
Lavorando di cesello fra dotte citazioni - da Paolo VI («Non abbiamo bisogno di maestri, ma di testimoni») a Voltaire, da Seneca a Gandhi («La non violenza è il primo articolo della mia legge») - si svela la marmorea pietra su cui, dal 2 aprile 2007, poggia il Nuovo Corso della Federcalcio. Quello post-Calciopoli (o, perlomeno, il suo atto I) e con a capo Giancarlo Abete. «Sarò il presidente di tutti: dobbiamo finirla con la logica dei blocchi, serve una politica trasversale nell’interesse generale. La crisi non finisce oggi». Poco, ma sicuro.
L’eterno secondo è, chissà se e quanto finalmente, arrivato primo. Anzi, uno. Come certi gregari nel ciclismo di una volta, poco a loro agio con l’italiano e ancor meno davanti alle telecamere. Discorso applicabile solo in parte - e certo non per scarsa istruzione - per il “Rivera delle presidenze”, staffettista designato per il post-Carraro e invece congelato, per due anni, da altrettanti commissariamenti federali. Prima quello straordinario con Guido Rossi, poi col mai abbastanza rimpianto Luca Pancalli. Uno, per dirla con Ligabue, da «non è tempo per noi/che non ci adeguiamo mai/fuori moda, fuori posto/insomma sempre fuori, dai». O fuori dai, a voler leggere tra le righe.
Giancarlo, fratello del Luigi presidente della Banca Nazionale del Lavoro e vicepresidente dell’Associazione bancaria italiana, “fuori dai” non c’è stato mai. Anzi. Nato il 26 agosto 1950 a Roma (la famiglia è però originaria di Benevento), compie studi classici al liceo capitolino Istituto Massimo e si laurea (con 110/110 e lode) in Economia e Commercio alla Sapienza. Sposato, due figlie, deputato Dc nella ottava, nona e decima legislatura, dal 1979 al 1992, è imprenditore nel settore grafico, editoriale e dell’informazione. Quando il Totocalcio era la gallina dalle uova d’oro, che manteneva il carrozzone dello sport italiano - fenomeno unico - era quello di «Abete grafica», l’azienda fondata dal padre nel 1946, il nome stampato sulle schedine.
Impossibile conteggiarne gli incarichi: presidente e membro del cda di società dell’omonimo Gruppo (di cui Luigi è l’ad), Giancarlo è stato presidente dell’Unione industriali di Roma e del Lazio (1994-2000), di Federturismo-Confindustria (1999-2003); della federazione dell’Industria del Lazio (1997-2001); di Byblos - Fondo nazionale pensione complementare (1999-2004). Nella giunta di Confindustria fino al 2001, dall’89 al ’90 è a capo del Settore tecnico della Figc (1988-90) e in seguito della Lega di C (1990-96). Per due volte (dal ’96 al 2000 e dal 2001 al 2006) è vicepresidente federale.
È allora che molti s’illudono di vedere in lui il volto nuovo della classe dirigente. Alle elezioni del 2000 ottiene la maggioranza (67%) dei voti, ma, come quattro anni dopo, lo ferma il diritto di veto: per essere eletto, il candidato aveva - ora non lo ha più - bisogno del consenso di un terzo di ogni componente. La Lega calcio, da sempre filonordista e al tempo sotto l’asse Giraudo-Galliani, non alzava la paletta verde, imponendo la propria preferenza (prima Nizzola, poi Carraro). Caduto il diritto di veto, e l’asse della Lega, ecco un presidente non diretta espressione dei 42 club di prima fascia. Anche se pur sempre “di dentro”, e con tanto di inversione di ruolo rispetto a dieci anni addietro, quando in federazione Matarrese era il numero uno e Abete il due. «Restaurazione degna del Congresso di Vienna?» gli chiedono gli inviati de “Le Iene”. «No, democrazia - rispondeva a inizio lavori Abete - Del mio passato non ho di che vergognarmi».
Non foss’altro perché è lì che affonda le radici la robusta rete che lo sostiene: soprattutto la Serie C e i Dilettanti, capiente serbatoio di voti. Gli arbitri, che fino al giorno prima avevano minacciato l’astensione, sono stati rassicurati dalla promessa di autonomia economica e tecnica. Siderali le vette raggiunte dal sopracciglio alzato del capo ufficio indagini Saverio Borrelli, in procinto di lasciare il proprio ruolo nel calcio: abbottonato nelle sale dell’albergo sede del voto sul futuro della federazione, l’ex capo di Mani Pulite esternerà robuste perplessità sulla effettiva voglia di rinnovamento di un sistema refrattario a qualsiasi ricambio dirigenziale.
Già capodelegazione degli azzurri a Francia 98, Abete ha fatto il bis a Germania 2006. Eletto presidente Figc, con 264 voti dei 271 elettori presenti (su 309 totali, al primo scrutinio: 5 le schede bianche, 2 gli astenuti), dirà: «Dobbiamo guardare avanti, ma senza aver paura del passato. I valori devono essere centrali (?, ndr), ma una cosa è sottolineare i valori, un’altra è demonizzare il calcio. Siamo un movimento economico al di sopra del 2.5% del Pil». Tradotto dal poco intelligibile abetese (complicato, ermetico, involuto e ampolloso mix politico-calcese): un chiaro “no” alla dipendenza dello sport dalla Finanziaria, e a dirlo era uno che già nel ’93 rivendicava l’abolizione del diritto di veto.
Quattordici anni dopo, nella stagione post-Calciopoli, funestata dalle uccisioni di Ermanno Licursi e Filippo Raciti, il neoeletto presidente deve alzare uno straccio di paravento etico per coprire gli orrori del calcio italiano. Prima mossa per riportare il pubblico negli stadi, magari dopo averli resi più confortevoli e meno zone di guerriglia urbana. Allo scopo si spera in una rapida conversione in legge del decreto Amato. Stabiliti i termini per le iscrizioni ai campionati e sciolto il nodo del nuovo designatore (il segreto di Pulcinella: Collina), andrà fatta la riforma dei tornei, per (almeno far finta di) ridurre il numero di club professionistici: «Ma serve il consenso di tutti». In primis della Lega, presieduta da Matarrese che dal palco dell’assemblea elettiva ne ha così salutato la nomina: «Abbiamo fatto un passo indietro, non ne faremo altri. Abete ha scritto una lettera assicurando che darà alla Lega la vicepresidenza vicaria, e lui è un uomo d’onore. Ma non dite che pretendo: credete che metterei sul mio bigliettino “vicepresidente vicario”?». Fa un certo effetto, se a dirlo è l’ex presidente della Figc negli Anni 90, colui che portò Abete in via Allegri. “L’uomo d’onore” invece è andato su Cesare Gussoni come vicepresidente vicario, rispettando il pronostico sui vicepresidenti Carlo Tavecchio e Demetrio Albertini.
Col quale qualche problemino c’è stato. Tra i pochi, nei vertici federali, salvati dalle intercettazioni, Abete era riuscito a partire per i Mondiali non più come vicepresidente vicario, bensì come responsabile del Club Italia, al posto dell’altro (ex) vicepresidente, Innocenzo Mazzini, uno dei sommersi. Tanto per cambiare si era trovato al posto giusto nel momento giusto. Dopo la seratona di Berlino, il 9 luglio, Abete era tornato in Italia da vincitore, ma oscurato dalla stella - poi rivelatasi meteora - di Rossi. Meno di un anno più tardi, eccolo capociurma della bagnarola federale alla deriva come il sistema che Abete si trova a rifondare. Undici giorni dopo la nomina a boss federale, il 13 aprile, va da Sepp Blatter (Fifa) e da Michel Platini (Uefa), per rilanciare la candidatura italiana a Euro2012 nonostante Calciopoli e la tragedia del 2 febbraio a Catania. Il 18 aprile deve andare allo sbaraglio a Cardiff, ad affrontare il voto dell’Esecutivo Uefa: 8-4 l’esito pro Polonia-Ucraina. «Umiltà, umiltà», predicavano Abete e, prima, Pancalli, manco fossero novelli Sacchi. Dopo la disfatta, il neopresidente della Figc si assolverà spiegando che la mancata assegnazione era figlia soprattutto della politica sportiva.
Rientrato a Roma, si ritrova sul groppone le dimissioni di Franco Carraro dall’Esecutivo dell’Uefa. Il Poltronissimo non aveva trovato appoggi in Consiglio federale, ma poi era tornato sui propri passi e si era tenuto la poltrona a Nyon: l’ex “le Roi” in persona gli avrebbe, condizionale d’obbligo, chiesto di restare. Abete allora si è dovuto consolare con la rielezione nella Commissione squadre nazionali dell’Uefa della forzata dipendenza da Carraro come italiano più importante nel calcio internazionale.
Con Matarrese per ora è sull’1-1. Abete era passato in vantaggio preferendogli, come vice, Gussoni, ma don Tonino ha pareggiato con la linea dura sul via ai campionati. Matarrese e soprattutto Galliani sdottoravano di marketing («il 19 agosto gli italiani sono ancora al mare») e l’hanno spuntata per il weekend dopo. È da certe battaglie che si misura lo spessore dei condottieri. Abete stia tranquillo. Di maestri, qui, neanche l’ombra. Testimoni, pochini. E di sicuro non scomodi.
Christian Giordano
Abete, 100 giorni di parole
Dagli Europei del 2012 alla data dell’inizio dei prossimi campionati. Passando dalla questione del vicepresidente federale, all’addio all’azzurro di Totti e Nesta, dalle sospette plusvalenze di Inter e Milan alla cessione dei diritti tv. Ecco i primi 100 giorni (2 aprile - 8 luglio) di parole del nuovo presidente federale.
DOPO DUE COMMISSARI, LA FIGC HA DI NUOVO UN PRESIDENTE
«Se fosse bastato eleggere un presidente, Luca Pancalli sarebbe rimasto per meno tempo. La crisi del calcio dipende da problemi strutturali. Ma il lavoro, diceva Voltaire, allontana tre mali: il vizio, la noia e il bisogno. Io credo nel lavoro».
RIECCO CALCIOPOLI
«Posso dire due cose: la prima è che non dobbiamo commettere l’errore di sottovalutare la cosa, la seconda è che ci aspettavamo che in fase di chiusura indagini, da parte della procura di Napoli, ci sarebbero potuti essere ulteriori momenti di difficoltà. Spetterà all’Aia e alla Figc, quando avremo ricevuto i documenti, valutare la situazione e decidere cosa fare. C’è comunque il desiderio di accelerare, di fare percorsi il più possibile veloci nell’interesse del mondo del calcio. Ma questa accelerazione non deve essere interpretata come una volontà di non approfondire, perché non è così».
GLI EUROPEI 2012 A POLONIA E UCRAINA
«È una scelta di politica sportiva che ci amareggia. Hanno voluto aprire a 85 milioni di nuovi cittadini europei. Passata la delusione, però, dobbiamo avere la capacità di ristrutturare gli stadi anche senza gli Europei. Nella vita si vince e si perde. Basta competere con lealtà».
STADI ALLE SOCIETÀ, IL PROGETTO CONTINUA
«Con la proprietà degli stadi ai club gli impianti verrebbero sentiti come casa propria anche dai tifosi. Questo è un percorso di rinnovamento e di sicurezza che porteremo avanti».
NO A MATARRESE, GUSSONI VICEPRESIDENTE
«È questione di scelte: in passato si è deciso di privilegiare l’unanimità dei consensi».
TOTTI E L’AZZURRO PART-TIME
«Non è giusto fare eccezioni, le scelte devono essere uguali per tutti quelli che vogliono indossare la maglia azzurra».
NESTA E L’ADDIO ALLA NAZIONALE
«La decisione di Alessandro Nesta è legata al percorso di un giocatore che ha dato tantissimo alla Nazionale. Speriamo ci ripensi e che la sua decisione non sia definitiva».
TIRA E MOLLA CON LA LEGA PER L’INIZIO DEI CAMPIONATI
«Il volere iniziare il 19 invece del 26 agosto è legato al doppio confronto di settembre della Nazionale con avversari non facili: la Francia, che ha fatto la finale del Mondiale con noi, e l’Ucraina, esaltata dal successo nell’assegnazione di Euro 2012 e motivata perché deve recuperare dopo aver perduto sia in Italia sia in Francia. A chi spetta la decisione? A mio avviso alla Federazione. L’organizzazione dei campionati e dei calendari è delegata alle leghe, ma ciò non toglie che siano le federazioni il soggetto decisionale definitivo».
SERIE A, B E C AL VIA NEL WEEK-END 25-26 AGOSTO
«Basta con le polemiche, meglio stare tutti zitti (il riferimento è anche alla polemica scoppiata tra il presidente della Lega Calcio, Antonio Matarrese, e il Ct azzurro Roberto Donadoni, ndr). Volevamo partire il 19 agosto, ma la data del 26, in ottica Nazionale, resta la migliore negli ultimi dieci anni. Per questo sono molto sereno».
LO SCANDALO DELLE PLUSVALENZE
«Le plusvalenze gonfiate restano un rischio del sistema. È giunto il momento di fare qualcosa. Serve un organo tecnico in grado di giudicare il valore [del cartellino] dei giocatori. Per adesso vedremo ciò che è possibile sanzionare e cosa, per i tempi tecnici, non è più sanzionabile».
LA NUOVA LEGGE SUI DIRITTI TV
«Ero e sono favorevole alla vendita centralizzata dei diritti televisivi, per evitare, come successo negli anni passati, che ogni società si accordi individualmente con le tv».




