venerdì, marzo 17, 2006

Li hanno fatti neri

Nel 2002 la vittoria del Senegal, i “parenti poveri”, sui ricchi “cugini” campioni in carica dal passaporto francese, nel match inaugurale del Mondiale nippo-coreano, scatenava l’ennesima alluvione di banalità sul calcio africano e sulle sue “straordinarie potenzialità”. E il pensiero correva immediatamente a un altro debutto iridato, anch’esso chiuso col botto e sempre contro una rappresentativa africana, di una nazionale chiamata a difendere il titolo conquistato quattro anni prima. Era Argentina-Camerun, gara d’apertura di Italia 90, la partita che forse più di ogni altra viene indicata come spartiacque, la svolta epocale per il football del Continente Nero, da allora finalmente considerato, a dispetto del debito pubblico dei suoi stati, un movimento da primo mondo calcistico.

Milano, 8 giugno. A San Siro, terminata quella che, più che una cerimonia d’apertura, è parsa un mega-spot delle passerelle di moda milanesi, e non solo per la durata (la più breve del suo genere), va in scena una partita che sulla carta pare senza storia e che invece, sull’erba, la Storia la riscrive. Maradona, tirato a lucido, è tornato un figurino, (quasi) come ai tempi di Mexico 86. «Se Diego si sentirà bene, l’Argentina sarà nuovamente campione del mondo» dichiara alla vigilia del torneo Carlos Bilardo, il Ct della Selección. Figuriamoci se i presuntuosi argentini temono una squadra forte atleticamente e veloce finché si vuole, che però – stereotipo impone – gioca come quando si ha dieci anni, dribblando e scorrazzando liberi come puledri nella prateria. A parte forse lo stesso Bilardo, nessuno, almeno fino alle 18.01, ora esatta del calcio d’inizio, pare ricordare che nel Camerun militano reduci della campagna di España 82, che vide gli africani subito eliminati ma imbattuti.

Premesso che le partite inaugurali spesso sfuggono a qualsiasi logica, stavolta la grande sorpresa pare più figlia della forza (in tutti i sensi) degli outsider che della pochezza dei favoriti. I sudamericani, privi di idee e di rapidità, soffrono il calcio moderno degli africani, bravi sul piano tecnico e insolitamente disciplinati su quello tattico. Bilardo ci mette del suo, schierando un prudentissimo 4-4-1-1 il cui unico riferimento offensivo, il centravanti Balbo, è facile preda dalla difesa gialloverde, da sempre fiore all’occhiello dei “Lions Indomptables”. Proprio all’allora punta dell’Udinese, titolare sulla scia degli 11 gol in 28 partite al primo anno in Italia, capita l’unica occasione “blanquiceleste”, neanche a dirlo su servizio del “Pibe de oro”; ma Balbo, solo davanti a N’Kono, spreca malamente. 
Nella ripresa Bilardo prova il tutto per tutto mandando in campo il rapidissimo Caniggia, che si posiziona sulla destra, nella zona di Ebwelle, e che gli africani fermano con le buone ma più spesso con le cattive. Specie con Massing, che nel falciarlo ci rimette una scarpa. Maradona, comunque lontano parente del dio del calcio ammirato quattro anni prima in Messico, viene scientificamente maltrattato da N’Dipi e dal “solito” Massing, espulso a danni fatti (89’) dal francese Vautrot, che alla mezz’ora della ripresa ha riservato identica sorte ad André Kana-Biyik, il meno celebre dei fratelli Biyik. 
Cinque minuti dopo, al 66’, punizione dalla sinistra respinta da Balbo, arretrato nella propria area a dar manforte alla difesa, Makanaky prolunga la parabola, François Omam-Biyik prende l’elicottero, resta in aria un’eternità e colpisce di testa un pallone altissimo. Pumpido compie la papera della vita e la palla gli rotola alle spalle: 1-0. Omam-Biyik esulta sollevando la maglia sul petto nudo, gesto allora spontaneo ma incolpevole antesignano di certi eccessi esibiti dagli “spogliarellisti” di oggi. Sugli spalti, il boato indica, più dei tanti cori antimaradoniani, da che parte stanno i settantamila del “Meazza”.

Finirà così, con i campioni in carica che escono a testa bassa mentre i camerunesi, vittoriosi in nove contro undici, non riescono a contenere la propria euforia. A Yaoundé, la capitale, nove persone muoiono per infarto. A bocce ferme, le Federazioni africane vedono avvicinarsi la possibilità di avere una terza rappresentativa alla fase finale. Sul tema, l’allora presidente della FIFA, João Havelange, che prima del torneo aveva anche annunciato di voler «vedere molti cartellini rossi», si era detto possibilista, ma prima ci volevano i risultati. Eccoli: due “rossi” in 90’ e un successo che, appunto, farà epoca.

Peccato che spesso, tessendo le lodi di Super Aquile (Nigeria) e Leoni – Indomabili (Camerun) o di Teranga (Senegal) – dalla pelle scura o scurissima, non ci si accorga di inciampare in una sorta di involontario razzismo alla rovescia, quello di considerare, improvvisamente, “superiore” una razza fino a ieri ritenuta, per la stessa aberrazione mentale, “inferiore”. A conferma che il razzismo è, sempre, complesso segreto di inferiorità, mascherato da un distorto senso di superiorità. Forte, il calcio africano lo è sempre stato: ma veniva chiamato con altri nomi, quelli delle colonie per le quali calciatori di origini africane giocavano. 
A migliorare erano semmai le nazionali dell’Africa, semplicemente perché cresceva il numero di loro giocatori ingaggiati nelle nazioni calcisticamente più evolute, ammesso e non concesso che poi si fossero salvati dalla caccia ai “passaporti facili” e alle ancor più facili naturalizzazioni. Basti pensare alle punte d’ebano che di lì a poco avrebbero innervato nazionali storicamente bianche come il latte quali Belgio, Germania e Polonia e che rispondono ai “nerissimi” nomi di Mbo Mpenza Mouscron, Gerald Asamoah e Emmanuel Olisadebe. Ma se qualcuno ha visto nel Senegal vittorioso sulla Francia «la grande rivincita della seconda serie senegalese contro la massima serie senegalese travestita di Bleu», quella vittoria del Camerun (prima africana a raggiungere i quarti in un Mondiale) significò, più di ogni altra cosa, che il calcio nero era finalmente competitivo ai massimi livelli. Erano passati appena sedici anni da Jugoslavia-Zaire 9-0 del ’74, ma sembrava un secolo.

Con Argentina-Camerun del 1990 non cominciava una “nuova era”, semmai finiva quella, assurda, che vietava a Camerun, Nigeria, Senegal, Sudafrica e Tunisia, le cinque africane ammesse alla fase finale del Mondiale 2002, di battersi alla pari con i loro fratelli di sangue ingaggiati da “legioni straniere” chiamate Francia, Inghilterra, Olanda, Portogallo e via colonizzando. 
A chi straparla di inesistenti superiorità o di «calcio di un futuro che non arriva mai» va ricordato che il vero male del calcio africano, al di là dell’indisciplina tattica, della carenza di strutture, insomma delle scarse risorse economiche, è la corruzione, che da inesauribile serbatoio di talenti trasforma la grande madre Africa in grande serbatoio di voti. Che siano per dittatorelli, signori della guerra o signorotti della FIFA, fa poca differenza. Nel calcio, come nella vita, non è questione di pelle, ma di stomaco. E finché è vuoto fa meno paura.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

Il tabellino
Milano (San Siro), 8 giugno 1990, ore 18
Argentina-Camerun 0-1 (0-0)
Argentina (4-4-1-1): Pumpido - Ruggeri (46’ Caniggia), Simón, Fabbri, Sensini (Calderón) - Lorenzo, Basualdo, Batista, Burruchaga - Maradona - Balbo. A disposizione: Goycoechea, Olarticoechea, Serrizuela.  Ct: Bilardo.
Camerun (5-4-1): N’Kono - Tataw, Massing, Kunde, N’Dip, Ebwelle - M’Bouh, Makanaky (82’ Milla), A. Kana-Biyik, M’Fede (66’ Libiih) - F. Omam-Biyik. A disposizione: Songo’O, Pagal, Maboang. Ct: Nepomniacij.
Marcatore: 66’ F. Omam-Biyik.
Arbitro: Vautrot (Francia); guardalinee: Mauro (USA) e Listkiewicz (Polonia).
Ammoniti: N’Dip (C), Sensini (A) e M’Bouh (C).
Espulsi: 61’ Kana-Biyik (C) e 89’ Massing (C).
Spettatori: 73.780.


L’amuleto di N’Kono
Applicare etichette a un intero continente, per di più vasto e variegato come quello africano, è un’assurdità. Eppure, di tanto in tanto, si verificano episodi così sconcertanti che rinunciarvi diventa quasi impossibile. È difficile, infatti, emanciparsi dai luoghi comuni che riguardano il calcio d’Africa e certi suoi retaggi, se poi si devono registare vicende come quella accaduta in Mali, il 7 febbraio 2002. In occasione della semifinale di Coppa d’Africa (per la cronaca, vinta per 3-0 dal Camerun sui padroni di casa), Thomas N’Kono viene bloccato all’ingresso in campo perché portava con sé un amuleto. Il portiere del Camerun è accusato di stregoneria, pratica espressamente vietata nella manifestazione, arrestato e picchiato dalla polizia. L’indomani, riceve le scuse direttamente dal presidente della Repubblica, Alpha Oumar Konare, sceso negli spogliatoi dello stadio di Bamako per chiarire l’episodio. Amareggiato, N’Kono si rivolge così agli inviati della stampa internazionale: «Sono molto arrabbiato, questi episodi danneggiano gravemente l’immagine dell’Africa. Riuscite a immaginare Michel Platini, in campo con la nazionale francese prima di una partita in Spagna, che riceve lo stesso trattamento? No, perché è impossibile». Almeno quanto dargli torto. (ch.giord)


Incubo Bwalya
Alla fine è persino andata bene. Alle Olimpiadi, il quarto posto dell’Italia viene ritenuto l’obiettivo minimo. Ma a Seul 88, tenendo conto della concorrenza, raramente di così alto livello, e della batosta presa contro lo Zambia dell’iradiddio Kalusha Bwalya, autore di una tripletta, poteva davvero finire peggio. Gli azzurri erano tra i favoriti in virtù dell’ottimo cammino compiuto nelle qualificazioni, sotto la guida di Dino Zoff. Proprio le imprese della selezione Olimpica, che eliminò Germania Est, Portogallo, Olanda e Islanda, avevano convinto la Juventus a scegliere “Dinomito” come successore di Trapattoni (Maifredi era vincolato al Bologna, che non lo mollò); e così sulla panchina azzurra fu promosso il vice di Zoff, Francesco Rocca. L’indimenticato “Kawasaki” non seppe rivelarsi all’altezza dell’illustre predecessore, però fu anche sfortunato. Infortuni importanti (Ancelotti) e polemiche interne (per mettere a posto le cose si mosse addirittura il Ct della nazionale maggiore, Vicini) gli furono fatali, ma più di tutto poté la scoppola rimediata con gli zambiani. Sul banco degli imputati finirono Cravero, Carnevale, Colombo e Galìa, ma tutta la squadra, che aveva grossi nomi quali Tacconi, Brambati, Crippa, Evani, Virdis e Rizzitelli, subì una dura lezione di calcio. Africano. (ch.giord)



Ben Barek, il Pelé d’Africa
La prima “Perla nera” (soprannome che avrebbe poi etichettato il genio calcistico del brasiliano Pelé) fu il marocchino Larbi Ben Barek. Nato a Casablanca il 16 giugno 1917, Ben Barek cresce calcisticamente nell’Ideal, club cittadino dal quale passerà poi all’US Marocco da cui lo preleverà, nel 1938, l’Olympique Marsiglia. In Francia, da centromediano Ben Barek si trasformò in mezzala capace di organizzare il gioco ma anche di finalizzarlo, in virtù dell’ottima visione di gioco e della tecnica raffinata. Rientrato in patria durante la guerra, fu richiamato in Francia da Helenio Herrera, all’epoca (1945-48) allenatore dello Stade Français. Naturalizzato francese, Ben Barek giocò anche 17 partite nella Nazionale transalpina, segnando quattro reti e indossando la maglia dei Bleus fino a 36 anni. La terza fase della carriera la visse in Spagna, all’Atlético Madrid, dove rimase quattro stagioni, vincendo due titoli nazionali consecutivi, nel 1951 e nel 1952, prima di far ritorno all’Olympique di Marsiglia per chiudere la lunghissima carriera. Tornato in Marocco, fu il tecnico che propiziò il decollo della locale nazionale e rimane tuttora forse il più alto simbolo del calcio africano. (ch.giord)

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