sabato, marzo 18, 2006

Platini, le Roi c’est moi

Nella vita, a volte, la storia cambia per caso o per un colpo di fortuna. O per entrambi. Il 23 febbraio 1982 la Rai trasmette da Parigi la diretta di Francia-Italia.
A seguirla in tv, nella sua casa in collina a Torino, c’è anche Gianni Agnelli. Che al Parco dei Principi vede il numero dieci di casa dominare (2-0, suo il gol del vantaggio al 19’) gli azzurri e in particolare il campione juventino deputato a marcarlo, Marco Tardelli. Quel numero dieci si chiama Platinì, con l’accento sull’ultima sillaba, alla faccia delle sue origini piemontesi. E proprio in Piemonte, fortissimamente voluto dall’Avvocato, sarebbe presto diventato il più forte giocatore francese, uno dei grandi di sempre. Il più italiano di Francia o il più francese d’Italia. Per tutti: “le Roi”.

GLI INIZI
Michel Francois Platinì nasce il 21 giugno 1955 all’ospedale Génibois di Jœuf, in Lorena, piccolo centro di 11 mila abitanti nel dipartimento della Meurthe-et-Moselle. È il secondo figlio di Aldo e Anna, ristoratori di origini italiane assai abili nel cucinare la pasta. Francesco Platìni, il nonno paterno di Michel, aveva lasciato le campagne di Agrate Conturbia, nel novarese, e si era trasferito nel nord della Francia in cerca di fortuna. La fece lavorando nei campi e con i soldi messi da parte aprì un bar, il Caffè degli sportivi.

È davanti a quel locale, nel frattempo diventato punto di ritrovo degli italiani del posto, che a 3-4 anni Michel tira i primi calci, prima di lasciare con la famiglia, a 7, il centro per la periferia. Lo segue con occhio particolare papà Aldo, professore di matematica per mestiere e per diletto discreta mezzala e poi libero nel Jovicenne, la squadra dilettantistica da lui capitanata e della quale, finita la carriera, dirigerà le giovanili, legate a filo doppio allo Jœuf. 

Lasciata la cattedra, Aldo gestisce il locale dei genitori e si dedica ai progressi calcistici del figlio. Un ragazzino gracile ma di grande talento che, parole sue, «giocava a calcio tutto il giorno e quando era stanco andava a scuola». A stancarlo però non è il pallone, ma il lavoro atletico cui lo sottopone il padre. «Se sbagliavo uno stop, mi faceva fare venti giri di campo» ricorda ancora oggi l’ex campione.
Michel, che per la bassa statura e la corporatura minuta tutti chiamano Ratz, “piccoletto” nel dialetto locale, trascorre intere giornate tirando calci a una palla in rue Saint-Exupéry, il vicolo dedicato all’autore de “Il piccolo principe”. Un segno del destino, per il futuro re del calcio mondiale.

Quel nomignolo lo accompagna anche nella categoria Esordienti dello Jœuf, la squadretta dove Michel entra a 11 anni e nella quale debutta con una rete. A renderlo orgoglioso sono invece quella segnata allo Jarny, una delle più forti squadre del torneo, e, qualche settimana dopo, la doppietta nel 2-2 contro il Basse-Yutz. Completata la trafila nelle giovanili, a 16 è in prima squadra, iscritta nel campionato corrispondente alla nostra vecchia Interregionale. 

Nel gennaio ’71, nella semifinale della Coppa Gambardella, importante torneo giovanile, Michel gioca una gran partita e segna la rete decisiva contro il favorito Metz, che un anno dopo gli offre un provino. Alle visite mediche, però, il ragazzo non supera la prova spirometrica, che ne evidenzia una «capacità respiratoria insufficiente». Non la pensa così il medico di famiglia dei Platinì, che lo ritiene perfettamente in grado di giocare e gli consiglia di non demordere.

NANCY
La svolta arriva il 22 giugno, quando Michel approda al “centro di formazione” (così in Francia chiamano il settore giovanile) del Nancy, preferito a Sochaux, Sedan e ai belgi del Charleroi anche per la relativa vicinanza a Jœuf, 75 km, e per l'amicizia di Aldo con Hervé Collot, allenatore delle giovanili ed ex capitano della prima squadra. Platini gioca nella squadra riserve, iscritta al campionato di terza divisione, ma sempre più spesso il tecnico Antoine Redin lo va a prendere a scuola perché il ragazzo è convocato per la prima squadra. Prima a Valenciennes, poi a Marsiglia.

Eduardo Flores, la stella del Nancy, ne nota il talento e preme sul presidente Claude Cuny affinché a quel giovane talento venga dato più spazio. Nel frattempo Platini, con la squadra della Promozione d'onore, sorta di campionato Primavera-riserve, batte quasi da solo una selezione di Bitche. Cinque mesi dopo il suo arrivo in biancorosso, e a 18 anni non ancora compiuti, Platini debutta nella massima divisione francese. 

Allo stadio “Marcel Picot”, il 2 maggio 1973, il ragazzino di cui si dice un gran bene indossa il numero 11 e festeggia l’esordio battendo 2-1 il Nîmes. Mancano sette giornate alla fine del campionato, e Michel, dopo una ventina di minuti giocati con comprensibile titubanza, si scioglie e non esce più di squadra. Tra le sue perle, la memorabile doppietta all’Olympique Lione: un sinistro nel “sette” e sigillo in acrobazia su una respinta.
A 18 anni, è titolare in Prémiére Division ma la squadra retrocede. La stagione successiva, trascinata dalle prodezze del giovane leader, a un tempo regista classico e finalizzatore, e da giovani di valore come Rouyer, Lopez e Jeannol, conquista a suon di gol la promozione: 73 in 32 gare, quasi 2,3 a partita. Nel 1975, assieme a Rouyer, che ritroverà anche in Nazionale, Michel svolge il servizio militare nella rappresentativa dell’esercito, agli ordini di Jean-Michel Moutier, della quale è il capitano. L’anno seguente è quello del grande salto. Henri Michel, splendido giocatore degli anni Settanta e futuro Ct della Francia, ricorda ancora divertito quanto accadde a Parigi il 27 marzo 1976 davanti ai 55 mila del Parco dei Principi. Quel giorno gioca da capitano accanto all’imberbe 20enne, al debutto con i Bleus come il selezionatore: Michel Hidalgo, alla prima delle sue 75 panchine con i “galletti” e desideroso di «dare una chance a quel giovane talento». 

La Francia affronta la temibile Cecoslovacchia che in giugno, contro ogni pronostico e la Germania Ovest campione del mondo in carica, vincerà gli Europei di Jugoslavia. Al 73’, “le coqs” conducono per 1 a 0 (gol di Gérard Soler) e ottengono un calcio di punizione a una ventina di metri dalla porta avversaria. Henri Michel si appresta a batterla ma il Michel debuttante gli si avvicina per dirgli: «Lascia fare a me, se tiro io faccio gol». Henri gli lascia il pallone e Platini, alla prima delle sue 72 presenze in Nazionale, mette la palla sotto la traversa di Ivo Viktor. È la prima delle sue 41 reti in maglia “bleu”. La partita finisce 2-2 ma quel che più conta è che la Francia intera scopre un campione. E se ne innamorerà perdutamente. Chiuso il campionato, 28 gol in 35 partite con il Nancy, in luglio vola a Montreal per le Olimpiadi, dove la Francia, rimasta in nove contro 11, sarà eliminata nei quarti: 0-4 contro la Germania Est.

Nel 1977 è invece Michel a scoprire l’amore. Per Christèle, studentessa di economia anche lei di origini italiane, con la quale si sposa a Saint-Max il 27 dicembre e che gli darà due figli, Laurent e Marine. È anche l’anno del primo podio di Michel nel Pallone d’oro: è terzo, dietro al danese Allan Simonsen del Borussia Mönchengladbach e all’inglese Kevin Keegan del Liverpool.

Nel 1978, Platini vince con il Nancy il suo primo trofeo importante, la Coppa di Francia. Neanche a dirlo, è suo l’unico gol della finale contro il Nizza. Ed è lui a ricevere da capitano il trofeo dalle mani del Presidente della Repubblica, Valéry Giscard D’Estaing. Subito dopo, partecipa al suo primo Mondiale, raggiunto grazie alla decisiva vittoria per 3 a 1 contro la Bulgaria nell’ultima gara di qualificazione. A Parigi, il 16 novembre 1977, Platini segna il secondo gol dei suoi.

Ad Argentina 78, Francia e Italia sono nello stesso girone, il Gruppo 1, e si affrontano subito. Pronti-via e al 1° minuto transalpini in vantaggio con Lacombe. Poi l’Italia rimonta e va a vincere per 2-1. Lo stesso punteggio che la squadra di Platini, autore al 61’ del momentaneo 1-1, incassa con i padroni di casa. Quindi Michel e compagni battono l’Ungheria per 3-1, ma inutilmente, perché il terzo posto vale il ritorno a casa.

Il 31 maggio 1979, Michel chiude la sua parentesi al Nancy, e lo fa alla sua maniera, segnando una doppietta al Lille. La sua prossima maglia è, per usare le sue parole, «il sogno di tutti i bambini di Francia»: quella verde del Saint-Étienne.

SAINT-ETIENNE
Per capire che in quegli anni è davvero un altro calcio basta un particolare: nel contratto sottoscritto tra il giocatore e il presidente Roger Rocher, si specifica che le divise da gioco saranno lavate dal club. Impossibile, per Michel, resistere all’impulso di rivolgersi così alla consorte: «Vedi, d’ora in poi non dovrai più lavarmi le maglie». Il primo impatto con il nuovo ambiente non è dei migliori. Al Nancy l’atmosfera era più familiare, con i Verts – nei quali gioca il futuro Ct della nazionale Jacques Santini – invece i rapporti sono più che altro professionali. 

Le cose vanno un po’ meglio grazie ai risultati. Nella gara di andata del secondo turno di Coppa Uefa, il Saint-Etienne perde 2-0 in trasferta contro il PSV Eindhoven. Ma al ritorno, il 7 novembre, seppellisce gli olandesi con 6 gol a 0 e sugli spalti si inneggia al nuovo idolo: «Pla-ti-nì, Pla-ti-nì». L’anno successivo, un’impresa simile la squadra la regalerà addirittura a domicilio, nell’andata del terzo turno di Coppa Uefa, vincendo 5-0 sul campo dell’Amburgo prima di uscire nei quarti contro gli inglesi dell’Ipswich Town futuri campioni.

Nell’ultima giornata della stagione 1980-81 il Saint-Étienne batte 2-0 il Bordeaux grazie a una doppietta di Michel e vince il campionato dopo cinque anni di astinenza. Il 18 novembre a Parigi, nell’ultima gara delle qualificazioni, la Francia si gioca con l’Olanda il pass per il mondiale di Spagna. I Bleus sono in un momentaccio. Vengono da quattro sconfitte consecutive: in amichevole, 4-1 ad Hannover contro la Germania Ovest e 1-0 a Madrid con la Spagna; nelle eliminatorie, 2-0 a Bruxelles col Belgio e 3-2 a Dublino con l’Irlanda. Il Ct Hidalgo è sulla graticola. 

Al 52’, l'arbitro portoghese Antonio Garrido concede ai francesi un calcio di punizione. Per Platini, che in patria chiamano “il re del calcio piazzato”, un’occasione ghiotta. Stavolta non segna direttamente, ma sulla sua esecuzione il centrocampista olandese Jan Peters respinge con la mano. Il capitano ha un’altra chance. Bacia il pallone e poi con l’interno del piede destro disegna un pallonetto che muore alle spalle di Van Breukelen. Poi Didier Six firma il 2-0 conclusivo: i “galletti” vanno ai mondiali, l’Olanda, finalista quattro anni prima, li guarderà in tv. Per Michel, invece, il bello deve ancora arrivare.

La prossima gara in nazionale, a Parigi il 23 febbraio 1982 contro l’Italia, gli cambierà la vita. L’Avvocato rimane folgorato dalle giocate del fuoriclasse transalpino e, secondo la leggenda, telefona immediatamente al direttore de L’Équipe per chiedere se quel numero 10 è a fine contratto, quanto costa eccetera. Il giorno dopo, a Parigi arrivano i turisti non per caso Boniperti (novarese di Barengo) e Barettini, rispettivamente presidente esecutivo e “ministro degli esteri” della real casa bianconera. Sono in missione perché su imprimatur dell’Avvocato la società, all’indomani di Spagna 82 (che la Francia chiude al quarto posto), è disposta a versare pronta cassa 400 milioni di lire perché Platini vesta bianconero. 

E pensare che tre anni prima il giocatore era virtualmente dell’Inter. La triade in versione nerazzurra, Mazzola-Beltrami-Bersellini, aveva bruciato la concorrenza spedendo al Mondiale argentino Giulio Cappelli con l’unico scopo di mettere a segno il colpo grosso: Michel Platini. Cappelli lo seguiva dappertutto, fino a convincerlo a firmare un precontratto. Qualche mese dopo, nel 1979, Platini e Christèle si faranno addirittura fotografare in sede con il presidente dell’Inter, Ivanohe Frazzoli e la sua tifosissima moglie, “Lady” Renata. Del resto Michel non poteva dire di no a Mazzola, assieme a Pelé l’altro suo suo idolo d’infanzia che seguiva, come tutta la comunità italiana a Jœuf, dal televisore in bianco e nero del bar di papà Aldo. 

Per 90 milioni di lire dell’epoca, l’Inter aveva in mano il campione che avrebbe potuto cambiarne la storia, ma poi il presidente della FIGC, Artemio Franchi, tenne chiuse le frontiere, paradossalmente contando anche sul voto del presidente interista Ivanohe Fraizzoli, contrario alla riapertura. E così non se ne farà niente. Il resto lo fecero le malelingue, anche qui secondo una leggenda che vanta qualche fondamento, alimentate ad arte da Boniperti, secondo le quali Platini era «a pezzi, con cinque fratture alle caviglie (in realtà ne aveva avute tre)», insomma «un fragilissimo vaso di porcellana». Invece Platini si era ripreso, eccome. Ma ormai il treno dell’Inter era passato. E dalla Francia, si sa, Torino è più vicina. In ogni senso. 

Il giocatore, ancora in ritiro con la nazionale, viene informato della trattativa e dà il suo assenso a trattare: 400 milioni per il primo anno, il 10% in più per il secondo, e la clausola di lasciarlo libero per gli incontri con i Bleus. L’accordo biennale, alla presenza del suo procuratore, Bernard Genestar, e del rappresentante legale dei professionisti francesi, Philippe Piat, viene firmato a Torino, alla Sisport, il centro sportivo della Fiat, il 30 aprile, dopo un blitz aereo Lione-Caselle effettuato a bordo di un Cessna e tre ore di negoziazione sull’indennizzo da versare al suo vecchio club. 

Platini assume il comando, telefona al suo ormai ex presidente Rocher e trova la soluzione: «voi pagate quello che l’Unione Europea assegna al Saint-Etienne e recuperate la somma dal prossimo club che mi ingaggerà dopo le mie due stagioni alla Juventus». Così almeno narra la leggenda. Quella sul campo invece sarà presto sotto gli occhi di tutti.

JUVENTUS
I primi sei mesi della stagione 1982/83 non sono facili per Platini. Problemi di ambientamento, in campo e fuori, compresa qualche gelosia da spogliatoio (orfano di Liam Brady, altro signore, anche lui regista ma infinitamente meno goleador), ma soprattutto la pubalgia, che non gli permette di correre e scattare come vorrebbe, ne inficiano il rendimento. Poi, grazie anche a una cura omeopatica, per i tempi una soluzione all’avanguardia, guarisce e il suo contributo decolla.

Il campionato va alla Roma, ma in Coppa dei Campioni la Juventus conquista la sua prima finale europea dieci anni dopo lo 0-1 di Belgrado contro l’Ajax. Il 25 aprile ad Atene, contro l'Amburgo, si presenta da grande favorita. Platini è il migliore dei suoi: gioca a centrocampo, più avanti, più indietro: ma è tutto inutile. Il maligno lob di Magath che sorprende Zoff all’8’, regala il trofeo ai tedeschi. Michel si consola con la Coppa Italia (2-0 al Verona ai tempi supplementari) e il Pallone d’oro, il primo di tre consecutivi. Impresa rimasta unica: Cruijff e Van Basten ne hanno vinti altrettanti ma non in fila.

Il 1984 è l'anno della Coppa delle Coppe, vinta battendo 2-1 il Porto. «Visto? Abbiamo dovuto prendere due dell’Avellino per vincere qualcosa» ironizzerà Michel, riferendosi ai due nuovi acquisti bianconeri, il portiere Stefano Tacconi e la mezzala Beniamino Vignola, autore di un gol in finale, riusciti nell’impresa fallita l’anno prima dalla Juventus dei sei campioni del mondo (Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli, Rossi) più Bettega, Platini e Boniek: vincere finalmente una coppa europea.

Che il 1984 sia il miglior anno nella carriera di Platini lo dimostra il Campionato Europeo organizzato in Francia. I Bleus del celebre Carré “magique”, il “quadrilatero magico” di centrocampo formato da Fernandez, Tigana, Giresse e Platini, dominano il torneo. Michel si laurea capocannoniere con 8 gol in 5 partite e trascina la Francia al primo titolo della propria storia.

Il 1985 è l’anno della tragedia allo stadio Heysel di Bruxelles, dove, secondo Platini, «muore il calcio». Il 29 maggio, nella finale contro il Liverpool, trasforma il rigore, assegnato per un fallo su Boniek avvenuto fuori area, che assegna per la prima volta la Coppa dei Campioni alla Juventus. Michel esulta come se fosse un gol vero di una partita vera, e non se lo perdonerà mai. Da allora, il suo approccio con il calcio non sarà più lo stesso. E forse, neanche troppo inconsapevolmente, i suoi propositi di un precoce ritiro nascono lì, in quella maledetta serata in Belgio.

Nel 1986, dopo il suo secondo scudetto in bianconero, conquista a Tokyo la Coppa Intercontinentale. Contro l’Argentinos Juniors, oltre al rigore decisivo, realizza il più bel gol della sua carriera, annullato dal tedesco Volker Roth. Nel frattempo, in estate, disputa il suo terzo Mondiale. In Messico elimina l'Italia campione in carica, facendo impazzire il suo marcatore, l’interista Beppe Baresi, e beffando in uscita il portiere azzurro Giovanni Galli. Ma di quel torneo si ricorda soprattutto lo splendido quarto di finale vinto 4-3 ai rigori contro il Brasile, prima di lasciare il passo alla Germania Ovest (0-2) poi finalista perdente con l’Argentina del miglior Maradona.

Il 17 maggio 1987, ultima di campionato contro il Brescia al Comunale di Torino, Michel lascia la Juventus. Un mese più tardi fa lo stesso con la nazionale francese e il calcio giocato. Non ha ancora 32 anni, ma preferisce così: dire basta quando vuole lui e non quando glielo chiedono. Nello stesso anno, crea la "Fondazione Michel Platini", struttura da lui presieduta che si occupa dei tossicodipendenti, per aiutarli a uscire dal tunnel della droga. 

Il 23 marzo 1988, organizza al “Marcel Picot” di Nancy la sua partita d'addio al calcio. Nella stessa squadra giocano Pelé, Maradona, Beckenbauer, Tardelli, Neeskens, Keegan, Boniek e Zoff. Platini indossa per l’ultima volta la maglia “tricoloeur” della Francia. Quattro mesi dopo, il baby-pensionato diventa vicepresidente del Nancy al posto di André Gauthrot. Il 19 novembre 1988 debutta come Ct della Nazionale francese, ma la mancata qualificazione agli Europei del 1992 e le troppe polemiche seguite all’eliminazione lo inducono a dimettersi. Poco dopo, assieme a Fernad Sastre diventa copresidente Presidente del comitato organizzatore dei Mondiali di Francia 1998. Sastre si occupa dei rapporti con le isituzioni, Platini, ovviamente contando sulla sua immensa popolarità, delle comunicazioni esterne. Oggi, mentre Beckenbauer pare più a suo agio nell’ambiente FIFA, è il più credibile candidato alla successione di Lennart Johansson sulla poltrona di numero uno dell’UEFA. Per “le Roi”, l’ennesimo trono di una carriera straordinaria come il suo talento.
Christian Giordano

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