
Perdere è l’espressione di "Pietruzzu" Anastasi. Non ci sei abituato alla sconfitta, se giochi nella Juventus. E quella rara volta che ti succede, come a Belgrado 73, te ne stai lì con l’aria inebetita, prima ancora che invidiosa, a guardare Gerrie Mühren e compagni buttare la Coppa dei Campioni che loro, l’Ajax, avevano vinto per la terza volta in fila, nel cesto della lavanderia e il tutto nel bagagliaio del pullman.
Se invece tifi Juve, a perdere non solo non ci sei abituato ma quasi non lo contempli. E allora è «Atene», ormai senza piú la connotazione temporale, 1983, la parola che evoca gli spettri peggiori. Piú della «Belgrado» di dieci anni prima, quando la botta era stata forte sì, ma almeno era venuta contro dei giganti. Ad Atene fu diverso. Sembrava il trionfo annunciato, persino l’esodo era stato piú massiccio: rispetto ai 30.000 (un record) del Marakana, erano almeno 5.000 in piú i pellegrini bianconeri presenti il 25 maggio al tempio pagano chiamato stadio Olimpico, a fronte degli appena 4.000 tedeschi al seguito dell’Amburgo, la (molto presunta) vittima sacrificale. Quasi 150 voli charter, noleggiati con velivoli di una dozzina di compagnie aeree, senza contare treni speciali e carovane di pullman e auto private confluite nella allora capitale jugoslava per assistere a una finale che il popolo bianconero riteneva, se non già vinta, impossibile da perdere.
A disputarla, per la prima volta dopo sei anni, non c’erano squadre inglesi. Liverpool e Aston Villa, le ultime due vincitrici, erano uscite ai quarti, rispettivamente contro Widzew Lódz (2-0 in Polonia, 3-2 ad Anfield) e Juventus (1-2 al Villa Park, 3-1 al Comunale). Sulla carta, non c’è partita: la Juventus dei sei campioni del mondo (Dino Zoff in porta, Claudio Gentile e Antonio Carbini terzini, Gaetano Scirea libero, Marco Tardelli dappertutto e Paolo Rossi in attacco), più uno mancato (Roberto Bettega, che il 4 novembre ’81, in Juventus-Anderlecht 1-1, ritorno degli ottavi di Coppa dei Campioni, ci aveva rimesso i legamenti di un ginocchio nello scontro col portiere belga Jacques “Jacky” Munaron), rinforzati da due dei migliori stranieri reperibili su piazza: Zbigniew Boniek e Michel Platini, le star di Polonia e Francia, da loro trascinate al terzo e quarto posto al Mundial spagnolo. Gli Agnelli volevano quella coppa sempre sfuggita al club storicamente più forte d’Italia ma “maledetto” in Europa. E non avevano lesinato spese, anche perché per la prima volta il presidente iperoperativo Giampiero Boniperti aveva dovuto vedersela coi grossi nomi (su tutti Rossi e Gentile) che, sulla scia del successo estivo in azzurro, erano venuti a batter cassa.
Dall’altra parte, c’erano nazionali quali il fluidificante destro Manfred Kaltz, il regista Felix Magath e il “cubico” (1,88 x 88 kg) centravanti Horst Hrubesch. Gente tosta, determinata ma di minore talento, anche se ottimamente sfruttato dal genio tattico dell’allenatore, Ernst Happel. Perse per squalifica le doti da incontrista di William “Jimmy” Hartwig, allo stratega austriaco restavano quelle di Wolfgang Rolff, deputato alla marcatura di Platini, con Lars Bastrup e Jürgen Milewski a sostegno di Hrubesch.
Al fischio d’inizio, sommerso dal coro di «Dino, Dino» rivolto dai tifosi juventini al 41enne Zoff, al capolinea di una carriera leggendaria, è però l’Amburgo ad assumere l’iniziativa. Cabrini va sulla seconda punta Bastrup e Sergio Brio si attacca all’ariete Hrubesch, ma Milewski a sinistra e Jürgen Groh a destra aggrediscono il centrocampo bianconero, che si regge di fatto sul mediano Massimo Bonini e sull’interno Tardelli. La Juventus sembra in giornata e va subito vicino al gol, per due volte. Sul primo affondo Platini-Bettega, non sfruttato dal francese, e poi con un colpo di testa di “Penna bianca”, che a volo d’angelo incorna un cross di Tardelli: prodezza del portiere Ulrich Stein. Ma dopo neanche 9’, ecco la doccia gelata. Slalom di Magath sulla trequarti tra Bettega e Scirea e, da poco fuori il vertice sinistro dell’area, beffarda ma chissà quanto voluta palombella mancina che uccella l’avanzato Zoff sotto l’incrocio più lontano. Sugli spalti, stracolmi già due ore prima della partita, il gelo è pressoché totale.
Il gol spegne l’interruttore dei bianconeri ed esalta gli anseatici. Per poco un rasoterra di Kaltz, sbucato da una selva di gambe, viene respinto sulla linea da chi non ti aspetti: “Zibì” Boniek. Col passare dei minuti, la squadra di Giovanni Trapattoni, che si sgola a vuoto davanti la panchina, appare sempre meno organizzata. Stein viene chiamato in causa solo in un paio di occasioni importanti, ma è là in mezzo che gli “Italienisch” soccombono, con “Le Roi” Michel annullato dal mastino Rolff. Gli ricapiterà nella semifinale di Messico 86, il 25 giugno a Guadalajara, Francia-Germania Ovest 0-2. Nella serata maledetta di Atene, Platini prova ad affrancarsi dalla marcatura ricorrendo a un classico del proprio repertorio: se controllato da un difensore, arretrava per risucchiarlo a centrocampo, se ad occuparsi di lui era un mediano, lo puntava per saltarlo e lo prendeva d’infilata giocando il dai-e-vai o l’uno-due, meglio se con il sodale (in campo e fuori) Boniek, per andare a concludere da attaccante aggiunto o comunque creare la superiorità numerica in mezzo al campo. Con Rolff, il giochino non funziona, vuoi per la prova superlativa dell’avversario, alla gara della vita, vuoi per la giornata-no del transalpino. E forse anche per colpa del Trap, che si ritrova Tardelli, l’anima dinamica della squadra in fase offensiva e difensiva, costretto a “ballare” da terzino destro fra Bernd Wehmeyer e l’agilissimo Milewski. Sull’altra corsia, le avanzate del potente ma grezzo Kaltz bloccano quelle di Cabrini. Mentre Gentile, scottato dal capolavoro di Magath, pur di contenere l’imprevedibile numero 10 rosso sguarnisce la propria zona e “pesta i piedi” a Cabrini.
A dire il vero, il povero “Giuann” le tenta tutte: manda avanti Platini, in avvio di ripresa concede al regista arretrato Scirea la licenza di uccidere piú avanti, ma la truppa è imbambolata. Allora gioca la carta della disperazione. Al 57’ toglie lo spento Paolo Rossi, autore di una prova e di una stagione lontane anni-luce dagli exploit che l’anno prima avevano reso “Pablito” una icona globale del gol, e mette dentro Domenico Marocchino. Nelle intenzioni del guerriero di Cusano Milanino, l’estroso tornante destro, funambolico nelle giornate di grazia, un peso morto quando aveva la luna storta, doveva aprire la difesa amburghese, imperniata sui centrali Ditmar Jakobs e Holger Hieronymus, che quella sera non sbagliano niente. Allargarne le maglie per far sì che una prima linea da sogno con Bettega, Tardelli, Rossi (Marocchino), Platini (capocannoniere della Serie A, 16 gol) e Boniek, uno dei pochi a salvarsi, riuscisse a creare qualche palla-gol. Bettega, fortissimo sul piano tattico e nel gioco aereo, va a fare la punta centrale per raccogliere gli eventuali traversoni di Marocchino. Ma la mossa non sortisce effetti se non il mare di polemiche che accoglieranno al ritorno la squadra e, soprattutto, il tecnico, caduto nel tranello tesogli da Happel, che un minuto prima aveva rinunciato a Bastrup per riaffrozare la maginot di centrocampo col piú solido Thomas von Heesen.
«Dovessi ripetere dieci volte quella partita – commenterà Trapattoni anni dopo – la rigiocherei allo stesso modo. Avevamo studiato tutto. A Cagliari (penultima di campionato, 1-2 per i torinesi l’8 maggio, ndr), avevamo provato anche i cambiamenti dalla marcatura a zona a quella a uomo. Niente. La realtà è che il gol di Magath provocò reazioni inconsce, imprevedibili e incontrollabili. Per 20’ filati sbagliammo passaggi elementari, incredibili. Mezz’ora dopo la partita i giocatori erano ancora seduti, attoniti, sulle panchine degli spogliatoi. Se non li mando io, con rudezza, sotto le docce, saremmo ancora tutti là, in quello stanzone, a fissare il vuoto».
Al 72’ i bianconeri reclamano il calcio di rigore per l’intervento di Stein su Platini, che stava per scavalcarlo con un pallonetto. Ma l’arbitro rumeno Nicolae Rainea, lo stesso di Francia-Italia (1-2) a Mar del Plata nel ’78, fa continuare. La decisione ci può stare, perché l’azione non è limpidissima. A quel punto però è chiaro che l’irresistibile Juventus vista contro Standard Liegi, Aston Villa e Widzew Lodz era solo uno sbiadito ricordo.
«L’innesto di Boniek e Platini – spiega Trapattoni – nel telaio della squadra che aveva vinto il campionato e in cui sei titolari s’erano appena laureati campioni del mondo, aveva creato problemi. C’erano degli artisti da orchestrare. Non si va a fare l’opera con otto tenori. C’erano degli equilibri di gioco da ricostruire o da verificare. Problemi che negli anni seguenti sono stati progressivamente risolti. Detto questo, la Juventus si era espressa ad altissimi livelli contro lo Standard e l’Aston Villa, il che faceva pensare che certi equilibri fossero stati trovati. A Liegi tatticamente fummo impeccabili, a Birmingham fornimmo la prestazione forse piú spettacolare. In finale però influì l’atmosfera che circondava la squadra, sovraccaricata di “facilità”, un ambiente troppo sicuro della vittoria che forse alterò gli equilibri emotivi e motivazionali. Ma i ragazzi non scesero in campo deconcentrati né troppo sicuri di vincere. La nostra reazione al [gol in] passivo fu asfittica, confusa, priva di lucidità. Platini, nella sua voglia di risolvere la gara, si portava in zone in cui gli riusciva piú difficile impostare il gioco e affrancarsi dalla marcatura cui lo sottoponeva Rolff. Ma la realtà è che i nostri avversari non erano martellati da condizionamenti paragonabili a quelli che pesavano su di noi. È stata una botta tremenda, per tutti. Per questo, pochi giorni dopo la partita, ho detto: “La prossima finale mi auguro che si giochi dove non ci sono 40 mila tifosi italiani”. E non certo perché ci disturbino, tutt’altro. Ma per via del condizionamento inconscio che provocano nei nostri giocatori».
Non c’è niente da fare, perlomeno in Italia l’attuale allenatore del Bayern Monaco, nato ad Aschaffenburg il 26 luglio 1953, sarà per sempre ricordato per quel gol e non per il fior di carriera fatta di 306 gare (e 46 reti) in Bundesliga, 3 titoli tedeschi, la Coppa dei Campioni e la Coppa delle Coppe (suo il raddoppio all’89 nel 2-0 all’Anderlecht nel 1977), le 43 presenze in nazionale con la quale ha vinto l’Europeo 1980 e perso due finali mondiali (1982 e 1986).
Figlio di un soldato portoricano (cui deve la pigmentazione non proprio teutonica) di stanza in Germania con l’esercito statunitense, eredita cognome e disciplina tedeschi dalla madre, prussiana. Una vita all’Amburgo (1976-86), è mezzala di discreta classe che si forma alla scuola di grandi tecnici complementari quali Branko Zebec, maestro della difesa, e Ernst Happel, guru dell’attacco (mai scellerato). Oggi come allora tifosi di Inter e Milan continuano a recapitargli doni assortiti, tra cui medaglie d’oro e bottiglie di champagne, per celebrare quella sua storica rete che in una calda serata ateniese fece saltare il banco. Lo ricordano in pochi, ma i tedeschi avevano meritato la vittoria, salutata l’indomani da Tuttosport con un titolo a nove colonne: «Tragedia greca». Sottovalutare l’Amburgo del santone Happel, storica bestia nera delle italiane (un successo su 9 confronti), fu un errore grande e grosso. Almeno quanto Hrubesch.
CHRISTIAN GIORDANO
Il cammino delle finaliste
PRIMO TURNO
Dinamo Berlino (DDR) – Amburgo (BRD) 1-1, 0-2
IF Hvidovre Copenhagen (Dan) – Juventus (Ita) 1-4, 3-3
SECONDO TURNO
Amburgo (BRD) – Olympiakos Pireo (Gre) 1-0, 4-0
Standard Liegi (Bel) – Juventus (Ita) 1-1, 0-2
QUARTI DI FINALE
Dinamo Kyiv (Urss) – Amburgo (BRD) 0-3, 2-1
Aston Villa (Ing) – Juventus (Ita) 1-2, 1-3
SEMIFINALI
Real Sociedad (Spa) – Amburgo (BRD) 1-1, 1-2
Juventus (Ita) – Widzew Lódz (Pol) 2-0, 2-2
Il tabellino della finale
Atene (stadio Olimpico), 25 maggio 1983
AMBURGO-JUVENTUS 1-0
Amburgo: Stein; Kaltz, Wehmeyer; Jakobs, Hieronymus, Rolff; Milewski, Groh, Hrubesch, Magath, Bastrup (56’ von Heesen). Allenatore: Ernst Happel.
Juventus: Zoff; Gentile, Cabrini; Bonini, Brio, Scirea; Bettega, Tardelli, Rossi (57’ Marocchino), Platini, Boniek. Allenatore: Giovanni Trapattoni.
Rete: 9’ Magath.
Arbitro: Nicolae Rainea (Romania).
Spettatori: 73.500 circa (50.000 paganti).