domenica, ottobre 29, 2006

BOLOGNA-VICENZA 2-1 - le pagelle

BOLOGNA (3-4-3; 3-4-1-1)

ANTONIOLI 6 – Non rischia granché, attento e in posizione nelle rare occasioni, come al 38’ sul sinistro a rientrare di Raimondi, nelle quali viene impegnato. Sul rigore potrebbe buttarsi un po' dopo, ma Schwoch trasforma da manuale e lo spiazza.
DAINO 6 – Prestazione a due livelli di lettura. Bene quando è ora di spingere e di proporsi – e si sapeva –, migliorabile quando si tratta di non perdere le piste dell’avversario diretto, specie Zanini nel primo tempo. Il rigore causato da Costa si spiega anche così.
TERZI 6 – Non è ancora quello della seconda parte della scorsa stagione, ma nemmeno il ragazzino in involuzione che si vuol far credere. Alle maggiori responsabilità, nella fattispecie, aggiunge una intesa con Costa ancora da rifinire e qualche volta perde quella vecchia volpe di Schwoch.
COSTA 6 – Pulito e elegante, tiene anche da difensore puro nonostante la poca stazza. Nel finale, è in ritardo e la sua entrata in ritardo che vale il penalty di Schwoch riapre la gara. Peccato.
BRIOSCHI 6,5 – Sopresa di giornata. La ruvidezza di tocco viene compensata con mestiere e acume tattico. Accanto a Daino, merce necessaria.
MINGAZZINI 6 – Voci di infermeria dicono che in settimana, in allenamento, ha preso una botta che può averne condizionato la dinamicità. Meno corse del solito ma concentrazione e legna non mancano. (34’ st E. FILIPPINI sv – un fallo guadagnato d’esperienza e tanta acqua al mulino della vittoria).
AMOROSO 7 – Il migliore per qualità e quantità. Detta i tempi della manovra, recupera e smista palloni. Il signore della mediana. Averne.
MANFREDINI 6,5 – Idem come Brioschi, con il mancino che si fa preferire per la morbidezza di piede e la buona continuità degli inserimenti, sempre avveduti.
MEGHNI 4,5 – Inqualificabile. Il gesto della testata a Helguera si commenta da sé, specie se accade al 38’ pt. Quando lo chiamavano, rovinandolo, “Piccolo Zizou”, volevano fargli un complimento e il Mondiale tedescdo era ancora di là da venire… Il mezzo punto in più è per l’attenuante che il vicentino lo aveva preso di mira poco prima.
MARAZZINA 7 – Taglia negli spazi come una lama nel burro. Bellucci lo sa e lo serve a occhi chiusi, una volta pure troppo perché i due non si intendono e si scusano a vicenda. Il gol, al 31’ pt, è la fotocopia delle prove generali fatte al 18’, compresa la prima conclusione respinta da Zancopé. Nel primo caso la seconda va alta, nel secondo è dentro. (25’ ZAULI sv – Irriconoscibilie. Entra per dar fiato alla squadra e nascondere palla, invece gioca fermo e la regala agli altri. Urge ritrovare l’artista che fu).
BELLUCCI 7 – Comincia male sbagliando due palloni elementari. Il terzo, su punizione, finisce sotto l’incrocio destro. Poi il solito movimento e tanti palloni per il compagno di reparto. E quest’anno si sente ancora più leader. Avviso ai naviganti, tra cui Ulivieri, il primo a saperlo: risolto l’equivoco del trequartista, il Bologna 2006-07 “è” il duo d’attacco. Meglio adeguarsi. (46’ st L. DELLA ROCCA sv – entra per far girare le lancette).
(Christian Giordano)

giovedì, ottobre 19, 2006

Lori di religione


È successo al genio non inscatolabile di Jean-Michel Basquiat, figuriamoci se non succedeva a Fabrizio Lori e alle sue Lorine. Quando la storia è troppo bella per essere raccontata com’è, il cronista medio, anzi mediocre, guarda il dito anziché la luna. Si spiegano anche così, dopo l’iniziale sorpresa mista a scettica ammirazione, la frettolosa ansia di omologazione e i ricami gossipari sul look da piacione del “signor Mantova”, neomilionario grazie alle pellicole di plastica e alla pazza idea di un pannolino rivoluzionario.
Un anno fa tutti parlavano del club biancorosso, che sogna la A da 34 anni, tre in meno di quelli ben portati dal patron-presidente, dal 6 ottobre 2006 unico proprietario della società per aver rilevato dal socio e vicepresidente Alberto Castagnaro, suo predecessore, la sua intera partecipazione, il 30%. «Per l'assetto societario, nulla cambia - ha detto Lori – Ma non voglio nessun altro. Così come resta, in prospettiva, l'obiettivo di raggiungere la Serie A».
Neanche questo, oggi, fa più notizia. Per tornare agli onori delle cronache, al Mantova non basta più essere, come un anno fa, la squadra costata 60mila euro, il prezzo per riscattare la seconda metà di Alessandro Noselli dal Südtirol, unico acquisto di una rosa formata a colpi, azzeccati, di “parametro zero”. E nemmeno che quella squadra, costruita dal ds Giuseppe Magalini (ex settore giovanile del Chievo) e allenata da Mimmo Di Carlo, con pochi innesti di peso (vedi la prima punta Bernacci dal Cesena) sia di nuovo lì, seconda a 12 punti, a rigiocarsela per andar su.
«Non potevamo sforare col bilancio - raccontava Lori una stagione fa, dopo la partenza-sprint di 10 vittorie e 4 pareggi - e abbiamo cercato giocatori senza contratto che rispondessero a determinate caratteristiche: un certo tipo di qualità umane, la voglia e la capacità di giocare ancora ad alti livelli». Gente insomma come Brambilla e Doga, non degli sconosciuti ma giocatori di Serie A in cerca di riscatto; o il meno noto Grauso, bella rivelazione per molti.
Sull’onda dell’euforia, quando il Chelsea, contro il Manchester United, incappò nel primo stop stagionale, Lori la sparò grossa: «Ora restiamo solo noi e l’Olympique Lione imbattuti in Europa!». Bum. A farlo rinsavire ci pensarono il calo in primavera e, nei playoff, il flop all’ultimo tuffo col Toro, ma il nuovo miracolo italiano c’era stato tutto. E in piena autarchia, altro che calciobiz da new economy globalizzata. La "stellina", almeno per l’ingaggio, è Massimo Brambilla, che a palmarès vanta 4 promozioni dalla B alla A: 450 mila euro netti, comunque non pochi per uno che spesso si accomoda in panchina.
Ma se i coartefici del miracolo virgiliano sono i giocatori, il tecnico e il diesse, la vera star è Lori. Un presidente che segue la squadra ovunque, che va in panchina («ma Di Carlo ha piena autonomia»), che celebra in campo e sotto la curva la vittoria, che esce a cena coi propri giocatori, che «ha l'aspetto di un ultrà» (glielo hanno detto in tv Piero Chiambretti a Markette, e in coro al Martelli la curva Te, dove consumano le ugole Virgilians Kaos, Sconvolts e Psyco, il cuore pulsante dei 7-8 mila fedelissimi virgilani per i quali è l’«ultimo dei Gonzaga», «uno di noi». Anche nel look, così poco manageriale e tanto vipparolo: abbronzatura lampadata, boccoli biondicci da rocker della Bassa che sfiorano le spalle, pizzetto trendy come la camicia slacciata portata fuori dei jeans stracciati, rigorosamente griffati come i giubbotti di pelle giovanilisti.
La sua fortuna si chiama Nuova Pansac, azienda leader in Europa nella plastica in cui lavorano 16 avvenenti segretarie scelte da lui e per questo chiamate "Lorine". Negli ultimi quattro anni ha triplicato i dipendenti, aperto tre nuovi stabilimenti (Portogruaro, Ravenna e Marghera, che seguono quello di Mira, nel veneziano, e di Zingonia, nel bergamasco), raddoppiato il fatturato con un crescendo di investimenti che oggi toccano il 14% dei ricavi.
Se n’è accorta anche Business Week, che l’ha messo al primo posto tra le imprese italiane che crescono di più in Europa e al sedicesimo nel continente. Potenza del calcio. "In effetti, come imprenditore non mi conosce nessuno anche se in azienda lavoro 15 ore il giorno", ripete sorridendo Lori.
Ogni pannolino che si rispetti porta la “sua” invenzione, commercialmente blindata brevettando non solo l'idea, ma anche la macchina che la produce. Il colpaccio gloi consente di esportare, dall’America al Giappone, fino al 60% del fatturato.
Lori aveva 24 anni quando il padre, fondatore e gestore di una media fabbrichetta che produceva sacchetti di plastica e pellicole per involtare il formaggio, morì lasciando Fabrizio e due figlie che mai si sarebbero occupate dell'azienda di famiglia. «Le cose non andavano tanto bene, i prodotti erano obsoleti. Dovevo scegliere: o chiudere tutto e trasferirmi in Cina o inventare qualcosa di innovativo». Buona la seconda, anche perché le radici erano lì, e per qualcuno qualcosa ancora contano. Così, puntando sulla ricerca, la fabbrica passa dai sacchetti per la spazzatura e dalla plastica per i supermercati, alle pellicole per uso sanitario che fanno passare l'aria e non l'acqua. Lori li brevetta, assieme ai macchinari, e fa bingo.
«Non è facile, nonostante i brevetti, difendersi dalla concorrenza cinese. Non ti fa dormire la notte perché bisogna sempre inventarsi qualcosa di nuovo. Plastiche simili alla mia le producono già, anche se non identiche e comunque fatte con metodi diversi. Ma non copiano soltanto: dispongono di tecnologie di tutto rispetto e oggi anche i giapponesi, nonostante la storica inimicizia, cominciano a produrre lì».
Figlio di un toscano e di una mantovana, Lori ha conseguito la laurea e un master alla Pacific West University di Los Angeles. «È stato un caso che abbia frequentato lì l'università – racconta - E ci andavo solo per gli esami». Parla tre lingue, ama il tennis e la lettura, e in garage tiene ben chiuse Bugatti, Ferrari e Lamborghini. «Devo ringraziare i miei operai, lavorano giorno e notte senza tregua», dice precisando che «ufficialmente si lavora troppo poco rispetto agli Stati Uniti e si fa fatica a restare al passo».
Business Week, intanto, non l'ha ancora sfogliato. A Mantova pare sia introvabile e non perché andato esaurito. «L'ho ordinato ma chissà quando arriverà. L'Italia è così».
Basquiat, che pure era un mago dell’autopromozione, ha fatto una finaccia. Lori, personaggio costruito o no, non avrà quel tipo di genio autodistruttivo, ma l’aria di saperla almeno altrettanto lunga sì.
(Christian Giordano)

lunedì, ottobre 16, 2006

Bendtner, nel segno di Zlatan


Ibrahimovic racconta che la “sua” maglia numero 9 dell’Arsenal, consegnatagli a 16 anni da Arsène Wenger, è ancora appesa alla parete dai suoi a Malmö, in Svezia. Nel 1997 il Professore vi si era recato in visita pastorale col dichiarato intento di portarsi via l’unica argenteria di casa, Zlatan. Invece fu bruciato da quella vecchia volpe di Leo Beenhakker che ai tempi del Real Madrid aveva visto quel lungagnone svedese di origini croate allenarsi durante una tournée spagnola. Fu amore a prima vista. Tornato all’Ajax, il futuro Ct di Trinidad & Tobago e Polonia se ne ricordò, e lo convinse che dribblare fra i canali della Venezia del Nord fosse l’apprendistato giusto per la gloria. 

Da allora l’alsaziano deve averla giurata a se stesso. Certi treni passano una volta, ma se ti chiami Wenger, e oltre che bravo sei nato con un set di camicie di seta, ci sta che la dea bendata ti conceda una seconda chance. Il detentore della pietra filosofale dei Gunners del Terzo Millennio la scorge in Nicklas Bendtner, altro vichingone 16enne ma proveniente dalla squadra-satellite dell’FC Copenhagen, il Kjøbenhavns Boldklub. Piedi (morbidi) e fluidità di corsa lontani da quelli di Ibra, ma gol a grappoli, testa pensante senza blackout – il che non è garanzia di successo ma aiuta – e background da stato sociale avanzato di almeno terza generazione. Martin Jørgensen e Jon Dahl Tomasson? Sì, buoni giocatori – dicono in patria – Ma questo è un’altra cosa.

Ripagato con gli interessi il ticket low-cost investito da Wenger per andare a visionarlo dal vivo: il danesone (1.91 x 78 kg) impressiona per rapidità di gambe e di pensiero, personalità, colpi, movimenti. In progressione scavalla e non va mai giù, neanche se gli si aggrappano in due o tre. Difende palla e, soprattutto, segna. Tanto. Spesso. Manca d’esperienza e di “mestiere”, né potrebbe essere altrimenti. Ma la stoffa c’è, ed è pregiata.

Il ragazzo della capitale, dove è nato il 16 gennaio 1988, sin qui non ha sbagliato una mossa. Prima ancora di arrivare a Highbury, conquista la nazionale Under 16: 3 gol in 3 presenze nel giro di tre giorni (1-0 esterno al Portogallo il 21 febbraio 2004, 1-4 interno con la Spagna l’indomani e 7-1 in casa all’Armenia il 24), lo score complessivo. Dopo opportuna soffiata a Wenger, l’1 agosto 2004 Nicklas mette nero su bianco con l’Arsenal. Il 25 ottobre dell’anno dopo, debutta in prima squadra nel terzo turno di Carling Cup col Sunderland, battuto 3-0 allo Stadium of Light, subentrando a Quincy Owusu-Abeyie negli ultimi minuti. Intanto, nella squadra riserve dei Gunners, allenata da Neil Banfield, forma un affiatato e prolifico articolo “il” offensivo con l’ex parmense Arturo Lupoli, 27 gol in due (18 in 25 match per Bendtner) nel 2005-06. 

Nel frattempo arrivano le convocazioni con le Under 17 (15 gettoni, 6 gol) e 19 (2 presenze e una rete). Con l’Under 21, nella quale il 9 maggio 2006 diventa il più giovane convocato, è a quota 4 presenze e 2 reti, entrambe realizzate il 17 maggio nel memorabile debutto: 2-0 nell’amichevole contro la Spagna, mica pizza e fichi. Nella rappresentativa anticamera della selezione maggiore si fa notare agli Europei di categoria in Portogallo. Al Municipal di Aveiro, il 24 maggio, non segna ma trascina i suoi al 3-3 con l’Italia di Claudio Gentile. Il Ct Flemming Serritslev lo preferisce a Morten “Duncan” Rasmussen e il numero 21 lo ripaga facendo ammattire gli azzurrini per 79’ prima di uscire, sul 2-2 e quindi prima della punizione-gol di Andreasen (41’) e del colpo di testa di Bianchi (90’). I danesi impattano (1-1) anche con l’Olanda futura campione, poi si arrendono all'Ucraina dell’altro baby-fenomeno Artem Milevksiy, in gol a 5’ dallo scadere.
Bendtner non segna più ma il suo nome finisce sui taccuini degli scout di mezzo continente. In agosto si guadagna la prima chiamata per la nazionale “A”. 

Il Ct Morten Olsen, indimenticato capitano della “Danish Dynamite” degli anni Ottanta, lo convoca per il doppio impegno amichevole con Polonia e Portogallo. Titolare contro i polacchi - allenati, ma guarda, da Beenhakker -, il 16 agosto, è anche il più giovane esordiente nella Danimarca dai tempi di Michael Laudrup (1982). Evento festeggiato alla sua maniera: aprendo le marcature, al 30’, nella vittoria per 2-0. L’1 settembre, contro i lusitani, subentra e segna l’ultimo gol dei suoi nel successo per 4-2. Allora ditelo.

Dal 4 agosto è in prestito (fino al 2 gennaio, rinnovabile fino a giugno) al Birmingham City, in Championship, seconda divisione inglese, alle dipendenze del manager Steve Bruce. L’ex centrale del Manchester United lo strappa a una quindicina di club, tra cui Celtic e Rangers, grazie ai buoni uffici che a St Andrews intrattengono coi Gunners dai tempi dei produttivi parcheggi di Jermaine Pennant, Matthew Upson e Neil Kilkenny. È anche per questo che Nicklas, assistito dal padre-procuratore Thomas, si convince: all’Arsenal, in attacco era chiuso da Thierry Henry (il suo idolo), Robin van Persie e Emmanuel Sheyi Adebayor; ai Blues può giocare con continuità e farsi le ossa. Così approda a St Andrews assieme al laterale mancino Sebastian Larsson, 21enne svedese, e al simil-Vieira Fabrice Muamba, 18enne congolese, per i quali la parentesi è annuale. 

Per Bendtner, sinora, 8 presenze e 4 gol. Anche qui, uno arriva al debutto: il 5 agosto, prima giornata, entra dalla panchina a 12’ dalla fine e con un rasoterra dall’altezza del dischetto realizza il raddoppio nel definitivo 2-1 contro il Colchester United. Impresa ripetuta col Crystal Palace. In settembre, è suo il secondo gol nel 2-1 all’Hull. La prima espulsione invece arriva nel 2-0 al QPR. Saltato per squalifica il 2-2 con l’Ipswich, torna in campo e al gol contro il Wrexham e il Leeds United. Ancora pochi mesi e poi, c’è da giurarlo, il ragazzo tornerà a casa. Quella nuova, l’Emirates Stadium.
Christian Giordano, Guerin Sportivo

La scheda di Nicklas Bendtner
Nato: Copenhagen, 16-1-1988
Statura e peso: 1.91 x 78 kg
Ruolo: centravanti
Club: Kjøbenhavns Boldklub (giovanili), Arsenal (Academy, 2004-06), Birmingham City (in prestito, agosto 2006 – 2 gennaio 2007),
Esordio con l’Arsenal: 1-8-2004, Curling Cup, Sunderland-Arsenal 0-3
In nazionale: Under 16 (3 presenze, 3 reti), Under 17 (15, 6), Under 19 (2, 1), Under 21 (4, 2); nazionale “A”: (3, 2)
Esordio in nazionale "A": Odense, 16-8-2006, Danimarca-Polonia 2-0 (1 gol; amichevole)
Numero di maglia all’Arsenal: 33
Numero di maglia al Birmingham: 27
Agente: Thomas Bendtner (suo padre)

venerdì, ottobre 13, 2006

Bittersweet London

«Appena arrivato al Chelsea, vivevo in un hotel vicino allo stadio. E da grande amante della cucina italiana, decisi di setacciare le strade a caccia di qualche gemma da scoprire. Così entrai da Scalini, a due passi da Stamford Bridge. Sapevo già di aver trovato ciò che cercando. Atmosfera raffinata e di gran classe, buona musica e una calda accoglienza, fu amore a prima vista». In questa specie di spot ci sono il recente passato e il presente e forse qualche avvisaglia di futuro di Drogba, anche se non immediato visto che il pesante contratto gli scade nel 2008. Didier a Londra sta benissimo, ma altrove potrebbe stare meglio. Gli manca il suo Paese e adora l’Italia. Per qualcuno, anche un’italiana - pare sia stato visto la scorsa primavera all’hotel De Russie di Roma con la soubrette tv Elisa Canalis: roba per altre testate, e comunque fatti loro – e non sono un mistero né le sue estemporanee apparizioni milanesi né gli ottimi rapporti con il vicepresidente vicario del Milan, Adriano Galliani. Pochino per dire che lascerà la Premier League per la Serie A. Non per registrare come abbia mal digerito, lo scorso marzo, le feroci critiche ricevute per i tuffi in area e le furbate. In particolare quella nella gara in cui la sua doppietta ha deciso la sfida interna con il Manchester City. Man of the Match e schernito dai cosiddetti “boo-boys”, i cui cori di disapprovazione hanno raggiunto decibel da record nel vedere il colosso d’ebano stramazzare nell’innocuo contatto con Richard Dunne, difensore dei Citizens. «Didier si è sentito molto solo in quella circostanza - ha detto lo zio putativo Michel Goba – Non è giusto fargli carico di tutto ciò che nel calcio moderno alla gente non va giù. E se i tifosi del Chelsea continueranno a insultarlo e a fischiarlo, non mi sorprenderei se decidesse di andarsene. Proprio non riesce a capire il perché di un simile trattamento». Il tecnico José Mourinho difese il proprio giocatore dicendo che dalle riprese si vedeva Dunne che fortuitamente metteva un dito in un occhio a Drogba. Ma l’ennesima sceneggiata di una carriera non immune da tuffi inzagheschi e il gol di mano al City, una settimana dopo quello annullatogli contro il Fulham, avevano inciso. «Ho toccata il pallone con la mano, ma fa parte del gioco – si arrampicò sugli specchi l’ivoriano - Ho cercato di segnare e se l’arbitro avesse visto avrebbe fischiato. Non l’ha fatto quindi l’azione era buona. Capisco che mi fischino quando non gioco bene, ma ogni volta che scendo in campo do tutto, e porto sempre un grande rispetto per la maglia che indosso e per il club».
Come sembrano lontani i tempi in cui l’ex OM sbandierava ai quattro venti che «inserirsi al Chelsea è stato facilissimo, tutti si sono prodigati per darmi una mano. La vita a Londra è eccellente». Tale resta, per ora. Anche accanto a “Sheva” – grazie al quale ritrova il 4-4-2, praticato giocato in tutta la carriera pre-Blues (e che con Mourinho ha visto a sprazzi con Mateja Kezman il primo anno e Hernán Crespo il secondo) – che doveva oscurarlo ed è finito oscurato. Anche qui, per ora. «Dobbiamo solo giocare assieme e conoscerci. È un grande, e i suoi gol arriveranno».
(cgiord)

Il gol nel vento

Che centravanti, Didier Drogba. Calcia a rete con forza e precisione con entrambi i piedi e da ogni posizione, protegge palla e si gira in un lampo (memorabile la prodezza al Liverpool in campionato, con Carragher che ancora deve capire che cosa è successo), fa sponda. In velocità e nello stacco è insuperabile, non avrà un dribbling stretto da funambolo, ma in campo aperto o in area uno così come, e soprattutto con chi, lo marchi? Per non parlare di voci che non vanno a referto ma fondamentali come leadership, cuore, coraggio, capacità di coinvolgere e trascinare i compagni, specie quando conta.
Il suo tecnico José Mourinho per lui si è esposto pubblicamente. Va bene Shevchenko, ma Didier resta. Almeno per gli altri due anni previsti dal contratto. Capitan Frank Lampard condivide e non solo per la tripletta realizzata dal compagno allo stadio nazionale Vassili Levski di Sofia, in Champions League contro il Levski, la seconda della carriera dopo quella quando ancora era all’OM.
«Quelle tre reti rappresentano un buona sintesi delle sue doti – ha spiegato il centrocampista della nazionale inglese – La prima per il fiuto del gol, la seconda per l’eccellente controllo di palla e le capacità di finalizzazione, la terza (di tacco, ma rocambolesca) è stata un po’ fortunosa. Drogba è un grande giocatore, si sa. Controlla molto bene il pallone, lo difende come pochi, apre spazi, è potente e segna molto. È anche rapido e sicuro dei proprio mezzi. È un giocatore con un suo stile e non saprei paragonarlo ad altri». Il segno distintivo dei grandi.
(cgiord)

Il DD-Day

Spendere 45 milioni di euro per Andriy Shevchenko e scoprire che già ne avevi uno in casa. Può capitare se sei Roman Abramovich e un giorno di mezza estate ti prende l’uzzolo di scucirne 133 per lo sfizio di sfoggiare in Blue i preziosi monili Ballack e Cole, la ruvida bigiotteria spacciata per arte Boulahrouz, il diamante grezzo Kalou, tutti rigorosamente a sette zeri - per tacere dei 16 distribuiti fra Lyn Oslo e Manchester United per il cartellino di John Obi Mikel, 19enne di belle speranze da verificare - e, appunto, quel gioiello ucraino che tanto ti piace e che magari ti ricambierà con la coppa dalle grandi orecchie da lui già alzata nel Milan.
E pazienza se per accoglierlo José Mourinho dovrà stravolgere squadra e sistemi di gioco che hanno vinto due Premier League su due e sacrificare lo “Sheva” di due anni fa, inteso come investimento: Didier Drogba, arrivato dal Marsiglia per 37 e mezzo, e che una corrente di pensiero vorrebbe bravo, sì, ma non da farti vincere la Champions League. Pensieri e parole ribaltati dalla tripletta al Levski Sofia, nella seconda giornata di quella che una volta era la Coppa dei Campioni. Persino il Guardian si è arreso: «Shevchenko potrà non sembrare un centravanti da 30 milioni di sterline, al momento, ma nessuno dubita che Drogba valga in pieno i 24 spesi dal Chelsea per prenderlo».

In fondo è sempre andata così: perennemente sottovalutato, Tito, come prende subito a chiamarlo a Yop la mamma, imitata da parenti e amici. Yop sta per Yopougon, quartiere popolare della periferia sudoccidentale di Abidjan, la capitale economica della Costa d’Avorio (quella politica è Yamoussoukro, da dove i Drogba si erano trasferiti).
È lì che inizia, l’11 marzo 1978, la storia di Didier Yves Drogba Tébily. Una trama come tante: giovane talento africano lascia la propria terra – meglio se dilaniata dalla guerra civile, dicono faccia vendere – per cercare fortuna nel Paese che di quella terra fu, e forse è, colonizzatore. Film già visto, script scontato. Ma il ragazzino, primo dei sette figli di un bancario e di una dattilografa, non è uno spiantato né uno sprovveduto. E ha nella manica ha un altro asso: conosce già il copione, colpi di scena compresi, interpretato con buon successo dallo zio Michel Goba, negli Anni 80 discreto centravanti (forte nel gioco aereo, come il nipote d’arte) della seconda divisione francese e della nazionale ivoriana.

Didier arriva in Francia a cinque anni, chiamato dallo zio per dargli «una vera chance di avere successo nella vita», e trova un altro mondo. Lascia i bagni nel fiume Agnebi, le piogge torrenziali come docce calde all’aperto, gli aromi che ti marcano il territorio dell’infanzia quindi per sempre : il puré di banane e le patate dolci con salsa di arachidi cucinati dalla madre. E la libertà: «Non ho mai troppo accettato le regole e gli obblighi. Lì, lasciati un po’ a noi stessi, abbiamo imparato a costruirci da soli».
Magari tirando calci a un pallone nel parcheggio sterrato del centro commerciale Yopougon Sicogi. O nei tornei di “Maracana”, tre contro tre con dei palloni spesso bucati e vincitori premiati con trofei dal valore, là, inestimabile: una bottiglia di plastica piena di caramelle o di monetine. Didier Tébily - dal nome del nonno come da tradizione dei Bété, la sua etnia - dalla famiglia benestante ha ricevuto dei sandaletti in gomma, ma gioca a piedi nudi per non apparire diverso dagli amici, scalzi. E indossa una maglia a striscie verticali biancocelesti in omaggio al suo primo idolo, Diego Armando Maradona.

Goba, allora professionista con il Brest, in Bretagna, lo tiene con sé per tre anni e poi ne seguirà tutta la carriera, dai pulcini a Stamford Bridge. «Sono cresciuto guardando giocare mio zio Michel e le sue VHS di Marco van Basten, il più completo e il mio idolo - dice Drogba –, anche se quando ero ragazzino era mio zio il calciatore che più ammiravo. Quando ho cominciato voleva essere sicuro che sapessi bene in che “guaio” mi stavo cacciando, e una volta capito che facevo sul serio, ha fatto tanti sacrifici per vedermi arrivare. È stato lui ad aiutarmi a ottenere il primo contratto professionistico, al Le Mans. Gli devo tutto».
Goba, cambia squadra ogni anno (Brest, Angoulême, Dunkerque) e al nipotino regala maglie da calcio a dozzine. Tornato in patria a otto anni, Didier ritorna in Francia a undici a causa della crisi economica seguita all’embargo del 1989. I genitori, perso il lavoro, raggiungeranno il primogenito nel 1991, a Vannes, di nuovo in Bretagna. Nel frattempo Goba, dopo una parentesi a Besançon, era tornato al nord, portandosi dietro il nipote, che ne segue le orme anche in campo. Dunkerque (il suo primo club), Abbeville, Tourcoing e Vannes: per Didier coincidono con le prime tappe del tortuoso viaggio che lo porterà a Marsiglia. Lungo il percorso, oltre alle divise, il giovane talento cambia anche il ruolo. Agli esordi, nel Dunkerque, gioca terzino destro, ma questo non gli impedisce di spingersi in avanti e di segnare, come gli insegna lo zio: «Che fai incollato là dietro? Vai davanti! Nel calcio, la gente guarda solo chi fa i gol». Didier capisce e si adegua ma con ritrosia fino a quando, ai tempi di Abbeville, “decide” di diventare attaccante. I gol arrivano, ma a Tourcoing la situazione torna a capovolgersi. In rosa gli attaccanti sono tanti e in più, se c’è qualcosa che non gli garba, il Nostro non le manda a dire. Prova a giocarsela ma poi molla. «Ho sofferto. La rotazione degli effettivi c’era ma non seppi approfittarne».
Drogba ha 13 anni e all’improvviso, in piena crisi adolescenziale, decide di lasciare perdere. Sul calcio aveva investito tutto. A scuola viene bocciato (lui che era sempre stato fra i primi della classe) e davanti ha una strada che gli appare un vicolo cieco. I genitori gli vietano il calcio e lo mandano a vivere da un suo cugino, Kriza, a Poitiers. Addio sogni di gloria? Per un anno, perché «senza il calcio io sono nulla». Infatti, quando torna a vivere con i suoi, nel 1993, si ritrova a Antony, nella regione Hauts-de Seine, vicino Parigi. Assieme ai sei tra ffratelli e sorelle ritrova anche il pallone. E il gol. Da attaccante del Levallois-Perret, dove muove i primi passi nel calcio vero. Sotto le cure del direttore tecnico ed ex nazionale jugoslavo Srebencko Repcic, Didier mostra subito la serietà delle proprie intenzioni: «Non andava in discoteca la sera prima delle partite come invece facevamo i suoi compagni». Suona strano per quello che a Yop aveva fama di miglior ballerino del quartiere, avvalorata dalle esultanze a passi di madiabe o di soukous che accenna dopo ogni gol. E che, secondo la leggenda, appartengono a coreografie studiate ai tempi di Brest con un altro zio, il ballerino Nolwenn Leroy.
«E poi, era sempre molto attento, ricettivo», chiosa Repcic. Infatti, terminati gli allenamenti Didier resta in campo per mettersi al pari dei compagni, che molti trucchi del mestiere li hanno imparati nelle scuole calcio, altro che il parcheggio sterrato del Sicogi. Presto i campetti della zona diventano il “suo” territorio e lui la stellina della squadra Under 17, allenata da Christian Pornin. In due stagioni (1994-95 e 1995-96), segna trenta reti e nella terza viene aggregato alla prima squadra, guidata da Jacques Loncar, in seconda divisione.
Didier continua l’apprendistato, comprese le lezioni per lui più dure, tipo pazientare fino a quando non arriva il tuo turno o rispettare le decisioni dell’allenatore specie se non le condividi. Anche se per Repcic è «il migliore nella squadra», non gode della completa fiducia del tecnico e si ritrova spesso in panchina. In campionato gioca appena dieci minuti, ma trova il gol, contro il Fontainebleau. Nonostante lo scarso impiego, le voci corrono e al giovane attaccante, si interessano Guingamp, Le Mans (dove gioca il suo connazionale Dagui Bakari), Lens e addirittura il Paris Saint-Germain.
«Mio zio non aveva la scorza adatta per la capitale», sorride al ricordo Didier. Subito dopo la proposta parigina, sfumata anche per la frattura a un alluce occorsagli contro il Caen, si fa avanti - su segnalazione di Loncar - il Le Mans, allenato da Marc Westerloppe. «Sapevo che aveva le doti per diventare un attaccante di livello mondiale – dice Westerloppe – Aveva tutte le qualità di cui una punta ha bisogno: gran tocco, lo scatto fulminante e il fiuto per la porta, ma a frenarlo era la scarsa fiducia in se stesso. Era uno di quei giocatori che maturano tardi». Anche fisicamente. Didier arriva a 1.88 x 74 kg, una montagna d’uomo dalla coordinazione straordinaria, come dimostra il recente gol in Premier League al Liverpool: controllo col petto a proteggere la palla da Carragher, avvitamento in un fazzoletto e bolide di sinistro che giustifica in pieno l’ultimo dei suoi soprannomi: Drogbazooka.
Spinto dai dirigenti il ragazzo-prodigio che in CFA (il campionato dilettanti) segnava a ripetizione e in modi sempre più spettacolari, fa domanda a vari centri di formazione (come oltralpe chiamano i settori giovanili). Gli risponde il Rennes, ma una raccomandazione – in senso buono – di Loncar gli fissa un provino all’En Avant Guingamp. È il 1998 e il sogno che pareva realtà («rimanevo incantato nel vedere da vicino giocatori del calibro di Vincent Candela o Stéphane Carnot…») rischia invece di trasformarsi in incubo: «Una frattura a un alluce e finii presto nel dimenticatoio».
«Se non fosse stato per Marc probabilmente non sarei qui oggi – dice l’allievo prediletto riferendosi al proprio mentore – Mi ha insegnato tanto, non solo sul calcio, ma anche sulla vita fuori del campo. Mi ha fatto capire che le due cose inestricabilmente legate. Mi ha insegnato a non tirarmi mai indietro sul terreno di gioco, a non buttarmi, a non simulare». Sul tema, però, delle due l’una: o Westerloppe e il suo vice, Alain Pascalou, non hanno fatto un gran lavoro – improbabile, visto che da una gemma grezza, hanno tagliato un diamante – o Drogba, nello specifico, non è stato uno studente modello perché Didier predica bene e razzola malissimo. Ci arriveremo. A 19 anni, è finalmente un calciatore professionista, anche se con un contratto da apprendista.
Il Le Mans poteva essere il definitivo trampolino di lancio verso la grande ribalta, ma anche lì, nei due anni di praticantato, non tutto fila per il verso giusto. Il giovane virgulto fatica a sbocciare: 2 presenze nel secondo anno, il 1998-99, 30 (con 7 gol e il contratto da pro finalmente firmato) nel 1999-2000 e soltanto 11 (senza reti) nel 2000-01. Il computo delle fredde cifre non tiene però conto di alcune cosette mica da ridere: infortuni, paternità, il rapporto, mai nato, con Thierry Goudet, il successore di Westerloppe sulla panchina del Le Mans.
«Ero spesso infortunato (quattro fratture: due a un metatarso, a una fibula e a una caviglia, ndr) e non sempre seguivo i consigli dei tecnici» si giustifica senza cercare scuse il futuro marsigliese. In più, in quel periodo nacque Isaac, il primo dei suoi due figli. «Fu il punto di svolta della mia vita. Misi la testa a posto».

Ma le prestazioni della squadra nel 2000-01 non soddisfano le aspettative dei dirigenti. A Westerloppe subentra appunto Goudet e nel frattempo, con Drogba in infermeria già dal precampionato, in avanti conquista posto e fiducia Daniel Cousin. Quando Didier torna in squadra non lo fa più al centro dell’attacco bensì all’ala. Gli zero gol in 11 presenze di cui sopra non sono un caso. La stagione seguente, i 5 in 21 gli valgono il redivivo interesse del Guingamp, dove aveva sostenuto un provino nel 1998. In cerca di un centravanti in seguito alla partenza di Fiorèse alla volta del PSG e dell’infortunio di Guivarc’h, il club neopromosso in massima divisione punta sul giovane africano. Nel mercato di gennaio 2002, alla veneranda età di 24 anni, Drogba lascia Le Mans, cui ha regalato 12 reti in 64 gare spalmate in tre stagioni e mezza, per la sua prima esperienza in Ligue 1.
«Convinsi i dirigenti del Le Mans a lasciarlo libero in gennaio – ricorda Guy Lacombe, allora responsabile tecnico del neopromosso Guingamp del lione futuro tecnico del Sochaux e oggi mago del Lione che a Drogba telefona quasi ogni giorno perché lo raggiunga – Dissi loro che avrebbero fatto meglio a venderlo subito, sennò lo avrei avuto gratis sei mesi dopo, da svincolato. Ero il solo, col presidente Le Graët, a volere Drogba in quel momento. Ed entrambi rischiammo la testa». Per 150 mila euro.
Lacombe se la gioca schierandolo subito titolare, il 30 gennaio, nella cruciale (e vittoriosa) trasferta al Saint-Symphorien di Metz. Drogba lo ripaga con un gol, nel primo di 11 match di Ligue 1, ma poi bollerà “solo” altre due volte. Non male per uno preso come cambio per i più quotati Bardon, Saci o Eloi, ma troppo poco per i soldi spesi e per quella messe di talento. Come non bastassse, la squadra, partita alla grande, si salva a stento. La testa di Lacombe e quella del suo presidente corrono seri pericoli di rotolamento, ma i fatti daranno loro ragione. «L’affare l’avevo fiutato sin dal suo primo giorno al Guingamp – s’infervora Lacombe – Era troppo forte, troppo tecnico per la L2. È raro che un giovane non necessiti di quella tappa di avvicinamento, ma per lui andò così. A quel livello, non aveva più niente da imparare, solo da perdere».
Infatti, nel 2002-03, alla sua prima stagione intera in massima divisione, DD esplode e con lui il piccolo Guingamp (settimo in campionato e pass per la Coppa Intertoto). Allla prima di campionato, sotto 3-1 con l’OL campione uscente, Lacombe lo manda in campo a venti minuti dalla fine. Drogba firma la doppietta che vale il pareggio e fa venir giù il Roudourou. È la svolta, confermata nella gestione Bertrand Marchand: 17 gol in 34 partite di L1, chiusa al 17° posto, terzo cannoniere dietro Shabani Nonda (26), congolese allora al Monaco e futura meteora romanista, e Pedro Pauleta (23), nazionale portoghese ai tempi al Bordeaux, ma davanti a Henry Camara, senegalese del Sedan e Djibril Cissé dell’Auxerre, entrambi a 14.
Al Guingamp, il numero 11 forma una strana coppia di gemelli del gol con il 7, Florent Malouda, centrocampista mancino veloce e versatile capace di giocare su tutta la fascia sinistra, alle spalle delle punte e persino da attaccante esterno o seconda punta tout court. In quest’ultima veste, nel 2002-03 forma con Drogba uno degli attacchi più prolifici della Première Division: 27 gol. Inutile dire che insieme in Bretagna non possono durare. Drogba prova a portarselo al Marsiglia, Malouda preferisce l’Olympique Lione. Didier invece non ha avuto tentennamenti: «Non appena il Marsiglia ha fatto capire di essere interessato a me, avevo già deciso. Tifavo per loro da una vita, è sempre stato il mio sogno indossare la maglia con la famosa striscia bianca» (presente, nello stemma sociale, sotto la scritta “Droit au but”, che vuole dire “dritti all’obiettivo” ma anche “al gol”, in francese “but”, ndr).
PSG, Inter, Milan e soprattutto Juventus (l’addio a Trézéguet pareva certo) lo inseguono ma non concludono. Il Lione ci fa un pensierino per sostituire Sonny Anderson, a fine contratto e sicuro partente. Il Monaco, all’ultimo dei 28 anni di presidenza Jean-Louis Campora, non può permetterselo: 53 milioni di euro di deficit, e in Francia queste cose le prendono sul serio. Il Marsiglia vede in lui, innamorato dell’OM, l’erede mai trovato di Jean-Pierre Papin e per 6 milioni di euro ne frena la tentazione di attraversare la Manica. «Quando guardo in tv la Premiership mi rendo conto che il calcio vero si gioca lassù» dichiarava allora Didier con convinta ammirazione. Alla (retorica) domanda «Che cosa farebbe Didier in Premiership?» l’interessato parere del suo procuratore inglese, Willie McKay rispondeva: «Sfracelli. È un incrocio tra Nicolas Anelka (allora al Manchester City, ndr) e Frédéric Kanoute (maliano all’epoca al Tottenham Hotspur, ndr). Come dire, il perfetto mix tra la tecnica fusa con la velocità, la possanza del francese e la flessuosità del maliano. Proprio in Premier League, e in tempi non sospetti, McKay aveva provato a piazzare il suo assistito. «Nell’estate 2003 – prosegue – avevo preso contatto con otto club europei, consigliando loro di prenderlo al volo, ma non mi diedero retta. Diversi osservatori andarono a vederlo, ma al momento di mettere mano al portafoglio, hanno esitato troppo. In particolare il Southampton, che ha offerto 1,5 milioni di sterline. Se [i dirigenti] avessero capito di che razza di campione si trattava, non avrebbero offerto una cifra così ridicola».
Passi per il parere dell’agente, ma ad accodarsi provvede, all’epoca, anche Papin, uno che nel “clan dei marsigliesi” qualcosa conta: «È già fortissimo e ha ancora enormi margini di miglioramento. Se continua così, finisce al Real Madrid». Ironia della sorte, al Santiago Bernabéu l’ivoriano debutta in Champions League firmando contro le merengues l’illusorio vantaggio dei transalpini, poi travolti 4-2.
Dopo la batosta, sia pure contro i Galácticos che ancora erano tali, lo spogliatoio si ribella all’eccessiva prudenza tattica ma soprattutto ai modi inurbani del tecnico Alain Perrin, che declassa in panca il ribelle portiere Vedran Runje in favore del cavallo di ritorno Fabien Barthez, ma alla fine prende atto (e il ritardo gli costerà il posto per José Anigo) che la forza della squadra è nell’attacco Drogba-Mido.
Dopo il buon avvio di stagione, l’Olympique tira il freno. Drogba no. Quasi 26enne, finalmente arrivato al top, Didier avrebbe fatto di tutto per restarci. La doppietta al Nizza in campionato, la tripletta contro il Partizan Belgrado (3-0) in Champions League: chiari segnali. Come il suo anno e mezzo in prima divisione: 20 gol in 45 partite.
Giocatore straniero della Ligue 1 2002-03 secondo France Football, sarà Miglior giocatore del torneo successivo. In diciotto mesi, era passato dalla panchina in D2 al Gotha del calcio europeo. Lo cercano Arsenal (per lo scontento Wiltord più robusto conguaglio), Barcellona, Roma e Valencia, ma lui nicchia: «Non voglio lasciare l’OM, posso migliorare molto e quando ho firmato ho detto sarei venuto per vincere. Non ho cambiato obiettivi. Voglio diventare campione qui».
L’8 settembre 2002 Robert Nouzaret, Ct francese della Costa d’Avorio, lo fa debuttare in nazionale: 0-0 in Sudafrica nelle eliminatorie della Coppa d’Africa. Un anno dopo, il beniamino del Vélodrome è una colonna degli “Elefanti”, che falliscono la qualificazione per la Coppa d’Africa 2004 un po’ per l’assurdità del calendario internazionale e molto per lo scontro fratricida che dal 2002 all’aprile di due anni dopo si consuma fra i guerriglieri del nord (mussulmano), dell’ovest e le forze governative (cristiane) filofrancesi del presidente Laurent Gbagbo, obiettivo del golpe. Da allora quella martoriata terra è spaccata in due, e il “confine” è controllato da un contingente ONU. «La gente non ha ancora smesso di soffrire – dice all’epoca Drogba – Molti sono morti e il Paese è diviso. Le infrastrutture sono state distrutte e per ricostruire ci vorrà tanto tempo. Ho ancora dei parenti ad Abidjan, appena posso li contatto». Ma ormai la sua vera casa sembra l’OM, «un modello di integrazione, un esempio per le società in tutto il mondo. Il Marsiglia è il club del futuro». Non del suo, però.
A fine stagione, culminata dalla finale di Coppa Uefa persa 2-0 col Valencia, unica nel torneo contro cui non ha segnato, il Miglior giocatore di Ligue 1 (chiusa a 18 gol in 35 gare, più i 5 da matricola in Champions League e i 6, con titolo di top scorer, in Uefa), approda al Chelsea. La Juventus offriva la metà, dirà il presidente dei marsigliesi Christophe Bouchet.
Il resto è cronaca troppo fresca per farne storia. Dieci gol (nonostante i due mesi persi per l’intervento inguinale) e titolo in Premier League, dodici nel bis in campionato più il Community Shield 2005. Al terzo anno in nazionale, nel frattempo passata a un altro transalpino, Henri Michel cui riconosce di «averci lasciato vivere all’africana. Ogni pasto sembra un banchetto di un matrimonio e una festa. La nazionale è diventata una famiglia fatta di semplice complicità dove rispolveriamo la nostra infanzia comune, le canzoni e i ricordi», arriva la fascia di capitano cui seguono, nel 2006, la finale di Coppa d’Africa persa con l’Egitto padrone di casa e lo storico Mondiale tedesco, raggiunto grazie soprattutto alle sue 9 reti (secondo miglior marcatore) e col rimpianto dell’infortunio che lo ha tenuto fermo nei due mesi prima. Affidata al tedesco Uli Stielike, la Costa dAvorio non è mai stata Drogba e altri dieci, ma è così che continuerà essere vista.
Non avesse sfondato col pallone, il “dottore del gol” avrebbe conseguito la laurea in medicina, magari per sfruttarla in patria. Dove è amato quanto invidiato. In suo onore hanno scritto canzoni e inventato danze (Drogbacite), la sua immagine promuove bevande e ogni genere di prodotti. Dopo la tripletta al Vasili Levski, tutta l’Europa ha capito perché. Quello del giovane talento africano con «più ricordi di Abidjan che di Brest», che non ha «mai dimenticato le radici africane» e, nel suo loft londinese di Cobham, prova «molta nostalgia del suo Paese» non era un film già visto. E lo script non era poi così scontato.
(Christian Giordano)

La scheda di DIDIER DROGBA
Luogo e data di nascita: Abidjan (Costa d’Avorio), 11 marzo 1978
Statura e peso: 1.88 x 74 kg
Ruolo: centravanti
Club: Vannes (1991-93), SC Levallois-Perret (1993-97), Le Mans (D2; 1997-gennaio 2002), Guingamp (L1; gennaio 2002-2003), Olympique Marsiglia (L1; 2003-04), Chelsea (Inghilterra; 2004-)
Esordio in nazionale: 8-9-2002, Sudafrica-Costa d’Avorio 0-0 (qualificazioni Coppa d’Africa)
Presenze (reti) in Nazionale: 34 (24)
Palmarès: due Premier League (2005, 2006), Coppa di Lega inglese (2005), Community Shield (2005); Miglior giocatore di L1 2003-04
Scadenza di contratto: 30 giugno 2008

lunedì, ottobre 02, 2006

Oh capitano, miei capitani

«Il Toro è il Toro, sempre. Tornate alle origini, alle radici. Bisogna ascoltare quello che ci diceva il grande Ferrini: “Ragazzi, buttiamo il cuore oltre l'ostacolo e andiamo a riprendercelo”». È questa la filosofia che ci ha portato a ottimi risultati, a mettere il naso tra le grandi».
Non c’è solo retorica nelle parole di Paolo Pulici, indimenticato bomber guerriero del Torino negli anni Settanta. C’è lo spirito Toro, la storia di un club per molti versi unico. Come i suoi spesso grandi, e talvolta sfortunati, capitani: da Valentino Mazzola a Enzo Bearzot, da Giorgio Ferrini a Renato Zaccarelli, a Roberto Cravero. Gente granata dentro che quella maglia l’ha grondata di sangue, troppo, sudore e lacrime, talmente tante da non averne più. Neanche di fronte allo scempio che, del club, hanno fatto negli due decenni avvoltoi e faccendieri di ogni tipo.
Dei mitici condottieri successori dello svizzero Fritz Bollinger, il primo capitano, quello forse più Toro di tutti è stato Giorgio Ferrini. Se possibile persino più di Mazzola, il cui naturale carisma era accresciuto e completato dallo status di inarrivabile fuoriclasse, e di Enzo Bearzot, taciturno mediano che Ferrini ebbe come maestro.
Dopo di loro, tanti leader minori, anche se in alcuni casi di rara eleganza, in campo e fuori, come Renato Zaccarelli, che al Toro e per il Toro ha fatto di tutto, e di cervello come Roberto Cravero, forse l’ultimo dei Ragazzi del Filadelfia, dove gli aprì le porte l’avvocato Cozzolino, su dritta dell’istruttore Mario Dalla Riva, nonostante il ragazzo non avesse l’età per entrare nel Settore Giovanile.
La sottile linea granata comincia da Bollinger, appunto. Svizzero di Basilea, il 12 febbraio 1905, appena 18enne, è il capitano dell’esordiente nazionale elvetica che a Parigi affronta la Francia. Quell’anno, durante un viaggio a Torino incontra il connazionale Alfredo Dick, ex presidente della Juventus che due anni ricoprirà la stessa carica ma al Torino. Dick lo porta alla Juventus ma Bollinger, affermato terzino che aveva lasciato l’Old Boys, non gioca titolare e così, nel 1906, segue il compare come transfuga nella nuova società. Che avrebbe lasciato nel 1914, per motivi di lavoro, dopo 114 partite.
Di Valentino Mazzola tutto si è detto e scritto, ma nessun racconto potrà mai rendere appieno che cosa significasse, ai tempi, assistere al gesto del Capitano che, udite dagli spalti le note del tifoso-trombettiere Oreste Bolmida, di professione capostazione, si tirava su platealmente le maniche per dar vita al leggendario “quarto d’ora” granata. Quando la partita si languiva o nelle rare occasioni in cui il Torino era in ambasce, Mazzola a un certo punto “decideva” che era ora di suonare la carica: dieci-quindici minuti di furiosi assalti e la vittoria veniva archiviata. E se qualcuno dei compagni non recepiva il messaggio, in campo e in spogliatoio erano “piazzate”. Almeno due gli esempi tramandati per generazioni. Il 20 aprile 1947, contro il Vicenza, segnò una tripletta tra il 29’ e il 31’ della ripresa. Un’altra volta, fuori casa e a scudetto già in ghiacciaia, Mazzola aveva acconsentito a non forzare, accontentandosi dello 0-0. A mezz’ora dalla fine, gli avversari segnano per sbaglio. Gesto delle maniche più rabbioso che mai, e gragnuola di gol. Una goccia nel mare delle sue 97 reti in 170, cifre irreali per una mezzala. Non era come gli altri, Mazzola. Non solo perché è stato il giocatore italiano più forte e più completo. Guadagnava il doppio dei compagni, e i primi a sapere che fosse giusto così erano loro.
Dopo un capo del genere, chi mai avrebbe potuto perpetuare la tradizione dei condottieri granata se non il suo opposto, Enzo Bearzot. Capitano per sette stagioni, tra il 1957 e il 1964, al secondo passaggio in granata dopo i sei anni equamente divisi tra Inter e Catania, al Toro il futuro Ct campione del mondo comincerà l’apprendistato da tecnico, prima delle giovanili poi come secondo in prima squadra. In entrambe le vesti, sul campo e in panchina, funge da modello per il suo successore, Giorgio Ferrini.
Ferrini avrà come allenatori Senkey, Ellena, Santos, Rocco, Bergamasco, Fabbri, Cadè e Giagnoni. Tutti loro un solo capitano: Ferrini. Tanto aggressivo in campo quanto leale, mite e quasi timido fuori, il triestino forma con Giovanbattista Moschino una delle migliori coppie di centrocampo del nostro calcio. E per i tifosi del Toro, cui dal 1959 al 1975 regala 53 reti in 548 presenze (è il granata con più gare in A: 405), più due Coppa Italia (1968 e 1971), resta un’icona di attaccamento alla maglia e furore agonistico. Doti di combattente che in azzurro, dopo la rissa di Cile 62, sconta con cinque anni di ostracismo perché considerato un picchiatore. Col Toro vince lo scudetto l’anno dopo il suo ritiro, come secondo di Radice. Gli ex compagni lo vorrebbero in campo per uno spezzone perché realizzasse quel sogno solo sfiorato, da giocatore, con il terzo posto nel ’65 e il secondo nel ’72. Ferrini rifiuta, perché non lo sentirebbe suo. L’8 novembre, il secondo aneurisma se lo porta via a 37 anni. Negli spogliatoi le sue scarpe restano a lungo appese nell'armadietto 33. Nessuno osava rimuoverle.
Altro signore del centrocampo è Renato Zaccarelli, mezzala classica, dotata di un tiro al volo preciso e potente, che a fine carriera saprà riciclarsi come ottimo battitore libero. Ruolo invece per cui è nato Roberto Cravero, l’ultimo dei capitani granata “riconoscibili”. Ad essere tale ci ha provato anche Antonino Asta, giocatore normale che al Toro ha vissuto un wharoliana parentesi di celebrità, forse sproporzionata in rapporto alla classe. La convocazione azzurra, arrivata quando magari aveva smesso di meritarla, unita a un pizzico di malconsigliata avidità (salirà sull’Aventino e finirà per allenarsi allenerà con i senza squadra), impediranno il lieto fine di una bella storia granata. In tanti riescono a buttare il cuore oltre l'ostacolo, ma sono pochi quelli capaci di andare a riprenderselo.
(Christian Giordano)

Vediamoci Kiaro

La pagliuzza e la trave. Per una volta, brava la Uefa – che ultimamente ne azzecca con continuità quasi sospetta: dalla lotta al doping, alle proteste, ai simulatori e ai razzismi, ai fondi per le aree sottosviluppate e gli atleti diversamente abili – a tralasciare le proprie magagne per indagare, su input Fifa, sulle matrioske russe, che si celano dietro e dentro le proprietà di alcuni club. Specie britannici, il nuovo Eldorado se dal 1997 si sono concesse a capitali stranieri le inglesi Fulham (Al-Fayed), Chelsea (Abramovic), Man Utd (Glazer), Portsmouth (Mandaric-Gaydamak) e Aston Villa (Lerner) più gli Hearts (Romanov) in Scozia. L’Everton, con il russo Anton Zingarevitch, era lì lì.
“Big” (per mole e carica) Lennart Johansson ha detto stop ai pacchetti azionari “misteriosi”. Attraverso il suo tesoriere, nonché presidente della Federazione svizzera e delegato Fifa, Mathieu Sprenger, la federcalcio europea ha preso posizione. L'obiettivo è evitare casi come quello, clamoroso, del West Ham United, club di lunga tradizione ma certo non da G18 eppure capace di assicurarsi dal Corinthians, i (potenziali) fuoriclasse Carlos Tévez e Javier Mascherano. E al centro delle voci, per ora smentite, di scalata societaria da parte della Media Sports Investment (MSI), società fondata nel 2004 da Kia Joorabchian, 35enne magnate iraniano di passaporti inglese e canadese, proprietaria dei cartellini dei due nazionali argentini nonché del “Timão”. Da giugno, dopo la morte del padre Mohammed, Joorabchian ha lasciato la MSI, ma non la quota azionaria dei cartellini del duo neovestito di “claret and blue”.
Joorabchian ha smentito di avere tenuto "discussioni esplorative" circa l’eventualità di entrare nel West Ham, club di cui tentò la scalata un anno fa. Di un possibile cambio di proprietà, però, la società ha già avvertito la Borsa londinese. E Joorabchian ha ammesso che gli Hammers «potrebbero diventare un club persino più grande del Chelsea e, entro il 2013, sfidare il Manchester United. Che per ora, come il Real Madrid, è un'altra cosa: grandissimi club, riconosciuti in tutto il mondo. Ma al West Ham ci sono grosse potenzialità, una vasta e appassionata tifoseria, da sempre superiore a quella, per esempio, del Chelsea, e alle spalle una storia importante. In questo club hanno giocato tre campioni del mondo, Bobby Moore, Geoff Hurst e Martin Peters. E un manager come Alan Pardew che può portare il West Ham in Champions League o alla vittoria in Premiership». Parole che stridono con il "non interesse". E che fanno pensare al passaggio di Tévez e Mascherano ad Upton Park non come a un breve acclimatamento pre-Chelsea quale invece sembra. Perché i Blues? Perché MSI significa Abramovich (15%?) e Boris Berezovsky.
Joorabchian, che in passato ha fatto affari con Berezovsky, sospettato di vincoli con quella che genericamente viene definita “mafia russa” con gas e petrolio come varianti di specializzazione, e assieme all'oligarca russo, teorico grande rivale di Abramovic, ha fatto ricostruire del Pacaembú, lo stadio del Corinthians. I due hanno scalato il quotidiano economico russo Kommersant, Joorabchian ha lasciato perdere, l’altro (che dal 1995 possiede la Nezavisimaya Gazeta) no. E a dare ulteriore credito alle voci di cooperazione con altri club, c'è la partnership nata nel 2004 con la Dinamo Tblisi, club georgiano di proprietà di Badri Patarkatsishvili, uomo d'affari locale che ha già espresso l’intenzione di acquistare il West Ham. Patarkatsishvili, in passato è stato al vertice della Sibneft, gigante petrolifero russo, assieme a Berezovsky e ad Abramovic.
Come non ricordare la presenza del Grand Bleu, lo yacht di Abramovic, ormeggiato a Puerto Madreno, Buenos Aires, nel novembre 2004 in cui il Corinthians concludeva col Boca Juniors il clamoroso acquisto-record di Tévez per 20 milioni di dollari (un prezzaccio, come i 15 spesi per Mascherano sei mesi dopo).
Anche il Ministro dello Sport inglese, Richard Cabron, ha detto basta. Ma il fenomeno impazza: dietro la Global Soccer Agency, compagnia con sede a Gibilterra (altro paradiso fiscale) e dal 2005 salita al vertice del Polonia Varsavia, pare ci sia proprio la MSI. «Non ci interessa se questi cambi di proprietà siano o no avvenuti prima della scrittura delle nuove regole, dal prossimo anno i club dovranno dimostrare a chi appartengono», ha affermato Sprenger. «Se Joorabchian acquisterà il West Ham, dovrà dimostrare di esserne il proprietario. Per la regolarità delle competizioni, i vertici delle società devono essere chiari». E non Kiarissimi.
(Christian Giordano)

La sottile linea granata

Toroline: dai pionieri a oggi
1887 – A Torino il commerciante svizzero di articoli ottici e fotografici Edoardo Bosio, torinese di adozione, e un gruppo di inglesi dipendenti della Thomas & Adams, ditta di Nottingham con filiali in Piemonte, fonda il Football & Cricket Club. Divisa sociale: berretto e camicia a righe rossonere, colletto bianco inamidato, calzoni lunghi e scarpe da passeggio.
1889 – Al patinoire del Valentino, il barone Cesana, il duca degli Abruzzi, il marchese Ferrero di Ventimiglia e altri rappresentanti dell’alto ceto cittadino fondano la Nobili Torino. Divisa sociale: casacca a strisce giallo-arancione e “calzoncini” neri.
1890 – Football & Cricket Club e i Nobili si fondono per dare vita al Football Club Internazionale Torino, che mantiene i colori sociali dei Nobili.
1894 – Nuova unificazione: tra il Football Club Internazionale Torino e il Football Club Torinese, che vinse la contesa per la denominazione versando nelle casse della neonata fondazione 35 lire, il 70% del capitale sociale.
1897 – Anche la Ginnastica Torino apre una sezione dedicata al calcio. Nello stesso anno, nasce un’altra rivale citttadina: la Juventus.
8 maggio 1898 – F.C. Torinese, Ginnastica Torino, Internazionale Torino e Genoa 1893 partecipano al primo campionato italiano. L'Internazionale Torino perde 2-1 d.t.s. la finale contro il Genoa.
1899 – L'Internazionale Torino perde ancora, stavolta 2-0, la finale contro il Genoa
1900 – Il FC Torinese assorbe l'Internazionale. In finale perde 1-0 contro il Genoa. Ginnastica Torino eliminata.
1901 – Ginnastica Torino eliminata (5-0) dalla Juventus nelle eliminatorie.
1902 – Audace Torino (3°) e Ginnastica Torino (4°) eliminati nel girone eliminatorio Piemontese; FC Torinese (1° nel girone eliminatorio Piemontese) battuto 4-3 d.t.s. dal Genoa in semifinale.
1903 – Audace Torino (2-1) e FC Torinese (5-0) eliminati dalla Juventus.
1904 – FC Torinese eliminato (1-0) dalla Juventus.
1905 – FC Torinese eliminato nel girone Piemontese; battuto 3-0 per rinuncia dalla Juventus.
3 dicembre 1906 – Sono 23 (17 con nomi stranieri) i soci che la sera si riuniscono nella birreria Voigt (l’attuale Bar Norman) di via Pietro Micca per dare vita, dalla fusione fra il FC Torinese e un gruppo di soci dissidenti della Juventus capeggiato dallo svizzero Alfredo Dick, al Football Club Torino. Primo presidente è un altro svizzero, Hans Schoenbrod. La prima gara ufficiale, giocata il 16 con i colori gialloneri, è la vittoriosa trasferta (3-1) con la Pro Vercelli.
1907 – 13 gennaio: primo derby con la Juventus, battuta 2-1 e addirittura 4-1 il 2 febbraio. Lo stadio è il Motovelodromo Umberto I, zona Crocetta, davanti l’Ospedale Mauriziano. 2° posto nel Girone Finale, un punto dietro il Milan mai vincitore nello scontro diretto (1-1 a Torino, 2-2 a Milano).
1908 – A causa dei tanti giocatori stranieri in squadra, non partecipa al Campionato.
1909 – 2° ed eliminato nel Girone Piemontese.
1909-10 – 4° nel Girone Unico Nazionale.
1910-11 – 2° nel Girone A (Ligure-Lombardo-Piemontese)
1911-12 – 5° nel Girone A (Ligure-Lombardo-Piemontese). Nel 1912 alla guida tecnica arriva Vittorio Pozzo, futuro Commissario Unico della nazionale italiana campione del mondo a Italia 1934 e a Francia 1938 e olimpionica a Berlino 1936.
1912-13 – 3° nel Girone Piemontese.
1913-14 – 3° nel Girone Ligure-Piemontese. Nel 1914, il Torino diventa la prima squadra europea a partire per una tournée in Sud America: sei vittorie su sei gare, comprese quella con la nazionale argentina e quella con i brasiliani del Corinthians.
1914-15 – 2° nel Girone Finale. Dettaglio “da Toro”: il campionato viene sospeso a una giornata dal termine, prima della sfida con il Genoa capolista, avanti di due punti e battuto 6-1 all’andata.
1915-1919 – Campionato Sospeso a causa della I Guerra Mondiale.
1919-20 – 4° nel Girone di semifinale
1920-21 – 1° nel Girone di semifinale (rinuncia al Girone Finale). Il Torino era arrivato a pari merito con il Livorno, e fu necessario lo spareggio. Sarà il più lungo incontro ufficiale disputato in Italia: chiusi sull’1-1 i tempi regolamentari e i due tempi supplementari, l'arbitro fece iniziare un terzo tempo supplementare, ma dopo 8’ le squadre, di comune accordo, si arresero, si strinsero cavallerescamene la mano e rinunciarono a proseguire e alla ripetizione. Lo scudetto andò alla Pro Vercelli, che in finale batté il Pisa.
1921-22 – 8° nel Girone B della Lega Nord.
1922-23 – 2° nel Girone A della Lega Nord.
1923-24 – 2° nel Girone B della Lega Nord. Si insedia il presidente Enrico Marone Cinzano, che dà il via alla prima epoca d’oro ingaggiando l’argentino Julio Libonatti detto “il funambolo”, Adolfo Baloncieri, “il trascinatore di gran classe”, e l’attaccante Gino Rossetti, “lo sfondatore”.
1924-25 – 6° nel Girone A della Lega Nord.
1925-26 – 2° nel Girone A della Lega Nord.
17 ottobre 1926 – Inaugurazione del Filadelfia.
1926-27: il Torino è per la prima volta campione d’Italia.
3 novembre 1927 – il titolo è revocato dalla FIGC per il caso-Allemandi (presunto tentativo di illecito sportivo), terzino della Juventus forse corrotto da un dirigente del Torino, il dottor Nani, ma risultato fra i migliori in campo. Radiato, Allemandi sarà amnistiato grazie all’oro olimpico vinto dall’Italia ad Amsterdam 1928.
1927-28 – Il “Trio delle meraviglie” Libonatti-Baloncieri-Rossetti trascina il Torino a un altro scudetto, vinto il quale il conte Marone Cinzano si dimette per lasciare la presidenza a Giacomo Ferrero.
1928-29 – Il Torino perde allo spareggio, 1-0 sul neutro di Roma, la finale col Bologna (3-1 fuori casa, 1-0 a Torino).
GIRONE UNICO
1929-30 – 4° in Serie A con 39 punti.
1930-31 – 7°in Serie A con 36 punti. Giovanni Vastapane comincia la girandola di presidenti, cinque in otto anni, tutti smaniosi di cambiare allenatore e privi della competenza e della passione dimostrate da Marone Cinzano. Per far quadrare i conti Vastapane cede al Napoli per 250 mila lire Enrico Colombari, subito ribattezzato «’o Banco ’e Napule». In prima squadra viene promossa l’ala Onesto Silano, memorabile il rumore delle botte tra lui e lo juventino Varglien I nei derby. Allenatore è Vittorio Morelli di Popolo.
1931-32 - 8° in Serie A con 37 punti. Presidente è Vittorino Gervasio, allenatore-giocatore, con Giuseppe Aliberti, è Baloncieri, che si ritira la stagione successiva.
1932-33 – 7° in Serie A con 36 punti. In omaggio all’ex campione nascono i Balôn Boys, selezioni giovanili antesignane dello storico vivaio Filadelfia dirette da Carlo Rocca e allenate dal grande istruttore Karl Sturmer, che aveva fallito con la prima squadra subentrando nel 1929-30 a Tony Cargnelli. Lì sbocceranno talenti quali Federico Allasio, Giacinto Ellena, Cesare Gallea, Osvaldo “Bimbo” Ferrini, il “gatto magico” Aldo Olivieri e Raf Vallone. Nel 1932, a Gervasio succede Battista Mossetto. Il tecnico della prima squadra è Francesco Hansel.
1933-34 – 12° in Serie A con 29 punti.
1934 – A Mossetto subentra Euclide Silvestri.
1934-35 - 14° in Serie A con 25 punti. Silvestri lascia a Giovan Battista Cuniberti.
1935-36 - 3° in Serie A con 38 punti. Il Football Club Torino, per decisione del regime fascista, diventa Associazione Calcio Torino. L’11 giugno arriva la prima Coppa Italia. In finale, a Genova, Torino-Alessandria 5-1. Questa la formazione granata: Maina; Brunella, Ferrini; Gallea, Janni, Prato; Bò, Baldi III, Galli II, Buscaglia, Silano. Marcatori: 5’ e 70’ Galli II, 16’ Riccardi (Al), 20’ e 78’ Silano, 57’ Buscaglia.
1936-37 - 3° in Serie A con 38 punti.
1937-38 - 8° in Serie A con 32 punti.
1938-39 – 2° in Serie A con 38 punti. Allenatori sono Ernest Egri Erbstein, ungherese che sarà tra gli artefici del Grande Torino, e Mario Sperone, poi subentrerà Ferenc Molnár.
1939: il conte Marone Cinzano lascia la presidenza a Ferruccio Novo, futuro “padre” del Grande Torino.
1939-40 – 6° in Serie A con 33 punti.
1940-41 – 7° in Serie A con 30 punti. Il primo acquisto di Novo, nel 1940, è Ossola. L’anno successivo arrivano Menti, Gabetto e Ferraris.
1941-42 – 2° in Serie A con 39 punti. Nel 1942 ecco, dal Venezia, i gemelli di centrocampo Ezio Loik e Valentino Mazzola. La più grande squadra italiana d’ogni tempo è fatta.
1942-43 – Prima a vincere scudetto (a 44 punti) e Coppa Italia nella stessa stagione. In finale, il 30 maggio a Milano, Torino-Venezia 4-0. Questa la formazione granata: Bodoira; Piacentini, Ferrini O.; Gallea, Ellena, Grezar; Ossola, Loik, Gabetto, Mazzola V., Ferraris II. Marcatori: Ossola, Ferraris II, Ossola, Mazzola V. 17 gennaio: comincia l’imbattitibilità del Filadelfia, durerà fino al 3 aprile 1949: 83 vittorie e 10 pareggi.
1943-1945 - Campionato Sospeso a causa della II Guerra Mondiale. Nel 1944 il Torino Fiat è secondo nel Campionato di Guerra “Alta Italia” (torneo non ufficiale).
1945-46 - Campione d’Italia, con 64 punti.
1946-47 – Campione d’Italia, con 63 punti. L’11 maggio per l’amichevole Italia-Ungheria al Comunale di Torino, il Ct azzurro Pozzo schiera titolari dieci granata. Unica eccezione, il portiere juventino al posto di Bacigalupo: Sentimenti IV; Ballarin, Maroso; Grezar, Rigamonti, Castigliano; Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ferraris II. Il debutto di Rigamonti non era previsto, ma il titolare Parola era stato convocato, unico italiano, nella Rappresentativa Continentale che il giorno prima aveva perso 5-1 (nonostante l’autogol, Parola fu uno dei migliori) a Glasgow contro la Gran Bretagna. Record anche per i magiari: in nove erano dell’Uijpest.
1947-48 - Campione d'Italia alla quota-record di 65 punti. In estate il Torino vola in tournée in Brasile. Lì Valentino Mazzola diventerà così popolare che un decennio dopo, il giovane centravanti José Altafini, per la vaga somiglianza e i capelli chiari, verrà soprannominato “Mazola”.
27 febbraio 1949 – A Genova, Italia-Portogallo 4-1. La sera, alla cena di gala tra giocatori e dirigenti, gli amici Valentino Mazzola e Francisco Ferreira, capitani nel club e in nazionale, si scambiano la promessa: Mazzola avrebbe cercato di convincere il presidente Novo a far partecipare la squadra granata a una amichevole col Benfica, la squadra di Ferreira, da disputarsi a Lisbona per l’addio di Ferreira al calcio. L’incasso, destinato al portoghese, sarebbe stato sarebbe stato una specie di buonuscita per la lunga carriera. La fine del Grande Torino comincia lì.
4 maggio 1949 – Il trimotore I-Elce, aereo G-212 Fiat, che riporta a casa i granata, reduci dalla sconfitta in amichevole col Benfica a Lisbona, promessa da capitan Mazzola all’amico Francisco Ferreira, capitano del Benfica e del Portogallo che stava per lasciare il calcio e al quale era destinato l’incasso della gara, si schianta alle 17,07 (17,05 secondo altre fonti, ndr) contro il muraglione posteriore della Basilica di Superga, sulle colline torinesi. Nessun superstite. Trentuno le vittime, 18 giocatori (Valerio Bacigalupo, Aldo e Dino Ballarin, Emilio Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Pietro Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti e Julius Schubert), i dirigenti Riccardo Agnisetta, Andrea Bonaiuti (organizzatore delle trasferte) e Ippolito Civalleri (accompagnatore), il massaggiatore Ottavio Cortina, i tecnici Ernest Egri Erbstein e Leslie Lievesley, i giornalisti Renato Casalbore, che il 30 luglio 1945 aveva fondato Tuttosport, Luigi Cavallero e Renato Tosatti, padre di Giorgio, i 4 membri dell'equipaggio (il primo pilota Pier Luigi Meroni, il secondo pilota Celeste Biancardi, il capo marconista Antonio Pangrazi e il motorista Celeste D’Inca). Al termine del campionato, assegnato al Torino primo in classifica, mancano 4 partite, poi vinte dalla formazione ragazzi. Il quinto scudetto consecutivo, conquistato a 60 punti, eguaglia il record stabilito dalla Juventus negli anni Trenta. 6 maggio: il funerale ferma l’Italia intera. 26 maggio: il River Plate incontra al Comunale il Torino-Simbolo in un’amichevole di solidarietà, finì 2-2 con reti di Nyers al 26’, Labruna al 27’, Annovazzi al 49’ e Di Stéfano all’80’. Coppa Latina: 3° posto.
1949-50 – 6° in Serie A con 41 punti.
1950-51 – 15° in Serie A con 30 punti.
1951-52 – 12° in Serie A con 34 punti.
1952-53 – 10° in Serie A con 31 punti.
1953-54 – 9° in Serie A con 33 punti. Viene istituito il Comitato di reggenza (formato da Simeone Colombo, Arturo Colonna, Beniamino Gay, Dino Lora Totino).
1954-55 – 9° in Serie A con 34 punti.
1955-56 – 9° in Serie A con 33 punti. Presidente è Teresio Guglielmone.
1956-57 – 5° in Serie A con 35 punti.
1957-58 – 7° in Serie A con 33 punti. Viene convocato il consiglio di emergenza (formato da Arturo Colonna, Beniamino Gay, Antonio Liberti).
1958-59 – 17° in Serie A con 23 punti. Prima retrocessione in Serie B, quasi una nemesi per la prima squadra sponsorizzata (con la “T” sulla maglia e la denominazione Talmone Torino) del calcio italiano. Esce il nuovo piano regolatore e Novo rinuncia ad abbattere il Filadelfia,che avrebbe dovuto far posto a case e ad alberghi. Luigi Morando è il nuovo presidente, firmerà la promozione.
1959-60 – 1° in Serie B con 51 punti. Promosso in Serie A.
1960-61 – 12° in Serie A con 30 punti. 1961: alla presidenza sale Angelo Filippone.
1962-63 – 8° in Serie A con 34 punti. Coppa dell’Amicizia Italo-Franco-Svizzera: battuto in finale dal Lens (2-1 in Francia, 1-1 in casa). Nel 1963 a Filippone subentra Orfeo Pianelli. Il Toro emigra al Comunale per le partite di campionato.
1963-64 – 7° in Serie A con 35 punti. In panchina c’è Nereo Rocco.
1964-65 – Debutto in Coppa delle Coppe. Il Torino viene eliminato in semifinale dal Monaco 1860 (2-0 in casa, 3-1 fuori, 0-2 nello spareggio di Zurigo). 3° in Serie A con 44 punti.
1965-66 – Debutto in Coppa delle Fiere. Il Torino viene eliminato al I turno dal Leeds United (2-1 fuori, 0-0 in casa). 10° in Serie A, con 31 punti.
1966-67 – 7° in Serie A, con 38 punti. Coppa Delle Alpi: 4° posto. Rocco viene affiancato da Marino Bergamasco.
15 ottobre 1967: muore in un incidente stradale, mentre a piedi attraversa corso Re Umberto, Luigi (Gigi) Meroni. Alla guida dell’auto che investe la “farfalla granata” c’è Attilio “Tilli” Romero, tifoso torinista che in camera ha appeso il poster del suo idolo, Meroni. Tre decenni dopo, a coronamento di una storia che più Toro non si può, Romero diverrà presidente del Torino.
1967-68 – Il nuovo tecnico è Edmondo Fabbri. In granata arriva anche il giocatore che presto sarebbe diventato il più amato dalla curva Maratona, perché in campo dava tutto e alla Juve segnava sempre, meglio se sotto la Maratona: Paolo Pulici detto Pupi o, per la sua irruenza, Puliciclone. Al 7° posto in campionato, con 32 punti, si aggiunge, il 30 giugno, la terza Coppa Italia. Torino primo nel girone finale con Milan, Bologna e Inter. Questa la formazione granata: Vieri; Fossati, Trebbi; Puia, Cereser, Agroppi; Carelli (Corni), Ferrini, Combin, Moschino, Facchin.
1968-69 – 6° in Serie A, con 33 punti.
1969-70 – 7° in Serie A, con 30 punti. Il nuovo allenatore è Giancarlo Cadè. Nel 1970 viene minacciato di morte Pianelli, che fa stendere un progetto per la demolizione integrale del Filadelfia e la costruzione di due campetti e un pensionato per le giovanili (una specie di mini “Torinello” di ripiego, visto che l'ipotesi-Bruino era naufragata).
1970-71 – Dal Napoli arriva Claudio Sala. Toro 8° in Serie A, con 26 punti. 27 giugno: quarta Coppa Italia. Torino primo ex-aequo col Milan nel girone finale con Fiorentina e Napoli. Allo spareggio, a Genova, Torino-Milan 5-3 ai rigori (0-0). Questa la formazione granata: Castellini; Poletti, Fossati; Fossati; Puia (Zecchini), Cereser, Agroppi (Crivelli); Rampanti, Ferrini, Petrini (Bui), Sala C. (Maddè), Pulici (Luppi). 1971 Mitropa Cup si mette in luce un’elegante mezzala che farà strada: Renato Zaccarelli, rientrato alla casa madre nel 1969 dopo il prestito al Catania.
1971-72 – Arriva un allenatore cruciale per la storia granata, Mr Colbacco, al secolo Gustavo Giagnoni. Il Torino è 3° in Serie A, con 42 punti.
1972-73 – 6° in Serie A, con 31 punti. Debutta in Coppa Uefa, eliminato ai 32esimi di finale dagli spagnoli del Las Palmas (2-0 in casa, 0-4 fuori). Torneo Anglo-Italiano: eliminato nelle qualificazioni.
1973-74 – Arriva dall’Arezzo l’attaccante Francesco (Ciccio) Graziani. Con Pulici comporrà la celeberrima coppia dei Gemelli del gol. Toro 5° in Serie A, con 34 punti. A stagione in corso, a Giagnoni subentra il cavallo di ritorno Fabbri.
1974-75 – 6° in Serie A, con 35 punti.
1976 – 16 maggio: Con l’1-1 a Cesena (gol di Pulici e autorete di Mozzini) il Torino, 45 punti, vince il suo 7° scudetto, il primo del dopo-Superga. Seconda la Juventus, battuta 1-0 a Perugia. 8 novembre: muore per un aneurisma, a soli 37 anni Giorgio Ferrini, indimenticato capitano granata appena passato a fare il secondo di Radice, al primo anno sulla panchina granata. Sua la geniale intuizione di trasformare l’ex mezzala e centravanti arretrato Claudio Sala in ala d’appoggio ai Gemelli del gol.
1976-77 – Al debutto in Coppa dei Campioni, il Torino esce agli ottavi, contro il Borussia Mönchengladbach (2-1 fuori, 0-0 in casa). Secondo posto in Serie A, con 50 punti, uno in meno della Juventus. Cose da Toro.
1977-78 – 3° in Serie A, con 39 punti.
1978-79 – 5° in Serie A, con 36 punti. 17 aprile: l’allenatore dell’ultimo scudetto, Gigi Radice, si salva per miracolo nell’incidente stradale che costa la vita a Paolo Barison.
1979-80 – 4° in Serie A, con 35 punti. Esonerato “Giggiradix”, la squadra viene affidata a Ercole Rabitti. Claudio Sala va a chiudere la carriera al Genoa.
1980-81 – 9° in Serie A, con 26 punti. Via Rabitti, ecco Romano Cazzaniga, poi storico secondo di Radice. Graziani passa alla Fiorentina.
1981-82 – Il nuovo mister è Massimo Giacomini. Toro 9° in Serie A, con 27 punti. In maggio a Pianelli succede, alla guida del club, Sergio Rossi. Pulici va all’Udinese.
1982-83 – Altro tecnico: Eugenio Bersellini. Torino 8° in Serie A, con 30 punti. 27 marzo: è lo storico derby dei tre gol granata in 4’. Sotto 0-2 al Comunale stipato da 60 mila spettatori, il Toro incorna la Zebra (avanti con Paolo Rossi al 15’ e rigore di Platini al 21’) con le reti di Dossena al 25’, Bonesso al 27’ e Torrisi in acrobazia al 29’.
1983-84 – 5° in Serie A, con 33 punti.
1984-85 – Cominica il Radice-bis. Toro 2° in Serie A, con 39 punti, dietro il Verona e nell’unico anno del sorteggio arbitrale integrale. Un caso?
1985-86 – 5° in Serie A, con 33 punti.
1986-87 – 11° in Serie A, con 26 punti. In giugno Rossi lascia la presidenza a Mario Gerbi. È l’inizio di un periodo molto tormentato.
1987-88 – 7° in Serie A, con 31 punti.
1988-89 – 15° in Serie A, con 27 punti, e seconda retrocessione in Serie B, nonostante il valzer di allenatori, da Radice all’ex “Poeta del gol” Claudio Sala a Sergio Vatta, il mago delle giovanili. L’Inter dei record perde solo due partite. A Firenze, 4-3 per lo storico retropassaggio sbagliato di Bergomi. L’altra, 2-0 coi granata destinati alla B. Roba da Inter. E da Toro. Nel 1989 il presidente Gerbi commissiona all’architetto Zavanella un altro progetto per la conservazione del Filadelfia. Matura il mutuo federale, e Gerbi può riscattare il campo dalla Federcalcio per la cifra simbolica di 30 milioni di lire. Nelle more dell'operazione il controllo del Torino passa a Gian Mauro Borsano, che vorrebbe intestarlo alla Gima, la sua holding. Gerbi si oppone e lo diffida alla FIGC. Borsano rinuncia e il Fila finalmente diventa proprietà del Torino Calcio.
1989-90 – 1° in Serie B, con 53 punti. Promosso in Serie A grazie anche allla sapiente guida garantita dal mago della cadetteria, Eugenio Fascetti.
1990-91 – Altro tecnico granata dentro, nonostante si professi tifoso da sempre della Fiorentina: Emiliano Mondonico, che nel Torino ci ha giocato da ala/centravanti (1968-70) di tanto talento e poca indisciplinata, in campo e fuori. Toro 5° in Serie A, con 38 punti. Vince la Mitropa Cup.
1991-92 – 3° in Serie A con 43 punti. Perde la Coppa Uefa contro l’Ajax (2-2 a Torino, 0-0 ad Amsterdam) per la norma dei gol in trasferta. Nella gara di ritorno, colpisce tre pali e reclama un rigore così clamoroso che l’allenatore Emiliano Mondonico solleva una sedia contro il cielo. Una scena diventata icona dell’essere Toro, prima ancora che “del” Toro. 5 aprile: l’ingegner Borsano diventa Onorevole.
1992-93 – 9° in Serie A, con 35 punti. Capitan Fusi alza la Coppa Italia (tre rigori assegnati alla Roma nella finale di ritorno, all’Olimpico), la quinta del club. È l’unico raggio di sole di un decennio buio che vede susseguirsi alla presidenza Borsano, Goveani, Calleri e Vidulich.
1993-94 – 8° in Serie A, con 34 punti. Perde la finale di Supercoppa italiana. Eliminato ai quarti di finale di Coppa delle Coppe.
1994-95 – Primo anno con la vittoria che vale 3 punti: 11° in Serie A, a quota 45.
1995-96 – 16° in A, con 29 punti. Retrocesso in Serie B.
1996-97 – 9° in Serie B, con 50 punti. 18 luglio: comincia la demolizione del Filadelfia. Alle 12,29 si ode il primo fragore del maglio che cade sulla gradinata opposta alla tribuna.
1997-98 – 4° in Serie B, con 62 punti. Perde ai rigori lo spareggio con il Perugia per l'ammissione alla Serie A.
1998-99: 2° posto Serie B con 65 punti. Promosso in Serie A. 22 febbraio: Giuseppe Aghemo, torinese classe 1942, di professione dirigente dell'Unione Industriale di Torino e per hobby presidente del Moncalieri, si presenta a Tuttosport: «Compro il Toro». 30 giugno: secondo il bilancio ufficiale, la società ha debiti certificati per 85 miliardi e 999 milioni di lire.
1999-2000 – 15° in Serie A con 36 punti. Retrocesso in Serie B. Rischio fallimento. Francesco Cimminelli salva la società dalla cancellazione.
2000-01 – 1° in Serie B con 73 punti. Promosso in Serie A. Il 28 marzo il Consiglio Comunale di Torino non approva la variante al piano regolatore relativa all'area Filadelfia. Il 18 giugno il Torino Calcio firma con il Comune di Torino l'accordo per lo Stadio Comunale.
2001-02 – 11° in Serie A con 43 punti. Nel 2002 la Coppa Italia del ’43 viene battuta all’asta da Christie’s, a Londra, per 40 mila sterline (circa 60 mila euro) e acquistata dal presidente granata Romero per conto del patron Cimminelli.
2002-03 – 18° e ultimo in A, con 21 punti. Retrocesso in Serie B. Eliminato al 3° turno di Coppa Intertoto. Cimminelli e Romero riportano alla guida tecnica uomini Toro quali Ezio Rossi, Renato Zaccarelli e Roberto Cravero. 4 maggio: dalle 8 alle 15 in 50.000 sfilano in corteo, dal Filadelfia a Piazza San Carlo, passando per la Torre Maratona del Comunale e il cippo di Meroni in corso Re Umberto, per celebrare la “Giornata dell’Orgoglio granata”, nata da un’idea di Massimo Gramellini, giornalista di Repubblica di fede torinista.
2003-04 – 13° in Serie B con 59 punti.
2004-05 – 1° in Serie B con 74 punti ex-aequo con Genoa, Empoli e Perugia (3° per la classifica avulsa). Con Zaccarelli allenatore ad interim, il 26 giugno vince i playoff superando l'Ascoli e il Perugia ed è promosso in Serie A ma, a causa dei debiti con il fisco, non viene iscritto al campionato. 9 agosto: il Torino Calcio viene dichiarato fallito, ma avendo aderito, il 19 luglio, al lodo Petrucci, mantiene il titolo sportivo e l’ammissione alla B. 16 agosto: la FIGC affida il titolo sportivo alla Società Civile Campo Torino (denominazione presa dall’antico nome dello Stadio Filadelfia), nasce il Torino Football Club. 19 agosto: al bar Norman (l’ex birreria Voigt, dove il 3 dicembre 1906 tutto era cominciato) si annuncia che la proprietà verrà ceduta a Urbano Cairo, editore-pubblicitario alessandrino che il giorno prima aveva fatto una proposta di acquisto. 22 agosto: Luca Giovannone, imprenditore di Ceccano (Frosinone) che con 180.000 euro aveva contribuito al finanziamento per il lodo Petrucci e forte di una scrittura privata che gli garantisce il 51% delle azioni, rifiuta di vendere. 24 agosto: Giovannone cede, e diviene irreperibile. Rintracciato in un albergo a Moncalieri, poi assediato dai tifosi, rifiuta la mediazione offerta dal sindaco, Sergio Chiamparino, e dal Prefetto e, scortato dalla polizia, fugge. Il 26 agosto l'assemblea dei soci della SCC Torino delibera l'aumento di capitale a 10 milioni di euro, e nasce il Torino Football Club SrL con capitale da versare entro il 31 agosto; quasi alla mezzanotte, Giovannone vende e Cairo, bocconiano classe 1957 ex dipendente di Silvio Berlusconi, diventa (dopo l'avvocato Marengo) il secondo presidente del nuovo Toro.
2005-06 – 3° in Serie B con 76 punti. Vince i playoff superando il Cesena (1-1 e 1-0) e il Mantova (2-4, 3-1) e viene promosso in Serie A. Non partecipa alla Coppa Italia. Cancellato il Torino Calcio 1906. Nasce il Torino Football Club.
2006-07 – Pochi giorni prima che parta il campionato, Cairo sostituisce Gianni De Biasi, tecnico della promozione, con il disoccupato di lusso Alberto Zaccheroni. Il Torino esce al secondo turno in Coppa Italia.
(Christian Giordano)

Toro, il male oscuro (1987-2005)

Ore 21,15 circa del 21 maggio 1987, un giovedì. Sergio Rossi, dai più ritenuto l’ultimo galantuomo visto in granata, lascia la sede del Torino Calcio e, dentro di sé, la presidenza. Da allora, per quei colori, sarà un calvario. Finito, si spera, nell’agosto 2005 con l’insediamento del nuovo proprietario, Urbano Cairo.
A volte i destini di molti li decidono in pochi, in fretta e addirittura manovrati. È il caso dell’abbandono di Rossi, decisione che, letta a posteriori, segna l’inizio di un periodo molto tormentato per il Toro, in campo e soprattutto fuori. Mentre se ne tornava a piedi verso la propria abitazione in quartiere Crocetta, Rossi rifletteva sui suoi cinque anni a capo della creatura ereditata da Orfeo Pianelli. Rossi era un professionista stimato e, nel calcio, a causa di un gruppo di tifosi-belve – si saprà poi, ammaestrati da Gerbi e Michele De Finis – veniva deriso e insultato per l’unica colpa di averci (ri)messo dei soldi, lui imprenditore dell’indotto-Fiat che veniva additato come fantoccio degli Agnelli. Ma chi glielo faceva fare? E pensare che proprio per i suoi impegni extracalcistici aveva demandato il più possibile al braccvio destro Luciano Nizzola e a quel rampante dg cui si era rivolto dopo aver sedotto ed essere stato abbandonato da Italo Allodi, riparato alla Fiorentina: Luciano Moggi.
Al termine del campionato 1988-89, il Torino torna per la seconda volta in Serie B. Dopo la pronta risalita con al timone Eugenio Fascetti, la squadra disputa un’ottima stagione sotto la guida di Emiliano Mondonico e si qualifica per la Coppa Uefa davanti alla Juventus che, nell’unica stagione maifrediana, resta fuori dalle Coppe europee dopo ventotto anni di ininterrotta – e spesso amara – frequentazione. La cavalcata europea 1991-92 dei granata arriva alla finale, con l’Ajax, ma il doppio confronto è stregato: dopo il 2-2 di Torino, ad Amsterdam finisce 0-0, con tre legni colpiti e un rigore reclamato dal Toro ma non concesso dall’arbitro jugoslavo Petrovic, decisione che fa infuriare il “Mondo” che si sfoga alzando al cielo una sedia. Un gesto oggi inconcepibile, prima ancora che irrealizzabile – tra quarto uomo, delegati Uefa e mille telecamere – eppure talmente Toro da consegnarlo per sempre, assieme al suo autore, alla più classica iconografia del tremendismo granata.
Il riscatto con la malasorte è per l’anno successivo, con la conquista della quinta Coppa Italia ai danni della Roma, in un’altra finale incandescente, con tre discussi calci di rigore assegnati ai giallorossi, nella partita di ritorno all’Olimpico.
La conquista di quel trofeo ha però basi fragili: si scoprono numerosi falsi in bilancio commessi dalla società (tra cui la vendita in nero al Milan del miglior prodotto del vivaio, l’enfant du pays Gigi Lentini da Venaria Reale, che la portano a un passo dalla bancarotta: si succedono impianti societari disastrosi, che in poco tempo riescono a disfare il da sempre prolifico settore giovanile e ad abbattere lo storico Stadio Filadelfia.
La società, evitato per un soffio il fallimento, cambia presidenti (1987-89 Mario Gerbi, 1989-93 l’ingegnenere poco Onorevole Gian Mauro Borsano, 1993-94 il notaio-chitarrista Roberto Goveani, 1994-1997 l’ex numero uno laziale Gian Marco Calleri, 1997-2000 Massimo Vidulich, 2000-05 Giuseppe Aghemo poi Attilio Romero col patron-ombra Francesco Cimminelli) e allenatori come fossero calzini ma la china pare irreversibile: nel 1995 il derby perso 5-0 costa il posto al tecnico Nedo Sonetti e al termine della stagione la squadra retrocede in Serie B per la terza volta. Il ritorno in Serie A, perso ai rigori lo spareggio-promozione contro il Perugia nel 1998 (3-5 a Reggio Emilia), avviene nel 1999. Granata primi e Marco Ferrante capocannoniere, ma la gloria dura una stagione e seguiranno altre due retrocessioni, l’ultima nel 2002-03.
Nel 2000 l’intervento di Francesco Cimminelli salva la società (nel frattempo nuovamente retrocessa) dalla cancellazione. La nuova gestione centra subito l’obiettivo promozione, disputa un buon campionato nel 2001-02 (qualificazione per la Coppa Intertoto, dalla quale il Torino uscirà al terzo turno) poi, complici scelte e valutazioni sbagliate, incappa nell’ennesima annata balorda, chiusa all’ultimo posto. Cimminelli e il presidente Romero (quello alla guida dell’auto che investì Meroni) hanno riportato alla guida tecnica del club uomini Toro come Ezio Rossi, Renato Zaccarelli e Roberto Cravero. Ma è una vuota operazione di immagine.
Di fatto, il Toro perde quasi del tutto la propria identità: speculatori e affaristi contiinuano a darsi il cambio ai vertici della società, sballottata nella terra di nessuno fra la tradizione che la vorrebbe tra le grandi ma ricche del calcio italiano e le piccole provinciali, alle quali viene accostata solo per la storica capacità di sfornare giocatori che poi faranno la fortuna di altri club.
In un periodo così buio (eufemismo), l’identità del Torino viene mantenuta in vita dai tifosi: unica rimane la marcia popolare (50.000 persone secondo gli organizzatori, forse diecimila in meno la cifra più attendibile: comunque un numero impressionante) che il 4 maggio 2003, all’indomani della ennesima retrocessione in Serie B, affolla le strade della città, partendo dai resti del Filadelfia e toccando i luoghi di culto delle fede granata: la lapide commemorativa di Luigi Meroni e dei grandi di Superga, piazza San Carlo, dove la città da sempre festeggia i successi sportivi.
Per i tifosi del Toro l’ultima soddisfazione in Serie A risale al derby di andata della stagione 2001-02. Sotto di tre gol alla fine del primo tempo, il Torino, trascinato da capitan Antonino Asta e dalla strepitosa prestazione di Ferrante, riesce a pareggiare.
Il 26 giugno 2005, al termine dei playoff, in uno stadio stracolmo il Torino festeggia il ritorno in Serie A, contro il Perugia in una sorta di rivincita dello spareggio del 1998. Ma la gioia dura poco: 38 milioni di euro di imposte mai pagate fanno sì che al Torino venga negata l’iscrizione al Campionato di Serie A, costringendo Zaccarelli (ds riciclato in panchina al posto dell’esonerato Ezio Rossi) e la truppa, non retribuita eppure in ritiro ad Acqui Terme, prima ad attendere gli esiti dei ricorsi presso la giustizia sportiva e amministrativa e poi, il 12 agosto, al rompete le righe.
Ricorsi che, dopo 5 gradi di giudizio e altrettante bocciature in 40 interminabili giorni, verranno respinti a causa della mancata presentazione - da parte dell’azionista di maggioranza - della fidejussione da 38 milioni di euro necessaria a garantire la copertura delle insolvenze pendenti con l’erario: il 9 agosto 2005 il Torino Calcio viene ritenuto non idoneo all’iscrizione del Campionato. Dopo 99 anni di storia la società viene dichiarata fallita, con la susseguente cancellazione dal panorama calcistico.
Defunto il Torino Calcio, una nuova cordata d’imprenditori (tra i più noti, Sergio Rodda, Manlio Collino, Gianni Bellino e Alex Carrera) facenti capo all’avvocato Pierluigi Marengo, ma con limitate risorse finanziarie, si fa carico di far rinascere un nuovo club professionistico e, attraverso la creazione della Società Civile Campo Torino (denominazione presa dall’antico nome del Filadelfia), il 19 luglio presenta la domanda per l’ammissione al lodo Petrucci, che garantisce il trasferimento alla nuova società del titolo e dei meriti sportivi, in modo da evitare di dover ripartire dalla Serie C, e avvia le pratiche per l’iscrizione al Campionato di Serie B.
La prima proposta economica viene però ritenuta insufficiente dalla FIGC: alla cordata si aggiunge allora la sponsorizzazione della municipalizzata SMAT (società che gestisce l’acquedotto torinese).
Il 16 agosto 2005, la FIGC affida alla SCC Torino il titolo sportivo del Torino Calcio: la nuova dirigenza, ripartendo da zero, acquisisce l’onere e l’onore di rifondare tutto: l’organigramma societario, tecnico e amministrativo e il parco-giocatori. Il 19 agosto, nel bar Norman (l’ex birreria Voigt, dove cento anni prima in 23 avevano fondato il Torino), durante la conferenza stampa, anziché illustrare il nuovo organigramma, si annuncia che la proprietà verrà ceduta a Urbano Cairo, 48enne editore-pubblicitario alessandrino che il giorno prima aveva fatto una proposta di acquisto.
Quando tutto sembra far propendere per il passaggio a un acquirente facoltoso, il 22 agosto, Luca Giovannone, imprenditore laziale di Ceccano (Frosinone) che con 180.000 euro aveva contribuito a finanziare l’ammissione al lodo Petrucci, facendosi forte di una scrittura privata (avuta da parte del presidente dei cosiddetti “lodisti”) che gli garantiva il 51% delle azioni del nuovo Torino, rifiuta di vendere. Il 24 agosto Giovannone dichiara di essere disposto a passare la mano, poi cambia ancora idea (facendo infuriare il popolo granata, che già acclamava Cairo neopresidente), e si fa di nebbia. Rintracciato in un albergo a Moncalieri, poi assediato dai tifosi, rifiuta il tentativo di mediazione offerto dal sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, e dal Prefetto e, scortato dalla polizia, lascia la città. Il 26 agosto l’assemblea dei soci della SCC Torino delibera l’aumento di capitale a 10 milioni di euro, e dà vita al Torino Football Club Srl. Con capitale da versare entro il 31 agosto, giorno in cui, quasi a mezzanotte, Giovannone cede: il 2 settembre viene firmato l’atto notarile e Cairo, succedendo all’avvocato Marengo, diventa il secondo presidente nella storia del nuovo Toro.
Il 12 luglio 2006 Cairo acquista all’asta fallimentare per 1.411 mila euro il marchio del “vecchio” Torino, più le coppe e i cimeli del Grande Torino. Una settimana dopo, la squadra, rinforzata con gli ultimi innesti, alcuni dei quali acquistati la sera prima, debutta battendo l’Albinoleffe. Al mercato di gennaio, il patron rivolta la squadra (spendendo un enormità: 4 milioni di euro solo per la punta Elvis Abbruscato) ma alla fine avrà ragione. I granata terminano al terzo posto, conquistando i play-off, poi vinti contro Cesena (1-1, 1-0) e Mantova (2-4, 3-1). Ora è di nuovo Serie A, e prima di cominciarla Cairo ha esonerato De Biasi, il tecnico della promozione, e chiamato il disoccupato di lusso Alberto Zaccheroni. Non un bel segnale, ma bruscolini in confronto a quel giovedì di 19 anni fa. Altro che Male oscuro, il tifoso granata, per debellarlo, ha esercitato altre letture: il mestiere di sopravvivere.
(Christian Giordano)