lunedì, ottobre 02, 2006

Toro, il male oscuro (1987-2005)

Ore 21,15 circa del 21 maggio 1987, un giovedì. Sergio Rossi, dai più ritenuto l’ultimo galantuomo visto in granata, lascia la sede del Torino Calcio e, dentro di sé, la presidenza. Da allora, per quei colori, sarà un calvario. Finito, si spera, nell’agosto 2005 con l’insediamento del nuovo proprietario, Urbano Cairo.
A volte i destini di molti li decidono in pochi, in fretta e addirittura manovrati. È il caso dell’abbandono di Rossi, decisione che, letta a posteriori, segna l’inizio di un periodo molto tormentato per il Toro, in campo e soprattutto fuori. Mentre se ne tornava a piedi verso la propria abitazione in quartiere Crocetta, Rossi rifletteva sui suoi cinque anni a capo della creatura ereditata da Orfeo Pianelli. Rossi era un professionista stimato e, nel calcio, a causa di un gruppo di tifosi-belve – si saprà poi, ammaestrati da Gerbi e Michele De Finis – veniva deriso e insultato per l’unica colpa di averci (ri)messo dei soldi, lui imprenditore dell’indotto-Fiat che veniva additato come fantoccio degli Agnelli. Ma chi glielo faceva fare? E pensare che proprio per i suoi impegni extracalcistici aveva demandato il più possibile al braccvio destro Luciano Nizzola e a quel rampante dg cui si era rivolto dopo aver sedotto ed essere stato abbandonato da Italo Allodi, riparato alla Fiorentina: Luciano Moggi.
Al termine del campionato 1988-89, il Torino torna per la seconda volta in Serie B. Dopo la pronta risalita con al timone Eugenio Fascetti, la squadra disputa un’ottima stagione sotto la guida di Emiliano Mondonico e si qualifica per la Coppa Uefa davanti alla Juventus che, nell’unica stagione maifrediana, resta fuori dalle Coppe europee dopo ventotto anni di ininterrotta – e spesso amara – frequentazione. La cavalcata europea 1991-92 dei granata arriva alla finale, con l’Ajax, ma il doppio confronto è stregato: dopo il 2-2 di Torino, ad Amsterdam finisce 0-0, con tre legni colpiti e un rigore reclamato dal Toro ma non concesso dall’arbitro jugoslavo Petrovic, decisione che fa infuriare il “Mondo” che si sfoga alzando al cielo una sedia. Un gesto oggi inconcepibile, prima ancora che irrealizzabile – tra quarto uomo, delegati Uefa e mille telecamere – eppure talmente Toro da consegnarlo per sempre, assieme al suo autore, alla più classica iconografia del tremendismo granata.
Il riscatto con la malasorte è per l’anno successivo, con la conquista della quinta Coppa Italia ai danni della Roma, in un’altra finale incandescente, con tre discussi calci di rigore assegnati ai giallorossi, nella partita di ritorno all’Olimpico.
La conquista di quel trofeo ha però basi fragili: si scoprono numerosi falsi in bilancio commessi dalla società (tra cui la vendita in nero al Milan del miglior prodotto del vivaio, l’enfant du pays Gigi Lentini da Venaria Reale, che la portano a un passo dalla bancarotta: si succedono impianti societari disastrosi, che in poco tempo riescono a disfare il da sempre prolifico settore giovanile e ad abbattere lo storico Stadio Filadelfia.
La società, evitato per un soffio il fallimento, cambia presidenti (1987-89 Mario Gerbi, 1989-93 l’ingegnenere poco Onorevole Gian Mauro Borsano, 1993-94 il notaio-chitarrista Roberto Goveani, 1994-1997 l’ex numero uno laziale Gian Marco Calleri, 1997-2000 Massimo Vidulich, 2000-05 Giuseppe Aghemo poi Attilio Romero col patron-ombra Francesco Cimminelli) e allenatori come fossero calzini ma la china pare irreversibile: nel 1995 il derby perso 5-0 costa il posto al tecnico Nedo Sonetti e al termine della stagione la squadra retrocede in Serie B per la terza volta. Il ritorno in Serie A, perso ai rigori lo spareggio-promozione contro il Perugia nel 1998 (3-5 a Reggio Emilia), avviene nel 1999. Granata primi e Marco Ferrante capocannoniere, ma la gloria dura una stagione e seguiranno altre due retrocessioni, l’ultima nel 2002-03.
Nel 2000 l’intervento di Francesco Cimminelli salva la società (nel frattempo nuovamente retrocessa) dalla cancellazione. La nuova gestione centra subito l’obiettivo promozione, disputa un buon campionato nel 2001-02 (qualificazione per la Coppa Intertoto, dalla quale il Torino uscirà al terzo turno) poi, complici scelte e valutazioni sbagliate, incappa nell’ennesima annata balorda, chiusa all’ultimo posto. Cimminelli e il presidente Romero (quello alla guida dell’auto che investì Meroni) hanno riportato alla guida tecnica del club uomini Toro come Ezio Rossi, Renato Zaccarelli e Roberto Cravero. Ma è una vuota operazione di immagine.
Di fatto, il Toro perde quasi del tutto la propria identità: speculatori e affaristi contiinuano a darsi il cambio ai vertici della società, sballottata nella terra di nessuno fra la tradizione che la vorrebbe tra le grandi ma ricche del calcio italiano e le piccole provinciali, alle quali viene accostata solo per la storica capacità di sfornare giocatori che poi faranno la fortuna di altri club.
In un periodo così buio (eufemismo), l’identità del Torino viene mantenuta in vita dai tifosi: unica rimane la marcia popolare (50.000 persone secondo gli organizzatori, forse diecimila in meno la cifra più attendibile: comunque un numero impressionante) che il 4 maggio 2003, all’indomani della ennesima retrocessione in Serie B, affolla le strade della città, partendo dai resti del Filadelfia e toccando i luoghi di culto delle fede granata: la lapide commemorativa di Luigi Meroni e dei grandi di Superga, piazza San Carlo, dove la città da sempre festeggia i successi sportivi.
Per i tifosi del Toro l’ultima soddisfazione in Serie A risale al derby di andata della stagione 2001-02. Sotto di tre gol alla fine del primo tempo, il Torino, trascinato da capitan Antonino Asta e dalla strepitosa prestazione di Ferrante, riesce a pareggiare.
Il 26 giugno 2005, al termine dei playoff, in uno stadio stracolmo il Torino festeggia il ritorno in Serie A, contro il Perugia in una sorta di rivincita dello spareggio del 1998. Ma la gioia dura poco: 38 milioni di euro di imposte mai pagate fanno sì che al Torino venga negata l’iscrizione al Campionato di Serie A, costringendo Zaccarelli (ds riciclato in panchina al posto dell’esonerato Ezio Rossi) e la truppa, non retribuita eppure in ritiro ad Acqui Terme, prima ad attendere gli esiti dei ricorsi presso la giustizia sportiva e amministrativa e poi, il 12 agosto, al rompete le righe.
Ricorsi che, dopo 5 gradi di giudizio e altrettante bocciature in 40 interminabili giorni, verranno respinti a causa della mancata presentazione - da parte dell’azionista di maggioranza - della fidejussione da 38 milioni di euro necessaria a garantire la copertura delle insolvenze pendenti con l’erario: il 9 agosto 2005 il Torino Calcio viene ritenuto non idoneo all’iscrizione del Campionato. Dopo 99 anni di storia la società viene dichiarata fallita, con la susseguente cancellazione dal panorama calcistico.
Defunto il Torino Calcio, una nuova cordata d’imprenditori (tra i più noti, Sergio Rodda, Manlio Collino, Gianni Bellino e Alex Carrera) facenti capo all’avvocato Pierluigi Marengo, ma con limitate risorse finanziarie, si fa carico di far rinascere un nuovo club professionistico e, attraverso la creazione della Società Civile Campo Torino (denominazione presa dall’antico nome del Filadelfia), il 19 luglio presenta la domanda per l’ammissione al lodo Petrucci, che garantisce il trasferimento alla nuova società del titolo e dei meriti sportivi, in modo da evitare di dover ripartire dalla Serie C, e avvia le pratiche per l’iscrizione al Campionato di Serie B.
La prima proposta economica viene però ritenuta insufficiente dalla FIGC: alla cordata si aggiunge allora la sponsorizzazione della municipalizzata SMAT (società che gestisce l’acquedotto torinese).
Il 16 agosto 2005, la FIGC affida alla SCC Torino il titolo sportivo del Torino Calcio: la nuova dirigenza, ripartendo da zero, acquisisce l’onere e l’onore di rifondare tutto: l’organigramma societario, tecnico e amministrativo e il parco-giocatori. Il 19 agosto, nel bar Norman (l’ex birreria Voigt, dove cento anni prima in 23 avevano fondato il Torino), durante la conferenza stampa, anziché illustrare il nuovo organigramma, si annuncia che la proprietà verrà ceduta a Urbano Cairo, 48enne editore-pubblicitario alessandrino che il giorno prima aveva fatto una proposta di acquisto.
Quando tutto sembra far propendere per il passaggio a un acquirente facoltoso, il 22 agosto, Luca Giovannone, imprenditore laziale di Ceccano (Frosinone) che con 180.000 euro aveva contribuito a finanziare l’ammissione al lodo Petrucci, facendosi forte di una scrittura privata (avuta da parte del presidente dei cosiddetti “lodisti”) che gli garantiva il 51% delle azioni del nuovo Torino, rifiuta di vendere. Il 24 agosto Giovannone dichiara di essere disposto a passare la mano, poi cambia ancora idea (facendo infuriare il popolo granata, che già acclamava Cairo neopresidente), e si fa di nebbia. Rintracciato in un albergo a Moncalieri, poi assediato dai tifosi, rifiuta il tentativo di mediazione offerto dal sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, e dal Prefetto e, scortato dalla polizia, lascia la città. Il 26 agosto l’assemblea dei soci della SCC Torino delibera l’aumento di capitale a 10 milioni di euro, e dà vita al Torino Football Club Srl. Con capitale da versare entro il 31 agosto, giorno in cui, quasi a mezzanotte, Giovannone cede: il 2 settembre viene firmato l’atto notarile e Cairo, succedendo all’avvocato Marengo, diventa il secondo presidente nella storia del nuovo Toro.
Il 12 luglio 2006 Cairo acquista all’asta fallimentare per 1.411 mila euro il marchio del “vecchio” Torino, più le coppe e i cimeli del Grande Torino. Una settimana dopo, la squadra, rinforzata con gli ultimi innesti, alcuni dei quali acquistati la sera prima, debutta battendo l’Albinoleffe. Al mercato di gennaio, il patron rivolta la squadra (spendendo un enormità: 4 milioni di euro solo per la punta Elvis Abbruscato) ma alla fine avrà ragione. I granata terminano al terzo posto, conquistando i play-off, poi vinti contro Cesena (1-1, 1-0) e Mantova (2-4, 3-1). Ora è di nuovo Serie A, e prima di cominciarla Cairo ha esonerato De Biasi, il tecnico della promozione, e chiamato il disoccupato di lusso Alberto Zaccheroni. Non un bel segnale, ma bruscolini in confronto a quel giovedì di 19 anni fa. Altro che Male oscuro, il tifoso granata, per debellarlo, ha esercitato altre letture: il mestiere di sopravvivere.
(Christian Giordano)

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