venerdì, marzo 10, 2006

Lattek, il re è Udo


«Da giocatore sviluppi una specie di sesto senso per i vincenti. Lattek lo è». Parola di Franz Beckenbauer, la bandiera che al Bayern prima l’ha voluto per cominciare a vincere e poi l’ha cacciato per ricominciare a farlo. Stavolta senza un’altra ingombrante personalità a fare ombra al Kaiser.
Udo Lattek nasce il 13 gennaio 1935 a Bosemb, oggi Polonia, allora Prussia orientale. I primi passi di calciatore vero li muove nel 1953-54 al Marienheide. Dopo un anno è al Bayer Leverkusen, tre stagioni ai “farmacisti” poi quattro al Wipperfürth e tre all’Osnabrück. Da riserva in biancoviola, 3 presenze e un gol nel 1963-64, centra il miglior risultato della sua onesta carriera di ex attaccante arretrato a centrocampista: il sesto posto in Regionalliga Nord.
Già dal campionato successivo, l’ultimo prima del ritiro ma trascorso senza giocare, comincia a mettere a frutto gli studi in pedagogia. Allena part-time i ragazzini delle formazioni minori e dopo pochi mesi, nella primavera del ’65, accetta l’invito della Deutscher Fußball-Bund, la Federcalcio tedesca, per ricoprire analogo incarico nelle rappresentative giovanili. Da lì a fare l’assistente del Ct Helmut Schön in nazionale A il passo è breve.
L’avventura di allenatore dei grandi comincia il 14 marzo 1970, al Bayern Monaco come successore di Branko Zebec. Due anni prima lo slavo erede del connazionale Zlatko “Tschik” Chajkovski, che aveva gettato le fondamenta della squadra (Beckenbauer “libero” e Gerd Müller centravanti), aveva operato tagli draconiani agli ettolitri di birra permessi ai giocatori. La scelta, impopolare e da lui in primis disattesa, aveva pagato: campionato e Coppa di Germania Ovest ’68-69. Ma poi le due Bundesliga del Borussia Mönchengladbach di Hennes Weisweiler gli avevano bruciato il bonus. Il Bayern però era forte. All’asse centrale portiere-libero-centravanti, i grandissimi Maier, Beckenbauer e Müller, facevano contorno lo stopperone d’antan Hans-Georg Schwarzenbeck e il mediano dai gol importanti Franz “Bulle” Roth.
Letta col senno del poi e con un filo di dietrologia non gratuita, la scelta di quello semisconosciuto andava oltre il buon lavoro di Lattek nelle giovanili federali. Guarda caso, con lui nel ’70 firmano per i rossi di Baviera anche Uli Hoeneß e Paul Breitner, che si rimangiano l’impegno coi blu del Monaco 1860, l’altra squadra cittadina. E che dietro quel voltafaccia ci fosse il giovane ma già influente Beckenbauer, leader in campo e fuori, lo intisce pure un bambino. Rapida botta di conti: il famoso schiaffo rifilato nel ’58 al piccolo “Kaiser” Franz in un torneo Under 14 da un giocatore del “1860”, la cui identità mai è stata svelata, costerà all’allora primo club di Monaco tre futuri campioni del mondo.
Lattek coglie al volo l’importanza di andare d’accordo col totem Beckenbauer, di non offuscarne la debordante personalità, anzi di cavalcarne la leadership e al contempo dimostrargliene altrettanta. Il sottile gioco di equilibri sfocerà nel primo grande ciclo nazionale e internazionale dei bavaresi.
Alla prima stagione intera con Lattek, il 19 giugno 1971, davanti ai 71 mila del Neckarstadion di Stoccarda arriva la Coppa di Germania Ovest: 2-1 in finale al Colonia con gol al 102’ di Edgar Schneider (entrato al 68’ per Roth) dopo il botta e risposta fra Bernd Rupp (13’) e Beckenbauer (53’) nei 90’ regolamentari.
In Bundesliga però il Bayern prima di laurearsi campione deve inchinarsi due volte all’odiato Borussia Mönchengladbach: per 4 punti nel ’70, per 2 nel ’71. Poi tre campionati consecutivi (’72, ’73, ’74) e l’agognata Coppa dei Campioni, la prima di un club tedesco.
Allo stadio Heysel di Bruxelles, il 17 maggio 1974, finale ripetuta dopo l’1-1 thrilling di due giorni prima (Luis Aragonés al 114’, Schwarzenbeck al 119’), il Bayern annichilisce l’Atlético Madrid: 4-0 con doppiette di Uli Hoeneß e Müller. Neanche due mesi dopo, il 7 luglio, mezza squadra (Maier, Schwarzenbeck, Breitner, Beckenbauer, Müller e Hoeneß) diventerà campione del mondo nel suo stadio, l’Olympiastadion di Monaco, battendo in rimonta 2-1 l’Olanda del calcio totale.
Lasciata agli spagnoli la trasvolata oceanica per la coppa Intercontinentale, la stagione successiva Lattek, stavolta suo malgrado, inscena un colpo di teatro che diverrà una costante della sua carriera: andarsene dopo aver raggiunto il top. Il 2 gennaio 1975 il club lo mette alla porta e due settimane dopo lo rimpiazza con Dettmar Cramer, che su quella panchina raccoglierà due Coppe dei Campioni consecutive. Udo, invece, a luglio approda addirittura agli allora rivali storici del Bayern: il Borussia Mönchengladbach neocampione di Germania Ovest. E lì ricomincia a vincere.
Fine psicologo, cultore della tattica, fautore di un calcio aggressivo, Lattek trova terreno fertile nel grande collettivo assemblato in undici stagioni da Weisweiler. Non ama il gioco speculativo ma dietro preferisce coprirsi perché «Die Deckung hat Angst vor ihrem schwachen Torwart. Deshalb spielt sie so gut», la difesa gioca meglio se non si fida del portiere. Ma a differenza del predecessore, andato a miracol mostrare a Barcellona, alla corte di Johan Cruijff, che presto lo farà esonerare, Lattek è più elastico.
Nonostante l’aspetto austero, è uno che sa abbozzare e la squadra lo premia: due Bundesliga (1976 e ’77), la Supercoppa di Germania Ovest 1975-76, con la finale disputata in via “non ufficiale” l’8 gennaio 1977 al Volksparkstadion di Amburgo con i padroni di casa sconfitti per 2-3, e soprattutto due finali europee. La prima in Coppa dei Campioni, persa 3-1 a Roma il 25 maggio ’77 contro il Liverpool (Terry McDermott al 28’, pareggio tedesco del danese Allan Simonsen al 52’, Tommy Smith al 64’ e rigore di Phil Neal); la seconda nella Coppa UEFA 1978-79, trofeo già vinto da Weisweiler nel 1975 e che gli uomini di Lattek – privi della stella Rainer Bonhof, passato l’anno prima al Valencia – bissano superando la Stella Rossa (1-1 al Marakana di Belgrado 1-1, vantaggio serbo di Sestic al 21’ e autogol di Jurisic al 60’, 1-0 su rigore di Simonsen al 15’ al Rheinstadion di Düsseldorf).
Come ai tempi del Bayern, con la squadra che torna in finale l’anno successivo (stavolta per perdere il derby tedesco con l’Eintracht Francoforte), Lattek è già partito. La nuova sfida si chiama ancora Borussia, ma è in Westfalia e al biancoverde dei Colts sostituisce il giallonero del Dortmund. Dura meno di due anni: al sesto posto del 1979-80 segue il settimo della stagione successiva, che però Lattek conclude in anticipo: il 10 maggio.
Un mese e mezzo dopo è già in ritiro con il Barcellona. Sostituisce Helenio Herrera, promosso (?) a general manager e fatalmente destinato a pestarsi i piedi con il nuovo arrivato. Non sono tempi felici per i blaugrana. Alla buona notizia della raggiunta quota di 100 mila soci il club deve affrontare il rapimento del tre volte “Pichichi” Enrique Castro “Quini” (24, 20 e 26 reti dal ’79-80 all’81-82) e l’anonimato in campionato. Per fortuna c’è l’Europa, dove Lattek diventa il primo allenatore a vincere le allora tre grandi manifestazioni continentali, per di più con tre club diversi. A Coppa dei Campioni e Coppa UEFA, il 12 maggio 1982 nella sua bacheca aggiunge la Coppa delle Coppe battendo 2-1 (Simonsen al 2’ di recupero, 63’ Quini, 8’ Vandersmissen) al Camp Nou lo Standard Liegi. Ma sarà il suo unico acuto in Catalogna. Persa la Supercoppa Europea contro l’Aston Villa, che ribalta lo 0-1 dell’andata vincendo 3-0 a Birmingham, la squadra di Diego Armando Maradona e Bernd Schuster annaspa e l’esonero diventa realtà il 3 marzo 1983. Arriva l’argentino che a Baires 78 aveva lasciato a casa el Pibe: César Luis Menotti.
Udo allora torna a casa, al Bayern. E ritrova il tocco magico. I bavaresi vincono subito la coppa di Germania (7-6 ai rigori dopo l’1-1 dei 90’ regolamentari) contro il Mönchengladbach, e fanno il bis nell’85-86, 5-2 allo Stoccarda. La Bundesliga torna loro nel triennio 1985-86-87, dominio che porta a 8 i titoli nazionali di “Herr” Lattek, il cui unico cruccio è la seconda Coppa dei Campioni. Ci va vicinissimo a Vienna il 27 maggio ’87, ma gliela sfila il Porto di Artur Jorge, che gli dà scacco matto col “Tacco di Allah” Rabah Madjer. Al vantaggio di Kögl, l’algerino replica in 2’ con la prodezza dell’assist per Juary: 2-1 e trofeo per la prima volta ai Dragões.
La carriera di Lattek finisce lì. L’anno dopo Udo è il direttore tecnico del Colonia, ma non fa per lui. Diventa commentatore tv, poi torna in panchina, allo Schalke 04 nel ’92 (fino al 17 gennaio ’93) e al capezzale del Dortmund nel 2000 (dal 16 aprile al 30 giugno), 21 anni dopo la sua prima esperienza in Westfalia: salvezza raggiunta, ma senza convinzione. Beckenbauer, come sempre, aveva ragione coi vincenti. Se non lo sei o non ti ci senti più, meglio smettere.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

Lattek da Campioni

Nel 1973-74 la prima Coppa dei Campioni vinta da un club tedesco premia un Bayern equilibrato e ricco di individualità. In porta una sicurezza, Josef “Sepp” Maier. Difesa “all’italiana”: lo stopper Hans-Georg Schwarzenbeck, uno che fa paura a guardarlo, fa da guardia del corpo a sua maestà Franz Beckenbauer, battitore libero, in realtà regista arretrato; sulle fasce Johnny Hansen e il giovane Paul Breitner, terzino sinistro solo di nome. I tre centrocampisti – Franz Roth, Rainer Zobel e Hans-Josef (Jupp) Kapellmann – corrono per sei, e il primo vede la porta, soprattutto nelle finali. In avanti Gerd Müller, implacabile negli ultimi 16 metri, è il logico terminale offensivo per le ali, il tornante svedese Conny Torstensson e Ulrich (Uli) Hoeneß, travolgente nelle percussioni, nel dribbling e nelle conclusioni.
Il Borussia Mönchengladbach più forte e spettacolare è quello della famigerata “Partita della lattina” (in casa contro l’Inter, secondo turno di Coppa dei Campioni 1971-72), ma anche quello di Lattek (1975-79) non scherzava. La partenza per il Real Madrid nel ’73-74 di un fuoriclasse come il poderoso centrocampista Günter Netzer investe del ruolo di leader il piccolo grande attaccante danese Allan Simonsen, Pallone d’oro 1977.
Vincitori di due Bundesliga (’76 e ’77), finalisti di Coppa dei Campioni 1976-77 e vincitori della Coppa UEFA 1978-79, i Colts – per la prolificità offensiva – con Lattek cambiano gli uomini non l’impostazione di Hennes Weisweiler. In porta Wolfgang Kneib; retroguardia con Hans Hubert “Berti” Vogts, Wilfried Hannes, Franck Schäffer e Norbert Ringels, ex centrocampista riciclato a terzino sinistro; mediana con Winfried “Winnie” Schäfer, futuro allenatore giramondo, la star Rainer Bonhof (Christian Kulik), Carsten Nielsen (Dietmar Danner) e Horst Wohlers (Rudi Gores); e il duo Allan Simonsen-Ewald Lienen di punta. Bayern Monaco e Borussia Mönchengladbach: il calcio tedesco che a metà anni 70 domina in Europa è sempre suo. Udo alla meta.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo


La scheda di UDO LATTEK
Nato: 16-1-1935, Bosemps (Polonia)
Nazionalità: tedesca
Ruolo: attaccante, poi centrocampista
Club da giocatore: Marienheide (1953-54), Bayer Leverkusen (1955-58), Wipperfürth (1958-62), Osnabrück (1962-65)
Club da allenatore: Wipperfürth, Bayern Monaco (14-3-1970 - 2-1-1975), Borussia Mönchengladbach (1975-79), Borussia Dortmund (1979 - 10-5-1981), Barcellona (Spagna, 1981 - 3-5-1983), Bayern Monaco (1983-87), Schalke 04 (1992 - 17-1-1993), Borussia Dortmund (19 aprile - 30 giugno 2000)
Palmarès da allenatore: 8 Campionati tedesco-occidentali (1971-72, 1972-73, 1973-74, 1975-76, 1976-77, 1984-85, 1985-86, 1986-87), 3 Coppa di Germania Ovest (1970-71, 1983-84, 1985-86), 1 Coppa dei Campioni (1973-74), 1 Supercoppa di Germania Ovest (1975-76; edizione non ufficiale), 1 Coppa UEFA (1978-79), 1 Coppa delle Coppe (1981-82)
Panchine in Bundesliga: 521 (282 vittorie, 130 pareggi, 109 sconfitte)
Club da Dt: Colonia (1987-88, 1990-92)
In Nazionale giovanile: assistente del Ct Helmut Schön (1965-70)

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