sabato, gennaio 27, 2007

Bologna-AlbinoLeffe 1-0

Primo tempo - Padroni di casa con sorpresa: Zauli, dato titolare dietro le punte Danilevicius e Bellucci, nemmeno va in panchina. Il trequartista lo fa Meghni. Rossoblù senza vittorie da 4 turni, ovvio che partano fortissimo. L’AlbinoLeffe, che vince poco e perde mai (prima giornata, a Lecce, a parte), aspetta. Almeno fino al 6’ quando il neacquisto lituano – alla terza gara dal suo arrivo dal Livorno – segna il suo primo gol bolognese. Cross di capitan Bellucci da destra, il terzino destro Innocenti non scala al centro e il liberissimo “Dani” incorna da solo nell’angolino alla sinistra di Acerbis. 1-0, e gara che per gli emiliani sembra in discesa. Invece sale l’AlbinoLeffe, anche se gli uomini di Ulivieri si rendono ancora pericolosi. Al 1’, Bellucci centra un compagno. Al 12’, collo-esterno sinistro di Amoroso, alto. Al 15’, il pareggio sembra fatto: Cellini da solo davanti ad Antonioli tira in corsa addosso al portiere. 24’, Bellucci ci prova su punizione dal limite sinistro: classico destro a giro, palla fuori alla destra di Acerbis. 27’, Bellucci di testa, una deviazione manda la palla in corner. 29’, sinsitro alto di Bellucci, il migliore in campo. Il pareggio arriva, con Cellini proprio al 29’, ma neanche si parla di gol annullato perché Orsato fischia prima: il dubbio è che l'assist sia stato un retropassaggio a lob di Mingazzini, e nel caso l’offside sarebbe escluso. 43’, Beringhieri spinge in area Brioschi: il Bologna chiede il rigore e pare averne tutte le ragioni.
Secondo tempo - Mondonico si traveste da Zeman e gioca gran parte della seconda frazione schierando il tridente (Ruopolo, arrivato a gennaio dalla Triestina, Ferrari e Cellini). Il Bologna attacca con giudizio, stando più attento a non prendere il pari che a raddoppiare. A dirla tutta, al 3’ Colombo – solo soletto davanti ad Antonioli sullo spiovente dalla destra – il pareggio lo acciuffa con lo splendido sinistro al volo in acrobazia, ma l’arbitro annulla per un fuorigioco che al Dall’Ara soltanto lui ha visto. Al 1’ destro alto di Bellucci da posizione centrale. Al 10’, punizione non pericolosa degli ospiti (destro di Boringhieri fuori misura alla sinistra di Antonioli). Al 13’ Ulivieri cambia la punta (Marazzina per Danilevicius), poi, al 36’, si cautela togliendo Meghni per il terzino destro (seppure di spinta) Daino. Il pericolo maggiore, al quarto d’ora, lo sventa Brioschi, che in scivolata chiude in corner su Cellini, fiondatosi sul cross da destra di Ruopolo. La difesa rossoblù, priva degli infortunati Terzi (al centro), e di Costa e Smit sulla sinistra, nel finale soffre ma tiene. Il pari arpionato in extremis da Nedved a La Spezia, allunga a +2 il vantaggio della capolista Juventus sul Bologna, secondo in solitario nell'attesa del positicpo di stralusso Napoli-Genoa.
CHRISTIAN GIORDANO

Cesena-Brescia 2-1 - 1' Salvetti (C), 33' Papa Waigo (C), 82' Cortellini (B)
Primo tempo - Salvetti apre e chiude la frazione e, forse, la partita. Neanche il tempo di fischiare il via e, dopo 20”, Cesena in vantaggio. Duello aereo Pellé-Mareco, palla alta che carambola dalle parti del capitano, stop di petto, controllo col destro e sinistro fulminante su cui Viviano non può arrivare: 1-0. Al 33’, Salvetti verticalizza per Papa Waigo, che sull’uscita del portiere mette dentro di piatto destro il decimo pallone stagionale. Nel mezzo, una punizione (destro a giro alto, all’8’) del bresciano Possanzini, il mancato craddoppio di Papa Waigo (15’) e poco altro.
Secondo tempo - Ripresa con i padroni di casa in relativo controllo. Ospiti che cercano di riaprire la partita, obiettivo raggiunto solo al 37’: splendido sinistro a giro di Roberto Cortellini, che mette il primo timbro in campionato trasformando con un magico sinistro a rientrare una punizione dal limite dell’area. Il pallone sbatte sotto la traversa della porta difesa da Sarti, vice dell’infortunato Turci, e si infila docile alla sinistra del portiere: 1-2. Inutile il forcing finale delle Rondinelle, i tre punti lanciano il Cesena a quota 29. Il sorpasso (+1 sul Brescia) è riuscito.
CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, gennaio 26, 2007

Minotti si candida

- Dagli eurotrionfi all'asta: Lorenzo Minotti, a Parma è proprio un altro mondo?
"Dopo tanti successi… è successo quel che è successo. È un altro mondo sì, ma ormai ci siamo abituati. La società è commissariata da tre anni e il ridimensionamento è diventato un fatto normale, accettato. Anche se con grande amarezza. Ma il dispiacere, il dolore più grande è che non si vede la fine di questa triste storia. E in situazione così non c'è spazio per un progetto, per programmare, guardare avanti. Non c'è futuro".
- Lei ha ancora un ruolo attivo nella gestione del Parma Calcio?
"No, lo seguo da tifoso. Il Parma ce l'ho nel cuore da sempre. Qui ho vissuto esperienze importanti, ho trascorso quasi tutta la mia carriera (tranne l'inizio, a Cesena in B, e la fine, tra Cagliari, Torino e Treviso, ndr ). Poi ho fatto il dirigente per quattro anni. La stagione scorsa mi sono preso un anno sabbatico e adesso voglio capire bene che cosa voglio fare. Smesso di giocare, per rimanere nel calcio avevo due strade: fare il dirigente o l'allenatore. Credo che la prima sia quella che più mi si addice. A febbraio partiranno i corsi a Coverciano, e credo proprio che mi iscriverò. Poi vedremo".
- A prescindere da quale sarà la nuova proprietà, da quali uomini dovrà ripartire il Parma, sul campo e dietro la scrivania?
"È difficile dirlo, anche perché io adesso ne sono fuori e non mi permetto di giudicare chi nella società sta lavorando. Certo, chi acquisirà il pacchetto di maggioranza dovrà poi scegliere dirigenti capaci dal punti di vista organizzativo, i quali a loro volta dovranno scegliere persone preparate. Ma che abbiano davvero a cuore le sorti del Parma, e non solo perché hanno firmato un contratto. Quando ero dirigente, un gruppo così ce l'avevamo, quello di Cesare Prandelli (l'attuale tecnico della Fiorentina, ndr ). E infatti i risultati sono venuti, anzi hanno permesso alla società di restare in piedi e di passare di mano, nonostante il crack della Parmalat. Quello era un progetto accattivante, l'ideale per una piazza come Parma. Questa è una città nella quale c'è tutto per lavorare bene, per investire nello sport nella maniera giusta. C'è passione, c'è cultura sportiva. I tifosi sono caldi e vicini alla squadra ma ti lasciano vivere in tranquillità, senza esasperazioni. Chiunque verrà deve sapere che troverà grandi opportunità".
- Senza cadere nell'autocandidatura, Minotti, capitano dell'epoca d'oro e poi dirigente proprio in gialloblù, sembra il candidato ideale.
"Con il Parma e con Parma ho un rapporto particolare. Ci sono arrivato da ragazzino e con tanti sogni. Adesso ne ho un altro. E l'ho sempre detto: qui sono tornato una seconda volta, come dirigente, e ci tornerò una terza, anche se non so ancora né come né quando. Il fatto che Bondi abbia prorogato di due giorni l'asta è positivo. Ma se non succederà niente, questi dirigenti dovranno uscire allo scoperto e chiarire perché nessuno si è fatto avanti. Spiegare come mai, con la gestione che c'è stata finora, nonostante la società sia sana e priva di debiti, non sono stati trovati degli acquirenti. No, non mi candido. Ma mi auguro di poter regalare a questa squadra e a questa città ancora qualcosa di importante".(CHRISTIAN GIORDANO)

La scheda - Lorenzo Minotti (Cesena, 8 febbraio 1967) è stato un libero moderno ed elegante, dotato di ottimo tempismo, buon fisico (1.85 x 76 kg) e un gran bel sinistro. Capitano e uomo-simbolo del Parma a cavallo tra gli Anni 80 e 90, è stato, per il ruolo, un discreto realizzatore: 19 reti in 201 presenze in Serie A.
Ha iniziato la carriera nel Cesena, in Serie B nel 1985. Nella massima divisione ha esordito con il Parma, dove è arrivato nell'ottobre 1987, il 9 settembre 1990 in Parma-Juventus 1-2. Ha giocato anche con il Cagliari (dal dicembre 1996 al giugno 1997) e nel Torino (1997-1999, in B), prima di chiudere la carriera nel Treviso, sempre fra i cadetti, nel 2000-01. In gialloblù ha vinto la Coppa Italia 1992 (Juventus-Parma 1-0, Parma Juventus 2-0), la Coppa delle Coppe 1993 (a Wembley, 3-1 ai belgi dell'Anversa), la Supercoppa Europea 1993 (Parma-Milan 0-1, Milan-Parma 0-2) e la Coppa UEFA 1995 (1-0, 1-1 ancora contro la Juventus). In Nazionale ha debuttato il 16 febbraio 1994, Italia-Francia 0-1, e conta 8 presenze e nessun gol più il Mondiale di USA 94, ma in quel torneo il Ct Arrigo Sacchi non lo fece mai scendere in campo. (CGIORD)

giovedì, gennaio 25, 2007

La maglia del soldato


«Se la guardi giocare e poi vai a vedere il museo delle belle arti, apprezzerai di più certi quadri». Lo dice Lajos Tuchtan, operaio alle acciaierie Csepel (a 200 fiorini il mese), al figlio Gábor, figura centrale di un romanzo-verità che attraversa la storia. Quella della grandissima Honvéd trapiantata nella Aranycsapat, la Squadra d’oro, «e di un giocatore, se possibile, ancora più grande, Ferenc Puskás», come scrive nella prefazione Roberto Beccantini. E quella, con la maiuscola, della rivoluzione ungherese del 1956.
Solo dopo averle fatte proprie si sconfigge il pregiudizio derivante dal duplice artificio letterario scelto dall’autore, giornalista per Repubblica di cronaca, sport e varia umanità: raccontare l’epopea della Honvéd-grande Ungheria con gli occhi e il cuore di un personaggio immaginario di un “romanzo nonfiction”. L’ossimoro racchiude infanzia e adolescenza di Gábor, amico di Sándor, il figlio del custode del vecchio stadio, di quattro anni più grande, che è il piu bravo a giocare a pallone e ha un asso pigliatutto: conosce Puskás, l’idolo del Paese.
La narrazione comincia nel 1949, quando viene posta “La prima pietra” del Népstadion, lo stadio del popolo, che Lajos e Gábor contribuiscono a costruire in una domenica lavorativa che per il bambino di nove anni non avrà seguito. Perché «signor Tuchtan, come lei sa noi siamo per i diritti dei lavoratori. Se facciamo vedere certe cose, poi la propaganda borghese e controrivoluzionaria potrà dire che sfruttiamo i bambini. Sappiamo che lei era in buona fede e per questo non prenderemo provvedimenti. Ma stia atttento la prossima volta».
I Tuchtan vivono nel quartiere di Köbánya, Sándor in quello popolare di Kispest, la cui omonima squadra, in origine rossonera, sarebbe diventata la leggendaria Honvéd (“soldato” in ungherese): alla lettera, difensore della patria; in soldoni la squadra dell’esercito. Sulla casacca rossa il nero viene sostituito dal bianco che, unito al verde dell’erba, porta in campo i colori della bandiera nazionale: al cui centro mai deve mancare lo stemma con falce e martello, i simboli del Partito.
Alla fortissima Honvéd confluiscono, volenti o nolenti, i migliori talenti d’Ungheria. Tranne isolate eccezioni, pilotate dall’alto, come i nazionali Hidekguti, Lantos e Zakárias, rimasti all’MTK – assieme al Ferencváros, club storicamente di destra, l’altra grande della capitale –, presto ribattezzata Textiles, Budapesti Bástia e Vörös Lobogò quando diventa emanazione della ÁVH, la famigerata Polizia segreta. I cui metodi erano così persuasivi da far coniare un neologismo: csengöfrász – terrore del campanello – cioè la paura che quelli della notte ti squillassero alla porta di casa. Allora sapevi quando e dove saresti andato – caricato su Poboda nere con tendine scure ai finestrini, destinazione fortezza di Fö utca –, non se e come saresti tornato. E a quale delle tre categorie di cittadini ungheresi saresti appartenuto: chi è stato in prigione, chi è in prigione, chi andrà in prigione.
Gábor cresce nel mito del comunismo che funziona. La nazionale del Ct «buon comunista» Sebes conquista l’oro a Helsinki 52 superando 2-0 la Jugoslavia del revisionista Tito in una finale in cui, parola del Primo ministro Rákosi, «la sconfitta non sarà tollerata». Poi batte i maestri inglesi nella Partita del secolo (25 novembre 1953, 3-6 a Wembley, sin lì inviolato) e li umilia nel suo Népstadion (7-1 il 23 maggio 1954). Il titolo mondiale, a Svizzera 54, sembra una formalità, il normale coronamento di un piano quinquennale calcistico, per una squadra che dal 1950 al 1956, su 50 partite, ne perderà solo una. Quella sbagliata. La Sconfitta (3-2 in finale col Colonnello zoppo e contro la Germania Ovest dell’epatite di gruppo) cambierà tutto. Perché «quella squadra era tutto quello che avevano».
Il 23 ottobre 1956 scoppia la rivolta contro la dittatura comunista. Gábor la sostiene ma si sente sempre socialista. Lajos e mamma Ilona salgono sull’ultimo treno per Vienna, che i sovietici non fermeranno, lui scende. Il maggiore Puskás & C., fuggiti all’estero, da eroi – cui tutto si perdona, persino il contrabbando di calze di nylon – diventano traditori. Mosca invia i carri armati, prima i T34 poi i più temibili e coriacei T55. I sogni (di libertà, democrazia, sviluppo) muoiono all’alba. Nel sangue. «Sono contento che abbiamo perso – dice Sándor all’amico – Serviva perdere la Rimet, per ribellarsi. Per la dittatura nessuno protesta». La squadra che, venti anni prima dell’originale, aveva inventato il calcio totale si era spezzata. Ma non piegata.
(CHRISTIAN GIORDANO)

Luigi Bolognini
La squadra spezzata
L’Aranycsapat di Puskas e la rivoluzione ungherese del 1956
Prefazione di Roberto Beccantini
Limina, 150 pagine, 14 euro

martedì, gennaio 16, 2007

Russotto e mezzo


Andrea Russotto? Un Cassano con la testa. Questo il coro pressoché unanime degli addetti ai lavori interpellati su una delle (poche) grandi promesse del calcio italiano. Finalmente titolare nel Treviso in B (14 presenze, 11 dall’inizio, e il gol nel derby col Vicenza, 2-2 il 18 novembre) e subito conteso dalle milanesi, dalla Roma e, oltremanica, da Arsenal – recidivo, dopo Lupoli e Mannone –, Liverpool e Man U. Facile capire perché, del paragone e delle attenzioni. Tarchiatello (1.73 x 69 kg), baricentro basso, tecnica e istinto per la “giocata” straordinari, ma disciplina, cosce e velocità superiori a quelle del barese madridista. E troppa personalità per sottostare, nel 2004, alle pressioni della GEA. O stai con noi «o non avrai futuro», gli dice uno «interno alla Lazio» dopo la tournée in Perù. De Mita Jr, Giuseppe, si sussurra, che gli risponde per le rime. Invece era il figlio di Gian Marco Calleri, Riccardo. Andrea, che smentisce di aver chiesto un contratto da 100 mila euro, se ne va agli svizzeri del Bellinzona (9 gare e un gol nella Challenge League, 3 presenze e una rete in coppa) – come dopo di lui avrebbe fatto, nel girone di ritorno, il romanista De Martino – poi, nel gennaio 2005, alla Cisco-Lodigiani (2 gare in C2 e 3 in totale) e in estate al Treviso.
A proposito di ex romanisti, il parallelo con il genio e sregolatezza di Bari Vecchia è fuorviante. Perché Russotto, che gli assomiglia nel fisico e nel dribbling, può sì fare il Cassano ma è più versatile. Sa giocare da trequartista fra le linee – e lì, nelle giornate di grazia, specie se sostenuto da una mediana robusta, fa la differenza –, da rifinitore, da attaccante esterno (meglio di destra), ruolo nel quale pare un po’ sacrificato. E ha più gambe, anche se si infortuna spesso, e segna meno di quanto potrebbe.
Centrocampista di sinistra nei Giovanissimi biancocelesti, viene promosso con un anno di anticipo negli Allievi nazionali allenati da Rambaudi, ex ala destra del tridente zemaniano nel Foggia dei tempi d’oro, con Baiano e Signori. Il Tottino (per classe, temperamento e la città dove è nato, il 25-5-1988) è subito capocannoniere dei suoi: memorabile la doppietta nella vittoria con cui la Lazio scavalcò la Ternana in vetta al girone E. Entrato nel giro azzurro a giugno nel torneo “Eur Altus” riservato alle nazionali Under 15, nel 2003-04, in coppia con il compagno di club De Silvestri, vince da MVP il Torneo di Mosca con la Under 16, e viene convocato, sotto età, con la U17 per il primo girone di qualificazione agli Europei di categoria del 2005 e nel torneo “Rocco” di Gradisca. Casiraghi lo chiama nella U20 e lo scorso 12 dicembre lo fa esordire nella U21: a Vibo Valentia gioca la ripresa al posto di Virga, spacca la difesa lussemburghese e manda in gol Paonessa, genietto bolognese prestato al Vicenza. 2-0 e tutti a casa.
Fino a un annetto fa, il suo problema era il sentirsi fenomeno. In quell’Europeo U17, il Ct Francesco Rocca gli ammollava cazziatoni da far tremare i muri. Ma la stellina, schierato seconda punta in appoggio a Foti nel 4-4-2, decise i match con Turchia e Inghilterra e fu il top scorer dei nostri, insperati terzi. E quando la federazione cacciò con immeritata ignonimia l’ex “Kawasaki”, fu proprio l’ultimo della cucciolata il promotore della lettera scritta dagli azzurrini ai vertici federali come difesa del selezionatore, messo alla porta e fatto rientrare dalla finestra.
Per uno così Treviso è la piazza ideale, poche pressioni e piena libertà tattica. Andrebbe rivisto al piano di sopra (4 spezzoni nel 2005-06), magari in una squadra di seconda fascia, ma che gli metta sulle spalle più responsabilità. Fra gli ’88 è uno dei migliori, ma intanto i pari età Agüero, dopo aver fatto onde con l’Independiente nel campionato argentino, si ripete nella Liga con l’Atlético Madrid, e il parmense Paponi segna eurogol in campionato e in Coppa UEFA. «Io il futuro Cassano? Magari, ma è presto per fare paragoni». Forse perché sogna di vederli rovesciati: Cassano? Un Russotto senza testa.
CHRISTIAN GIORDANO

domenica, gennaio 14, 2007

Bologna-Treviso 0-0 - Le pagelle

Bologna (4-2-3-1):
Antonioli 7: La chiusura su Acquafresca, al 39’, vale da sola voto e risultato. E al portierone, finalmente, la curva Andrea Costa scandisce un coro di elogio («Antonioli-numero-uno»).
Brioschi 6: Dalla sua parte, nel primo tempo, Acquafresca o Quadrini, quando Rossi li inverte, scorrazzano come puledri, ma se la cava.
Terzi 6: Non brillante, ma sbaglia nulla. L’anticipo è il suo forte (come su Fava al 42’), nell’appoggio deve crescere.
Castellini 7: Non sbaglia una palla, un intervento, una posizione. Cicca solo l’esternaccio lungolinea a Smit al 36’: una notizia. Giocasse in A, e con altre strisce, andrebbe in nazionale.
Smit 6,5: Benone per 45’, benino nella ripresa. Affonda spesso e volentieri, e in fase difensiva pare migliorato. E Quadrini è uno svelto.
Mingazzini 7,5: Gladiatorio. In più coglie due legni, con un gran destro da fuori (al 18’, tre minuti dopo aver fatto le prove generali, palo pieno ad Avramov battuto) e di testa (parte superiore della traversa, in mischia al 48’ st). Unico neo, l’evitabile giallo (41’ st, prima Brighi lo aveva graziato) che lo mette out per Crotone. Il miglior acquisto di Cazzola.
Amoroso 6: Parte bene e, al piccolo trotto, regge, ma non illumina.
Filippini 6: Sbaglia in occasione della fuga di Boccafresca, poi solite grinta e corsa, ma con meno verve di altre volte.
Zauli 6: parte bene e finché il fiato gli regge prova a tessere la tela offensiva. Il guaio è che non ha (più?) il cambio di passo per saltare l’uomo e talvolta tiene troppo la boccia. (35’ st Meghni sv: buona grazia se tocca il pallone.)
Bellucci 5,5: altra prova senza acuti. Il periodo magico dove gli riusciva conosce una pausa. Sfortunato, all’11’, quando sulla sua girata inneescata da Filippini, si immola Valdez. Pareva gol fatto.
Danilevicius 6: Abituati agli scatti e al gioco tutto nervi di Marazzina (quello vero), giocatori e tifosi rossoblù restano spaesati. Lui pure, perché non è tipo da uno-due. Macchinoso e potente, il lituano dispensa sponde e prova due girate: fiacche. Al 45’, il rigore non c’era: Cottafava lo anticipa con la punta. 6 (25’ st Marazzina sv: se la punta è questa, ha ragione Ulli. Non uno scatto, niente di niente. Urge ritrovarlo).
(CHRISTIAN GIORDANO)

Il tabellino
Bologna-Treviso 0-0
Bologna (4-2-3-1): Antonioli 7 – Brioschi 6, Terzi 6, Castellini 7, Smit 6,5 – Mingazzini 7,5, Amoroso 6 – Filippini 6, Zauli 6 (35’ st Meghni sv), Bellucci 5,5 – Danilevicius 6 (25’ st Marazzina sv). All. Ulivieri.
Treviso (3-4-3): Avramov 6 – Valdez 6,5, Viali 6, Cottafava 6,5 – Guigou 6 (40’ st Moro sv), Gissi 6, Fietta 6, Giuliatto 6 – Quadrini 6,5 (43’ st Mallus), Fava 6, Acquafresca 6 (35’ st Russotto sv). All. E. Rossi.
Arbitro: Brighi di Cesena 7.

Balletto sulle punte

Col senno del poi sono tutti santoni, ma forse era meglio il contrario: primo tempo da praterie, e “Marazza” ci va a nozze, secondo a una porta, quindi ipotetico territorio di caccia del più potente lituano. Ulli invece li mixa a rovescio con Bellucci, e la giornataccia del capitano gli complica i piani. La controprova non c’è, e magari è Marazzina, più reattivo, quello capace della zampata risolutiva nel traffico. Ma a molti il dubbio è venuto, e da qui in avanti converrà scioglierlo. Il Treviso corto e stretto è contato eccome, e per l’ex Livorno era pur sempre il debutto. Inoltre, nella partitella del giovedì si era visto un Marazzina da sprint olimpico, al Dall’Ara era fermo. E peccato che il cross migliore Brioschi l’abbia azzeccato con Danilevicius già in doccia. Vero che, rispetto a Marazzina, il nuovo acquisto può essere più funzionale a Bellucci, al quale può sottrarre botte e aprire spazi, ma nel gioco Ulli qualcosa dovrà rivederla se la prima opzione è palla a Zauli e aspettiamo che accenda la luce e la seconda è il cross dalla trequarti, mai dal fondo. Poi c’è il caratterino del puntero di Pandino. Con Ulivieri si prende il giusto, e la società dovrà farci un pensierino. A tenerlo in panca si deprime e si deprezza. Un lusso insostenibile.
(CHRISTIAN GIORDANO)

martedì, gennaio 02, 2007

Un calcio al regime


«Questo libro racconta di come il calcio si è sviluppato in Iraq e di come Uday lo abbia praticamente distrutto». Lo scrive nella prefazione l’autore, Simon Freeman, 40enne freelance inglese di The Sunday Times, The Herald Tribune, The Guardian, Vanity Fair, The Times. Uscito nell’edizione italiana in aprile, il volume segue un’altra coraggiosa scelta della Isbn Edizioni, la traduzione di Ajax, la squadra del ghetto - Il calcio e la Shoah, saggio del cronista olandese Simon Kuper. Là, strazianti storie di collaborazionismo e deportazione nazista. Qua, giocatori – come il difensore della nazionale Sharar Haydar, 40 caps e la partecipazione a Seul 88 – frustati ai piedi con cavi metallicicostretti a calciare palle di cemento armato, internati e percossi per un rigore sbagliato, una sconfitta, la “eccessiva” popolarità, condannati a morte per un autogol. Per diciannove anni Uday Hussein ha fatto arrestare, torturare e uccidere calciatori, arbitri, dirigenti e giornalisti. Una storia di sport e dolore come lettera a una nazione mai nata. Un Paese composto da etnie, confessioni, interessi e culture inconciliabili tracciato su carta dai colonizzatori inglesi e «nromalizzato» a forza dagli angloamericani: non un nuovo Vietnam, ma una polveriera al cui confronto la ex Jugoslavia è una innocua girandola di Capodanno. Aveva ragione Colin Powell, dimessosi da Segretario di Stato degli USA a novembre 2004, che già nell’agosto 2002 aveva avvertito il proprio presidente George Bush Jr: il difficile non era destituire Saddam, bensì cosa fare dell’Iraq dopo, visto che «si sarebbe frantumato come un bicchiere di cristallo». Come denominatore comune, il pallone come specchio impietoso della ferocia dei regimi.
Nel 2003, con la caduta di Saddam Hussein in Iraq finisce anche il regno dispotico del sadico Uday Hussein, primogenito che il dittatore aveva messo a capo del dicastero dello sport e del Comitato Olimpico Nazionale. Un periodo segnato da torture e soprusi di ogni tipo, e nel quale la nazionale irachena tagliava un traguardo dopo l’altro: dalla storica qualificazione ai Mondiali di Messico 86, alla finale per la medaglia di bronzo persa contro l'Italia alle Olimpiadi di Atene del 2004.
Diviso in tredici capitoli, il racconto è incentrato su alcune figure-chiave e drammatici fatti del football iracheno. Da Ammo Baba, controverso “Pelé del mondo arabo” e da cinquant’anni, prima da giocatore poi da allenatore, uomo simbolo del calcio locale ma anche del regime, al tedesco Bernd Stange, ex Ct della Germania Est e in passato collaboratore della Stasi, giunto sulla panchina dell’Iraq, nell’ottobre 2002, «perché nessun altro mi ha offerto un contratto» ed esposto al pubblico ludibrio da parte degli occidentali per una (innocente?) foto accanto a Saddam. Dalla partita, nella stagione 1984-85, durata mezz’ora in più per far vincere la squadra dell’esercito in modo da «risollevare le sorti del paese», al messaggio recapitato a un arbitro durante l’intervallo di una gara: «La tua vita dipende da “un certo tipo” di risultato»? In pochi minuti, due espulsi negli avversari, la formazione dell’Aeronautica, e ovvio finale. Chi si opponeva, come Furat Ahmed Kadoim, passava attraverso il trattamento completo fornito dagli “insegnanti” nelle 15 celle al primo piano del quartier generale di Uday: il palazzo del Comitato Nazionale Olimpico iracheno, in Palestina Avenue, a Baghdad. Per i più riottosi, corsi intensivi al carcere di Radwaniya, a circa 25 km dalla capitale.
A voler trovare il pelo nell’uovo, la ricerca compiuta da Freeman ha due difettucci. La caotica presentazione e il mancato sopralluogo sul posto. La prima si spiega con il cambio in corsa del progetto, dal documentario tv (non andato in porto) al libro-inchiesta. Il secondo con gli ovvi motivi di sicurezza e il costo della guardia del corpo: mille sterline al dì, e senza la garanzia di portare a casa la pellaccia.
Troppo, per poter capire e raccontare meglio un Paese matto per il calcio. Per festeggiare la storica qualificazione alle Olimpiadi del 2004 i giocatori della nazionale si rifiutarono di usare la bandiera di fresco preparata dai sottoposti di Paul Bremer, capo dell’Autorità Provvisoria della Coalizione. Cambiarono la grafia della scritta «Dio è grande» sulla bandiera (si sospettava fosse la grafia di Saddam) ed esultarono con i propri colori tradizionali. Un successo sportivo del popolo iracheno: non di Saddam e neppure degli americani, che mai hanno inteso fino in fondo quanto conti, da quelle parti, un pallone non ovale calciato coi piedi. L’unica cosa capace di accomunare – purtroppo senza affratellare – sunniti, sciiti, curdi, assiri ed ebrei.
Quando i soldati di Bush parcheggiarono i propri carri armati nello stadio nazionale, Ammo Baba, vero nome Emmanuel Baba Dawud, aggredì così i militari: «State facendo di tutto per rendere impossibile la rinascita del nostro calcio. L’unica cosa che desidero è che ve ne andiate da questo stadio».
Non vi fossero mai entrati o l’avessero subito lasciato, forse la chiosa scelta da Freeman sarebbe suonata meno ottimistica: «Un giorno l’Iraq sarà “normalizzato”. Bombe e rapimenti avranno fine. Il Paese potrà anche smembrarsi, ma ci sarà pace. Si giocherà a calcio, come si è sempre fatto. Ma ci vorrà del tempo».
(CHRISTIAN GIORDANO)

I 13 capitoli:
1. Un tedesco di nome Stange
2. Il progetto televisivo che non andò in porto
3. La fine di Uday
4. I pericoli della rete
5. La leggenda di Ammo Baba
6. Il complotto di Penmarc’h
7. La storia di Ammo
8. Parlano le vittime
9. Il Goodwill Tour finisce male
10. Racconti dell’orrore
11. Arrivano i rinforzi, da un generale, uno studioso, un avvocato e dal signor Fatfat
12. Ammi ci ripensa; i ragazzi in Grecia si comportano bene
13. Il gioco continua

Simon Freeman
BAGHDAD FOOTBALL CLUB
La tragedia del calcio nell’Iraq di Saddam
Isbn Edizioni, 304 pagine, 18 euro
traduzione di Gianmaria Pastore; revisione di Massimiliano Galli
aprile 2006
titolo originale: Baghdad FC: Iraq’s Football Story – A Hidden History of Sport and Tyranny, John Murray General Publishing Division, 2005