venerdì, marzo 10, 2006

Maturana, Pacho è vivo


«QUESTO è il recinto di un pazzo felice» recita il cartello appeso a una parete della casa dei suoi genitori. E in carriera Francisco Maturana, di lucida follia, ne ha sempre avuta tanta, a volte troppa. A Italia 90 la sua Colombia stupì il mondo, ma inciampò (contro il Camerun) su un erroraccio del “portiere matto”, René Higuita, assieme al tecnico uno dei simboli di quella squadra rivoluzionaria. All’indomani dell’eliminazione un giornale italiano ironizzò facile: «La rivoluzione che fa ridere». Vai a spiegargli che in un Paese nel quale i neonati imparano a riconoscere il revolver prima del biberon, l’unica arma per esistere e resistere può essere, a volte, una sana pazzia. Soprattutto nel calcio, dove per un autogol (Andrés Escobar, 2 luglio ’94) o per una decisione arbitrale (Álvaro Ortega, 15 novembre ’89) ti ammazzano. E allora meglio rischiare, perché «un portiere-libero non contrasta né con il calcio spettacolo né con il calcio canonico. Ha i suoi rischi, ma la vita stessa è un rischio e solo chi sa rischiare è un uomo libero».
Francisco Antonio Maturana García nasce il 15 febbraio 1949 a Quibdó, 400 mila anime nel capoluogo del Dipartimento del Chocó, tratto di terra della Colombia nordoccidentale compreso tra l’oceano Pacifico e la Cordigliera Occidentale. La digressione geografica non è irrilevante per comprendere chi nasce e cresce in un posto che, a colpo d’occhio, tutto sembra tranne che il primo produttore di platino dell’America nonché il leader nazionale nella produzione aurifera.
“Pacho” è il maggiore dei nove figli che “don” Marceliano, rappresentante di medicinali, e Doña Helde, maestra, allevano in un piccolo appartamento circondato – per dirla con Jorge Valdano – da alberi di badeas, borojó e marañón, cresciuti rigogliosi grazie all’aria umida di quelle zone. Pur essendo esponenti della classe media, la loro pelle è nera come quella del 90% della popolazione locale e più scura di quella degli indios o delle altre minoranze etniche della regione. I Maturana, ovvio, sono discendenti degli schiavi che mercanti spagnoli, portoghesi e olandesi importarono dall’Africa per impiegarli nello sfruttamento minerario: gli indigeni erano utilizzati principalmente per l’attività agricola.
Quando Francisco ha tre anni, la famiglia si trasferisce a est, sulle montagne di Liborina, Dipartimento di Antioquia («Antiochia» nella pronuncia spagnola) e, di lì a poco, nel capoluogo, Medellín, dove il più grande degli eredi Maturana entra nel Deportivo Barrio La Floresta, che disputa le partite su un campetto improvvisato. Il primo regalo è una “pelota” più piccola rispetto alla misura 5, quella dei professionisti, allora un lusso insostenibile.
I primi passi del raagazzo sono quelli classici: comincia a giocare per la strada, poi una vecchia gloria del calcio uruguaiano, Julio Ulises Terra, lo nota al Liceo Antioqueño. A 12 anni “Pacho” entra in quello che, fra alterne vicende, sarà il club della sua vita, l’Atlético Nacional di Medellín. Lì compie la trafila dalle giovanili alla prima squadra. Da professionista, difensore centrale dal fisico imponente (1,81 per 85 kg) e abile nel tocco, vi rimarrà per dieci stagioni. A farlo debuttare è lo jugoslavo Vladimir Popovic, che lo sceglie come rimpiazzo del nazionale argentino Óscar Calis, infortunato. Ma è sotto la guida del paraguaiano César López Fretes che arrivano i primi successi. Nel 1973, il club conquista il secondo titolo della propria storia precedendo di un punto (34 a 33) i Millonarios di Bogotá, primi nel Torneo Apertura. Il traguardo viene tagliato espugnando (1-0) il campo del Deportivo Cali e contando su titolari del calibro di Jorge Ortíz, Gerardo Moncada, Tito Manuel Gómez, Hugo Horacio Lóndero (29 gol), Raúl Navarro, Gustavo Santa (14), Jorge Hugo Fernández e Abel Álvarez.
Tre anni dopo, sotto la direzione tecnica dell’argentino Oswaldo Juan Zubeldía, “La Amenaza (minaccia) Verde” o “La Academia Verde”, come era soprannominato lo squadrone del ’73 (41-23 la differenza-reti), centra il bis puntando soprattutto sulla disciplina tattica di Eduardo Raschetti, Iván Darío Castañeda, Eduardo Retat, lo stesso Moncada, Emilio Vilarete, Jorge Olmedo, Miguel Ángel López, César Bóveda.
Il Nacional si laurea campione allo stadio di Palogrande davanti all’Once Caldas, dopo una stagione che lo aveva visto prevalere per 6-2 al “Pascual Guerrero” di Cali e per 4-1 a Bogotá sui Millonarios, ancora una volta vincitori dell’Apertura.
Nel gennaio ’81, con un trasferimento-boom arriva al Nacional (di nuovo campione con al timone Zubeldia, l’unico a vincere due campionati coi biancoverdi di Medellín) la stella Hernán Botero Moreno, in cambio l’Atlético Bucaramanga riceve Gilberto Salgado, Ortíz e Maturana.
È una “temporada” mediocre per Pacho dal punto di vista calcistico (la squadra non raggiunge il quadrangolare di semifinale), ma non da quello accademico: il professor Francisco Maturana ottiene infatti una cattedra presso la locale università. Come calciatore, però, sente di avere ancora qualcosa da dare oltre che da dire e così, l’anno successivo, accetta l’offerta del Deportes Tolima. Il sorprendente secondo posto, a tre punti dall’América Cali campione, gli sembra sufficiente per uscire di scena con classe.
Per fare contento papà Marceliano, aveva conseguito la laurea in odontoiatria, che coronava un percorso formativo durato 16 anni. Francisco apre uno studio, ma sul piano economico le cose non vanno benissimo. Un giorno però riceve la visita, chissà quanto casuale, di un paziente illustre, l’uruguaiano Luis Cubilla, il quale, oltre a corrispondergli una munifica parcella, gli sottopone un’offerta che non si può rifiutare: seguirlo al Nacional per fargli da assistente in una squadra che aveva ancora diversi ex compagni di Maturana, fraa i quali César Cueto e Guillermo La Rosa. Tramontata l’era-Cubilla, Francisco gode del favore di altri tecnici stranieri come Aníbal Ruiz e Juan Martín Mujica, ma vuole camminare con le proprie gambe. L’opportunità arriva nel gennaio ’86 con il Cristal (oggi Once) Caldas, che porta all’Octagonal Final, traguardo lusinghiero perché, nonostante l’ultimo posto e i problemi difensivi (18 gol fatti, 29 subiti), la squadra cerca sempre il “bel gioco”.
La vera rampa di lancio la trova però nel gennaio ’87, tornando all’ovile-Nacional, dove la sola idea di convertire a un calcio più offensivo il fútbol dei “puros criollos” appare peregrina se non addirittura utopistica. Invece, il secondo posto dietro i Millonarios gli varrà, di lì a sei mesi, l’investitura a Ct della Colombia. In vista del Preolimpico in Bolivia, la pressione della stampa si è fatta insostenibile per Gabriel Ochoa Uribe. Ecco allora l’emergente Francisco Maturana, che affronta il torneo puntando forte sul blocco-Nacional. Confermato anche per l’imminente Coppa America e per il girone eliminatorio sudamericano di Italia 90, nel giro di tre anni Pacho centra il terzo posto in Coppa America, disputata in Argentina nell’89, e la partecipazione al Mondiale inseguita dal Paese da 28 anni. Un risultato che don Marceliano festeggia con una sbronza colossale, chissà se replicata quattro anni dopo, quando la qualificazione a USA 94 porta in dote al suo rampollo più famoso la “Cruz de Boyacá”, una delle massime onorificenze che lo Stato colombiano può conferire.
Nel 1989, il Nacional – sempre con Maturana in sella – conquista un po’ a sorpresa la Coppa Libertadores battendo 5-4 ai rigori (calciati senza disputare i supplementari, aboliti dal nuovo regolamento) l’Olimpia Asunción. L’impresa vale doppio perché, ribaltando nel ritorno (giocato a Bogotá perché l’Atanasio Girardot, all’epoca, non soddisfa la capienza minima obbligatoria, 50 mila posti) lo 0-2 subìto in Paraguay, i biancoverdi diventano i primi a portare in Colombia il trofeo. Quel successo li porta dritti a Tokyo per contendere al Milan di Arrigo Sacchi, 17 dicembre, la Coppa Intercontinentale. Le squadre giocano un calcio speculare e si elidono a vicenda in una gara troppo brutta per sembrare vera. I sudamericani imbrigliano i purosangue rossoneri ricorrendo a una fitta ragnatela di passaggi, con frequenti raddoppi di marcatura e sterili sovrapposizioni. Per gli amanti del genere, un clinic; per gli appassionati di calcio, un incubo lungo 119’, che termina solo con la punizione-gol di Alberigo Evani, già autore della rete decisiva nella Supercoppa europea.
Per Maturana, nonostante la sconfitta, fioccano i riconoscimenti, prima ancora che per i risultati, per la precisa identità raggiunta dal “fútbol cafetero”. Pacho diventa il Gabriel García Márquez del pallone, l’anima buona della Colombia e cioè di un Paese capace di produrre – e finalmente esportare – anche calcio-spettacolo, non solo caffè e narcotraffico, violenza e “desechables” (i “rifiuti umani” che la polizia locale prova a eliminare perseguendo l’atroce politica della “pulizia sociale”).
Alla vigilia del Mondiale italiano gli occhi degli addetti ai lavori sono tutti per lo spregiudicato 4-2-2-2 con cui il tecnico ha affascinato anche “ideologi” illustri, come Johan Cruijff e Sacchi, che non perdono occasione per esaltarne le qualità, specialmente la fantomatica zona “dinamica”.
Dopo il Italia 90, Pacho si gioca la carta europea al Real Valladolid, che però retrocede in Segunda División nonostante la presenza dei fedelissimi Higuita in porta, Leonel Álvarez in mediana e Carlos “el Pibe” Valderrama sulla trequarti. Quell’estate, Pacho accusa l’allora presidente del Real Madrid, Ramón Mendoza, di essersi rimangiato,per puro razzismo, la promessa di affidargli la panchina “merengue” e se ne torna da dove era venuto.
Dopo il Mondiale americano, la storia si ripete, stavolta all’Atlético Madrid del mangia-allenatori Jésus Gil y Gil. Pochi mesi, da agosto a ottobre, e amici come prima. Nel frattempo, nel 1992 vince il campionato colombiano con l’América di Cali. A livello di club, per Maturaana (che nel ’98 vivrà un deludente passaggio ai Millonarios di Bogotá, ultimi nel girone nella fase a otto) la gloria finisce lì. Tutt’altra musica in Nazionale, la sua vera “casa” (quattro i suoi interregni, ma lui giura che non ci sarà il quinto) alla quale ciclicamente fa ritorno dopo gli esoneri inanellati come Ct di Ecuador (’95-97), Costa Rica (’98-99) e Perù (’99-2000).
Nel 2001, con un buon collettivo e nulla più, regala ai 40 milioni di connazionali la prima Coppa America della loro storia: in finale, al “Campín” di Bogotá, 1-0 al Messico grazie al gol di testa dell’interista Iván Ramiro Córdoba. “Il Messia” in patria non ha più nulla da dimostrare e allora va alla ricerca di nuovi stimoli (e petrodollari): nel 2002 l’emiro saudita Bandar Bin-Faysal Bin-Abdullah gli affida la panchina dell’Al-Hilal, club di sua proprietà. Pacho resiste un anno, poi accetta una nuova scommessa e diventa il primo colombiano ad allenare nel campionato argentino. Lo prende il modesto Club Atlético Colón di Santa Fe (7° nel Torneo “Apertura”) dove arriva nel dicembre 2003, giusto in tempo per il “Clausura” al termine del quale, con la squadra scivolata all’11° posto, saluta la compagnia.
Nel novembre 2003, a Francisco sono fatali le qualificazioni per Germania 2006. Dopo tre sconfitte in tre gare (1-2 col Brasile a Barranquilla, 4-0 a La Paz con la Bolivia, 0-1 con il Venezuela ancora a Barranquilla) Oscar Astudillo, presidente della Federación Colombiana de Fútbol (FCF), annuncia la “cordiale” rescissione del contratto con Pacho e relativi assistenti, Pedro Sarmiento e l’uruguaiano Alejandro Richino, che arrivano fino all’1-1 con l’Argentina. Archiviati 51 vittorie, 33 pareggi e 22 sconfitte, il dopo-Maturana comincia con un altro cavallo di ritorno, il 46enne Reinaldo Rueda, che il mese successivo sarà terzo al mondiale Under 20 disputato negli Emirati Arabi Uniti.
Sposato con doña Margarita, quattro figli (Pablo Marcelo, Sebastián, Daniela e Daniel), Maturana è oggi un distinto signore di mezza età che ha avuto successo nel calcio, da cui è stato più rispettato che amato, e nella vita. Si è dato alla politica (nel ’91, come candidato del Movimiento 19 de Abril, nato per protesta al broglio delle presidenziali del ’70, fu eletto per la Asamblea Nacional Constituyente), al giornalismo (la parentesi al Valladolid gli aprì le porte della radio iberica e di TeleCinco, subito affascinate dal suo eloquio colto e raffinato) e alla scrittura (al libro uscito prima di Italia ’90 ne seguì un altro per il Mondiale americano; e “Hombre Pacho”, la biografia curata da María Teresa Ramírez, è tuttora un best-seller). Il tecnico appare in declino, ma l’uomo no. Parafrasando De Gregori, «hanno ammazzato Pacho, Pacho è vivo».
(Christian Giordano, 7 - continua)


“El Parricidio”
Il 5 settembre 1993 al Monumental di Buenos Aires, la “cancha” del River Plate, la lanciatissima Argentina – fresca vincitrice della Coppa America in Ecuador e imbattuta da 33 gare – deve superare la Colombia nell’ultima gara delle eliminatorie sudamericane per USA ’94. Del Gruppo 1 fanno parte anche Perù (già fuori causa) e Paraguay, ma la corsa si fa dura perché al mondiale accede direttamente solo la prima, la seconda dovrà giocare lo spareggio con la vincitrice del raggruppamento oceanico. Nello stadio che quindici anni prima vide i padroni di casa laurearsi campioni del mondo, tutto fa pensare a una passeggiata degli uomini guidati da Alfio “el Coco” Basile. Ma i “cafeteros”, che all’ingresso in campo vengono subissati di fischi, derisi e insultati, hanno idee diverse. La partita scivola senza sussulti fino al 41’, quando Rincón, schierato da Maturana dietro due punte di ruolo, sorprende Ruggeri e infila Goycochea. Nella ripresa i colombiani dilagano in contropiede (pardon, ripartenza), alternando conclusioni di potenza a giocate di gran classe. Con la squadra arroccata davanti all’insuperabile Perea, e sfruttando la sapiente regìa di Valderrama, vanno a rete i tentacoli del “Pulpo” (polpo) due volte Asprilla (50’, 76’), Rincón (74’) e “el Tren” Valencia (86’). Argentina 0, Colombia 5: una partita incredibile, salutata dagli applausi dallo stesso pubblico, tutto in piedi, che non aveva risparmiato agli ospiti la propria ostilità. Due giorni dopo, il settimanale El Gráfico esce con una copertina nera e un titolo a caratteri cubitali: «Vergüenza», vergogna. A pagare per tutti è “Goyco”, esposto al pubblico ludibrio televisivo e agli strali lanciatigli dal “monumento” José Francisco Sanfilippo da Tiempo Nuevo, il programma condotto da Bernardo Neustadt. In Colombia, è festa nazionale e si parla di «parricidio». Mezzo secolo prima erano stati loro, gli argentini Pedro Pedernera, Di Stéfano, Rossi, Rial, Pontoni e Moreno, i padri del fútbol venuti a miracol mostrare a Bogotá, Cali, Medellín. Adesso, lo spettacolare “mostro” che quei fuoriclasse avevano generato costringeva i loro discendenti a richiamare Maradona per superare l’Australia (1-1 a Sydney con rete di Balbo, 1-0 di “Batigol” a Baires) e andare in America. Potenza del pazzo felice.

Il tabellino
5 settembre 1993, Buenos Aires (Monumental)
ARGENTINA-COLOMBIA 0-5 (0-1)
Argentina (4-4-2): Goycochea – Saldaña, Borelli, Ruggeri, Altamirano – Zapata, Redondo, Simeone, Leonardo Rodríguez – Medina Bello, Batistuta. Ct: Basile.
Colombia (4-3-1-2): Óscar Córdoba – Herrera, Perea, Mendoza, Wilson Pérez – L. Alvárez, Gómez, Valderrama – Rincón – Asprilla, Valencia. Ct: Maturana.
Arbitro: Ernesto Filippi (Uruguay)
Reti: 41’ e 74’ Rincón, 50’ e 76’ Asprilla, 86’ Valencia.

La scheda
FRANCISCO (PACHO) ANTONIO MATURANA GARCÍA
Data e luogo di nascita: 15 febbraio 1949, Quibdó (provincia di Chocó, Colombia)
Ruolo: difensore centrale
Club da giocatore: Atlético Nacional Medellín (1972-80), Atlético Bucaramanga (1981), Deportes Tolima (1982)
Palmarès da giocatore: 2 campionati colombiani (Atlético Nacional Medellín, 1973 e 1976)
Club da allenatore: Atlético Nacional Medellín (assistente, 1983-85), Once Caldas (1986), Atlético Nacional Medellín (1987-89), Real Valladolid (Spagna, 1990-91), América Cali (1992-93), Atlético Madrid (Spagna, agosto-ottobre 1994), Millonarios Bogotá (1998), Al-Hilal (Arabia Saudita, 2002-2003), Club Atlético Colón Santa Fe (Argentina, dicembre 2003-luglio 2004)
Nazionali da Ct: Colombia (1987-1990; 1993-94), Ecuador (1995-97), Costa Rica (agosto 1998-settembre 1999), Perù (1999-2000), Colombia (giugno-novembre 2001; 2002-2003)
Palmarès da allenatore: 1 Coppa Libertadores (Atlético Nacional Medellín, 1989); 1 campionato colombiano (América Cali, 1992); Miglior allenatore del Sudamerica 1993 per “El País” di Montevideo; 1 Coppa America (Colombia, 2001)

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