venerdì, marzo 10, 2006

Il ruggito del Lione


VINCERE aiuta a vincere. Chi più spende meno spande. Eccola, la formula-Lione del presidente Jean-Michel Aulas, un “vincente” che dal 1987 guida la società divenuta modello per l’Europa intera. Da almeno quattro anni l’OL gioca il miglior calcio continentale, solo che dal 3-0 casalingo al Real Madrid nella prima giornata della Champions League 2005-2006, se ne sono accorti tutti. Anche i più scettici.
Non pochi sin da quando, il 3 agosto 1950, l’Olympique fu fondato. Fino a poche stagioni fa i ragazzini della sonnolenta seconda metropoli di Francia tifavano sì Olympique, Marsiglia però. A Lione l’allenatore era Jean Tigana, i successi pochi come la pressione, anche perché i media locali non sono feroci come quelli parigini e marsigliesi. Poi Aulas s’è messo in testa un’idea meravigliosa: gestire il club come le sue aziende, del settore informatico e non solo. Con un occhio particolare al marketing e al merchandising, al futuribile ingresso in Borsa e alla richiesta alla municipalità per nuovo stadio da 60 mila posti (18.500 in più del Gérland, la metà di quelli necessari a soddisfare le richieste per la gara di Champions league col Real Madrid) e una politica così aggressiva da rendere lui e il club lontani dalla tifoseria “lyonnais”, che non vi si identifica, oltre che dal resto della Francia, paese storicamente localizzato anche nella passione calcistica.
All’epoca la società era in Seconda divisione e temeva addirittura per la leadership cittadina, dato che il Lyon-Duchère, in terza serie, ambiva alla promozione e raccoglieva crescenti simpatie. A salire di categoria, invece, fu la squadra di Aulas, che da allora non s’è più fermata fino a raggiungere, nel nuovo millennio, il dominio assoluto che in patria le ha portato la Coppa di Lega 2001, quattro titoli nazionali filati (2002-2005) col quinto – record assoluto nel campionato transalpino – ormai in bacheca a meno di rovesci tanto clamorosi quanto improbabili. Una supremazia che ha portato il bisettimanale "France Football" a titolare una cover-story «L’OL è troppo forte per la Ligue 1?», e nemmeno paragonabile alle altre due dinastie capaci di calare il poker consecutivo in campionato: il Saint-Étienne (dal 1966-67 al 1969-70) e l’OM della presidenza Bernard Tapie (dal 1988-89 al 1991-92), che in realtà vinse anche il quinto, nel 1992-93, poi revocato per il noto scandalo-Valenciennes).
A gettare le basi della squadra che oggi dà lustro al miglior club calcistico di Francia fu Bernard Lacombe, ex attaccante della nazionale (38 gare, 12 gol) nato a Lione il 15 agosto 1952. Da giocatore vinse 3 campionati e una Coppa francesi col Bordeaux e con i “Bleus” l’Europeo ’84. All’OL rimase dieci anni (1968-78) e vinse la Coppa di Francia ’73. Vi tornò da ds (1988-96) e poi da allenatore (1996-2000) e da allora è il braccio destro di Aulas per le cose calcistiche. È grazie anche alle sue intuizioni che dal brutto anatroccolo che era, capace di vincere in mezzo secolo di storia “solo” 3 Coppe (1964, 1967, 1973) e la Supercoppa (1973) di Francia, nello splendido – e spesso altero – cigno che in un quinquennio, oltre all’ormai certo 5° titolo in fila di Ligue 1, ha messo in bacheca altre 4 supercoppe francesi (2002-2005) e la Coppa di Lega 2001.
Ma la vera grandezza del progetto OL ha dimensioni più vaste dei meri confini nazionali. Uno come Aulas non può che pensare in grande, e per farlo scandaglia il mondo, in particolare il Brasile e l’Africa, subcontinenti che costituiscono una inesauribile vena di talenti per chi ha fiuto, soldi e un’efficace rete di scouting e recruiting. Strumenti e professionalità che al Lione abbondano. E che consentono al club di vincere quasi a prescindere dai giocatori e dagli allenatori, che anzi contribuisce, a seconda dei casi, a formare, confermare o rilanciare, da quelli della nouvelle vague come Tigana (ora al Besiktas) o Paul LeGuen (che adesso può permettersi di scartare la Lazio e far sospirare i Rangers), ai guru della panchina come Jacques Santini (divenuto Ct dei “coqs” e ora all’Auxerre del dopo-Roux) o Gérard Houllier (5-trofei-5 col Liverpool nel 2001).
Nella rosa attuale il fiore all’occhiello è Juninho detto Pernambucano per distinguerlo dall’omonimo Paulista. Brasiliano atipico (è di Recife, e nel locale Sport è cresciuto calcisticamente) per carnagione e tipo di gioco, juninho fa della classe coniugata alla sostanza e acomportamenti mai sopra le righe il proprio marchio di fabbrica. In patria è stato per sei anni l’idolo del Vasco da Gama, per definizione la squadra di Romário, ma voleva l’Europa e il padre-patron Eurico Miranda non aveva i mezzi economici per negargliela. Così il gioiello che ha portato alla formazione allenata da Antônio Lopez due Brasileirão (1997 e 2000), la Copa Libertadores 1998 e la Copa Mercosur 2000) è stato il primo ad avvalersi della cosiddetta legge-Pelé, equivalente brasiliano della nostra Legge 91. E anche così che club di seconda fascia europea come PSG e OL – che solo nel 2002 ha raggiunto i parigini nel G-14, il Gotha del calcio continentale – sono arrivati per primi su diamanti grezzi quali Ronaldinho e Juninho.
Lo stesso è accaduto con il 21enne centravanti Honarato Da Silva “Nilmar” del Corinthians, subito esploso l’anno scorso in Champions League (4 reti) ma poi rientrato (in prestito) all’ovile dove ha appena vinto il Brasileirao e segnato 6 gol. Il ragazzo è giovane e in Francia non si è ambientato ma si farà. Come Fred, che nello stesso torneo ha realizzato 10 reti ma con il Cruzeiro, dove segnava e basta. All’OL dovrà imparare a giocare di squadra. E non è un caso che Houllier lo abbia subito impiegato accanto all’ariete John Carew, lontano parente del mediocre perticone visto alla Roma, salvo poi proporli in alternanza nei due match-chiave d’inizio stagione: Carew titolare contro il Real Madrid in Champions League, Fred nel 2-0 al PSG in campionato. Morale: il primo bolla al Bernabéu, entrambi aprono (al 5’ Fred) e chiudono (al 93’ Carew) al “Gérland” il discorso contro Pauleta e compagni: qualificazione agli ottavi in Coppa e titolo nazionale già in tasca.
Giocatore norvegese del 2005, Carew è bravo a proteggere palla e spalle alla porta (memorabile in tal senso il gol di tacco rifilato al portiere madridista Casillas), mentre il più tecnico Fred è un opportunista da area di rigore. Sono entrambi funzionali nell’attacco che Houllier predilige: e cioè a una punta (mobile come Fred o statica come Carew) con due esterni tecnici e veloci come Govou e il mancino puro Florent Malouda. In porta, la sicurezza Coupet, che dall’arrivo del preparatore dei portieri Joël Bats, ex “gardien” dei Bleus, è diventato qualcosa di più del vice-Barthez in nazionale. La difesa è in linea e a quattro con due terzini complementari, l’elegante Anthony Réveillère e il promettente Sylvain Monsoreau, e la coppia centrale brasiliana formata da capitan Claudio Caçapa e “Cris”, sorta di Vierchowod meno veloce ma altrettanto forte di testa, anche in zona-gol. La mediana, oltre che sulla lucida regia di Juninho conta sulle geometrie dello strapagato Tiago e sul lavoro oscuro di Mahamadou Diarra. Il portoghese, ex grande promessa di Benfica e Chelsea, non ha il lancio da 40-50 metri di Benoît Pedretti, retrocesso a illustre panchinaro per l’idiososincrasia a recuperar palloni (difetto già mostrato al Sochaux, dove la sqwuadra era lui e all’OM, dove più che sul gioco si punta suille individualità), ma fornisce la qualità che, unita alla quantità assicurata dal fisico e dalla corsa del maliano, rendono il reparto fra i migliori d’Europa e l’ideale rampa di lancio per i tre davanti. Che devono funzionare, perché incalzati da arzilli “vecchietti” come Sylvain Wiltord o da scalpitanti gioiellini quali Pierre-Alain Frau e Hatem Ben Arfa (squadra B). È il sistema Lione. In campo e fuori: tutti importanti, nessuno insostituibile. In Francia non fa più notizia, in Europa quasi.
(Christian Giordano)

La regina Lyon
Dal 1998 per l’UNESCO 500 ettari del centro sono patrimonio mondiale dell’umanità. Giustizia è fatta per il capoluogo del Dipartimento del Rhône-Alpes, secondo agglomerato urbano (169 m slm, 445.452 abitanti) e capitale gastronomica della Francia. Lione, fondata “Lugdunum” dai Romani, è descritta come industriosa ma anonima metropoli, nonostante l’importante valore artistico e culturale, e invece riserva piacevoli sorprese. Per scoprirle si può cominciare dal centro storico, stretto tra la collina di Fourvière (e i suoi teatri romani) e la sponda destra della Saona; o dalla penisola (“presqu’île”) tra Saône e Rodano, i fiumi che confluiscono a sud, e i quartieri novecenteschi. Senza nulla togliere ai siti archeologici, ai musei gallico-romani e ai grandi spazi della città moderna, la vera “Lyon” è sulla collina della Croix-Rousse, anch’essa sotto tutela dell’UNESCO: qui vivevano i “Canuts”, artigiani della seta famosi per le 4 rivolte (1831, ’34, ’48, ’85) i cui successori espongono alla Maison de Canuts. Quegli appartamenti, i cui alti soffitti consentivano di sistemarvi le ingombranti macchine tessili, ospitano immigrati provenienti dagli ex possedimenti coloniali e studenti: un “melting-pot” culturale ideale per un quartiere dalle atmosfere quasi mediterranee. Un dedalo di viuzze in pietra, scalinate, vicoli e “traboules”, termine dialettale (dal latino “trans ambulare”, passare attraverso), che indica i passaggi ricavati nelle abitazioni nella città vecchia (dopo Venezia, la più ricca di edifici rinascimentali) per accedere da una via all’altra e ai caratteristici ristoranti “bouchon”. Più recenti i “murs peints”, i muri dipinti a partire dagli Anni 80 su iniziativa di due consorzi di artisti della zona, ispirandosi a storia, cultura e tradizioni cittadine. Per la sua posizione (a un’ora di auto dalle Alpi francesi, è la porta di accesso per le località sciistiche, ma dista “solo” 3 ore e, con il TGV (il treno ad alta velocità) appena 2 da Parigi. E tramite lo scalo internazionale Saint Exupéry, è raggiungibile da tutta l’Europa. Specie da quando a conquistarla ci prova un grande OL.
CHRISTIAN GIORDANO

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