mercoledì, luglio 25, 2007

L'Abetino


Lavorando di cesello fra dotte citazioni - da Paolo VI («Non abbiamo bisogno di maestri, ma di testimoni») a Voltaire, da Seneca a Gandhi («La non violenza è il primo articolo della mia legge») - si svela la marmorea pietra su cui, dal 2 aprile 2007, poggia il Nuovo Corso della Federcalcio. Quello post-Calciopoli (o, perlomeno, il suo atto I) e con a capo Giancarlo Abete. «Sarò il presidente di tutti: dobbiamo finirla con la logica dei blocchi, serve una politica trasversale nell’interesse generale. La crisi non finisce oggi». Poco, ma sicuro.
L’eterno secondo è, chissà se e quanto finalmente, arrivato primo. Anzi, uno. Come certi gregari nel ciclismo di una volta, poco a loro agio con l’italiano e ancor meno davanti alle telecamere. Discorso applicabile solo in parte - e certo non per scarsa istruzione - per il “Rivera delle presidenze”, staffettista designato per il post-Carraro e invece congelato, per due anni, da altrettanti commissariamenti federali. Prima quello straordinario con Guido Rossi, poi col mai abbastanza rimpianto Luca Pancalli. Uno, per dirla con Ligabue, da «non è tempo per noi/che non ci adeguiamo mai/fuori moda, fuori posto/insomma sempre fuori, dai». O fuori dai, a voler leggere tra le righe.
Giancarlo, fratello del Luigi presidente della Banca Nazionale del Lavoro e vicepresidente dell’Associazione bancaria italiana, “fuori dai” non c’è stato mai. Anzi. Nato il 26 agosto 1950 a Roma (la famiglia è però originaria di Benevento), compie studi classici al liceo capitolino Istituto Massimo e si laurea (con 110/110 e lode) in Economia e Commercio alla Sapienza. Sposato, due figlie, deputato Dc nella ottava, nona e decima legislatura, dal 1979 al 1992, è imprenditore nel settore grafico, editoriale e dell’informazione. Quando il Totocalcio era la gallina dalle uova d’oro, che manteneva il carrozzone dello sport italiano - fenomeno unico - era quello di «Abete grafica», l’azienda fondata dal padre nel 1946, il nome stampato sulle schedine.
Impossibile conteggiarne gli incarichi: presidente e membro del cda di società dell’omonimo Gruppo (di cui Luigi è l’ad), Giancarlo è stato presidente dell’Unione industriali di Roma e del Lazio (1994-2000), di Federturismo-Confindustria (1999-2003); della federazione dell’Industria del Lazio (1997-2001); di Byblos - Fondo nazionale pensione complementare (1999-2004). Nella giunta di Confindustria fino al 2001, dall’89 al ’90 è a capo del Settore tecnico della Figc (1988-90) e in seguito della Lega di C (1990-96). Per due volte (dal ’96 al 2000 e dal 2001 al 2006) è vicepresidente federale.
È allora che molti s’illudono di vedere in lui il volto nuovo della classe dirigente. Alle elezioni del 2000 ottiene la maggioranza (67%) dei voti, ma, come quattro anni dopo, lo ferma il diritto di veto: per essere eletto, il candidato aveva - ora non lo ha più - bisogno del consenso di un terzo di ogni componente. La Lega calcio, da sempre filonordista e al tempo sotto l’asse Giraudo-Galliani, non alzava la paletta verde, imponendo la propria preferenza (prima Nizzola, poi Carraro). Caduto il diritto di veto, e l’asse della Lega, ecco un presidente non diretta espressione dei 42 club di prima fascia. Anche se pur sempre “di dentro”, e con tanto di inversione di ruolo rispetto a dieci anni addietro, quando in federazione Matarrese era il numero uno e Abete il due. «Restaurazione degna del Congresso di Vienna?» gli chiedono gli inviati de “Le Iene”. «No, democrazia - rispondeva a inizio lavori Abete - Del mio passato non ho di che vergognarmi».
Non foss’altro perché è lì che affonda le radici la robusta rete che lo sostiene: soprattutto la Serie C e i Dilettanti, capiente serbatoio di voti. Gli arbitri, che fino al giorno prima avevano minacciato l’astensione, sono stati rassicurati dalla promessa di autonomia economica e tecnica. Siderali le vette raggiunte dal sopracciglio alzato del capo ufficio indagini Saverio Borrelli, in procinto di lasciare il proprio ruolo nel calcio: abbottonato nelle sale dell’albergo sede del voto sul futuro della federazione, l’ex capo di Mani Pulite esternerà robuste perplessità sulla effettiva voglia di rinnovamento di un sistema refrattario a qualsiasi ricambio dirigenziale.
Già capodelegazione degli azzurri a Francia 98, Abete ha fatto il bis a Germania 2006. Eletto presidente Figc, con 264 voti dei 271 elettori presenti (su 309 totali, al primo scrutinio: 5 le schede bianche, 2 gli astenuti), dirà: «Dobbiamo guardare avanti, ma senza aver paura del passato. I valori devono essere centrali (?, ndr), ma una cosa è sottolineare i valori, un’altra è demonizzare il calcio. Siamo un movimento economico al di sopra del 2.5% del Pil». Tradotto dal poco intelligibile abetese (complicato, ermetico, involuto e ampolloso mix politico-calcese): un chiaro “no” alla dipendenza dello sport dalla Finanziaria, e a dirlo era uno che già nel ’93 rivendicava l’abolizione del diritto di veto.
Quattordici anni dopo, nella stagione post-Calciopoli, funestata dalle uccisioni di Ermanno Licursi e Filippo Raciti, il neoeletto presidente deve alzare uno straccio di paravento etico per coprire gli orrori del calcio italiano. Prima mossa per riportare il pubblico negli stadi, magari dopo averli resi più confortevoli e meno zone di guerriglia urbana. Allo scopo si spera in una rapida conversione in legge del decreto Amato. Stabiliti i termini per le iscrizioni ai campionati e sciolto il nodo del nuovo designatore (il segreto di Pulcinella: Collina), andrà fatta la riforma dei tornei, per (almeno far finta di) ridurre il numero di club professionistici: «Ma serve il consenso di tutti». In primis della Lega, presieduta da Matarrese che dal palco dell’assemblea elettiva ne ha così salutato la nomina: «Abbiamo fatto un passo indietro, non ne faremo altri. Abete ha scritto una lettera assicurando che darà alla Lega la vicepresidenza vicaria, e lui è un uomo d’onore. Ma non dite che pretendo: credete che metterei sul mio bigliettino “vicepresidente vicario”?». Fa un certo effetto, se a dirlo è l’ex presidente della Figc negli Anni 90, colui che portò Abete in via Allegri. “L’uomo d’onore” invece è andato su Cesare Gussoni come vicepresidente vicario, rispettando il pronostico sui vicepresidenti Carlo Tavecchio e Demetrio Albertini.
Col quale qualche problemino c’è stato. Tra i pochi, nei vertici federali, salvati dalle intercettazioni, Abete era riuscito a partire per i Mondiali non più come vicepresidente vicario, bensì come responsabile del Club Italia, al posto dell’altro (ex) vicepresidente, Innocenzo Mazzini, uno dei sommersi. Tanto per cambiare si era trovato al posto giusto nel momento giusto. Dopo la seratona di Berlino, il 9 luglio, Abete era tornato in Italia da vincitore, ma oscurato dalla stella - poi rivelatasi meteora - di Rossi. Meno di un anno più tardi, eccolo capociurma della bagnarola federale alla deriva come il sistema che Abete si trova a rifondare. Undici giorni dopo la nomina a boss federale, il 13 aprile, va da Sepp Blatter (Fifa) e da Michel Platini (Uefa), per rilanciare la candidatura italiana a Euro2012 nonostante Calciopoli e la tragedia del 2 febbraio a Catania. Il 18 aprile deve andare allo sbaraglio a Cardiff, ad affrontare il voto dell’Esecutivo Uefa: 8-4 l’esito pro Polonia-Ucraina. «Umiltà, umiltà», predicavano Abete e, prima, Pancalli, manco fossero novelli Sacchi. Dopo la disfatta, il neopresidente della Figc si assolverà spiegando che la mancata assegnazione era figlia soprattutto della politica sportiva.
Rientrato a Roma, si ritrova sul groppone le dimissioni di Franco Carraro dall’Esecutivo dell’Uefa. Il Poltronissimo non aveva trovato appoggi in Consiglio federale, ma poi era tornato sui propri passi e si era tenuto la poltrona a Nyon: l’ex “le Roi” in persona gli avrebbe, condizionale d’obbligo, chiesto di restare. Abete allora si è dovuto consolare con la rielezione nella Commissione squadre nazionali dell’Uefa della forzata dipendenza da Carraro come italiano più importante nel calcio internazionale.
Con Matarrese per ora è sull’1-1. Abete era passato in vantaggio preferendogli, come vice, Gussoni, ma don Tonino ha pareggiato con la linea dura sul via ai campionati. Matarrese e soprattutto Galliani sdottoravano di marketing («il 19 agosto gli italiani sono ancora al mare») e l’hanno spuntata per il weekend dopo. È da certe battaglie che si misura lo spessore dei condottieri. Abete stia tranquillo. Di maestri, qui, neanche l’ombra. Testimoni, pochini. E di sicuro non scomodi.
Christian Giordano

Abete, 100 giorni di parole
Dagli Europei del 2012 alla data dell’inizio dei prossimi campionati. Passando dalla questione del vicepresidente federale, all’addio all’azzurro di Totti e Nesta, dalle sospette plusvalenze di Inter e Milan alla cessione dei diritti tv. Ecco i primi 100 giorni (2 aprile - 8 luglio) di parole del nuovo presidente federale.
DOPO DUE COMMISSARI, LA FIGC HA DI NUOVO UN PRESIDENTE
«Se fosse bastato eleggere un presidente, Luca Pancalli sarebbe rimasto per meno tempo. La crisi del calcio dipende da problemi strutturali. Ma il lavoro, diceva Voltaire, allontana tre mali: il vizio, la noia e il bisogno. Io credo nel lavoro».
RIECCO CALCIOPOLI
«Posso dire due cose: la prima è che non dobbiamo commettere l’errore di sottovalutare la cosa, la seconda è che ci aspettavamo che in fase di chiusura indagini, da parte della procura di Napoli, ci sarebbero potuti essere ulteriori momenti di difficoltà. Spetterà all’Aia e alla Figc, quando avremo ricevuto i documenti, valutare la situazione e decidere cosa fare. C’è comunque il desiderio di accelerare, di fare percorsi il più possibile veloci nell’interesse del mondo del calcio. Ma questa accelerazione non deve essere interpretata come una volontà di non approfondire, perché non è così».
GLI EUROPEI 2012 A POLONIA E UCRAINA
«È una scelta di politica sportiva che ci amareggia. Hanno voluto aprire a 85 milioni di nuovi cittadini europei. Passata la delusione, però, dobbiamo avere la capacità di ristrutturare gli stadi anche senza gli Europei. Nella vita si vince e si perde. Basta competere con lealtà».
STADI ALLE SOCIETÀ, IL PROGETTO CONTINUA
«Con la proprietà degli stadi ai club gli impianti verrebbero sentiti come casa propria anche dai tifosi. Questo è un percorso di rinnovamento e di sicurezza che porteremo avanti».
NO A MATARRESE, GUSSONI VICEPRESIDENTE
«È questione di scelte: in passato si è deciso di privilegiare l’unanimità dei consensi».
TOTTI E L’AZZURRO PART-TIME
«Non è giusto fare eccezioni, le scelte devono essere uguali per tutti quelli che vogliono indossare la maglia azzurra».
NESTA E L’ADDIO ALLA NAZIONALE
«La decisione di Alessandro Nesta è legata al percorso di un giocatore che ha dato tantissimo alla Nazionale. Speriamo ci ripensi e che la sua decisione non sia definitiva».
TIRA E MOLLA CON LA LEGA PER L’INIZIO DEI CAMPIONATI
«Il volere iniziare il 19 invece del 26 agosto è legato al doppio confronto di settembre della Nazionale con avversari non facili: la Francia, che ha fatto la finale del Mondiale con noi, e l’Ucraina, esaltata dal successo nell’assegnazione di Euro 2012 e motivata perché deve recuperare dopo aver perduto sia in Italia sia in Francia. A chi spetta la decisione? A mio avviso alla Federazione. L’organizzazione dei campionati e dei calendari è delegata alle leghe, ma ciò non toglie che siano le federazioni il soggetto decisionale definitivo».
SERIE A, B E C AL VIA NEL WEEK-END 25-26 AGOSTO
«Basta con le polemiche, meglio stare tutti zitti (il riferimento è anche alla polemica scoppiata tra il presidente della Lega Calcio, Antonio Matarrese, e il Ct azzurro Roberto Donadoni, ndr). Volevamo partire il 19 agosto, ma la data del 26, in ottica Nazionale, resta la migliore negli ultimi dieci anni. Per questo sono molto sereno».
LO SCANDALO DELLE PLUSVALENZE
«Le plusvalenze gonfiate restano un rischio del sistema. È giunto il momento di fare qualcosa. Serve un organo tecnico in grado di giudicare il valore [del cartellino] dei giocatori. Per adesso vedremo ciò che è possibile sanzionare e cosa, per i tempi tecnici, non è più sanzionabile».
LA NUOVA LEGGE SUI DIRITTI TV
«Ero e sono favorevole alla vendita centralizzata dei diritti televisivi, per evitare, come successo negli anni passati, che ogni società si accordi individualmente con le tv».

mercoledì, luglio 18, 2007

Moratti: finalmente sono antipatico


Alla fine si è convinto, Massimo Moratti: ha dato retta a Michele Serra, penna al curaro di Repubblica. No, non si è buttato a sinistra, anche se in tanti lo inglobano là, ma «è diventato appena un po’ furbastro, appena un po’ cinico, si è incafonito quel tanto per sembrare il presidente del Milan, si è attirato un po’ di meritata antipatia».
«Non posso mica smentire di essere buono», celiava nell’agosto 2006 il patron dell’Inter, fresca di scudetto vinto a tavolino, nell’intervista rilasciata a Claudio Sabelli Fioretti per il magazine del CorSera. Parole che evocano il ricordo delle mille iniziative benefiche (Emergency, Amnesty, Human Rights Field Officer dell’Onu in Ruanda, osservatore Osce in Bosnia) e dell’assistenza economico-sanitaria fornita ben oltre gli obblighi contrattuali ai feriti “da campo” (Ronaldo) o agli affetti da malformazioni congenite (Nwankwo Kanu) transitati in nerazzurro. Erano, quelli, i tempi in cui nell’Inter morattiana, per citare lo stesso Serra, tifoso doc prima che vip, albergava «la dubbia nobiltà della sconfitta onesta, dell’eterno secondo sempre beffato sul traguardo».
Sulla scia di quella sorta di immunità mediatica, il patron poteva dire e soprattutto fare quel che voleva: ne usciva sempre, e non solo sulla stampa supina, come «un signore», al di sopra e al di là di ogni sospetto. E pazienza se nell’incedere sempre elegante si obliava su incidenti di percorso che spaziavano dal doping, vero (Kallon e la leggendaria pomata antibrufoli) o di bilancio (con conseguenti plusvalenze milionarie sulla pelle di autentici carneadi), ai passaporti falsi (Recoba), dai pedinamenti (De Santis, Vieri: 21 milioni la richiesta di risarcimento) alle intercettazioni telefoniche, fatte dalla Telecom di Tronchetti Provera, munifico sponsor e membro del cda (in cui Massimo è stato dal 2001 al 2007) come lo fu in passato un altro pezzo grosso della compagnia dei telefoni, Guido Rossi, discusso Commissario straordinario della Figc che “scudetterà” a tavolino l’Inter nella bufera post-Calciopoli. Per non parlare degli allenatori centrifugati come calzini e/o sfiduciati con frequenze da governi italiani. O delle campagne-trasferimenti, che scollinavano con sospetta frequenza la cima Coppi del ridicolo: 21 terzini sinistri per colmare la voragine aperta dalla cessione di Roberto Carlos (grazie Hodgson) prima di Gresko, meteora per antonomasia. Anzi, l’allegra gestione era diventata il suo marchio di fabbrica, una specie di Elogio del “ricco scemo” di onestiana memoria.
Due aneddoti per tutti. Quando l’allora ds Sandro Mazzola convinse il terzino Luigi Sartor promettendogli 800 milioni di lire di ingaggio, il patron si risentì: «Troppo poco, almeno un miliardo: all’Inter si guadagna così». Fosse anche una boutade, o un ricamo da calciomercato, rende l’idea sul personaggio. Se c’era uno che poteva dirlo, e farlo, era lui. Il Massimo della vita.
Lo stesso potrebbe testimoniare un altro difensore, Fabio Galante. Lo stopper, in rotta con la squadra, stava per lasciarla. Passato a salutare il presidente, in bermuda e ciabatte nella propria villa immersa nella pineta di Forte dei Marmi, l’aitante centrale si trova il suo capo in sella a una bicletta Ganna da paleociclismo. Al commiato, Galante si ritrovò con un nuovo contratto e mezzo miliardo in più di stipendio l’anno. Il conte Max.
Ora che hanno vinto, e non solo grazie alle carte bollate, Moratti e la “sua” Beneamata invece sono diventati «antipatici». Come «quelli là», Juventus e Milan, le grandi dalle quali la gestione morattiana ha sempre fatto finta di prendere le distanze, salvo mai rinunciare alla gustosa fetta di torta chiamata diritti-tv.
E adesso che ha vinto si scopre un assai meno elegante “nuovo” Moratti. Che nel derby ammolla il gesto dell’ombrello. Che esce e rientra da un bar per beccarsi con un avventore (bianconero?). Come d’incanto, ecco che se ne svelano gli altarini, calcistici e no. Com’era quello slogan della compagnia il cui nome fa bella mostra di sé sulle maglie neoriscudettate, stavolta sul campo? «La potenza è nulla senza controllo».
Massimo Nestore Moratti di Valle impara presto, se non come, quanto sia importante gestirlo. La sua è una delle più discrete e facoltose famiglie milanesi. Con fama di «gente ricca ma seria e onesta». Nato già in villeggiatura (sui monti Lessini), nel veronese, a Bosco Chiesanuova, il 16 maggio 1945, eredita dalla madre Erminia Cremonesi i cromosomi nerazzurri e dal padre Angelo la Saras, gruppo - coguidato col fratello maggiore Gianmarco (1936) - che opera nella raffinazione del petrolio e del quale Massimo diventerà, da grande, l’amministratore delegato. Detiene anche l’azienda Sarlux, con sede a Cagliari, che produce energia elettrica dagli scarti petroliferi. Di recente, la Sarlux è stata oggetto di una polemica riguardo ai finanziamenti governativi emessi dal CIPE (che qui non sta per il compianto suo amico Giacinto Facchetti ma per Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica), tramite il provvedimento Cip6, che ai Moratti porta quattini e un contratto ventennale per la produzione di energia elettrica tramite l’incenerimento degli scarti. La polemica riguarda l’aumento delle bollette dell’energia elettrica e lo smaltimento di rifiuti, fonti considerate non rinnovabili, ma “assimilate”.
Penultimo di quattro figli (Adriana, Gianmarco, Mariarosa detta Bedy e Gioia, Natalino è stato adottato), una volta, tornato da scuola, chiede alla mamma: “È vero che siamo ricchi come mi ha detto un mio compagno?”. Erminia, ex operaia in una fabbrica di bretelle poi telefonista alla Stipel prima di diventare moglie del petroliere, risponde: «Sì, di capelli».
Anche di olio, però. Papà Angelo, oltre a quello di gomito, doveva molto a quello combustibile per barche: ne era rappresentante all’epoca delle balere milanesi del Carrobbio, quando si faceva chiamare Samba e spopolava sulle piste da ballo. Angelo si chiamava anche il bisononno di Massimo, un altro portato a esagerare: 21 figli. Le sette femmine le “fece” suore, i quattordici figli maschi li spedì all’università. Uno, Albino, apri una farmacia in piazza Fontana e generò l’Angelo presidente della Grande Inter herreriana, quello del motto: «Mai sedersi nel presente». Il figlio, nei duri anni di digiuno nerazzurro, amava invece ripetere come un mantra «Il nostro destino è soffrire». Solo così si spiega la reazione sin troppo soft avuta dopo il Cinque maggio: «I ragazzi avrebbero dovuto dare di più». A proposito di sofferenze, quando nel 1997, per 51 miliardi, decise di acquistare Ronaldo («un figlio, per me») - pupillo adorato come Recoba, irrazionalmente coperto d’oro per un decennio -, la moglie Milly gli disse: «Piuttosto aiutiamo chi soffre». La replica: «E chi più degli interisti?»
Milly, che detto senza ironia è l’intelligente di casa («perché dovrebbe darmi fastidio? Contento io che l’ho sposata»), gli ha dato cinque figli, spesso riuniti in un van per andare a farsi una Margherita alla pizzeria Santa Lucia. Il possibile successore sembra Angelo Mario, per gli amici Mao, consigliere d’amministrazione che ha fatto dell’Inter il primo grande club a sbarcare nel mondo virtuale 3D chiamato Second Life, nonché apprendista petroliere (segue la filiale spagnola della Saras) e appassionato di calcio internazionale come il padre e il fratellino Gigio. Massimo è cognato di Letizia Brichetto, sindaco di Milano e moglie di Gianmarco oltreché ex imprenditrice nel ramo assicurazioni. Ci sarebbero tutte le entrature per una carriera politica, ma Massimo si è limitato a incarichi dirigenziali sportivi: dalla presidenza della Federmotonautica al Comitato organizzatore milanese di Italia 90. Credeva nel progetto Milano olimpica, non in quelli che lo vedono sindaco o come esponente di partito. Per un petroliere con la moglie ecologista, gli equilibrismi sono più che sufficienti.
Dal 18 febbraio 1995 ha coronato il sogno di una vita, acquistare l’Inter (per 70 miliardi, Vieri ne costò 90), ritenuta una sorta di bene di famiglia. «Se la Juve è degli Agnelli, l’Inter è dei Moratti», sentenziò. Dieci giorni dopo, inetrvistato da Guido Vergani disse: «Noi Moratti sentiamo l’Inter come una cosa nostra (con “c” e “n” minuscole, ndr), qualcosa che ormai abbiamo nel sangue e che ci portiamo dentro nel ricordo di nostro padre, del “capo” come lo chiamavamo». Infatti l’ha sempre vista da vicino. Foss’anche a Norwich, trasferta di Coppa Uefa, il 24 novembre 1993: «Mi trovavo a Londra di lavoro e già che c’ero...».
Quello di ripetere le gesta paterne è da sempre il suo principale obiettivo. Il sospirato scudetto dei record conquistato il 22 aprile 2007, dopo quello”cartaceo dell’anno prima, sembra il punto di arrivo invece è ritenuto quello di partenza di una (sin qui scellerata) gestione-montagna che ha partorito il topolino di 2 Coppe Italia (2005 e 2006), 2 Supercoppe italiane (2005 e 2006) e la Coppa UEFA (1998).
All’intertempo dei cinque anni, 77 giocatori acquistati per complessivi 800 miliardi di lire. Due stagioni dopo si era già a 90 “figurine”, costate 900 miliardi. Forse uno per consigliere, meglio se ex della Grande Inter e pazienza se furbacchione (come quel divin mancino che anziché osservare giocatori godeva del servizio “massaggi” di un albergo inglese) o incompetente (specie in panchina). Scudetti, manco l’ombra. Anzi quella c’era eccome, e scurissima: lo scontro Ronaldo-Iuliano ignorato dall’arbitro Ceccarini nel 98. Un’altra fu la tragedia greca del 5 maggio 2002, 4-2 per la Lazio all’Olimpico e addio a un titolo (andato alla Juventus) che i più davano per acquisito, anche se non si sa bene perché.
Amico di Celentano, discreto interprete del repertorio di Mina, gioia dei cronisti cui non rifiuta mai una dichiarazione, espressa sempre con voce soft e modi cortesi: all’uscita di casa, dalla Saras o dalla sede sociale di via Durini. Il suo ufficio, pieno di foto, trofei, talismani, ricordi assortiti, sembra la cameretta di un Peter Pan rimasto agli Anni Sessanta. Che saranno anche stati meravigliosi, ma mai quanto lui.
Christian Giordano

mercoledì, luglio 11, 2007

Giraudo, il male dentro


PER FAVORE, non chiamatela più Moggiopoli. Con quella per il Lucianone nazionale sono 37, sui 48 coinvolti, le richieste di rinvio a giudizio (20 le accuse di associazione a delinquere, 10 le archiviazioni, per Paparesta l’unico stralcio) che i Pm della Procura di Napoli, Filippo Beatrice e Giuseppe Narducci, hanno formulato dopo tre anni di indagini sul calcioscandalo, esploso nella primavera 2006. In 29 incontri della Serie A 2004-05 è stata ravvisata la frode sportiva. Fra le posizioni più gravi, come «promotori», quelle di Moggi, Mazzini e De Santis, Pairetto & Bergamo. E Giraudo.
Lo stesso ad della Juventus il quale, in tempi già sospetti (novembre 2005), tuonò contro il patron dell’Inter, Massimo Moratti, che aveva parlato di “sistema Juventus”: «Si parla tanto di moralità e c’è chi spende 120 milioni di euro l’anno senza poi vincere niente». Allora, sbottò persino il compianto presidente nerazzurro, Giacinto Facchetti: «Non può essere immorale chi spende soldi propri e non credo debba spiegare io a Giraudo quali sono le cose immorali del calcio italiano, dovrebbe conoscerle bene». Touché. Meno credibile, semmai la replica di Marco Tronchetti Provera, signor Pirelli (e mille altre cose) nonché sponsor e azionista della “Beneamata”: «Uno dei motivi per i quali l’Inter non vince lo scudetto è perché non si è piegata ai giochi di potere». Per la serie, Babbo Natale è vivo e lotta insieme a noi. Giraudo, fin dai dieci anni, non l’ha mai bevuta.
Torinese e torinista sino al midollo, ma - persino secondo i suoi detrattori - né falso né cortese, Antonio (nato il 2 settembre 1946) a quell’età ha già chiaro che cosa farà da grande: l’ad di se stesso. Intanto fa pratica. Una domenica sì e l’altra no, suona al campanello dei vicini, la famiglia dell’amico Claudio Colombo, in via Filadelfia, per fruire del loro balcone con vista sul mitico stadio del Toro. E magari mangiare a sbafo una fetta di torta. Come cambio merce, una sorta di prova di cessione (che a lui, come a Galliani, piace soggettiva) dei diritti tv. Nella fattispecie quelli per assettarsi davanti al Phonola da 21” bianco e nero che i Giraudo hanno in casa, all’epoca privilegio di pochi e costato sacrifici, visto che i i genitori di Antonio nababbi non sono.
Il calcio gli entra nel sangue, e da mediano dilettante, nel Pertusa Millefonti, becca sei giornate di squalifica. Studia dai gesuiti (Capello, alla Roma e al Milan, così apostrofava gli juventini, ndr) poi si laurea in Economia e Commercio ed entra alla Toro Assicurazioni. Lì conosce l’uomo del destino, Umberto Agnelli. Il feeling scatta automatico. Umbertiano nell’animo, Antonio è più incline ai fatti, meglio se nell’ombra, che alla cosmopolitismo gossiparo dell’altra faccia della famiglia Agnelli: quella dell’Avvocato. Negli anni Ottanta, Umberto lo nomina ad del Sestriere. I tempi sono cambiati: per la Fiat, Sestriere non era più una “partecipazione strategica”. Da qui l’ordine di vendere, entro giugno 2006, al miglior offerente: base d’asta 30 milioni di euro. Ma ai tempi contava, e i torinesi doc non dimenticano le leggendarie discese di Gianni, negli Anni 60 e 70, con tanto di balzo dall’elicottero non ancora atterrato. Umberto vi trascorreva i fine-settimana e Giovanni Nasi, cognato dell’Avvocato e nipote del senatore Giovanni Agnelli (fondatore della Fiat), ne fu sindaco dal 1948 al 1980.
Di Umberto, ultimo dei sette fratelli Agnelli, Antonio diventa via via segretario, amministratore dei beni personali e del progetto Sestriere (compreso il carosello sciistico della Via Lattea, la montagna di famiglia: cannoni sparaneve, meeting d’atletica, tappe di Giro e Tour, campi da golf), testa di ponte nel ramo immobiliare. Fiducia così ben ripagata che il Dottore, nel 1994, affida a lui la duplice missione impossibile del Nuovo Corso della Juventus, dispendioso giocattolo ereditato dal fratello Gianni: tornare a vincere, ma con i rubinetti di casa Agnelli ben chiusi.
L’amministratore delegato è sicuro del proprio operato e investe su se stesso rilevando quote (fino al 3,36%) che presto ne fanno il terzo maggiore azionista del club, dopo la Ifil, società d’investimenti del Gruppo Agnelli (60% del capitale), e la libica Lafico Sal (Libyan Arab Foreign Investiment Company, braccio finanziario internazionale di Muammar Gheddafi: dal 5,31% del gennaio 2002, per 23 milioni di euro, al 7,5%). La Holding dei finanzieri Abdullah Saud e Regeb Misallati «che sedevano nei consigli Fiat con l’impegno e la competenza di banchieri londinesi». Un déjà vu per la società bianconera, perché il Colonnello nel dicembre ’76 - quando aveva tutt’altre fama e immagine - aveva mirato al bersaglio grosso, rilevando il 10% (poi portato al 15%) addirittura della casa madre, la Fiat.
Pecunia non olet, tantomeno se l’odore è quello acre del petrolio. Giraudo lo sa e appena arrivato fa meglio della Juve del Quinquennio: sei “scudetti” consecutivi nel bilancio, cioè gestioni in attivo. Che si accoppiano ai trofei. La Juventus allenata da Marcello Lippi vince tutto, quella di Fabio Capello solo in patria, ma entrambe in circostanze - valutate col senno del poi - non limpide. Non per il Tribunale torinese, nel quale Giraudo l’ha sempre spuntata: assolto in primo grado, nel processo per doping, col medico sociale Riccardo Agricola (condannato invece a un anno e 10 mesi di reclusione più 2000 euro di multa per frode sportiva); prosciolto, assieme ad Agricola, dalla Corte di Appello (ma multato di 2000 euro per la violazione della legge 626 del ’94 sulla sicurezza nei luoghi di lavoro), per frode sportiva; idem in terzo grado, su ricorso del Pm, nel procedimento per doping, mentre in merito alla frode sportiva fu dichiarato il non luogo a procedere, perché i fatti erano prescritti.
Fondamentale, nelle varie competizioni forensi di Giraudo, la difesa a tre, composta dai legali Massimo Krogh, Paolo Trofino e Anna (figlia di Vittorio) Chiusano. Agricola, invece, era difeso da Luigi Chiappero e Cesare Zaccone. Dopo il verdetto, accolto con esultanza e abbracci da vittoria in Champions League, Giraudo - piemontesissimamente austero e rigoroso come i suoi completi in grisaglia quattro stagioni e cravatta blu - si concede una stoccatina: «Zeman? Ora si legga bene la sentenza».
A lungo padrone del calcio italiano - come (e forse più di) Galliani, sodale col quale si spartisce scudetti e condivide sinergie e strategie - Giraudo l’ha cambiato per sempre. Ha voluto come dg Moggi, reduce dall’inchiesta sullo sfruttamento della prostituzione (il caso delle interpreti “particolari” per gli arbitri internazionali designati per le partita di coppa del Torino). Ha telecomandato il becerume curvaiolo nelle trattative per il contratto di Roberto Baggio, poi ceduto come Zidane, Vieri e tanti altri big, o per togliersi qualche sassolino. Memorabile lo striscione su ordinazione riservato al nemico storico che lo aveva ostracizzato alla Fiat: «Romiti, i bei tempi son finiti». Da tifoso granata, fece a Boniperti il gesto dell’ombrello dopo un derby vinto in extremis (dal Toro). Arrivato alla Juve, fece rotolare le teste dei bonipertiani. E umiliò l’ex Napoleone bianconero facendolo privare della tessera per la tribuna e del nome sulla carta intestata della società. Alle celebrazioni di “Juvecentus”, il centenario del club, il presidente onorario non fu invitato («Sarà fuori Torino», disse Giraudo). Cadute di stile, come il rifiuto della società di partecipare a un incontro amichevole a Pontedera per commemorare la morte di Giovannino Agnelli, o la vedova Scirea trasformata in testimonial di una marca di orologi. Questo e molto altro indurrà la stampa a disapprovare la versione riveduta e scorretta de «l’ostile Juve».
Giraudo ha contribuito in modo sostanziale alla svolta del calcio televisivo e commerciale, aperto nuove vie di marketing, ottenuto che le società diventassero SpA a fine di lucro. Ha portato alla Juventus i “contratti a prestazione” e il club in Borsa (2001), ricavando in cambio 1,6 milioni di “stock options” a 0,2131 euro l’una, poi ricollocate sul mercato a 3,7 euro l’una. A occhio, un gruzzoletto di 6,5 milioni di euro. Dopo otto anni di scaramucce legali e “ricatti” («Giocheremo lontano da Torino»), ha strappato la gestione dello stadio Delle Alpi. Tra le colpe mondate, i 200 milioni di lire pretesi - si vociferò, ma mancano le prove - dalla Juve per partecipare a un torneo, a Salerno, in memoria di Andrea Fortunato, terzino sinistro bianconero che la leucemia ha rapito neanche 24enne. “Rimedierà” avallando la poderosa campagna di beneficenza a favore dell’ospedale infantile “Gaslini” di Genova.
Travolto da Calciopoli, ripara a Londra con la discreta moglie Maria Elena Rayneri (di cui si sa solo che coltiva l’hobby delle coperte in patchwork e che gli ha dato un figlio, Michele, cresciuto nei Pulcini della Juventus). Da buon “uomo-azienda”, fedele al ricordo del defunto Umberto, non ha perso il bernoccolo degli affari: il mattone è un evergreen, come i campi da golf, altro suo pallino. Già consigliere della Fivi (Fiat Iniziative di Valorizzazione Immobiliare), della Unimorando (attività immobiliari su beni propri) e della Slittovie di Salice d’Ulzio (impianti sportivi), ha lavorato anche nell’intermediazione finanziaria con la Ifil Investimenti e nel ramo assicurativo con la Allsecures Assicurazioni, dov’è stato consigliere. Della Royal Park Estate, società per azioni con 1,32 milioni di euro di capitale versato e costituita il 30 gennaio 2006, poco più di tre mesi prima che scoppiasse Calciopoli, è socio al 60% e amministratore unico. Il restante 40% è di Andrea Nasi, figlio di Marinella Wolf e Giovanni, il fu sindaco di Sestriere e discendente di Carlo Nasi e Aniceta Agnelli. I coniugi Giraudo sono gli unici soci amministratori della Fraluca, immobiliare torinese costituita dal 1968 e rilevata dal 2 febbraio 2007. Nel settore, Antonio (dal 1990), Maria Elena (dal 2006) detengono anche la Erba e Steppa, società, costituita nel 1976, che ripartisce così gli utili: 1% alla moglie, il resto al marito. Il quale, a Savona, detiene 12 azioni della Società Golf Garlenda.
Azzerata, secondo il Dow Jones, invece, la partecipazione dell’ex ad nella Juve, nella quale Giraudo, già sceso sotto il 2% (dal 3,36% che aveva), non aveva più l’obbligo di rendere conto a Piazza Affari. Alla vendita del primo pacchetto azionario, nonostante il crollo del titolo dovuto a Calciopoli, era lo stesso riuscito a intascare una plusvalenza di circa 1,6 milioni di euro.
Lo descrivono antipatico, decisionista, arrogante, permaloso, serio, pragmatico, gran tagliatore di teste e di conti. Mai avuto autista, e in trasferta viaggiava sul pullman della squadra, seduto davanti come la guida turistica nelle gite scolastiche. A suo modo, persino leale: è come appare, e predilige lo scontro diretto. Come tutti i veri squali ha nel fondo dell’anima un che di sentimentale: è amico di Mogol. Zero chiacchiere e molti fatti, sa usare, più che il fioretto dell’ironia, la sciabola del sarcasmo. Ai tempi del processo per doping, a Raffaele Guariniello, Pm di Torino, lanciò un messaggio trasversale: «So che lavora pure d’estate e di notte. Mi auguro che qualcuno ne tuteli la salute». Il gusto della battuta, come per i tartufi e il buon vino, non gli mancano. Nei pranzi della Triade, col ghigno inquietante che lo contraddistingue, brindava a barbera, l’ottima Bric de Banditi: «È perfetta per noi, no?». Il giudizio, come quei 37 chiesti dalla Procura di Napoli (cui Bettega, indagato per falso in bilancio dalla procura di Torino, è estraneo), per ora è rinviato.
(CHRISTIAN GIORDANO)


A Napoli, 37 rinvii a giudizio
Calciopoli, fine atto primo. I Pm della Procura di Napoli, Filippo Beatrice e Giuseppe Narducci, hanno chiesto il rinvio a giudizio per 37 imputati. Fra questi, Luciano Moggi, Antonio Giraudo, Innocenzo Mazzini, Paolo Bergamo, Pierluigi Pairetto e Massimo De Santis, come «costitutori e organizzatori dell’associazione per delinquere». Stessa ipotesi di reato per Tullio Lanese, Maria Grazia Fazi, Gennaro Mazzei, Francesco Ghirelli, Duccio Baglioni, Mariano Fabiani, Marco Gabriele, Tiziano Pieri, Marcello Ambrosino e il giornalista Ignazio Scardina. saranno giudicati anche i patron di Lazio (Claudio Lotito) e Fiorentina (Diego Della Valle). Le accuse vanno dall’associazione per delinquere alla frode in competizioni sportive. Secondo i magistrati, nella stagione calcistica 2004-05 gli illeciti hanno interessato 29 incontri di Serie A e uno di Serie B, Arezzo-Salernitana. Gli indagati erano 48. Per alcuni la Procura ha chiesto l’archiviazione per insufficienza di prove. Per l’arbitro Gianluca Paparesta, è stata stralciata la posizione, per eseguire ulteriori approfondimenti.
Tra le parti lese i club Atalanta, Bologna, Brescia, Cagliari, Chievo, Lecce, Livorno, Palermo, Parma, Roma, Sampdoria, Siena Udinese e Salernitana, i ministeri dell’Economia e delle Finanze e quello per le Politiche Giovanili, i Monopoli di Stato, il Coni, la Figc, la Lega Calcio e la Rai.
Questi i 37 rinviati a giudizio (e il ruolo all’epoca del calcioscandalo):
Marcello Ambrosino (assistente arbitrale), Duccio Baglioni (assistente arbitrale), Paolo Bergamo (ex codesignatore arbitrale), Paolo Bertini (arbitro), Franco Carraro (ex presidente figc), Stefano Cassarà (ex arbitro), Enrico Ceniccola (ex assistente arbitrale), Antonio Dattilo (ex arbitro), Massimo De Santis (ex arbitro), Andrea e Diego Della Valle (patron Fiorentina), Paolo Dondarini (arbitro), Mariano Fabiani (ex ds Messina, Genoa), Maria Grazia Fazi (ex segretaria CAN), Giuseppe Foschetti (assistente arbitrale), Pasquale Foti (presidente Reggina), Marco Gabriele (ex arbitro), Silvio Gemignani (ex assistente arbitrale), Francesco Ghirelli (ex segretario generale Figc), Antonio Giraudo (ex ad Juventus), Alessandro Griselli (ex assistente arbitrale), Tullio Lanese (ex presidente AIA), Claudio Lotito (presidente SS Lazio), Gennaro Mazzei (ex vicepresidente CAN), Innocenzo Mazzini (ex vicepresidente Figc), Leonardo Meani (ex addetto arbitri Milan), Sandro Mencucci (ad Fiorentina), Domenico Messina (ex arbitro), Luciano Moggi (ex dg Juventus), Pierluigi Pairetto (ex codesignatore), Tiziano Pieri (arbitro), Claudio Puglisi (ex assistente arbitrale), Salvatore Racalbuto (arbitro), Gianluca Rocchi (arbitro), Pasquale Rodomonti (arbitro), Ignazio Scardina (giornalista), Stefano Titomanlio (ex assistente arbitrale).
(CH.GIORD)

mercoledì, luglio 04, 2007

Per chi suona Campana?


16-17 marzo 1996. Segnatevi queste date. E già che ci siete appuntatevene una terza: 3 luglio 1968. Dentro e oltre, una bella fetta di ciò che è stato, è, e sempre sarà, nel calcio italiano, Sergio Campana. Le prime riguardano l’unico sciopero pedatorio nella storia pallonara tricolore. L’ultima la venuta al mondo della Associazione Italiana Calciatori, di cui il Nostro è da sempre padre-padrone. E presidentissimo.
Centravanti - poi mezzapunta e, occasionalmente, libero - e avvocato di professione, si mette in luce segnando a raffica nei campionati minori, con il Cortigliano. Buon fisico (1,76 x 74 kg), lo seguono osservatori di Milan e Juventus, ma il padre lo ammonisce: «Vai a giocare dove vuoi, ma la sera, a dormire, torni a casa». Cioè Bassano del Grappa (Vicenza), dov’è nato l’1 agosto 1934. Limitato drasticamente il range di scelta, eccolo al Lanerossi Vicenza in Serie B, campionato nel quale esordisce in prima squadra nel 1953-54. Messi in bacheca due “Viareggio” consecutivi (2-1 in finale sulla Juventus nel 1954, 2-0 sulla Sampdoria l’anno dopo) e conquistata la promozione per la A, vi debutta il 18 settembre 1955: Roma-Vicenza 4-1. Nel 1957-58 i suoi 13 gol valgono a lui la palma di miglior bomber autoctono e alla squadra il settimo posto, piazzamento ripetuto la stagione successiva. Al Bologna dal 1959, vi resta per due prolifiche annate (chiuse con 10 e 8 reti) prima di tornare al Vicenza, nel quale gioca da titolare fino ai 30 anni.
Tra i suoi ricordi più belli, «le due vittorie al Viareggio e la promozione in A nel 1954-55. Indimenticabile, quell’anno, la partita, decisiva per la promozione, disputata al “Menti” contro il Legnano, secondo in classifica. A pochi minuti dal termine i lombardi passarono in vantaggio ma in due minuti riuscii a segnare due gol. Con quella vittoria eravamo praticamente in A. Bellissimi anche i campionati con allenatore Manlio Scopigno, che mi dava del lei. Mi diceva prima della partita: “Campana, giochi sulla fascia sinistra e faccia quello che le pare”. Erano anni in cui ci si divertiva davvero, anche in A. Una volta, a Torino contro la grande Juventus, prendemmo la trasferta come una gita: mancavano pochi minuti al fischio d’inizio e nello spogliatoio facevamo baldoria. Scopigno entrò e disse: “Ragazzi, cercate per lo meno di ricomporvi e di giocare dignitosamente”. Vincemmo tre a due». Altri tempi.
«In una tournée in Svizzera, passeggiavamo per le vie del centro - se non ricordo male eravamo a Zurigo - quando a Zoppelletto cadde una moneta, il cui valore attuale sarebbe di circa due euro, dentro un tombino: perdemmo mezz’ora per recuperarla. Zoppelletto commerciava in macchine usate: ogni lunedì mattina partiva per Milano e tornava con una macchina di seconda mano... Con lui, Gigi Menti, Panzanato e De Marchi e soprattutto Luison formavamo un bel gruppo, ci si divertiva». Intrapresa la china, Campana gioca sempre meno ma dà il proprio contributo alla salvezza nel 1967, ultimo anno di una carriera in biancorosso fatta di 240 presenze e 45 reti (56 il suo totale in A). Più una gara in nazionale B, a Budapest, ai tempi del Bologna: Ungheria Italia 2-0 del 28 novembre 1959.
Forte della laurea in giurisprudenza e della vocazione forense, Sergio, notoriamente parsimonioso, è uno dei fondatori dell’Aic, sindacato dei calciatori professionisti di Serie A, B, C1, C2 e, dal 2000, dei dilettanti, e tuttora l’indiscusso e forse indiscutibile numero uno.
A costituire l’associazione corporativa è il gruppo di giocatori che, a Milano, nello studio del notaio Barassi, firma l’atto costitutivo espletando le necessarie formalità legali. Fra questi, Giacomo Bulgarelli, Sandro Mazzola, Gianni Rivera, Ernesto “Tino” Castano, Giancarlo De Sisti, Giacomo Losi, Carlo Mupo, Giorgio Sereni (padre dell’oggi 32enne Matteo, portiere che il 27 giugno 2007 ha lasciato la Lazio per un biennale al al Torino), Gianni Corelli e, appunto, l’avvocato che, un anno dopo aver lasciato il calcio giocato, avrebbe accettato di dirigere la nascente Assocalciatori.
L’idea stravagante e rivoluzionaria di costituire un sindacato “per miliardari” - così verrà percepita nei decenni della lira, “per milionari” nell’era dell’euro - nasceva dall’esigenza di difendere la figura professionale del calciatore, allora mal delineata e peggio tutelata, e costituire un interlocutore, rappresentato direttamente da prestipedatori, riconosciuto da Figc e Leghe.
Rivendicazioni oggi scontate, prima ancora che legittime. Ma ai tempi più che pioneristiche. A Parigi, tre anni prima era stata fondata la F.I.F.Pro (Fédération Internationale des Footballeurs Professionnels), associazione internazionale dei sindacati di categoria, che oggi raduna 30 paesi affiliati ed è presieduta dal franco-marocchino Philippe Piat. Ai giorni nostri, la sua primaria finalità è seguire, nelle diverse sedi internazionali (Unione Europea, Fifa, Uefa), l’evoluzione delle normative riguardanti lo status giuridico del calciatore professionista e “giovane” (contratto unico europeo, tutela dei vivai, diritti tv, problematiche concernenti i trasferimenti eccetera). Ma in quei primi anni, il sindacato dei giocatori - come certe squadrette di provincia - doveva prima di tutto lottare per la sopravvivenza. Solo poi arriveranno conquiste quali il riconoscimento del diritto d’immagine, l’abolizione del vincolo, la previdenza, la creazione del Fondo di fine carriera, la firma contestuale, la già citata Legge 91, l’Accordo Collettivo, l’indennità di mancata occupazione, il Fondo di Garanzia e le altre pietre miliari che hanno segnato la storia sindacale di una corporazione di lavoratori privilegiati sì ma pur sempre lavoratori. Dalla carriera breve e, specie nelle divisioni inferiori e in certe piazze, tutt’altro che garantita.
In Italia, inizialmente il sindacato raccoglie solamente i calciatori di A e di B, dal 1971 quelli di C (1971) e dal 1973 quelli di D (1973). Uno dei principali obiettivi del sindacato è il riordino del settore dei cosiddetti “semiprofessionisti”, vale a dire atleti con tutti gli obblighi del professionista, ma con uno status giuridico di dilettante. Dopo anni di dure battaglie in groppa a cavilli, si arriva a una ristrutturazione dei campionati, alla suddivisione in C1 e C2, con la Serie D che, passando nei dilettanti nel 1981, esce dall’Aic.
L’anno che precede il Mundial spagnolo passa alla storia anche per l’emanazione della Legge 91, che regola i rapporti tra società e sportivi professionisti e che riconosce ai (quasi tremila) calciatori professionisti lo status di lavoratore dipendente.
Un’altra vittoria per l’Aic è datata 22 luglio 1983: a Roma viene trovato un accordo con Figc e Leghe che prevede l’immediata revoca del “tetto agli ingaggi”. Tra i firmatari Matarrese, Sordillo, Cestani, Costa, Sergiacomi, Maioli, Campana e il suo braccio destro di lungo corso Leonardo Grosso (attuale membro del Board del F.I.F.Pro).
L’evento più clamoroso è, per forza, il primo sciopero. Annunciato e poi revocato con frequenza imbarazzante, diventà realtà dopo alcuni infruttuosi incontri con la Federazione, il 14 marzo 1996, durante l’affollata conferenza stampa congiunta nella quale il presidenti dell’Aic, Campana, e quello dell’Assoallenatori (Aiac), Azeglio Vicini, confermano l’agitazione: il 16 e il 17 marzo i calciatori, per dirla parafrasando un luogo comune tipico del tema, «incroceranno le gambe».
La protesta va in archivio come il primo sciopero “totale” del calcio italiano. I calciatori, riuniti nell’assemblea dell’11 marzo, lo votarono consapevoli dei risvolti che avrebbe provocato. I rapporti tra Aic, Federazione e Leghe si erano fatti sempre più difficili. L’Associazione attendeva risposte su vertenze aperte quali il Fondo di garanzia, la modifica della Legge 91, il rinnovo dell’Accordo Collettivo, la previdenza, i parametri dopo l’entrata in vigore della Legge Bosman, la ristrutturazione dei campionati, le persistenti situazioni di morosità, di insolvenza, le aggressioni ai calciatori e, su tutte, la richiesta del diritto di elettorato attivo e passivo.
I prodromi dell’agitazione risalivano almeno al 1993, e riguardavano le prime inadempienze del Fondo di Garanzia e le mancate risposte alla richiesta di diritto di voto. Lo stop era stato deciso già il 5 febbraio, nell’animato Consiglio direttivo a Milano, e confermato una settimana più tardi dall’assemblea, dopo circa un mese di studiata latitanza da parte di Federazione e Leghe sugli argomenti oggetto delle trattative.
In tutto questo, sempre in prima linea, c’è stato Campana, che è anche direttore de “Il Calciatore”, organo ufficiale dell’Aic. Equilibrista del politically correct, mediaticamente ineccepibile, sempre la parola giusta al posto e nel momento giusti, questo riuscito incrocio pallonaro, uno e trino, fra le anime dell’epoca d’oro della lotta sindacale italiana - la storicamente autonoma Cisl di Pierre Carniti, la Cgil “rivoluzionaria riformista” (copyright di Walter Tobagi) dell’uomo-pesca Luciano Lama («tenero fuori, duro di dentro») e il giovane dinamismo della Uil di Giorgio Benvenuto - è passato indenne a quattro decenni di marosi. Un Andreotti dall’altra parte della barricata.
Perenne ostaggio dei poteri forti o pappa e ciccia col Palazzo? Banderuola al vento di club e procuratori o vaso di coccio tra anfore di ferro, unte da diritti-tv, grandi sponsor, agganci altolocati? Campana - come la “sua” Aic - ha talvolta dato la sensazione di far giocare qualcun altro, quando il gioco si faceva duro. Nel dopo-Catania («Fermiamoci un anno», sì, a parole), contro i maneggioni che pilotano ingaggi e trasferimenti, nel difendere, in campo e fuori, il gioco-giocattolo che mantiene il baraccone, nel denunciare certe connivenze fra società e teppisti, quelli che se gli vien l’uzzolo ti bruciano la fuoriserie o ti piantano croci in mezzo al campo, e se gli gira storto ti aspettano fuori o vengono a prenderti dentro (magari dopo che un inserviente amico gli ha aperto la via agli spogliatoi). Le vittorie ottenute sono state tante, alcune importanti. Ultima quella che «A dicembre e a gennaio non si giocherà più di sera, per tutelare la salute dei giocatori e per il rispetto del pubblico», ha annunciato con orgoglio il boss dell’Aic lo scorso 25 giugno.
Dopo quattro decenni, sarebbe forse ora di passare la mano. Demetrio Albertini, membro nel Comitato di presidenza con lo stesso Campana, Leo Grosso, Gianni Grazioli e Damiano Tommasi, potrebbe esserne l’ideale successore. Un uomo-pesca che a telecamere spente e taccuini riposti smette in fretta quell’aria innocentina da «vieni avanti pretino» (con la p) e ti convince - con solide argomentazioni - che nel calcio una faccia “nuova” può anche essere «pulita». Tutto da dimostrare lo rimanga una volta salita in cassetta, a guidare un carrozzone milionario. Darle una chance, alla scadenza del mandato (2009), potrebbe essere l’ultima, vittoriosa campagna del grande condottiero.
Forse nemmeno Campana sa fino in fondo per chi abbia suonato, in quarant’anni di Aic. Di sicuro si sa che cosa ha scritto. Il vecchio e il marketing.
Christian Giordano

Matarrese, missione impossibilissima


Tutto si può dire di Antonio Matarrese tranne che non sia “amico” dei media. Il titolo te lo dà sempre, spesso e volentieri ci mette pure attacco e coda. Specie se polemica. Nel mezzo del cammin, gaffes à gogo, un po’ pestate e molto “marciate”. Un esempio per tutti, il post-Raciti. Ai tanti «esaltati e irresponsabili» imploranti che il calcio si fermi per più di una domenica e ricominci poi a porte chiuse, il Ducetto di Andria (Bari) controbatte: «Siamo addolorati, necessarissimo fermarsi, ma lo spettacolo deve continuare. Non è che, per rilanciarsi, la Fiat ha dovuto fermare le macchine. Noi vogliamo copiare il rilancio avuto dalla Fiat». Il paragone, già da brividi, diventa da camicia di forza pronunciato all’indomani della tragedia di Catania. «I morti fanno parte di questo grandissimo movimento che le forze dell’ordine ancora non riescono a controllare. Il calcio non si deve mai chiudere. È la regola principale: questa è un’industria che paga i suoi prezzi». Impossibilissimo (a certi suoi neologismi è meglio fare subito l’abitudine) tornare indietro, anche perché Radio Capital mette online la registrazione. Come aggravante, la recidiva.
Dopo l’omicidio del tifoso Vincenzo Spagnolo, accoltellato il 29 gennaio 1995 prima di Genoa-Milan, sospesa al 38’, quando era impensabile proseguire, così parlò alla “Domenica sportiva”: «Male hanno fatto Genoa e Milan a sospendere la partita per lutto, il calcio non si può fermare, altrimenti questo nostro mondo finisce». Anche allora, a polemica deflagrata, la precipitosa inversione a U: «Non sono contrario alla decisione presa ieri, mi sono soltanto preoccupato di quello che poteva succedere dentro e fuori lo stadio». Francesco Merlo, sul CorSera, lo infilzò allo spiedo e lo rosolò due volte: prima ricordandogli un precedente autogol («Cadono i governi e muoiono i Papi, ma il calcio non può cadere»), poi descrivendone la collaudata panacea: «Quando l’istinto lo tradisce, Tonino nostro rimedia. Come? Rimangiandosi tutto».
Nato il 4 luglio (del 1940, dodici anni dopo Boniperti), il quintogenito Tonino assomiglia poco all’oliverstoniano Ron Kovic (interpretato da Tom Cruise), ragazzo del ceto medio-borghese statunitense, se non nel fortissimo e malinteso amor di patria. La quale per il clan Matarrese è - prima di tutto, sopra di tutti - l’impresa di costruzioni fondata nel 1945 da Salvatore, patriarca deceduto nel 1977. Edilizia residenziale e terziaria, industriale e commerciale, ospedaliera, religiosa e sportiva: il San Nicola di Bari, i palazzetti dello sport di Corato, Bitonto e Bisceglie, l’impianto polivalente di Capurso e di Bitritto, i campi di Torre a Mare, Bellavista, Carbonara e Palese e il Comunale della Vittoria di Bari portano tutti la firma - in calce agli appalti, per lavori di costruzione, completamento, manutenzione straordinaria, miglioramento delle condizioni di sicurezza - del Gruppo Matarrese SpA. Un colosso, e non d’argilla.
Un simile background - perché all’inglese il Tony de noantri ci ha sempre tenuto, purché non gliela si meni troppo col Modello post Rapporto Taylor tanto in voga per gli stadi -, corroborato da una laurea in Economia e Commercio e, soprattutto, da sane frequentazioni, sin dai 26 anni, fra gli alti gerarchi della Democrazia Cristiana, non poteva che portare ad entrature altolocate e, quindi, a una fulminante carriera. In un amen, dal forte accento nuscano di Ciriaco De Mita, si passa alla cadenza banfiana del poco bell’Antonio, che in quarant’anni di miopia certo non politica farà sfoggio - in ossequio alle mode - di mille paia di occhialacci e occhialini dietro i quali celare ciò che è sempre stato: un furbone di molte cotte. Tante quante le poltrone da lui occupate. Sotto l’ala protettiva e sin troppo lungimirante di Aldo Moro, nelle plumbee stagioni del Compromesso storico, la Puglia delle coltivazioni a raggiera, roccaforte di antiche e mai rinnegate (ancorché poco nobili) tradizioni, bussa a riscuotere. Alla porta della Dc.
Tra la prole dell’amico Salvatore, assiduo frequentatore di Montecitorio, Moro sceglie il maschio più piccolo, ma anche gli altri faranno strada: Michele (1932), Cavaliere del lavoro e presidente dell’impresa di famiglia, con i gruppi Andidero e Quistelli uno degli appaltatori del famigerato complesso Punta Perotti, ecomostro edificato nel 1995 sulla spiaggia barese di Pane e Pomodoro e abbattuto nell’aprile 2006; il tonacato Giuseppe (1934): viceparroco a Roma, nella chiesa di Santa Maria Ianua Coeli, quartiere di Monte Spaccato, scrittore nel tribunale del Vicariato di Roma, parroco, presidente dell’Istituto Interdiocesiano per il Sostentamento del Clero della Diocesi di Roma e Ostia, tesoriere della fondazione Migrantes della Cei, vescovo di Frascati e sponsor di Francesco Storace; il Grande Ufficiale Vincenzo (1937), dal 1983 presidente dell’AS Bari e in perenne passaggio di consegne al primogenito, Salvatore Jr, amministratore delegato. Ma forse non ancora abbastanza a suo agio con le cifre, tanto care ai “Kennedy di Andria”.
A Curzio Maltese di Repubblica, l’ingegner Michele spiega che l’ultimogenita Carmela ha sposato Mario Greco, un passato da giudice e un presente da senatore di Forza Italia (Toghe azzurre?) «ha lasciato il seggio e il posto in commissione al figlio Salvatore, che però abbiamo eletto nell’Udc». Il rampollo, detto Tato, è assurto a telenotorietà per essere stato “interrogato” dalle Iene, al suo primo giorno a Montecitorio, sulla data della scoperta dell’America e sulla Rivoluzione Francese. Risposte: «1640, più o meno», «Un grosso movimento».
La massima carica biancorossa è invece stata il trampolino di lancio di VotAntonio. Dal 1976 e per cinque legislature, Matarrese è stato in politica ma per lui la vera gavetta è stata nel calcio. Dopo nove mesi di pellegrinaggi romani, il primo parto: nel settembre 1977 il professor Angelo De Palo, numero uno del club dal 1961, gli affida la società. Per Antonio è l’inizio di un lungo viaggio, foraggiato dalla potente famiglia, sull’asse Bari-Roma-Milano. Il 10 marzo 1982, tre mesi prima del Mundial spagnolo, e in piene scorie post-calcioscommesse, il dimissionario presidente della Lega Calcio, Renzo Righetti, valuta curriculum per trovarsi un degno successore: «Un giovane scaltro e di buone maniere». Il «Sono pronto» del prescelto regge nel calcio la storicità del garibaldiano «Obbedisco».
L’inattesa Coppa del mondo alzata da capitan Zoff spiazza i presidenti. Quello federale, Federico Sordillo, a Braga (1-0 allo Sporting, gol di Graziani) disse che sarebbe stato meglio andare tutti a casa. Il suo collega di Lega, dopo l’1-1 col Perù, aveva «voglia di scendere negli spogliatoi e prendere tutti a calci nel sedere». Escalation norrmale per uno che in precedenza aveva pubblicamente umiliato il Ct. «Bearzot? Meglio Catuzzi», disse riferendosi al bravo quanto sfortunato tecnico, deceduto il 29 novembre 2006, che per circostanze sfavorevoli, aveva finito la stagione ’81-82 sfiorando la promozione in A col Bari. Che dall’anno dopo cambia padrone ma non cognome. Affari di famiglia, come lascia intuire “Il Bari dei Matarrese”, uno dei tredici libri che il giornalista locale Gianni Antonucci ha dedicato ai Galletti .
Balzato sul carro del vincitore - un po’ come gli capiterà 24 anni dopo, un mese meno un giorno dal successo di Berlino - Matarrese pilota il boom del calcio-industria. Nel 1986 comincia il ciclone Berlusconi («si allarga troppo, non dura» profetizzò), l’anno dopo - a tre da Italia 90, di cui sarà membro del Comitato organizzatore, presieduto dal suo nemico Carraro - dirà arrivederci alla Lega e, sulla scia di una candidatura blindata, siederà sulla massima poltrona Figc. Le carriere in seno alla Uefa e alla Fifa sono scontate quanto l’improvvisa popolarità del San Nicola, cattedrale nel deserto costruita dall’azienda di famiglia su progetto di Renzo Piano, inaugurata dall’amichevole Bari-Milan e d’un colpo sede di grandi eventi: la “finalina” mondiale, la finale di Coppa dei Campioni l’anno dopo.
Su invito del patron milanista, che aveva l’urgenza di liberarsi di Sacchi, Matarrese congeda Vicini, rompe con la risparmiosa usanza di allevare Ct federali e copre d’oro il Profeta di Fusignano nella pia illusione di sbancare Usa 94. Invece arrivano “solo” titoli da vice: gli azzurri dietro il Brasile, Tonino numero due alla Uefa e alla Fifa. Dopo il flop a Euro 96 (Italia subito eliminata? «Impossibilissimo»), la stella dell’Arrigo come quella del suo “datore di lavoro” si offuscano. Johansson e Blatter richiamano Carraro: ordine e regresso. «Democristiano nel vero senso della poltrona (copyright di Roberto Beccantini su La Stampa), Matarrese è uno che casca in piedi. A Bari l’Udc arriva con lui, e nel 2003 ne diventa consigliere provinciale. Il calcio ce l’ha nel DNA, come il compromesso storico. Per celebrare quello con Galliani, futuro presidente, nel 2002 l’ad milanista, nuovo numero uno in via Rosellini 4 a Milano, gli cuce addosso una carica ad hoc: vicepresidente vicario. Matarrese è tornato: primo presidente di Gioco Calcio, piattaforma alternativa al neonato monopolio Sky. Il bluff dura una stagione, mezza B finisce sul lastrico. «Adula tutti poi fa quello che vuole» strepita Gaucci. Nel 2004 diventa parlamentare europeo e da settembre sale in groppa all’UNIRE (Unione Nazionale Incremento Razze Equine), ma ne viene disarcionato il 12 maggio 2005, per via del commissariamento seguìto alle dimissioni di quattro componenti il CdA. Calciopoli lo rimette in pista e lui si fa paladino della mutualità: «Con me si cambia», «I grandi non mangeranno più i piccoli», «Io, patrimonio del calcio italiano» alcuni dei suoi più memorabili slogan. Dimissionari Carraro (Figc) e Galliani (Lnp), chiusa la breve, turbolenta estate iridata del Commissario straordinario Guido “Telecom” Rossi, nella confindustria pallonara urge Restaurazione. Don Tonino fa bocciare Massimo Moratti e, al sesto scrutinio, arraffa il quorum (26 voti su 39 presenti) e torna presidente della Lega, diciannove anni dopo. Dove eravamo rimasti?
Christian Giordano