venerdì, marzo 10, 2006

Champions, onore ai vinti

Ci sono tanti modi per entrare nella storia e almeno uno, infallibile, per uscirne: perdere. La Champions League era lontana, ma i latini l’avevano già capito: vae victis, guai ai vinti. Se poi fai parte del G-14, allora il motto decoubertiniano “l’importante è partecipare” non può limitarsi alla fase a gironi. Devi arrivare in fondo. E vincere. Altrimenti finisci nell’oblio mediatico e, quindi, pubblicitario. Queste le italiane che in fondo ci sono arrivate, per poi inciampare sul più bello. Non sempre meritatamente.

1957 – Mistero Fuffo (Real Madrid-Fiorentina 2-0)
I superficiali accusano Bernardini di qualunquismo tattico, ma non capiscono quanto in anticipo sui tempi sia la Fiorentina scudettata nel ’56. Per gli automatismi difensivi, con giocatori che scalano per cambiare le marcature e in chiusura anche in inferiorità numerica. Chiappella-Rosetta è la prima coppia centrale difensiva intercambiabile e Cervato è il precursore del terzino sinistro fluidificante. Gli arretramenti dell’interno destro Gratton assicurano gli equilibri in copertura, aiutati dai rientri della finta ala sinistra Prini, che copre l’intera fascia. Così, senza curarsi troppo degli avversari diretti, Julinho e Segato possono tessere gioco per il centravanti “Pecos Bill” Virgili e l’estroso Montuori. Un pizzico di buona sorte, come spesso accade, incide su come si arriva alla quadratura del cerchio: il numero 11 titolare era un’ala vera, Bizzarri, che non poteva consentire certi accorgimenti tattici. L’anno dopo, accanto al mastino Magnini il tandem difensivo è rimpiazzato da Orzan-Scaramucci e Bizzarri riconquista il posto. Davanti ai 124 mila del Bernabéu, sotto un sole cocente (si gioca il 30 maggio alle 16,30 perché i club non si accordano sulla notturna, che avrebbe visto l’inaugurazione del nuovo impianto di illuminazione) i viola resistono 70’ poi ci pensa l’arbitro olandese Leo Horn, che fischia un dubbio rigore su Mateos (scattato in fuorigioco, ravvisato dal guardalinee che alza la bandierina, e atterrato forse fuori area). Di Stefano trasforma di potenza. Il ghiaccio è rotto, e 6’ dopo, in contropiede, Gento, servito in verticale da Kopa, è freddissimo a metterlo in freezer superando Sarti.

1958 – Gento di passioni (Real Madrid-MILAN 3-2 dts)
L’anno dopo la “mission impossible” viola ci riprova il Milan, leggermente diverso dalla squadra che ha vinto lo scudetto. I rossoneri approdano alla finale dell’Heysel, la prima in campo neutro, orchestrati da tre cervelli, Cesare Maldini in difesa (che da terzino destro si sposta al centro), Liedholm “libero” davanti la difesa e Schiaffino sulla trequarti, che innescano l’esplosività del centravanti argentino Grillo e le ali Danova e Cucchiaroni. Davanti a Soldan, la retroguardia (Fontana-Bergamaschi-Beraldo) è protetta dal mediano Radice. La sfida del 28 maggio è avvincente. Il Milan allunga due volte: la prima al 59’, con Schiaffino che, servito da Liedholm, corona col gol una prestazione-monstre; la seconda, al 78’, con Grillo, terminale di una bella manovra Schiaffino-Liedholm. In entrambi i casi il Real ricuce lo strappo. Al 74’ con un capolavoro di Di Stefano: tre avversari saltati come birilli e conclusione imprevedibile, di controbalzo dopo un rimpallo. All’argentino rossonero, risponde 1’ dopo quello merengue, Rial. Ai supplementari, dopo la traversa colpita da un tiro da fuori di Cucchiaroni, risolve al 17’ il solito Gento, che riprende una sfortunata respinta milanista su una sua conclusione. Il pallone rotola lentamente alla sinistra di Soldan e getta nello sconforto le migliaia di minatori italiani accorsi a Park Astrid. Sul piano tecnico e per le emozioni, una delle finali più belle.

1967 – Doccia scozzese (Celtic-INTER 2-1)
Sistema di gioco (non modulo, please), classe e carattere sono quelli della Grande Inter, le gambe no. Il sincronismo degli scambi, negli anni diventato perfetto, paga le assenze degli infortunati Suarez (sostituito dal cursore Bicicli) e Jair e il caldo dell’afoso pomeriggio di Lisbona. In più, i tostissimi esordienti scozzesi (perderanno in finale tre anni dopo) arrembano: tecnica poca, ritmo e botte da orbi. L’inserimento di Domenghini aumenta esponenzialmente il dinamismo a centrocampo e in attacco, rendendo più incisiva la manovra per gli avanti, il centravanti Cappellini, lo scattante Mazzola e le invenzioni dell’ala sinistra Corso. A centrocampo, Bedin corre e copre per tutti. Davanti all’ex viola Sarti, la retroguardia (Burgnich e Guarneri in marcatura, Picchi libero) è così salda da permettersi le volate sull’out mancino del terzino-goleador Facchetti. La gara inizia come meglio non si potrebbe, per i nerazzurri. Dopo 8’ Cappellini, appassionato di romanzi gialli, si procura il rigore che Mazzola trasforma. Sembra una bella storia di contropiede, il gioco prediletto da Herrera, profeta del Catenaccio, e a lieto fine. Invece ha un finale-thrilling. Nella ripresa, le prime avvisaglie con la traversa colpita dalle conclusioni di Auld e Gemmell, il piccolo Facchetti in biancoverde che al 62’ pareggia con un bolide dai 25 metri dritto nell’angolo. A 7’ dai supplementari, un tiro dello scatenato Gemmell andrebbe fuori se non venisse deviato dal centravanti Chalmers. Segni del destino. L’ex Grande Inter farà il Grande Slam al contrario: perdendo in otto giorni Coppa dei Campioni, Coppa Italia e campionato (paperissima di Sarti a Mantova).

1972 – Tulipani e papere (Ajax-INTER 2-0)
Dell’Inter herreriana sono rimasti in sei. Il saggio Invernizzi, subentrato al Mago nel novembre ’70, mantiene il canovaccio tattico loro congeniale e vince il campionato con la storica rimonta più sorpasso su Napoli e Milan. La campagna europea è travagliata, ma “Robiolina” in panchina e l’avvocato Prisco (suo il cpaolavoro forense dopo la famigerata “Partita della lattina”) si superano nel condurla in porto. A Rotterdam, la verticale difensiva vede Burgnich libero e Giubertoni stopper (il suo infortunio, al 12’, aprirà vistose crepe a centro area), mentre sulla destra ha spazio il promettente Bellugi. A centrocampo, l’interno Bedin non fa coppia col mediano Bertini (che entrerà a gara in corso in luogo di Giubertoni) bensì il non ancora 20enne Oriali, martirizzato da Cruijff. A finalizzare il lavoro degli esterni Jair (poi rilevato da Pellizzaro) e Facchetti e di capitan Mazzola seconda punta, provvede Boninsegna, centravanti grintoso, mobile, dal tiro secco. A cucire il tutto la lucida regia del compianto Frustalupi. In porta, il giovane Bordon, salvato dal palo nel primo tempo su una conclusione di Krol dalla distanza, paga dazio all’inesperienza: al 47’, su cross di Suurbier dalla destra, si scontra con Burgnich lasciando la porta sguarnita a Cruijff, che di piatto deposita l’1-0. Il Papero d’oro raddoppia al 77’, staccando meglio di tutti a centro area su una punizione di Keizer a due passi dalla bandierina di sinistra. Chapeau.

1973 – Armi e bagagliaio (Ajax-JUVENTUS 2-0)
Pochi ma significativi cambiamenti nella formazione bi-campione d’Italia (’72 e ’73). Fra i pali, Zoff ha sostituito Carmignani già dopo il primo titolo. Davanti al libero Salvadore, Longobucco (che in finale rimpiazza Spinosi) e Morini marcatori fissi con Marchetti fluidificante di sinistra. A centrocampo, il regista Capello è il fulcro del gioco che non disdegna incursione offensive (suo lo storico gol azzurro a Wembley ’73), mentre il settepolmoni Furino l’uomo deputato a contenere l’avversario più pericoloso (memorabili i suoi duelli con Rivera). In attacco, ruoli intercambiabili: Bettega parte più indietro, per chiudere le azioni al centro e sfruttare le sue dormidabili doti nel gioco aereo; Anastasi (o il panchinaro di lusso Altafini) svaria sull’intero fronte offensivo. A destra, Causio si scambia con Haller, centrocampista di fatto, sempre pronto a inserirsi. A Belgrado, Vycpalek “osa” ma solo sulla carta: opta per le due punte Altafini-Anastasi e relega il tedesco in panchina salvo buttarlo dentro al posto di Bettega. A frittata già cotta. Al 4’, un traversonaccio di Blankenburg dalle retrovie pesca sul centro destra dell’area Rep, che di testa beffa Longobucco e azzecca una strana palombella che uccella Zoff. L’Ajax è ormai scafato. Gli italiani sembrano quasi “difendere” lo 0-1. Ne viene fuori una noia colossale. Il tecnico boemo prova inutilmente a ripristinare gli equilibri togliendo Causio per Cuccureddu. Impossibili da dimenticare le facce attonite dei bianconeri, e in particolare di Anastasi, che all’uscita vedono gli olandesi buttare la Coppa fra i borsoni nel bagagliaio del pullman. Per loro era la terza in fila. C’erano abituati. La differenza, come negli antitetici ritiri prepartita (Ajax in centro, Juve in un isolatissimo ex convento), è tutta lì.

1983 – Intuizione Felix (Amburgo-JUVENTUS 1-0)
È l’ultimo anno del vecchio Zoff (41 anni) in porta, poi toccherà a Tacconi. Platini costruisce, lancia e finalizza. Davanti, la mancanza di una vera punta di sfondamento è tipica della squadra biscudettata in Italia (’81 e ’82) e poi finalista ad Atene. Al centro erano stati alternati l’incostante Virdis e il piccoletto Galderisi, grande uomo-spogliatoio e dotato di un ottimo fiuto del gol, ma costituzionalmente incapace di percussioni frontali. Il nodo-centravanti viene sciolto dal rientro a tempo pieno di Rossi, che nel frattempo ha scontato la squalifica per il calcioscommesse e vinto il Mondiale spagnolo. Dietro, Scirea libero e regista arretrato e la torre Brio chiudono nel mezzo, Gentile a destra e Cabrini stantuffa a sinistra. Marocchino, nelle giornate di vena, è un tornante destro irresistibile anche se discontinuo. Ad Atene parte dalla panca, poi entra al posto di Bettega, recuperato dopo lunga assenza. “Penna bianca”, fortissimo di testa, è per la sua saggezza tattica un bomber atipico. E si adatta a destra per lasciare spazio alle irresistibili progressioni del cavallone Boniek, che dalla sinistra taglia al centro, meglio se imbeccato dal sodale (in campo e fuori) Platini. L’universale Tardelli, secondo solo a Neeskens nel ruolo, gioca a tutto campo. L’anno dopo, con più o meno la stessa formazione (con Tacconi al posto di Zoff, Penzo per Bettega e il frequente sacrificio di una punta in favore del prezioso trequartista Vignola) il Trap fa sua la Coppa Coppe. All’Olimpico d’Atene, invece, il sassolino messo sotto l’incrocio da Magath dopo neanche 9’, inceppa i meccanismi. E la macchina dei sei campioni del mondo più un settimo mancato (Bettega) e due fenomeni d’oltreconfine va in tilt.

1984 – Quoque tu, Paulo (Liverpool-ROMA 1-1, 4-2 dcr)
Il fosforo che Liedholm sciorinava in campo vale anche in panchina. La Roma della zona, del secondo scudetto, è farina del suo sacco. Tornato alla base Vierchowod (alla Samp), stopper velocissimo e potente nell’anno del titolo, a proteggere il sicuro Tancredi c’è il poco dinamico duo Righetti- Dario Bonetti, cui si affianca il roccioso terzino destro Nappi. A sinistra c’è Nela (che la stagione precedente giocava a destra per lasciare l’altra corsia a Maldera). Dall’altra parte gli fa da contraltare Conti, il “brasiliano di Nettuno”. La crema è in mediana, con la sapiente regìa del “volante” Falcao e due snodo cruciali nell’inesauribile Cerezo (sostituto di Prohaska) e nelle lente ma precise cadenze dettate da Di Bartolomei, dotato di una temibile botta da lontano e rigorista impeccabile. In attacco Pruzzo è il classico centravanti d’area, bomber vero fortissimo di testa. Graziani, già “generoso” nei ripiegamenti e non più goleador com’era al Torino, giostra da seconda punta, non lesinando preziose sponde per “O’rei di Crocefieschi”. All’Olimpico, sfortunatissimo nelle finali casalinghe, è l’ex genoano a incornare, al 38’, il pallone che impatta il “sospetto” (per la carica di Whelan su Tancredi) vantaggio siglato, al 15’, da Neal. La serie dal dischetto si apre con l’errore di Nicol, Di Bartolomei e Neal trasformano, Conti no, Souness, Righetti e Rush sì. Graziani (più di Conti) si fa ipnotizzare da Grobbelaar e Kennedy decide. Il quinto rigore giallorosso non serve. Come l’Ottavo re di Roma, che di batterne uno non vuol saperne. Cuore pavido.

1992 – Rambo di tuono (Barcellona-SAMPDORIA 2-0)
La Coppa dei Campioni è diventata Champions League. La sfortuna dell’esordiente Sampdoria si chiama infortuni. Mancini e Vialli, i veri “gemelli del gol” dopo gli originali granata Pulici e Graziani, non sono al meglio. Soprattutto Luca, che si mangia gol quasi fatti. Un lusso insostenibile davanti alla bestia nera Barcellona, che tre anni prima a Berna strappò ai doriani la Coppa delle Coppe. I “blaugrana” sono a un passo dalla leggenda. Mai, nella storia, hanno alzato quel trofeo che all’odiato Real Madrid è di casa. Questa, per il Barça, che Cruijff schiera con uno spregiudicato 3-4-3, è l’occasione della vita. Eppure Boskov azzecca tutto. Davanti a saracinesca Pagliuca, la terza linea (Mannini, Vierchowod, Lanna, Ivano Bonetti) garantisce chiusure centrali e spinta sulle fasce. A centrocampo, “killer” Katanec è l’artista del fallo scientifico, “Popeye” Lombardo un tornante di destra inesauribile e spesso capace di gol importanti, Pari e Cerezo assicurano ordine e copertura e altro dinamismo. In avanti, libertà assoluta al genio del Mancio. Per assistere l’amicone della vita o concludere in prima persona. Strano che per due squadre così si sprechi tanto da arrivare fino al 110’ sullo 0-0. Poi Schmidhuber fischia dal limite dell’area blucerchiata un dubbio fallo di Invernizzi su Eusébio e Koeman spara una cannonata delle sue. Da una parte, è la fine di un incubo (sottolineato dalla divisa, che lo scaramantico Cruijff ha voluto di un arancione simil-olandese). Dall’altra, buonanotte ai sogni Doria.

1993 – Specchio beffardo (Olympique Marsiglia-MILAN 1-0)
I rispettivi presidenti, Bernard Tapie e Silvio Berlusconi, si godono all’Olympiastadion lo scontro tra titani da loro creati a propria immagine e somiglianza. In attacco, Capello preferisce Massaro all’illustre ex di turno, Papin. Farà da spalla al 29enne centravanti van Basten, fuoriclasse epocale alla terza gara in dodici mesi. L’ultima da professionista, a causa dei noti problemi alla caviglia che nel ’95 lo costringeranno al precoce ritiro. Con un coupe de théâtre dal tempismo rivedibile, Rijkaard in mattinata annuncia che a fine stagione tornerà all’ovile Ajax a chiudere la carriera. Il patron rossonero vorrebbe l’acciaccato Gullit perlomeno in panchina «perché loro hanno paura di te», ma Capello non è Ancelotti e da quell’orecchio non ci sente. Per mezz’ora a comandare è il Milan, che spreca due volte con Massaro: su imbeccata di Donadoni e van Basten. Specie nell’ultima, cross morbido da destra, “Bip-Bip” potrebbe fare di più, invece gira debole di testa e la palla sfila lenta a sinistra di Barthez. Poi, ispirato da Sauzée (futuro atalantino) e Deschamps (prossimo juventino), il Marsiglia “cresce”. Sfiora il gol con Völler – l’unico dell’OM a non doparsi, secondo quanto riportato nell’autobiografia del mediano Eydelie – e Boksic. Nel primo caso il portiere Rossi ci mette il piedone, nel secondo il pallone va oltre la traversa. Al 43’, i francesi passano: corner di Abédi Pelé, gran stacco di Basile Boli che beffa Völler e Rijkaard (Baresi e Costacurta guardano). Nella ripresa un sinistro debole di van Basten, una conclusione di Papin (entrato al posto dello spento Donadoni) e Massaro che non aggancia un altro cross del Cigno di Utrecht, che a 4’ dalla fine Capello cambia con Eranio. La coppa va per la prima volta in Francia, che l’ha ideata. Peccato perché, rispetto a quello di Goethals, acciacchi a parte, il 4-4-2 del Bisiaco, ha più classe, una difesa d’acciaio (Tassotti-Costacurta-Baresi-Maldini) e una mediana da urlo: Lentini-Albertini-Rijkaard-Donadoni. Ma a batterlo fu Raymond “La Science” o la scienza tout court?

1995 – Il re bambino (Ajax-MILAN 1-0)
Al Prater, oggi “Ernst Happel Stadion”, il navigato Milan di Capello, un’autentica multinazionale del pallone, cerca il bis. Prova a impedirglielo l’ennesima nidiata di campioncini sfornati dalla serra creativa Ajax del freddo cesellatore Van Gaal. Sulla carta, specie in gara unica, non c’è partita. In Champions il Milan non subisce gol da cinque match ma in stagione gli “ajacidi” lo hanno già battuto due volte. Assente l’infortunato Savicevic, rimpiazzato da Massaro (che in avanti fa coppia con Simone mentre Boban e Donadoni giocano esterni), i rossoneri contengono bene e ripartono. Su Desailly, piazzato da muro davanti ai centrali Costacurta e Baresi e agli esterni Panucci e Maldini, s’infrangono le leziose trame tessute da Litmanen, Overmars e [Finidi] George. La prima vera palla gol però è dell’Ajax – colpo di testa di Frank De Boer su corner di Davids – poi, nel finale di primo tempo, il Milan accresce il dominio territoriale con corti fraseggi e movimenti sincronizzati. Al 41’ una conclusione di Desailly viene deviata da Van der Saar, che 4’ dopo si salva d’istinto su un tiro al volo di Simone, servito da un cross di Donadoni. Dopo l’intervallo l’opaco Seedorf viene sostituito da Kanu, che con i suoi scatti mette in apprensione la difesa rossonera. Il Milan contrattacca, e al 62’ Massaro gira fuori di poco una superba palla di Albertini. A 25’ dal termine, Van Gaal toglie il deludente Litmanen e gioca la carta Kluivert, promettente centravanti del vivaio. A 10’ dalla fine, Simone e Kanu sprecano ciascuno una buona occasione, c’è aria di overtime ma il pivellino ha idee diverse. All’85’, Kluivert serve Davids sulla sinistra e da questi a Rijkaard al limite dell’area. L’ex milanista pesca Kluivert che con un tocco beffardo brucia Baresi e infila il pallone alla sinistra di Rossi. A 18 anni e 327 giorni Patrick è il più giovane marcatore in una finale di Coppa dei Campioni. Tardive le sostituzioni di Capello (Lentini per Boban, Eranio per Massaro), e l’Ajax riconquista il trofeo dopo 22 anni di astinenza. «La politica dei giovani batte i miliardi di Berlusconi», scriverà qualche penna livorosa. Il Milan meritava almeno i supplementari, il gioco all’olandese no.

1997 – Mal di Kalle (Borussia Dortmund-JUVENTUS 3-1)
Gli uomini di Lippi vogliono confermarsi campioni. E logorio permettendo, hanno concrete chance di farcela, viste le prove di forza sciorinate in mezza Europa (memorabile il 2-1 rifilato a domicilio all’Ajax nella semifinale di andata). L’attacco non ha più il tridente schiacciasassi (Vialli, Del Piero, Ravanelli), ma continua a far paura: la classe di Zidane al servizio della potenza di Vieri e della velocità di Boksic, con il talentuoso ma discontinuo Amoruso come punta di scorta. In porta, il miglior Peruzzi. Dietro, acciaio fuso in un monolite di concentrazione e agonismo: Ferrara, Montero, Porrini e Iuliano. Palla alta o bassa, non si passa. In mezzo, il senso tattico e il cinismo calcistico di Deschamps, le diligenti sgroppate di “Soldatino” Di Livio sull’out destro e il fosforo di Jugovic a sinistra. All’Olympiastadion di Monaco, però, la gara nasce sotto una cattiva stella. I bianconeri, favoriti e in mise scaramantica (divisa blu con rifiniture gialle, i colori di Torino), attaccano per 25’ e in 5’ ne prendono due. Al 29’, corner di Möller da sinistra, rinvio pasticciato della difesa e palla sui piedi di Lambert, che la ributta in l’area. Il più lesto è “Kalle” Riedle, che la mette giù col petto e di sinistro la scarica dentro. Altro corner di Möller, uno dei tanti “ex” dal dente più o meno avvelenato (come Kohler, Reuter e soprattutto Paulo Sousa, l’architetto della prima Juve lippiana) e pezzo forte del repertorio di Riedle, che stacca più di Ferrara, ingenuo nel dargli le spalle, e incorna sul primo palo. All’intervallo, Lippi toglie Porrini e butta nella mischia Del Piero, che al 64’ segna un fantastico gol di tacco. Decisivo, nell’occasione, lo spunto sull’out mancino di Boksic, che lascia sul posto Kohler. Otto minuti prima, proprio una conclusione del croato, deviata, si era stampata sulla traversa a Klos battuto. Che non è serata si capisce ancor di più al 71’. Ricken, un ragazzino entrato da un minuto, se ne va in contropiede e beffa Peruzzi con un perfido lob dalla distanza. Peccato per il centenario, perché con una Juventus meno incerottata e l’arbitro Puhl più in serata…

1998 – Il Séptimo sigillo (Real Madrid-JUVENTUS 1-0)
Idem come l’anno prima. Il Real Madrid non è ancora “galáctico” e i favori del pronostico pendono ancora una volta dalla parte della Juventus, alla terza finale consecutiva. Non accadeva dai tempi del Bayern di Beckenbauer (1974-76), che le vinse tutte. Nella gara che vede in campo 21 nazionali (più 6 in panchina) e attacchi, sulla carta, spettacolari ci si aspetta una gara da fuochi d’artificio. Invece il gol non arriva che al 66’, con Mijatovic e sul filo (robusto) del fuorigioco. Questa la dinamica dell’azione: Seedorf crossa dalla destra, Roberto Carlos raccoglie e tira. La sfera rimpalla su Iuliano e il futuro viola, che salta Peruzzi e centra il piccolo specchio di porta rimasto aperto. Lippi schiera due punte piccole e veloci, Del Piero e Inzaghi, che magari non si amano ma funzionano, specie se a ispirarle c’è Zidane. Davanti a Peruzzi, giocano in linea Torricelli e Pessotto esterni, Montero e Iuliano centrali (con l’uruguaiano più propenso a scalare). In mediana, con Di Livio, Deschamps e Davids, abbondano fiato e aggressività. Dall’altra parte, Heynckes “spreca” il prolifico Raul come esterno sinistro di centrocampo, scindendo così la coppia con Morientes che meglio ha fatto rendere il capitano “merengue”. Ma il golletto del serbo-montenegrino dà ragione a lui. Lo ammette, a denti stretti, anche il tecnico bianconero: «Il Real Madrid ha meritato di vincere». Dopo 32 anni di attesa, alla Amsterdam Arena gli “Héroes de la Séptima” non potevano fallire.

2003 – I rigori del gelo (Milan-JUVENTUS 0-0, 3-2 dcr)
Bruttina, dài. All’italiana. Ogni possesso palla, un clinic da Accademia delle Scienze. Del calcio e del controcalcio. Non proprio da Supercorso di Coverciano, invece, la “perla” infilata da Lippi con Montero terzino sinistro nella linea a quattro con Thuram, Ferrara e Tudor schierata a protezione di Buffon, il portierissimo arrivato nel 2001 per 105 miliardi di lire. Nel primo tempo Shevchenko scherza l’uruguaiano a piacimento. E se il gol dell’ucraino fosse stato convalidato da Merk, forse il tecnico bianconero non avrebbe fatto in tempo a correre ai ripari. Più razionale la linea mediana (Camoranesi, Tacchinardi, Davids e Zambrotta), che paga il pesante dazio della squalifica di Nedved e una strutturale carenza di fantasia. Quella che per fortuna non manca a Del Piero, seconda punta al fianco della macchina da gol Trezeguet. Le squadre si elidono a vicenda come neanche Karpov e Kasparov alla scacchiera. Consequenziale se non logico che, nella splendida dell’Old Trafford, la vittoria arrivi di misura e con un esercizio in cui conta la freddezza, non la fortuna. Dal dischetto, sbaglia Trezeguet (parato), segnano Serginho e Birindelli, ciccano Seedorf e Zalayeta poi Kaladze e Montero (bravi Buffon e Dida), prima dei gol di Nesta, Del Piero e Shevchenko. Per la Juventus, in sette finali appena due gol su azione (Ravanelli dalla linea di fondo nel 1996, Del Piero di tacco l’anno dopo): un po’ pochino. Per il Milan, un pizzico di benzina e di voglia di osare, più che di vincere, in più. E se il primo premio arriva con quella che impropriamente chiamano “lotteria”, pazienza.

2005 – Il capolavoro di Rafael (Liverpool-MILAN 3-3, 3-2 dcr)
Il Milan è favorito, ma in evidente calo. Dall’altra parte, più che il Liverpool, a far paura è lo stratega Benítez. Chissà cosa si inventerà, il mago che studia calcio 24 ore il giorno (viaggio di nozze compreso, per referenze chiedere alla signora Montserrat), dopo aver fatto incagliare le corazzate Juventus e Chelsea. La partenza è a gonfie vele, ma per il Milan.
Dopo 57”, punizione dalla destra di Pirlo. A centro area, Maldini gira di destro al volo e fulmina Dudek. Neanche il tempo di appuntarsi gli schieramenti in campo e i piani tattici della vigilia sono carta straccia. Al 39’ il raddoppio: contropiede (ooops, ripartenza) dei rossoneri, Kaká fila via centralmente e con un tocco sotto apre sulla destra per Shevchenko, che mette in mezzo un tiro-cross, nell’area piccola irrompe Crespo e gol. Quattro minuti dopo, altra grande azione di Kaká, davvero stellare. Prende palla a metà campo, si gira e lancia in verticale per Crespo che brucia Carragher e s’invola verso Dudek, beffato con un tocco felpato di destro. All’intervallo, la finale è in ghiacciaia. Non così lo champagne, dicono i maligni – seccamente smentiti da Galliani –, secondo i quali i festeggiamenti nello spogliatoio rossonero sono già iniziati. Difficile da credere, a quel livello e con quell’esperienza. Ma è un fatto che nella ripresa qualcuno deve aver spento la luce. Prendere 3 gol in 6’ è un’impresa da Inter (che in casa contro il Bayern, Coppa Uefa ’88-89, l’anno dello scudetto dei record, ce ne mise 7’), più che da Milan. Il Rocky Horror Picture Show comincia al 9’: cross di Riise dalla sinistra, a centro area Gerrard di testa infila l'angolino alla sinistra di Dida. All’11’, dai 25 metri Smicer prende la mira ed esplode un destro angolato che Dida non trattiene. Al 14’, Gattuso stende Gerrard in area. Dida para il rigore ma Xabi Alonso fa sua la respinta e segna il gol dell’incredibile pareggio. Il Milan è in trance, ma Shevchenko ha l’occasione della vita per chiudere la partita. Dudek salva senza sapere come. Si va ai rigori, come due anni prima. Solo che stavolta Shevchenko (come Serginho e Pirlo e a differenza di Tomasson e Kaká) fa flop. Dall’altra parte, segnano Hamann, Cissé e, dopo l’errore di Riise, Smicer. Sembra assurdo, ma lo squadrone che incantava con il rombo di centrocampo (Pirlo vertice basso, Gattuso e Seedorf mezzeali dietro Kaká), la difesa di All-Star (Cafu, Stam, Nesta, Maldini), l’attacco atomico Crespo-Sheva e il miglior portiere del mondo assieme a Buffon, crolla sul filo di lana. In campionato come in Champions League. Col senno di oggi, forse non per caso.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

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