mercoledì, aprile 26, 2006

Henry, Mr Eleganza


Henry non è perfetto. Meglio chiarirlo subito così si evitano le insidie della agiografia. Non ha un gran colpo di testa e qualche volta la fa fuori dal vaso, vedi il pasticcio sul rigore che, con Pires, voleva battere “di seconda”, alla Cruijff. Detto questo, è – oggi – il miglior centravanti al mondo. Il più completo, pericoloso e in grado di svariare su tutto il fronte d’attacco, anzi di fare reparto da solo. Tanto, forzando il concetto, da rendere superflua, al suo fianco, la presenza di un altro attaccante. 

A meno di non voler considerare tali il trequartista Bergkamp o i talentuosi esterni Reyes e van Persie. Il bagaglio tecnico, poi, non si discute. Calcia bene di sinistro e benissimo di destro, specie di interno sul palo piu lontano dopo sgroppata e taglio da sinistra, ed è letale in campo aperto. Segna in tutti i modi: in acrobazia, su rigore, su punizione, d’astuzia o di potenza, ma la sua arma segreta è la capacità, mutuando il gergo cestistico, di crearsi la conclusione. E fa segnare: nella Premiership 2002-03 ha smazzato 20-assist-20. 

L’Arsenal gioca come lui: in velocità, in verticale o con improvvisi cambi di direzione, con movimenti palla al piede o senza palla. Pezzo preferito: il taglio da sinistra chiuso dal piatto destro sul palo lontano o con assist nel mezzo per gli inserimenti dei centrocampisti piu disparati. La sua velocità, unita alla proprietà tecnica, in passato, lo hanno persino penalizzato. 

Sia al Monaco, dove agiva da sponda per Trezeguet (come in nazionale, che dai due, specie col declinante Zidane, che ha già salutato tutti, non può prescindere), sia alla Juventus, dove Ancelotti prese un abbaglio, peraltro mai negato, schierandolo all’ala. 

Wenger, che lo conosce dai tempi del Principato, lo ha inventato centravanti, atipico finché si vuole, e ha scritto quattro fortune: quella di Titì, la propria e quelle di Arsenal e Francia. Chi vorrà la quinta, specie in Italia, è pregato di non mettergli la museruola, in campo e fuori. Altrimenti, meglio soprassedere.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

mercato henry

Prendere Henry è come acquisire una multinazionale, e chi ci prova sa a che cosa va incontro, nel bene nel male. Con una specifica: il giocatore è meno avido della media dei suoi pari status, quindi per convincerlo non basterà il mero dio denaro. Anche perché con quello è a posto con gli sponsor. Ha appena lasciato la Nike per la Reebok (leggi: adidas, che l’ha assorbita per 3,8 miliardi di dollari), presto girerà un mega-spot per la Pepsi ed è già il volto maschile per l’Inghilterra di Estée Lauder. Complice la campagna inglese per la Renault Clio, ha messo su famiglia. Quasi ovvio che davanti ai 9 milioni di euro lordi l’anno offertigli per il rinnovo dal gm dei Gunners, David Dein, il francese abbia nicchiato, e non solo perché al netto del meno esoso fisco spagnolo (-15%) pesano assai più i 12 messigli sul piatto dal presidente madridista Fernando Martín. Henry ha già assiaggiato i miasmi del calcio italiano e ne è fuggito con la stessa, proverbiale che esibisce in campo. Sognarlo all’Inter è lecito, come giocare al Fantacalcio. Occhio però perché si scrivevano le stesse cose 20 milioni di euro e un’estate fa per Vieira alla Juventus. Ci sono delle differenze, però: “Titì” è integro e relativamente giovane, pretende garanzie tecniche (intese come compagni allaltezza e progetto tattico adeguato) e… una società. Da mesi si sussurra che in pole position ci sia il Barcellona, pronto a esporsi per 30, che è già un Dream Team con Ronaldinho e Messi dietro Eto’o. A meno di non credere, e cedere, ai 60 milioni offerti dal Chelsea di Abramovich per far volare il nigeriano dipinto di Blues anziché di blaugrana. Champions League o no, Thierry potrebbe restare dov’è. Perché a Londra nord sta da re. E perché, per quanto alta sia l’offerta che i Gunners possono spuntare, al massimo 12-15 milioni), i 5 con cui si svincolerebbe a parametro secondo le norme Fifa, che danno la facoltà della rescissione unilaterale del contratto per chi è fuori dalla fascia protetta, fanno sì che il miglior modo di saldare il debito di riconoscenza sia quella di contuiunuare a indossare la maglia biancorossa numero 14. Allora sì che quella artigianale del Barça consegnatagli al Madrigal dal pacifico invasore solitario resterebbe un pezzo unico. A proposito di magliette e di multinazionali: facciamo un giochino. Arsenal, Barcellona e Inter, Nike. Real Madrid, adidas. Henry, Reebok cioè adidas, per cui dall’1 agosto sarà testimonial della campagna “I Am What I Am”, sono quel che sono. La proprietà transitiva non vale, ma dovendo puntare un euro…
(c.g.)

Dialogo su due piedi

Sorianisti e no, unitevi. E niente paura: il titolo è ingannevole. Nonostante il riferimento al celebre “Pensare con i piedi” scritto dal compianto argentino Osvaldo Soriano, non si tratta dell’ennesimo, spesso genuflesso, tributo a un grande della letteratura sudamericana (sul calcio puro, però, meglio l’uruguaiano Eduardo Galeano, di almeno due piste). Anzi, l’espediente letterario in cui l’autore, Massimiliano Castellani, giornalista della redazione sportiva di “Avvenire”, immagina di trascorrere una notte dell’estate 2005 – in pieno doppio attentato londinese – a parlare di calcio e di vita con il grande scrittore, deceduto il 29 gennaio 1997, rappresenta la prima parte, quella meno intrigante, dei 15 viaggi narrati in queste pagine piene di nostalgia e di memoria, ma anche di ricostruzione storica e di stringente attualità. Nella seconda, invece, Soriano e il suo gatto nero, Nigro, lasciano il posto al racconto-intervista in cui a rubare la scena sono i protagonisti veri. Introdotti da un contributo del collega Giancarlo Dotto, quelli che “Continuano a pensare con i piedi” (Sugarco Edizioni, 144 pagine, 12,80 euro) si rivelano tipini mai banali. Proprio come le vicende da loro vissute o delle quali sono stati testimoni.
Ce sono per tutti i gusti. Quella voce campione del mondo (Nando Martellini). Il morbo di Gehrig (Luca Paulino, il ragazzo della casa azzurra). Edo Bortolotti e la polvere delle stelle. Il centravanti uscito dal fango (Carlo Petrini). Le infanzie truccate (e scambiate, come i cartellini di Massimo Pellegrini e Massimo Ottolenghi). Il Presidentissimo con la sciarpa rossa (Costantino Rozzi). Il calciatore per finta (al-Saadi Gheddafi). Quell’uomo in giacca nera, signore del rettangolo verde (l’arbitro Cesare Jonni di Macerata). L’ultimo azzurro campione del mondo e mito dimenticato (Pietro Rava). Un calcio pieno di Sentimenti. Due giullari di Dio (i fratelli, anche in senso francescano, Roberto e Stefano Albanesi). Il calcio di poesia di Ezio Vendrame, Piero (Ciampi) e Pier Paolo (Pasolini). Una storia al Limite (che sarebbe piacuta anche al messinese Zoro). I legami pericolosi (eppure inesistenti) fra Arcadio Spinozzi e Emenuela Orlandi, la ragazza del Vaticano rapita e mai ritrovata. Una grande storia minore, quella di Maurizio Santopaolo che dal dischetto calciò il dolore.
Dopo averci aperto gli occhi con “Palla avvelenata” (Bradipolibri, 2003), inchiesta-choc sulle morti sospette nel calcio, realizzata a quattro mani con Fabrizio Calzia, Castellani ce li fa socchiudere per rivedere uno sport che oggi, forse, esiste solo nel ricordo. A noi l’ingrato compito di riprendercelo per riportarlo nella realtà. Preferibilmente pulita.
(Christian Giordano)

Massimiliano Castellani
Continuano a pensare con i piedi
Sugarco Edizioni, 144 pagine, 12,80 euro

Tutte le punte di Domenech

Quattro poltrone per nove. Come minimo. Perché, assegnate no-contest quelle di sua maestà Thierry Henry, numero uno globale con Ronaldinho, e del cobra d’area David Trézéguet, la lotta per un posto al sole nell’attacco dei Bleus per Germania 2006 è aperta. Con precise distinzioni.
Nicolas ANELKA (14-3-1979) - Fenerbahçe
Il re che mai ha regnato. Per fisico (1,84 x 77), velocità e tecnica, una star. La “testa” non convince, anche se ormai paga le etichette. Partito alla grande – in Champions League, a San Siro, Maldini vide le stelle –, ha avuto problemini, compresi un infortunio e il recente bisticcio con il tecnico tedesco Christoph Daum. Convertito all’Islam, si fa chiamare Bilal. Punto interrogativo, specie nella comprensione del fuorigioco.
Djibril CISSE (12-8-1981) - Liverpool
Incontenibile in campo aperto, segna poco a difesa schierata. Caratterino pepato, fisicità (1,82 x 78) e personalità, ma Rafa Benitez, forse non a torto, proprio non lo “vede” anche perché lo considera leader all-time (come Mancini con Martins) in anarchia tattica e posizioni errate. In nazionale (dal 2002) gode di considerazione superiore. Ci sarà.
Pierre-Alain FRAU (15-4-1980) - Lens
Il fisichino (1,75 x 71) e il fattore sorpresa le carte a favore, ma non ha ancora debuttato. E a 26 anni non è un bel segnale. Difficile.
Thierry HENRY (17-8-1977) – Arsenal
Ormai non si trovano pi iperboli. Unico dubbio: sarà altrettanto devastante senza quelle praterie cui è abituato o accanto a una punta che non sia Trezeguet (ai tempi del Monaco i due avevano una giocata fissa e immarcabile: discesa di “Titì” sull’out e servizio in camera per il socio)? Il suo cambio di sponsor tecnico potrebbe aprire nuovi scenari di mercato.
Peguy LUYINDULA (25-5-1979) – Auxerre
Dopo un periodo un po così, il ragazzo di Kinshasa (ieri Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo) viaggia a un gol ogni tre gare all’AJA(10 in 31), dove è in prestito dall’OM. In nazionale è agli inizi (1 in 4 presenze), ma sarebbe utile per la dote di allargare sugli esterni.
Steve MARLET (10-1-1974) – Wolfsburg
Il candidato debole, perlomeno sul piano numerico: 1 gol in 18 gare (ma solo 4 da titolare) nella sua seconda esperienza all’estero dopo il triennio al Fulham (2001-04). Declinante e comunque lontano dagli exploit lionesi della Champions League 2000-01, in nazionale ha uno score mica male: 6 reti in 23 caps. Ma al Fulham mai riscucirebbero gli 11.5 milioni di sterline scialacquati per dar retta a Tigana.
Daniel Moreira (8-8-1977) – Tolosa
L’ottimo campionato (8 gol in 33 gare), il quinto consecutivo, potrebbe non bastargli, perché la concorrenza è spietata e lui ci arriva verginello: 0 reti in 3 convocazioni. A 29 anni e alla vigilia dei mondiali, anche per una punta svelta e furba, un peccato capitale.
Louis Saha (8-8-1978) - Manchester United
Intelligenza calcistica rivedibile, ma fisico, doti da combattente e velocità da urlo. Se posizionasse correttamente anche il corpo (ma in questo Martins è irraggiungibile), sarebbe una star. Recuperato alla causa, infortuni permettendo.
David TRÉZÉGUET (15-10-1977) - Juventus
Animale d’area come pochi. Scompare per lunghi tratti della gara, e quando lo noti è perché sta esultando per la palla che ha messo in fondo al sacco. Di testa, in acrobazia, di rapina, col fisico (1,87 x 75). La tecnica è approssimativa, ma il senso del gol, non misurabile, è da Guinness.
Sylvain Wiltord (10-5-1974) – Olympique Lione
In Italia è stranoto per quel gol maligno che, nel recupero, costò agli azzurri i supplementari e, quindi, l’Euro2004 deciso dal Trezegoldengol. All’OL vive una seconda giovinezza, meno prolifica, come esterno alto (a destra) subito dietro una prima punta. Soluzione riproducibile in Bleu, ma solo per tratti di gara. Fisicamente è in palla.
Sidney GOVOU (27-7-1979) - Olympique Lione
Vale il discorso di Wiltord, età a parte. Ex ragazzo-prodigio (1,75 x 72), ha vissuto un gran avvio di stagione come contraltare del mancino Malouda. Ma nel club, e quindi nei “coqs”, si gioca spazi e posto con Wiltord.
(Christian Giordano)

Louis Saha come si fa

«SONO un combattente». Tanto per chiarire, a chi non li avesse chiari, la rabbia e l’orgoglio del parigino incacchiato.
Perché è lì che è nato, l’8 agosto 1978, Louis Laurent Saha. Non ce l’aveva con qualcuno in particolare se non con la jella nera come la sua pelle d’ebano che sembrava non smettere di perseguitarlo. Anche se a dire il vero non si ricordano, nella sua ancor breve carriera, lunghi periodi senza qualche acciacco. Sarà per quel modo di giocare tutto scatti nervosi e accelerazioni da fuoriserie, le stesse che lo mandano a nozze negli spazi ma a volte anche fuorigiri rispetto allappuntamento col pallone.
Che per lui, da quando ha cominciato nell’infallibile Centre de Formation di Clairefontaine, non va giocato di fino ma solo infilato in quel rettangolo di 7,32 x 2,44, ché gli hanno spiegato esser quello lo scopo del gioco. Concetto che applicherà nell’Europeo Under 18, vinto con il suo golden gol, e poi nella Under 21.
Un anno di giovanili (1996-97) ed eccolo in prima squadra, dove si fa largo con un fisico (1,81 x 72) da culturista agile – perdonate l’ossimoro –, specie nella parte superiore del corpo, e due piedi poco educati ma assai efficaci in zona-gol. Uno e mezzo in prima squadra in Ligue 1, dove debutta il giorno del suo 19° compleanno (4-1 casalingo al Bordeaux), e poi, nel gennaio 1999, dopo un gol in 24 apparizioni, il prestito di 4 mesi al Newcastle United. Non va come dovrebbe (un centro, nel 4-1 casalingo al Coventry, in 11 gare, 5 delle quali da titolare), forse anche perché era prestino, e così il ragazzino allora con i dreadlock se ne torna donde era venuto. Stavolta è quella giusta: 4 reti in 24 gettoni fanno mangiare a Tigana lo stuzzicadente da cui ama farsi accompagnare in panchina. L’ex “Carré magique”, il quadrilatero (con Platini, Giresse e Fernandez) delle meraviglie campione in casa a Euro 84, poggia i propri glutei sulla panca del Fulham, in First Division, e per 3 milioni di euro se lo porta a Craven Cottage. Saha, che per lui rifiuta il Monaco campione di Francia, è subito capocannoniere (27 centri in 43 partite) e i Cottagers conquistano campionato e promozione. Il più è fatto.
Ventisei reti dopo (in 73 gare di Premier League; 53 in 118 in totale), approda per 18 milioni di euro al Manchester United, che dopo un lungo tiramolla coi londinesi, nel frattempo affidati a Chris Coleman (e relative polemiche di scarso impegno del giocatore), lo firma fino al 2009. Sir Alex Ferguson, in tema di punte, ha sempre avuto occhio lungo.
Sembra l’inizio di una luminosa carriera per questo attaccante velocissimo negli spazi e forte di testa, in campo e fuori. Invece (col Norwich City in aprile) inizia il calvario di problemi fisici culminati con l’intervento chirurgico, eseguito lo scorso 4 agosto dopo l’amichevole con gli Urawa Reds, al menisco mediale del ginocchio destro.
Una volta guarito, ha ripreso a far gol (11). E alla faccia della concorrenza (Smith, riciclato più indietro, Rooney e Van Nistelrooy nel Man Utd, Cisse e gli amiconi Henry e Anelka nei 23 della Francia degli intoccabili Henry e Trézéguet), ha ritrovato la nazionale. Vi aveva debuttato (segnando) sotto Jacques Santini, 2-0 al belgio a Bruxelles il 18 febbraio 2004. Giusto in tempo per gli Europei, durante i quali subentra in due occasioni. In marzo Domenech lo ha rivestito di Bleu dopo 15 mesi e, c’è da giurarci, a giugno se lo porterà in Germania. Perché un Inzaghi parigino (ormai inglese dentro: ha chiamato Stanley il figlio) che vive per il gol è sempre meglio avercelo. Specie se s’incacchia.
(Christian Giordano)

Louis Saha
Nato: Parigi (Francia), 8 agosto 1978
Statura e peso: 1,81 x 72
Ruolo: centravanti
Club: Metz (giovanili 1996-97; prima squadra 1997-99), Newcastle United (Inghilterra, 8 gennaio-aprile 1999), Metz (1999-2000), Fulham (Inghilterra, 15 giugno 2000-gennaio 2004), Manchester United (Inghilterra, 23 gennaio 2004-)
Presenze (reti) in Nazionale: Bruxelles, 18-2-2004, Belgio-Francia 0-2
Presenze (reti) in Nazionale: 8 (2)
Numero di maglia: 9
Palmarès: promozione in Premiership (2001), FA Cup (2004), Coppa di Lega inglese (2006), capocannoniere First Division (2001)
Scadenza contratto: giugno 2009

martedì, aprile 18, 2006

Bologna, adesso viene il bello

Prove tecniche di sogno play-off, meno sei. Giornate, si capisce. Partite. Il Bologna è nella poco invidiabile posizione (in classifica) da non potersi permettere illusioni, ma anche in uno stato di grazia di cui sarebbe un delitto non approfittare. Superato in scioltezza e non senza rammarichi (Atalanta, Cesena) il ciclo terribile coinciso con l'Ulivieri-bis (Catania, seriani, Arezzo, cesenati, Mantova), adesso i rossoblù devono dimostrare di tenere nel rush finale. Se lo giocheranno contro le piccole, nessuna delle quali è già sazia o spacciata. Anzi, tutte assatanate. Sei negli ultimi sette posti della classifica, tre dovranno finire in C. 
 
Non è stato facile battagliare con le prime, non lo sarà nemmeno opporsi a chi sopperirà a un minor tasso tecnico con un furore agonistico da ultima spiaggia. Il Bologna guarda avanti, ai 6 punti che gli mancano per acchiappare il sesto posto (e anche alla ressa di squadre che, precedendolo, possono arrivarci prima, sulla pellaccia del Brescia, qualora davvero schiattasse). E poi guarda anche indietro, perché tutte le prossime nemiche lì si trovano. Questo il loro iper-provvisorio check-up, scritto sull'acqua dei pronostici e delle sensazioni, figlie del momento che stanno attraversando. 

 TERNANA (terzultima, 35 punti; il Bologna andrà a farle visita). Sta bene, non benissimo, ma viene dall' ottimo 1-1 di Crotone (con Dionigi tenuto ancora in panchina), campaccio dove il Bologna ha collezionato una delle peggiori figure stagionali. Al Liberati, i rossoverdi hanno la "pareggite" acuta (10), patologia che al Bologna potrebbe non dare troppo fastidio, specie se quelle davanti dovessero rallentare o meglio ancora frenare bruscamente. 

ALBINOLEFFE (quartultima ex aequo con l' Avellino, 36 punti; in casa). Altro cliente scomodissimo, perché in piena bagarre per non retrocedere. La cura Mondonico ha avuto benefici effetti (anche e soprattutto sul piano mediatico), ma in trasferta ha perso 11 gare, difficile che sia un caso. Il Bologna non potrà fallire, altrimenti inutile sperare. Altro pericolo, la spinta psicologica dovuta alla consapevolezza che anche i seriani stanno vivendo un piccolo sogno. Per com' erano messi, la salvezza sarebbe un' impresa. 

CREMONESE (ultima ex aequo con il Catanzaro, 28 punti; fuori casa). Come i calabri, i grigiorossi sono il fanalino di coda e hanno un piede e mezzo in C1. La matematica non li condanna, ma, appunto, è rimasta la sola. Possibile problemino: anche qui, la serenità di giocare senza assilli, qualsiasi cosa verrà sarà guadagnata, anche perché alla fine mancheranno solo tre gare e la situazione potrebbe già essere definitiva, pure per l' aritmetica. 

AVELLINO (quartultima ex aequo con l' Albinoleffe, 36 punti; in casa). All' andata il Bologna fu ingenuo e un pizzico sfortunato. Il cliente resta non dei migliori, in particolare quando fa "caldo", ma proprio per questo fa meno paura lontano dal Partenio. Lo spauracchio, come un girone fa, il lituano Danilevicius. Cautela, please. Vincere a Pescara, seppure con gli adriatici in caduta libera, non è facile. 

RIMINI ("settultima", se si può dire, 41 punti; fuori casa). Un derby è sempre un derby, tautologia che è utile ricordare, anche se la sfida è meno sentita rispetto a quella contro il Cesena. Sarà fondamentale il "momento" in cui si arriva alla gara: cambierà tutto a seconda se il Rimini avrà qualcosa da chiedere alla classifica o se sarà già con la "testa" in Riviera. Le condizioni attuali (è reduce dal buonissimo 0-0 a Catania), fanno propendere per la seconda ipotesi. 

CATANZARO (ultima ex aequo con la Cremonese, 28 punti; in casa). Al Dall' Ara, Nervo potrebbe ritrovare gli ex compagni già retrocessi. Se il Bologna sarà ancora in corsa, il migliore dgli avversari possibili. Anche se ha perso in casa (1-3) il fondamentale match con l' Albinoleffe, battendo 2-0 la diretta concorrente Ternana ha dimostrato che venderà cara la pelle. Fino alla fine. E vale anche per le altre. Bologna avvisato...
CHRISTIAN GIORDANO, la Repubblica - Bologna

lunedì, aprile 17, 2006

Marchio di Fabregas

IL professore ragazzino. Gioca col piglio e la sapienza tattica del veterano, l’ennesima scoperta del Professore vero, Arsène Wenger. Il mago francese lo fa seguire nelle giovanili del Barcellona e nell’ottobre 2003 lo porta all’Arsenal quando il 16enne non si è ancora affacciato in prima squadra e soprattutto non ha firmato pezzi di carta blaugrana. Ai Gunners, fa onde nella squadra riserve e il 28 ottobre, a 16 anni e 177 giorni, in Coppa di Lega contro il Rotherham United (trasformando il penalty nella vittoria per 9-8 ai rigori ), strappa a Jermaine Pennant il primato di più giovane esordiente nella storia del club. Gli altri record vengono con gli infortuni di Vieira, Gilberto Silva e Edu che gli schiudono il line-up. Più giovane marcatore (16 anni e 212 giorni) di sempre nell’Arsenal, grazie al (terzo) gol nel 5-1 al Wolverhampton in Coppa di Lega il 2 dicembre 2003. La prestazione-monstre sciorinata contro la Juventus nell’andata dei quarti, al cospetto dell’antico maestro Vieira, lo ha messo sulla carta geografica del calcio mondiale. Un mesetto prima si era finalmente accorto di lui anche il Ct spagnolo Luis Aragones, per il quale a Germania 2006 sarà il vice-Xavi (se questi recupererà dalla rottura al crociato anteriore destro) o addirittura il titolare. Nelle rappresentative giovanili, lo fu facendo mirabilie sin dal debutto, al Mondiale U17 finlandese del 2003: migliore giocatore e Scarpa d’'Oro di capocannoniere. Le sue 6 reti portano la Spagna in finale, persa 1-0 col Brasile. Fondamentale anche l’anno dopo, nell’Europeo U17. Trascina la Furiette Rosse all’ultimo atto con un gol all’89’ nella semifinale con l’Inghilterra. In finale, la spunterà (2-1) la Francia padrona di casa. Titolare dell’U21, coi “grandi” ha esordito (più giovane d’ogni epoca) nel 3-2 alla Costa d’Avorio lo scorso 1 marzo. Manco a dirlo, suo l’assist per il gol di Villa. Nel settembre 2004 Wenger, convinto che «può diventare il numero un prima di compiere i 20 anni», lo ha blindato fino al 2011 (e con una clausola che ne vieta la cessione a società spagnole), perché sarà «fondamentale nel futuro del club». Secondo l’alsaziano, il talentino ha «grandi margini di miglioramento, specie nel gioco di testa e nel battere a rete». Il resto, personalità, fisico, intuito, visione di gioco, inserimenti, la rara dote di fare la scelta giusta al momento giusto nel cuore del centrocampo, ce l’ha nel dna. Campione vero.
(Christian Giordano)

Francesc (Cesc) Fabregas Soler
Vilessoc de Mar (Spagna), 4-5-1987
Interno (1,80 x 69), Arsenal, scadenza di contratto: 2011
Numeri di maglia: 15 (Arsenal), 8 (Spagna)

Messi come sei

Ortega, Aimar, Saviola Riquelme, D’Alessandro: basta. Nonostante l’ennesima investitura-autoidentificazione di re Diego, stavolta viva “el Flaco” Menotti: «Messi non è Maradona». Basso e massiccio, mancino, miseria e Argentina, le cose che li accomunano. Oltre a quelle «contro la fisica, viste fare solo a Maradona». Lo dice Enrique Dominguez, che allenò Leo dal 1999 al 2000. Ma da adulto el Pibe allestiva one-man-show, la Pulga, imprendibile palla al piede in velocità, gioca mezzapunta destra nel Dream Team dell’«hermano» Ronaldinho. Fine.
L’inizio è da favola. Con l’orco cattivo sottoforma di una deficienza ormonale che ne rallenta lo sviluppo osseo. Il rosarino esce dalla lampada a 4 anni nel Grandoli, la squadra allenata da papà Jorge, operaio metallurgico. Cresce, ma solo sul campo, dribblando in serie bambini più grandi. A 7 segue il fratello Rodrigo al Newell’s Old Boys e a 13 (già al Barcellona) non tocca l’1,40. In Argentina 900 dollari al mese sono un lusso insostenibile e gli spiccioli della Obra Social e della Fundación Acindar non bastano più. Nel 2000, con in saccoccia l’accordo firmato dal supervisore delle giovanili blaugrana Carles Rexach (che ha spedito in loco due osservatori), Jorge prende doña Celia e gli altri pargoli Marisol e Matias e vola in Spagna, a Lérida, dai parenti che gli avevano trovano un lavoro meglio remunerato. Da settembre Messi è alla Masia (37 gol in 30 partite con la cantera, compresi i due in 10’ in finale di Copa Catalunya, giocata con uno zigomo fratturato). Il resto è storia blu-sangue, colori che veste col gol (in Liga con l’Albacete) più “giovane” di sempre: a 17 anni, 10 mesi e 7 giorni. E coi quali invecchierà, da “comunitario”, fino al 2014, a meno di veder saldata la clausola rescissoria: 150 milioni di euro.
Miglior giocatore e capocannoniere (6 gol, inclusi i due rigori nel 2-1 in finale alla Nigeria) al Mondiale Under 20 del 2005 in Olanda, sarà stella fra le stelle di Germania 2006. Nella Selección ha debuttato contro l’Ungheria (1-1 a Budapest) il 17 agosto 2005, entrando al 63’ e uscendo col rosso per fallo di reazione dopo 90”. Oh, Flaco, a chi era capitato, sempre contro gli ungheresi, il 27 febbraio 1977?
Christian Giordano, Guerin sportivo n. 15, 11 aprile 2006

Lionel Andrés Messi
Rosario (Santa Fe, Argentina), 24-6-1987
Mezzapunta (1,69 x 67), Barcellona, scadenza di contratto: 2014
Numeri di maglia: 30 (Barcellona, Champions League), 19 (Barcellona, Liga)

Friday, il più grande mai visto

Una volta Maurice Setters, all’epoca (temerario) trainer del Reading, lo mise a sedere e gli ringhiò in faccia: «Robin, se ti togli dalla testa il bere, la droga e le donne, in tre anni sarai il capitano dell’Inghilterra». Friday lo guardò e chiese: «Quanti anni hai?». Setters rispose e Robin, con un sorrisino, replicò: «Io ne ho la metà e ho vissuto il doppio». Prego aggiornare il cliché: se George Best è stato la prima popstar del calcio, Robin Friday ne fu la prima rockstar. Ma se ne accorsero in pochi.

Figlio della working class, un’infanzia trascorsa col pallone nel duro council estate di Acton, Londra ovest, Robin e il gemello diverso Tony (nato 20’ dopo, il 27 luglio 1952) il calcio lo avevano nel sangue da mamma Sheila, figlia di un ex Brentford, e papà Alf, tifoso da sempre. Per la prole, una effimera simpatia per l’Everton e già dai due anni, quando il padre comincia a portarli allo stadio, via alla passionaccia per la squadra di famiglia. Logico che i primi idoli calcistici fossero dei Bees, George Francis e Jimmy Towers. Con una licenza per Robin, che adorava anche Jimmy Greaves, «perché segnava lui tutti i gol», dice Tony, più scuro, piccolo e tozzo rispetto al fratello, cresciuto fino a 1,87.

Falliti provini e stage con Crystal Palace, QPR e Chelsea, mollata gli studi a 16 anni per fare il muratore, inizia nell’oggi defunto Walthamstow Avenue e continua all’Hayes, che lo paga il triplo (30 sterline a partita) ed è più vicino a Acton. Nella leggenda ci entra segnando da ubriaco (ovviamente smarcato) l’unico gol della gara, che per 10’ i compagni giocano in dieci: lui era al pub a finire l’ennesima pinta.

Ai Biscuitmen lo porta a fine 1973, per 750 sterline, il manager Charlie Hurley, l’unico capace di “gestirlo”, che se n’era innamorato affrontandolo in FA Cup. In biancoblù debutta con una doppietta nel 4-1 casalingo all’Exeter City, il 10 febbraio 1974. L’anno dopo, è Giocatore dell’anno nel Reading promosso in Division Three, ma a fine 1976 (dopo 135 gare, 53 gol) è al Cardiff City, in Second Division, per sole 30.000 sterline. Altra doppietta al debutto, a Capodanno ’77, contro il Fulham del declinante Bobby Moore, omaggiato con stretta ai testicoli, remake interpretato dieci anni dopo da Vinnie Jones a Paul Gascoigne. Ma dopo 25 partite riprecipita nel calcio di non-league.

Il più forte e carismatico pazzoide nella storia del Reading (nel ’99 fu eletto Giocatore del Millennio anche da chi ne aveva solo sentito parlare), Friday è stato IL ribelle nell’epoca d’oro dei “mavericks” del calcio inglese. Un centravanti potente e geniale ma fuori di testa. L’epitome del genio e sregolatezza con un fisicone e una faccia che sembravano usciti da “Cane di paglia” di Sam Peckinpah. Impossibile dimenticarne il temperamento bizzarro (in un locale si presentò vestito del solo soprabito) e selvaggio che in tre partite lo portò a baciare un poliziotto, a tirare giù i calzoncini a un avversario e, dopo essere stato espulso, a defecare nel bagno degli ospiti. Ma anche il celebre gol nel 5-0 al Tranmere del 31 marzo 1976: fuori area, stop di petto spalle alla porta e, nello stesso movimento, girata e gran botta sotto l’incrocio destro da far venir giù la Tilehurst-end e l’intero Elm Park. Gli è sempre mancato un venerdì (friday), ma un Venerdì così ai Royals mancherà per sempre.

Si è perso in quarta serie perché non prendeva niente sul serio, viveva il calcio come un hobby e ogni giorno come fosse l’ultimo. Che arrivò, per droga e alcool, a 38 anni: il 22 dicembre 1990, quando fu trovato morto, per arresto cardiaco da overdose, nel suo appartamento londinese. I Super Furry Animals gli hanno dedicato uno sboccatissimo disco e la copertina ("The Man Don't Give A Fuck", con la foto del celebre “vaffa” con le dita a V al portiere del Luton, a cui aveva appena segnato col Cardiff); Paolo Hewitt e Paul McGuigan, fino al ’99 bassista degli Oasis, una biografia dal titolo inevitabile: “The Greatest Footballer You Never Saw”. Il più grande mai visto. Non solo in tv.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n. 15, 11 aprile 2006

martedì, aprile 04, 2006

Potenza del Clerc


Mors tua vita mea. Deve aver pensato qualcosa del genere, François Clerc (Bourg-en-Bresse, 18-4-1983), promettente terzino destro dell’Olympique Lione e della Under 21 francese. Gli infortuni dei titolari Anthony Réveillère e Sylvain Monsoreau e la concomitante assenza del senegalese Lamine Diatta, impegnato in Coppa d’Africa, gli hanno schiuso le porte della prima squadra di Gérard Houllier e della nazionale maggiore. Prodotto del settore giovanile dell’OL, dove arrivò 15enne direttamente dal Bourg-Péronnas, club del capoluogo dell’Ain, Clerq quest’anno ha bruciato le tappe. Rientrato da una difficile stagione in prestito al Tolosa (7 presenze), lasciato all’inizio della seconda perché «non c’era lo stesso ambiente di Lione, anche se ho sempre creduto nelle mie possibilità», ha impressionato in Ligue 1 e al debutto in Champions League (0-1 esterno al PSV Eindhoven). Gran fisico (1,86 x 77 kg), buoni piedi, corsa e “testa”, ha convinto il Ct Raymond Domenech dopo appena 14 gare di Ligue 1. In febbraio il Ct ha sorpreso tutti includendolo tra i 20 anti-Slovacchia. «Abbiamo un disperato bisogno di difensori così. Viene da grandi partite, è ancora giovane e per lui non è cambiato niente, segno che sa di poter diventare un gran giocatore» ha detto il selezionatore, che da quando è in carica, luglio 2004, non è nuovo a sortite del genere. Dopo gli inattesi ritorni di Anelka, Camara e Luyindula e quelli, meritati, di Mexes (dopo due anni) e Saha (15 mesi), ecco la grande novità. «È un sogno che diventa realtà» ha detto nell’occasione il ragazzo, sempre determinato e pronto ad accettare consigli, assicurano compagni del presente (Juninho) e del passato (Lucien Aubey). E che nel ruolo si ispira a Cafu, «per la grande carriera», ma considera «un esempio Willy Sagnol, che difende e attacca benissimo». Difficile che Domenech lo porti a Germania 2006, come fece a Spagna 82 Michel Hidalgo con Manuel Amoros. Ma per ora può aspettare. «Se ad agosto mi avessero detto che avrei giocato titolare e conquistato la nazionale “A”, di cui festeggiai da tifoso i successi al mondiale ’98 e all’Europeo 2000, non ci avrei creduto. Della mia convocazione lo ha scoperto su internet la mia ragazza. Credevo si trattasse della Under, poi ho acceso la tv e ho saputo. So di dover migliorare e non sono abituato a tutte queste attenzioni. La mia priorità è il pallone, per il contratto (in scadenza, ndr) e il resto si vedrà».
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n. 13, 28 marzo 2006

La scheda  di François Clerc
Nato: Bourg-en-Bresse (Francia), 18 aprile 1983
Statura e peso: 1,87 x 77 kg
Ruolo: terzino destro
Club: Olympique Lione (giovanili), Tolosa (2004-05), Olympique Lione (2005-)
Numero di maglia: 31