mercoledì, agosto 01, 2007

Della Valle, il kennediano


Mettiamo che. Appena alzato, uno appoggi sul fornello una caffettiera (Bialetti, accordo di lock up sul 10% per tre anni da maggio 2007). Che si vesta con i simboli del lusso made in Italy (Hogan, Fay e le trendissime scarpe Tod’s; il cashmere Ballantyne). Che sfogli un quotidiano (CorSera, 2% del gruppo RCS dal 2003). Che in scooter (Piaggio, 2% con opzione per un altro 3% dal 4 giugno 2007), assicurato con le Generali (ingresso nel cda e quote accresciute nel 1999), faccia un salto in banca: Bnl (presieduta dall’amico Luigi Abete, fratello del Giancarlo presidente della Figc; 4% e posto nel cda acquisiti nel 1998), Comit (nel cui cda è dal 1999) e Mediobanca (quella di Carraro, ex boss Figc; 2% dal 2002). Che, a fine giornata, si rilassi fra mura arredate con la crema del design italiano: Poltrona Frau e Cassina (dal 2001 con Montezemolo).
Questa Nuova Frontiera del “way of life” non solo esiste ma è segnata da una sottile linea viola, colore sociale del club calcistico di proprietà - come ogni marchio citato - del Cavaliere del Lavoro (dal 1996) Diego Della Valle. E del fratello Andrea, di 12 anni più giovane, che della Fiorentina è il presidente. Diego, patron della società in cui caccia il grano dal 2002, invece non è tesserato. Una fortuna, se ci si sente al telefono con Innocenzo Mazzini.
Nato a Casette d’Ete (Ascoli Piceno) il 30 dicembre 1953, Diego frequenta per quattro anni Giurisprudenza all’università di Bologna («mi è piaciuta, ma non avevo la vocazione accademica»), prima di mollare gli studi e andare a farsi le ossa negli States, dove trova la folgorazione: per JFK. John Fitzgerald Kennedy. Nel 1975 entra nell’azienda fondata nel 1920 dal nonno paterno Bernardo Filippo, che nel paesino di circa 4.000 abitanti, fra le colline elpidiensi e il fiume Ete, aveva un laboratorio da calzolaio, e ampliata dal dei lui figlio Dorino che nel 1940 aveva avviato una manifattura di calzature. Diego, come da indole, inizia col basso profilo, gestendola a quattro mani col padre. La mente, invece, è sempre più la sua. A 23 anni, organizza all’Hotel Hilton la presentazione della linea di scarpe paterna. Dai grandi magazzini fioccano ordinazioni, e la rietichettano con il proprio nome. La creazione del marchio J.P. Tod’s (trovato sull’elenco telefonico di Boston e poi abbreviato a Tod’s) e del celeberrimo “gommino”, il mocassino scamosciato con 133 chiodini, data 1978. Dal 1980 succede al padre, e pressoché contestualmente comincia la grande espansione che, nel 2000, arriva fino in Borsa: +60% in un anno. Nel 1986 lancia il marchio Hogan.
Le amicizie che contano invece risalgono ai tempi dell’università, peraltro mai terminata («L’ho frequentata per quattro anni e mi è piaciuta, ma non ho mai avuto la vocazione accademica»). Su tutte, quelle con Luca Cordero di Montezemolo e il magnate bolognese Paolo Borgomanero (oggi consigliere viola), futuri soci in affari. Col primo, nel 2001 - mediante la holding lussemburghese Dorint - crea il fondo di private equity Charme Investments. Con entrambi, dopo una casuale scommessa fatta quando erano studenti, punta sulla storicità di un profumo risalente al 1916: l’Acqua di Parma. Alla cui «leggerezza delle note agrumate, esaltate da tocchi di lavanda, rosmarino, verbena, e riscaldati dalla passionalità della rosa bulgara» non resisteva Audrey Hepburn, testimonial di scarpe da lei mai indossate: le Tod’s. «L’eleganza essenziale e imperitura del packaging, eco dei fasti dello stile art déco, è un richiamo salutare a tempi in cui la vera eleganza si basava sulla discrezione». Questo il marketing della società controllata per il 50% attraverso la Louis Vuitton Moet Hennessy, polo francese del lusso internazionale. La realtà, specie quella suo ingresso nel calcio, appare diversa.
Sempre da «persona perbene», ma spesso col tatto di un elefante in una cristalleria. Non pesta preziosi di Boemia bensì calli di vecchi lupi abituati alla legge della giungla. Dove i Robin Hood con la faccetta e i modi da professorino non sono graditi anche se fanno di tutto per mandarli giù. In B. «Siamo sotto schiaffo, con certa gente più che prendercii un caffè che posso fare?» chiederà a Moggi un Diego in caduta libera. «Prendici un cappuccino, ti devi incazzare, una scrollatina a settimana», la risposta del Lucianone nazionale.
E dire che di calcio Diego s’era sempre interessato il giusto, senza troppa passione (quella l’aveva Dorino, che lo portava a vedere la Grande Inter di Moratti senior). Vi aveva fatto capolino, sì, nel cda dell’Inter di Moratti junior, ma quando aveva capito di contare brisa, s’era defilato. Lo aveva fatto anche in politica. Ex elettore del Pri, nel 1993 è tra i finanziatori di Forza Italia, il nascente partito di Berlusconi, e l’anno dopo lo vota. Già nel 1996, però, non condividendone i metodi, se ne allontana. Nulla di paragonabile con lo scontro frontale, in tv a “Porta a Porta” e nello storico convegno di Vicenza, che indurrà Della Valle a dimettersi dal Consiglio Direttivo della Confindustria, presieduta da Montezemolo, «un fratello», «al fine di evitare strumentalizzazioni dannose all’associazione e agli amici imprenditori». Uno fraterno, di professione deputato, è Clemente Mastella, che in vista delle Politiche del 2006 gli offre la candidatura nell’Udeur. Rifiutata. Nel calcio, invece, non ha potuto o saputo dire di no.
Tre mogli (dall’ultima, Barbara Pistilli, ha avuto Filippo, 10 anni), Diego è legato alla famiglia e alle origini. Le ritrova quasi ogni domenica, dopo una settimana di lavoro nella ultramoderna sede della Tod’s (dove campeggia una gigantografia di JFK). Inaugurata nel 1996, fa tanto White House e un pelino clinica del sordiano dottor Tersilli. Dietro un lungo e basso esterno in marmo bianco, i corridoi impeccabili vengono messi in risalto da immagini di prodotti diventati icone, mentre una scala futuristica in cromo, disegnata dall’architetto israeliano Ron Arad, conduce al primo piano. Quello del laboratorio prototipi. Nel complesso, all’americana, c’è spazio per palestre, asilo nido per i figli dei dipendenti (compreso Filippo, che ora frequenta la scuola elementare locale), outlet. Ma non per i sindacati. Il tacito accordo è: io vi faccio star bene, quindi non menatemela troppo con gli straordinari. Contrasta con la fama di imprenditore “etico”, ma fa comodo a tutti. Non siamo alla famiglia allargata, ma qui la minaccia cinese pare più lontana. E nessuno se la prende troppo se in una delle proverbiali sfuriate, la voce del padrone esagera coi decibel. Subito dopo gli scappa la battuta, e colleghi come prima.
«Il signore», come lo chiamano in azienda, non trova strano che l’ultimogenito frequenti i figli degli operai che il titolare ha a libro-paga e che tagliano, incollano e assemblano dai 45 ai 70 pezzi che compongono ogni paio di Tod’s: «Abbiamo ruoli diversi» è il mantra recitato senza ombra di predica dal boss «ma questo non ci rende migliori o peggiori degli altri». Emanuele, 32 anni, nato dal primo matrimonio, ha provato a ritagliarselo, un ruolo, all’interno del Gruppo: come direttore di Hogan e capo di Formapura e Lightbulb Productions, agenzie che spaziano dall’organizzazione di eventi alla produzione di film. Vive più in America che in Italia, e ha sposato in gran segreto una giornalista statunitense, Joanna Iacovini. Nella vita quotidiana, lo stile Della Valle è improntato all’educazione, all’eleganza. E al lusso, meglio se non ostentato. Dopo il pranzo in collina a Villa Brancadoro, magione del XVII secolo ricavata da un convento medioevale in 100 acri fra piante di limoni e ulivi, campi da calcio, tennis e bocce, un lago artificiale e una cappella, il presidente e ad della Tod’s SpA raggiunge in elicottero - un Dolphin bimotore - l’aeroporto Raffaello Sanzio di Falconara (Ancona). Lì s’imbarca sul suo Falcon 200 e vola a Parigi, New York, Tokyo. E Milano, dove nella lavagna di sughero dell’ufficio, in corso Venezia, c’è una foto che lo ritrae in piedi vicino al re di Spagna al quale sembra annusare la scarpa. Una Tod’s?
Poche le concessioni alla mondanità. Al Cala di Volpe, uno dei più eleganti alberghi della Costa Smeralda, a Capri o a Coral Bay, località di Sharm-el-Sheik appiccicata al villaggio Valtur nella quale papà Dorino ha un villone (pare vendutogli da Alba Parietti, cui lo aveva donato l’imprenditore Preatoni), Diego arriva coi giornalisti Carlo Rossella e Enrico Mentana. Frequentazioni vip costategli 50.000 euro per l’acquisto dal settimanale “Oggi” di materiale fotografico riguardante egli stesso e l’amico Luigi Abete e, nel marzo 2007, una visitina dal pm della Procura di Potenza, Henry John Woodcock. In relazione all’inchiesta Vallettopoli, è stato ascoltato come persona informata sui fatti. Cioè l’aver sborsato quella cifra «per tutelare la privacy degli ospiti in vacanza sul mio yacht. Nessuno ha tentato di ricattarci, anche perché non ve ne sono i presupposti né siamo una famiglia che accetta ricatti. Non conosciamo Corona, mai avuto a che fare con lui». Questo il succo dell’interrogatorio. «Mi capita di finire in situazioni di turbolenza - le parole a uso della stampa - forse perché qualcuno vorrebbe dirmi: meglio parlare poco, non dare fastidio e mettere meno il dito sulle cose».
Ci aveva provato anche nel calcio, prima di essere sedotto e abbandonato da Moratti, Zamparini, Garrone e Tanzi Sr. Da questi, dopo il crac Parmalat comprò il Te vega, veliero da 41 metri che fa parte della flotta di casa assieme al Marlin (Lobster Boat che fu di JFK), a una J Class che disputò la Coppa America del 1930 (51 metri di albero) e alla Altair (un rompighiaccio da gitarelle). In garage, Lancia Phedra e una Chrysler a Milano; poi una Dune Buggy e le Ferrari. Plurale.
Rimasto solo, si piegò alla Cupola, anche se non l’ha mai ammesso. «Siamo sotto schiaffo», disse a Moggi, prima che quello si prodigasse per salvare la Viola. «Certi errori non li faremo più», chiosò Andrea con Mazzini, il regista occulto.
Inibito dalla Corte federale per 3 anni e 9 mesi con ammenda di 55.000 euro, Diego si vedrà ridotta la sanzione dall’Arbitrato del Coni a 8 mesi e 5 giorni; per Andrea (3 anni e 35.000 euro) lo sconto sarà di 18 mesi. Incidentucci che a Firenze li hanno resi ancora più popolari. Anche perché, alla Fiorentina, le promesse le hanno mantenute. A parte il centro sportivo. La società, Campus Viola, c’è, l’area pure: oltre 100 ettari a Incisa Valdarno. Zona di oli e di vini (il Violone, prodotto a Lippiano con gli enologi Umberto Trombelli e Giacomo Tachis), non di pallone. Ma mettiamo che...
Christian Giordano

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