sabato, marzo 11, 2006

Questione di Pelezinho

A INIZIO 2004 era solo un ragazzino che sognava l’Europa. Un anno dopo era l’Europa a sognare lui. Il 21enne Róbson de Souza “Robinho” in patria è da almeno sei anni “Pelezinho”, il piccolo Pelé. E stavolta l’etichetta, meritata per lo sconfinato talento, si deve al Più Grande in persona. Nel marzo ’99 O’rei era il responsabile delle giovanili del Santos, la squadra della sua vita. Nel vivaio santista giocava un 15enne frugoletto pelle (d’ebano) e ossa, con la faccia da bambino e un sorriso incantatore; molto, troppo simile al suo di quarant’anni prima, per trattenere le lacrime. «La prima volta che ha toccato la palla sotto i miei occhi, mi è venuta la pelle d’oca. E quasi da piangere. Il suo dribbling è devastante, pari solo alla sua semplicità. Mi sono rivisto in lui». Sei anni e 2 titoli nazionali dopo, «Robinho è il ritratto ambulante del futébol brasileiro». Parola di Artur Antuñes Coimbra in arte “Zico”. Uno che di eredi di Pelé se ne intende.
Robinho approda al Santos a dodici anni, dopo aver militato nel Beira-Mar (1990-93) e nel Portuários (’93-96), due delle migliaia di “escolinhas” (scuole calcio satelliti di club maggiori) che producono formazioni competitive per i campionati juniores locali. Le escolinhas in genere hanno una prima categoria detta “di prova” che va dai tre ai cinque anni. Robinho vi entra da quella successiva, la “biberon” (non ridete), riservata a bambini di sei anni. E la sua squadretta vince subito il campionato.
In quelle mini società i ragazzini praticano il “futébol de salão”, o “futsal”, sorta di calcetto giocato ovunque, dal cemento alla spiaggia, con un pallone più piccolo e che rimbalza poco. Robinho sostiene che la sua agilità è figlia dal futsal. È un gioco più veloce del calcio, e con meno spazio in cui muoversi, i bambini sono costretti a sviluppare il controllo di palla e il dribbling stretto. Così hanno incominciato Zico e Ronaldo.
Beira-Mar è un caotico centro nella zona commerciale di São Vicente, periferia di Santos, Stato di San Paolo. I pochi e piccoli isolati sono circondati da un sistema di viabilità a senso unico, e i ragazzini giocano lì a futsal, in una specie di hangar. Il coordinatore Adroaldo Ricardo ricorda il giorno in cui Robinho, accompagnato dall’amico Fábio (mal visto dai De Souza), si presentò. E come Pelé nove anni dopo ne rimase fulminato. «La prima volta che toccò il pallone – ricorda – capimmo subito che era diverso dagli altri. Faceva dei movimenti così spettacolari…». Viene preso al volo ed esentato dal pagare la quota mensile, equivalente a circa 7,5 euro, che non poteva permettersi, proprio come i 60 centesimi del biglietto dell’autobus, generosamente elargiti da un vicino. «Sua madre – continua Ricardo – mi diceva sempre: “Questo qua deve diventare un calciatore. Salverà la famiglia”». Pressioni? Meglio abituarli da piccoli.
Torniamo a Pelé. A metà di quello storico allenamento, O’rey si avvicina al ragazzo e gli dice che gli ricordava se stesso da giovane. Fisicamente erano identici – neri, magri alla soglia (forse varcata) della malnutrizione, con un sorriso simile quanto impertinente; guardarlo quasi lo commuove. L’adolescente controlla la palla con un talento straordinariamente precoce, e convinto che il proprio ruolo fosse di guida morale oltre che agonistica, Pelé gli chiede di presentarsi accompagnato dal genitore per l’allenamento successivo. Era preoccupato che i pochi privilegi che la famiglia poteva garantire a Robinho in termini di istruzione e di corretta alimentazione potessero pregiudicarne lo sviluppo. Di sicuro, Pelé aveva ragione a preoccuparsi della salute del ragazzo. La dieta del piccolo Róbson è fatta di riso e uova, e spesso è così preso dal pallone da non rientrare a casa per i pasti. La prima volta che mangiò tre pasti completi al giorno fu quando – su insistenza di Pelé – traslocò nella foresteria per le giovanili del Santos, che disponeva di una struttura capace di accogliere 90 giovani promesse, che dormivano in piccole camerate ricavate nell’edificio dello stadio. Pelé, cresciuto nell’interno del medesimo Stato, a sua volta era andato a vivere nel club a 15 anni e sapeva cosa stava facendo. Con quella scelta Robinho, oltre a ricevere un’alimentazione adeguata, avrebbe evitato le insidie della gioventù povera brasiliana – droga, delinquenza, prostituzione –, dato che i “pensionanti” dovevano rispettare una rigida routine che li avrebbe tenuti fuori dei guai. «Pelé mi chiese se avevo qualche vizio, se fumavo o bevevo. Quando gli ho risposto di no, che stavo benissimo, il suo volto si è illuminato. “Resta sempre umile”, mi disse. Un insegnamento che ho seguito e che seguirò fino in fondo».
Il signor de Souza, addetto alla manutenzione delle fognature, arriva con il figlio la settimana successiva. Pelé li accoglie come vecchi amici e al signor De Souza chiede come si comporta Róbson a casa e a scuola. «[Pelé] disse che stava facendo uno sforzo particolare con Robinho» racconta De Souza, ai tempi alquanto intimorito dall’interesse dei media nei confronti del figlio. «Disse anche che voleva venire a casa mia. Non fissò una data ma se in qualsiasi momento vorrà farlo è invitato».
Pelé non si è mai fatto vedere nella modesta dimora dei De Souza, a Parque Bitaru, area fra le più degradate di São Vicente, dove il ragazzo-prodigio è nato il 25 gennaio 1984 e dove dormiva nella stessa stanza di mamma Marina Silva e papà Gilvan. Forse O’rey non ha fatto a tempo, preso com’era – e com’è – dai suoi mille affari, tra cui un’azienda specializzata in marketing e nell’organizzazione di eventi sportivi, e le campagne promozionali dei tanti prodotti di cui è testimonial, per esempio il Viagra. Non a caso, la sua permanenza come responsabile delle giovanili dura poco. Il tempo di capire che quel talento poteva essere il suo erede e, un giorno – parole sue – «persino oscurarlo». Il fatto che Robinho fosse cresciuto senza soldi per una bicicletta né per altri giocattoli, trascorrendo tutto il tempo a calciare un pallone per strada o a giocare con un aquilone di carta, aggiungeva solo colore a una sceneggiatura da lui interpretata da protagonista. Con un diverso “apelido”. Quello di Robson deriva dalla magrezza, che sembrava accentuata dall’abitudine a correre in cerchio intorno ai bambini più grandi.
Tre anni dopo, “Pelezinho”, il piccolo Pelé, debutta in prima squadra. Insieme al compagno di squadra e amicone Diego (oggi stellina in ripresa al Porto), 17 anni, trascina una pattuglia di sconosciuti ragazzini al titolo nazionale 2002. Il primo dall’era-Pelé, qualcosa di più che una coincidenza. A centrocampo, Diego inventa da “10” classico, ma là davanti sono le finte, la velocità, i dribbling di Robinho a rubare la scena. Il suo pezzo preferito è la “pedalada”, un numero da circo effettuato passando con i piedi attorno alla palla come se stesse, appunto, pedalandoci sopra. Il suo fisico filiforme si muove rapidissimo, oscillando a ritmi sincopati. L’immagine del “futébol bailado”, a voler essere scontati ma chiari. Il suo stile “giocoso” e gioioso, inconfondibilmente brasiliano, può però essere fuorviante. Il numero sette sulla schiena, l’andatura caracollante, il dribbling irresistibile (nel quale adesso si compiace meno) scomodano un altro paragone ingombrante: Garrincha. Per i giornali è un genio, un talento che capita una volta per generazione. Premiato subito come Miglior “artilheiro” (attaccante) del Brasile.
Alla sua rapida ascesa segue, nell’aprile 2003, il debutto in nazionale. Carlos Alberto Parreira lo fa esordire insieme a Diego il 30 aprile nell’amichevole contro il Messico a Guadalajara (0-0). «È ancora molto giovane, da rivedere», il giudizio del Ct, comunque ben consapevole che «bisogna fare molta attenzione con lui, non dobbiamo rischiare di bruciarne il talento. Il suo momento verrà di sicuro. Robinho è una gemma rara».
Meno di due anni dopo, in ogni prova della Seleção, anche le accelerazioni di Ronaldo (Ronaldinho ancora no) diventano un sottoclou del Robinho Show. Come gli ultimi 18’ di Brasile-Bolivia (3-1), al Morumbi di San Paolo il 5 settembre 2004, chiusa dai cori di «Ro-bi-nho, Ro-bi-nho». «Il mio miglior momento», dice Robinho. «Non mi sarei mai aspettato di sentire anche le tifoserie rivali (quelle di Corinthians, Palmeiras e São Paulo, ndr) cantare il mio nome in uno stadio pieno. Una cosa da brividi». O quella trasferta di Copa Libertadores contro i colombiani dell’América di Cali, quando la “torcida” di casa gli regalò una standing ovation. O quella volta a Floripa, in Figueirense-Santos, una delle ultime panchine di Emerson Leão, già mal sopportato dalla “vecchia” guardia. Chi c’era, come il giornalista Carlo Pizzigoni, attento osservatore del calcio sudamericano, giura che «Robinho non fece benissimo, ma regalò due lampi eccezionali». Tipici di un sicuro “craque” che «ha sempre più preso coscienza dei propri mezzi: il controllo di palla in velocità in pieno Ronaldo-style, delicato con entrambi i piedi e i primi tre passi del dribbling da urlo. Se lo raddoppi male fai brutte figure che ti segnano». La sua forza, però, a volte è anche il suo limite perché il Nostro «si esalta, alla maniera brasiliana (molto carioca e poco paulista) nell’umiliazione tecnica dell’avversario. Tecnica ma non solo: nell’ultimo Santos-Corinthians, dopo uno straordinario gol, ha imitato il goffo ballo di samba che il corinthiano Carlos Tévez aveva accennato dopo un gol al “Mogi Mirim” di qualche turno prima. La gioia del dribblare per dribblare, dice chi ha la fortuna di ammirarlo spesso, pare si sia almeno in parte attenuata, anche se alla natura, fortunatamente, non si comanda. Europa? Io dico sì convinto. Come si fa a non innamorarsi della sua classe?».
Impossibile. Ma non è quella a preoccupare gli addetti ai lavori al di qua dell’Atlantico, i (pochi) dubbi semmai nascono dalla inevitabile discontinuità, dalla fragilità del fisico (1,72 x 60 kg) o, appunto, dallo smaccato amore per il dribbling; che oltre a perdere palla può danneggiare la squadra anche in altre maniere. «Ha bisogno di rispettare gli avversari e di smetterla di irriderli con certi suoi numeri, altrimenti qualcuno gli farà male», lo ha avvertito (minacciato?) Júnior Baiano, campione del mondo a Francia 98. Ma Robinho non è tipo da tirarsi indietro. «Non ho niente di personale contro chi mi marca, ma è così che ho imparato a giocare e che sono passato professionista. Non cerco di umiliare qualcuno, quindi continuerò a giocare ovunque nello stesso modo che mi ha fatto emergere al Santos e che mi ha portato in nazionale». Nella speranza che migliori nel gioco aereo e nella certezza di una visitina in sala pesi.
La maledizione del “nuovo Pelé” non ha funzionato con il ragazzino di Parque Bitaru, «senza dubbio il miglior giocatore brasiliano», garantisce Pelé. «Ha attraversato momenti difficili (4 mesi senza gol nel 2003, quando lasciò il posto alla classe operaia di Basilio), ma li ha superati, dimostrando ancora una volta di essere una stella». E in quanto tale ha sofferto parecchio anche fuori del campo. Seguendo una moda “molto sudamericana” – l’ultimo caso è toccato alla madre di Grafite, attaccante del São Paulo – lo scorso 6 novembre è stata rapita la signora Marina Silva, poi liberata il 16 dicembre. In quel periodo il club lo ha intelligentemente lasciato libero affinché si occupasse del rilascio della mamma, ma se Robinho aveva dei dubbi, e non ne aveva, quella ferita ha dato l’ultimo, poderoso colpo di acceleratore alla sua voglia d’Europa. «Voglio diventare il migliore giocatore del mondo. E per riuscirci devo andare là», afferma convinto. Da bambino sognava il Barcellona, anche per via dei tanti connazionali che ne hanno vestito la storica “camiseta”, Romário, Ronaldo, Rivaldo, Giovanni e Ronaldinho Gaúcho, preferito dal club “blaugrana” perché dava più garanzie sul piano fisico-atletico. Ma il Real Madrid del suo ex mentore Vanderlei Luxemburgo – successore di Leão con il quale ha bissato il titolo nel 2004 – ha usato argomenti convincenti e per una cifra che oscilla tra i 18 o i 20 milioni di euro il presidente Marcelo Pirilo Teixeira, figlio del boss della federcalcio brasiliana, pare abbia ceduto. Del resto era stato lungimirante: e dopo avergli esteso il contratto fino al 2008, a 200 mila reais mensili (60 mila euro), si è messo alla ricerca del probabile sostituto, Marcinho del São Caetano, definito «molto interessante» dal vice presidente santista Norberto Moreira da Silva.
Ritrovata la serenità, Robinho è tornato il miglior giocatore del Paese che lascerà. Presto. «Resta al Santos» gli ha consigliato Pelé. «Io lo feci e riuscii a portare ancora più gente allo stadio. Quando avevo 19 anni il Real Madrid offrì una cifra incredibile per acquistarmi, ma il Santos mi alzò lo stipendio e rimasi». Altri tempi, stavolta O’rei ha scelto la profezia sbagliata.
(Christian Giordano)

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