giovedì, marzo 16, 2006

Ibra, Roo, Fantantonio: il ghetto dentro

«PUOI lasciare il ghetto. Ma è il ghetto che non lascerà mai te». Qui dentro c’è tutto, passato presente e futuro di tanti campioni che, anche per via delle proprie origini, mai saranno campionissimi. Non solo Antonio Cassano, Zlatan Ibrahimovic e Wayne Rooney, simboli planetari del potrei ma non voglio ma forse solo vittime del più classico vorrei ma non posso. Senza scomodare qui i sacri testi di psicologia (non solo) dello sport, ovviamente utili a esplorare gli eccessi di aggressività in cui cadono molti sportivi figli di situazioni difficili, è fin troppo elementare individuare nel background di tanti atleti “problematici” la loro forza e il loro, invalicabile, limite. Il calcio ha portato via Cassano dai malfamati sottani (l’equivalente pugliese dei “bassi” napoletani, piccoli alloggi a livello della strada, ndr) di Bari vecchia – dove non si avventura nemmeno la polizia – ma l’esservi cresciuto non gli consente di spiccare l’ultimo volo, quello che la sola tecnica, pur eccezionale ma spesso dissociata dalla disciplina mentale, non può assicurargli. E qui non si parla delle “cassanate”, ma di normali regole comportamentali e, verrebbe da dire, di educazione. Il minimo sindacale per non comprometterne le enormi potenzialità sul campo. Fuori, dovrebbero essere fatti suoi, anche se è forte il sospetto che il “male oscuro” stia proprio là, nei demoni personali e nella sfera privata. La forza e la “sragione” che da ragazzino gli facevano umiliare gli avversari a colpi di tunnel e mandando in gol “Tovalieri”, l’amico poliomelitico che dell’ex bomberino romanista aveva preso il nome ma non le gambe. Chissà come sarebbe finita se Antonio fosse cresciuto col padre, Gennaro (sposato con un’altra donna, dalla quale aveva già quattro figli), che avrebbe voluto chiamarlo chiamarlo Paolo in onore di Rossi, finalista mundial il giorno prima che il futuro Pibe de Bari venisse al mondo. Mamma Giovanna andò sul santo, ma fin qui il miracolo si è compiuto a metà.
È andata meglio a Zlatan Ibrahimovic, per dove è nato, cresciuto e diventato grande se non ancora grandissimo. Il papà lui ce l’ha, si chiama Sefik ed è un bosniaco immigrato a Rosengåard, periferia difficile ad elevato tasso di disoccupazione (per gli standard locali) di Malmö, in Svezia, dove ha sposato Jurka, bosniaco-croata. Chi c’è stato sostiene che quegli enormi casermoni prefabbricati (che i tedeschi chiamano Plattenbau) molto diffusi nell’Europa centrale e dell’est, siano migliori di molti palazzi della Roma-bene ma questo è un altro discorso. Zlatan, già fumantino di suo, conosce sulla propria pelle sin da ragazzino la differenza tra chi in Svezia c’è nato, e magari è biondo e con gli occhi azzurri, e chi invece ci è arrivato per via della guerra o dei suoi derivati. Come non bastasse, l’alcolismo violento di Sefik gli ha reso l’infanzia un inferno, eppure è proprio in suo onore che ha deciso di far scrivere sulla propria maglia il cognome e non il nome come ai primi tempi all’Ajax, l’altra società dopo il Malmö e prima della Juventus a cui deve quel che è. La controprova non c’è, il sospetto che in altre piazze si sarebbe perso sì.
Non si è perso, anche se a volte continua a mettercela tutta, Rooney, altro giovanissimo impasto di classe, furore agonistico e, diciamolo, qualche venerdì assente non sempre giusticato. Applausi agli arbitri, cartellini à gogo (nel 2003 più dei gol, 12 a 9), le rivelazioni sui tradimenti (con le prostitute) inflitti alla fidanzatina storica Colleen McCloughlin. Sembra che non ci sia pace per il più giovane nazionale nella storia del calcio inglese. Liverpudlian dentro, per il figlio della working-class cresciuto in una “council house” di tre stanze (con papà Wayne, mamma Jeanette e i fratellini Graham e John) nel sobborgo di Croxteth, c’erano solo il calcio e l’Everton. Al Man United il compito di fargli capire che nella vita di un campione può esserci altro, ma non troppo. Da identiche condizioni, ma a Toxteth, quartiere povero di una città già povera, proviene Robbie Fowler. Un altro che, come l’omonimo van Persie (Arsenal) e Cristiano Ronaldo (Man Utd), più fortunati, è stato più vittima che carnefice nel finire in pasto ai tabloid. La classe non era la stessa, il ghetto sì. Puoi anche lasciarlo, ma quello non ti lascia mai.
Christian Giordano, Guerin Sportivo

Nella foto del 7 ottobre 2011, l'espulsione di Wayne Rooney decisa dal tedesco Wolfgang Stark al 74' (sull'1-2) di Montenegro-Inghilterra 2-2.

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