mercoledì, luglio 04, 2007

Le amnesie di Adriano


«Il Milan del futuro? Un’organizzazione come la Warner Bros. e la Disney». Gli è sempre piaciuto pensare in grande, all’Adriano. All’americana. Anche per questo gli piace tanto la NBA: sports-tainment (intrattenimento sportivo) puro, arene faraoniche e piene, idem le tasche. La Lega dei sogni, che lui vorrebbe mutuare senza mutualità né altri pasticciacci brutti quali salary cap, luxury tax (in estrema sintesi, la “multa” se sfori il tetto salariale: un dollaro per ciascun in esubero), cessione collettiva dei diritti tv (meglio farla allo specchio: da presidente di Lega all’ad Mediaset), Draft, modifiche regolamentari non a stagione in corso e volte a proteggere lo spettacolo agonistico, oltreché business. Ché, se li disgiungi troppo, alla lunga il secondo te lo scordi. Perlomeno nel Paese che, pur tra abnormi magagne, uno straccio di Antitrust prova a darselo. Perfettibile e aggirabile sì ma non fittizio. E di certo poco disposto a tollerare che il Commissioner - qualcosa di più che presidente esecutivo - del barnum abbia le mani in pasta anche in solo una delle franchigie componenti.
Ma ce lo vedete un David Stern che, al termine della serie di Finale - dopo aver tifato come un invasato -, si precipita sul parquet e con aplomb super partes, teorica peculiarità del ruolo, proceda alla premiazione, magari consegnando il trofeo alla squadra che ha appena battuto quella di cui è amministratore delegato e/o vicepresidente vicario? All’Adriano è successo, e senza nemmeno i playoff. Quelli, col calcio, c’entrano poco.
C’entra, invece, e molto, questo brianzolo purosangue (è nato a Monza, il 30 luglio 1944), che la passionaccia la coltiva sin da ragazzino. E a costo di prenderle di brutto. Nel luglio 1954, in vacanza al mare con la famiglia, scappa dalla pensione Mariuccia di Arenzano per andare a Genova a vedere la finale mondiale su una sorta di maxischermo ante-litteram, posto nella centralissima piazza De Ferrari, autentica agorà cittadina. Figlio di un segretario comunale (a Lissone, provicnia di Milano) e di una piccola imprenditrice del settore tessile (deceduta quando Adriano ha 15 anni), dopo il diploma di geometra il primogenito trova, grazie alla dritta del padre, un impiego all’Ufficio di edilizia pubblica del Comune di Monza. Vi resta otto anni prima di licenziarsi, nel 1976, come baby-pensionato e aver maturato il diritto - sul quale ironizzeranno in tanti - a 223,83 euro mensili di previdenza sociale. Tutto lecito, i contributi vennero versati. Ma in pubblico Galliani sostiene che tutto era stato fatto d’ufficio, mentre è notorio che nell’ente preposto l’iter burocrativo si avvia solo previa domanda.
La gavetta da imprenditore, vocazione ereditata «da parte di madre, che l’aveva nel dna», lo vede mettersi in proprio nel settore citofoni, poi nella gestione di un villaggio turistico con stabilimento balneare a Vieste sul Gargano, sciroppandosi ogni fine-settimana, in Fiat 500, un viaggione che ai tempi sa tanto di Nuova Frontiera: «Allora, l’autostrada arrivava fino a Bologna poi bisognava fare l’Adriatica». Ipotecando l’appartamento, con due soci rileva la Elettronica Industriale, società che produce apparati di ricezione (in sostanza, antenne), e si cambia la vita. Anche stavolta con lo zampino di papà, cui l’ingegner Ottorino Barbuti aveva dato l’illuminazione: il futuro è l’emittenza privata, e a colori. La Tv Svizzera di lingua italiana e Capodistria li hanno già, mentre la Rai, secondo Adriano, «era un mortorio». Galliani Jr si mette in testa (ancora lontana dalla versione zio Fester) un’idea meravigliosa. Il genitore acquista cocuzzoli di montagna (anche senza «la neve alta così», per dirla alla Edoardo Vianello), e li appalta. Il rampollo vende su scala industriale apparati di ricezione. E “sfratta” dalle vecchie frequenze la Tv Svizzera: chi vuole continuare a riceverne il segnale, deve acquistare i convertitori. Prodotti dalla Elettronica Industriale di Lissone. «Un trucchetto un po’ da banditi» ammetterà Adriano, e reso possibile dall’anacronistico buco legislativo del periodo. E quando i Carabinieri proprio non possono fare di chiudere entrambi gli occhi, vai coi sigilli ai gabbiotti che ospitavano i trasmettitori, peraltro non fuorilegge perché legge non c’era.
«Non vorrei raccontare una storia troppo piratesca e sembrare uno di quei baronetti inglesi che prima avevano fatto i corsari - racconta Galliani in una vecchia intervista rilasciata a “Epoca” - Comunque con quel sistema cominciammo a vendere decine di migliaia di convertitori la settimana. Dalla fabbrica di Lissone consegnavamo le apparecchiature ai rivenditori di materiali elettrici che, oltre alle apparecchiature, “distribuivano” il segnale. Una specie di catena di Sant’Antonio: prendevano il segnale al nord della regione, lo trasportavano al sud e ce lo “riconsegnavano”. Noi lo passavamo a un altro concessionario e così via. Con questo sistema arrivammo sino a Messina con TeleCapodistria e con la Tv svizzera. E finalmente, nel 1975, con la legge di Riforma della Rai, la cosa divenne legale». Con la benedizione di Bettino Craxi, amico di Silvio Berlusconi. Galliani lo diventa, pur continuando a dargli del lei, da Ognissanti del 1979. Sulla scia della sentenza del 1976 nella quale la Corte Costituzionale riconosce la legittimità alle Tv locali, nasce nella magione di Arcore, durante la storica cena, la Duplice Alleanza che cambierà i destini della emittenza (non soltanto privata) italiana. Galliani ci mette frequenze e ripetitori (tra i suoi clienti figurano possessori di tv locali, tra cui Mondadori, cui servivano ponti per estendere la copertura dei segnali). L’altro il resto. Il prodotto finale si chiamerà Canale 5. «Avevo spiegato le stesse cose in tanti incontri alla Rizzoli, alla Rusconi, alla Mondadori... Non capivano! - ricorda Galliani - Berlusconi invece capisce al volo e, tra la prima e la seconda portata, mi dice: “Senta, faccia lei il prezzo e io acquisto il 50% delle azioni di Elettronica Industriale”». “OK, il prezzo è giusto”, verrebbe da dire, usando il titolo del quiz che presto sarebbe entrato nelle case italiane dalla rete ammiraglia del gruppo Fininvest. «Feci il prezzo - continua Galliani -, ma inferiore a quello di mercato perché capii al volo che dovevo stare vicino a un uomo così. Dopo quel colloquio e quell’accordo partii ventre a terra per costruire la rete di trasmissione e cominciai ad allestire tante emittenti regionali, poiché solo quello si poteva fare... Chiamai a raccolta tutti i miei commandos (testuale, ndr) e a tutti dicemmo di abbandonare le trasmissioni della Svizzera italiana per spostarsi su quelle di Canale 5. Un anno dopo, nel novembre 1980, la rete era completata... A quel punto Berlusconi (che aveva cominciato con la sola Telemilano 58, ndr) ebbe un’idea geniale, determinante per il successo: capì che non c’era spazio per una Tv che trasmettesse in ambito locale, vivendo quindi di pubblicità locale. C’era bisogno di grandi inserzionisti, che a loro volta avevano bisogno di reti nazionali e soprattutto di inserire i loro messaggi nello stesso prodotto televisivo».
La vera genialata però è il cosiddetto “pizzone”, da spedire alle emittenti consociate e contenente gli stessi programmi preregistrati e spot pubblicitari, per trasmettere in simultanea e aggirare così il divieto alle trasmissioni in diretta. Con l’acquisizione di Italia1 e di Retequattro (da Mondadori, l’1 gennaio 1985) la Fininvest era pronta a conquistare i mercati televisivo e della pubblicità. Il mica tanto fantomatico regime imperante oggi in Italia, quello mediatico-pubblicitario, nasce lì. Prima però va sistemato qualche cavillo legale. Nell’85 qualche pretore dispone l’oscuramento dei canali Fininvest, per l’extralegalità - chiamiamola così - degli impianti. Alla “sanatoria” provvede il governo. Del socialista Craxi.
Nel 1986 Berlusconi acquista il Milan. Galliani vanta un’esperienza dirigenziale nel Monza - e un passato da tifoso juventino, sul quale soprassiede volentieri («una certa juventinità in Brianza c’è, bisogna ammetterlo... Tifavo Monza, ma per il Milan ho sempre ho avuto forte simpatia»). Consequenziale che sia lui ad occuparsene. «Dottore, lavoro dodici ore il giorno dal lunedì al venerdì, ma il weekend è per il Monza», fu il manifesto programmatico subito esposto dall’Adriano al nuovo socio. Ma ben presto, a colorargli il fine settimana, il biancorosso lasciò il posto al rossonero. La luce dei riflettori però la trova solo quando si spengono. Accade nel Vélodrome di Marsiglia, il 20 marzo 1991, retour-match di Coppa dei Campioni. Dopo l’1-1 di “San Siro”, al 90’ il Milan è sotto per 1-0 contro l’Olympique. Il Geometra con tanto di impermeabile alla tenente Colombo indaga il giusto nei regolamenti per intuire che con quella oscurità (molto parziale: si rompe solo il riflettore alla sinistra della tribuna centrale) non si può giocare. E ritira la squadra. Al posto della partita vinta a tavolino, il Milan incassa dall’Uefa un anno di eurosqualifica. Sarà un caso, ma quell’estate viene istituito il Trofeo Luigi Berlusconi. Diretta tv su Canale 5.
All’Adriano la Tv piace tanto che nel 1993-94, quando nasce Tele+, Galliani entra nel CdA, in quello di Mediaset c’era già. E sempre da secondo violino. E quando il Cavaliere, dopo essere «sceso in campo» in politica, deve almeno far finta di delegare, l’effettivo plenipotenziario di via Turati dichiara la propria vocazione alla viceleadership, anche in rossonero: «La presidenza non mi spetta, perché il presidente può essere solo Silvio Berlusconi». Alta fedeltà.
Qualche caduta di stile, certo non nel look: impeccabili i completi scuri “alla milanese” Tincati e le cravatte gialle della parigina Hermès, e sporadici incidenti di percorso (pochi acquisti sbagliati, il recente rinvio a giudizio per falso in bilancio e quello, più datato, del GIP Fabio Paparella per frode fiscale a conclusione dell’indagine preliminare sui contratti di sfruttamento dell’immagine relativi ad alcuni calciatori e atleti di società sportive controllate dalla Fininvest attraverso la (poi defunta) Polisportiva Mediolanum, il processo per i dieci miliardi di lire in nero nell’acquisto dal Torino dell’ala Gianluigi Lentini, ma lì scattò la prescrizione), non può offuscare una realtà incontrovertibile: il Milan targato Galliani - a parte qualche caduta di stile è una multinazionale che, per organizzazione, risultati sportivi ed economico-finanziari, indotto, è nell’élite del calcio mondiale.
Lo stesso non si può dire della Lega Nazionale Professionisti, alla cui presidenza succede a Franco Carraro, formalmente dal 9 luglio 2002 e dovendo lasciare i cda di Mediaset e Tele+, dopo che questi ha assunto quella della Figc. In via Rosellini è tempo di lunghi coltelli tra il patron romanista Franco Sensi, allora avversario dell’asse Juventus e Milan - sorto dalla cementata amicizia fra il Geometra e l’allora ad bianconero Antonio Giraudo, e il giovane Stefano Tanzi, all’epoca presidente del Parma. Come sia passata ’a nuttata, è noto. Meno lo è la velocità con cui è diventato cittadino comunitario Andriy Shevchenko, anticipando di parecchio l’integrazione dell’Ucraina nell’UE (previsto per il 2017, per ora è membro della Politica di Vicinanza Europea). Ma la vera perla è l’accordo, siglato nella tarda serata del 28 giugno 2004 dal Galliani presidente della Lega, con Mediaset (!) per la cessione triennale (a 86 milioni di euro) dei diritti tv per il via-digitale terrestre, cavo e ADSL, relativi a Milan, Juventus e Inter. Il Geometra ha fatto bene i conti, ma ha lasciato fuori le altre 39 fra società di A o B. Il 23 marzo 2005 Galliani viene rieletto presidente. La sera del 22 giugno 2006, dopo il deferimento da parte del procuratore federale Stefano Palazzi, che indaga sullo scandalo di Calciopoli, Galliani si dimette, ma in una lettera ai consiglieri ribadisce la propria «totale estraneità da ogni addebito». Certe telefonate dell’addetto agli arbitri milanista, Leonardo Meani, gli costeranno, in secondo grado, da parte della Corte Federale, nove mesi di inibizione, poi ridotta a cinque più una multa dall’arbitrato del CONI. Ma a un dirigente nato qual è Galliani si perdona tutto. Il calcio, in fondo, è una grande famiglia. Allargata.
Come quella messa su dall’Adriano, che ha una sorella, Rita («più piccola di tre anni: molto diversa da me. Vive a Monza, fa la bibliotecaria, è sposata e senza figli), è il frutto di tre matrimoni: il secondo fu con Daniela Rosati, ex conduttrice Mediaset di programmi sulla salute; il terzo, celebrato il 9 ottobre 2004, è con Malika El Hazzazi, 31enne modella marocchina. Dalla prima moglie ha avuto tre figli: Nicol, Gianluca e Fabrizio. Gianluca Galliani è un enfant prodige nella musica rock: è bassista nel gruppo Settevite, proprietario del canale satellitare alternative Rock tv e, in team con la Sugar di Caterina Caselli, produttore discografico di About Rock, nuovissima etichetta Indie. Prossimamente ma non su questi schermi, un’altra grande storia. All’americana.
Christian Giordano

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