giovedì, gennaio 25, 2007

La maglia del soldato


«Se la guardi giocare e poi vai a vedere il museo delle belle arti, apprezzerai di più certi quadri». Lo dice Lajos Tuchtan, operaio alle acciaierie Csepel (a 200 fiorini il mese), al figlio Gábor, figura centrale di un romanzo-verità che attraversa la storia. Quella della grandissima Honvéd trapiantata nella Aranycsapat, la Squadra d’oro, «e di un giocatore, se possibile, ancora più grande, Ferenc Puskás», come scrive nella prefazione Roberto Beccantini. E quella, con la maiuscola, della rivoluzione ungherese del 1956.
Solo dopo averle fatte proprie si sconfigge il pregiudizio derivante dal duplice artificio letterario scelto dall’autore, giornalista per Repubblica di cronaca, sport e varia umanità: raccontare l’epopea della Honvéd-grande Ungheria con gli occhi e il cuore di un personaggio immaginario di un “romanzo nonfiction”. L’ossimoro racchiude infanzia e adolescenza di Gábor, amico di Sándor, il figlio del custode del vecchio stadio, di quattro anni più grande, che è il piu bravo a giocare a pallone e ha un asso pigliatutto: conosce Puskás, l’idolo del Paese.
La narrazione comincia nel 1949, quando viene posta “La prima pietra” del Népstadion, lo stadio del popolo, che Lajos e Gábor contribuiscono a costruire in una domenica lavorativa che per il bambino di nove anni non avrà seguito. Perché «signor Tuchtan, come lei sa noi siamo per i diritti dei lavoratori. Se facciamo vedere certe cose, poi la propaganda borghese e controrivoluzionaria potrà dire che sfruttiamo i bambini. Sappiamo che lei era in buona fede e per questo non prenderemo provvedimenti. Ma stia atttento la prossima volta».
I Tuchtan vivono nel quartiere di Köbánya, Sándor in quello popolare di Kispest, la cui omonima squadra, in origine rossonera, sarebbe diventata la leggendaria Honvéd (“soldato” in ungherese): alla lettera, difensore della patria; in soldoni la squadra dell’esercito. Sulla casacca rossa il nero viene sostituito dal bianco che, unito al verde dell’erba, porta in campo i colori della bandiera nazionale: al cui centro mai deve mancare lo stemma con falce e martello, i simboli del Partito.
Alla fortissima Honvéd confluiscono, volenti o nolenti, i migliori talenti d’Ungheria. Tranne isolate eccezioni, pilotate dall’alto, come i nazionali Hidekguti, Lantos e Zakárias, rimasti all’MTK – assieme al Ferencváros, club storicamente di destra, l’altra grande della capitale –, presto ribattezzata Textiles, Budapesti Bástia e Vörös Lobogò quando diventa emanazione della ÁVH, la famigerata Polizia segreta. I cui metodi erano così persuasivi da far coniare un neologismo: csengöfrász – terrore del campanello – cioè la paura che quelli della notte ti squillassero alla porta di casa. Allora sapevi quando e dove saresti andato – caricato su Poboda nere con tendine scure ai finestrini, destinazione fortezza di Fö utca –, non se e come saresti tornato. E a quale delle tre categorie di cittadini ungheresi saresti appartenuto: chi è stato in prigione, chi è in prigione, chi andrà in prigione.
Gábor cresce nel mito del comunismo che funziona. La nazionale del Ct «buon comunista» Sebes conquista l’oro a Helsinki 52 superando 2-0 la Jugoslavia del revisionista Tito in una finale in cui, parola del Primo ministro Rákosi, «la sconfitta non sarà tollerata». Poi batte i maestri inglesi nella Partita del secolo (25 novembre 1953, 3-6 a Wembley, sin lì inviolato) e li umilia nel suo Népstadion (7-1 il 23 maggio 1954). Il titolo mondiale, a Svizzera 54, sembra una formalità, il normale coronamento di un piano quinquennale calcistico, per una squadra che dal 1950 al 1956, su 50 partite, ne perderà solo una. Quella sbagliata. La Sconfitta (3-2 in finale col Colonnello zoppo e contro la Germania Ovest dell’epatite di gruppo) cambierà tutto. Perché «quella squadra era tutto quello che avevano».
Il 23 ottobre 1956 scoppia la rivolta contro la dittatura comunista. Gábor la sostiene ma si sente sempre socialista. Lajos e mamma Ilona salgono sull’ultimo treno per Vienna, che i sovietici non fermeranno, lui scende. Il maggiore Puskás & C., fuggiti all’estero, da eroi – cui tutto si perdona, persino il contrabbando di calze di nylon – diventano traditori. Mosca invia i carri armati, prima i T34 poi i più temibili e coriacei T55. I sogni (di libertà, democrazia, sviluppo) muoiono all’alba. Nel sangue. «Sono contento che abbiamo perso – dice Sándor all’amico – Serviva perdere la Rimet, per ribellarsi. Per la dittatura nessuno protesta». La squadra che, venti anni prima dell’originale, aveva inventato il calcio totale si era spezzata. Ma non piegata.
(CHRISTIAN GIORDANO)

Luigi Bolognini
La squadra spezzata
L’Aranycsapat di Puskas e la rivoluzione ungherese del 1956
Prefazione di Roberto Beccantini
Limina, 150 pagine, 14 euro

1 commento:

  1. Salve. Premetto che ti leggo (concedimi il "tu") sul GS e su ASB, con molto piacere ed interesse, sia per il modo di scrivere che per la preparazione e gli argomenti trattati
    L'aneddotica su Helmut Ducadam è sterminata, come è sterminato la luminosità dell'impresa compiuta in una finale di Coppa dei Campioni (non ancora Champsions Lig, alla Galeazzi). Tuttavia sulle "mani di Ducadam" vs. Nicu Ceausescu se ne leggono sempre di diverse. Quanto scritto da te mi è nuovo, che fonti hai?
    Luigi Scrimieri
    (luigiscrimieri@yahoo.it)

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