tragedie calcistiche della storia. La Nazionale dello Zambia, proveniente dalle Isole Mauritius, dove aveva disputato una gara valevole per le qualificazioni alla Coppa d’Africa, si stava recando in Senegal, dove avrebbe dovuto affrontare i padroni di casa in un match del girone eliminatorio per USA 94. L’aereo della squadra precipita in mare pochi minuti dopo il decollo dalla capitale: nessun superstite. Fra le vittime anche il presidente della Federazione. Il capo dello Stato, Frederick Chiluba, interrompe la sua visita ufficiale nel Burundi e, rientrato in patria, decreta sette giorni di lutto nazionale. La perdita sportiva, gravissima, risparmia alcuni dei più celebrati professionisti zambiani impegnati all’estero. Tra essi, Kalusha Bwalya, storico triplettista nell’ancor più storico “cappotto” (4-0) confezionato all’Italia alle Olimpiadi di Seul 88. Bwalya, all’epoca al PSV Eindhoven, avrebbe dovuto raggiungere i compagni direttamente in Senegal, così come Charles Musonda dell’Anderlecht, Stone Nyirenda e due altri Bwalya, Johnstone e Joe, giocatori che, miracolosamente scampati al disastro, costituiranno l’ossatura su cui sarà ricostruita la Nazionale.
(ch.giord)

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