venerdì, marzo 17, 2006

Spagna 82, le urla del silenzio (stampa)

di Christian Giordano
Nella prima fase di Spagna 82 l’Italia si qualifica senza vincere né perdere (0-0 con la Polonia prima nel Gruppo 1, 1-1 con Perù e Camerun) e per la misera di un gol segnato in più del Camerun. 
Nella seconda viene inserita nel Gruppo C di Argentina e Brasile, le favorite. Stavolta nemmeno s’invoca il miracolo: non basterebbe. 
La Selección ha aggiunto alla squadra campione la coppia di fenomeni Maradona-Díaz esplosa nel 1979 ai mondiali (allora) Under 19 di Tokyo.
La Seleção è una sorta di All-Stars che schiera Zico, Falcão, Socrates, Cerezo, Eder. Tutti insieme appassionatamente. 
Gli azzurri non stanno in piedi, c’è perfino chi prega il presidente federale Federico Sordillo, mal visto dalla squadra, di chiamare al loro capezzale il santone Nils Liedholm, che l'anno dopo vincerà lo scudetto con la Roma "a zona". 
Giocatori e giornalisti si detestano (Mario Sconcerti e Marco Tardelli quasi vengono alle mani), il solo a non perdere la testa è il Ct Enzo Bearzot: «Contro Argentina e Brasile non partiamo battuti», dice. Più che una speranza, la sua pare lucida follia.

«Povera Italietta», titolano i giornali nostrani, orfani di notizie (e di idee) dagli azzurri che, esasperati da illazioni assurde (premi-qualificazione gonfiati a 80 milioni di lire dai 19-21 che erano) e offensive (grosse perdite al casino, preferenze sessuali di due giocatori compagni di stanza, "rei" di essersi affacciati al balcone ancora assonnati), si erano rifugiati in quello che ai tempi fu un clamoroso “silenzio-stampa”; nessuna dichiarazione ai cronisti, che dovevano rassegnarsi ad avere come unici interlocutori due “muti”: Enzo Bearzot e Dino Zoff, il capitano, designato dalla squadra come unico portavoce.

Lasciata la fresca Vigo (Artemio Franchi sapeva fare i suoi conti), la Nazionale si acquatta nel ritiro di San Boi di Llobregat in vista dei due match del Sarriá, secondo stadio di Barcellona (poi demolito) e grande un terzo del Camp Nou. 
Sta per cambiare la storia: del torneo, degli azzurri, del nostro calcio. La vigilia è animata dalle dichiarazioni del Ct argentino Luis César Menotti, che stuzzica il permalosissimo calcio della Penisola: «Siete rimasti a quarant’anni fa». 
Il suo collega italiano fa sfoggio di serenità non solo meteorologica: «Non temo il diluvio». 
Nessuno lo sa ancora, ma nel clan Italia la grande paura è passata: gli azzurri, da adesso, non hanno più niente da perdere. 
Bearzot non crede a un Menotti così sprovveduto da schierare Maradona come attaccante puro, avendo già una mezzapunta come Kempes dietro l'ala Bertoni e il centravanti d'area Díaz, e vorrebbe che a occuparsi del Diez fosse un centrocampista (Tardelli), perché «a marcare Maradona dovrà essere uno capace di impegnarlo». Una vocina esterna gli sussurra che invece andrà proprio così: “el Flaco” (lo Smilzo) terrà Bertoni e Díaz larghi, Maradona al centro e Kempes sulla trequarti. Visto a posteriori, un suicidio tattico.

Bearzot ne parla con la squadra, perché «le marcature devono essere gradite ai giocatori», poi decide: Gentile su Maradona, Collovati su Díaz, Cabrini su Bertoni; a centrocampo Oriali s’incollerà sul regista Ardíles e Tardelli inseguirà Kempes. 
Dall’altra parte, su Antognoni s’immolerà Gallego, retroguardia arcigna con Luis Galván stopper, Olguín e Tarantini terzini, il “duro” Passarella libero con licenza di uccidere metaforicamente in avanti e letteralmente là dietro. Questo sulla lavagna dello spogliatoio. 
Sono le 11,30 di martedì 29 giugno, mancano meno di sei ore alla gara e anche se l’afa sembra aver concesso una tregua, il Vecio è pensieroso. Il professor Leonardo Vecchiet, storico responsabile dello staff sanitario, lo tranquillizza: «Non ti preoccupare: veniamo da venticinque giorni di fresco, abbiamo energie nuove. Il caldo non sarà un problema». E poi, la carnitina fa miracoli.

L’Italia comincia bene. Marca a uomo anche a centrocampo e chiude con atavica saggezza ogni spazio. Antognoni e Conti vanno al tiro, poi il funambolo di Nettuno viene fermato per un fuorigioco che lo stereotipo impone “millimetrico”. 
L’Argentina pare contratta, nervosa; e picchia. Gli azzurri, dal canto loro, si fanno rispettare. Eccome. Gentile annulla Maradona e altrettanto fanno Cabrini con Bertoni e Collovati con Díaz, Kempes invece si marca da sé. L’unico argentino davvero in partita è l’onnipresente Ardíles. Piano piano però l’Argentina comincia a schiacciare i nostri. Che perdono troppi palloni a centrocampo, servono sporadicamente le isolatissime punte e non riescono quasi mai a “salire” per far rifiatare la terza linea. 
Rispetto agli altri stadi del Mundial, il terreno del Sarriá è più piccolo, di circa quattrocento metri quadrati; il che, sul piano tattico, si traduce con la limitata possibilità di allargare il gioco sulle fasce laterali. 
Pur di sfuggire al suo spietato marcatore è là che Maradona cerca rifugio e, trattandosi di un cliente particolarmente difficile, “Gheddafi”, baffuto da far paura (alla lettera), lo segue ovunque per eseguire le consegne anche a domicilio. 
El Pibe de oro è nervosissimo perché non riesce a giocare e in questo l’arbitro rumeno Nicolae Rainea, amico di Franchi (a ridaje), è colpevolmente correo. 
Come non bastasse, Dieguito al 34’ si fa ammonire per proteste. Sanzione che appare quanto meno eccessiva visto che prende botte da mezz’ora. 
Gli argentini attaccano, ma solo per corridoi centrali e in modo troppo prevedibile, cercando sempre il loro numero 10, e così il primo tempo si chiude senza grossi sussulti. 
A 4’ dal riposo Gentile raggiunge Maradona nella lista dei cattivi e, ironia della sorte, ci finisce per l’unico fallo che forse non ha commesso: per colpire un pallone alto i due si scontrano in modo pulito, ma Diego crolla a terra. E così dopo 45’, almeno sul referto, vittima e carnefice pari sono.

Nella ripresa sono gli azzurri a prendere in mano le redini del gioco, pressando gli argentini sin dalla trequarti, cercando di recuperare palla e partendo in veloci contrattacchi (ai tempi nessuno blatera di “ripartenze”) portati avanti con più uomini. 
L’ex Italietta ora pare un’altra squadra: apertura di Conti per Graziani che, da buona posizione, tira debolmente; lancio di Antognoni per Tardelli che segna a gioco fermo, per Rainea è fuorigioco. L’Argentina sembra avere il fiato grosso. Una gran botta di Tardelli impegna severamente Fillol. Il gol è nell’aria. E al 57’ arriva. 
Conti scende sulla destra, sulla trequarti allarga ad Antognoni, tocco delizioso dall’altra parte ancora per Tardelli, preciso diagonale di sinistro e 1-0. La reazione blanquiceleste è veemente: Bertoni impegna Zoff, Maradona colpisce un palo su punizione, Passarella di testa trova un grande Zoff. Gli uomini di Bearzot cercano di uscire dal guscio: al 67’ un lancio di Tardelli libera Rossi davanti a Fillol, ma Pablito spreca tirando addosso al portiere. Sulla respinta si fionda Conti, che dalla sinistra ha seguito l’azione; favorito da un rimpallo, va sul fondo e rimette indietro per l’accorrente Cabrini, gran rasoiata di sinistro e 2-0. Argentini annichiliti. 
Bearzot mette dentro forze fresche: Marini e Altobelli rilevano l’esausto Oriali e Rossi, che pur restando a secco ha mostrato progressi. 
A 7’ dalla fine, i sudamericani accorciano le distanze con Passarella che calcia in gol una punizione mentre Zoff dispone la barriera, un minuto dopo subiscono l’espulsione del terribile Gallego, che ha martoriato Scirea e Marini. 
Finisce 2-1, l’impossibile è accaduto. A Menotti il boccone non va giù: gli azzurri giocano solo in difesa, praticano un gioco ostruzionistico, non sono una vera squadra. 
«La marca que ejerció Gentile sobre Maradona fue decisiva. Gentile lo golpeó sistemáticamente», scriveranno gli inviati argentini. 
Da noi, alla prima vittoria azzurra, le critiche della stampa si attenuano come per miracolo. Adesso la colpa delle figuracce precedenti non è più «dei ragazzi», ma «della Federazione che non è intervenuta a svolgere i suoi compiti istituzionali, lasciando gli azzurri in un mare di difficoltà». 
Così va il calcio: morte le bandiere, garriscono le banderuole. Tre giorni dopo gli argentini le buscano (1-3, espulso Maradona per un calcio al ventre al futuro laziale Batista) anche dal Brasile, al quale basterebbe pareggiare con l’Italia per andare in semifinale. Il resto è storia. Pardon, leggenda.
(Christian Giordano)


Il tabellino
Barcellona (stadio Sarriá), 29 giugno, 17.15
Italia-Argentina 2-1 (0-0)
Italia
: Zoff; Gentile, Cabrini; Oriali (76’ Marini), Collovati, Scirea; Conti, Tardelli, Rossi (81’ Altobelli), Antognoni, Graziani. A disposizione: Bordon, Bergomi, Causio. Ct: Bearzot.
Argentina: Fillol; Olguín, Tarantini; Gallego, L. Galván, Passarella; Bertoni, Ardíles, Díaz (58’ Calderón), Maradona, Kempes (58’ Valencia).  A disposizione: Baley, Van Tuyne, Barbas. Ct: Menotti.
Arbitro: Rainea (Romania); guardalinee: Galler (Svizzera), Lacarne (Algeria).
Marcatori: 56’ Tardelli, 68’ Cabrini, 84’ Passarella.
Ammoniti: Rossi, Gentile; Ardíles, Kempes, Maradona.
Espulso: Gallego 84’.
Spettatori: 43.000 circa.


Critico, dunque sono
Mai si era vista tanta acredine tra stampa e Nazionale e forse mai più si vedrà. L’effetto-Mundial ha alterato per sempre i rapporti tra la critica, anche la più onesta e competente, e il mondo del calcio. 
La prima non assolve fino in fondo la propria funzione per paura di essere sbertucciata dal risultato del campo. 
Il secondo, alla minima osservazione, sventola come foglia di fico un successo legato a tanti fattori, irripetibile e comunque lontanissimo. E dimentica, o finge di dimenticare, che al di là dei chiacchiericci da Bar Sport, le bordate più pesanti arrivarono da “uomini di calcio”. 
Il giovane tecnico Eugenio Fascetti che «si vergogna di appartenere alla stessa categoria di Bearzot». 
Il presidente della FIGC, Sordillo, che, dopo l’allenamento di Braga, sussurra: «Se giochiamo così, ci conviene tornare subito a casa». 
Antognoni che si lamenta perché «a uscire sono sempre io». 
Il presidente di Lega Matarrese che, dopo il pareggio coi peruviani, «avrebbe voglia di scendere negli spogliatoi e prendere tutti a calci nel sedere». 
Se gli azzurri fossero stati eliminati nella prima fase, era pronto “lo scalo della vergogna”: la squadra sarebbe atterrata a Nizza per evitare la folla inferocita. 
Il doppio miracolo del Sarriá cambiò molte cose. Non ultimi alcuni voli internazionali (ch.giord)

Tutti per uno, uno per tutti
Nessuno lo aveva previsto. E del resto, non era facile. 
L’Italia destinata a vincere il mondiale di Spagna, infatti, giocava male da almeno un anno: nell’autunno 1980, all’inizio delle qualificazioni, aveva battuto 2-0 ogni avversaria (Lussemburgo, Danimarca, Jugoslavia e Grecia), ma le gare di ritorno furono deludenti e le amichevoli confermarono un’involuzione che sembrava irreversibile. 
Inoltre, a differenza di quanto era accaduto in Argentina nel ’78, non si vedevano talenti emergenti da lanciare, con l’eccezione di Bruno Conti, da tempo nel giro azzurro. 
Bettega, infortunato, dovette lasciare il posto a Graziani, "generoso" finché si vuole ma non più bomber. 
Paolo Rossi fu ripescato in extremis appena scaduti i due anni di squalifica per lo scandalo del calcio-scommesse. 
La squadra, forgiata nell’acciaio del blocco Juventus (Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli e Rossi), era però potenzialmente fortissima. 
Bearzot non ripeté gli errori commessi nella preparazione atletica quattro anni prima, non diede ascolto alle pressanti candidature esterne (Beccalossi e Pruzzo) e interne (Altobelli, Massaro, Dossena e Vierchowod) e seppe fare da ombrello per riparare la squadra da polemiche di pari livello di chi le sollevò. Fu la vittoria del "Gruppo", contro tutto e contro tutti. Dirigenti in primis. (ch.giord)

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