venerdì, marzo 31, 2006

Nessun miracolo italiano

Se per Ulivieri, «considerando per come era partito (0 punti in 3 gare ma unico a giocarle in otto giorni, ndr), il Cesena è la sorpresa della stagione», lo deve, al contrario, a un lavoro che poco ha a che fare con l’improvvisazione: programmazione, serenità e tradizione dell’ambiente e rispetto di ruoli e competenze. Che di tricolore hanno il verde del campo, il bianco delle carte a posto e il rosso come simbolo della sanguignità romagnola e non del passivo nel bilancio.
Caposaldo non negoziabile, il tetto massimo agli ingaggi: 110.000 euro (già dall’anno scorso in B, in C1 si aggirava sui 90-100 mila) con poche e mirate eccezioni. Turci, che quest’anno sta facendo la differenza, viaggia sui 400, ma 250 glieli versa la Samp. Ciaramitaro (116.000), in comproprietà col Palermo e riscattabile per 50.000, vale già 1.1 milioni di euro e per riprenderselo i rosaneri stanno trattando sulla base di 550 mila). Le stelline Salvetti e Pestrin, vertice basso e alto del centrocampo bianconero quello sì dei miracoli, ne prendono 100 mila, con il mediano cha ha accettato di ridursi un pelo il compenso ma di spalmarlo in tre anni (dai 120 che erano, 100, 105, 110).
Caposaldo non acquistabile: conoscere il calcio e i giocatori. E in questo il presidente Giorgio Lugaresi (figlio del “mitico” Edmeo, che contribuì a fare le fortune di “Mai dire gol” della Gialappa’s Band e oggi presidente onorario), con lex bianconero Antonio Genzano ds, Marino (Rino) Foschi (sì, quello del Palermo: siamo in Italia, no?, ndr) consulente del mercato e Fabrizio Castori (col vide Massimo Gadda) in panchina, può dormire sonni tranquilli. La squadra è giovane ma lotta per la A e, grazie anche ai 9 innesti di giovani del vivaio, autentica serra creativa seconda in Italia solo all’Atalanta, è costata meno di 500 mila euro. Un quarto di quanto speso dal Bologna a gennaio per prendere tre seppur arzilli vecchietti – Marazzina (un ’74), Nervo e Zauli (’71) – piú la comproprietà di un ’80 ma piú di quantità che di qualità. Il colpaccio sono stati gli acquisti a costo zero (i portieri Turci e Sarti o i difensori Bova e Ferrini, l’esterno offensivo Papa Waigo, arrivato per debito di riconoscenza con Castori dal Lanciano), con prestiti (Morabito per la difesa) o formule “ingegnose” (il centrale difensivo Zaninelli, arrivato nel giro che ha portato a Treviso i Filippini). Se proprio non si può fare a meno di spendere, meglio farlo al minimo come col difensore ghanese Ola. Peraltro sfortunatissimo, perché, giunto in comproprietà dal Teramo (C1, 25 presenze e un gol l’anno scorso), si è rotto il tendine rotuleo al 1’ della stagione, in Coppa Italia con lo Spezia.
Ovviamente poi bisogna fare risultato. E qui ambiente e l’ex carneade Castori (sul quale la società ha avuto la lungimiranza e il coraggio di puntare nonostante i fattacci col Lumezzane e la squalifica in essere) hanno contato. Il tecnico, ha cambiato tre sistemi di gioco prima di approdare al 4-3-3 cucito addosso a Salvetti, che per rendere deve sentirsi amato (coma a Verona ma con Prandelli e non con Malesani) e puntare la porta, non volgerle le spalle come invece in rossoblù gli chiedeva Guidolin («Faccia giocare un altro, giocando così non le sono d’aiuto»). Da allora, pur imbottita di giovani, la squadra ha volato. Fra i 18 della prima squadra, oltre ai centrocampisti Piccoli, infortunato, e Valdifiori, 20enne poco impiegato (3 presenze), il Cesena ne ha cresciuti in casa sette: Bernacci e Chiaretti in attacco, Biserni, Fattori e Salvetti in mediana, Ferrini e Rea in terza linea. Da altre parti, un lusso assai meno sostenibile.
(Christian Giordano)

martedì, marzo 28, 2006

Mai dire Maicon


Generazione di fenomeni, quella dei “nuovi Cafu”. Per lo spot di lateiral-direito (fluidificante destro), la Seleção può pescare tra interpreti di livello assoluto perdipiù giovani: il romanista Mancini (1980), il madridista Cicinho (1981), Rafinha (1985) dello Schalke 04 o, come farà l’Inter da giugno 2006, Maicon Douglas Sizenando del Monaco.
Figlio d’arte anche nel ruolo, oltre ai geni calcistici “Maicon” deve al padre il nome. Fan esagerato di Sulle strade di San Francisco, telefilm-cult poliziesco anni 70, papà Manoel vuole chiamare i suoi due gemelli come le star del cinema. Uno se lo gioca col coprotagonista (assieme a Karl Malden) Michael Douglas, ma l’addetto al registro dell’anagrafe scrive (male) alla brasiliana e “Michael” diventa “Maicon”; l’altro, Marlon, con lo scontato omaggio a Brando. Venuti al mondo a Novo Hamburgo (Rio Grande do Sul) il 26 luglio 1981, i piccoli incontrano presto altri condizionamenti. «Quando siamo nati, mio padre ci ha subito portato al Santa Rosa (lo stadio del locale Esporte Clube, ndr). Era sicuro che saremmo diventati calciatori, e grazie a Dio ci sto riuscendo. Anche Marlon era forte, ma poi ha mollato» ha dichiarato Maicon a “France Football”. Pochi mesi dopo la nascita dei gemelli, Manoel e Anisia Rocha prendono i pargoli, cui aggiungeranno poi la terzogenita Erla Carla, e si stabiliscono a Vila Zuleima, “bairro” di Criciúma, con i suoi 170.000 abitanti la più grande città meridionale dello Stato di Santa Catarina, fondata nel 1880 da minatori veneti e friulani e oggi gemellata con la nostra Vittorio Veneto.
Maicon comincia a giocare nella squadretta che porta il nome del quartiere (alla quale, diventato famoso, regalerà la ristrutturazione dello stadio) prima di approdare al Cruzeiro nel 1999. Dopo una stagione in prestito al Criciúma, nel 2001 torna al club di Belo Horizonte, dove si guadagna i galloni da titolare e la reputazione di gran combattente. Ma nel 2002 l’arrivo del pari ruolo Maurinho cambia tutto: appena 12 su 46 le gare disputate da Maicon nel vittorioso Brasileirão 2003, torneo nel quale Maurinho viene eletto miglior terzino destro. La svolta arriva con il grave infortunio del titolare. Maicon coglie al volo l’opportunità e dodici mesi dopo averlo fatto debuttare in “auriverde” (1-1 contro la Norvegia, il 14 gennaio in Qatar), il Ct Parreira lo convoca per il Preolimpico. Contro il Paraguay, il ragazzo segna un gol simil-Maradona, il secondo contro l’Inghilterra, a Messico 86, dopo aver scartato cinque avversari. A giugno vince la Coppa America e, per 3 milioni di euro, approda al Monaco di Didier Deschamps per raccogliere, con maggior stazza (1,84 x 84,5 kg, 7,5 in più rispetto a due anni fa), la pesante eredità piccoletto argentino Hugo Benjamin Ibarra (1974), fondamentale nella conquista del terzo posto in Ligue 1 e della finale di Champions League, ceduto al Porto. Ai tempi lo avevano cercato anche il Rennes in Francia, club spagnoli e portoghesi. Due anni dopo se lo è assicurato un’italiana, che in lui ha visto l’erede di un altro argentino, Javier Zanetti.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n. 13, 28 marzo 2006

La scheda  di MAICON Douglas Sizenando
Nato: Criciúma (Stato di Santa Catarina, Brasile), 26 luglio 1981
Statura e peso: 1,84 x 84,5 kg
Ruolo: laterale destro
Club: Cruzeiro (1999-2000), Criciúma (2000-01), Cruzeiro (2001-2004), Monaco (Francia, 2004-)
Esordio in nazionale: 14-1-2003, Doha (Qatar), Norvegia-Brasile 1-1
Presenze (reti) in nazionale: 25 (2)
Numero di maglia: 13
Scadenza di contratto: giugno 2008
Palmarès: 2 Coppe Sul-Minas (2001, 2002), 1 Super campionato mineiro (2002), 1 Brasileirão (2003), 1 Coppa del Brasile (2003), 2 Campionati dello Stato di Minas Gerais (2003, 2004), 1 Copa América (2004), 1 Confederations Cup (2005)

Mahamadou Diarra, cuor di Lione

«Il mio sogno è giocare in tre squadre, Milan, Real Madrid e Barcellona». Difficile che lo realizzi in toto, ma la prima fetta Mahamadou Diarra, maliano di Bamako (18-5-1981), potrebbe gustarsela già a fine stagione. Per i maligni, la ridda di voci che vorrebbero i rossoneri sbavare dietro mezzo Lione (lui e Cris) è esplosa dopo il sorteggio per i quarti di Champions League, ma chi ha buoni uffici e memoria giura che l’interessamento è concreto e ben più datato.
Cresciuto nel locale CSK (Centre Salif Keïta, settori giovanili dedicati alla prima Pantera Nera del calcio africano, ndr), dove nel gennaio 1993 lo aveva portato l’amico Koli Kanté (difensore oggi al Tours in National, la terza divisione francese), Diarra esplode a 17 anni. Cioè quando il CSK, dal 1996 affiliato alla seconda divisione, centra la promozione. A fine torneo, ottiene un provino all’OFI Creta, club con cui firma il primo contratto da professionista e disputa un campionato (21 gare, 2 gol). Poi vola in Olanda, al Vitesse di Ronald Koeman, sulla scia del terzo posto al mondiale Under 20 disputato in Nigeria. Dopo gli stenti iniziali, in tre anni coi gialloneri di Arnhem (sesti nel 2001, quinti nel 2002), migliora sul piano tecnico e conquista la nazionale maggiore (di cui oggi è capitano). In estate, è semifinalista e miglior giovane della Coppa d’Africa, traguardo ripetuto due anni dopo grazie anche alla sua rete al 90’ contro la Guinea. Exploit che incantano il Lione, che per 3,8 milioni di euro individua in lui l’ideale complemento arretrato per la classe di Juninho e la straripante potenza di Essien.
In via Turati, Ariedo Braida vorrebbe fare lo stesso, a costo di cambiare sistema di gioco (con due mediani “bassi”), per proteggere in un sol colpo la difesa, Pirlo e Kaká. Al Man Utd, Ferguson voleva farne l’erede di Keane e identici propositi coltiva José Mourinho, alla caccia di un successore di Makelele al Chelsea. Guadagna 2 milioni di dollari l’anno e il munifico presidente Aulas nell’estate 2005 ha rifiutato i 13 offertigli per conto della Fiorentina da Pantaleo Corvino. Ai tempi Diarra puntava i piedi. Si presentò in ritardo in ritiro, per poi scendere dall’Aventino con un rinnovo biennale fino al 2009.
Sbaglia però chi crede che il maliano sia “solo” un giocatore di quantità. Intelligente (in campo e fuori: parla francese, inglese, olandese e un po’ il greco), elegante, veloce e comunicativo, è un centrocampista completo di gran fisico (1,83 x 76), corsa e senso tattico. Non disdegna la battuta a rete (vedi il super gol al Werder Brema nella Champions League 2004-05), anche se non è il suo punto di forza. In patria lo chiamano “Djila”, come l’ex giocatore cui tanto somiglia per stile di gioco e aggressività. Il Lione ha ceduto Essien ma nessuno se n’è accorto: con lui e Diarra aveva una mediana fra le più toste d’Europa, idem con Diarra e Tiago. Chi lo prende fa un affare.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n.13, 28 marzo 2006

La scheda di Mahamadou Diarra
Nato: Bamako (Mali), 18 maggio 1981
Statura e peso: 1,83 x 76 kg
Ruolo: interno destro
Club: OFI Creta (Grecia, 1998-99), Vitesse (Olanda, 1999-2002), Olympique Lione (Francia, 2002-)
Numero di maglia: 7 (Lione), 6 (Mali)
Scadenza di contratto: giugno 2009
Soprannome: Djilla
Palmarès: 3 Campionati francesi (2003, 2004, 2005), 3 Supercoppe francesi (2002, 2003, 2005)

Fantasia da spendere

Anche per spendere ci vuole fantasia, se guadagni decine di migliaia di sterline la settimana. Un tempo per i calciatori inglesi più ricchi i “giocattoli” obbligati erano le Ferrari, le Aston Martin e le Bantley (lusso che in Italia si è concesso il presidente del Bologna, Alfredo Cazzola, ndr) parcheggiate nel “driveway”, il vialetto d’ingresso a ville o a case di campagna. Oggi, per mantenere la dispendiosa tradizione e stare al passo coi tempi, i paperoni della Premiership devono ingegnarsi per trovare iperesclusivi beni di consumo consoni al proprio status-symbol.
A onor del merito, ci provano. Per la sua nuova residenza nel Cheshire, Harry Kewell (Liverpool) si è fatto spedire un lavandino dall’Australia, 11.000 miglia d’aereo per un pezzo di marmo che, evidentemente, lo facesse sentire “a casa”. Il resto è giunto da una rotta più breve, dall’Italia. Al seguito, dieci operai armati di gru, perché, per quanto costosa, non si trattava di una normale vasca da bagno, ma di un’opera d’arte scavata in un blocco di pietra da una tonnellata. A entrambe le estremità di un monumento degno di un Cesare del Duemila, un tocco decisamente hi-tech: due mega-schermi al plasma: per sé e per la moglie, per la quale è stato previsto apposito armadietto porta pochette e beauty-case.
Non lontano dalla magione Kewell, un altro residente del Cheshire, Robbie Savage (Blackburn Rovers) ha voluto una casa ultramoderna e dipinta di un bianco immacolato, compreso il letto matrimoniale in vera pelle. Ma nell’era moderna, nessuno ha fatto tanto in fretta il salto dalla miseria del ghetto allo status da playboy milionario come Wayne Rooney (Manchester United). Cresciuto a Croxteth, problematico sobborgo di Liverpool, nell’agosto 2004 destò sensazione lasciando l’Everton per 28 milioni di sterline. Adesso ha il problema di spenderli, quei soldi tanto sognati e piovutigli grazie al suo indubbio talento, ma non tutti ne apprezzano gli sforzi. Nel descriverne la nuova magione da 4,5 milioni di sterline un giornale l’ha ribattezzata “Chav Towers”. Crudele gioco di parole sui “coatti” del South London, in tipico humour inglese, ma che appare meno greve alla vista dell’ingresso, illuminato da candelabri, dove fanno bella mostra marmi intagliati recanti le iniziali di Wayne e relativa ragazza, Colleen McLoughlin. Proprio in quest’ordine: «WC».
Gli interni sono arredati con l’immancabile home cinema e una “stanza dei giochi” con tanto di biliardo e flipper. Meno comuni sono la piscina coperta e una centro sportivo costruito su misura e contenente campi da calcio a cinque, basket, tennis e badminton. Ma neanche a Rooney tutto è concesso. Colleen ha posto il veto: in cucina, niente spinatrici di birra.
Anche per i calciatori esistono però forme di investimento più tradizionali. Robbie Fowler, che a gennaio ha lasciato il Manchester City per tornare all’amato Liverpool, crede nel mattone, in Italia un evergreen: possiede 85 case. «We all live in a Robbie Fowler house», viviamo tutti in una casa di Fowler, cantavano sulle note di “Yellow Submarine” i tifosi dei Citizens. Ma il “Toxteth Terror” è anche uno dei maggiori VIP britannici proprietari di cavalli da corsa, in società con l’amico ed ex compagno di squadra Steve McManaman. Un altro ex dei Reds, Michael Owen (Newcastle United), va all’allenamento dalla sua villa di Chester in elicottero.
(Christian Giordano)

Premiership a.C e d.C.

IL calcio inglese è campione d’Europa, in campo (col Liverpool, che non potrà confermarsi vincitore della Champions League) e fuori. Questo, in sintesi, il “verdetto” emesso dalla Deloitte & Touche nel suo Annual Review of Football Finance 2005 (quello del 2006, riferito alla stagione 2004-05, uscirà a giugno). Sottotitolato “A changing landscape”, un panorama che cambia, la bibbia della finanza calcistica europea stabilisce che nella stagione 2003-04:
• l’Inghilterra è la nazione leader in Europa con un fatturato di 7,5 miliardi di sterline (11,25 mld di euro);
• i 92 club delle prime quattro divisioni inglesi hanno generato ricavi per oltre 1,75 miliardi di sterline (2625 milioni di euro), con quelli di Premiership a fare la parte del leone (i 3/4 del totale, cioè 1326 milioni di sterline, +6% rispetto ai 1246 del 2002-03) e hanno versato in tasse governative circa 600 milioni di sterline (225 mln di euro);
• i costi legati ai giocatori hanno sfondato per la prima volta il muro del miliardo di sterline (1,5 mld di euro), in parte grazie alle cifre-record spese dal Chelsea;
• Chelsea a parte, il monte-stipendi dei giocatori è per la prima volta diminuto da quando (1992) esiste la Premiership;
• il margine di profitto dei club di Premiership è il più alto di sempre;
• i club di Football League hanno compiuto grandi sforzi nel controllo dei costi e nella riduzione delle perdite.
Gli effetti dovuti al successo del Liverpool nella Champions League 2004-05 saranno computati e analizzati nel report 2006, ma si può già stimare che quella vittoria abbia portato ad Anfield Road fino a 30 milioni di sterline (11,25 mln di euro) di ricavi, con l’implicita promessa di ulteriori entrate. I club di Premiership hanno ricavato 1,3 miliardi di sterline (1,95) nel 2003-04. Cifre che fanno della prima divisione inglese il maggior campionato europeo (mentre per presenze negli stadi nessuno batte la Bundesliga) e con un margine-record, visto che rappresenta il 18% del mercato calcistico continentale.
La stagione 2003-04 è stata anche la prima intera per il Chelsea sotto la presidenza di Roman Abramovic. E non è fuori luogo parlare di un’annata spartiacque nella storia del calcio non solo inglese. I numeri spigano come si possa parlare non solo di due ere, a.C. e d.C. (avanti e dopo Chelsea), ma anche di come ogni discorso economico segua due percorsi paralleli, con cifre completamente diverse se nel computo vengono compresi o no i Blues. Il rapporto Deloitte & Touche stima in 300 milioni di sterline la cifra già investita a Stamford Bridge, ricompensata dal primo titolo in Premiership (il secondo nella storia del club, il terzo è già in cassaforte). I soldi spesi dal Chelsea in ingaggi e nella campagna trasferimenti hanno contribuito a sfondare per la prima volta il tetto del miliardo di sterline (1,5 mld di euro). Ma il tasso di crescita (7%) è il più basso nella storia della Premiership. Dato che desta ancora più sensazione se si pensa che, togliendo il Chelsea, per la prima volta il monte-ingaggi dei giocatori è diminuito.
I club hanno aumentato del 6% i ricavi, arrivati a 1,3 miliardi di sterline (66.3 milioni di media per club, oltre il 50% rispetto ai 43 di una società della Serie A italiana, il competitor più vicino). La crescita è figlia in primis dei diritti tv (fino al 9%, cioè 50 milioni di sterline) e degli introiti dello stadio (fino al 9%, cioè 32 milioni di sterline).
Tra i “big five” (Premiership e Championship, Serie A, Bundesliga, Liga, Ligue 1), solo i club della prima divisione inglese hanno raggiunto guadagni-record (149 milioni di sterline, 7.5 di media per club), assieme ai tedeschi gli unici a trarre profitti, anche se quest’ultimi con valori sensibilmente più bassi rispetto al 2002-03.
L’Inghilterra vanta anche i migliori stadi del continente, cui si è aggiunto il City of Manchester Stadium. Deloitte & Touche prevedono che entro la fine dell’estate 2006 il totale degli investimenti per impianti e infrastrutture supererà i 2 miliardi di sterline. Nella scorsa stagione, l’affluenza è stata di 29,3 milioni di spettatori, la più alta dal 1969-70. Se il Chelsea è il Rockerduck del calcio inglese, il Man Utd resta il Paperone di quello mondiale: 172 milioni di sterline di ricavi, ma Abramovic & C., che inseguono a 144, hanno ridotto il gap e spezzato il duopolio dei Red Devils e dell’Arsenal. Cifre già vecchie: nonostante l’annataccia 2005, il Real Madrid, dopo 8 stagioni di leadership targata Old Trafford, ha messo la freccia.
(Christian Giordano)

lunedì, marzo 27, 2006

Il pallone in Borsa

«FROM Footie to Footsie». Il gioco di parole che solo la diretta semplicità della lingua inglese consente riassume decenni di evoluzione socioeconomica del calcio (footie) e dei suoi primattori. Che oggi giocano su più terreni, in campo e in Borsa.
L’FTSE 100, “footsie” per gli operatori, è un indicatore (Financial Times Stock Exchange), elaborato dal quotidiano ormai voce economica internazionale, dell’andamento del mercato azionario londinese ed è calcolato usando come campione appunto i 100 titoli più rappresentativi presenti in listino. Area non di rigore dove si avventurano sempre più calciatori della Premiership.
John Curtis, ex difensore di Man Utd e Blackburn ora al Nottingham Forest in League One (terza divisione inglese), lo fa dall’alto di un A-level in economia. Oltre a godersi la vita – gira in Mercedes e sta arredando la casa dei suoi sogni – quando non gioca a calcio, gioca in Borsa. La moglie Gemma indossa solo Dolce & Gabbana e Versace, ha raccolto (con mogli e compagne di altri giocatori di primo piano) fondi per le vittime dello Tsunami e di recente è apparsa in passerella con Kym Marsh, la cantante degli Hear’Say. Anche i Curtis sono chiacchierati, ma a differenza dei più mediatici Wayne (Rooney) & Colleen (McLoughlin) non per i battibecchi sulle rispettive scappatelle o per i rubinetti d’oro da far installare in bagno.
Curtis investe on-line in grandi compagnie in disarmo e aspetta che il loro share price (prezzo azionario) salga. Ma al suo proposito di installare un terminal di Bloomberg in un angolo del soggiorno, peraltro appena imbiancato, la consorte ha puntato i piedi e i due non si sono parlati per giorni. La futile lite dei Curtis fa sorridere, ma perlomeno oltremanica anche riflettere. Perché non è tratta dal plot di una fiction sul calcio come Footballers’ Wives, equivalente locale del nostro (inguardabile) “Ho sposato un calciatore”, ma rivela l’ultimo trend nella vita dei campioni: sportivi professionisti in campo, professionali uomini d’affari fuori.
I fuoriclasse che in passato buttavano milioni (in ristoranti e nightclub) con la stessa facilità con cui li incassavano, adesso li fanno fruttare seguendo schemi di investimento complessi, innovativi e diversificati. «Oggi i top players guadagnano cifre record e frequentano grandi investitori, quindi hanno ambizioni e abitudini superiori – spiega Kevin Roberts, direttore della rivista di settore Sport Business International – L’opulenza è di moda e tanti calciatori disquisiscono di tattica finanziaria con la stessa facilità di quella della squadra».
Colossi della rappresentanza sportiva quali IMG, Stellar Group e SEM includono consigli finanziari nel pacchetto di consulenza e gestione dei diritti di immagine offerto ai propri assistiti. E hanno unito le forze con i grandi gruppi bancari. UBS, HSBC, RBS e soprattutto Coutts, dove sempre piú calciatori aprono conti correnti, hanno allestito divisioni commerciali apposite per gestire i milioni delle star di Premiership.
Consequenziale il florilegio di società che offrono servizi finanziari altamente specializzati. La Herald Sports Promotions International, fondata nel 1986 a Jersey (isoletta delle Channel Islands, l’arcipelago della Manica), ha costruito un business multimilionario di sterline vendendo i diritti di immagine degli sportivi. Studi legali di specialisti e consiglieri finanziari indipendenti, quali Kingston Smith, RHK e Vantis Sports Solution, offrono prospetti di tassazione offshore (i cosiddetti “paradisi fiscali”, centri finanziari esteri dove si possono ottenere vantaggi fiscali o amministrativi negati dalla legislazione vigente nel proprio Paese, ndr).
I giocatori ricevono un supporto finanziario anche dal sindacato. La Professional Footballers’ Association ha istituito un servizio di consulenza per la gestione fondi. «I giocatori vanno trattati come popstar con introiti da popstar – avverte il Sergio Campana locale, Gordon Taylor, presidente della PFA – «altrimenti, se non vengono adeguatamente consigliati c’è il rischio che perdano soldi, e spesso questo li porta a scommettere, al bere e alle droghe. La pianificazione in termini di finanza “creativa” è cruciale».
Quanto offrire consigli su tasse, assicurazioni e pensione. Le compagnie diversificano gli investimenti, ormai sempre più complessi, con fondi ordinari “customerizzati” a reddito variabile, holding iperefficienti dal punto di vista delle tasse, immobili e media fuori e dentro il Regno Unito.
«I giocatori si rendono conto di avere pochissimo tempo per fare soldi e di dover massimizzare il loro potenziale di guadagno – dice Jerome Anderson, che gestisce il gruppo SEM – E ci sono aziende che offrono ogni genere di servizi finanziari».
«Non esistono investimenti troppo complessi o “creativi” – assicura Rob Sharp, managing director di Herald Sports Promotions – Un sacco di giocatori adesso si trovano a investire in film e l’ultimo trend è sfruttare progetti ambientali esentasse, come la selvicultura (la coltivazione e la conservazione di terreni con boschi e foreste, ndr). Suona strano, ma c’è gente che viaggia in Ferrari e investe nel carbone».
David Beckham, il più corteggiato dagli sponsor, ha acquistato una foresta scandinava e sul mercato trova ogni genere di lucrativi contratti pubblicitari, dagli occhiali da sole alle lamette da barba. Robbie Fowler ha nel suo portfolio immobiliare 85 case. Altri hanno comprato delle proprietà in progetti esclusivi come Palm Island, le isole artificiali al largo delle coste del Dubai (Emirati Arabi Uniti).
Un’azienda, in particolare, è emersa a modello per il professionismo moderno. La Kraken Sport & Media fondata dal presidente Karl Fowler, 35enne multimilionario ex socio broker alla “investment house” Goldman Sachs. La storia della Kraken rispecchia l’evoluzione che i media inglesi chiamano, con l’ennesimo gioco di parole, che ha trasformato la partita dei giocatori-investitori, dalla “chavvy game” (alla lettera, la gara degli zotici) che era, nella “savvy game” (la gara dei saggi) che è diventata.
Fowler si è messo in affari fornendo consulenza ai calciatori “MOT finanziari” (obbligazioni non convertibili e titoli di stato). Non si aspettava un lavoro facile, ma neanche il caos finanziaro che invece avrebbe riscontrato. «Il calciatore entrava in ufficio (che dà sulla St Paul’s Cathedral, ndr) col suo agente – ricorda – che a sua volta portava un amico o un conoscente o il “socio prediletto”. E come “consiglieri finanziari” non proprio disinteressati, il padre del giocatore e il miglior amico del padre».
Fowler scoprì ben presto i danni prodotti da quei pessimi investimenti. Un notissimo giocatore della Premiership – Fowler preferisce non fare nomi – credeva di aver investito centinaia di migliaia di sterline in quattro film britannici. In realtà, aveva investito nello stesso film quattro volte. Un gruppo di giocatori di Premiership ha investito 30 milioni di sterline in un complesso immobiliare nei Caraibi. Una buona idea se solo fosse esistito.
Fowler si è quindi dedicato a un servizio di management delle gestioni patrimoniali “personalizzato”. Il suo background nella City gli ha dato accesso a fondi normalmente non aperti a investitori con meno di 20 milioni di sterline. «Gli hedge funds (fondi di speculazione, ndr) sono off limits per gli investori ordinari, ma siamo riusciti a negoziare unità più piccole», spiega. L’ex broker sta facendo da pioniere anche in un nuovo tipo di business nei media e nel merchandising che, se avrà successo, genererà rendite nel lunghissimo periodo, quando la carriera agonistica dello sportivo sarà già finita.
Un esempio tipico è la sua ultima scommessa, Jake Jones. Pochi ne avranno sentito parlare ma se Fowler sa il fatto suo, e lo sa, Jones potrebbe diventare un idolo sportivo su scala globale, «da Sunderland a Shanghai». Anche se in carne e ossa non esiste. Si tratta infatti di un personaggio creato dal disegnatore Adam Hargreaves, figlio del Roger creatore dei Mister Men. Questo il soggetto. Uno scolaro di 11 anni prende parte a un torneo patrocinato dalla Football Association. Dimostra di saperci fare e riesce perfino a segnare un gol contro David James, allora portiere dell’Inghilterra, anch’egli invitato come il centravanti della nazionale Michael Owen. Il futuro attaccante del Newcastle parla di Jones con il Ct Sven-Göran Eriksson, che invita il ragazzo ad allenarsi con i nazionali e finisce per schierarlo titolare. Sembra una fiaba, ma Fowler ha convinto Eriksson a raccontarla e Owen e James a cedere i propri diritti d’immagine in cambio di una compartecipazione alla proprietà letteraria. E sta trattando con la BBC per farne una versione tv per bambini. Se tutto andrà in porto, ci saranno sostanziosi contratti di merchandising e lo show potrà essere adattato ed esportato a mercati lontani come quello cinese.
Viene allora da chiedersi che cosa c’è dietro questo boom. Perché mai banchieri da milioni di sterline l’anno, come Fowler, lasciano posti di lavoro con bonus annuali garantiti e a sette cifre per spendere tempo con gente che pensa agli hedge funds (hedge significa “siepe” ma anche “ortica”, ndr) come a degli investimenti di orticoltura. «Una parola: cash» risponde con un sorriso Jonathan Rice, socio nel Private Clients’ Group del gigante della finanza globale Deloitte & Touche.
Le finanze dei calciatori si sono trasformate, nell’ultimo decennio, lo sport stesso è diventato business globale. Secondo la Deloitte & Touche, che pubblica l’Annual Review of Football Finance (400 sterline a copia, 30 se si è studenti, ndr), rivela che nel 2003-04, grazie ai crescenti introiti televisivi, allo sviluppo del merchandising e alle maggiori entrate al botteghino, i 92 top club inglesi hanno generato ricavi per oltre 1,75 miliardi di sterline. Stipendi e indennizzi di trasferimento dei calciatori di Premiership hanno superato il miliardo di sterline, e il giocatore medio ne guadagna circa 15.000 la settimana.
Quasi tutti gli allenatori approvano la nuova generazione di aziende di gestioni patrimoniali. «I giovani calciatori sono estremamente vulnerabili – afferma Graeme Souness, di fresco sollevato dalla panchina del Newcastle United – I giovani hanno bisogno di imparare, nel calcio e a stare al mondo». Secondo Paul Merson, ex stella dell’Arsenal che ha appena lasciato il calcio (ha chiuso al Tamworth, club di Conference, quinta serie inglese, allenato dall’amico Mark Cooper), i giocatori dovrebbero seguire corsi di gestione obbligatori e affidare i propri risparmi a management specializzati. «I giovani vengono pagati troppo e questo comporta problemi», dice con l’aria di chi ci è passato.
Fowler concorda. «Per i traders part-time, la mia regola è semplice – ammonisce il boss della Kraken – Chiudere la propria posizione ogni sera. Tanti pensano di sapere cosa accadrà in futuro, poi scoprono di possedere azioni di compagnie, come la Parmalat, senza valore. Così, se anche ci rimetti, non lo fai mai pesantemente. Come dico sempre ai miei clienti, grossi o piccoli, certe volte l’affare che non fai conta come quello che fai».
(Christian Giordano)

domenica, marzo 19, 2006

Defendi la tradizione

Terzi l’eccezione, Defendi la regola. Questa, in sintesi e senza offesa per la professionalità di alcuno, la diversità culturale prima ancora che di tradizione che caratterizza società tanto diverse come Bologna e Atalanta. 

Mentre i felsinei raramente riescono a produrre giovani da lanciare in prima squadra, il club orobico è una sorta di mini-Ajax italiano, per la decennale capacità di sfornare a ripetizione giovani talenti subito pronti per gli alti livelli. E rispetto ad altre realtà che operano con questa politica, che in Italia è seguita con più o meno continuità da Torino, Lecce, Cesena e poche altre, sembra non conoscere crisi. 

Forse anche per via dei tanti campioncini autoctoni che ne innervano il settore giovanile. Peculiarità, questa, che negli anni post-Bosman è diventata rara anche fra i biancorossi di Amsterdam, che pescano in società satellite di tutto il mondo, dalle ex colonie (Suriname) al Sudafrica (Ajax Cape Town), dal Belgio (Anversa e Genk) al Ghana (Goldfields). E sicuramente diversa dalla esasperata e ideologicamente pericolosa ricerca di identità tanto cara ai baschi dell’Athletic Bilbao, club che nella storia ha avuto solo uno straniero: il francese, ma basco, Bixente Lizarazu.

Inutile star qui a fare la lista della spesa, dai tempi di Gaetano Scirea e Antonio Cabrini (fedelmente consegnati alla Juventus come imponeva la santa alleanza con il presidentissimo juventino Giampiero Boniperti, interrotta con la cessione di Roberto Donadoni al Milan, e proseguita fino ai giorni nostri con Christian Vieri, Filippo Inzaghi e Alessio Tacchinardi), dei tanti giocatori sfornati dal vivaio nerazzurro. 

Mariano Defendi (Bergamo, 19-8-1985), l’ultima scommessa destinata a essere vinta, è oggi un punto di forza della Under 21 di Claudio Gentile. Degno erede dei vari Canini (capitano ai mondiali U20), Montolivo, Motta (“il nuovo Maldini”, ahem, prestato allUdinese) e Pazzini, tutti cresciuti calcisticamente sui campi di Zingonia. Dove dal 1991 regna Mino Favini. Responsabile del settore giovanile, e riuscito mix tra un insegnante di calcio come Sergio Vatta e un volpone del mercato settoriale come Pantaleo Corvino, che ha fatto la fortuna del Lecce e si sta ripetendo alla Fiorentina, prima squadra compresa.

I nerazzurri hanno 17 osservatori sul territorio nazionale, ma solo 6 al di fuori della Lombardia. Questo perché, tranne rare eccezioni (vedi Pazzini, che è di Pescia), i talenti vengono selezionati giovanissimi perché è all'Atalanta che devono imparare a giocare a calcio. Gli 8 giocatori provenienti dal vivaio che sono in prima squadra, corrono sui campi di Zingonia da quando avevano 8-9 anni. Ma un segnale in controtendenza, e figlio dei tempi, c’è: l’argentino Pablo Daniel Osvaldo, 11 gol in 33 gare con l’Huracán (seconda divisione) e ora a maturare nella Primavera.

Secondo una ricerca della FIGC, la scorsa stagione hanno giocato in A ben 29 giovani dell’Atalanta, record italiano e 6° posto europeo (al primo, l’Ajax, ovvio). «Ci piace l’esempio dell’Ajax – ammette Favini, l’uomo chiave del “miracolo” atalantino – A loro non importa troppo dei risultati, puntano a insegnare ai giovani come si gioca a calcio». Che là significa 4-3-3 puro, dai pulcini alla prima squadra. Qua, funziona meno.

Christian Giordano, la Repubblica - edizione Bologna

Capitan Futuro

PER ora, visto che nel presente «il capitano è Pagliuca. E a Vicenza, dopo che lui si era uscito per infortunio, il vice, Bellucci, era stato espulso. Però è stato bello, mi ha fatto piacere». Oggi, Claudio Terzi, centrale difensivo di belle, si spera bellissime speranze, è la miglior realtà di un Bologna che alla stagione può chiedere solo un finale senza brividi.
Il capitano lo ha fatto per caso, ma tutto meno che casuale è la sua presenza al centro della difesa, quasi una garanzia a dispetto del doppio cambio di allenatore e di una guarigione-lampo da uno dei peggiori infortuni che possano capitare a un calciatore.
«È successo tutto nel 2005 – si disimpegna in sala stampa come è solito uscire dall’area, e cioè col piglio e le furbizie del veterano alla faccia della giovane età – Prima il collaterale del ginocchio destro, a marzo quando ero a Napoli, poi il crociato anteriore del sinistro». Un recupero-record, il suo, visto che è tornato in campo 98 giorni dopo quel maledetto 21 ottobre, 1-1 a Catania.
«Abbiamo lavorato molto, io e i ragazzi dell’Isokinetic: due sedute al giorno tutti i giorni. Poi sono rientrato e ho fatto un tempo con la Primavera». Nel frattempo, Mandorlini aveva sostituito Ulivieri, che adesso se lo ritrova titolare. Il ravennate non ha fatto in tempo a goderselo, ma prima di andarsene aveva visto giusto: con me da qui alla fine, salvo imprevisti, giocherà sempre. E Ulivieri, per scelta o per necessità, ha continuato su quella falsariga.
«Titolare non mi sento – si schernisce con umiltà perlomeno sospetta –, anche se sono consapevole delle mie qualità. Non sono ancora al 100%, devo lavorare ancora, perché dopo la partita qualche dolorino lo sento, Mandorlini l’ho avuto solo per due settimane, non l’ho conosciuto bene. E con Nastase a posto, col Torino non so se avrei giocato. Poi mi sono trovato bene, è tornato Ulivieri e adesso la mia più immediata ambizione è convincere il mister a confermarmi la fiducia». Letta tra le righe, fare una buona B da titolare l’anno prossimo e poi vediamo. Perché se il ragazzo continuerà a crescere, troverà palcoscenici più adeguati.
La storia di questo ragazzo di talento è semplice come la facilità con cui legge in anticipo le situazioni di gioco. Nasce a Milano il 19 giugno 1984, ma vive con i suoi a Bentivoglio da quando aveva tre anni. Cresce nel settore giovanile del Bologna, dove compie tutta la trafila culminata con lo scudetto Allievi vinto nel 2000-01. Quella squadra, allenata da Stefano Pioli, difendeva a tre e Terzi giocava a sinistra di Clayton, con Diagouraga a destra. Proprio Pioli «è l’allenatore che mi ha insegnato di più, perché prima non ero un calciatore. Lui mi ha insegnato a fare il difensore, ruolo che ho coperto in tutte le posizioni, al centro e sulle fasce. Anche se da ragazzino ho giocato pure a centrocampo».
Ulivieri ha detto che per arrivare ad alto livello «gli manca volume, specie nella parte superiore del corpo. Deve fare un lavoro lungo, perché quello breve di 2-3 mesi (cioè pomparlo con anabolizzanti e affini, ndr) non si può e non si deve fare». Ma per capire che Terzi ha stoffa non servono chissà quali osservatori, basta osservare. «Ha buone qualità – chiarisce subito il tecnico – I piedi sono buoni (Terzi, destro naturale, calcia bene anche col sinistro) ma con quelli ci si deve sempre esercitare. Legge bene le situazioni per non rischiare di trovarsi con uno contro uno con l’attaccante». Su quest’ultimo punto, è cioè sul suo primo passo non proprio da urlo, Claudio nega, ma forse è uno dei pochi aspetti sui quali deve lavorare. Il colpo di testa, invece, «non è un mio punto di forza, ma neanche di debolezza. Non ho tanto per la statura (1,82 x 73 kg), ma per lo stacco e il tempismo». Se tutto va come deve andare, il Bologna ha pescato il jolly. E magari presto i tifosi rossoblù sorrideranno al ricordo di quella disgraziata trasferta vicentina in cui il bambino finì a fare il capitano.
(Christian Giordano)

La scheda
CLAUDIO TERZI
Nato: Milano, 19 giugno 1984
Statura e peso: 1,82 x 73 kg
Ruolo: centrale difensivo
Club: Bologna (settore giovanile; prima squadra: Serie A, 2002 - gennaio 2004), Napoli (Serie C1, gennaio-giugno 2005), Bologna (Serie B, giugno 2005-)
Presenze (reti) in A: 9 (0)
Presenze (reti) in C1: 15 (1)

sabato, marzo 18, 2006

Gracias, vieja

A PORTARLO in Europa il destino ci prova già nel 1949, quando il River Plate, il 26 maggio, gioca un amichevole in memoria del grande Torino, perito il 4 maggio nella sciagura aerea di Superga. A quel centravanti è interessata la Juventus, ma alla richiesta di 45 milioni di lire la trattativa sfuma e così gli argentini tornano in patria assieme al loro gioiello più prezioso, assurto già a fama internazionale. Ma nel 1953 le cose prendono un’altra piega. Il Real Madrid celebra il proprio cinquantenario invitando in tournée i colombiani del Millonarios, un nome, un programma. Ai tempi il Real è un club di piccola caratura, campione di Spagna nel 1932 e nel 1933, che però il presidente Santiago Bernabéu vuol rendere grande, grandissimo. Come Di Stéfano. L’uomo che cambierà la storia, delle Merengues e del calcio mondiale.

RIVER PLATE
Alfredo Di Stéfano Lahule il 4 luglio 1926 a Barracas, “barrio” alla periferia di Buenos Aires, in una famiglia di origini italiane (il nonno era di Capri). Il padre, ex giocatore del River Plate, possiede una piccola fattoria e per il figlio maggiore, che cresce forte e robusto lavorando nei campi, sogna un futuro da ingegnere agronomo.
La vita di campagna è dura, ma non abbastanza perché il ragazzo abbandoni la sua grande passione: la palla. Quel magico giocattolo che gli terrà compagnia fino a 40 anni e al quale, a fine carriera, erigerà lungo il vialetto di casa un monumento in bronzo con una targa: «Gracias, vieja», grazie, vecchia mia, non a caso il titolo della sua autobiografia.
A 12 anni, Di Stéfano entra in una squadra giovanile, i Los Cardales, e vince il campionato. A 15 passa al fortissimo River Plate dei primi Anni 40, per giocare nella seconda squadra. A 16, ha già il posto nella prima ma l’esordio avverrà solo tre anni dopo, il 15 giugno 1945.
All’epoca il River Plate schiera una leggendaria prima linea ribattezzata “La Máquina”, la macchina. Da gol, ovviamente, e per la precisione delle giocate. Ne fanno parte per sole 18 ma indimenticabili partite i “Caballeros de la angustia” Juan Carlos Muñoz, José Manuel Moreno, Ángel Labruna e Félix Loustau, così detti per la angoscia che provocavano nelle difese avversarie.
Di Stéfano, un centravanti, vi debutta all’ala destra, perché al centro dell’attacco gioca "el Maestro" Adolfo Pedernera, uno dei giocatori argentini più forti di sempre. Secondo la storiografia ufficiale, il club manda la giovane promessa a farsi le ossa all’Huracán. In realtà Di Stefano vi resta in prestito una stagione per via del mancato accordo sul contratto con i dirigenti del River.
Ironia della sorte, quando affronta la sua ex squadra, segna il gol vincente e dopo appena 15 secondi di gioco, un record. Uno dei tanti di quel talentuoso ragazzino, volto scavato e baffetti sottili, la cui carriera parte col botto: 10 gol in 7 partite nel campionato del 1946.
Nel 1947, per 140 mila pesos, il River Plate cede Pedernera all’Atlanta, perché ha pronto in casa l’erede. Il club richiama il 20-enne Di Stéfano, che finalmente corona il proprio sogno: giocare nel ruolo del suo idolo, il centravanti paraguaiano dell’Independiente Arsénio Erico, con 293 centri in 330 partite il “goleador máximo” nella storia del fútbol argentino.
Con compagni di reparto come Moreno e Labruna, il velocissimo Di Stéfano, che in patria chiamano “Saeta Rubia” (la freccia bionda), forma uno degli attacchi più temuti nel Sudamerica. Quell’anno, contro l’Atlanta dell’ex River Plate Pedernera, Di Stéfano segna il gol della vittoria e viene aggredito dai tifosi della squadra avversaria, che lo mandano all’ospedale. In seguito a quell’aggressione, l’Atlanta viene retrocessa a tavolino.
Il River Plate vince il campionato, e con una media di 3 gol a partita. Un terzo del totale sono del 21enne Di Stéfano, capocannoniere con 27 in 30 gare. Quasi consequenziale il debutto in nazionale, che avviene a Guayaquil il 4 dicembre 1947: 7-0 alla Bolivia nelprimo match di Coppa America, normale amministrazione per assi quali Moreno, Pontoni, Pedernera e Labruna. Proprio un infortunio occorso a Pontoni dà a Di Stéfano, inzialmente in squadra come riserva, la chance di scendere in campo, e Alfredo non se la lascia scappare trascinando i suoi alla goleada contro i padroni di casa.
Di Stéfano segna altre 5 reti in 5 partite, finendo il torneo come secondo miglior marcatore dietro l’uruguaiano Falero ma col titolo sudamericano. Ma con l’Argentina i successi finiranno qui, perché a parte quella vittoriosa Coppa America il fuoriclasse giocherà in biancoceleste solo un’altra partita.

MILLONARIOS
Dopo lo sciopero dei giocatori professionisti iniziato in Argentina nel 1949, molti dei milgliori giocatori locali si trasferirono nella colombiana Di Mayor, una lega dove si praticava un professionismo spinto. Non avendo il riconoscimento della Fifa, i club di quella lega non rispettavano l’obbligo di versare l’indennizzo alle società dalle quali i giocatori erano stati prelevati e anche così si spiegavano ingaggi stellari.
Sono tante le stelle che vengono attirate dal nuovo Eldorado sudamericano. Oltre al difensore Zuloaga e al portiere Cozzi, i Millonarios di Bogotá reclutano Di Stéfano e i suoi connazionali Héctor Rial, proveniente dal Santa Fe e che Alfredo ritroverà anche oltreoceano, Néstor Rossi, uno dei migliori centrocampisti dell’epoca, e Pedernera, che presto diventa giocatore-allenatore. Sotto la guida del “Napoleón del fútbol”, e soprattutto con i gol di Di Stefano (267 in 294 gare), secondo marcatore nella storia del club, i Millonarios vincono 4 campionati su 5 e regalano spettacolo. Per il modo di giocare danzando in punta di bulloni e il colore delle divise si meritano l’appellativo di Ballet Azul, il Balletto azzurro.
In particolare le prestazioni Di Stéfano sono tali che a furor di popolo ne viene chiesta la naturalizzazione per schierarlo nella nazionale colombiana, anche se ha già difeso i colori dell’Argentina. Ma la scarsa attività internazionale di allora consente all’Aleman, il tedesco, un altro dei suoi soprannomi, appena 4 presenze ma senza gol.
Nel 1953, Di Stéfano è il miglior giocatore sudamericano: ha 27 anni ed è pronto per l’Europa. Lo vogliono il Barcellona e il Real Madrid. I blaugrana seguono la via ufficiale trattando con il River Plate, Santiago Bernabéu spedisce il fido segretario Raimundo Saporta su quella giusta per un accordo coi Millonarios. Tra i club storicamente rivali scoppia la bufera: la Federcalcio spagnola tenta un’improbabile mediazione che vorrebbe il giocatore a stagioni alternate, un anno in blaugrana e un anno coi bianchi di Madrid. Il Barcellona rifiuta e così i fedelissimi del Chamartín ammireranno per undici anni il più forte calciatore del pianeta all’apice della propria carriera. La superstar che farà del Real Madrid, vincitore delle prime cinque edizioni della Coppa dei campioni, il miglior club al mondo.

REAL MADRID
In quel torneo, che i Millonarios vincono a mani basse, la Spagna scopre un giocatore e un modo di giocare mai visti prima. Di Stéfano è semplicemente di un altro pianeta, non solo come straordinario centravanti ma come giocatore a tutto campo capace di dominare da un’area all’altra e di fare tutto benissimo, con una tecnica eccezionale abbinata a una velocità supersonica. Il calciatore totale venti anni prima che il calcio totale venisse inventato.
Non sorprende che i due maggiori club spagnoli lo cerchino già a fine gara. Su tutti Santiago Bernabéu, l’ambizioso padre-padrone del Real Madrid. Per fare del club “merengue” la massima potenza del calcio europeo, Bernabéu sei anni prima ha fatto costruire l’enorme impianto del Chamartin e adesso cerca la superstar in grado di stiparne gli spalti e la bacheca. E Di Stéfano è il calciatore ideale per assolvere al duplice scopo: il fuoriclasse attorno al quale costruire uno squadrone capace di dominare in Spagna e in Europa.
Saputo che il Barcellona sta trattando con il River Plate, il vecchio club di Di Stéfano, gli uomini del Real Madrid volano in Colombia per negoziarne il trasferimento con il nuovo, i Millonarios. Raimundo Saporta, segretario dei bianchi madridisti e braccio destro di Bernabéu, risulta decisivo nel portare Di Stéfano al Real. Poco impressionato dalle prime prove madridiste di Di Stéfano (secondo i maligni, appositamente giocate sotto tono), il Barcellona propose agli storici rivali di cedere i rispettivi diritti sul giocatore alla Juventus. Ma Di Stéfano rifiutò e così fece il Barcellona quando la Federcalcio spagnola propose la pilatesca e assurda soluzione di far giocare Di Stefano alternativamente una stagione con il Madrid e una con il Barça. I blaugrana rinunciano ai diritti sul giocatore e finalmente “don Alfredo”, come lo chiamano già per l’inarrivabile carisma e le doti da condottiero, si veste di “blanco” per l’equivalente di 70 mila dollari dell’epoca, bruscolini in confronto alle cifre che regolano il mercato dei calciatori e niente in rapporto all’impatto che il campione avrebbe prodotto di lì a un decennio nel calcio spagnolo, europeo e mondiale.
Il giorno dopo la firma, Di Stéfano debutta nella Liga battendo proprio il Barcellona e per 5 a 0, una partita di cui in Spagna si parla ancora anche perché quattro gol li segna proprio lui, Di Stefano.
In quell’incontro gioca anche una velocissima e giovane ala sinistra, Francisco “Paco” Gento. Bernabéu lo ingaggia nello stesso anno in cui prende Di Stéfano: la spina dorsale del formidabile attacco che presto dominerà l’Europa è fatta.
Ispirati dai cross di Gento, Hector Rial e, soprattutto, Di Stéfano trascinano il Real Madrid alla vittoria nel campionato 1953/54. Di Stéfano, capocannoniere con 29 gol, ha ormai scalzato il blaugrana Ladislao “Laszlo” Kubala come miglior giocatore di Spagna.
La stagione successiva il Real Madrid rivince il campionato e si qualifica per la prima edizione della Coppa dei Campioni, la manifestazione su cui edificherà la propria leggenda.
Il torneo 1955-56 vede al via solo 16 squadre e il Real batte gli svizzeri del Servette, gli jugoslavi del Partìzan Belgrado e il Milan. Nella finale di Parigi, il 13 giugno al parco dei Principi, batte 4-2 i francesi dello Stade Reims guidati dal funambolico Raymond Kopa, considerato il miglior giocatore francese fino all’arrivo di Michel Platini. Il Real va sotto due volte, per i gol di Leblond al 6’ e al 10’, ma Di Stéfano al 15’, la doppietta di Ríal (al 30’ e al 79’) e il sigillo di Marquitos al 67 regalano ai “merengues” la prima Coppa dei Campioni.
In quella gara, il Real rimane così impressionato da Kopa da volerlo a tutti i costi a Madrid. Ma con Di Stéfano che occupa la stessa zona centrale in attacco, il francese dovrà adattarsi a giocare all’ala destra.
Con la superba prima linea formata da Di Stéfano (miglior marcatore in campionato con 24 gol), Rial, Kopa e Gento, il Real arriva secondo in patria (dietro l’Athletic Bilbao), ma si conferma campione d’Europa superando gli austriaci del Rapid Vienna, i francesi del Nizza e in semifinale gli inglesi del Manchester United dei cosiddetti "Busby Babes", tra cui i temibili Bobby Charlton e Duncan Edwards.
In finale, giocata il 30 maggio in casa contro la Fiorentina allenata da Fulvio Bernardini, Di Stéfano segna (al 70’) su dubbio rigore, il primo gol del 2-0 conclusivo. L’altra marcatura, 6 minuti dopo, è di Gento. Quell’anno, il Real Madrid conquista anche la Liga e Di Stéfano, con 31 gol, il suo terzo titolo di capocannoniere. In seguito alla sua magica stagione, Alfredo vince il Pallone d’Oro e il premio di miglior giocatore di Spagna dell’anno.
In vista della stagione 1957/58, dopo il francese Kopa, al Real Madrid arriva un’altra superstar straniera. È il centromediano uruguaiano José Emilio Santamaría, già protagonista ai mondiali del 1954 in Svizzera.
Quell’anno Di Stefano, se possibile, gioca in maniera ancora più spettacolare, e con lui la squadra. Che approda ancora in finale di Coppa dei Campioni, stavolta a Bruxelles contro il Milan, in cerca di rivincita dopo la sconfitta in semifinale di due anni prima. Nei rossoneri, capitanati da Cesare Maldini, militano due campioni di livello internazionale come lo svedese Nils Liedholm e l’uruguaiano Juan Alberto Schiaffino. Ma a spuntarla, per 3-2 nei tempi supplementari, è ancora una volta il Real Madrid di Di Stéfano, autore (al 74’) del momentaneo 1-1. Alfredo è anche il top scorer del torneo a quota 10 reti.
Per restare sul trono europeo il Real Madrid si rafforza prelevando Didì, il regista del Brasile campione del mondo in Svezia e l’asso ungherese Puskas. Ma Didi, asso delle punizioni “a scendere”, gioca – seppure in posizione più arretrata – nello stesso ruolo occupato da Di Stéfano, che per di più mal ne sopporta i ritmi lenti e la scarsa propensione ai contrasti. Caratteristiche poco adatte al calcio spagnolo e che lo costringeranno all’addio. Puskas invece capisce subito tutto: alla sua prima partita, anziché realizzare un gol facile, si fa amico Di Stéfano servendogli un assist al bacio.
A causa di un infortunio Puskas no ci sarà nel Real Madrid che a Stoccarda il 3 giugno 1959, superando per la seconda volta lo Stade Reims di Albert Batteux, vince la quarta Coppa dei Campioni consecutiva. Il trofeo consola la squadra per la mancata vittoria in campionato, andata al Barcellona nonostante il quinto titolo di capocannoniere (con 25 gol) di Di Stéfano, che chioude l’ennesima annata trionfale con il suo secondo Pallone d’oro.
Nel 1960 si chiude l’epopea del grande Real. In patria la supremazia è ancora del Barcellona, ma in Europa il colore che predomina è sempre il “blanco” madridista. Nella finale dell’Hampden Park di Glasgow, il 18 maggio davanti a 127mila spettatori, l’Eintracht Francoforte va in vantaggio al 19’ con Kress ma nulla può contro lo strapotere di Di Stefano e Puskas: il primo segna tre gol, il secondo addirittura una quaterna. La partita, una delle più grandi di tutti i tempi, finisce 7-3. Per il Real Madrid è il quinto titolo europeo consecutivo.
Il primo alloro mondiale arriva in autunno, con la nuova manifestazione denominata Coppa Intercontinentale, nella quale i campioni d’Europa sfidano quelli del Sud America. Gli avversari del Real Madrid sono gli uruguaiani del Peñarol. A Montevideo termina 0-0. Ma a Madrid, l’uno-due Di Stéfano e Puskas fra il 3’ e il 4’ aprono al Real la strada verso lo squillante 5-1 finale che vale il titolo.
È il canto del cigno per quello squadrone leggendario, perché il 23 novembre il Real Madrid subisce la sua prima eliminazione in Coppa dei Campioni. E a infliggergli lo storico smacco è proprio il Barcellona, il rivale di sempre: 2-2 al Chamartin e 2-1 al Camp Nou. La sconfitta segna la fine del cammino continentale del Di Stéfano calciatore. E senza di lui, il Real Madrid non sarà più lo stesso.
In realtà sotto la sua guida il Real raggiunge altre due finali in Coppa dei Campioni, ma le perde. Il 2 maggio 1962, all’Olympischstadion di Amsterdam, 3-5 contro il Benfica di Eusébio, autore di una doppietta. Il 27 maggio 1964, al Prater di Vienna, 1-3 contro la grande Inter di Sandro Mazzola, anche lui due volte a segno, dopo aver vinto il timore reverenziale che all’inizio lo aveva quasi paralizzato alla vista del suo mito, l’ormai 38enne Di Stéfano. La sconfitta coincide con l’addio madridista del campione, che chiude la carriera con un biennio (e 19 reti) nell’Español, la seconda squadra di Barcellona.
Risale invece a due anni prima il più grande rammarico nella carriera dell’asso argentino: l’essere sceso in campo in un Mondiale. Già 36enne, in Cile ha l’ultima occasione per riuscirci grazie alla qualificazione ottenuta dalla Spagna, la sua terza nazionale: un record condiviso con Kubala, che oltre a quella spagnola ha vestito le maglie di Ungheria e Cecoslovacchia. Il Ct è Helenio Herrera, che per lui stravede: «Pelé era il primo violino dell’orchestra, Di Stéfano era l’orchestra».
Il destino, però, ancora una volta ci mette lo zampino, perché Alfredo si fa male a un ginocchio poco prima del torneo. Di Stéfano non recupera in tempo e così pur facendo parte della spedizione non riesce a giocare, perché, incredibilmente, lo squadrone che ha Puskas, Suarez, Gento, Del Sol e Santamaria esce al primo turno. Un’eliminazione che forse la dice lunga su quale fosse l’importanza anche di un Di Stéfano anziano.
Nel 1966, a quarant’anni, i problemi alla schiena lo costringono al ritiro. Alfredo gioca in lacrime la sua ultima partita, al Chamartìn contro il Celtic.

ALLENATORE
Dopo 32 anni di carriera da giocatore, prova a restare nel calcio come allenatore. Nonostante qualche successo, un ruolo che non si addice. Nel 1969 porta il Boca Juniors al titolo Nacional argentino. Poi guida lo Sporting Lisbona per una parte della stagione 1974-75. Nel 1981, torna al River Plate che con lui torna a laurearsi campione d’Argentina. Torna in Spagna dove vince il campionato con il Valencia (la prima vittoria del club in 24 anni) e la Supercoppa Europea 1980. Ci prova anche con il Real Madrid, per brevi periodi durante le stagioni 1982-83 e 1990-91, prima di diventare a vita presidente onorario del club. Ma in panchina è un altro Di Stefano. «Per allenare ci vuole pazienza, e io non ne ho mai avuta». Con la palla tra i piedi, non serviva. Gracias, vieja.
(Christian Giordano)

Platini, le Roi c’est moi

Nella vita, a volte, la storia cambia per caso o per un colpo di fortuna. O per entrambi. Il 23 febbraio 1982 la Rai trasmette da Parigi la diretta di Francia-Italia.
A seguirla in tv, nella sua casa in collina a Torino, c’è anche Gianni Agnelli. Che al Parco dei Principi vede il numero dieci di casa dominare (2-0, suo il gol del vantaggio al 19’) gli azzurri e in particolare il campione juventino deputato a marcarlo, Marco Tardelli. Quel numero dieci si chiama Platinì, con l’accento sull’ultima sillaba, alla faccia delle sue origini piemontesi. E proprio in Piemonte, fortissimamente voluto dall’Avvocato, sarebbe presto diventato il più forte giocatore francese, uno dei grandi di sempre. Il più italiano di Francia o il più francese d’Italia. Per tutti: “le Roi”.

GLI INIZI
Michel Francois Platinì nasce il 21 giugno 1955 all’ospedale Génibois di Jœuf, in Lorena, piccolo centro di 11 mila abitanti nel dipartimento della Meurthe-et-Moselle. È il secondo figlio di Aldo e Anna, ristoratori di origini italiane assai abili nel cucinare la pasta. Francesco Platìni, il nonno paterno di Michel, aveva lasciato le campagne di Agrate Conturbia, nel novarese, e si era trasferito nel nord della Francia in cerca di fortuna. La fece lavorando nei campi e con i soldi messi da parte aprì un bar, il Caffè degli sportivi.

È davanti a quel locale, nel frattempo diventato punto di ritrovo degli italiani del posto, che a 3-4 anni Michel tira i primi calci, prima di lasciare con la famiglia, a 7, il centro per la periferia. Lo segue con occhio particolare papà Aldo, professore di matematica per mestiere e per diletto discreta mezzala e poi libero nel Jovicenne, la squadra dilettantistica da lui capitanata e della quale, finita la carriera, dirigerà le giovanili, legate a filo doppio allo Jœuf. 

Lasciata la cattedra, Aldo gestisce il locale dei genitori e si dedica ai progressi calcistici del figlio. Un ragazzino gracile ma di grande talento che, parole sue, «giocava a calcio tutto il giorno e quando era stanco andava a scuola». A stancarlo però non è il pallone, ma il lavoro atletico cui lo sottopone il padre. «Se sbagliavo uno stop, mi faceva fare venti giri di campo» ricorda ancora oggi l’ex campione.
Michel, che per la bassa statura e la corporatura minuta tutti chiamano Ratz, “piccoletto” nel dialetto locale, trascorre intere giornate tirando calci a una palla in rue Saint-Exupéry, il vicolo dedicato all’autore de “Il piccolo principe”. Un segno del destino, per il futuro re del calcio mondiale.

Quel nomignolo lo accompagna anche nella categoria Esordienti dello Jœuf, la squadretta dove Michel entra a 11 anni e nella quale debutta con una rete. A renderlo orgoglioso sono invece quella segnata allo Jarny, una delle più forti squadre del torneo, e, qualche settimana dopo, la doppietta nel 2-2 contro il Basse-Yutz. Completata la trafila nelle giovanili, a 16 è in prima squadra, iscritta nel campionato corrispondente alla nostra vecchia Interregionale. 

Nel gennaio ’71, nella semifinale della Coppa Gambardella, importante torneo giovanile, Michel gioca una gran partita e segna la rete decisiva contro il favorito Metz, che un anno dopo gli offre un provino. Alle visite mediche, però, il ragazzo non supera la prova spirometrica, che ne evidenzia una «capacità respiratoria insufficiente». Non la pensa così il medico di famiglia dei Platinì, che lo ritiene perfettamente in grado di giocare e gli consiglia di non demordere.

NANCY
La svolta arriva il 22 giugno, quando Michel approda al “centro di formazione” (così in Francia chiamano il settore giovanile) del Nancy, preferito a Sochaux, Sedan e ai belgi del Charleroi anche per la relativa vicinanza a Jœuf, 75 km, e per l'amicizia di Aldo con Hervé Collot, allenatore delle giovanili ed ex capitano della prima squadra. Platini gioca nella squadra riserve, iscritta al campionato di terza divisione, ma sempre più spesso il tecnico Antoine Redin lo va a prendere a scuola perché il ragazzo è convocato per la prima squadra. Prima a Valenciennes, poi a Marsiglia.

Eduardo Flores, la stella del Nancy, ne nota il talento e preme sul presidente Claude Cuny affinché a quel giovane talento venga dato più spazio. Nel frattempo Platini, con la squadra della Promozione d'onore, sorta di campionato Primavera-riserve, batte quasi da solo una selezione di Bitche. Cinque mesi dopo il suo arrivo in biancorosso, e a 18 anni non ancora compiuti, Platini debutta nella massima divisione francese. 

Allo stadio “Marcel Picot”, il 2 maggio 1973, il ragazzino di cui si dice un gran bene indossa il numero 11 e festeggia l’esordio battendo 2-1 il Nîmes. Mancano sette giornate alla fine del campionato, e Michel, dopo una ventina di minuti giocati con comprensibile titubanza, si scioglie e non esce più di squadra. Tra le sue perle, la memorabile doppietta all’Olympique Lione: un sinistro nel “sette” e sigillo in acrobazia su una respinta.
A 18 anni, è titolare in Prémiére Division ma la squadra retrocede. La stagione successiva, trascinata dalle prodezze del giovane leader, a un tempo regista classico e finalizzatore, e da giovani di valore come Rouyer, Lopez e Jeannol, conquista a suon di gol la promozione: 73 in 32 gare, quasi 2,3 a partita. Nel 1975, assieme a Rouyer, che ritroverà anche in Nazionale, Michel svolge il servizio militare nella rappresentativa dell’esercito, agli ordini di Jean-Michel Moutier, della quale è il capitano. L’anno seguente è quello del grande salto. Henri Michel, splendido giocatore degli anni Settanta e futuro Ct della Francia, ricorda ancora divertito quanto accadde a Parigi il 27 marzo 1976 davanti ai 55 mila del Parco dei Principi. Quel giorno gioca da capitano accanto all’imberbe 20enne, al debutto con i Bleus come il selezionatore: Michel Hidalgo, alla prima delle sue 75 panchine con i “galletti” e desideroso di «dare una chance a quel giovane talento». 

La Francia affronta la temibile Cecoslovacchia che in giugno, contro ogni pronostico e la Germania Ovest campione del mondo in carica, vincerà gli Europei di Jugoslavia. Al 73’, “le coqs” conducono per 1 a 0 (gol di Gérard Soler) e ottengono un calcio di punizione a una ventina di metri dalla porta avversaria. Henri Michel si appresta a batterla ma il Michel debuttante gli si avvicina per dirgli: «Lascia fare a me, se tiro io faccio gol». Henri gli lascia il pallone e Platini, alla prima delle sue 72 presenze in Nazionale, mette la palla sotto la traversa di Ivo Viktor. È la prima delle sue 41 reti in maglia “bleu”. La partita finisce 2-2 ma quel che più conta è che la Francia intera scopre un campione. E se ne innamorerà perdutamente. Chiuso il campionato, 28 gol in 35 partite con il Nancy, in luglio vola a Montreal per le Olimpiadi, dove la Francia, rimasta in nove contro 11, sarà eliminata nei quarti: 0-4 contro la Germania Est.

Nel 1977 è invece Michel a scoprire l’amore. Per Christèle, studentessa di economia anche lei di origini italiane, con la quale si sposa a Saint-Max il 27 dicembre e che gli darà due figli, Laurent e Marine. È anche l’anno del primo podio di Michel nel Pallone d’oro: è terzo, dietro al danese Allan Simonsen del Borussia Mönchengladbach e all’inglese Kevin Keegan del Liverpool.

Nel 1978, Platini vince con il Nancy il suo primo trofeo importante, la Coppa di Francia. Neanche a dirlo, è suo l’unico gol della finale contro il Nizza. Ed è lui a ricevere da capitano il trofeo dalle mani del Presidente della Repubblica, Valéry Giscard D’Estaing. Subito dopo, partecipa al suo primo Mondiale, raggiunto grazie alla decisiva vittoria per 3 a 1 contro la Bulgaria nell’ultima gara di qualificazione. A Parigi, il 16 novembre 1977, Platini segna il secondo gol dei suoi.

Ad Argentina 78, Francia e Italia sono nello stesso girone, il Gruppo 1, e si affrontano subito. Pronti-via e al 1° minuto transalpini in vantaggio con Lacombe. Poi l’Italia rimonta e va a vincere per 2-1. Lo stesso punteggio che la squadra di Platini, autore al 61’ del momentaneo 1-1, incassa con i padroni di casa. Quindi Michel e compagni battono l’Ungheria per 3-1, ma inutilmente, perché il terzo posto vale il ritorno a casa.

Il 31 maggio 1979, Michel chiude la sua parentesi al Nancy, e lo fa alla sua maniera, segnando una doppietta al Lille. La sua prossima maglia è, per usare le sue parole, «il sogno di tutti i bambini di Francia»: quella verde del Saint-Étienne.

SAINT-ETIENNE
Per capire che in quegli anni è davvero un altro calcio basta un particolare: nel contratto sottoscritto tra il giocatore e il presidente Roger Rocher, si specifica che le divise da gioco saranno lavate dal club. Impossibile, per Michel, resistere all’impulso di rivolgersi così alla consorte: «Vedi, d’ora in poi non dovrai più lavarmi le maglie». Il primo impatto con il nuovo ambiente non è dei migliori. Al Nancy l’atmosfera era più familiare, con i Verts – nei quali gioca il futuro Ct della nazionale Jacques Santini – invece i rapporti sono più che altro professionali. 

Le cose vanno un po’ meglio grazie ai risultati. Nella gara di andata del secondo turno di Coppa Uefa, il Saint-Etienne perde 2-0 in trasferta contro il PSV Eindhoven. Ma al ritorno, il 7 novembre, seppellisce gli olandesi con 6 gol a 0 e sugli spalti si inneggia al nuovo idolo: «Pla-ti-nì, Pla-ti-nì». L’anno successivo, un’impresa simile la squadra la regalerà addirittura a domicilio, nell’andata del terzo turno di Coppa Uefa, vincendo 5-0 sul campo dell’Amburgo prima di uscire nei quarti contro gli inglesi dell’Ipswich Town futuri campioni.

Nell’ultima giornata della stagione 1980-81 il Saint-Étienne batte 2-0 il Bordeaux grazie a una doppietta di Michel e vince il campionato dopo cinque anni di astinenza. Il 18 novembre a Parigi, nell’ultima gara delle qualificazioni, la Francia si gioca con l’Olanda il pass per il mondiale di Spagna. I Bleus sono in un momentaccio. Vengono da quattro sconfitte consecutive: in amichevole, 4-1 ad Hannover contro la Germania Ovest e 1-0 a Madrid con la Spagna; nelle eliminatorie, 2-0 a Bruxelles col Belgio e 3-2 a Dublino con l’Irlanda. Il Ct Hidalgo è sulla graticola. 

Al 52’, l'arbitro portoghese Antonio Garrido concede ai francesi un calcio di punizione. Per Platini, che in patria chiamano “il re del calcio piazzato”, un’occasione ghiotta. Stavolta non segna direttamente, ma sulla sua esecuzione il centrocampista olandese Jan Peters respinge con la mano. Il capitano ha un’altra chance. Bacia il pallone e poi con l’interno del piede destro disegna un pallonetto che muore alle spalle di Van Breukelen. Poi Didier Six firma il 2-0 conclusivo: i “galletti” vanno ai mondiali, l’Olanda, finalista quattro anni prima, li guarderà in tv. Per Michel, invece, il bello deve ancora arrivare.

La prossima gara in nazionale, a Parigi il 23 febbraio 1982 contro l’Italia, gli cambierà la vita. L’Avvocato rimane folgorato dalle giocate del fuoriclasse transalpino e, secondo la leggenda, telefona immediatamente al direttore de L’Équipe per chiedere se quel numero 10 è a fine contratto, quanto costa eccetera. Il giorno dopo, a Parigi arrivano i turisti non per caso Boniperti (novarese di Barengo) e Barettini, rispettivamente presidente esecutivo e “ministro degli esteri” della real casa bianconera. Sono in missione perché su imprimatur dell’Avvocato la società, all’indomani di Spagna 82 (che la Francia chiude al quarto posto), è disposta a versare pronta cassa 400 milioni di lire perché Platini vesta bianconero. 

E pensare che tre anni prima il giocatore era virtualmente dell’Inter. La triade in versione nerazzurra, Mazzola-Beltrami-Bersellini, aveva bruciato la concorrenza spedendo al Mondiale argentino Giulio Cappelli con l’unico scopo di mettere a segno il colpo grosso: Michel Platini. Cappelli lo seguiva dappertutto, fino a convincerlo a firmare un precontratto. Qualche mese dopo, nel 1979, Platini e Christèle si faranno addirittura fotografare in sede con il presidente dell’Inter, Ivanohe Frazzoli e la sua tifosissima moglie, “Lady” Renata. Del resto Michel non poteva dire di no a Mazzola, assieme a Pelé l’altro suo suo idolo d’infanzia che seguiva, come tutta la comunità italiana a Jœuf, dal televisore in bianco e nero del bar di papà Aldo. 

Per 90 milioni di lire dell’epoca, l’Inter aveva in mano il campione che avrebbe potuto cambiarne la storia, ma poi il presidente della FIGC, Artemio Franchi, tenne chiuse le frontiere, paradossalmente contando anche sul voto del presidente interista Ivanohe Fraizzoli, contrario alla riapertura. E così non se ne farà niente. Il resto lo fecero le malelingue, anche qui secondo una leggenda che vanta qualche fondamento, alimentate ad arte da Boniperti, secondo le quali Platini era «a pezzi, con cinque fratture alle caviglie (in realtà ne aveva avute tre)», insomma «un fragilissimo vaso di porcellana». Invece Platini si era ripreso, eccome. Ma ormai il treno dell’Inter era passato. E dalla Francia, si sa, Torino è più vicina. In ogni senso. 

Il giocatore, ancora in ritiro con la nazionale, viene informato della trattativa e dà il suo assenso a trattare: 400 milioni per il primo anno, il 10% in più per il secondo, e la clausola di lasciarlo libero per gli incontri con i Bleus. L’accordo biennale, alla presenza del suo procuratore, Bernard Genestar, e del rappresentante legale dei professionisti francesi, Philippe Piat, viene firmato a Torino, alla Sisport, il centro sportivo della Fiat, il 30 aprile, dopo un blitz aereo Lione-Caselle effettuato a bordo di un Cessna e tre ore di negoziazione sull’indennizzo da versare al suo vecchio club. 

Platini assume il comando, telefona al suo ormai ex presidente Rocher e trova la soluzione: «voi pagate quello che l’Unione Europea assegna al Saint-Etienne e recuperate la somma dal prossimo club che mi ingaggerà dopo le mie due stagioni alla Juventus». Così almeno narra la leggenda. Quella sul campo invece sarà presto sotto gli occhi di tutti.

JUVENTUS
I primi sei mesi della stagione 1982/83 non sono facili per Platini. Problemi di ambientamento, in campo e fuori, compresa qualche gelosia da spogliatoio (orfano di Liam Brady, altro signore, anche lui regista ma infinitamente meno goleador), ma soprattutto la pubalgia, che non gli permette di correre e scattare come vorrebbe, ne inficiano il rendimento. Poi, grazie anche a una cura omeopatica, per i tempi una soluzione all’avanguardia, guarisce e il suo contributo decolla.

Il campionato va alla Roma, ma in Coppa dei Campioni la Juventus conquista la sua prima finale europea dieci anni dopo lo 0-1 di Belgrado contro l’Ajax. Il 25 aprile ad Atene, contro l'Amburgo, si presenta da grande favorita. Platini è il migliore dei suoi: gioca a centrocampo, più avanti, più indietro: ma è tutto inutile. Il maligno lob di Magath che sorprende Zoff all’8’, regala il trofeo ai tedeschi. Michel si consola con la Coppa Italia (2-0 al Verona ai tempi supplementari) e il Pallone d’oro, il primo di tre consecutivi. Impresa rimasta unica: Cruijff e Van Basten ne hanno vinti altrettanti ma non in fila.

Il 1984 è l'anno della Coppa delle Coppe, vinta battendo 2-1 il Porto. «Visto? Abbiamo dovuto prendere due dell’Avellino per vincere qualcosa» ironizzerà Michel, riferendosi ai due nuovi acquisti bianconeri, il portiere Stefano Tacconi e la mezzala Beniamino Vignola, autore di un gol in finale, riusciti nell’impresa fallita l’anno prima dalla Juventus dei sei campioni del mondo (Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli, Rossi) più Bettega, Platini e Boniek: vincere finalmente una coppa europea.

Che il 1984 sia il miglior anno nella carriera di Platini lo dimostra il Campionato Europeo organizzato in Francia. I Bleus del celebre Carré “magique”, il “quadrilatero magico” di centrocampo formato da Fernandez, Tigana, Giresse e Platini, dominano il torneo. Michel si laurea capocannoniere con 8 gol in 5 partite e trascina la Francia al primo titolo della propria storia.

Il 1985 è l’anno della tragedia allo stadio Heysel di Bruxelles, dove, secondo Platini, «muore il calcio». Il 29 maggio, nella finale contro il Liverpool, trasforma il rigore, assegnato per un fallo su Boniek avvenuto fuori area, che assegna per la prima volta la Coppa dei Campioni alla Juventus. Michel esulta come se fosse un gol vero di una partita vera, e non se lo perdonerà mai. Da allora, il suo approccio con il calcio non sarà più lo stesso. E forse, neanche troppo inconsapevolmente, i suoi propositi di un precoce ritiro nascono lì, in quella maledetta serata in Belgio.

Nel 1986, dopo il suo secondo scudetto in bianconero, conquista a Tokyo la Coppa Intercontinentale. Contro l’Argentinos Juniors, oltre al rigore decisivo, realizza il più bel gol della sua carriera, annullato dal tedesco Volker Roth. Nel frattempo, in estate, disputa il suo terzo Mondiale. In Messico elimina l'Italia campione in carica, facendo impazzire il suo marcatore, l’interista Beppe Baresi, e beffando in uscita il portiere azzurro Giovanni Galli. Ma di quel torneo si ricorda soprattutto lo splendido quarto di finale vinto 4-3 ai rigori contro il Brasile, prima di lasciare il passo alla Germania Ovest (0-2) poi finalista perdente con l’Argentina del miglior Maradona.

Il 17 maggio 1987, ultima di campionato contro il Brescia al Comunale di Torino, Michel lascia la Juventus. Un mese più tardi fa lo stesso con la nazionale francese e il calcio giocato. Non ha ancora 32 anni, ma preferisce così: dire basta quando vuole lui e non quando glielo chiedono. Nello stesso anno, crea la "Fondazione Michel Platini", struttura da lui presieduta che si occupa dei tossicodipendenti, per aiutarli a uscire dal tunnel della droga. 

Il 23 marzo 1988, organizza al “Marcel Picot” di Nancy la sua partita d'addio al calcio. Nella stessa squadra giocano Pelé, Maradona, Beckenbauer, Tardelli, Neeskens, Keegan, Boniek e Zoff. Platini indossa per l’ultima volta la maglia “tricoloeur” della Francia. Quattro mesi dopo, il baby-pensionato diventa vicepresidente del Nancy al posto di André Gauthrot. Il 19 novembre 1988 debutta come Ct della Nazionale francese, ma la mancata qualificazione agli Europei del 1992 e le troppe polemiche seguite all’eliminazione lo inducono a dimettersi. Poco dopo, assieme a Fernad Sastre diventa copresidente Presidente del comitato organizzatore dei Mondiali di Francia 1998. Sastre si occupa dei rapporti con le isituzioni, Platini, ovviamente contando sulla sua immensa popolarità, delle comunicazioni esterne. Oggi, mentre Beckenbauer pare più a suo agio nell’ambiente FIFA, è il più credibile candidato alla successione di Lennart Johansson sulla poltrona di numero uno dell’UEFA. Per “le Roi”, l’ennesimo trono di una carriera straordinaria come il suo talento.
Christian Giordano

Piccola Stella senza cielo

Sarà un caso, ma il crollo della dittatura si è trascinato quello della “Stella” tanto cara all’esercito e alla famiglia Ceausescu. La Steaua campione d’Europa ’86 e tre anni dopo finalista travolta dal primo Milan sacchiano è un lontano ricordo. Perlomeno in Europa, e nonostante gli sforzi economici profusi dal patron uscente Gigi Becali, che ai primi di ottobre ha preferito «togliersi dalla luce dei riflettori e dare in mano tutto ai nipoti». La sua ultima decisione da maggior azionista della società è stata affidare la presidenza al 41enne Marius Lacatus, che dello squadrone dei tempi d’oro era l’estrosa ala destra e resta il recordman di titoli nazionali (11).
La rosa in mano all’ucraino Oleh Protasov, che ha firmato un biennale per un totale di 416.000 euro, è diversa da quella allenata fino a maggio da Walter Zenga, esonerato da primo in classifica a tre giornate dal termine del campionato ufficialmente perché «la squadra giocava male». L’ex bomber di Dynamo Kyiv e Urss, che da allenatore è stato campione di Grecia 2003 con l’Olympiacos (in cui giocò dal ’90 al ’94) prima di dimettersi l’anno dopo e accasarsi per tre mesi ai ciprioti dell’AEL Limassol, deve fare le nozze coi fichi acerbi. Perché le dissestate casse sociali della Juventus di Romania (22 campionati e 20 coppe nazionali in bacheca), hanno reso possibile per il gm Mihai Stoica solo un acquisto: il 25enne centravanti Victoras Iacob, 31 gol in 103 gare di Divizia A tra Rocar Bucarest, Universitatea Craiova, National Bucarest e Otelul Galati, dove con 14 reti lo scorso anno è stato vicecapocannoniere del torneo.
Pur svecchiata, la formazione portata al titolo 2005 dal traghettatore Dumitru “Titi” Dumitriu, in coppia con l’influente centrocampista 36enne Dorinel Munteanu (oggi giocatore-allenatore al CFR Cluij), dopo 9 giornate è imbattuta e guida la classifica (23 punti, 7 vittorie, 19-4 in differenza reti) con una lunghezza sulla Dinamo e 5 sul Farul Constanta. Può ripetersi, ma difficilmente riuscirà a correre su due fronti. Nei preliminari di Champions League, superato lo Shelbourne (0-0 a Dublino, 4-1 al Ghencea), ha ceduto il passo ai norvegesi del Rosenborg (1-1 in Romania, 2-3 a Trondheim). In Uefa, troppo facile per essere veritiero: 3-0 al Vålerenga in Norvegia, 3-1 in patria.
Protasov ci prova oscillando tra il 4-4-2, il 4-3-3 e il 4-5-1 con un finto tridente che prevede Iacob unica punta e due esterni, Banel Nicolita (’85) e Nicolae Dica (’80) che a turno gli fanno da partner. Daniel Oprita (’81, una presenza in nazionale), titolare ai tempi di Zenga e titolare in caso di modulo a due punte, è il primo cambio offensivo. In porta c’è Vasili Hamutovski (’78), ex Dynamo Mosca che nella Bielorussia ha scalzato Sulima. Difesa a quattro e mediana operaia, tranne Gabriel Bostina (’77), bravo negli inserimenti.
(Christian Giordano)

FORMAZIONE (4-3-2-1): Khomutovski - Goian, Ghionea (Radoi), Ogararu (Marin), Nesu - Lovin, Paraschiv, Bostina (Dumitru) - Nicolita, Dica - Iacob.
Allenatore: Protasov

Rafinha, il Londrina express


Piedi buoni a parte, tutto sembra tranne che brasiliano. Ricordate Falcão? Boccoli biondi, spariti con l’ultimo taglio, quasi teutonico, occhi chiari, aspetto, mentalità e gioco europei (e non senza perché), nessuna storia strappalacrime da meninhos da rua o figlio delle favelas. E allora la sua “storia” è tale proprio perché opposta, “anti”. La parabola di un ragazzino di una città del nord di uno Stato del sud. Se poi il pargolo emigra in Germania, e non nell’opulenta Baviera, ma a Gelsenkirchen, uno dei principali centri urbani della Ruhr, un tempo cuore dell’industria tedesca e tuttora assai fiera delle proprie origini minerarie, allora tombola. Eccola lì, bella e pronta, la storia. Tutta da raccontare.

Márcio Rafael Ferreira de Souza, in arte “Rafinha” (apelido condiviso col connazionale Rafael Scapini De Almeida, 23enne alona di 1.84 x 77 kg che in maggio ha lasciato il Campinas per l’Oulu, prima divisione finlandese), è nato il 7 settembre 1985 a Londrina, seconda città del Paraná. Uno Stato, quello paranaense, pieno di contraddizioni, ma con notevoli livelli di efficienza – specie a quelle latitudini – sul piano socioeconomico. La capitale, Curitiba (1,5 milioni di abitanti, negli Anni 30 erano poco più di 100 mila), è da un quarto di secolo un modello di riferimento mondiale per la sua pianificazione e gestione urbanistica. Al centro di un vastissimo altopiano poco abitato (nel Paraná sono in 9,5 milioni), ricco di praterie, boschi e campi coltivati, Curitiba era legata alle fortune del maté prima e del caffè poi. Londrina, fondata nel 1934 e oggi arrivata al milione di abitanti, si sviluppò come una delle tante “città del caffè”, prodotto che dagli Anni 40 visse un boom ventennale prima che il crollo dei prezzi portasse a produzioni agricole più meccanizzate (come la soia e il mais), cui seguirono le industrializzazioni automobilistica, elettronica, componentistica, i servizi alle imprese, la ricerca universitaria eccetera. Il clima (subtropicale con precipitazioni moderate, ideale per giocare a calcio) e la vegetazione ricordano quelli del Vecchio Continente e forse non è un caso che quelle lande siano state colonizzate da polacchi, ucraini, italiani, tedeschi e giapponesi. Insomma una terra che ha poco della sterotipata immagine che si ha di “O Pais do Carnaval”. 

Come Rafinha. Terzino destro di fisico compatto, passo svelto e sette polmoni, comincia a giocare a sette anni in una squadretta cittadina, il Grêmio Londrina. Ci resta fino al 1997, quando approda al PSTC, eccellente vivaio per il quale sono passati anche il pentacampeão Kléberson e Fernandinho, centrocampista offensivo della Under 20 venduto a peso d’oro dall’Atlético Paranaense (105 presenze e 25 gol e una finale di Copa Libertadores) allo Shaktar Donetsk, la multinazionale che alla vecchia volpe Mircea Lucescu ha dato una ricca colonia brasiliana: Matuzalem, Brabdão, Jadson e Elano.

Proprio la nutrita presenza brasiliana è stata uno dei motivi che più hanno influito nella scelta se vogliamo un po’ “controcorrente” operata dal lateral-direito del Coritiba, squadra della capitale del Paraná nella quale è arrivato nel 2002 dopo un anno nelle giovanili del Londrina. Dipinto come l’ennesimo erede di Cafu («è pronto per sostituirlo ha detto al Ct Parreira l’ex genoano Branco, coordinatore delle Nazionali giovanili»), Rafinha è meno veloce, meno travolgente di Cicinho (che dell’ex milanista è divenuto il primo cambio dopo le ottime prestazioni in Confederations Cup), forse un po’ più solido, sicuramente più completo. In alcune partite con la “Coxa”, così chiamano il Coritiba i fedelissimi della Mancha Verde, il tecnico Cuca lo ha schierato da esterno destro di centrocampo, da ala pura e persino da meia de criação, mezzapunta con ampia licenza di inventare o di dirigere il traffico offensivo. Lo volevano Arsenal e Manchester United, ha scelto lo Schalke 04 per avere un atterraggio morbido in Europa, strategia che spesso paga (vedi Ronaldo e Romário al PSV o Ronaldinho Gaùcho al PSG) e opposta alla strada battuta dal neomadridista Robinho.
Fatto insolito per un difensore ma proprio per questo indicativo, la scorsa primavera la Bbc ha spedito in loco una troupe per realizzare un documentario (trasmesso in Italia nel format “Fútbol Mondial”) su di lui e nel quale il giocatore diceva di non avere fretta di varcare l’oceano. L’occasione giusta sarebbe arrivata. Bravo lo Schalke, che lo seguiva da tempo – «Lo abbiamo osservato più volte. Ha giocato così bene che ci siamo decisi a chiudere subito l’affare» ha detto il team manager Rudi Assauer –, a bruciare anche la concorrenza interna del Borussia Dortmund, che per sopravvivere punta solo sui giovani, e del solito, milionario Wolfsburg. Prima dei Mondiali Under 20 costava 4 milioni di euro. Le brillanti prestazioni (suo il gol del 2-1 nei supplementari che ha eliminato la Germania nei quarti), a parte la semifinale con l’Argentina, lo hanno fatto salire a 5: «il prezzo giusto per un giocatore così», secondo il presidente del Coritiba, Giovani Gionédis. Con quella cifra e un quadriennale al giocatore, e 5 milioni di euro al club, uno in più di quanto chiesto prima del mondiale olandese (nel gioco delle parti, dopo l’iniziale rifiuto, il Coritiba, come i suoi procuratori alla Massa Sports, ci ha lucrato un po’). 

Alla AufSchalke Arena, davanti a una delle tifoserie più calde di Germania, giocherà con un connazionale per reparto: Marcelo José Bordón in difesa, Lincoln a centrocampo e il Kuranyi (che ha anche passaporto panamense e tedesco) in attacco. «Questo ttrasferimento non è una sorpresa», ha detto il team manager Andreas Müller «Da metà della scorsa stagione, era chiaro che ci serviva qualcuno capace di coprire per intero la fascia destra». E infatti, come prima scelta si parlava di Cicinho, titolare della Selecao nella Confederations Cup. «Ma poi la scelta è caduta di nuovo su Rafinha, di sei anni più giovane», spiega Müller, che si è avvalso della decisiva opera di convincimento di un altro brasiliano già al suo servizio, Lincoln.
«Rafinha è un investimento per il futuro, e siamo riusciti a farlo quando pensavamo quasi che non fosse più possibile» dice Assauer «Ha solo 20 anni e il suo valore non farà che aumentare». Cosa assai gradita per il club vice-campione di Bundesliga che per togliersi quel prefisso ha preso 5 rinforzi e speso 14.3 milioni di euro (6.9 dei quali sono andati allo Stoccarda per Kuranyi). Adesso la palla passa al tecnico Ralf Rangnick, che dovrà decidere come impiegarlo al meglio. Due stagioni fa Antônio Lopes lo schierava terzino destro in linea con Miranda, Reginaldo Nascimento e Ricardinho, e dietro Juninho o a Márcio Egídio. L’anno scorso Cuca lo ha impiegato nella stessa posizione con Alexandre Luz, Vágner e Rubens Júnior (Tiago) quando difendeva a 4 oppure, nel 3-5-2, esterno destro di centrocampo davanti a Reginaldo Nascimento e in linea con Márcio Egídio, Capixaba (Rodrigo Batata), Jackson (il successore designato) e Ricardinho. Dieci metri più avanti o più indietro non saranno un problema. 

E su eventuali problemi di ambientamento o sulle critiche legate al fisico, non proprio da gladiatore, del nuovo arrivato, Müller non ha dubbi: «È questione di carattere, e lui ha grande personalità. Sono sicuro che si adatterà in fretta, nonostante la giovane età. Come molti difensori brasiliani, è bravo a spingere. Sa ribaltare l’azione da difensiva in offensiva, pressare su tutta la fascia e crossare. Ed è pericoloso sotto rete». Nello scorcio di Brasileirão 2005, prima di attraversare l’Atlantico, ha segnato 3 reti in 13 apparizioni da titolare (nonché rigorista) nel Coritiba e 2 in 14 con l’Under 20. A proposito di Seleção, altro che Pechino 2008, c’è chi giura che sarà nei 23 di Germania 2006. 

Il fatto che sia un po’ minuto (1,72 x 68 kg) non preoccupa Assauer: «Neanche Roberto Carlos è un gigante, ma non commetteremo l’errore di paragonarlo a stelle di livello mondiale. Intendiamo inserirlo per gradi. Ha solo vent’anni e gli è concesso sbagliare partita ogni tanto». Difficile. Fin qui l’espresso di Londrina non ha saltato una fermata.
Christian Giordano, Guerin Sportivo

La scheda di Márcio Rafael Ferreira de Souza
Nato: Londrina (Stato di Paraná, Brasile), 7 settembre 1985
Ruolo: esterno destro
Statura e peso: 1,72 x 68 kg
Club: Grêmio Londrina (1992-97), PSTC (1997-2001), Londrina (giovanili, 2001-2002), Coritiba (2002-2005), Schalke 04 (Germania, 2005-)
Scadenza di contratto: 2009
Presenze (reti) nel Coritiba: 24 (0) nel 2004, 13 (3) nel 2005 (fino ad agosto)

Stan “The Man” Bowles

Un aneddoto e una “sentenza”: per descriverlo, anche a chi non l’ha visto giocare, non serve altro. L’aneddoto. Sunderland-QPR, ultima di campionato della Second Division 1972-73 (l’attuale Championship, la cadetteria inglese, ndr). Stanley Bowles è la talentuosa mezzala sinistra dei biancoblù londinesi, da un mese già promossi in First (arriveranno un punto dietro il Burnley, primo con 62). I Black Cats invece hanno appena vinto, un po’ a sorpresa, la FA Cup battendo 1-0 il Leeds United. Al vecchio Roker Park si radunano in 43.265 per ammirare in casa propria il trofeo, lasciato in bella mostra su un tavolinetto oltre la linea laterale. Bowles & C., però, hanno altri progetti, o perlomeno così narra la leggenda, spesso riportata – con dovizia di particolari sempre diversi – dal diretto protagonista: «Un paio di noi avevano scommesso su chi riusciva per primo a far cadere la coppa colpendola col pallone. Allora ho preso palla, ho corso per qualche metro e l’ho fatta volare via. Ai tifosi avrei fatto meno male segnando due gol, e alla fine c’è stata un’invasione di campo che è finita su News at Ten! (il notiziario delle 22, ndr)». La folla, inferocita per quello che ritiene un affronto, invade il campo e comincia la caccia all’uomo. Quello con la maglia, bellissima, di cotone, a cerchi blu su sfondo bianco e con il numero 10. Ci metterà 20’, la polizia, per riportare l’ordine e far riprendere il gioco.
La “sentenza”, adesso. «Se fosse riuscito a passare davanti a un’agenzia di scommesse come faceva col pallone, avrebbe fatto miliardi e (altra versione, ndr) cento presenze in nazionale». Il gioco di parole, imperniato sul verbo “to pass”, in inglese funziona di più, anzi descrive al meglio la quintessenza del maverick Anni 70: Stan “The Man” Bowles.

Per sapere cos’erano questi cavalli pazzi, i calciatori genialoidi e “maledetti” tanto cari al football britannico dell’epoca, non scomodatevi a cercarne la definizione sull’Oxford English Reference Dictionary. Dopo la prima accezione di «capo di bestiame non marchiato», trovereste quella “ufficiale” di «persona indipendente e fuori degli schemi» cioè poco allineata e per nulla allineabile. Non vi sono riferimenti al talento o al successo né tanto meno al calcio. Anche se, come ha scritto Steve Bidmead in Bowles, documentata e piacevole biografia da lui dedicata al Nostro, «non si ha traccia di mavericks fra giocatori di badminton o negli ostacolisti». Solo un caso? Difficile.

Stan nasce la vigilia di Natale 1948, due minuti prima della mezzanotte, a Collyhurst, duro sobborgo di Manchester e cresce a Moston, che è pure peggio. Per capirci: “Crimechester” è, fra le grandi città britanniche, quella con il maggiore tasso di criminalità, perlomeno stando i dati forniti dall’Home Office, il locale Ministero degli Interni, e dall’Istituto nazionale di statistica. Ebbene, Moston è considerata terra di banditi anche per gli elevati standard mancuniani. E se per compagni di “giochi” hai la Quality Street Gang (di cui la polizia nega l’esistenza) e i Whiz Mob, e ti fanno sporadiche visitine lo Special Branch (l’esercito per la sicurezza nazionale) e la Met (colloquiale per Metropolitan Police Service) perché rubare furgoni è un modo troppo realistico di fare a guardie e ladri, il tuo destino magari non è segnato ma un’impronta ce l’ha. Anche se «la mia politica è sempre stata quella di chiudere un occhio e tenere la bocca chiusa».

Nemmeno casa Bowles deve essere un eden se alla domanda del prete cattolico «di che confessione siete?» posta dallo spaesato ragazzino e da questi girata alla madre, segue dal piano di sopra un «non lo so, figliolo. Devi aspettare che torni tuo padre». Quasi fisiologico che Stan, vicino di casa dei futuri Red Devils Brian Kidd e Nobby Stiles, viva di pane, calcio e, nel meno peggio dei casi, scommesse, virus beccato a 15 anni vincendo 24 sterline. Delle possibili tre strade, football, boxe, malavita, il fato gli scarta la seconda se non altro per il torace. Col pallone invece il figlio del lavavetri ci sa fare e scala alla svelta la trafila nelle giovanili del Manchester City, nella cui prima squadra Joe Mercer lo fa debuttare nel settembre 1967 in Coppa di Lega contro il Leicester City. Piede mancino che ricama, Bowles lo ripaga con una fantastica doppietta. Ma in campionato il contributo dell’enfant du pays alla squadra poi campione d’Inghilterra è trascurabile. Il ragazzo frequenta brutte compagnie e al club la cosa non aggrada (storiche un paio di accapigliate con il vice-Mercer, Malcolm Allison, una delle quali davanti ai clienti del night “The Cabaret”). È una testa calda, ma quella testa pare intenzionato a metterla a posto quando, due anni dopo, sposa la fidanzatina dei tempi della scuola, Ann, che gli darà tre figli: Andrea, Carl e Tracey. Secondo voi dura? Ma dai... Il temperamento ribelle, le sue attività fuori del campo e la richiesta di un nuovo contratto fatta al compimento del 21° anno di età, cui segue il rifiuto dell’aumento di 5 sterline a settimana, non vanno giù alla dirigenza, che nell’agosto ’70, stufa di 2 reti in 17 gare spalmate su tre campionati, lo molla. «Sapevo che era finita, che non si poteva tornare indietro, così me ne tornai dai miei vecchi compari dei bassifondi di Manchester, dove facevo più soldi della miseria che prendevo al City. Smisi di allenarmi, tranne che per precipitarmi dai bookmaker per la corsa delle 14, del calcio non m’importava più». Infatti, nel prestito al Bury, finito anzitempo, il 5 settembre, dopo sole nove settimane (5 gare e zero gol), Stan dimostra di non essere cambiato e il suo futuro da pro sembra finito ancora prima di iniziare.

Quello stesso mese, gli concede una possibilità Ernie Tagg, il manager del Crewe Alexandra, club di quarta divisione, e risale a quel periodo nel South Chesire (e forse attribuibile all’allenatore) l’immortale epitaffio tecnico di cui sopra. Non a caso, Tagg – cui erano bastate un paio di partite per concedergli un anno di contratto – versava lo stipendio di Stan alla signora Bowles, cui il marito faceva rispondere al telefono che era malato per marcar visita salvo vedersi tirar giù dal letto da un Tagg fuori dalla grazia divina. Diciotto centri in 51 gare con i Railwaymen, una delle peggiori squadre del Paese, convincono Ian MacFarlane a portarselo, nell’ottobre ’71, per 12.000 sterline, al Carlisle United in Second Division come rimpiazzo di Bob Hatton, passato per 90 mila al Birmingham. L’impatto con Gresty Road è col botto (tripletta al Norwich), ma in undici mesi sotto “The Big Man”, Bowles raccoglie solo 36 presenze e 13 gol (33 e 12 in campionato, chiuso al quarto posto), escluso il Torneo Anglo-italiano del 1972, il primo vinto da un’italiana, la Roma. Nonostante le mattane, o forse anche per quelle, a Brunton Park lo ricordano ancora come uno dei più forti e, ovvio, più chiacchierati giocatori visti con la maglia dei Cumbrians. Il suo regalo natalizio alla tifoseria è la mirabile “hat-trick” nel 3-0 casalingo dei Blues al Norwich il 28 dicembre. Nasce allora la partnership con Chris Balderstone che, assieme alle ali Dennis Martin e a Bobby Owen, forma un centrocampo che in Division Two non ha eguali. Ma dall’arrivo, nell’agosto ’72, del nuovo manager Alan Ashman, per Stan si rompe qualcosa. Dopo l’anglo-italiano raccoglie solo 6 presenze, e quello che vale l’1-1 di Huddersfield, verso la fine del mese, è il suo ultimo gol con la maglia dello United. Due settimane dopo è al QPR di Gordon Jago, per 112.000 sterline, esborso-record per il club che mai aveva scollinato le sei cifre. A Sheperd’s Bush, resta sette anni, rimpiazzando nel cuore dei tifosi l’idolo e pari ruolo (in campo e fuori) Rodney Marsh – ceduto per 200 mila pounds al Man City, club che di Stan non aveva più voluto saperne – e già dimenticato sin dal debutto di Bowles, autore di un gol nel 3-0 in casa al Forest davanti a 12.528 folgorati da quel funambolo dalla chioma al vento, dal sinistro magico e dal carisma innato. Un colpo di fulmine che sulle gradinate di Loftus Road cambia istantaneamente i cori da «Rod-ney, Rod-ney» a «Stan-ley, Stan-ley».

Nel ’74 a Jago subentra Dave Sexton, che ama più tener palla che liberarsene come se scottasse. Il primo a beneficiarne è Bowles, che nel giro di due anni, in coppia con la star Gerry Francis, trascina i Rangers a un punto da un titolo che se vinto avrebbe fatto storia e che andando al Liverpool è diventato normale amministrazione. E la stagione successiva, la prima dei Rangers in Europa, è capocannoniere (11 gol) di Coppa Uefa, torneo che per i suoi si arena nei quarti, 6-7 ai rigori contro l’AEK Atene (poi eliminato dalla Juventus futura vincitrice), dopo che erano state sommerse di reti Brann Bergen (4-0, 7-0) e Slovan Bratislava (3-3, 5-2) e domato a fatica il Colonia (3-0, 4-1). Nel frattempo il 3 aprile ’74, Sir Alf Ramsey lo fa debuttare in nazionale nell’amichevole di Lisbona (0-0) contro il Portogallo. Per Bowles è l’inizio di un amore mai consumato. L’11 maggio al Ninian Park di Cardiff (2-0 al Galles) firma il suo unico gol con i “bianchi”. Quattro giorni dopo, a Wembley (2-0 all’Irlanda del Nord), viene sostituito con ignonimia e Ramsey non lo chiama più. E così fa il traghettatore Joe Mercer, ex del Man City, l’ultimo a stupirsi quando (leggenda o verità?) Bowles non si presenta a un raduno preferendo andare a White City, pista londinese per le corse dei cani.

Perso sul filo di lana il campionato ’76, Bowles riconquista la nazionale. La seconda occasione gliela dà Don Revie nella gara di qualificazione mondiale contro l’Italia, il 17 novembre all’Olimpico di Roma. Il Ct azzurro Enzo Bearzot gli attacca alle caviglie Claudio Gentile e Stan non tocca palla. E quattro. Il quinto e ultimo “cap” è del 9 febbraio ’77, davanti ai 90.000 di Wembley, 0-2 dall’Olanda, amichevole che passerà alla storia per il «10» in pagella a Johan Cruijff. Per Stan, niente più polemiche come quella avuta con Emlyn “Crazy Horse” Hughes («Per il mio Paese giocherei anche gratis»): «Giusto, tu tieniti i Tre Leoni e i tuoi 200 testoni li prendo io (nella gestione-Revie i convocati beccavano 200 sterline a convocazione, ndr)».
Nel dicembre ’79, su raccomandazione dell’antico sodale Peter Taylor, Brian Clough si mette in testa una pazza idea: fare di quel riottoso purosangue il cavallo di punta del Nottingham Forest campione d’Europa. Nei piani, Stan doveva rimpiazzare l’anziano Archie Gemmill in una prima linea da sogno: (Trevor) Francis, John Robertson, Garry Birtles, Bowles e l’altra testa matta Charlie George, arrivato in prestito. Un progetto folle, appunto, perché come vice-Gemmill avrebbero fallito in tanti (dopo Bowles anche Jurgen Roeber e Raimondo Ponte) ma soprattutto perché, come ammesso da “Stan The Man” nell’omonima autobiografia, il rapporto mai nato con “Old Big ’Ead”, il vecchio testone, era destinato a fallire dall’inizio: «Siamo partiti col piede sbagliato quando mi ha detto “voi cockneys (spregiativo per “coatti” londinesi, ndr) siete tutti uguali” e io, di rimando, “Mi scusi, ma io sono di Manchester”». Due personalità troppo forti per poter coesistere. E il rifiuto del giocatore di andare panchina per la finale di Coppa dei Campioni, il 28 maggio 1980 al Santiago Bernabéu di Madrid contro l’Amburgo, è il punto di non ritorno. Due mesi dopo, Clough decide che 2 reti in 19 partite non valgono la candela e lo sbologna all’Orient (ora Leyton Orient), in Second Division, per 100.000 sterline, un record a Brisbane Road. Bowles ci resta un anno, il tempo di segnare 7 volte in 44 partite. Poi sposa (nell’agosto ’81) l’amante di lunga data Jane Hayden e in ottobre scende in Third firmando per il Brentford di Fred Callaghan, un po’ come se ai tempi d’oro «Paul Gascoigne fosse andato allo Swansea City» si disse e scrisse. Bowles, che ha perso un po’ lo spunto ma non la classe, vive tre stagioni da re (16 gol in 81 gare) prima di ritirarsi, ormai 35enne, nel febbraio ’84. 

Ancora oggi, al Griffin Park ricordano l’ilarità da lui suscitava quando – frustrato per il passaggio orribilmente fuori misura indirizzatogli dal suo scarsissimo terzino destro – si piegò mimando il gesto di portarsi le mani agli occhi come fossero un binocolo per vedere dove diavolo gli avessero lanciato il pallone. Ma a parte le sue prodezze, soprattutto quelle nel QPR più forte di sempre – un mirabile mix di gioventù (Bowles, Parkes, Clement e Francis) e di esperienza (McLintock, Webb e Hollins) – trascinato dai suoi 70 gol in 255 partite di campionato, 97 in 315 in totale, Bowles verrà per sempre ricordato anche per gli eccessi – ipertollerati, al QPR, dalla morattiana presidenza di Jim Gregory’s – fuori del campo. «Ho fatto il pieno con vodka (una bottiglia al giorno), tonica, scommesse e sigarette (fino a 50, ma forse 80, al dì). Ripensandoci, devo aver esagerato con la tonica». I tre divorzi («cerco di raggiungere Mickey Rooney», leader di categoria con 8 mogli, ndr), l’ultimo da Diane, conosciuta nel ’94, dalla quale ha adottato i figliastri Zoe e Tommy, le frequentazioni poco raccomandabili (tra cui «un truffatore di professione la cui specialità era vendere agli irlandesi cavalli che neppure esistevano») e sfociate in arresti (uno come sospettato di tentata rapina), le soste dai bookmakers prima di mettersi in fila per il sussidio di disoccupazione o le “fughe”, già in tacchetti, clazoncini e maglia numero 10, fino a 15’ dal fischio d’inizio, il finto ritiro – venduto in esclusiva per 500 sterline per il supplemento domenicale di un quotidiano – e smentito due giorni dopo il servizio fotografico, i patetici tentativi come assistente allenatore (un annetto al Brentford di Dave Webb, suo ex compagno ai Rangers, e due settimane al QPR), le esibizioni-choc in tv («Non esiste persona peggiore per rappresentare il calcio in televisione» disse nel ’76 l’amico ed ex compagno di squadra Paul Hince dopo la storica figuraccia di Stan a “Superstar” della BBC), il linguaggio scurrile che gli costò il posto di opinionista a Sky, gli articoli come esperto di scommesse (con le quali ha perso una fortuna), le baruffe con gli arbitri: Bowles è stato e ha provato di tutto e di più, ma se oltre vent’anni dopo che ha smesso di giocare si stampano magliette con la sue effigie, viene eletto miglior Ranger di sempre (davanti a Marsh, obvious) e Dominic Masters ci scrive su una canzone (“Stan Bowles” per The Others), un motivo c’è. E si chiama Stan The Man. Ozioso chiedersi che cosa avrebbe fatto con un’altra testa. Come ha detto Frank Worthington - con Marsh, Tony Currie, Charlie George, Alan Hudson e Peter Osgood uno dei massimi esponenti della categoria - «i rimpianti fanno parte della leggenda, parte dell’essere un maverick». Poco, ma sicuro. Potete scommetterci.
Christian Giordano, Guerin Sportivo

La scheda di STANLEY (STAN) BOWLES
Data e luogo di nascita: 24 dicembre 1948, Collyhurst (Inghilterra)
Ruolo: mezzapunta
Club: Manchester City (1967-70; 17 gare, 2 gol); Bury (1970; 5, 0); Crewe Alexandra (1970-71 – 1971-72; 51, 18), Carlisle United (1971-72; 33, 12), Queens Park Rangers (1972-79; 255, 70), Nottingham Forest (1979-80; 19, 2), Orient (1980-81; 44, 7), Brentford (1981-84; 81, 16)