mercoledì, agosto 29, 2007

Trézégol-machine


Discesa e cross di Thierry Henry, Trezeguet segna: tutto qui il Monaco di fine secondo millennio. Chiare sin dagli esordi l’estetica (poca) e la poetica (tantissima) di “Trezegol”, nickname tanto azzeccato e sentito da dare il nome al sito ufficiale di un predatore che in area ha pochi eguali (Filippo Inzaghi e Vincenzo Montella oggi, Gerd Müller nei Settanta). E nessuno di quel fisico (1,87 x 75 kg), agile e possente quanto fragile.
La storia di David Sergio Trezeguet (Rouen, 15 ottobre 1977) inizia a fine Ottocento, quando il bisnonno Jean Albert lascia Lot-et-Garonne, dipartimento della Francia sud-occidentale, per cercare fortuna in Argentina. La trova, e mette su famiglia. Uno dei due figli, Prospero, fa altrettanto a Buenos Aires, dove il 13 maggio 1951 nasce Jorge, futuro papà di David e libero al Chacarita Juniors poi all’Estudiantes. Jorge sposa l’argentina Beatriz e nel 1976 va a giocare a Rouen, la città di Flaubert e del rogo di Giovanna d’Arco. E di David, primo Trezeguet nato (il 15 ottobre 1977) in Francia dopo la traversata del trisavolo. Ma nel piccolo alloggio della residenza Les Perspective, a due passi dal palazzo comunale, in un quartiere popolare della cittadina, il piccolo autoctono resta due anni. Subito retrocessi, i Diables Rouges si piazzano quinti in D2 e il contratto di papà finisce lì. Rientrato al Chacarita, Jorge tira su David a pane e calcio.
A cinque anni il pargolo promette, a dieci giura (al padre): diventerò campione del mondo. Manterrà, nel 1998. Decisivo, nel processo, lo zio Tomas, fratello di mamma Beatriz, il quale lo accompagna al provino per l’Atlético Platense, club di Vicente López, alle porte della capitale. Con la camiseta marrón y blanca, indossata da quando ancora non ha 9 anni, il timido David comincia da mezzala e stenta. La svolta arriva due anni dopo, quando un tecnico delle giovanili lo sposta in attacco. È un colpo di fulmine, la prima squadra una conseguenza già a 16 anni. Il 12 giugno 1994 il tecnico Ricardo Rezza lo fa debuttare in prima divisione, contro il Gimnasia La Plata. Il successore, invece, non lo fa alzare dalla panca e così, nell’estate 1995, dopo 5 presenze, il bomberino torna in Francia, per un provino al Paris Saint-Germain. Glielo procura una vecchia conoscenza di Jorge, ora agente dell’erede. Il tecnico è Luis Fernandez che da giocatore componeva con Tigana, Giresse e Platini il celebre “carré magique”, memorabile quadrilatero di centrocampo dei Bleus campioni d’Europa nel 1984. Fernandez lo porta in ritiro e lo schiera nell’amichevole contro il Saint-Étienne, ma per motivi burocratici il trasferimento sfuma. Così lo segnala a Tigana, all’epoca allenatore del Monaco. Ai monegaschi un allenamento basta per mettere nero su bianco. Nelle giovanili, David stringe amicizia con il coetaneo Henry, gemello del gol con cui spopolerà anche in prima squadra. Intanto dall’Argentina arrivano mamma Beatriz e la sorella Fabiana: la famiglia è riunita. Qualche problemino con un tecnico del vivaio gli acuisce la nostalgia di casa, ma i progressi in campo convincono Tigana a concedergli uno scampolo nell’1-0 al PSG. Gérard Houllier, ai tempi selezionatore della Under 18, lo convoca per un’amichevole contro la Slovacchia. Fiducia ricambiata con una doppietta, preludio al titolo continentale di categoria vinto (da capocannoniere, 4 reti) nel 1996. Successo replicato con la selezione maggiore a Euro 2000, suo il golden goal del 2-1 all’Italia il 2 luglio a Rotterdam. Nel Principato, dopo le 4 presenze del 1995-96 e le 5 della stagione successiva, coronata dal titolo, esplode nel 1997-98: 18 reti in 27 presenze di campionato (la prima il 5 settembre nella vittoria per 2-1 a Cannes), 4 in 9 di Champions League. In quel torneo, incrocia in semifinale la Juventus: il futuro. Prima, a Francia 98, il sogno di bambino diventa realtà: i Galletti umiliano 3-0 il Brasile e alzano la Coppa Fifa. Altre due stagioni (da 12 e 22 gol, 52 in 93 gare il totale in D1 coi biancorossi) e, nel 2000, da campione europeo, l’approdo a Torino. L’anno dopo, trono dei bomber (ex aequo con Hübner del Piacenza: 24 centri) e scudetto, traguardo tagliato anche nel 2003 (idem la Supercoppa italiana) e nel biennio cancellato da Calciopoli.
In bianconero e in nazionale (Domenech non lo ama), però, non sono sempre rose e fiori. Da Moggi a Blanc, le frizioni fra il club e il padre-procuratore sono frequenti. La crisi riesplode nel settimo anno e il nadir si tocca quando il centravanti esulta polemicamente dopo l’ultima rete in cadetteria: «Ho segnato 15 gol e mi mandate via» il senso dell’esternazione, mimata all’italiana, con la manina destra sbattuta sotto la sinistra, e indirizzata verso la tribuna autorità. «Non c’è fiducia nel sottoscritto. Quella proposta di rinnovo testimonia che la società vuol prendere altre strade. Non ci sono margini di trattativa: meglio dirmi che non mi volevano più, piuttosto che offrirmi un contratto ridicolo» la campana del giocatore. «Noi non siamo ridicoli, è lui poco corretto» quella di Blanc. Sono i giorni che precedono il 25 giugno, data del prolungamento contrattuale (fino al 2011, a 4 milioni l’anno) e dei saluti a Man Utd, Liverpool e Barcellona. Ma l’anno prima c’era stato il “ricatto” della società che lo aveva «costretto» alla B e procedendo a ritroso, solo l’indefessa opera di convincimento di Capello lo aveva indotto a restare. Lavorio imitato da Ranieri, che sa far di conto: 140 gol in 238 gare, media 0,59 a partita in sette stagioni bianconere. E l’ottava è partita col botto: tripletta al Livorno. I generali lo sanno: i cecchini infallibili (rigori di Manchester e Berlino a parte) è meglio averli con te che contro di te.
Christian Giordano

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