venerdì, marzo 17, 2006

Pelé, il re bambino


FINALMENTE. Otto anni dopo la tragedia popolare vissuta in diretta dai duecentomila del Maracanã, il calcio brasiliano grida al mondo la propria forza. Lo fa mutando pelle, senza snaturarsi. Per non scoprirsi deve vestire più “all’europea” sul piano tattico, ma tecnica e mentalità sono quelle di sempre. E così il calcio diventa arte atletica, musica per gli occhi, poesia in movimento. Il futebol bailado è tutto in quegli apelidos scanditi a filastrocca, Didí-Vavá-Pelé, che in Italia ispireranno una strampalata canzoncina nazional-popolare che, ignorando la diversa pigmentazione del centravanti (Vavá), parlava di «tre brasiliani neri come chicchi di caffè».
«Dir-se-ia um rei, nao sei se Lear, se imperador Jones, se etiope. Racialmente perfeito, è un rei: o rei», aveva scritto Nelson Rodrigues sulla “Manchete Esportiva” del 3 marzo 1958. Anche il calcio stava per conoscere il suo re e, nella finale di Stoccolma, il mondo intero avrebbe assistito all’incoronazione.
I padroni di casa partono di gran carriera e dopo appena 3’ sono già in vantaggio. Tre-quarti destra dell’attacco svedese, combinazione Börjesson-Simonsson e da questi a Liedholm, che si trova a una ventina di metri dalla porta. Nonno “Liddas” (quasi 36 enne), che sfoggia una rasatura alla “Full Metal Jacket”, esito di una scommessa persa durante il torneo, avanza seminando la coppia centrale, formata da Bellini e Orlando, e di destro lascia partire un diagonale non proprio al fulmicotone ma preciso, che va a infilarsi nell’angolo alla destra di Gilmar. 1-0 per gli svedesi: il calcio è davvero imprevedibile. Fino a un certo punto.
Com’è accaduto spesso nella storia delle finali mondiali, anche stavolta entra in scena la particolare “maledizione” che colpisce chi ha in sorte di segnare per primo: era capitato alla Cecoslovacchia nel ’34, al Brasile nel ’50 e all’Ungheria nel ’54, capiterà ancora ai cecoslovacchi nel ’62, alla Germania Ovest nel ’66 e all’Olanda nel ’74.
La reazione degli auriverdes, che nella circostanza, per evitare confusioni con la divisa degli scandinavi, sfoderano una sgargiante maglia azzurra, è veemente e immediata. Alla ripresa del gioco, Garrincha si fionda sull’out destro e sferra una botta terrificante che si spegne sull’esterno della rete. L’illusione ottica fa gridare al gol ed è subito chiaro che per i nordici il resto della gara sarà tutt’altro che in discesa. Ancora sei minuti. La manovra di avvicinamento alla porta avversaria è lunga ed elaborata, nitida istantanea del modo di attaccare di quella grandissima squadra. Zagalo conquista e batte un corner, lo fa toccando corto per Didí, da questi a Vavá che sembra voler tirare. Vistosi chiuso, controlla la posizione dei suoi, vede e serve Zito, che innesca Garrincha, che come al solito agisce largo sulla destra. L’ala scatta alla sua maniera, si fa beffe del povero Bergmark e centra rasoterra a tagliare l’area. Il liberissimo Vavá, tecnica approssimativa ma istinto del gol senza pari, non perdona: 1-1. Da qui in poi, in campo ci sarà solo una squadra. Un minuto dopo, un imberbe ragazzino, Edson Arantes do Nascimento che in patria chiamano “Pelé”, si presenta al mondo: appena entra in area scocca una stilettata che lascia di sale Svensson. La palla sbatte però contro il palo.
Tra qualche leziosità di troppo e un pizzico di malasorte, il raddoppio brasiliano non arriva e così gli svedesi provano a uscire dal guscio, riuscendo anche a rendersi pericolosi, con Gren, fermato da un provvidenziale recupero di Zagalo. Ma al 32’ non ci sono santi che tengano, e la compagnia sudamericana regala il bis. Con gli stessi attori. Da Pelé a Zito a Garrincha: l’ala brucia Axbom e mette in mezzo un pallone teso. L’azione è la copia in carta carbone del pareggio e il puntuale Vavá non manca l’appuntamento. Svezia uno, Brasile due.
La formazione di casa prova a reagire, ma colleziona soltanto calci d’angolo: a fine primo tempo saranno 5 contro i 4 dei verdeoro. Nessuno quindi si fa illusioni, tra il pubblico. Non era accaduto dopo una bella iniziativa di Liedholm, preceduta da una gran parata di Svensson su Garrincha, e tanto meno succede dopo dieci minuti della ripresa, quando quel marziano di 17 anni e mezzo aggiusta la mira. Domato un cross di Nilton Santos dalla sinistra, il satanasso col numero dieci compie una magia che fa stropicciare gli occhi ai 50 mila del Rasunda e ai milioni di telespettatori sparsi nel globo terracqueo: pallonetto su Parling, finta a destra e, con un movimento che sembra quasi sgraziato, tocco a sinistra. Un capolavoro.
Ormai il Brasile fa accademia. Al 68’, l’ennesimo sfoggio di letteratura calcistica: sugli sviluppi di un calcio d’angolo, un pasticcio di Bergmark fa giungere la palla dalle parti di Zagalo che, a tre metri dalla porta, fulmina Svensson per il 4-1. A quel punto gli uomini di Feola cercano la gloria personale e a turno vanno a caccia del quinto gol. Che non arriva su rigore – Garrincha viene sbattuto giù appena messo piede in area – solo perché l’arbitro non se la sente di infierire, ma su azione, al 90’ e ancora con Pelé. Prima però la Svezia trova modo di consolarsi segnando il secondo gol. A realizzarlo, al 35’, è Simonsson, uno degli ultimi ad arrendersi, che, pescato da un sapiente lancio di Liedholm, anticipa Gilmar. Dieci minuti più tardi, tacco di Pelé per Zagalo, cross di ritorno e colpo di testa del futuro “O rei”: sul tabellone si legge 5-2. Maurice Guigue, secondo francese a dirigere la finale dopo Capdeville nel ’38, dice che può bastare. È un peccato, ma è l’unico modo di fermare un Brasile che s’illumina d’immenso.
Curioso il siparietto finale che vede coinvolto proprio il direttore di gara. Dopo la rete di Pelé, fischia la fine senza nemmeno far battere la palla al centro. Il motivo? Presto detto: vuole assicurarsi il pallone della gara, evidentemente presagendo che quell’incontro salterà a piè pari la Storia entrando direttamente nella Leggenda. La sua pantomima, letta con gli occhi di oggi, è esilarante e al tempo stesso rivelatrice. Prima finge di depositare il pallone sul dischetto al centro del campo, poi lo protegge con il braccio e comincia a correre verso gli spogliatoi. I giocatori brasiliani insorgono ma lui li semina saltandoli come birilli fino a che… Fino a che si imbatte contro Mario Américo, storico massaggiatore al seguito della Seleção, che lo placca in perfetto stile rugby e si impossessa del prezioso cimelio. E così i giocatori possono dare libero sfogo alla propria, irrefrenabile, gioia. Pelé piange come un neonato, Zagalo idem. Il Brasile ha lavato l’onta del Maracanã ed è finalmente, oltre che strameritatamente, Campione del mondo. Giustizia è fatta.
(Christian Giordano)

Il tabellino
Stoccolma (Rasunda), 29 giugno 1958
Svezia-Brasile 2-5
Brasile (4-2-4): Gilmar - D. Santos, Bellini, Orlando, N. Santos - Zito, Didí - Garrincha, Vavá, Pelé, Zagallo.
Ct: Feola.
Svezia: Svensson; Bergmark, Axbom; Börjesson, Gustavsson, Parling; Hamrin, Gren, Simonsson, Liedholm, Skoglund.
Ct: Raynor.
Arbitro: Guigue (Francia).
Marcatori: 3’ Liedholm, 9’ Vavá (B), 55’ e 90’ Pelé, 68’ Zagallo, 80’ Simonsson.
Spettatori: 49.737.

La chiave tattica è Zagalo
Il rotondetto oriundo napoletano Vicente Feola, ovviamente ribattezzato “O gordo”, il grasso, è un “Direitor Tecnico General” illuminato. Non si antepone alle sue innumerevoli stelle, anzi trova il modo di schierarle tutte. E vince. Quel modo ha tre nomi e un cognome che saranno centrali nella storia del calcio brasiliano e mondiale: Mario Jórge Lobo Zagalo (lo stesso che, divenuto Zagallo, con la Seleção farà poker vincendo da preparatore atletico Messico 70, da secondo del Ct Parreira USA 94 e da selezionatore Francia 98, ndr) entrato in squadra un mese prima del torneo al posto dell’infortunato Pepê. Grazie ai continui ripiegamenti e sganciamenti dell’esterno di sinistra, il modulo predisposto da Feola oscilla tra il più prudente 4-3-3 e il più offensivo 4-2-4. Benvoluto da tutti per il carattere accomodante, Feola compie la vera impresa prima ancora di cominciare la rassegna iridata, scremando lo sconfinato talento a disposizione fino a ricavarne 22 giocatori. Per l’undici iniziale, i tagli più dolorosi sono quelli riservati agli stanchi Joel e “Mazola”, al secolo José Altafini, biondo centravanti del Palmeiras così soprannominato, in patria (ecco spiegata l’unica “z”), per l’improbabile somiglianza col grandissimo Valentino. In difesa, in linea e a zona (anche se allora nessuno la chiama così), giostrano i centrali Bellini e Orlando, e sulle fasce i due Santos, Djalma a destra e Nilton a sinistra, passati alla storia del calcio come perfetti prototipi del terzino/ala. Non va però dimenticato che, durante il Mondiale, Djalma perde il posto in favore di Nilton de Sordi, riconquistandolo solo a causa di un banale infortunio occorso al titolare in semifinale contro la Francia.
(ch.giord)

Una Svezia all’italiana
Contro quel Brasile non c’era per nessuno. Nonostante l’incolmabile gap tecnico, però, la formazione degli anziani Nils Liedholm e Gunnar Gren, perni del gioco svedese, sa farsi onore, ricevendo alla fine la giustificata ovazione del pubblico di casa. Accanto ai due del celeberrimo trio milanista Gre-No-Li, il Ct (inglese) George Raynor schiera una vasta legione “italiana”: l’atalantino Bengt “Julle” Gustavsson in difesa, Kurt “Uccellino” Hamrin (da poco passato dal Padova di Rocco, con il quale era arrivato terzo, alla Fiorentina) e il genio del dribbling Lennart “Nacka” Skoglund (Inter) come esterni d’attacco. In porta gioca il leggendario Karl Svensson, che rinuncerà al professionismo (e alle sirene dei club inglesi) per restare vicino alla famiglia. Gli altri sono discreti comprimari, con una nota di merito per il terzino Orvar Bergmark (visto per un paio di mesi alla Roma nel 1962) e il veloce centravanti Agne Simonsson, di buona tecnica e abile sotto porta. Il secondo posto è un grande traguardo per una squadra che ha saputo andare perfino oltre il suo effettivo valore. Sotto il profilo tattico, Raynor fa le cose semplici. Il suo gioco è arioso e volto a cercare le ali, che a differenza di quelle brasiliane (più Zagalo, a sinistra, che Garrincha) sono pure e non tornanti e passa, inevitabilmente, per i due califfi del centrocampo, Gren e Liedholm.
(ch.giord)

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