venerdì, marzo 17, 2006

Pasadena '94, scandalo al solleone


di CHRISTIAN GIORDANO
 
Verso la fine del 1994, Bebeto, Enzo Francescoli, Michael Laudrup, Diego Amrando Maradona, Hugo Sánchez, Hristo Stoitchkov, Ivan Zamorano e altri importanti giocatori si misero al lavoro per fondare un sindacato internazionale dei calciatori. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso? Evaporata nella fornace di Pasadena (Los Angeles) dove, pochi mesi prima, nella rovente finale di USA 94, Italia e Brasile si erano contese il quarto titolo della loro storia.

Domenica 17 luglio. Le 12,30 nel fuso della West Coast. Per motivi di sicurezza la FIFA riduce a 92 mila posti (“trattabili”) la capienza del Rose Bowl, progettato nel 1922 per 57 mila e ampliato a 104.594 negli anni Cinquanta. I brasiliani entrano in campo tenendosi per mano, mentre ragazzini di tutte le razze consegnano alle squadre le magliette che l’Unicef metterà all’asta per beneficenza. Whitney Houston canta, nell’afosa cornice californiana (“appena” 28 ºC, ma con un’umidità soffocante); poi, di fronte a tanta grazia, perfino la canicola sembra rispettosamente dileguarsi.

Il cielo si rannuvola come lo stato d’animo dei tifosi: giocheranno il convalescente Baresi, operato di menisco a New York 23 giorni prima, e gli acciaccati Roby Baggio e Romário, reduce da risentimento inguinale? Nelle ultime battute della semifinale contro la Bulgaria, il numero 10 azzurro si è procurato una contrattura al quadricipite della coscia destra ed è più che mai in dubbio, mentre per capitan Baresi si spera in un recupero che avrebbe del portentoso. Per quanto rischioso, il suo impiego da titolare accanto a Maldini, schierato da centrale in sostituzione dello squalificato Costacurta, sarebbe oro colato per una difesa chiamata a fare di necessità virtù. Il Divin Codino merita invece un discorso a parte. Il Ct azzurro Arrigo Sacchi si chiama fuori e sceglie di non scegliere, ostaggio della gratitudine per l’uomo che con le prodezze elargite contro Nigeria, Spagna e Bulgaria lo aveva tirato giù dalla scaletta dell’aereo, evitandogli il più “pomodoroso” dei ritorni a casa. Il Pallone d’oro in carica dichiara che sarà lui stesso a decidere. Baggio I si era caricato sulle spalle la squadra fino alla finale. A quel punto, giusto volare o affondare assieme a lui. O no?

Eccezion fatta per Casiraghi, sostituito da Massaro, rispetto alla gara con i bulgari l’“ayatollah” di Fusignano non cambia né uomini né, figuriamoci, idee. Per lui il più classico dei 4-4-2: in difesa Mussi e Benarrivo sulle fasce e al centro la coppia Maldini-Baresi; a metà campo, da destra a sinistra, Donadoni, Albertini, Dino Baggio e Berti, con i due esterni a scambiarsi spesso la posizione nel corso della partita; in attacco, ad affiancare Massaro, c’è proprio Roberto Baggio che supera il test pre-partita organizzato nell’immenso salone nuziale dell’albergo sede del ritiro azzurro. E Signori? Nella (si sussurra) assai pepata vigilia, dice apertamente a Sacchi di sentirsi un attaccante e che a fare il tornante di sinistra non ci sta. Un errore di cui Beppe-gol si pentirà amamramente, ma a carriera finita. Panchina, allora. E si va al suicidio tattico.

La prima emozione, si fa per dire, arriva al 12’. Cross di Dunga dalla destra e Romário, in posizione centrale, di testa fa il solletico a Pagliuca. Aria fritta. L’Italia tiene bene il campo. Il Brasile è attento a non scoprirsi e cerca il contropiede. Probabilmente stiamo sognando: sul rettangolo ci sono due scuole che sembrano ribellarsi al proprio dna tattico. 
16’ e spiccioli, ancora il “Baixinho”: ruba il pallone ad Albertini e se ne va, poi scova un corridoio per il compagno di reparto Bebeto e lo serve. Maldini ci mette una pezza chiudendo in angolo. Passano sessanta secondi e c’è la prima, nitida, palla-gol: il velocissimo Massaro anticipa Mauro Silva e il recupero di Márcio Santos, ma spreca tutto scaricando centralmente su Taffarel. Peccato. 
Al 21’, il primo cambio. Si fa male il brasiliano Jorginho (contrattura muscolare) e al suo posto entra Cafú. La sostanza tattica non muta: sulla fascia destra, fuori un intercity, dentro un Pendolino, ancora acerbo ma persino più veloce e di maggior classe. 
Brivido al 25’: botta su punizione di Branco, Pagliuca non trattiene, sulla respinta a «ciccare» è Mazinho, che nell’occasione si conferma il mezzo brocco visto a Firenze. Nove minuti dopo tocca all’Italia una sostituzione forzata da un infortunio, Mussi viene rilevato da Apolloni. Nuovo assetto difensivo degli azzurri: Benarrivo si sposta a destra, Maldini torna al ruolo naturale di terzino sinistro e il neoentrato fa coppia con Baresi in mezzo all’area. Neanche 5’ e lo stopperone, pardon, il secondo centrale difensivo, si becca subito il “giallo” per un’entrataccia su Romário che, dopo l’uno-due con Bebeto, se ne stava andando in porta.

A metà gara, più che sullo 0-0, siamo prossimi allo zero assoluto, e qui la temperatura non c’entra. Ma ci vuole pazienza (oltre che «occ, e büs de cul», gli altri ingredienti base della ricetta calcistica del Profeta romagnolo), è il Nuovo Calcio. Non ci sono cambi se si eccettua quello di incerottatura (dal celeste al bianco) che appare in tutta la sua evidenza sulla parte posteriore della coscia destra di Baggio I. 
L’avvio di secondo tempo ricalca il finale del primo: il momento della gara è favorevole al Brasile che attacca con giudizio, l’Italia fatica a superare la metà campo. Poi gli azzurri si riorganizzano, anche se a centrocampo vanno costantemente in inferiorità numerica con Albertini e Dino Baggio presi nella morsa Mauro Silva-Dunga-Mazinho e Berti perennemente fuori posizione oltre che fuori partita. 
Il primo brivido è al 20’, triangolo Bebeto-Romário chiuso involontariamente da Maldini e quanto mai opportuna uscita di Pagliuca. Che dieci minuti dopo se la fa addosso: su un tiraccio dalla distanza di Mauro Silva, che però compie una strana traiettoria, il numero uno azzurro pare in buona posizione e difatti afferra il pallone. Solo che questo gli si impenna e gli scappa. Fortuna vuole che vada a incocciare proprio sul palo (destro) che lo stesso Pagliuca, incredulo per tanta grazia ricevuta, bacia con la mano. 
Al 37’, il tuffo al cuore ha ragioni opposte. Donadoni, che quando è a destra fa le cose migliori – anche se qualcuno continua a non accorgersene, facendolo rimbalzare da una fascia all’altra come la pallina di un flipper –, confeziona un bel servizio in camera per Baggio I, che però calcia alto di piatto destro. Qui l’Italia meriterebbe il gol. 
Un minuto dopo e, dall’altra parte, per poco non ci scappa il rigore. Mazinho si incunea in area, poi va giù grazie anche al mestiere di Maldini. Puhl dice che va bene così.

Supplementari. Era successo solo tre volte che la finale mondiale si protraesse oltre i 90’ regolamentari: nel ’34 (Italia-Cecoslovacchia 1-1), nel ’66 (Inghilterra-Germania Ovest 2-2) e nel ’78 (Argentina-Olanda 1-1). Ma è la prima volta che ci si arriva senza reti, nulla di fatto che permane fino al 120’. Si va ai rigori.

In Italia sono le 0,11 di lunedì 18 luglio, in California le 15.11 del “giorno prima”. Sul dischetto va chi sta ancora in piedi, in senso letterale. Sbagliano Baresi (alto), Marcio Santos (parato), Massaro (parato) e R. Baggio (alto), segnano Albertini, Romário, Evani, Branco e Dunga. L’imbattuto Brasile è “tetracampeão”, campione del mondo per la quarta volta, ed entra nella Storia. Anche se, forse, non dalla porta principale.

È vero, come dice Arrigo, che la Grande Ungheria e l’“Arancia Meccanica” olandese «non hanno avuto bisogno di vincere per convincere»,. Ma quelle squadre di extraterrestri cambiarono l’essenza stessa del gioco. Le sue innumerevoli Italie, ci perdoni, no: non potevano permetterselo. Perché, per gli umani, nel calcio conta buttarla dentro. Anche solo da quegli undici stramaledetti metri.
(Christian Giordano)


Il tabellino
Pasadena-Los Angeles (Rose Bowl), 17 luglio 1994, ore 12,30
Brasile-Italia 3-2 d.c.r. (0-0 d.t.s.)
Brasile (4-4-2): Taffarel - Jorginho (dal 21’ Cafú), Aldair, Marcio Santos, Branco - Mazinho, Mauro Silva, Dunga, Zinho (dal 106’ Viola) - Romário, Bebeto. Ct: Parreira.
Italia (4-4-2): Pagliuca - Mussi (dal 34’ Apolloni), Maldini, F. Baresi, Benarrivo - Donadoni, Albertini, D. Baggio (dal 95’ Evani), Berti - R. Baggio, Massaro. Ct: Sacchi.
Arbitro: Puhl (Ungheria); guardalinee: Zarate (Paraguay), Fanaei (Iran); riserva: Lamolina (Argentina).
Rigori: Baresi (alto), Marcio Santos (parato), Albertini (gol), Romário (gol), Evani (gol), Branco (gol), Massaro (parato), Dunga (gol), R. Baggio (alto).
Ammoniti: 4’ Mazinho, 41’ Apolloni, 43’ Albertini, 87’ Cafú.
Spettatori: 94.194.
Note: giornata non caldissima (28°C).


Burattini della Tv
L’orario della finale di USA 94 può essere preso a simbolo della resa del buon senso al senso degli affari. Il rapporto calcio fra calcio e Tv, si sa, è profondamente cambiato. 
Il sempre maggiore peso dei ricavi televisi nei bilanci implica lo strapotere dei palinsesti sui calendari. I club devono assecondare le esigenze delle emittenti, ma questo non dovrebbe significare svendere lo spettacolo offerto. 
Quando la poi defunta Tele+, nel 1993, per la prima volta acquistò i diritti televisivi del calcio con gli anticipi e i posticipi criptati, avvenne il vero decollo della Tv a pagamento che consentì di monetizzare al massimo il fenomeno calcio. 
Secondo le televisioni, il sacrificio che si chiede alle squadre per spostare gli orari di inizio delle partite non è così grave se, a fronte, c’è un guadagno che serve a far quadrare i bilanci. 
Meno comprensibile, semmai, appare la contraddizione di fondo: si è venduto un “prodotto” ma si cerca di svuotarlo di tutti i suoi contenuti, tecnici e no. 
Sul campo, giocando troppo, male, in condizioni proibitive o in orari assurdi; fuori, con una raffica di scelte e comportamenti che, oltre a sfidare il senso del ridicolo, screditano proprio ciò che il “cliente” (abbonati, agenzie di raccolta pubblicitaria e Tv stesse) dovrebbe “acquistare”. Geni del marketing o del (proprio) male? (ch.giord)


Il Vecio e il mare (di noia)
Se questa è la Nuova Frontiera del calcio, aiuto, “aridatece” la vecchia, quella dell’antico e vituperato contropiede che, evidentemente, appartiene a una razza meno nobile della moderna “ripartenza”. Nella conferenza stampa della vigilia, Sacchi annuncia urbi et orbi che, comunque sarebbe andata a finire l’indomani, l’Italia per la prima volta nella sua storia disputava una finale mondiale senza lo stopper e il libero. In seguito, il “Vecio” Bearzot gli ricorderà che «per la prima volta nella storia la nazionale italiana giocava una finale mondiale senza un attaccante di ruolo». 
Dall’altra parte, un Brasile così all’europea, e non è un complimento, non si era visto neanche nel ’74, nel ’78 o nella disgraziata gestione dell’“eretico” Lazaroni, che a Italia 90 seppe inimicarsi un intero popolo ricorrendo, udite udite, al libero (Mauro Galvão). 
La gara non decolla mai, perché le due squadre si elidono. Per gli amanti del genere, una goduria. Per gli innamorati del calcio, specie quelli non accecati dal tifo, sbadigli a non finire. La partita a scacchi fra due moduli quasi speculari, per di più appiattita verso il basso dall’importanza della posta in palio, dalle pessime condizioni fisiche di troppi protagonisti e dalla calura, finisce in parità. A perdere, quindi, è il calcio. (ch.giord)

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