venerdì, marzo 23, 2007

Fatto sociale totale


Il contenuto? Forse è sintetizzabile in un aforisma dell’intellettuale carioca (che non significa brasiliano) Mário Filho: «Tutto è Fla-Flu, il resto è vita». Il titolo? L’autore, ricercatore presso la facoltà di Lingue e Letterature straniere di Genova, ci scherza su nella prefazione. «C’è chi vorrà vedervi il brillante libro di Oliver Sacks “Un antropologo su Marte” (1995). Per altri il collegamento più immediato sarà con il B-movie “L’allenatore nel pallone” (1984)». Come a dire, troverete sì concetti della scienza che studia l’uomo (ànthropos) dai punti di vista sociale, culturale e fisico. Ma sviscerati non con la seriosità e l’inaccessabilità tipiche del cattedratico, bensì con il linguaggio semplice, coinvolgente, partecipato e partecipante dell’innamorato cronico del pallone. Il tutto shakerato da quindici anni di onorata professione trascorsi a occuparsi di sincretismo religioso e di meticciati culturali in Sudamerica. In particolare in Brasile.
Ce n’è tanto in questo godibile minitrattato. Per almeno tre ragioni. La prima, scontata ma non per questo meno reale, è che se è vero che il calcio – per come lo intendiamo oggi – è stato codificato in Inghilterra, è pur vero che gli autentici maestri del futebol sono loro, i brasiliani. In tema di costruzione dell’identità il Brasile è un giacimento inesauribile. A inizio Novecento, l’élite bianca voleva eliminare i simboli neri e meticci (il samba, il Carnevale, il calcio), diventati poi fiori all’occhiello del “Brasile meticcio”: in questo senso l’analisi dell’ascesa del calcio brasiliano fornisce una chiave di lettura privilegiata. La terza, molto personale, è che è proprio il Brasile il campo di ricerca battuto dall’alessandrino Salvatore Bruno Barba, calciatore dilettante (ma non troppo) classe 1961.
Diviso in sei capitoli, il volume comincia col descrivere “Il calcio questo sconosciuto”, prosegue analizzando “La passione”, “Il simbolo” e “L’identità” e si conclude illustrando “Le mitologie” e “La giustizia”. In appendice, la dettagliata bibliografia. Alla fine del viaggio, difficile non condividere l’idea di fondo che regge la visione barbiana del calcio: «una straordinaria occasione (che non vuol considerare persa) di conoscenza, di incontro di popoli e di culture, di proficua contaminazione, un veicolo di valori (non sempre, ndr) positivi, un esercizio di umanità e di godimento estetico, di umiltà e di bellezza, una miniera di possibilità umane». Ancora una volta il calcio si presta a una lettura profonda delle culture di riferimento. Che mescolandosi si arricchiscono. Dimmi che calcio pratichi, ti dirò chi sei. Il melting pot universale, se ne esiste uno. Christian Giordano

Bruno Barba
UN ANTROPOLOGO NEL PALLONE
Meltemi, pagine, 168 pagine, 16 euro

martedì, marzo 20, 2007

Richards, Micah da tutti


Recupero di Premiership. Il 14 marzo 2007, al City of Manchester Stadium è di scena il Chelsea. Un ragazzino dei locali Citizens gioca da veterano, ma nel primo tempo si lascia scappare Kalou e lo stende. Rigore, trasformato da Lampard. Finirà 0-1, anche perché il pivellino, nella ripresa, evita il raddoppio scalando a salvare la propria porta, sguarnita. In quella prestazione, chiusa con l’ammonizione per un chiarimento con un totem quale Didier Drogba (anch’egli punito col giallo), c’è molto se non tutto della promettente recluta. Al di là del bene (fisico, corsa, tecnica e carattere) e del male (inesperienza, eccessiva esuberanza).
Micah Lincoln Richards è nato il 24 giugno a Birmingham, dove i genitori si trovavano in visita a parenti. Cresce però a Leeds (i suoi sono di St Kitts & Nives ma abitano nell’area di Chapeltown), dove frequenta la Archbishop Cranmer CofE Primary School. Lì lo nota David Moore, allenatore di calcio della scuola, che lo convoca nella selezione dell’istituto quando Micah ha sette anni, ben prima che il prospetto entri nei Leeds City Boys. Le medie le fa alla Wetherby High, fuori Leeds, e a 12 anni firma i cosiddetti “schoolboy terms” con l’Oldham Athletic. Nel frattempo affina le proprie doti con parecchie ore di allenamento extra alla Brasilian Soccer School di Leeds anche dopo essere passato, nel 2001 e previa congruo indennizzo, al Manchester City.
Young Player of the Year 2005-06 del club e capitano della formazione giovanile battuta in finale di FA Youth Cup dal Liverpool (sconfitto 2-0 al ritorno, ma vittorioso 3-0 all’andata, con Micah via con la prima squadra), in meno di un anno Richards è passato dalla maglia numero 45 a quella col 2. Un passaggio simbolico da pressoché sconosciuto nazionale giovanile inglese (Under 16, poi U19 e tre presenze con la U21) a quello di stellina della Premier League. E in un ruolo, terzino destro, che gli esperti giudicano il meno adatto al suo precoce talento.
«All’inizio, da difensore, non fece benissimo – racconta Jim Cassell, direttore della Academy, il settore giovanile, dei Blues – La mia prima impressione fu che fosse un buon atleta, ma un po’ goffo, sgraziato e molto a disagio col pallone tra i piedi».
Sensazioni condivise da Angus Martin, uno degli allenatori alla BSS. «Sul piano tecnico, non era miglia avanti al resto del gruppo – dice Martin – Ma fisicamente era forte e aveva grande personalità. Suo padre, Lincoln, era sempre con lui e gli ha trasmesso solidi princìpi e disciplina. Micah non si lamentava mai quando gli chiedevi di fare qualcosa. La sua abnegazione era straordinaria».
«Una volta entrato a far parte del nostro programma divenne subito chiaro che Micah, già competitivo di suo, sarebbe stato un buon giocatore – continua Cassell – Il suo livello di intensità agonistica era superbo, lo stacco eccezionale e vedeva la porta. Potenzialmente, doti da centrocampista a tutto campo».
Invece, debutta in prima squadra subentrando come terzino destro contro l’Arsenal. È il 22 ottobre 2005. Il 12 febbraio 2006, nel 3-2 al Charlton Athletic in campionato, è all’esordio da titolare. L’11 novembre, complice l’infortunio del titolare Gary Neville, McClaren lo schiera dall’inizio nell’amichevole di Amsterdam contro l’Olanda. È il settimo più giovane esordiente nella storia dell’Inghilterra, il primo tra i difensori (18 anni e 144 giorni, primato strappato a Rio Ferdinand del Man U). Il ragazzino, con alle spalle appena 28 presenze da professionista, monta la guardia a Robben. Il nostro non fa una piega e i Maestri buttano via la vittoria a 4’ dalla fine, quando van der Vaart replica al gol segnato al 37’ da Rooney.
«Micah ha avuto un eccellente debutto, ha fornito una prestazione matura e ha un grande potenziale per il futuro», ha detto il Ct, che nell’incontro successivo (0-1 contro la Spagna all’Old Trafford di Manchester) lo ha fatto entrare al 65’. Se quel potenziale resterà tale è un dibattito aperto. Ma tutto lascia pensare che si chiuderà presto, e in positivo, anche se non si sa ancora in che fetta di campo.
Stuart Pearce lo ha avanzato a centrocampo, e perfino in attacco, quando i Citizens sono stati bersagliati dagli infortuni. «La sua posizione naturale potrebbe essere al centro della difesa – spiega Cassell – Tanti giovani arrivano in prima squadra come esterni, ma Micah è ottimo nella marcatura a uomo ed eccellente nel gioco aereo». Nonostante la statura non proprio da centrale, 1.80 (x 83 kg), il suo limite, quindi, non è il cielo. E nemmeno la presunzione. Casomai è la scarsa propensione a tenere la lingua a posto e saldi i nervi.
Autore del gol (al 94’) che valse il replay con l’Aston Villa in FA Cup, il ragazzo, intervistato in diretta da Garth Crooks della BBC One, usò in diretta la poco oxfordiana espressione «fuckin’ hell» e poi continuò come niente fosse, costringendo poi l’ex campione Gary Lineker, in veste di opinionista, a scusarlo col pubblico televisivo «per l’inesperienza di un ragazzo così giovane».
Forse è la presenza della tv a dargli alla testa, visto che in diretta SKY (quella inglese), nella sconfitta per 1-0 dell’11 settembre al Madjeski Stadium di Reading, ha mandato a quel paese il suo tecnico Pearce che lo aveva sostituito. In panchina, dopo averlo visto gettare la maglia, è dovuto intervenire il compagno Paul Dickov a calmarlo. Piccolezze.
«Micah è ancora in contatto con la BSS ed è rimasto il bravo ragazzo di prima», giura Martin. E Cassell gli fa eco: «Pearce gli ricorda in continuazione di tenere i piedi per terra. E ogni volta che ci parliamo, Micah mi sembra quello di sempre».
Solo che ora vale minimo 15 milioni di sterline. Chelsea e Man U se lo contendono. Il Man City, che il 25 luglio lo ha vincolato fino al 2010 dopo aver rifiutato i 5 offerti dal Tottenham Hotspur, vorrebbe farne la pietra angolare di un futuro che però non arriverà.
Christian Giordano

LA SCHEDA di Micah Lincoln Richards
Nato: Birmingham, Inghilterra, 24-6-1988
Nazionalità: inglese
Statura e peso: 1.80 x 83 kg
Ruolo: terzino destro/difensore centrale
Club: Leeds City Boys (giovanili), Oldham Athletic (2000-01), Manchester City (2001-)
Numero di maglia: 45 nel 2005-06, 2 nel 2006-07
Esordio in prima squadra: 22-10-2005, vs Arsenal
Esordio da titolare: 12-2-2006, vs Charlton Athletic 3-2
Esordio in Nazionale: Amsterdam, 15-11-2005, Olanda-Inghilterra 1-1
Presenze (reti) in Nazionale: 2 (-)
Riconoscimenti: Young Player of the Year del Man City (2006)
Scadenza contratto: giugno 2010
Valutazione di mercato: 15 mln di sterline

lunedì, marzo 12, 2007

Alex senza l’ariete


IL neo-Ct Alex McLeish e il suo predecessore Walter Smith lo hanno fatto tante volte che il vero contropiede, per il Donadoni-group, sarebbe che la storia non si ripetesse: una punta (Kenny Miller o Krys Boyd, insieme solo contro il materasso Isole Fær Øer), o una finta tale (James McFadden nell’1-0 alla Francia), centrocampo o difesa a 5 e tanti saluti al dogma britannico del 4-4-2. Quando più fa caldo anche dove fa freddo, specie in trasferta (1-2 in Lituania, 2-0 in Ucraina) e con punti pesanti in palio, la Scozia si copre per sudare meno, e far dimagrire il bottino altrui. Quanto a far gol, quello è un problema atavico come la mancanza di un centravanti di livello internazionale.
Nelle Highlands gli Ally McCoist – Pantagruel in patria, a stecchetto all’estero – non sono mai mancati. I problemi di prolificità nascono appena varcata la Manica, sia per i club (vedi il Celtic negli ottavi di Champions League contro il Milan) sia per la selezione blu notte. Quella ereditata il 29 gennaio da McLeish è fatalmente simile alla versione vista con Smith, tornato nove anni dopo, il 10 gennaio 2007, al capezzale dei Rangers se possibile peggiorati dalla cura Le Guen.
In porta il veterano Craig Gordon, negli Hearts ultimamente confinato in panchina per mobbing dal patron Romanov, multimilionario lituano che aveva adottato gli stessi mezzucci con capitan Steven Pressley, centrale difensivo col vizio dei gol poi passato a fare ancora più grande il Celtic dominatore della attuale Scottish Premier League. Accanto a “Press” l’altro pilastro difensivo è il veterano (52 caps, e fascia al braccio) Andy Weir, che nei Rangers – dove lo ha subito chiamato Smith, prelevandolo dall’Everton – all’occorrenza, come in Coppa UEFA contro l’Osasuna, gioca anche terzino destro. In nazionale quel ruolo è coperto da Christian Dailly del West Ham United, diventato titolare al posto di Robbie Neilson degli Hearts. Dall’altra parte, dopo una lunga assenza per infortunio, spinge e crossa Gary Naismith. Non dovesse essere al top, è pronto Graham Alexander. In mediana, inamovibile il redivivo Barry Ferguson, uomo simbolo dei ’Gers rinato col ritorno di Smith a Ibrox Park, gli interni sono Nigel Quashie e Paul Hartley, temibili negli inserimenti offensivi. Sugli esterni, forse gli unici ad avere il posto fisso, è emergenza vera. A destra, Darren Fletcher – quest’anno solo una presenza nei primi undici nel Manchester United (dove è chiuso dai satanassi Cristiano Ronaldo e Ryan Giggs) – si è leso i legamenti di una caviglia nella vittoria in FA Cup contro il Reading e rientrerà, se va bene, a maggio. Sull’altra corsia, McFadden si è fratturato il quinto metatarso del piede destro giocando a calciotennis in allenamento. Starà fuori fino a inizio aprile. E ben gli va che la partita contro la Georgia, in programma il 25 marzo, tre giorni prima di quella con l’Italia, l’avrebbe saltata per via della squalifica. Probabile lo scivolamento di Quashie sulla destra, con inserimento di Lee McCulloch sull’out opposto, specie se il difficile recupero di Gary Caldwell (guai a un ginocchio) costringerà il Ct a rinunciare nel più prudente 5-4-1 al difensore aggiunto davanti la difesa, a meno di non riciclare nel ruolo Andy Webster o Jackie McNamara, primi rincalzi della retroguardia. Oppure, non avendo un ariete capace di reggere da solo l’attacco, McLeish potrebbe a sorpresa propendere per le due punte relativamente piccole ma toste: Kenny Miller del Celtic (terzo nella storia, dopo Maurice Johnston e Alfie Conn, ad aver giocato su entrambe le sponde cittadine) e Krys Boyd dei Rangers.
Capitolo a parte merita il reprobo Garry O’Connor, attaccante del Lokomotiv Mosca che McLeish conosce bene per averlo avuto e visto crescere ai tempi dell’Hibernian. O’Connor, che in Russia sta superando le difficoltà di ambientamento, incontrate più fuori che in campo, si è riproposto. «Ho il diritto di giocare [in nazionale], sono uno dei migliori centravanti scozzesi» ha detto – senza falsa modestia e con uno spesso fondo di verità – in febbraio a un quotidiano russo. Poi ha fatto marcia indietro per il fattaccio dell’8 ottobre, il giorno dopo l’1-0 casalingo alla Francia (gol di piede di Gary Caldwell), quando non si presentò per la trasferta in Ucraina, dove – con Smith Ct – la Scozia avrebbe perso un match-chiave nella corsa a Euro 2008. La Scottish Football Association è disposta al perdono, qualora il giocatore faccia almeno un cenno di pentimento che vada al di là della lettera fatta pervenire ai vertici federali dall’agente di O’Connor, Gary Mackay. Ai tempi, la versione ufficiale fu che O’Connor e soprattutto la sua signora, Lisa, avevano problemi familiari legati al trasferimento a Mosca. In realtà, c’entrava molto il fatto che la sorella di Garry, Kerry, tossicodipendente in terapia per disintossicarsi, aveva tentato il suicidio. Ora pare che le cose vadano meglio, anche logisticamente, e finché non si concretizzerà il probabile passaggio della punta a un club inglese (Wigan Athletic o Aston Villa in Premiership, Norwich, Birmingham City o West Bromwich Albion in Championship), è interesse di tutti una riconciliazione, peraltro già ventilata da McLeish. Basterà parlarsi di persona. Anche perché le promettenti nuove leve (come il 24enne Shaun Maloney, appena passato dal Celtic ai Villans, che dalla cintola in su può coprire tre ruoli ma in nazionale ha appena due presenze) sembrano rinverdire la tradizione della Tartan Army: attaccanti veri, nisba.
Va bene il leggendario Celtic Pride, l’orgoglio celtico, ma per questa Scozia, che ha eguagliato il proprio miglior piazzamento nel ranking Fifa (20° posto, sei posizioni scalate nell’ultimo anno), rinunciare per una questione di prinicipio all’ex gemello del gol di Derek Riordan negli Hibs, anch’egli infortunato, pare un lusso insostenibile. Un autogol preso in contropiede. Conoscendo McLeish, ai bei dì centrale dell’Aberdeen “europeo” col giovane Ferguson allenatore, non succederà.
CHRISTIAN GIORDANO

Bari (stadio San Nicola), 28 marzo, ore 20,50
Italia-Scozia
PROBABILE FORMAZIONE
SCOZIA (4-5-1): Gordon – Dailly (Neilson), Weir, Pressley, Naismith – Quashie, Ferguson, G. Caldwell, Hartley, McCulloch – Miller (Boyd). Ct: McLeish.
Arbitro: Frank De Bleeckere (Belgio).

venerdì, marzo 02, 2007

L’impero Cristiano


Ci sono due giocate, in questa sua strepitosa metà stagione, che contengono molti degli ultimi limiti rimasti a Cristiano Ronaldo. Una risale all’85’ della gara di andata con l’Arsenal in campionato, il 17 settembre. L’altra al turno di FA Cup del 18 febbraio.
La prima. Quando tutto fa pensare che il big-match finisca 0-0 il portoghese azzarda una giocata rischiosa, specie in mediana, Fabregas gli sradica il pallone e se la fila in contropiede per sfornare il magico assist (dopo un rimpallo) per il gol-vittoria di Adebayor. Fra Red Devils e Gunners, quel giorno, la differenza era tutta lì, nei piedi e nella testa dei due fulgidi e precosissimi talenti. L’uno giocava per sé e, magari, per la platea. L’altro per la squadra.
La seconda. Sull’out di destra, colpo di tacco e palla che viene fatta rimbalzare sull’altro piede a mo’ di sponda per aprire lungolinea. La carambola però ha troppa profondità e il pallone esce sul fondo. Fosse stata data col piatto, il compagno che era andato in sovrapposizione avrebbe potuto crossarla facilmente. Ma non avrebbe scosso lo stadio, non sarebbe finita negli highlight e, soprattutto, non sarebe stata “da Cristiano Ronaldo”.
Appannati Henry e Kaká, appesantiti Ronaldo e Ronaldinho, reduce da infortuni Messi, è il lui il giocatore più eccitante nel pianeta. Nel suo piccolo, lo è sempre stato sin dai primi calci nel quartiere Santo Antonio della città di Funchal, isole Madeiras, dove è nato il 5 febbraio 1985. “Kluivert” lo chiamano quando a dieci anni – mentre il titolare del cognome chiudeva a Vienna il ciclo milanista degli Invincibili – si trova al centro del suo primo “caso” di mercato. Il figlio di Maria Dolores dos Santos e José Dinis Aveiro, gioca nelle giovanili dell’Andorinha, piccola società di cui il papà è magazziniere e guardiano degli spogliatoi. A contenderselo sono il Marítimo, la maggiore squadra madeirana, e il Nacional, che la spunta perché gli altri mancano un cruciale appuntamento con l’allenatore Rui Santos. E forse un concorso di merito ce l’ha la fornitura di mute nuove di cui subito dopo faranno sfoggio i ragazzini dell’Andorinha.
Cristiano cresce in famiglia, completata dal fratello Hugo e dalle sorelle Elma e Katia, e due anni dopo, vinto il campionato, su consiglio del genitore, al posto del Benfica, squadra per cui tifa da bambino, allo Sporting Lisbona, convinto da tre giorni di provini. Nelle strutture dell’Alcochete sono cresciuti Paulo Jorge Futre, João Pinto, Figo, Ricardo Quaresma e Hugo Viana: una garanzia secondo il papà, cui Cristiano deve il secondo nome, da sempre fan dell’allora presidente statunitense Ronald Reagan non perché affascinato dalla iperliberista deregulation economica di quella Amministrazione, la famigerata Reaganomics, bensì per le qualità di mediocre attore nei western d’antan.
Il volo era spiccato. Doppietta (all’Atlético, club di seconda divisione) al debutto in prima squadra, allenata da Laszlo Bölöni, esordio con gol in campionato nel 3-0 al Moreirense, Europeo con la Under 17, il Liverpool di Houllier che lo segue ma non lo prende perché ha solo 16 anni. Nell’agosto 2003 la svolta: l’amichevole di Lisbona contro il Manchester United, battuto 3-1 nell’inaugurazione dello stadio Alvalade XXI. Cristiano va via sulle fasce che è un piacere. Gli avversari ne restano così impressionati da parlarne a Sir Alex Ferguson in aereo al ritorno e nei giorni successivi. Caso vuole che i Red Devils lo seguissero già da un anno e che, spaventati da Real Madrid e Juventus, abbiano scucito 17,5 milioni di sterline per il giovane più pagato nel Regno, nuovo record dopo quello di Hugo Viana dell’anno prima. La maglia numero sette già di Best, Robson, Cantona e Beckham sarebbe stata su buone spalle.
«È il Michael Jordan del calcio – ha sparato Carlos Queiroz, che lo allena da quasi tre anni come secondo di Ferguson – Ha un talento divino. Nei prossimi dieci anni sarà per il calcio europeo ciò che Jordan è stato per la NBA. Mai visto un giovane con un simile livello di talento. Tecnica, fisico (1.84 x 78 kg, ndr), atletismo, giusta mentalità in allenamento e in partita sono incredibili». Jordan però viveva per vincere e le analogie si fermano lì, a parte la voglia di emergere, l’aver perso presto l’amata figura paterna (a 30 anni MJ, a 20 Cristiano, che volle essere in campo contro la Russia nelle qualificazioni mondiali il giorno dopo il decesso, avvenuto il 7 settembre 2005), il segno zodiacale (acquario) e il naturale appeal, ricambiato, per il mondo della pubblicità.
Capelli ingellati e viso glabro, look pulito eppure ribelle, da perfetto metrosexual, ne fanno il testimonial ideale e un idolo trasversale, dalle ragazzine ai gay agli esteti del calcio. Incantati dalle rabone e dai doppi passi eseguiti a velocità supersonica, non guardano i troppi palloni persi o mai passati, gol mancati. Tanto piu adesso che si è messo a segnare come una punta: 17 (tre rigori) in Premier League, di cui è leader dei marcatori. E poi gli accessori: cerchietto (ora abbandonato), calzettoni neri tirati su oltre il ginocchio, scarpe bianchissime, cerottini sugli orecchini. Secondo uno studio universitario è il giocatore il cui valore commerciale è cresciuto di più negli ultimi sei mesi: dalla 20esima alla quinta posizione. Glissando sulle doti di simulatore che tante critiche gli hanno attirato dala stampa britannica, il quotidiano portoghese A Bola lo ha eletto Sportivo nazionale del 2006, davanti al campione uscente Nuno Gomes del Benfica e a José Mourinho, tecnico del Chelsea, vincitore due anni prima.
Adesso viene il difficile. E non riguarderà il campo, dove ha la fortuna di apprendere da un maestro. Ma fuori. Finché ha potuto Ferguson gli ha somministrato la “cura Giggs”: in sostanza la versione scozzese del mazzoniano «Regazzì, vate a fa’ la doccia» urlato a Totti per proteggerlo da giornalisti e maneggioni. Con il gallese, una decina di anni fa, funzionò. Arrivato in Inghilterra, Ronaldo è andato a vivere – assieme alla madre in una viletta del Chesire – lontano dal centro di Manchester e dalle tentazioni. Ha avuto difficoltà di ambientamento allo stile di vita britannico e un guaio con la giustizia. A fine 2005 fu fermato dalla polizia in un’indagine per stupro su denuncia di due francesi conosciute in un bar con suo cugino, tempo un mese e fu prosciolto. Ma allora non era ancora tra i primi venti idoli dei bambini inglesi (in compagnia di Ronaldinho, il cantante Bob Geldof e il fallito dei cartoni Bart Simpson), oggi è una superstar. Che tutti vogliono.
All’Emirates Stadium, per la sua prima da capitano della Selecção, contro il Brasile, il suo procuratore Jorge Mendes, lo stesso di Deco, compagno di nazionale e trequartista del Barcellona, sedeva accanto al diesse blaugrana “Txiki” Beguiristain, ex ala del club. Improbabile abbiano parlato solo del tempo. Anche perché socio in affari del presidente Joan Laporta è lo sceicco Mansour Al-Balaw, proprietario del Al-Hittihad che ha già preso Figo per sé e stanziato oltre 30 milioni di sterline per aiutare Laporta. E a metterci il carico è stato il Ct del Portogallo, Felipe Scolari, che lo ha fatto esordire in rossoverde (Portogallo-Kazakhstan 1-0, il 20-8-2003): «Sarebbe complementare a Ronaldinho».
I Red Devils sono disposti al raddoppio dell’ingaggio e al prolungamento per altre due stagioni del quinquennale firmato nel 2003 e rinnovato nel 2005: dalle 20 mila poi diventate 50 mila sterline la settimana si passerebbe a 100 mila (7,5 milioni di euro l’anno) fino al 2012. Stipendio che hanno solo Wayne Rooney e Rio Ferdinand. Il giocatore pare ne voglia 160 mila la settimana, cioè 12 milioni annui.
Potrebbe prenderli in Spagna o in Italia. Del Barça sé detto. Il Real Madrid, inutilmente fissato con Kaká, secondo AS ha pronti 50 milioni di euro per lanciare in orbita “Rocket” Ronaldo, il razzo, come terzo galàctico più costoso di sempre dietro Zidane e Figo. E dire che poteva prenderlo per due soldi a 18 anni, visto che alla Ciudad Deportiva stava completando il cursus honorum da tecnico il suo scopritore allo Sporting, Luis Martins: «I contatti erano avviati, poi non ho idea del perché l’affare non andò in porto». Da noi, Moggi si vanta di averlo preso quattro anni fa per la Juve, ma Marcelo Salas rifiutò il trasferimento allo Sporting e l’affare saltò. L’Inter metterebbe sul piatto l’argentino Samuel, centrale da affiancare a Ferdinand, per un’operazione da 125 milioni: 50 per il cartellino, 75 di ingaggio quinquennale. Forse stavolta ha ragione Queiroz: «Il Manchester United per lui è l’ideale. Non ha ragione di lasciarlo, sa che è il miglior club al mondo. Io al Real Madrid ho allenato (dieci mesi nel 2003-04, ndr) e ne conosco la realtà. Cristiano fa parte della famiglia dello United e se resterà diventerà un simbolo del club. Questo è il miglior United degli ultimi anni e siamo dove volevamo essere, a un passo dal diventare campioni».
Ferguson sarà anche di parte («Il ragazzo sta bene qui. Va tutto bene, non ci sono problemi») ma vagli a dar torto quando dice che «i 76.000 che hai qui ogni settimana non li trovi da nessun’altra parte. Real Madrid, Barcellona e Milan nelle partite importanti riempiono lo stadio senza problemi. Ma non ogni settimana».
Anche Figo, suo idolo d’infanzia ed ex compagno di nazionale, lo ha messo in guardia: è il calciatore portoghese dal miglior futuro nel mercato europeo. Può arrivare molto lontano, ma dovrà stare attento nello scegliere il club per cui giocare. Sul piano individuale può vincere tutto, i mezzi per riuscirci li ha. Ma dipenderà anche dal club se saprà mantenersi ai suoi standard». Roberto Baggio, per fare un nome illustre, ha spesso sbagliato i tempi, più che le squadre. Cristiano sembra al posto e nel momento giusti. Deve solo aver fede.
Christian Giordano

LA SCHEDA
Nome: Cristiano Ronaldo dos Santos Aveiro
Nato: Funchal (isole Madeiras, Portogallo), 5 febbraio 1985
Nazionalità: portoghese
Statura e peso: 1.84 x 78 kg
Ruolo: ala
Giovanili: Andorinha (1993-95), CD Nacional (1995-97), Sporting Lisbona (1997-2002)
Club da pro: Sporting Lisbona (2002-03), Manchester United (Inghilterra, 2003-)
Numero di maglia: 7
Soprannomi: Ronnie, Rocket Ronaldo, CR7, il playboy
Esordio nello Sporting Lisbona: Sporting-Atlético Moreirense 3-0 (2 gol, 15-8-2001)
Esordio nel Manchester United: Man U-Bolton (16-8-2003)
Esordio in Champions League: Sporting-Inter (III turno preliminare 2002-03)
Esordio in Nazionale: Portogallo-Kazakhstan 1-0 (Chaves, 20-8-2003)
Presenze (reti) in Nazionale: 44 (15)
Presenze (reti) nel Manchester United: 170 (43)
Palmarès: FA Cup 2004, League Cup 2006
Costo del trasferimento: 17,5 mln euro (13 agosto 2003)
Riconoscimenti: Sir Matt Busby Player 2004, Sportivo portoghese del 2006
Scadenza contratto: giugno 2010