martedì, gennaio 31, 2006

Pressley, capitan BraveHearts


“The Captain of Her Heart”, il Capitano del suo cuore, cantavano con successo (l’unico) i Double nel 1985. Il compianto zurighese Felix Haug scrisse quelle parole per una ragazza, ma oggi fanno pensare al carismatico condottiero dei Cuori: Steven Pressley. “Chewbacca” (come l’irsuto personaggio di Guerre stellari) o, più di recente, “Elvis” (giocando sul cognome), non è solo l’anello di congiunzione tra la tradizione e la nuova proprietà legata al magnate russo, cresciuto in Lituania, Vladimir Romanov. È il cavaliere senza macchia e senza paura (anche se, dopo un paio di errori dal dischetto, per un po’ ha lasciato i rigori a Paul Hartley), il trascinatore, l’uomo-simbolo dell’Heart of Midlothian, primo club di Edimburgo e sempre più terzo polo del calcio scozzese; in campo (dal ’98 al 2005, tre volte dietro la coppia Celtic-Rangers, più le semifinali i SFA Cup e Coppa di Lega scozzese) e fuori. È il talismano del Tynecastle come lo fu John Robertson, e ben oltre la fascia che sfoggia sulla maglia numero 4 dall’agosto 2001. E se volete un perché, non occorre tornare così indietro, basta un aneddoto risalente alla trasferta di Scottish Premiership contro il Falkirk del 2 ottobre 2005.
Dal 27’, gli Hearts sono sotto 0-1 e in dieci per l’espulsione del portiere Gordon (autore del fallo da rigore su Duff, che poi ha trasformato il penalty). Nella ripresa, Skacel, Jankauskas e Hartley si mangiano il pareggio e sul primo contropiede avversario proprio lui, il Capitano, combina la frittata: prima con un retropassaggio di testa troppo corto, sul quale Duffy anticipa l’uscita di Banks, e poi con la carambola (di ginocchio) con cui la palla elude l’intervento alla disperata di Webster e finisce beffardamente in rete: 2-0 e partita che pare finita, anche perché i Bairns sfiorano più volte il terzo gol. Ma siccome, per dirla alla Vialli-Belushi, quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare, Pressley si fionda in avanti e, su una punizione di Skacel, ci mette lo zampone: 2-1. Il pareggio arriva al 90’, inutile dire da chi. Spiovente in area, Skacel ci prova di testa, rimpallo favorevole a The Captain, che in mischia fa 2-2. Il premio più inatteso? Una bottiglia di Chianti offertagli da Fabio Tavelli, telecronista di Sky che la partita l’ha commentata fin quasi a commuoversi, e recapitatagli tramite il presidente del fans club lombardo degli Hearts e che a Tavelli aveva scritto via e-mail. Facile immaginare che, alla vista, il giocatore abbia sgranato gli occhi, compreso quello suturato con 4 punti nel derby perso 0-2 il 29 ottobre contro gli Hibs.
Difensore centrale di puro stampo britannico, gran fisico (1,83 x 79 kg), forte di testa e negli inserimenti offensivi (specie sulle palle inattive), Pressley supplisce con grinta, carisma e combattività alle lacune di classe e di velocità. Difetti che assieme agli infortuni (quest’anno la schiena non gli dà tregua) gli hanno fatto patire, in nazionale, la concorrenza del durissimo Colin Hendry, di 8 anni più anziano. Proprio accanto a lui, debuttò nell’amichevole che la Scozia giocò il 29 marzo 2000 contro la Francia davanti ai 48 mila dell’Hampden Park di Glasgow. Pressley subentrò al 46’ a Paul Ritchie, 7’ prima del vantaggio transalpino di Wiltord, raddoppiato all’89’ dal “solito” Henry. Trascurato dal tedesco Berti Vogts, con il quale la gioia di giocare era «quasi sparita», l’esperto Pressley (28 caps) è tornato a dirigere la retroguardia blu notte con il nuovo Ct Walter Smith. E lo farà a lungo, anche se meno della gavetta fatta per emergere.
Steven nasce l’11 ottobre 1973 a Elgin, ma cresce a Dalgety Bay, nel Fife, poco più a nord di Edimburgo. Appena 17enne, un anno dopo aver firmato con l’Inverkeithing Boys Club il primo contratto, viene adocchiato dai Glasgow Rangers, che il 2 agosto ’90 se lo portano a Ibrox. Il debutto in prima squadra coincide con l’unica presenza del ’91-92, annata conclusa dai ’Gers come la successiva e cioè con il Double: campionato-Coppa di Scozia (in finale, 2-1 agli Airdrieonians nel ’92 e all’Aberdeen nel ’93). Chiuso al centro della difesa da Richard Gough, John Brown, Dave McPherson, nel secondo anno Pressley raggranella solo 8 presenze. Più significativo il suo contributo nel ’93-94, 23 gare e un gol nel 6° titolo consecutivo dei Blues che lasciano la coppa (0-1) al Dundee United.
Il 19 ottobre, dopo 2 partite (e una rete) nella Scottish Premiership 1994-95, Steven tenta il grande salto. Lo fa però nella squadra sbagliata, il Coventry City, che per averlo scuce 630 mila sterline. L’esperienza termina con il torneo, che Pressley onora con 18 presenze (17 delle quali da titolare) e una rete. Complice il difficile rapporto con gli arbitri locali, che, alla faccia degli stereotipi, poco gradiscono la sua irruenza in campo, l’allora nazionale Under 21 torna in Scozia, ma al Dundee United del “duro” Jim McLean. Agli arancioni costa 750 mila sterline, subito ripagate con finale in Challenge Cup e promozione dalla First Division. Nel 1996-97 è l’uomo chiave della squadra terza nella Scottish Premier Division e semifinalista nella SFA Cup. Le sue autorevoli (e autoritarie, con compagni, arbitri e avversari) gli valgono la leadership anche nella Under 21 con la quale raccoglie 27 “gettoni”. La stagione seguente, lo United partecipa alla Coppa UEFA (torneo che Pressley disputerà anche nel 2003-2004 con gli Hearts, memorabile la sua prova nel successo per 1-0 a Bordeaux, ndr), arriva in finale di Coppa di Lega e in campionato si salva. Per Steven, in scadenza di contratto, è tempo di migrare. Dopo tre campionati, il 1° luglio ’98, si trasferisce a parametro zero all’Heart of Midlothian. Il club della sua vita, anche se non dal principio.
Il manager Jim Jefferies, vistasi smembrata la squadra che ha appena vinto la Coppa di Scozia, è costretto a schierare Steven spesso fuori ruolo e il ragazzo si perde un po’ prima che al Tynecastle si accorgano di avere l’erede di una tradizione di difensori centrali che in vent’anni ha visto protagonisti, nel club e nella Scozia, Sandy Jardine, Craig Levein, McPherson, Alan McLaren, David Weir, lo stesso Paul Ritchie (cui Pressley era subentrato all’esordio in Nazionale “A”) e Andy Webster.
«Mia madre è della zona vicino a Dalkeith e a Bonnyrigg e nella sua famiglia sono sempre stati tifosi dei Jambos – ricorda Steven – Da ragazzo io non lo ero, ma lo sono diventato. Anche se ho giocato nei Rangers, nel Coventry e nel Dundee United prima che Jeffries mi portasse a Edimburgo, questo club già lo portavo nel cuore. Chiedete a mia moglie se qualche volta, specie negli due-tre anni, sono stato troppo coinvolto in ciò che succedeva in squadra e in società. Gli Hearts significano molto per me e a volte certe cose le ho portate con me a casa, il che non è l’ideale. Ci sono state situazioni difficili e stressanti, tanti cambiamenti e non solo in panchina ma anche nel via-vai di dirigenti. Come capitano, sono rimasto l’unica costante di questi ultimi otto anni, e forse ho portato sulle spalle un peso superiore rispetto quelli dei capitani di altri club. Ma sono più che felice di questa responsabilità. Ed è per questo che voglio vincere qualcosa qui». Che a 33 anni, magari contando sui soldi di Romanov, che lo scorso marzo lo ha blindato fino al 2007, significa spezzare il duopolio dell’Old Firm e far ascoltare ai Cuori di Graham Rix l’inno della Champions League. Musica, per le orecchie di “Elvis”. The Captain of the Hearts.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n. 5, 31 gennaio 2006

La scheda di STEVEN PRESSLEY
Nato: 11 ottobre 1973, Elgin (Scozia)
Statura e peso: 1,83 x 79 kg
Ruolo: difensore centrale
Club: Inverkeithing Boys Club, Glasgow Rangers (1990-94), Coventry City (Inghilterra, 1994-95), Dundee United (1995-98), Heart of Midlothian (1998-)
Esordio in Nazionale “A”: Hampden Park (Glasgow), 29 marzo 2000, Scozia-Francia 0-2
Presenze (reti) in Nazionale “A”: 28 (0)
Presenze (reti) in Nazionale U21: 27 (0)
Scadenza contratto: 2007

Keane, il Roy guerriero


Solo chi non conosce il background di Roy Keane si è sorpreso per il brusco epilogo della sua turbolenta storia d’amore con i Red Devils. Chiusa dopo 12 anni e mezzo, sette mesi prima della scadenza di un contratto che tutti sapevano non sarebbe stato rinnovato. In primis Sir Alex Ferguson e il suo pupillo, «il più grande giocatore da me allenato, una leggenda dello United per i prossimi 500 anni». Perché tale è stato il guerriero di Cork, storicamente ribelle come la terra da cui proviene.
«Irlandese di nascita: di Cork, per grazia di Dio». Così rispondono i corkiani quando gli viene chiesto delle loro origini, delle quali sono terribilmente orgogliosi. E la risposta è spesso «accompagnata da un sorriso o una bella risata verso chi non ha avuto la benedizione di nascere nella “Rebel County”. Un complesso di superiorità è il segno di distinzione degli uomini di Corcaigh (“luogo paludoso” in gaelico, mal tradotto dagli inglesi con Cork, “tappo di sughero”, ndr). E le donne sono anche peggio», parola di Keane. Un cognome un destino, visto che è l’anglicizzazione di Ó Catháin, diminutivo di “cath”, in gaelico “battaglia”.
Da quelle parti non una novità. E ben prima di quella di Kinsale, nel 1601, che avviò la secolare dominazione britannica. Fortemente segnata dal passato, dalle devastazioni vichinghe in poi, la città fu distrutta e ricostruita più volte, da qui la sua ricchezza culturale (è stata capitale europea 2005) e storica e l’atavica combattività di chi la popola. La contea fu denominata “Rebel County” dalla Corona Inglese nel 1499 (in senso spregiativo, accolto dai locali, invece, con supremo orgoglio) per via delle numerose insurrezioni. Un corso e ricorso storico vissuto anche durante la guerra d’indipendenza (1919-22) e in quella civile. Fin qui la storia, che però c’entra il giusto con il carattere, la cattiveria non solo agonistica, la concentrazione ai limiti dell’ossessione e la debordante personalità, eccessi di insana follia compresi, che invece appartengono soltanto a Keane.
Nato il 10 agosto 1971, Roy è il quarto dei cinque figli di Maurice (cui deve il secondo nome) e mamma Marie Lynch. Cresce con i genitori e i fratelli Johnson e Denis e la sorella Hilary al numero 88 di Ballinderry Park, a Mayfield, sobborgo alla periferia nord di Cork. Qualche anno dopo l’arrivo dell’ultimogenito Pat, la famiglia si sposta a Lotamore Park, sempre a Mayfield. Visitate ai giorni nostri le zone non sembrano così difficili come, pare, fossero allora e certo danno un minore senso di (relativa) pericolosità dei bassifondi nei pressi del porto, dove non mancano i ragazzini con indosso la maglia rosso fuoco dei Red Devils.
I soldi non abbondano, non c’è l’auto («ma non ci è mai mancato niente, e non ci sentivamo poveri»), al contrario dell’amore per lo sport, da sempre nel DNA di famiglia. Papà “Mossie” fu buon calciatore del Crofton e del North End, due squadre giovanili locali. Il nonno e due prozii materni avevano vinto la medaglia giovanile della FAI (Football Association of Ireland, la federcalcio dell’isola) e due zii, Mick e Pat Lynch, suo padrino, lo avevano preceduto nel Rockmount, una delle più antiche e gloriose società giovanili di Cork. Lì muove i primi passi da calciatore il piccolo Roy, che alla bassa statura supplisce con rabbia e determinazione fuori del comune. Doti che non sfrutta (se non nella squadra di atletica) alla St. John’s, la scuola dove va controvoglia nell’attesa che squilli l’ultima campanella, per andare a giocare a calcio. Prova anche l’hurling, come Denis Irwin, suo futuro compagno allo United e promessa in entrambi gli sport, e la boxe. Il primo viene abbandonato quando una scheggia della mazza spezzata gli si infila nella parte posteriore della gamba (sei mesi fermo). La seconda, a 12 anni, dopo averla praticata per tre agli ordini di Tom Kelleher al Brian Dillon Boxing Club di Dillon Cross. Nell’ultimo, il primo utile per combattere, vince tutti e quattro gli incontri della Irish Novice League ma è già capitano del Rockmount e deve scegliere: pallone o guantoni. Buona la prima.
La strada sembra in discesa, invece comincia la salita. Il fisico troppo minuto è per lui la molla che gl’incendia lo spirito guerriero ma per gli osservatori, anche i più esperti e smaliziati, è l’ostacolo che ne impedirebbe l’approdo al professionismo. Fallito l’esame per l’Intermediate Certificate, gli resta il calcio, nella stagnante economia irlandese di metà Anni 80. La Tigre Celtica è di là da venire, la disoccupazione impera. Tocca anche il padre, e sarebbe toccata anche a lui, che finita la scuola «prova la pesante inattività, alzandosi all’una soltanto per seguire la puntata quotidiana della sit-com “Neighbours” e portare fuori il cane, il migliore momento della giornata». La svolta arriva con il FÁS (Foras Áiseanna Saothair, in gaelico l’Autorità per il Praticantato e l’Occupazione, nata nel gennaio 1988 in seguito al Labour Services Act del 1987, ndr), il corso per aspiranti calciatori nato da una convenzione fra la FAI e il governo, che le tenta tutte per abbassare il tasso di disoccupazione e placare così le ire della sempre più esasperata opinione pubblica. Da lì alle nazionali giovanili il passo è duro ma breve. La spola Dublino-Cork-Dublino nei fine settimana, i primi soldi in tasca, il terrore di fallire che fa da propellente anti-solitudine e antidoto alle bevute coi compagni (che ci sono e ci saranno). La segnalazione a uno scout del Nottingham Forest, dove arriva dai Cobh Ramblers nel 1990 e riparte tre anni dopo alla volta di Manchester. Per 3,75 milioni di sterline: un record. Il resto è storia, in almeno dieci occasioni di molto oltre le righe.
L’intervista dopo il 4-1 beccato a Middlesbrough rilasciata alla (e censurata dalla) Tv del Man Utd, con fendenti per tutti, dal “secondo” Queiroz giù giù fino ai compagni Ferdinand, Smith e Fletcher, è solo l’ultima di una sequela di aggressioni verbali e fisiche. Tra le prime, nel novembre 2000, quella ai propri tifosi, «fantastici in trasferta ma troppo impegnati, nelle gare casalinghe, a bere bibite e gustare sandwich ai gamberetti e maionese per accorgersi di cosa succede in campo»; quelle con la FAI e il Ct McCarthy al mondiale 2002, chiuso dalla “fuga” all’aeroporto di Saipang; nel tunnel con Vieira prima della sfida con l’Arsenal lo scorso febbraio; contro i compagni (specie i nazionali inglesi Brown, Butt e Scholes) prima del match di Champions League col Bayer Leverkusen. Roba da educande, comunque, rispetto alle seconde: l’intervento criminale, dell’aprile 2001 ma tramato dal settembre ’97, sul ginocchio di Alf-Inge Haaland, “colpevole” di aver subito il fallaccio nel commettere il quale a rompersi (il crociato) era stato Keane, insultato dal norvegese e pure ammonito; la presa alla gola a Shearer, che gli aveva dato del «prick» (coglione); la gomitata del 2002 a Jason McAteer, suo successore come capitano della nazionale, cui seguì l’11° rosso in carriera. Senza contare i prioblemi legali avuti con i provocatori nei pub o i mitomani. Come Leanne Carey e Maxine Rourke (più un terzo perosnaggio), le signorine che, ignorate da lui e da Giggs dai quali le due volevano farsi offrire da bere, lo tagliano sotto l’occhio lanciandogli un flute di champagne. Bilancio: Roy una notte in guardina a spiegare, le tizie di corsa a telefonare tutto al “Sun”, non gratis ovviamente. O come un ragazzotto spostato, che ha smesso di insultargli la famiglia girando in bicicletta sotto casa solo quando Keane, dopo avergliele promesse, gliel’ha date.
A Madrid (Real), a Torino (Juventus) o a Roma (sponda giallorossa) il guerriero non avrebbe vissuto né lo avrebbero fatto vivere. Everton, Bolton, West Bromwich Albion e West Ham United, le altre che lo avevano cercato, sarebbero stato un passo indietro. Il suo agente Michael Kennedy aveva solo una chance: convincere il Celtic del maggiore azionista Dermot Desmond, che ha coperto di tasca propria la differenza tra domanda e offerta, a trovargli nel bilancio lo spazio salariale (65 mila euro a settimana fino al giugno 2007) giusto per lui, la moglie Theresa, i figli Shannon, Caragh, Aidan e Leah e il cane Triggs. Gli unici che lo amano, e lo sopportano, per quel che è: Roy Keane. Il leader nato che a Celtic Park realizzerà l’ultimo sogno di una carriera da sogno: indossare la maglia che amava da bambino.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n. 5, 31 gennaio 2006

martedì, gennaio 24, 2006

Patrice e plebei


Un segno dei tempi la storia di Patrice Evra, per 8,78 milioni di euro neolaterale sinistro del Manchester United. Dentro, c’è un po’ di tutto. Il talentino africano che emigra (ma senza valigia di cartone) in Europa, dove si impone tardi, rischia di perdersi e poi esplode fino alla ipervalutazione, diretta conseguenza di un ruolo in perenne crisi generazionale.
Comincia, come la sua vita, a Dakar (Senegal) il 15 maggio 1981. E tre anni dopo continua a Ulys, periferia parigina dove Patrice, figlio di un diplomatico, si trasferisce con la madre per raggiungere, via-Bruxelles, il padre. Nel 1986, i primi calci nel Les Ulys, squadretta locale in cui cresce sotto l’ala dell’amico Thierry Henry, di quattro anni più anziano. Nel 1993 passa alle giovanili del Brétigny e, nel ’97, al CFA (Centre de formation d’apprentis) del Paris Saint-Germain. Qui incontra la prima amarezza della carriera: a fine stagione, a 17 anni, viene tagliato. Il treno della sua carriera sembra a un binario morto, invece svolta. Il primo contratto professionistico lo deve al fiuto del ds Michele Pirro, che per 800 franchi al mese se lo porta al Marsala, neopromosso in Serie C1, girone B.
Mancino naturale, ma a suo agio anche col destro, brevilineo possente (ai tempi 1,75 x “soli” 69 kg, diventati oggi 76), il “cioccolatino azzurro”, come affettuosamente lo chiamano in Sicilia per i colori di pelle e maglia, gioca mezzapunta come faceva da ragazzo. Velocissimo (anche nel parlare), tecnico e dinamico, Evra nasce infatti attaccante e cresce esterno sinistro “alto”, prima di scalare, causa le buone doti in marcatura, sino alla linea dei terzini. Il tutto senza perdere il gusto per l’appoggio alla manovra e la spiccata propensione offensiva (3 gol in 24 gare).
La squadra che l’anno prima ha vinto in carrozza la C2 avrebbe i mezzi tecnici, se non per il doppio salto di categoria, almeno per un torneo di vertice. Massimo Morgia, tecnico della promozione, chiede all’amministratore unico Leo Mannone «Bombardini e Lorenzini, e andiamo in Serie B». Ma i soldi non ci sono, e si sbaracca. Morgia se ne va al retrocesso Palermo, poi ripescato in C1, e al suo posto arriva l’esordiente Agatino Cuttone, ex difensore di Torino, Reggina, Perugia, e Cesena. A lui il merito di far debuttare (in Marsala-Nocerina 1-1, con un transfer che dalla Lega non arrivava mai) il “colored” ragazzino poco prima di venire esonerato in favore di Gigi Carducci.
“Erà”, “Havré”, nessuno sa quale sia il nome giusto di quel talento di cui durante gli allenamento si dice un gran bene. Qualcuno in città, complice l’assonanza del nome, lo scambia addirittura per Patrick Vieira, allora all’Arsenal. Evra viene confermato anche nel 4-3-3 di Carducci, che al franco-senegalese fa fare l’esterno di sinistra nel tridente con Barraco e il centravanti Calvaresi. Le uniche difficoltà Patrice le incontra fuori del campo, con la lingua italiana (poi imparata benissimo), che provano a insegnargli Coppola e Spocchi, i compagni con i quali lega di più. In 24 partite segna 3 reti, tra cui quella lampo, dopo 26”, a Generoso Rossi nel 3-0 al Savoia poi promosso in B. E il «gol de la testa» che valse il pareggio ad Avellino ma che non riuscì a godersi. A Marsala ancora ricordano il suo pianto, negli spogliatoi, per aver sbagliato quello del possibile successo. La squadra, quartultima, si salva nei playout: 0-1 fuori, 1-1 in casa contro la Battipagliese. Proprio al “Luigi Pastena” di Battipaglia, conosce l’altro lato del calcio italiano: gli insulti razzisti e le botte. I primi – «sporco negro» – da un raccattapalle (multa alla società e campo squalificato), le seconde da Biffi, che non riuscendo a contenerlo lo stende a ripetizione.
A Evra si interessano Empoli e Bologna, ma Mannone ha bisogno di soldi. Tra la società di appartenenza, il Monza, e quella in partecipazione, il Marsala, si va alle buste. La spuntano i brianzoli per 250 milioni di lire: un furto senza scasso. Con la casacca biancorossa numero 7, nel campionato di B 1999-2000, scende in campo 3 volte, come esterno d’attacco nel 4-3-3 o nel 4-4-2. La squadra è quintultima (con Chievo e Pescara) e si salva, ma nonostante l’amicizia-partnership con Galliani (o forse grazie ad essa), Evra torna in Francia.
In seconda divisione, al Nizza del patron Franco Sensi, cui Roger Ricort, bandiera ed ex ds del “Gym” (così i tifosi chiamano il locale Olympique) imputa lo sfruttamento del club come «bara fiscale». Alla presidenza si succedono Primo Salvi, ex giornalista di Tuttosport, e Federico Pastorello, figlio del Giambattista numero uno del Verona e guarda caso attuale procuratore di Evra. Per il giocatore, è comunque una fortuna. Non nella prima stagione, quando la squadra, allo sbando come la società, lo impiega col contagocce (5 presenze). Al primo allenamento, Patrice si presenta con spocchia: macchinone lasciato in mezzo allo spiazzo, occhiali da sole nemmeno tolti per salutare il tecnico Walter Salvioni, gran conoscitore di calcio, terza elementare ma scorza tale da far fagotto e imparare il francese a 50 anni, che le primedonne le gradisce brisa. I due cozzano, poi si piacciono. «Mister, quando vuole è ospite mio. Per lei due biglietti ci sono sempre». Grazie a Salvioni («mi ha cambiato la carriera», ammette), Patrice impara a difendere, ed esplode. Perde un po dell’antico spunto, ma a fine anno (35 gare e un gol da terzino sinistro) lo vogliono in tanti. Sembra già della Salernitana, invece finisce al Monaco di Didier Deschamps, che in lui rivede «il giovane Bixente Lizarazu». Nel Principato, forma una fantastica terza linea con Sebastien Squillaci e Gaël Givet e, oltre al secondo posto in Ligue 1, arrivano il titolo di miglior giovane del campionato, la Coppa di Francia e, l’anno dopo, la finale di Champions League, persa 3-0 contro il Porto.
Evra è ormai uno dei migliori laterali mancini d’Europa. Il 18 agosto a Rennes debutta col Ct Raymond Domenech nei Bleus che impattano 1-1 in amichevole con la Bosnia-Herzegovina, prima di 5 presenze (11 quelle nell’Under 21 sempre con Domenech) cui se ne aggiungeranno altre a Germania 2006. Dove potrebbe completare il sogno cullato dai tempi di Marsala, «giocare nella nazionale francese e segnare un gol all’Italia».
Da mesi, tutti lo volevano e nessuno lo pigliava: Arsenal e Liverpool (che offriva il centrale Traoré, il mediano Diarra o il fantasista Cheyrou), Real Madrid, Barcellona e Valencia, Inter (i cui 7,5 milioni hanno costretto Ferguson a rilanciare), Milan (che pure aveva i buoni uffici di Galliani) e Juventus (prima che Deschamps venisse “bruciato” da Capello). Il Manchester United, che lo segue dal 2001, gli preferisce (non a torto) il 26enne Gabriel Ivan Heinze, arrivato nel giugno 2004 dal PSG per 6,9 milioni di sterline. Un affare. Ma da quando, a settembre, l’argentino s’è rotto il crociato del ginocchio sinistro, Ferguson ha ripreso a tener d’occhio Evra perché ha capito che su quella fascia Kieran Richardson, classe 1984, è un buon prospetto che può diventare ottimo se schierato davanti al francese. Per i Red Devils (già spremuti dall’affare-Vidic), un altro esborso importante, ma inferiore ai 13 milioni richiesti un anno fa dal club monegasco. Che forse ha già trovato l’erede: Tiago Silva, 26enne laterale brasiliano del Cska Sofia. Un altro segno dei tempi.

CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n. 4, 24 gennaio 2006 


La scheda di PATRICE EVRA
Luogo e data di nascita: Dakar (Senegal), 15 maggio 1981
Ruolo: esterno sinistro
Statura e peso: 1.75 x 76 kg
Club: PSG (1997-98), Marsala (1998-99), Monza (1999-2000), Nizza (2000-2002), Monaco (2002-dicembre 2005), Manchester United (gennaio 2006-)
Esordio in Nazionale: Rennes, 18 agosto 2004, Francia-Bosnia Erzegovina 1-1
Palmarès: Coppa di Lega francese 2003