lunedì, marzo 27, 2006

Il pallone in Borsa

«FROM Footie to Footsie». Il gioco di parole che solo la diretta semplicità della lingua inglese consente riassume decenni di evoluzione socioeconomica del calcio (footie) e dei suoi primattori. Che oggi giocano su più terreni, in campo e in Borsa.
L’FTSE 100, “footsie” per gli operatori, è un indicatore (Financial Times Stock Exchange), elaborato dal quotidiano ormai voce economica internazionale, dell’andamento del mercato azionario londinese ed è calcolato usando come campione appunto i 100 titoli più rappresentativi presenti in listino. Area non di rigore dove si avventurano sempre più calciatori della Premiership.
John Curtis, ex difensore di Man Utd e Blackburn ora al Nottingham Forest in League One (terza divisione inglese), lo fa dall’alto di un A-level in economia. Oltre a godersi la vita – gira in Mercedes e sta arredando la casa dei suoi sogni – quando non gioca a calcio, gioca in Borsa. La moglie Gemma indossa solo Dolce & Gabbana e Versace, ha raccolto (con mogli e compagne di altri giocatori di primo piano) fondi per le vittime dello Tsunami e di recente è apparsa in passerella con Kym Marsh, la cantante degli Hear’Say. Anche i Curtis sono chiacchierati, ma a differenza dei più mediatici Wayne (Rooney) & Colleen (McLoughlin) non per i battibecchi sulle rispettive scappatelle o per i rubinetti d’oro da far installare in bagno.
Curtis investe on-line in grandi compagnie in disarmo e aspetta che il loro share price (prezzo azionario) salga. Ma al suo proposito di installare un terminal di Bloomberg in un angolo del soggiorno, peraltro appena imbiancato, la consorte ha puntato i piedi e i due non si sono parlati per giorni. La futile lite dei Curtis fa sorridere, ma perlomeno oltremanica anche riflettere. Perché non è tratta dal plot di una fiction sul calcio come Footballers’ Wives, equivalente locale del nostro (inguardabile) “Ho sposato un calciatore”, ma rivela l’ultimo trend nella vita dei campioni: sportivi professionisti in campo, professionali uomini d’affari fuori.
I fuoriclasse che in passato buttavano milioni (in ristoranti e nightclub) con la stessa facilità con cui li incassavano, adesso li fanno fruttare seguendo schemi di investimento complessi, innovativi e diversificati. «Oggi i top players guadagnano cifre record e frequentano grandi investitori, quindi hanno ambizioni e abitudini superiori – spiega Kevin Roberts, direttore della rivista di settore Sport Business International – L’opulenza è di moda e tanti calciatori disquisiscono di tattica finanziaria con la stessa facilità di quella della squadra».
Colossi della rappresentanza sportiva quali IMG, Stellar Group e SEM includono consigli finanziari nel pacchetto di consulenza e gestione dei diritti di immagine offerto ai propri assistiti. E hanno unito le forze con i grandi gruppi bancari. UBS, HSBC, RBS e soprattutto Coutts, dove sempre piú calciatori aprono conti correnti, hanno allestito divisioni commerciali apposite per gestire i milioni delle star di Premiership.
Consequenziale il florilegio di società che offrono servizi finanziari altamente specializzati. La Herald Sports Promotions International, fondata nel 1986 a Jersey (isoletta delle Channel Islands, l’arcipelago della Manica), ha costruito un business multimilionario di sterline vendendo i diritti di immagine degli sportivi. Studi legali di specialisti e consiglieri finanziari indipendenti, quali Kingston Smith, RHK e Vantis Sports Solution, offrono prospetti di tassazione offshore (i cosiddetti “paradisi fiscali”, centri finanziari esteri dove si possono ottenere vantaggi fiscali o amministrativi negati dalla legislazione vigente nel proprio Paese, ndr).
I giocatori ricevono un supporto finanziario anche dal sindacato. La Professional Footballers’ Association ha istituito un servizio di consulenza per la gestione fondi. «I giocatori vanno trattati come popstar con introiti da popstar – avverte il Sergio Campana locale, Gordon Taylor, presidente della PFA – «altrimenti, se non vengono adeguatamente consigliati c’è il rischio che perdano soldi, e spesso questo li porta a scommettere, al bere e alle droghe. La pianificazione in termini di finanza “creativa” è cruciale».
Quanto offrire consigli su tasse, assicurazioni e pensione. Le compagnie diversificano gli investimenti, ormai sempre più complessi, con fondi ordinari “customerizzati” a reddito variabile, holding iperefficienti dal punto di vista delle tasse, immobili e media fuori e dentro il Regno Unito.
«I giocatori si rendono conto di avere pochissimo tempo per fare soldi e di dover massimizzare il loro potenziale di guadagno – dice Jerome Anderson, che gestisce il gruppo SEM – E ci sono aziende che offrono ogni genere di servizi finanziari».
«Non esistono investimenti troppo complessi o “creativi” – assicura Rob Sharp, managing director di Herald Sports Promotions – Un sacco di giocatori adesso si trovano a investire in film e l’ultimo trend è sfruttare progetti ambientali esentasse, come la selvicultura (la coltivazione e la conservazione di terreni con boschi e foreste, ndr). Suona strano, ma c’è gente che viaggia in Ferrari e investe nel carbone».
David Beckham, il più corteggiato dagli sponsor, ha acquistato una foresta scandinava e sul mercato trova ogni genere di lucrativi contratti pubblicitari, dagli occhiali da sole alle lamette da barba. Robbie Fowler ha nel suo portfolio immobiliare 85 case. Altri hanno comprato delle proprietà in progetti esclusivi come Palm Island, le isole artificiali al largo delle coste del Dubai (Emirati Arabi Uniti).
Un’azienda, in particolare, è emersa a modello per il professionismo moderno. La Kraken Sport & Media fondata dal presidente Karl Fowler, 35enne multimilionario ex socio broker alla “investment house” Goldman Sachs. La storia della Kraken rispecchia l’evoluzione che i media inglesi chiamano, con l’ennesimo gioco di parole, che ha trasformato la partita dei giocatori-investitori, dalla “chavvy game” (alla lettera, la gara degli zotici) che era, nella “savvy game” (la gara dei saggi) che è diventata.
Fowler si è messo in affari fornendo consulenza ai calciatori “MOT finanziari” (obbligazioni non convertibili e titoli di stato). Non si aspettava un lavoro facile, ma neanche il caos finanziaro che invece avrebbe riscontrato. «Il calciatore entrava in ufficio (che dà sulla St Paul’s Cathedral, ndr) col suo agente – ricorda – che a sua volta portava un amico o un conoscente o il “socio prediletto”. E come “consiglieri finanziari” non proprio disinteressati, il padre del giocatore e il miglior amico del padre».
Fowler scoprì ben presto i danni prodotti da quei pessimi investimenti. Un notissimo giocatore della Premiership – Fowler preferisce non fare nomi – credeva di aver investito centinaia di migliaia di sterline in quattro film britannici. In realtà, aveva investito nello stesso film quattro volte. Un gruppo di giocatori di Premiership ha investito 30 milioni di sterline in un complesso immobiliare nei Caraibi. Una buona idea se solo fosse esistito.
Fowler si è quindi dedicato a un servizio di management delle gestioni patrimoniali “personalizzato”. Il suo background nella City gli ha dato accesso a fondi normalmente non aperti a investitori con meno di 20 milioni di sterline. «Gli hedge funds (fondi di speculazione, ndr) sono off limits per gli investori ordinari, ma siamo riusciti a negoziare unità più piccole», spiega. L’ex broker sta facendo da pioniere anche in un nuovo tipo di business nei media e nel merchandising che, se avrà successo, genererà rendite nel lunghissimo periodo, quando la carriera agonistica dello sportivo sarà già finita.
Un esempio tipico è la sua ultima scommessa, Jake Jones. Pochi ne avranno sentito parlare ma se Fowler sa il fatto suo, e lo sa, Jones potrebbe diventare un idolo sportivo su scala globale, «da Sunderland a Shanghai». Anche se in carne e ossa non esiste. Si tratta infatti di un personaggio creato dal disegnatore Adam Hargreaves, figlio del Roger creatore dei Mister Men. Questo il soggetto. Uno scolaro di 11 anni prende parte a un torneo patrocinato dalla Football Association. Dimostra di saperci fare e riesce perfino a segnare un gol contro David James, allora portiere dell’Inghilterra, anch’egli invitato come il centravanti della nazionale Michael Owen. Il futuro attaccante del Newcastle parla di Jones con il Ct Sven-Göran Eriksson, che invita il ragazzo ad allenarsi con i nazionali e finisce per schierarlo titolare. Sembra una fiaba, ma Fowler ha convinto Eriksson a raccontarla e Owen e James a cedere i propri diritti d’immagine in cambio di una compartecipazione alla proprietà letteraria. E sta trattando con la BBC per farne una versione tv per bambini. Se tutto andrà in porto, ci saranno sostanziosi contratti di merchandising e lo show potrà essere adattato ed esportato a mercati lontani come quello cinese.
Viene allora da chiedersi che cosa c’è dietro questo boom. Perché mai banchieri da milioni di sterline l’anno, come Fowler, lasciano posti di lavoro con bonus annuali garantiti e a sette cifre per spendere tempo con gente che pensa agli hedge funds (hedge significa “siepe” ma anche “ortica”, ndr) come a degli investimenti di orticoltura. «Una parola: cash» risponde con un sorriso Jonathan Rice, socio nel Private Clients’ Group del gigante della finanza globale Deloitte & Touche.
Le finanze dei calciatori si sono trasformate, nell’ultimo decennio, lo sport stesso è diventato business globale. Secondo la Deloitte & Touche, che pubblica l’Annual Review of Football Finance (400 sterline a copia, 30 se si è studenti, ndr), rivela che nel 2003-04, grazie ai crescenti introiti televisivi, allo sviluppo del merchandising e alle maggiori entrate al botteghino, i 92 top club inglesi hanno generato ricavi per oltre 1,75 miliardi di sterline. Stipendi e indennizzi di trasferimento dei calciatori di Premiership hanno superato il miliardo di sterline, e il giocatore medio ne guadagna circa 15.000 la settimana.
Quasi tutti gli allenatori approvano la nuova generazione di aziende di gestioni patrimoniali. «I giovani calciatori sono estremamente vulnerabili – afferma Graeme Souness, di fresco sollevato dalla panchina del Newcastle United – I giovani hanno bisogno di imparare, nel calcio e a stare al mondo». Secondo Paul Merson, ex stella dell’Arsenal che ha appena lasciato il calcio (ha chiuso al Tamworth, club di Conference, quinta serie inglese, allenato dall’amico Mark Cooper), i giocatori dovrebbero seguire corsi di gestione obbligatori e affidare i propri risparmi a management specializzati. «I giovani vengono pagati troppo e questo comporta problemi», dice con l’aria di chi ci è passato.
Fowler concorda. «Per i traders part-time, la mia regola è semplice – ammonisce il boss della Kraken – Chiudere la propria posizione ogni sera. Tanti pensano di sapere cosa accadrà in futuro, poi scoprono di possedere azioni di compagnie, come la Parmalat, senza valore. Così, se anche ci rimetti, non lo fai mai pesantemente. Come dico sempre ai miei clienti, grossi o piccoli, certe volte l’affare che non fai conta come quello che fai».
(Christian Giordano)

2 commenti:

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