sabato, marzo 11, 2006

Pochi e non buoni

SONO i latini del Nord, per il calore e l’indisciplina – insoliti a queste latitudini –, ma certo non per il calcio. Gli irlandesi spasimano per gli sport tradizionali, il football gaelico e l’hurling (camogie nella versione al femminile, che non vuol dire più soft), un retaggio culturale che affonda le proprie radici nel doloroso anelito di indipendenza da secoli di dominazione britannica. Dagli odiati inglesi, però, hanno mutuato l’amore per la palla ovale, autentico sport nazionale capace di unire tanto i centri urbani quanto le zone rurali (nei cui pub, anche nelle zone più sperdute, sono immancabili le foto incorniciate dei campioni degli sport targati GAA). Nonostante questo humus culturale, le nazionali, sia al Windor Park di Belfast, sia al Lansdowne Road di Dublino, riescono a fare il pienone; che nelle nude cifre vale rispettivamente un quarto e la metà di quello che si registra per le finali nel tempio di Croke Park, il cui imponente profilo si staglia negli affollati quartieri di Drumcondra, vicino la stazione ferroviaria nella zona nord di Dublino, non lontano da Tolka Park, l’impianto dello Shelbourne (Premier Division) e il Dublin City (First), sbilenco e irregolare come buona parte degli stadi di calcio in Irlanda.
Al contrario, il campionato locale ha sempre faticato ad imporsi, con spalti semivuoti (ma pubblico correttissimo) e giocatori modesti, gestiti da una federazione che stenta ad affrancarsi da un seppur volonteroso dilettantismo.
Colpa anche della troppo vicina Premier League, i cui club (non troppo) paradossalmente godono di ampio seguito tra i tifosi irlandesi. Lo stesso avviene nei confronti del Celtic di Glasgow – il club formato nel 1888 come sostegno morale per i tanti emigranti irlandesi in fuga dalla carestia di quarant’anni prima. Al Nord, la situazione è analoga con l’aggiunta delle specificità imposte dalla questione religiosa: quanto detto per gli Hoops va esteso ai Rangers, il club dei protestanti. Inoltre, al tifo per i soliti Manchester United, Arsenal e Liverpool tanto amati nella Repubblica anche per via di una lunga tradizione di giocatori “made in Ireland”, va aggiunto, forse per converso, quello per l’Everton. E all’aeroporto internazionale di Belfast, anche per un normale turno infrasettimanale di Premiership o di FA Cup, non è rare ammirare papà e figliolo vestiti con il blu dell’«altra sponda» del Mersey.
Nella Irish League, il Cliftonville Fc di Belfast, la prima squadra irlandese, anche se non ufficialmente è la squadra della comunità cattolica, come – in misura minore – il Glentoran, mentre il Linfield è sostenuto dai più numerosi protestanti.
Con la nascita dello Stato Libero d’Irlanda (Eire in gaelico), nel 1921, nacque quasi contestualmente la Federazione di Dublino. Fra gli otto club fondatori, il Bohemian – l’unico sempre presente nella massima divisione – e il St James’ Gate, la squadra che deve il nome al cancello d’ingresso delle celebri birrerie Guinness, ma ritiratasi anni fa dai campionati maggiori. Lo Shamrock Rovers, la nobiltà del calcio irlandese, iniziò invece dalla Leinster League e subentrò subito dopo cominciando immediatamente a mietere successi (15 in campionato e 24 in coppa, gli ultimi nel 1994 e nel 1987).
Il campionato fu ben presto appannaggio dei maggiori club dublinesi fino a quando, nel 1932, il Dundalk portò finalmente il titolo in provincia, nella contea di Louth al confine con il Nord. Durante il secondo conflitto mondiale, il campionato non fu sospeso e nel 1969 fu allargato a quattordici squadre ammettendo anche il Finn Harps che così ampliò i confini del calcio nazionale fino al Donegal.
Nel 1985 fu introdotta anche la seconda divisione (oggi ridenominata First Division, come in Inghilterra e Scozia) cui si iscrisse anche il Derry City, la squadra dell’omonima città, a prevalenza cattolica, del Nord, che nella scelta vide la possibilità di evitare le tensioni e i rischi legati alla difficilissima situazione socio-politica sfociata nei Troubles. Proprio il Derry City è stato l’ultimo club a strappare il titolo all’egemonia dei club di Dublino, fra i quali l’antico Shelbourne e il St. Patrick’s, che negli ultimi anni sono tornate in auge.
La massiccia e ingombrante presenza delle squadre della capitale (che includono anche l’UCD, il club degli studenti universitari, e fino a poco fa il St. Francis, oltre ad altri club del circondario) è da sempre uno dei motivi di scarso interesse del campionato, che a tratti sembra sconfinare in una specie di torneo cittadino.
Oggi l’affluenza negli stadi irlandesi è assai contenute, ma fino agli anni Sessanta la media si aggirava superava spesso i 25mila spettatori. E se in ambito internazionale le squadre di club faticano a trovare una marcia regolare, pur riuscendo saltuariamente a conseguire risultati positivi (come è avvenuto all’inizio di quest’anno allo Shelbourne in Champions League e al Cork In Intertoto), la nazionale – come ha dimostrato nell’era-Charlton e nelle stagioni immediatamente successive – è rimasta l’unica speranza. Se il calcio nell’Isola c’è, e c’è, di sicuro è difficile trovarlo. Come il Leprecauno.
(Christian Giordano)

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