martedì, febbraio 27, 2007

Oltre il solco della tradizione

Ronald (Ron) Flowers (Wolverhampton, Anni 1952-67)
Classe 1934, giocatore di scarsa fama e di rare tenacia e alacrità, doti che in nazionale gli valsero 10 gol in 49 caps (tra cui il 2-2 contro l’Italia a Wembley nel 1959), non poche ai tempi. Nei grandi Wolves dei Cinquanta era in trincea con Eddie Clamp. A Inghilterra 66 non giocò mai: faceva panca per Stiles.

Norbert (Nobby) Stiles (Manchester United, 1959-71) - NELLA FOTO
«Brutto anatroccolo». «Dracula». «La miglior pubblicità per suo padre» (proprietario di un’impresa di pompe funebri, ndr). Anche oltremanica talvolta si è ostaggi delle etichette. Quelle del più noto sdentato dell’èra pre-Joe Jordan ne facevano un mero mordicaviglie, brutale nel tackle e privo di creatività. Fosse stato solo questo, non avrebbe vinto Mondiale e Coppa dei Campioni nel giro di due anni. Una volta, in tv, andò giù duro con uno che giocava più a rugby che a calcio. Senza lenti a contatto, non si era riconosciuto. Il suo capolavoro di agonismo e correttezza è il duello con Eusébio (a segno su rigore) nella semifinale di Inghilterra 66. Lasciò la nazionale nel 1970 (a 28 anni, con altrettante presenze e una rete) e lo United (392 match e 19 gol) l’anno dopo: il “Boro” lo pagò 20.000 sterline. Tra il 1989 e il 1993 era nello staff tecnico che nelle giovanili forgiò i futuri “Fergie Boys” Paul Scholes e Nicky Butt. Il ceppo è quello.

Billy Bremner (Leeds United, 1959-76)
Vera anima dei bianchi nella gestione Don Revie, era stato rifiutato da Arsenal e Chelsea, intenti a guardare il dito (la sua bassa statura) anziché la luna (il suo gran cuore). Per la gioia dell’Elland Road, riservava il meglio di sé per il Manchester United, contro il quale segnò il gol vincente in semifinale di FA Cup nel 1965 e nel 1970.

Peter Reid (Everton, 1982-88)
Uno cui piacevano i tackle, la definizione che dava di sé. Semplice come la tattica che negli anni Ottanta portò l’Everton a due titoli: lui e Paul Bracewell conquistavano palla, la servivano alle ali, che crossavano per Andy Gray, Adrian Heath e Graeme Sharp. La sublimazione delle teorie di Charles Hughes.

Roy Keane (Manchester United, 1993-2005)
Quando approdò allo United dal naufragio del Nottingham Forest di Brian Clough, l’ex disoccupato di Cork copriva l’intera terra di nessuno compresa fra le due aree. Quando botte e infortuni ne accorciarono passo e range, si trasformò nel prototipo del frangiflutti con immutata licenza di uccidere dalla distanza.

Patrick Vieira (Arsenal, 1996-2005)
Lasciato il Milan, la sua fortuna fu giocare accanto a un califfo della mediana come il connazionale Emmanuel Petit, poi eclissatosi. Duro quanto Keane (meno forte nel tackle, ma più pericoloso negli inserimenti e di testa), era l’unico Gunner per avere il quale il manager del Red Devils, Sir Alex Ferguson, avrebbe fatto follie.

CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n. 9, 27 febbraio 2007

Maka e i suoi fratelli


«Makélélé role». Non cercateli. La definizione non esiste. Lui, The Invisible Man, in campo si sente eccome, ma non si vede. Non sono a molti quelli capaci di segnare la storia del calcio al punto da lasciarci dentro nome e ruolo. O, nel caso, la propria, rivoluzionaria maniera di interpretarlo. La giravolta di Cruijff, la veronica di Zidane, il doppio passo di Biavati, la finta a destra di Garrincha erano virtuosismi tecnici che, come alcune scoperte o leggi fisiche, prendono il nome di chi per primo ci è arrivato. Ma il fluidificante alla Facchetti, il libero alla Beckenbauer, il centravanti arretrato alla Hidekguti, l’universale alla Di Stéfano il calcio lo riscrivono. I Makélélé, al più, lo ridefiniscono, ne caratterizzano una fase storica. «Credo sia il miglior riconoscimento che un calciatore possa ottenere, vuol dire che hai lasciato il segno nel gioco, che hai creato qualcosa di nuovo», dice il prototipo del centrocampista di contenimento.
Spifferi dal Bernabéu sussurrano che quando il nazionale francese era ancora a libro paga merengue, ogni volta che il patriarca blanco Alfredo Di Stéfano andava in chiesa recitasse una preghiera per un giocatore del club. Non per Raùl, Zidane, Ronaldo o Figo, ma per l’unico svestito del mantello di galáctico: Claude Makélélé.
Non è dato sapere se faccia identica professione di fede José Mourinho, suo attuale allenatore al Chelsea, club che per averlo, già trentenne, si privò di 16.8 milioni di sterline. Soldi ben spesi. «Per me il calcio offensivo è Makélélé che conquista palla e la passa al difensore centrale, che la dà al terzino destro che viene avanti e valuta la situazione – recita credibile l’ex tecnico del Porto – Se può fare qualcosa la passa o avanza palla al piede; se no, la restituisce a Makélélé che imposta di nuovo l’attacco. Questo è calcio offensivo. In Inghilterra vuol dire far arrivare la palla a Makélélé che la butta avanti, sempre, anche se sono tutti marcati».
Ranieri riuscì ad averlo a Stamford Bridge, lo definì la tessera mancante per completare il puzzle. E pazienza se nel 4-4-2 del romano, Claude mai ha raggiunto il rendimento toccato a Madrid (dove con il suo successore, Cambiasso, la differenza si notò eccome) e a Londra. Secondo Capello, che in quella fetta di campo alla Juventus ha preteso la diga Emerson-Vieira e a Madrid ci ha riprovato con Emerson-Diarra, “Maka” è l’unico giocatore del quale il Chelsea non può fare a meno. MacManaman – che in camiseta blanca lo ha avuto come compagno per tre stagioni, ricorda di come al tifoso madrilista medio la presenza di Claude passasse quasi inosservata. Mentre «sin dal primo giorno per noi giocatori era ovvio che fosse un elemento cruciale, e non perché segnava venti gol o sapesse fare cose fantastiche tipo saltare sei avversari, passare, ricevere palla e andare a far gol. Eppure non ha mai avuto il credito che meritava. Quando è passato al Chelsea, nel settembre 2003, gli dicevano: “Non si vede mai, non fa niente”. Ma Lampard ebbe una stagione sensazionale, e questo aveva molto a che fare con i tanti palloni che Claude conquistava e gli serviva con precisione. È un operaio, essenziale, orribile da affrontare. In allenamento, leggeva il gioco così bene che non riuscivi mai ad andargli via. Il suo compito è quello di spezzare la manovra avversaria, i giocatori lo apprezzano ed è impossibile sopravvalutarne l’importanza».
Alla Ciudad Deportiva nessuno l’ha mai fatto, nella stanza dei bottoni del Bernabéu casomai è accaduto il contrario. L’allora presidente Florentino Pérez lo considerava un mero portatore d’acqua: «Non ci mancherà. Ha una tecnica mediocre, non ha la velocità né la classe per saltare l’uomo, e il novanta per cento dei suoi passaggi è all’indietro o in orizzontale». E anche se le 14.000 sterline la settimana che il club gli versava erano meno di un quinto di ogni stipendio galáctico, fece spallucce quando il francese – consigliato dai senatori – salì sull’Aventino per farsi aumentare l’ingaggio. La tattica aveva funzionato al Celta Vigo, nel 2000, quando smise di allenarsi e ottenne la risoluzione del contratto. Stavolta no. Eppure, con lui come cerniera davanti la difesa, titolare fisso per Del Bosque, erano arrivate due Liga, la Champions League, la Supercoppa spagnola e l’Intercontinentale. Senza, neanche la Coppa del Nonno.
Siccome niente spinge all’emulazione più del successo, non stupisce che quel modo altruistico di interpretare ruolo e partita, alla faccia del telaio non da corazziere (1.70 x 66 kg), abbia scatenato la caccia agli eredi se non ai cloni: Lee Carsley, George Boateng, Hayden Mullins, Matthew Oakley, Aaron Mokoena e l’imponente Papa Bouba Diop. Tutti giocatori alla Makélélé, dall’approccio “The man or the ball goes past you – never both”, insomma l’antico “o la palla o l’uomo“, mai farsi superare da entrambi. Chi li ha se li tiene stretti (l’Arsenal con Gilberto Silva), chi non li ha se li inventa (Dietmar “Didi” Hamann nel Liverpool delle cinque coppe del 2001; il Bolton con Iván Campo, ex stopper madrilista che non ha perso il vizio del gol, erede della tradizione perpetrata da Gary Speed, Abdoulaye Faye e un altro ex centrale merengue, Fernando Hierro; Ledley King che David Pleat negli Spurs e Sven-Göran Eriksson in nazionale hanno avanzato a metà campo come Capello fece nel Milan con Desailly). Oppure cerca gente come il volante Javier Mascherano (restato “in famiglia”, dal Corinthians al West Ham United) o lo smistapalloni Michael Carrick, passato in estate dal Tottenham Hotspur al Man U, club alla disperata ricerca del successore di Roy Keane – falliti gli esperimenti con Smith, Rio Ferdinand (come suggerito da Tony Adams) e Phil Neville – da affiancare alla nave-scuola Paul Scholes. Per trovargli un sostituto, al White Hart Lane hanno investito 8.6 milioni di sterline su Didier Zokora, autore di un Mondiale stellare. Il “Maestro” ivoriano (1980) il cui incedere a testa alta ha scomodato improvvide etichette di Falcão nero (senza il tiro né il gioco aereo) o di “nuovo Vieira”, lui che è appena 1.79 di fosforo, energia e resistenza. Piedi, visione di gioco e intelligenza calcistica gli consentono di sdoppiarsi fra contenimento e regìa. Segna poco, ma perché parte da molto indietro. “Malin” (si pronuncia malèn), come dicono in Francia di chi è furbo, smaliziato, già ai tempi dell’ASEC di Abidjan, dove al centro della difesa giocava accanto a Kolo Touré, dopo le tappe al Genk (2000-04) e al Saint-Étienne, nel 2005 poteva finire al Man U o al Chelsea, che preferì svenarsi per il gattone ghanese Mikaël Essien, l’archetipo - se ne esiste uno - del mediano moderno. Fisico, corsa, duttilità e potenza impressionanti, specie da quando ha moderato l’eccessiva fallosità. Il Makélélé del futuro? «Essien – risponde l’originale – Il mio diventerà il ruolo di Mikaël. Sta dimostrando di poter diventare, in tre-quattro anni, il più forte centrocampista al mondo. È forte, intelligente, può coprire diversi ruoli ed è giovane, può solo migliorare».
Capita l’antifona, non è un caso che, per garantirsi la continuità della specie, Man U e Chelsea si siano accapigliati per il pilone (1.80 x 80 kg) nigeriano John Obi Mikel, classe 1987: per spuntarla Abramovich ha scucito 16 milioni di sterline (12 al Man U, 4 al Lyn Oslo). Maka non è eterno (quest’anno, complici gli squilibri della squadra, ha mostrato le prime defaillance) e allora meglio non farsi sfuggire i suoi “fratelli”. Anche se, come intonano allo Stamford Bridge, «There’s only one Makélélé». Al contempo, uno, nessuno e centomila.
Christian Giordano, Guerin Sportivo n. 9, 27 febbraio 2007

I predecessori
Oltre il solco della tradizione
Ronald (Ron) Flowers (Wolverhampton, Anni 1952-67) - Classe 1934, giocatore di scarsa fama e di rare tenacia e alacrità, doti che in nazionale gli valsero 10 gol in 49 caps (tra cui il 2-2 contro l’Italia a Wembley nel 1959), non poche ai tempi. Nei grandi Wolves dei Cinquanta era in trincea con Eddie Clamp. A Inghilterra 66 non giocò mai: faceva panca per Stiles.

Norbert (Nobby) Stiles (Manchester United, 1959-71) - «Brutto anatroccolo». «Dracula». «La miglior pubblicità per suo padre» (proprietario di un’impresa di pompe funebri, ndr). Anche oltremanica talvolta si è ostaggi delle etichette. Quelle del più noto sdentato dell’èra pre-Joe Jordan ne facevano un mero mordicaviglie, brutale nel tackle e privo di creatività. Fosse stato solo questo, non avrebbe vinto Mondiale e Coppa dei Campioni nel giro di due anni. Una volta, in tv, andò giù duro con uno che giocava più a rugby che a calcio. Senza lenti a contatto, non si era riconosciuto. Il suo capolavoro di agonismo e correttezza è il duello con Eusébio (a segno su rigore) nella semifinale di Inghilterra 66. Lasciò la nazionale nel 1970 (a 28 anni, con altrettante presenze e una rete) e lo United (392 match e 19 gol) l’anno dopo: il “Boro” lo pagò 20.000 sterline. Tra il 1989 e il 1993 era nello staff tecnico che nelle giovanili forgiò i futuri “Fergie Boys” Paul Scholes e Nicky Butt. Il ceppo è quello.

Billy Bremner (Leeds United, 1959-76) - Vera anima dei bianchi nella gestione Don Revie, era stato rifiutato da Arsenal e Chelsea, intenti a guardare il dito (la sua bassa statura) anziché la luna (il suo gran cuore). Per la gioia dell’Elland Road, riservava il meglio di sé per il Manchester United, contro il quale segnò il gol vincente in semifinale di FA Cup nel 1965 e nel 1970.

Peter Reid (Everton, 1982-88) - Uno cui piacevano i tackle, la definizione che dava di sé. Semplice come la tattica che negli anni Ottanta portò l’Everton a due titoli: lui e Paul Bracewell conquistavano palla, la servivano alle ali, che crossavano per Andy Gray, Adrian Heath e Graeme Sharp. La sublimazione delle teorie di Charles Hughes.

Roy Keane (Manchester United, 1993-2005) - Quando approdò allo United dal naufragio del Nottingham Forest di Brian Clough, l’ex disoccupato di Cork copriva l’intera terra di nessuno compresa fra le due aree. Quando botte e infortuni ne accorciarono passo e range, si trasformò nel prototipo del frangiflutti con immutata licenza di uccidere dalla distanza.

Patrick Vieira (Arsenal, 1996-2005) - Lasciato il Milan, la sua fortuna fu giocare accanto a un califfo della mediana come il connazionale Emmanuel Petit, poi eclissatosi. Duro quanto Keane (meno forte nel tackle, ma più pericoloso negli inserimenti e di testa), era l’unico Gunner per avere il quale il manager del Red Devils, Sir Alex Ferguson, avrebbe fatto follie. (c.g.)

giovedì, febbraio 15, 2007

Un Silvio che non sorride

Qua è fiorita così tanta letteratura che ci vorrebbe un libro, invece ce la caviamo con poche righe anche perché recentemente Sky ha trasmesso un documentario con tanto di intervista al diretto protagonista: Luis Silvio Danuello. Che ha smentito, e non poteva essere altrimenti, tutte le leggende urbane (Pistoia non arriva a 90 mila abitanti) che lo riguardavano. Da quelle che lo volevano a vendere gelati nelle partite casalinghe, a quelle riguardanti i suoi piedi piatti, o la presunta partitella combinata ad hoc per ingannare Beppe Malavasi, l’allenatore in seconda, spedito in loco per sondare il mercato brasiliano. La storiella, che nel 1984 ha liberamente ispirato una parte di un b-movie cult come “L’allenatore nel pallone”, sembra una bufala almeno quanto il Luis Silvio visto in Italia, dove – e lui è il primo ad ammetterlo – non è riuscito a dimostrare il proprio valore. E certo non solo per colpa dell’allenatore Lido Vieri, che lo mandò in campo in sole 6 occasioni. Due anni prima, invece, la realtà superò la fantasia. Il giornalista Alfio Tofanelli scrisse sul “Guerin Sportivo” un articolo intitolato «Straniero» in cui raccontò che il brasiliano era «piombato dal Brasile nella sede della Pistoiese a batter cassa. Le norme federali gli accreditano il minimo di stipendio: adesso gli serve anche questo. Una moglie e una figlioletta di cinque mesi a carico, nessuna prospettiva di giocare in Brasile, nessuna occupazione alternativa. La patetica storia di questo ragazzo di 22 anni è tutta da rinfrescare. La Pistoiese aveva puntato gli occhi su Palinho, frizzante punta del Palmeiras, ma il presidente [Marcello] Melani voleva spendere poco e allora Malavasi si mise a battere i campetti di provincia. Quando vide giocare Luis Silvio, nel Ponte Preta, rimase incantato. Cambio di passo scintillante, abilità indiscussa nel liberarsi sulla fascia per pennellare cross invoglianti. Il prezzo? Un'inezia: 170 milioni di lire. L'affare andò in porto, con la mediazione di Figer che in Brasile è un boss del mercato». Per chi non lo sapesse, il procuratore uruguaiano Juan Figer Svirski era il Paco Casal (l’agente di Recoba, ndr) dell’epoca. Detto tutto
Christian Giordano

domenica, febbraio 11, 2007

Spezia-Bologna 2-0 - Le pagelle

BOLOGNA (4-2-3-1)
Antonioli 5: Non deve parare granché: solo un paio di telefonate da fuori. Nel raddoppio, però, sbaglia tempo e impatto con la palla, liberando un autostrada per Varricchio.
Daino 5: Nel primo tempo dalla sua parte si passa che è un piacere. Diagonali sbagliate (vedi rimbrotto di Torrisi) e appena un cross in 90’, completano il pomeriggio-no.
Castellini 5,5: peggior prova stagionale. Raramente visto così a disagio il totem della retroguardia. Impacciato anche in appoggio: detto tutto.
Torrisi 5,5: Varricchio ha stazza pari alla sua ma ha un altro passo e stacca meglio. E il Toro talvolta gli dà un metro di troppo.
Manfredini 6: Con la Mingazza il solo a salvarsi. Presente in fase difensiva, spinge più nel primo tempo – è sempre libero – che nel secondo, quando il fiato si accorcia e mister Soda è già corso ai ripari (22’ st Smit sv: non si vede mai).
Mingazzini 6: Prova a tenere su la baracca, stavolta quasi senza l’ausilio del compare di mediana e senza mai andare al tiro. Il nerbo resta, però il giallo poteva risparmiarselo.
Amoroso 5: prima frazione incolore, seconda più volitiva ma insufficiente. Corricchia senza incidere né osare, nascondendosi nelle pieghe della partita.
Meghni 4,5: Irritante. Ha eleganza e talento da vendere ma non trova mai il guizzo, la giocata. Al Picco, il Bologna ha due trequartisti che, insieme, non fanno mezzo Guzman (1’ st Nervo 5,5: qualche affondo sull’out, robetta rispetto all’ala destra che fu).
Zauli 5,5: non pecca di continuità, seppure al piccolo trotto e in una gara – specie nel primo tempo – dai ritmi bassi. Ma non azzecca mai il passaggio filtrante, la giocata che illumina. E allora che Zauli è? Da bulloni roventi il suo duello con Saverino.
Bellucci 5: va bene che il gol lo trova meglio arrivandoci, ma tenere a 40 metri dalla porta un bomber da 25 reti in cadetteria (2005-06) non sembra una genialata. Lui non si aiuta: una girata in controbalzo e un gran incornata in anticipo. Troppo poco.
Danilevicius 5: mai servito, solo un guizzo con un tuffo di testa che manca di un niente la boccia nel traversone da sinistra (17’ st Marazzina 5,5: detto degli stranoti atteggiamenti indisponenti verso arbitri e compagni, ci prova ma senza costrutto. E contro la difesa schierata non è un fenomeno).

Il tabellino
SPEZIA-BOLOGNA 2-0
SPEZIA (4-3-3)
Santoni 6 – Giuliano 6, Addona 7, Scarlato 6,5 (41’ st Gorzegno) 6, Nicola 6,5 – Confalone (9’ st Quadri 6,) 6, Saverino 6,5, Frara 7 – Guzman 7, Varricchio 7, Guidetti 7 (24’ st Ponzo 6). All. Soda.
BOLOGNA (4-2-3-1)
Antonioli 5 – Daino 5, Castellini 5,5, Torrisi 5,5, Manfredini 6 (22’ st Smit sv) – Mingazzini 6, Amoroso 5 – Meghni 4,5 (1’ st Nervo 5,5), Zauli 5,5, Bellucci 5 – Danilevicius 5 (17’ st Marazzina 5,5). All. Ulivieri.
Marcatori: 31’ pt Guidetti, 36’ st Varricchio.
Note: Ammoniti: 23’ pt Varricchio (S); 43’ st Mingazzini. Recuperi: pt 1’; st 3’.

Il Piccolo Highbury


Piccolo Highbury. Lo chiamano così a Spezia e dintorni l’Alberto Picco, stadio dedicato alla memoria del primo marcatore bianconero e ufficiale degli Alpini caduto nella battaglia del Monte Nero (Slovenia, 16 giugno 1915). Un po’ perché in Liguria il calcio con gli inglesi qualcosa c’entra, tanto per le tribune e la loro vicinanza al campo (privo della pista di atletica) e per il calore dei massimo 10.000 tifosi che possono stiparle. Di proprietà del Comune e inaugurato nel 1919, ha subìto – a partire dal 1964 (Curva Ferrovia) – diverse trasformazioni. Prima dell’omicidio Raciti, la la ridotta capienza aveva consentito la deroga alle nuove leggi in materia di sicurezza, ora è una certezza che il completamento dell'impianto non sarà realizzato secondo il progetto originale di fine anni Ottanta.
CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, febbraio 01, 2007

La coppa dalle grandi orecchie

Della Rimet e della Coppa FIFA si sa tutto, e viene ripropinato a ogni Mondiale. Forse perché è opera dello scultore italiano Silvio Cazzaniga. La Champions League fu Coppa dei Campioni c’è tutti gli anni eppure se ne sa poco o nulla.
Il trofeo, come lo conosciamo ora, è stato commissionato nel 1967 per 10.000 franchi svizzeri (circa 6.500 euro). Il primo a sollevarlo, a Lisbona il 25 maggio di quell’anno, è stato Jimmy McNeill, capitano del Celtic campione sull’Inter.
La forma attuale, con i particolari manici arcuati più grandi rispetto quelli della vecchia versione, venne approvata dall’allora Segretario generale della UEFA, Hans Bangerter, sulla base di varie proposte presentate da uno specialista di Berna (Svizzera), Hans Stadelmann. I ritocchi finali furono opera dell’incisore Fred Bänninger dopo 340 ore di meticoloso lavoro del figlio di Stadelmann, Jörg. La coppa misura 74 cm di altezza, pesa 8 kg, ha una capienza di 20 litri e porta incisi i nomi delle 51 vincitrici. Forgiata in puro argento, ha un valore commerciale che si aggira sui 300.000 euro.
La squadra vincitrice ritira la Champions League al termine della cerimonia di premiazione e la riconsegna al quartier generale della UEFA, a Nyon (Svizzera), due mesi prima della finale successiva. Al club campione uscente la UEFA consegna una replica in scala ridotta della “Coppa dalle grandi orecchie” per la bacheca della società vincitrice. Gli unici che hanno diritto al trofeo originale sono i club capaci di aggiudicarselo in tre tornei consecutivi o per cinque volte. Al momento, ci sono riuscite in cinque: Real Madrid (9 titoli, 5 consecutivi), Ajax e Bayern Monaco (4 titoli, 3 consecutivi), Milan (9 titoli, 5 consecutivi) e Liverpool (5 titoli, 2 consecutivi).
Le maglie ufficiali di queste squadre recano sulla manica sinistra uno stemma blu raffigurante la coppa con impresso il logo della competizione (otto stelle bianche o nere che, unite per le punte, formano un pallone) sotto il numero di Champions League e Coppe dei Campioni conquistate.
Dal 1997 il trofeo originale viene consegnato al sindaco della città ospitante la finale, così da poter essere visitato dal pubblico per uno o due mesi prima dell'incontro decisivo. Milano, unica città italiana ad aver ospitato il trofeo, nel 2001 espose la coppa al centro dell'ottagono di Galleria Vittorio Emanuele, a due passi dal Duomo, fino al 23 maggio, giorno di Bayern Monaco-Valencia. (c.g.)

La fiera dei cicli

Meglio mettersi d’accordo. Per “ciclo” deve intendersi solo il periodo di successi? O ha più senso infilarci anche il raggiungimento della finale, visto che in una partita atipica come la gara-epilogo la sottile linea rossa fra vittoria e sconfitta può essere vergata da un filo d’erba, un cartellino, uno o più tiri dal dischetto, una chiamata arbitrale, un infortunio, una squalifica. E che dire di quelle squadre che in fondo ci sono arrivate per più edizioni, se non consecutive, almeno ravvicinate? Nel 1968, il Benfica perse con il Manchester United schierando Cruz, Coluña e Augusto, tutti alla quinta finale con le Aquile: impossibile, per loro, non parlare di ciclo. Ecco perché propenderemo per una accezione che non “buonista”, ma semplicemente più articolata. Perché, se degregorianamente «non è da certi particolari che si giudica un calciatore, ma dal coraggio e dalla fantasia», il criterio deve valere anche per le squadre. E alcune, fra le eccellenti seconde, di quelle doti ne avevano in quantità industriali. Non avranno alzato la “Coppa dalle grandi orecchie”, ma hanno emozionato, scritto pagine di storia e, talvolta, cambiato il calcio. Scusate se è poco.

L’idea
Nel 1954 i “Maestri inglesi” ancora si sentono e vengono considerati tali, ma le migliori squadre al mondo sono a Budapest: la Honvéd come club, l’Ungheria come nazionale. Quasi la stessa cosa. Il calcio inglese vive un profondo stato di prostrazione. Quattro anni prima, alla storica decisione di uscire dall’isolamento e di partecipare al Mondiale era seguita la cocente eliminazione a opera dei dilettanti statunitensi. Al secondo tentativo, in Svizzera, altra scoppola ma stavolta nei quarti e per mano dell’Uruguay campione uscente. Insomma, il movimento cercava consolazioni. Per trovarne, con la scusa di inaugurare l’impianto di illuminazione del Molineux, lo stadio del Wolverhampton, in dicembre vengono organizzate due amichevoli di lusso. I locali Wanderers le vincono entrambe: 3-2 alla Honvéd di Ferenc Puskás, il numero uno dell’epoca, e 4-0 allo Spartak Mosca. Apriti cielo. I giornali inglesi sbracano. L’indomani il Daily Mail, in prima pagina, definisce il Wolverhampton «la miglior squadra al mondo». Il giovane Gabriel Hanot, inviato de L’Équipe a seguire gli incontri, prende cappello e inchiostra rabbia: «Prima di proclamare l’invincibilità del Wolverhampton aspettiamo che replichi le sue vittorie a Budapest e a Mosca. E vediamolo di fronte al Milan o al Real Madrid (le altre squadre in auge ai tempi, ndr). Certo, l’idea di un campionato del mondo, o almeno d’Europa, per club, più esteso, più significativo, e meno episodico della Mitropa Cup, e più originale di un Campionato d’Europa per squadre nazionali, merita di essere lanciata. Noi ci proveremo». Ammettiamolo: spocchiosi finché si vuole, ma quando ci si mettono, i francesi non sono secondi ad alcuno. Sarà un caso, ma i massimi eventi sportivi globali – Olimpiadi (Pierre De Coubertain), Mondiale (Jules Rimet) ed Europei (Henri Delaunay) di calcio, per non parlare del Tour de France e, appunto, della Coppa dei Campioni – sono tutti farina di sacco transalpino. Chapeau bas.
Nessuno può ancora saperlo, ma quel «noi ci proveremo» comprende, oltre alla capillare organizzazione che il quotidiano francese vanta in tutta l’Europa, l’interessato sostegno che il progetto tanto inviso alla UEFA avrebbe trovato in Santiago Bernabéu, presidente-totem del potente Real Madrid. Convocati a Parigi, nell’aprile 1995, i rappresentanti dei principali club continentali trovano in Bernabéu, che stava costruendo uno squadrone cui i confini spagnoli non potevano che andar stretti, un convinto paladino dell’Idea targata Hanot. Nominato vicepresidente esecutivo, don Santiago dà una vigorosa accelerata alle operazioni e la UEFA, di fronte allo spettro dello Scisma, grande o piccolo che fosse, viene indotta a miti consigli: si accontenta che nella denominazione del torneo (Coppa Europa per club) scompaia la parola Europa, riservata a competizioni per rappresentative nazionali, e pone la sola condizione che ad autorizzare le partecipanti siano le rispettive federazioni. Grazie anche e soprattutto a Bernabéu, nasce così la Coppa dei Campioni. E con essa la squadra, la sua, che ne dominerà le prime cinque edizioni.

SPAGNA (11 successi):
Real Madrid (1956, 1957, 1958, 1959, 1960; 1966; 1998; 2000, 2002), Barcellona (1992; 2006)

Gli anni d’oro del grande Real – La supremazia merengue non sarebbe possibile senza i gangli che legano il club al potere franchista. È azionando quelli che la premiata ditta Bernabéu-Saporta, capace dirigente strappato al basket, strappa al Barcellona il primo fuoriclasse universale del calcio: l’argentino Alfredo Di Stéfano, secondo molti il più completo giocatore di tutti i tempi. Mercenario al soldo dei Millonarios di Bogotà, club dichiarato fuorilegge dalla FIFA, l’ex centravanti del River Plate viene trattato dai blaugrana direttamente con la teorica società di appartenenza. Bernabéu invece aziona altre leve e, in barba a etica e regolamenti, pittura di blanco la pietra angolare dell’imminente dinastia.
La prima edizione (1955-56) è contrassegnata dall’elevato numero di reti. Il Real Madrid ne prende tante e ne segna tantissime: 2-0 e 5-0 al Servette, 4-0 e 0-3 al Partizan nei quarti, 4-2 e 1-2 al Milan in semifinale, 4-3 ai francesi dello Stade Reims nella finale parigina del Parco dei Principi, sede-omaggio a dove tutto era incominciato.
L’anno dopo, altro ossequio, stavolta al vero promotore della manifestazione e alla squadra che si sarebbe confermata campione. Si gioca nel madrileno Chamartìn, impianto che dal 1978 sarebbe stato intitolato a Bernabéu, che, nel 1943, come primo atto da presidente merengue, ne aveva imposto la ristrutturazione. Risalente al 1924 e reinaugurato nel 1947, il catino ospita 124.000 spettatori (84.000 in più di quelli confluiti al Parc des Princes l’anno prima: un segnale eloquente) sicuri del nuovo trionfo. Avranno ragione, ma a fatica e grazie al compiacente arbitraggio dell’olandese Horn, amico di Bernabéu. La prima linea madrilista fa paura: Kopa e Gento ali, Mateos e Ríal interni, Di Stéfano dappertutto. La coriacea Fiorentina, allenata da Fulvio Bernardini e per la prima volta campione dItalia, conta però su una Maginot difficilmente perforabile, specie nel portiere Sarti e nei terzini Magnini e Cervato. Sfortuna vuole che il 26 maggio, quattro giorni prima della finale, il mediano Chiappella, si stiri nella sconfitta (3-0) della nazionale a Lisbona contro il Portogallo. Al Chamartin gioca Scaramucci, e il rammarico resta: chissà come sarebbe finita se ci fosse stato il forte Beppone. I viola reggono per 70’ poi Horn inventa il rigore (fallo commesso fuori area e su azione viziata da fuorigioco), che Di Stéfano trasforma. Poi Gento, in contropiede, chiude i conti.
Il campanello d’allarme, però, è suonato: quella squadra, già fortissima, beneficia di troppi santi in paradiso. Il calcio sta cambiando, fare gol resta essenziale ma ancora di più è diventato non prenderne. Ecco spiegato l’ingaggio di José Emilio Santamaría, colonna difensiva del Nacional di Montevideo e della nazionale uruguaiana. Il Real Madrid 1957-58, più equilibrato e coperto, tocca l’apice del rendimento: 2-1 e 6-0 all’Anversa, 8-0 e 2-2 col Siviglia nei quarti, 4-0 e 0-2 col Vasas in semifinale. La finale di Bruxelles, la prima in campo neutro, viene ricordata come la più tecnica e spettacolare di sempre. Da una parte la consueta macchina di gol che ha imparato a incassarne meno senza per questo smettere di farli. Dall’altra, il forte Milan guidato in panchina da Puricelli e in campo da marpioni quali i papà d’arte Radice e Maldini in difesa, Liedholm e Schiaffino a metà campo, Grillo e Cucchiaroni in attacco. Rossoneri due volte avanti e ripresi (Schiaffino, Di Stéfano; Grillo, Ríal), poi, nei supplementari, Gento trova il rimpallo buono e arpiona il 3-2 che vale la terza Coppa consecutiva.
A riprova che il recente Real Madrid dei Galácticos era la versione calcistica dei corsi e ricorsi storici, per festeggiare il successo e gettare le basi di quelli futuri, Bernabéu si regala ogni volta una stella. Dopo il primo trionfo era arrivato il francese Raymond Kopa, funambolica ala destra appena sconfitta con lo Stade Reims. Ora Puskàs, 31enne e sovrappeso capitano della Aranycsapat, la Squadra d’oro, seconda a Svizzera 54. Il suo magico e terrificante sinistro è essenziale per tutta la campagna europea, tranne che in finale. All’ex maggiore dell’esercito, che alla rivoluzione del 1956 aveva preferito l’esilio, la Germania nega il visto di ingresso e così il Colonnello non può scendere in campo al Neckarstadion di Stoccarda nella rivincita con lo Stade Reims. I francesi, ancora allenati da Albert Batteux, schierano 4/11 della formazione finalista tre anni addietro: Giraudo, Leblond, Jonquet e Bliard. A chiudere la sfortunata grandeur dei biancorossi, Mateos e il solito Di Stéfano.
Il numero 10 si rifà nell’edizione successiva: 4 reti alla Jeunesse Esch, una al Nizza nei quarti, tre al Barcellona in semifinale e un altro poker in finale – impresa mai eguagliata – all’Hampden Park di Glasgow contro l’Eintracht Francoforte, strabattuto 7-3. Pleonastico aggiungere che gli altri gol madrilisti li firma Di Stéfano. Per compiacerne la leadership, uno dei primi gesti in camiseta blanca del furbo “Canoncito Pum” fu rinunciare a un gol certo per mandare a rete l’influente compagno ed entrare così nelle sue grazie. Privilegio mai avuto dal geniale ma statico regista brasiliano Didí, mai impiegato in Coppa dei Campioni in quella sua unica stagione merengue.

Il Real Madrid torna in cima all’Europa nel 1966. La squadra è in piena transizione, di Stéfano è andato a chiudere la carriera all’Español, seconda squadra di Barcellona oggi diventata Espanyol. La continuità con il leggendario passato è garantita dalla guida tecnica, ancora affidata a Muñoz, e dagli ultimi scampoli di gloria di Puskás e Santamaría, non più titolari, e dell’eterno Gento, l’unico presente in tutti e sei i trofei. Il giovane Pirri rappresenta il rinnovamento. Ma se i bianchi superano il turno preliminare, dopo la sconfitta per 2-1 di Rotterdam contro il Feyenoord, lo devono al regalo di addio di Puskás, ormai prossimo al ritiro. Il Colonnello segna il prezioso gol dell’andata e una quaterna nel 5-0 del ritorno. Nei quarti il Madrid, mai così operaio e autarchico, piega l’Anderlecht (0-1, 4-2) grazie anche all’arbitro Barberan e in semifinale, contro l’Inter, sfrutta l’eccessiva prudenza scelta da Herrera. In Spagna i nerazzurri giocano una gara di puro contenimento, persa col minimo scarto e nell’illusione di ribaltare la situazione a “San Siro”. Invece il gol trovato in contropiede da Amancio scompagina subito i piani di HH e rende inutile il pareggio di Facchetti nel finale.
La stagione sancisce la fine di due cicli, quello del Real Madrid e quello del Benfica, e annuncia quello che di lì a due anni avrebbe portato sul trono europeo il Manchester United. I “Busby Babes”, eredi della squadra perita nel rogo di Monaco nel 1958, sono la sorpresa del torneo. Nei quarti battono le Aquile 3-2 in casa e 5-1 a domicilio poi, quando tutti li danno per favoriti, cadono in semifinale (0-2, 1-0) contro il Partizan di capitan Vasovic, libero che all’Ajax getterà le basi difensive del Calcio Totale. Nella finale di Bruxelles, è lui a portare in vantaggio i belgradesi, raggiunti e superati dalle reti di Amancio e Serena. Il sesto capitolo della saga ha lo stesso lieto fine dei precedenti, ma protagonisti di caratura ben inferiore. La dimostrazione, nei quarti, è il doppio KO nella rivincita con l’Inter prossima finalista: 1-0 a Milano, 0-2 al Chamartín. Altri due cicli vanno in soffitta: il Real non vincerà più fino al 1998; i nerazzurri, nel giro di otto giorni, perdono Coppa dei Campioni, Coppa nazionale e campionato. Un po’ come succederà, nel 2002, al Bayer Leverkusen guidato in campo dal giovane Ballack e in panca da Toppmöller, ingenerosamente ribattezzato “Flopmöller”.

Il “Dream Team” di Cruijff – Il Profeta del gol riesce da tecnico là dove aveva fallito da giocatore, regalare al Barça la Coppa delle Coppe e, soprattutto, la Coppa dei Campioni. Sempre contro la Sampdoria. Geniale in panca quasi quanto lo era in campo, Johan Cruijff è tra i primi a sperimentare ai massimi livelli la difesa a tre. E con un centrale, Koeman, più bravo a impostare che a chiudere. Nella finale di Wembley, nel debutto della prima fase a gironi, è sua la tremenda punizione che risolve, al 110’, la sfida contro gli acciaccati gemelli del gol Mancini & Vialli: il primo inventa, il secondo spreca.
La fortuna premia l’audacia del Dream Team (tre posti per Koeman, Laudrup, Stoitchov e Romário) nella Liga – 4 titoli consecutivi, almeno due rocamboleschi –, non altrettanto in Europa. L’arrogante olandese e il suo calcio bello e scriteriato prendono una memorabile scoppola dal rimaneggiato Milan capelliano (Galli e Maldini centrali per Baresi e Costacurta; Savicevic e Massaro davanti) ad Atene 1994: lo 0-4 contro gli Invincibili segna la fine di un’era e, forse, dell’Utopia cruijffiana.

Il Real dei Galácticos – Alla Amsterdam Arena, il finto tridente con Del Piero e Zidane rifinitore fa pendere dalla propria parte il pronostico. Venti minuti di buona Juve, Madrid non fenomenale e discontinuo, ma meritevole. L’equilibrio è spezzato da un colpo trovato sul filo del fuorigioco dalla punta serba Mijatovic, futuro flop viola e attuale dg merengue. Bianconeri KO e Coppa che, 32 anni dopo la generazione ye-yé (Sanchis sr, Pirri, Velazquez, Grosso e Amancio), viene alzata dagli “Héroes de la Séptima”. Il loro capo è Raúl, Seedorf - alla seconda Champions League dopo quella con l’Ajax (la terza al Milan, nel 2003), uno dei piu ascoltati.
Il successo del pone le premesse affinché la Casa Blanca rispolveri l’antica politica espansionista di Bernabéu: un galáctico l’anno. Uscito nei quarti contro la Dynamo Kyv della coppia-gol Shevchenko-Rebrov nel ’99, il Real torna in finale nel 2000 e nel 2002. E vince. A Parigi è derby spagnolo, contro il Valencia: mai era successo che nell’ultimo atto si affrontassero squadre della stessa nazione. Tre anni dopo toccherà a Milan e Juventus. Allo Stade de France, arbitro Braschi, non c’è gara: squalificato Carboni, il Valencia perde prima ancora di lasciare gli spogliatoi: Morientes, McManaman e Raúl firmano lo scontato copione.

Il Valencia della “Cúperativa” – La mediana operaia Mendieta-Farinós-Gerard-Kily González – segna la metà dei gol (13 su 26) segnati dagli uomini di Héctor Cúper nel torneo. Una volta smontata, i pezzi, spesso rotti, cesseranno di funzionare: alla Lazio e al Middlesbrough (Mendieta), all’Inter (Farinós e Kily), al Barcellona (Gerard). Le malelingue dicono che quel Valencia corre troppo per essere vero. In mancanza di prove, un plauso all’“Hombre vertical” argentino che centra tre finali europee in tre anni, e pazienza se le perde tutte: col Maiorca contro la Lazio delle stelle nell’ultima Coppa delle Coppe (1999), contro il Real e nel 2001 ai rigori contro il Bayern a Milano. Il 5 maggio all’Olimpico? Non infieriamo.
Come la stagione precedente arrivano in finale una tedesca e una spagnola: la rivelazione Bayer Leverkusen (con nomi mica male: i nazionali Ballack e Neuville e Lucio, centrale della Selecao, il giovane Berbatov, il vecchio Kirsten), e il Real dei Galácticos (Roberto Carlos, Raúl, Figo e Zidane). Anche stavolta vince la grande. All’Hampden Park, come nel 1960, le merengues danno spettacolo: e il sinistro d’incontro di “Zizou”, su cross da sinistra, sinfila nel sette e nella storia. È la Nona sinfonia.

ITALIA (10)
Milan (1963, 1969; 1989, 1990; 1994; 2003), Inter (1964, 1965), Juventus (1985; 1996)

I due Milan di Rocco – Non si può parlare di ciclo per la seconda italiana a raggiungere la finale, l’anno dopo la Fiorentina, Tra il Milan battuto perdente del 1958 e quello campione nel 1963, il solo elemento comune è Cesare Maldini, libero e capitano che alza il trofeo quarant’anni prima del figlio Paolo. Il Benfica detentore acquista peso offensivo inserendo al centro dell’attacco una… Torres. Immarcabile sui palloni alti, il centravanti sarà fra i protagonisti del difficile cammino verso Wembley. Il Milan ci arriva guidato dalla strana coppia Viani-Rocco, amici di lunga data divisi da idee calcistiche non sempre collimanti Su tutte, il talento inglese Jimmy Greaves: un gol a partita, tra un bicchiere e laltro, nella decina di partite giocate nella stagione dello scudetto 1962. Che lui, pupillo del dg, non festeggerà, perché Rocco lo rispedisce in Inghilterra già a dicembre. Al suo posto, dal Brasile, arriva il compassato brasiliano Dino Sani, che in testa e nel piede ha lo scibile del calcio. Accanto a lui esplode il ventenne Rivera, ideale rampa di lancio per il bomber brasiliano Altafini, con 14 centri capocannoniere del torneo. Come per tutte le squadre di Rocco, la fase difensiva, più che la difesa, è da accademia del pallone. In finale, però, soltanto un’intuizione venuta dal campo – in gol al 18’, Eusébio passa da David a Trapattoni, che lascia a Benítez il più prestante Torres – permette al Milan di sistemarsi dietro e di vincere grazie alla doppietta di Altafini.
Diverso il secondo successo rossonero. A Madrid, sei anni dopo, una truppa imbottita di veterani impartisce una lezione di contropiede (4-1) all’acerbo Ajax, il cui calcio totale è ancora in divenire. Sullo 0-0 gli ajacidi colpiscono un palo, poi sale in cattedra Rivera, che innesca la tripletta di Prati. Il rigore assegnato per un dubbio fallo di Lodetti su Keizer riapre la gara. Capitan Vasovic lo trasforma e diventa il primo giocatore a segnare in finale con due maglie diverse. A richiuderla è l’acuto di Sormani, che agli spalti, immortalato dalle telecamere, riserva il gesto dell’ombrello.

La grande Inter di HH – Seconda italiana a vincere il trofeo, la corazzata allestita da Italo Allodi coi soldi di Moratti padre e pilotata dal Mago Herrera è la prima a ripetersi. Difesa imperniata su capitan Picchi, libero d’antan, e attacco votato al contropiede grazie ai sapienti lanci di Suárez per le frecce Mazzola e Jair. La squadra passerà alla storia come paladina del Catenaccio ma era molto più che la semplice apoteosi del controgioco. Era una macchina da calcio che, dietro le istrioniche trovate del suo capopopolo, nascondeva i podromi del calcio a venire. Solo circostanze particolari le impediranno di vincere quattro coppe filate: l’eccesso di prudenza di HH a Madrid nel ’66; le botte degli scozzesi, tollerate dal tedesco Tschenscher, nell’afa di Lisbona, col cursore Bicicli per l’assente Suárez nel ’67. Quella del ’72 era un’altra squadra, già miracolata (dalla lattina) ad arrivare in fondo. Gli eroi rimasti (Burgnich, Facchetti, Jair, Mazzola) non erano più né giovani né belli.

La Juventus di Trapattoni – Col Trap la critica più superficiale ha sempre giocato al massacro. Dalli al difensivista, e pazienza se quello giocava con terzini che sapevano appoggiare, specie il fluidificante a sinistra, un’ala tornante, due punte di ruolo, regista e numeri dieci classici. Qualche problemino col fuoriclasse di turno, che disdegna lo stare troppo indietro quanto recuperar palloni. E l’atavico vizio di far entrare un difensore per difendere il vantaggio, magari a costo di dilapidarlo per colpa del golletto buscato in trincea. Ma le sue Juventus vincono tanto e a lungo, anche se più in patria che fuori. Quella di Atene 1983 ha tutto per smentire l’assunto, ma crolla sul più bello. Non lo fa due anni dopo, ma in una non-partita e in tutta un’altra storia.

Il Milan “olandese” di Sacchi – Quella squadra ha cambiato il calcio. Più che nella sostanza, nella mentalità, figlia di retaggi “olandesi” filtrati da prudenti e (mai ammessi) accorgimenti italianisti. La difesa alta, il pressing feroce, il fuorigioco persino eccessivo nella sua sistematicità, restano pietre miliari nell’evoluzione della tattica. Idem l’applicazione maniacale e i terribili allenamenti scanditi a colpi di megafono. Davanti agli 80 mila tifosi rossoneri in esodo a Barcellona, contro lo Steaua, la superiorità milanista va ben oltre le doppiette di Gullit e van Basten. La più nitida fotografia di quel Milan stellare non è il 5-0 rifilato al Real Madrid al Meazza nella semifinale di ritorno del 1989. È l’1-1 dell’andata. Sembra un paradosso ma mai si era vista una squadra “dominare” così al Bernabéu, eppure incapace di vincere. L’incornata in tuffo con cui van Basten manda la palla sotto la traversa e quindi in gol, è poesia in movimento. A quel punto, vincere è un dettaglio. Da sbrigare in casa.
Da sbadigli invece la finale del 1990. Davanti al Benfica disposto a specchio dal giovane Eriksson, il Milan si sfrange fino a che Rijkaard – su geniale verticalizzazione di van Basten – taglia a fette la scacchiera. A parità di benzina, equilibrio e organizzazione, chi ha i campioni vince. Sempre. A zona, in linea e persino a freccette.

Gli Invincibili di Capello – Irresistibile in campionato, rispetto quello di Sacchi il Milan di Capello non suscita identico fascino in Europa. Va in finale tre volte filate e sempre da favorito (1993, col Marsiglia), (1994, col Barcellona), (1995, con l’Ajax), ma vince, e alla grandissima, solo la seconda. Decisivi gli infortuni – quella coi francesi è l’ultima gara di van Basten, già fuori causa da tempo immemore –, dazio che al mago delle correzioni in corsa costerà l’ingenerosa etichetta di quello che sbaglia le gare del dentro o fuori. Sul piano tattico, il suo capolavoro è l’ex stopper Desailly schierato libero davanti la difesa. Poi 4-4-2 duttile come suprema ragion di campo cui piegare anche il Genio Savicevic e il riottoso Boban e capace di far gol anche senza attaccanti di ruolo.

La Juventus di Lippi – Tre finali consecutive. Averne vinta solo una, per di più ai rigori, non inficia quanto sciorinato, e certo non ascrivibile solo a inopportune telefonate o ad armadietti stipati di strani medicinali. Si potrà obiettare che allestire simile rose non sarebbero stato possibile, in condizioni regolari, ma qui si parla di campo e lì il camaleontismo lippiano ha spesso dato la paga a tutti. Nel 1996 i tre là davanti Vialli, Del Piero (erede di Baggio, ceduto appena vinto lo scudetto) e Ravanelli corrono come matti senza che il lavoro di copertura ne inaridisca la vena realizzativa. Anzi. E quando uno dei puntero è ai box, via col tandem Del Piero-Padovano.
Dopo la batosta col Dortmund nel 1997, la Juventus sostituisce la punta centrale Vieri con un altro ex atalantino, Inzaghi, e arriva in fondo per la terza volta consecutiva. Il cammino è meno perentorio rispetto la stagione precedente. Battuta all’Old Trafford dal Manchester United e a Rotterdam dal Feyenoord, la Lippi-truppen arriva seconda nel girone a spese degli olandesi e del Kosice. Poi supera di slancio Dinamo Kyiv nei quarti e Monaco in semifinale. Il rinato Real Madrid del tedesco Jupp Heynckes, sembra alla portata dei bianconeri, invece trova il dubbio golletto di Mijatovic e la Juve s’incarta.

Il Milan di Ancelotti – La finale del 2003, il derby italiano Milan-Juventus, finisce ai rigori. È la settima volta che la Coppa si assegna ai rigori. Dal dischetto sbagliano Trézéguet, Birindelli e Montero; fra i rossoneri, Kaladze e Nesta. Lippi il Vincente lascia il trofeo ad Ancelotti il Perdente (due secondi posti filati in campionato e proprio sulla panca bianconera). Due anni dopo, sempre ai penalty, il buon Carletto farà altrettanto con Benítez all’Ataturk di Istanbul. Per colpa della Dudek dance. Il calcio tecnico e manovrato tanto caro ad Ancelotti meritava altri epiloghi.

INGHILTERRA (10)
Manchester United (1968; 1999), Liverpool (1977, 1978, 1981, 1984; 2005), Nottingham Forest (1979, 1980), Aston Villa (1982)

Gli eredi dei “Busby Babes” – Matt Busby, manager del Manchester United, aveva una missione. Sopravvissuto, assieme al futuro capitano Bobby Charlton, al rogo di Monaco, aveva ricostruito la squadra a tempo di record e inseguiva l’obbligo morale, in memoria dei suoi ragazzi, i “Busby Babes”, di vincere la Coppa. Pur di prendervi parte, alla seconda edizione, aveva infranto il veto della FA, la federcalcio inglese, che aveva impedito ai propri club l’iscrizione. Dal 1963 al 1967 i Red Devils dettano legge in patria (una FA Cup e due campionati) e nel 1968 conquistano l’Europa. Il mastino Stiles protegge la retroguardia che vede Brenbnan e Dunnen esterni, Crerand e Foulkes centrali; Charlton giostra da centravanti/regista a tutto campo, in appoggio al genio di Best e agli intelligenti movvimenti della torre Kidd, non a caso mente degli schemi offensivi del Man U campione continentale 31 anni dopo. Superati i maltesi dell’Hibernians e il più ostico Sarajevo, nella semifinale di andata il gol di Best batte il Real Madrid. Al ritorno, i 100 mila del Chamartín spingono le merengues sino al 3-1, sembra finita, ma un ultimo sussulto d’orgoglio porta al pareggio i Diavoli Rossi. In finale a Wembley, dopo il botta e risposta Charlton-Graca e il mancato raddoppio di Eusébio, il Benfica perde 4-1 nei supplementari: reti di Best, Kidd – che festeggia il 19° compleanno – e ancora Charlton. Per la prima volta la Coppa va a un club inglese, sul ciclo dei portoghesi cala il sipario.

L’onda lunga del Liverpool – Dopo le scuole olandese e tedesca, tocca a quella inglese. Nel Liverpool Paisley ha sostituito Shankly, artefice della rinascita del club, e pilota i Reds a un passo dal en plein: campionato, FA Cup e Coppa dei Campioni. Il 17 maggio arriva il decimo titolo nazionale, il 21 cedono la Coppa d’Inghilterra al Manchester United, il 25 all’Olimpico di Roma battono 3-1 il Borussia Mönchengladbach, avversaria contro la quale avevano conquistato il loro primo alloro internazionale: la Coppa UEFA del 1973. I tedeschi, stavolta favoriti, schierano tipini quali Vogts, Bonhof, Stielike, Heynckes e il piccoletto danese Simonsen. Il Liverpool flirta col 4-4-3 per sfruttare appieno il talento di Keegan, che dopo il successo si accasa all’Amburgo. Al suo posto, per 400 mila sterline, arriva dal Celtic lo scozzese Dalglish e ad Anfield piovono Coppe. È suo il golletto che a Wembley, nel 1978, piega il Bruges, portato in finale dall’ennesimo capolavoro di Happel. L’exploit del Nottingham nega ai Reds la probabile tripletta. Il terzo sigillo arriva nell’81. A Parigi contro il Real Madrid targato Boskov, il diagonale del terzino sinistro Alan Kennedy scaccia all’82 lo spettro dei supplementari e degli eventuali rigori. Proprio con quelli si chiuderà, in bellezza, il lungo ciclo del Liverpool. Gli inglesi calano il poker in casa della Roma, superata nelle sessioni dal dischetto dopo l’1-1 dei tempi regolamentari (contestato 0-1 di Neal per carica su Tancredi, zuccata di nuca di, e alla, Pruzzo su cross di Conti) e il nulla di fatto del doppio overtime. Decisivi gli errori dei romanisti campioni del mondo Conti e Graziani. Roventi le polemiche per il “no, grazie” dell’asso giallorosso Falcão.
L’anno successivo i Reds contendono alla Juventus la Coppa insanguinata. Il non-rigore con cui Platini la porta a Torino non merita considerazioni calcistiche. All’Heysel si gioca, si dirà, per non aggravare la già immane tragedia. Il trofeo, però, non andava assegnato. Chiedersi come sarebbe finita in condizioni normali, è lecito quanto inutile.
Il Liverpool tornerà alla vittoria venti anni dopo, a Istanbul, e sempre ai rigori. Ma quella finale è più persa dal Milan (avanti 3-0 all’intervallo) che vinta dai Reds. Parlare di ciclo, per la squadra dello spagnolo Benítez, che nei quarti superò (2-1, 0-0) la Juventus di Capello, più che prematuro suona ridicolo. Per ora.

Lo Sceriffo di Nottingham – Quel Forest fa epoca. Perché vince da neopromossa il titolo di prima divisione, e sullo slancio addirittura due Coppe dei Campioni consecutive, anche se fra le più modeste di sempre. E perché mentre oltremanica impera la filosofia di Charles Hughes – palla lunga e pedalare – il Nottingham del focoso Brian Clough se ne affranca con un 4-4-2 moderno e duttile. Le punte sanno trattare la palla, sono forti nel gioco aereo ma più per tempismo che per stazza o potenza: come Francis in gol a Monaco contro il Malmö. Non stanno ferme ad aspettare il pallone ma tornano a centrocampo e favoriscono gli inserimenti dei compagni. Tutto secondo tradizione nel mezzo. Un po’ meno sulle fasce, soprattutto nel bis europeo: con il più atletico e offensivo Viv Anderson che rileva Clark nello spot di terzino destro. La vera differenza dal calcio di Hughes, però, è nel modo di difendere. Quel Forest, che chiude imbattuto il torneo 78-79, non pressa alto, prefereisce stanare gli avversari e fulminarli in contropiede rapidi. Ma ha poca classe (Bowles ne avrebbe pure troppa, ma nella finale dell’80, al Bernabéu con l’Amburgo, rifiuta la panca) e non può durare. Clough cambia i pezzi del mosaico non appena li vede appagati, ma i miracoli – una sconfitta in 63 gare prima di buttar fuori il Liverpool campione – sono tali anche perché non si ripetono.

Il miracolo Villans – Il discorso si applica anche all’Aston Villa, che in finale supera il Bayern Monaco. Breitner torna all’ovile e ritrova Horsmann, Durnberger, Hoeness e Rummenigge, logico che i bavaresi siano favoriti. Invece è l’anno magico per il biondo interno Shaw, “Bravo” del Guerino, il regista Cowans, poi al Bari, del secondo portiere Spink che al 9’ subentra all’infortunato Rimmer e, alla seconda presenza in squadra, para anche la luna, e dello sgraziato centravanti Withe, che al De Kuip di Rotterdam infila Müller da due passi. La stagione successiva i sogni del bis moriranno nei quarti, contro la Juventus tutta stelle, prima italiana a vincere (1-2) in terra inglese nelle Coppe.

I “Fergie Boys” – “Treble”, basta la parola: nel 1999 il Manchester della gestione Ferguson porta a casa Champions League, FA Cup e Premier League. A Barcellona contro il Bayern Monaco, il Man U insegue sin dal 6’, per la punizione di Basler. Quando tutto sembra perduto Fergie – che deve rinunciare, per squalifica, ai figliocci prediletti, Scholes e Keane, quindi a mezzo centrocampo – getta nella mischia prima Sheringham (per Blømqvist) poi Solskjær (per Andy Cole). E dal 91’ e al 93’, i due ribaltano il risultato. Le lacrime dello stopper ghanese Kuffour entrano nella storia, idem la faccia di marmo di Matthäus, a fine carriera riciclatosi libero e uscito (per Fink) sull’1-0. I tedeschi, sempre allenati da Hitzfeld (vincitore col Dortmund nel 1997), si rifaranno due anni dopo a Milano, ai rigori contro il Valencia. Lothar no, si sarà già ritirato.

OLANDA (6)
Ajax (1971, 1972, 1973; 1996), Feyenoord (1970), PSV Eindhoven (1988)

Il Calcio Totale – L’Europa scopre l’Ajax nella “Partita della nebbia”, andata del secondo turno 1966-67: ad Amsterdam, 5-1 al Liverpool. Al ritorno gliene faremo sette, strepita il manager dei Reds, Bill Shankly. Invece finisce 2-2. Gli uomini di Rinus Michels sembrano lanciati invece si fanno elimiminare ingenuamente dal Dukla Praga nei quarti. L’anno dopo, KO per un gol col Real Madrid, ma nel 1969 è già finale. A Madrid, il Milan è troppo esperto per i giovani ajacidi e vince 4-1. È questione di tempo, ma i primi olandesi ad alzare il trofeo non sono i biancorossi di Amsterdam, bensì quelli del Rotterdam, i loro peggiori rivali. A Milano nel 1970, il Feyenoord supera il Celtic ai supplementari. Senza saperlo il geniale stratega austriaco Ernst Happel getta le basi dell’Idea che di lì a poco verrà chiamata Calcio Totale. Michels, rigido insegnante di educazione fisica, mai apprezzerà tale definizione, che meglio si adatta alla gestione-Kovács. Dopo il successo di Wembley 71, Michels fa a contare pesetas al Barcellona e il rumeno che gli succede, più uomo di mondo, allenta le briglie ai suoi purosangue. Cruijff guida una irripetibile generazione di atleti-campioni (Suurbier e Krol sulle fasce, Neeskens ogni dove, Rep in attacco), tutti capaci di fare tutto e nati, per un capriccio del caso, a pochi anni di distanza. In finale, Panathinaikos (con Puskás allenatore), Inter (a Rotterdam) e Juventus (a Belgrado) nemmeno ci provano, tanto è manifesta la loro inferiorità. Poi il giocattolo si rompe, e fuoriclasse e comprimari emigrano a far soldi.

Il Sistema van Gaal – Un dogma: 3-4-3. Riserva dell’ultimo Cruijff da giocatore, Louis van Gaal scrive con il suo inderogabile credo tattico-disciplinare la nuova epopea ajacide, venti anni dopo quella del Calcio Totale. Nel 1995 i ragazzini terribili reclutati durante i Talentendagen, e covati dalla chioccia di ritorno Rijkaard, affossano il Milan a Vienna dopo averlo fatto nel girone (doppio 2-0): il gol lo segna all’85’ Kluivert, a 18 anni e 325 giorni il più giovane realizzatore nella storia delle finali. L’anno successivo, si arrendono ai rigori alla Juventus lippiana. Poi tutti al supermarket biancorosso. Venghino siori, venghino: una volta estrapolati dal Sistema, i pezzi (il portiere van der Sar, Reiziger, le ali Finidi e Overmars, i centravanti Kanu e Kluivert, l’interno di punta Litmanen, i gemelli De Boer) non sempre funzionano come prima, ma restano un usato sicuro. E in qualche caso (gli interni Seedorf e Davids) migliorano pure.

GERMANIA (6)
Bayern Monaco (1974, 1975, 1976; 2001), Amburgo (1983), Borussia Dortmund (1997)

L’impero del Kaiser – Alle tre coppe alzate dall’Ajax (con capitani Vasovic, Keizer, Cruijff), segue quello del Bayern Monaco di Franz Beckenbauer, che di Cruijff è l’amico-rivale per antonomasia: in Europa, in finale al Mondiale 1974, nel Pallone d’oro (tre al Papero d’oro, due al Kaiser). Il Calcio Totale lascia spazio alla tradizione, che non significa restaurazione anche perché vanta interpreti straordinari per doti fisiche, tecniche e temperamentali. Quel Bayern sta alla Nationalmannschaft euromondiale (1972-1974; seconda a Euro 76), come l’OlandAjax agli oranje secondi a Monaco 74 e a Baires 78 e terza agli Europei del ’76. Primo club tedesco a conquistare la Coppa, il Bayern arriva in fondo faticando parecchio. Nel primo turno piega solo ai rigori l’Atvidaberg. Al ritorno, in Svezia, un oggetto lanciato dagli spalti spezza la tibia a Breitner. Gli svedesi, quasi come risarcimento, lasciano andare a Monaco l’attaccante Torstensson, autore di due gol nel turno e decisivo, con i nuovi colori, anche nel prosieguo. Superata la Dinamo Dresda nel “derby” coi cugini orientali e il duro CSKA (giustiziere dell’Ajax) nei quarti, doppietta di Torstensson, il Bayern passeggia in semifinale con l’Ujpest. In finale, piega l’Atlético Madrid solo alla ripetizione. All’Heysel di Bruxelles, il muro eretto da Reina (padre dell’attuale portiere del Liverpool) e compagni non solo regge ma sembra averla vinta quando Luis Aragonés, oggi sopportato Ct della Spagna, buca Maier su punizione al 113’. Poi, quasi allo scadere, lo stopperone Schwarzenbeck, pesca il jolly con un bolide da trenta metri. Due giorni dopo, non c’è partita: doppiette di Hoeness e Müller, con nove reti top scorer del torneo, e trofeo al cielo. Tempo un mese e sei biancorossi (Maier, Schwarzenbeck, Beckenbauer, Breitner, Hoeness e Müller) ne alzeranno un altro: la prima Coppa FIFA. Come suo costume, il tecnico Lattek vince e se ne va. La squadra viene affidata a Cramer e, anche senza Breitner (coperto d’oro dal Real Madrid), concede bis e ter. A Parigi, contro il Leeds United, è battaglia, in campo e fuori. Kitabdjean annulla all’inglese Lorimer un gol regolare, poi Roth (’72) e Müller (’82), ancora capocannoniere, piegano i bianchi. L’anno dopo, con l’innesto della giovane punta Rummenigge accanto a Hoeness e Müller, il Bayern supera i duri ostacoli Malmö, Benfica e Real Madrid e, in finale all Hampden Park di Glasgow, la rivelazione francese Saint-Étienne. Strasfavoriti, Les Verts si arrendono alla punizione di Roth. La stagione successiva, i bavaresi escono nei quarti per mano della Dinamo Kyiv di Blokhin, Pallone d’oro nel ’75, anno in cui col club vinse la Coppe delle Coppe.

Il sottovalutato Amburgo – La Germania torna in auge con una squadra tanto tosta quanto sottovalutata. Ad Atene, nel 1983, la Juventus dei sei campioni del mondo (Zoff, Gentile, Cabrini, Scirea, Tardelli e Rossi) più il recuperato Bettega e le star di oltrefrontiera Platini e Boniek dovrebbe farne un sol boccone. Invece finisce allo spiedo, infilzata dopo 8’, dalla strana parabola con la quale Magath pesca il sette. Quel tiro dell’oggi tecnico del Bayern fa scordare ai più che il mago Happel, vincitore col Feyenoord nel 1970, schiera 6/11 della formazione guidata da Zebec nella finale del 1980 contro il Nottingham Forest: Kaltz, Jakobs, Hieronymus, Milewski, Hrubesch (ora titolare e capitano) e Magath. Altro che carneadi. Il resto ce lo mette il medianaccio Rolff, che annulla Platini come già aveva fatto in nazionale.

I panzer di Hitzfeld – Nel 1997 lo spauracchio è il Manchester United. La Juventus fresca di titolo Intercontinentale tira un sospiro di sollievo quando il Borussia Dortmund lo elimina in semifinale. Lo strada pare spianata, anche perché il club della Westfalia sembra una succursale bianconera, tanti sono gli ex juventini che ora vestono di giallonero: Reuter e Kohler in difesa, Paulo Sousa in regìa, Möller sulla trequarti. Ci sono altre vecchie conoscenze italiane quali il bomber Riedle, gran saltatore, e Sammer (Inter), riciclato libero, più antichi fusti come il centravanti svizzero Chapuisat e, in panchina, l’eterna promessa Ricken. Bravini, ma abbordabili. Invece Riedle infila subito una doppietta, Paulo Sousa e gli altri scaricati giocano col coltello tra i denti. La Juve arriva in fondo cotta e incerottata. A nulla valgono le recriminazioni contro le decisioni arbitrali e il magico tacco con cui Del Piero, entrato per Porrini, riapre la gara. Ricken, subentrato per “Chappi”, azzecca in contropiede il pallonetto della vita e la richiude dopo 7’.
Il maestro Hitzfeld si conferma tale raggiungendo altre due finali in quattro anni. Il suo Bayern getta il trofeo a Barcellona nel 1999 col Man U e lo acciuffa ai rigori contro il Valencia a Milano nel 2004. La ricetta è sempre la stessa: squadre dure a morire, due punte, rombo nel mezzo, pochi fronzoli. La sua forza, il suo limite.

PORTOGALLO (4)
Benfica (1961, 1962), Porto (1987; 2004)

La Perla Nera – La finale del 1960 è il canto del cigno del grande Real Madrid. La stagione successiva i madrilisti escono al primo turno, per mano dell’arcirivale Barcellona. La feroce inimicizia (eufemismo) tra i club trascende i confini sportivi. Le merengues vengono identificate come il simbolo del regime franchista, i blaugrana come il vessillo della dissidenza e dell’indipendentismo catalani. I bianchi dominano in Europa, i blaugrana in patria. In due anni con Helenio Herrera al timone, il Barça centra l’en plein in campionato (1959 e 1960) e tutto fa pensare a un passaggio di consegne in chiave continentale. Entrambi i club si sono abbeverati alla fonte della grande Ungheria: al Puskás madridista, la multinazionale barcellonista risponde con il gioco aereo del centravanti Sándor Kocsis, il tiro potente e i dribbling dell’ala sinistra Zoltan Czibor. Uno show illuminato dal genio di Kubala, apolide ma ungherese di nascita, ispirato dai lunghi lanci del regista Luisito Suárez, astro nascente del calcio spagnolo, e finalizzato dal brasiliano Evaristo. Nel 1960-61 Herrera è già all’Inter, dove l’anno dopo lo raggiungerà Suárez, ma il Barcellona fa lo stesso paura. Sorteggio vuole che le candidate al successo finale si affrontino già al primo turno, che il Real Madrid affronta fresco di titolo Intercontinentale vinto sul Peñarol. Al Chamartín finisce 2-2: primo punto casalingo perso in sei partecipazioni al torneo. Al ritorno i catalani si impongono per 2-1, ma l’inglese Laefe ci mette del suo annullando agli ospiti tre reti. Eliminata la grande favorita, sembra scontato che al ciclo blanco ne succeda uno blaugrana. Invece nasce quello biancorosso del Benfica, la finalista che non ti aspetti.
Nei quarti il Barcellona asfalta (5-1) lo Spartak Kralove, in semifinale la seconda rete di Evaristo, risolutore pure all’andata, piega alla terza partita l’Amburgo del bomber Uwe Seeler (suo il gol nel ritorno). Più agevole il cammino delle Aquile di Lisbona: 2-1 e 3-0 agli Hearts, 6-2 e 1-2 con l’Ujpest Dózsa, 3-1 e 4-1 all’Aarhus. Al Wankdorf di Berna, l’avvio è come da pronostico: al 19’ segna Kocsis, sembra l’inizio della goleada catalana, invece lo svantaggio scatena il Benfica. Aguas, tiratore scelto del torneo, pareggia realizzando al 30’ il suo undicesimo centro in quella edizione. Due minuti dopo, la papera del portiere Ramallets vale il sorpasso. Il Barcellona si fionda in avanti e viene infilato in contropiede, da Coluna al 55’. Venti minuti più tardi, la stilettata mancina di Czibor riduce le distanze. Inutilmente.
L’anno dopo la compagine allenata da Guttmann si rinforza con l’imprendibile centravanti Eusébio e l’ala sinistra Simões. Al predecessore del tecnico ungherese, il brasiliano Otto Glória, si dovevano le fondamenta della squadra, i mozambicani Mario Esteves Coluna, cervello di centrocampo, e il portiere Costa Pereira, ai buoni uffici dell’ex tecnico del São Paolo si deve l’arrivo della 19enne Pantera del Mozambico, la risposta afroeuropea a Pelé.
Per i campioni in carica tutto facile fino alla semifinale col Tottenham, piegato (3-1, 1-2) dopo durissime battaglie. All’Olimpico di Amsterdam, li attende l’ultimo colpo di coda del glorioso Real Madrid. La classe dei grandi vecchi – Di Stéfano (36 anni), Puskás (35) e Santamaría (35) – è quella dell’epoca d’oro, idem l’arbitro, Horn, quello del 1957, la tenuta fisica no. L’unica chance dei bianchi è partire a razzo e poi gestire l’eventuale vantaggio. Dopo 23’ (doppietta di Puskás), tutto procede secondo i piani del tecnico Muñoz, centromediano e capitano che aveva alzato le prime due Coppe dei Campioni. Invece Aguas e Cavém pareggiano e nella ripresa, dopo che il Real ha prodotto l’ultimo strappo, con Puskás, e finito la benzina, il Benfica rimonta, sorpassa e scappa: Coluna fa 3-3, Eusébio, su rigore e su travolgente azione personale, il 5-3.
Messa in bacheca la seconda Coppa in altrettanti tentativi, Guttmann litiga coi dirigenti per motivi di cassetta e se ne va lanciando loro un anatema: non alzerete più la Coppa. Da allora, cinque finali perse su cinque: 1963, 1965, 1968, 1988 (ai rigori) e 1990.

Qualunque Porto nella tempesta – Nessun ciclo per gli exploit dei Dragões. Vero è che l’impresa di fare seguire alla Coppa UEFA (vinta nel 2003 battendo 3-2 a Siviglia il Celtic) la Coppa dei Campioni o Champions League aveva precedenti, ma Mourinho se ne va troppo presto. Gli unici denominatori comuni tra i massimi allori continentali centrati dal Porto sono la scarsità di stelle (decisive in finale, Futre e Madjer col Bayern nel 1987, Deco col Monaco) e la carismatica figura dell’uomo solo sulla tolda di comando: il riservato Artur Jorge, il provocatorio e ipermediatico José Mourinho. Il primo sparirà dal grande giro anche per motivi di salute. Il secondo, odiatissimo a Porto – la polizia portoghese gli ha chiesto di non seguire la squadra nell’andata dei quarti il 21 febbraio –, sta cercando di ripetersi al Chelsea, dove si è portato i difensori Ricardo Carvalho e Paulo Ferreira. Per ora l’unico ex portista cui è riuscito il bis è Deco, al Barcellona nel 2006.

ALTRI PAESI (4)
Scozia (Celtic Glasgow, 1967), Romania (Steaua Bucarest, 1986), Jugoslavia (Stella Rossa Belgrado, 1991), Francia (Olympique Marsiglia, 1993)

The Lisbon Lions – Tutti nati entro 30 miglia da Glasgow, gli uomini del santone Jock Stein si laureano campioni a spese della declinante Inter herreriana nella fornace di Lisbona. Tre anni dopo, nel 1970, soccombono in finale contro il primo abbozzo di calcio totale, tratteggiato da Happel al Feyenoord. Squadra tipicamente britannica, e prima a spezzare l’egemonia latina nel trofeo, quel Celtic vive dei funambolismi del piccolo grande uomo Jimmy Johnstone sull’out e delle incursioni del fluidificante Gemmell. Dietro, linea a quattro comandata da capitan McNeill. Ovunque, corsa e botte da orbi.

Il vento dell’Est – La Steaua campione nel 1986 è lontana parente di quella sparring partner del primo Milan sacchiano a Barcellona ’89. Il duo di attacco (Lacatus-Piturca) e l’asse difensivo (Iovan-Bumbescu) sono identici. Non così il canovaccio. La squadra, passata da Jenei a Iordanescu, riserva della squadra campione, recita il solito calcio privo di orpelli ma più a soggetto perché dipende dall’estro del trequartista Hagi, il Maradona dei Carpazi. Nella formazione da titolo si distinguono la futura meteora viola Lacatus, veloce ala destra, la mezzala sinistra Bölöni, il libero Belodedici (che rinuncerà alla seconda i, cambierà nazionalità e alzerà il trofeo nel 1991 con la Stella Rossa) e il portiere Ducadam. L’eroe del Sanchez Pizjuan di Siviglia (4 rigori parati a Alexanco, Pedraza, Alonso e Marcos) sparisce, si dirà, perché il figlio del dittatore Ceasescu, Nicu, invidioso, gli avrebbe fatto spezzare le mani. Un duplice falso storico. A Ducadam un’auto era sì stata donata: ma era una Aro, fuoristrada proveniente dal parco macchine delle Forze Armate, e non una Ferrari. E la mano destra era sì paralizzata, ma per via di un banale incidente casalingo, a Semlak, in seguito al quale il sangue non circolava più. Non fosse stato Ducadam, però, non sarebbe stato operato d’urgenza dalla migliore équipe del Paese. E l’arteria sotto la clavicola destra non avrebbe ripreso a funzionare.

L’ultimo ballo – La finale che Antonio Matarrese riesce a portare al San Nicola di Bari vede il trionfo di una compagnia di mattatori (Savicevic, Mihaijlovic, Prosinecki), spalle (Jugovic, Belodedic) e figuranti (Pancev) già sicura di interpretare l’ultima recita. Battuto ai rigori il Marsiglia, vincitrice due anni dopo, la Stella Rossa si sfascerà come la Jugoslavia nell’imminente guerra. Dalla diaspora dei talenti (Stojkovic, ex di turno entrato per Di Meco, aveva già preso il volo), beneficeranno anche i club italiani, ma quei formidabili solisti, in altre orchestre, non suoneranno più a pari livelli.

La parabola di Tapie – I francesi il trofeo l’hanno ideato, ma per riuscire ad alzarlo devono aspettare 37 anni e ringraziare un belga, Raymond Goethals. Insieme con il discusso patron Bernard Tapie, per l’ascesa nel calcio e la discesa in politica il Berlusconi d’oltralpe, anche se più “sfortunato” nelle vicende giudiziarie, è il 72enne stratega, il più anziano a vincere la Coppa, la mente della squadra battuta nel 1991 e campione 1993. All’Olympiastadion di Monaco, il Milan trifinalista con Capello viene incornato dallo stopperone Basile Boli. Rispetto alla squadra superata ai rigori dalla Stella Rossa, il delicato mancino di Waddle lascia spazio alla potenza di Boksic e i gol, al posto dell’ex Pallone d’oro Papin, andato a far panca in rossonero (in finale subentra a Donadoni), li fa Völler. L’estro è sempre quello di Abedi Pelé, con Boli e Di Meco uno dei superstiti del ’91. A sporcare la prima volta dell’Esagono, lo scandalo-Valenciennes, scoppiato a ridosso del match, e il recente libro-choc nel quale il mediano Eydelie rivela il presunto doping di gruppo dell’OM.

LA NUOVA ERA
Nelle ultime 14 edizioni, da quando la Coppa dei Campioni è diventata Champions League, il trofeo è finito a squadre di 11 nazioni: altro che cicli. Eppure, a parte sporadiche eccezioni (l’Olympique Marsiglia nel 1993, il Borussia Dortmund nel 1997), la tradizione ne è uscita rafforzata: Barcellona (campione 2006 e finalista 1994), Ajax (titolo 1995 e finale 1996), Juventus (prima nel 1996, seconda nel 1997 e nel 1998 e nel 2003), Manchester United (1999), Real Madrid (1998, 2000, 2002), Bayern Monaco (trofeo vinto nel 2001 e buttato via nel 1999), Milan (vincente nel 1994 e 2003, perdente nel 1993 e 1995), Porto (2004), Liverpool (2005). Qualcosa vorrà pur dire, anche se dei mutevoli scenari imposti dallo soccerbiz è difficile fidarsi. E, forse, innamorarsi.
CHRISTIAN GIORDANO