venerdì, marzo 17, 2006

Olanda '74, la Rivoluzione incompiuta


SONO trascorsi oltre trent’anni dalla rivoluzione del Calcio Totale, il vento nuovo che, come ogni rivoluzione, scommetteva tutto sull’Idea e sulla sua forza di imporsi e di diffondersi. Vincere divertendo, l’affascinante scommessa. Parzialmente ma difficilmente riproducibile.
Pronti-via, con 15-tocchi-15 (Cruijff-van Hanegem-Neeskens-Krol-Rijsbergen-Haan-Suurbier-Haan-Rijsbergen-Haan-Cruijff-Rijsbergen-Krol-van Hanegem-Neeskens-Rijsbergen-Cruijff) l’Olanda tiene palla ma non guadagna metri. Il Papero d’oro allora rompe gli indugi, parte palla al piede e innesta il turbo, lasciando sul posto Vogts. L’olandese entra in area e da dietro lo stende Hoeness, accorso in raddoppio. Jack Taylor è tanto vicino quanto coraggioso e dopo appena 53” di gioco fischia il rigore per gli ospiti. È il primo penalty assegnato in una finale mondiale. Ai tempi, mancando l’invasiva e invadente presenza delle Pay-Tv, la lettura del labiale è esercizio poco praticato e capitan Beckenbauer può permettersi di mandare a quel paese Taylor a modo suo: «You are an Englishman!», sei proprio un inglese, che, detto da un tedesco a un cittadino della Perfida Albione, suona peggio dell’italicissimo «vaffa» riservato in quel torneo da Chinaglia al Ct Valcareggi che lo aveva sostituito durante Italia-Haiti. Sul dischetto va Johan II, Neeskens. La sua battuta è forte e centrale, Maier ne rimane fulminato: 1-0 per l’Olanda.
I piani tattici della vigilia sono già carta straccia. Tutti meno uno, la marcatura di Vogts su Cruijff. Dopo 3’25” il duello ha già prodotto troppe scintille e “Big Jack” non ci sta. L’asso olandese è un osso duro e per morderlo il cagnaccio tedesco deve stenderlo due volte in 120”, più che sufficienti anche per un arbitraggio forzatamente “all’inglese” come quello del Collina dell’epoca: semaforo giallo per Vogts. Tutto fa pensare a una gran partita, ma la gara si addormenta. Assorbito il colpo del subitaneo svantaggio, la Germania Ovest non si perde d’animo e comincia a riorganizzarsi. Fra i teutonici monta la rabbia, non il nervosismo, che invece inizia a pervadere gli arancioni.
Al 23’ c’è un contrasto al limite dell’area olandese tra il centravanti Müller e il suo marcatore Rijsbergen. Ha la peggio il difensore, che resta a terra dolorante. Müller ha qualcosa da ridire e protesta mentre passa accanto a van Hanegem. Appena il tedesco gli dà le spalle, “der Kromme” – il Gobbo, come lo chiamano i tifosi del Feyenoord per la sua caratteristica andatura ricurva – gli molla una spintarella. Gerd accentua clamorosamente l’entità dell’impatto e cade come tramortito. Il telecronista inglese, scandalizzato, ne bolla il comportamento con un inequivocabile «very unprofessional, very ungentlemanly», per nulla professionale e parecchio antisportivo. Bilancio: Müller impunito e van Hanegem ammonito, ma qui urge spiegazione. Durante la Seconda Guerra Mondiale il povero Wim aveva perso quattro quinti della famiglia: padre, sorella e due fratelli, tutti sterminati dai nazisti. Per lui quella contro i tedeschi non poteva essere una partita come le altre. Al 25’ altra svolta. Neeskens sfonda a destra e mette in mezzo, i bianchi intercettano e ripartono. La manovra si sviluppa secondo il classico asse Beckenbauer-Overath, da questi per Hölzenbein sull’out di sinistra. Breitner depista in sovrapposizione, intanto l’ala intravede un varco e vi si infila. Dalla trequarti, la sua progressione si fa irresistibile e la difesa olandese ha il torto di non chiudere in tempo. Al tedesco non pare vero e appena vede l’ingenuo Jansen tendere la gamba per contrarlo, trascina ad arte la propria e “cerca” il contatto. Rigore bis. E 1-1 dell’implacabile Breitner, il più «olandese» dei bianchi. Jongbloed (senza guanti!) nemmeno accenna il tuffo. Ma si riscatta nove minuti dopo e su chi non ti aspetti. Al 34’ Vogts abbandona Cruijff per cercare gloria in attacco. Scambio volante con Müller e, solo soletto davanti al portiere, bordata a mezza altezza sulla quale il tabaccaio (la vera professione del “portiere matto”) si supera. Punizione a pallonetto di Beckenbauer dal limite, Jongbloed alza sopra la traversa. Botta di Hoeness che il numero 8 giallo canarino neutralizza in collaborazione con Rijsbergen.
Adesso è la Germania a fare paura. Attacca con sei-sette uomini alla volta, e fatalmente presta il fianco al contropiede olandese, che però ha le polveri umidicce. Come quando Cruijff se ne va, inseguito da “Kaiser” Franz Beckenbauer, prima di servire Rep sulla sinistra, ma il biondo attaccante sparacchia addosso a Maier. La partita ha un momento di stanca e, quando tutti pensano all’intervallo, ecco il botto. 44’: Bonhof si invola sulla destra e mette in mezzo rasoterra. A centro area, Müller è il più lesto di tutti. Sbaglia lo stop ma la palla gli resta lì e con quel baricentro bassissimo gli basta un battito di ciglia per girarsi e battere a rete anticipando Krol e Haan. Jongbloed resta in piedi, si volta e guarda la sfera rotolare lentamente verso l’angolino di destra. 2-1. Al duplice fischio di Taylor, van Hanegem tira stizzito la palla contro l’arbitro che però se la prende con l’incolpevole Cruijff. Questi, adamantino di suo, ne approfitta per togliersi qualche sassolino dagli scarpini. Ne viene fuori un’interminabile pantomima che porta all’inevitabile ammonizione al capitano olandese. Tutto questo a gioco fermo, mentre i ventidue e la terna si avviano verso gli spogliatoi.
Michels tenta il tutto per tutto, ma per rimpiazzare lo spento Rensenbrink sceglie René van de Kerkhof anziché Keizer. Schön invece lascia tutto com’è. Il secondo tempo scorre via con la Germania Ovest padrona del campo. L’Olanda attacca – non ha scelta – ma la sensazione è che si potrebbe giocare per una settimana senza che gli arancioni riescano a realizzare lo straccio di un gol. L’impassibile Ct teutonico azzecca la mossa della vita (Vogts su Cruijff), e la giornata-no del numero 14 più famoso al mondo lo trasforma in mago. L’Olanda tiene palla ma non punge, anzi rischia il terzo gol. Che Müller segna anche, ma inutilmente per via di un inesistente fuorigioco. Inoltre ci sarebbe un rigore – netto – del solito Jansen sul solito Hölzenbein, fotocopia dell’azione dell’1-1 ma a fasce invertite. Triplice fischio di Taylor, Müller si inginocchia e si porta le mani sul volto prima di levare le braccia al cielo. Non ci credeva nessuno, forse nemmeno lui: la Germania Ovest è campione del mondo.
In tribuna d’onore Beckenbauer alza la prima Coppa FIFA. Sipario. La generazione di fenomeni crolla sul più bello e, dopo aver deliziato pubblico e critica, torna a casa a mani vuote. Nel calcio succede. Come vent’anni prima alla grandissima “Aranycsapat” di Puskas & C., stavolta tocca all’Arancia Meccanica cedere alla maggiore concretezza teutonica. E senza nemmeno il legittimo sospetto del doping. La sfida di quell’indimenticabile 7 luglio a Monaco, Il Nuovo contro la Tradizione, era la contrapposizione di due concezioni del calcio e della vita, la formica contro la cicala. La vinsero i tedeschi. Ma per dirla alla Sacchi, quell’Olanda, come la Grande Ungheria del ’54, non ha avuto bisogno di vincere per convincere.
(Christian Giordano)

Il tabellino
7 luglio 1974, Monaco (Olympiastadion), ore 16
Germania Ovest-Olanda 2-1 (2-1)
Germania Ovest (4-3-3): Maier - Vogts, Beckenbauer, Schwarzenbeck, Breitner - U. Hoeness, Bonhof, Overath - Grabowski, G. Müller, Hölzenbein.
Ct: Helmut Schön.
Olanda (4-3-3): Jongbloed - Suurbier, Haan, Rijsbergen (De Jong dal 68’), Krol - Jansen, Neeskens, van Hanegem - Rep, Cruijff, Rensenbrink (R. van de Kerkhof dal 46’).
Ct: Rinus Michels.
Arbitro: Jack Taylor (Inghilterra); guardalinee: Ramón Ruíz Barreto (Uruguay), Alfonso González Archundia (Messico).
Marcatori: 2’ Neeskens (O) rig., 26’ Breitner (GO) rig., 44’ Müller (GO).
Spettatori: 78.000 circa.

Schön dà scacco a Michels
La nidiata di fuoriclasse nati per un capriccio del Caso nello spazio di pochi anni (dal ’43 di Keizer al ’51 di Rep), ha rivoluzionato il calcio, con l’Ajax prima e con la Nazionale “oranje” poi. L’Ajax e, successivamente, l’Olanda che il duro “Generale” Rinus Michels aveva plasmato su misura di quei talenti straordinari, giocavano così perché avevano Suurbier e Krol sulle corsie esterne, Haan e Neeskens a centrocampo, Rep e Keizer (riserva in Nazionale del più giovane Rensenbrink dell’Anderlecht) alle ali. E naturalmente Cruijff, il più grande. Nella finale, il Ct Michels, amante della disciplina e bravo nel preparare i match, dimostra di non essere altrettanto abile nel correggerli in corsa. Contro la scaltra Germania che, beninteso, è farcita di campioni, gli olandesi sono vittime della propria forza, il possesso palla. Schön, uomo legato al calcio antico, si mostra più elastico del collega lasciando sì ampio spazio ai senatori (che fanno fuori Netzer), ma cambiando quando la situazione lo richiede. A inizio torneo rinuncia all’estro di Cullman preferendogli la continuità di Bonhof, decisivo per tutto il mondiale, finale compresa. A differenza della presuntuosa Olanda, i tedeschi occidentali sanno mutare pelle per adattarsi all’avversario. Bloccato Cruijff, ispiratore di ogni manovra, il gioco è fatto. E così il combattente Vogts, che con le buone ma soprattutto con le cattive lo tiene a bada, diventa uno degli eroi della partita. Sulle fasce, dove l’Olanda poteva creare i pericoli maggiori, il Ct si cautela con il doppio asse Bonhof-Grabowski e Breitner-Hölzenbein, coadiuvati dal più mobile Hoeness a destra e dal «cervello» Overath a sinistra. In attacco, il rapinatore d’area Müller fa reparto da solo ed è maestro nel proteggere la palla per far salire la squadra. La linea difensiva fa paura con l’armadio Schwarzenbeck, capace di insospettabili finezze di tocco, e suscita ammirazione con sua maestà Beckenbauer, vero regista arretrato. La manovra germanica è semplice: nasce da Kaiser Franz, cresce attraverso Breitner e/o Overath e prosegue sulle fasce o verticalizzando per le sponde dell’unico terminale offensivo. Una corazzata.
(ch.giord)


I Beatles del pallone
Capelli lunghi e passaggi corti, la Beat Generation del calcio. Difendevano dall’area avversaria e attaccavano dalla propria. Tenevano conferenze stampa multilingue. Indossavano divise mai viste prima. In ritiro portavano mogli, fidanzate, amichette. Il mito della Grande Olanda non è stato solo Calcio Totale e Cruijff. È stato un modo nuovo di concepire il football. In campo e fuori. Grande preparazione fisica, tecnica e velocità, tattica innovativa (difesa “alta”, in linea e a zona, pressing e fuorigioco), intercambiabilità di ruoli e di posizioni. Fine della specializzazione o, meglio, inizio della iperspecializzazione in ogni ruolo. Terzini che facevano le ali, attaccanti che rientravano in difesa, squadra “corta” ma capace di coprire tutto il rettangolo di gioco. Un calcio straordinario, quello olandese della prima metà degli Anni 70, che avrebbe meritato più fortuna a livello di nazionale (seconda dietro i padroni di casa a Monaco nel ’74 e a Baires nel ’78, rocambolescamente terza a Belgrado nel ’76). Quella arancione è stata un’autentica rivoluzione culturale. Schemi fissi nei 90’, fuori dagli schemi nella vita. Tutti hanno cercato di imitarla, nessuno c’è riuscito. L’errore, ancora oggi diffuso, fu ritenere il Calcio Totale una scuola, il modulo (4-3-3) la causa anziché l’effetto. In realtà di totale c’era la classe, unica e quindi irripetibile, di una generazione di fenomeni.
(ch.giord)

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