mercoledì, agosto 29, 2007

Trézégol-machine


Discesa e cross di Thierry Henry, Trezeguet segna: tutto qui il Monaco di fine secondo millennio. Chiare sin dagli esordi l’estetica (poca) e la poetica (tantissima) di “Trezegol”, nickname tanto azzeccato e sentito da dare il nome al sito ufficiale di un predatore che in area ha pochi eguali (Filippo Inzaghi e Vincenzo Montella oggi, Gerd Müller nei Settanta). E nessuno di quel fisico (1,87 x 75 kg), agile e possente quanto fragile.
La storia di David Sergio Trezeguet (Rouen, 15 ottobre 1977) inizia a fine Ottocento, quando il bisnonno Jean Albert lascia Lot-et-Garonne, dipartimento della Francia sud-occidentale, per cercare fortuna in Argentina. La trova, e mette su famiglia. Uno dei due figli, Prospero, fa altrettanto a Buenos Aires, dove il 13 maggio 1951 nasce Jorge, futuro papà di David e libero al Chacarita Juniors poi all’Estudiantes. Jorge sposa l’argentina Beatriz e nel 1976 va a giocare a Rouen, la città di Flaubert e del rogo di Giovanna d’Arco. E di David, primo Trezeguet nato (il 15 ottobre 1977) in Francia dopo la traversata del trisavolo. Ma nel piccolo alloggio della residenza Les Perspective, a due passi dal palazzo comunale, in un quartiere popolare della cittadina, il piccolo autoctono resta due anni. Subito retrocessi, i Diables Rouges si piazzano quinti in D2 e il contratto di papà finisce lì. Rientrato al Chacarita, Jorge tira su David a pane e calcio.
A cinque anni il pargolo promette, a dieci giura (al padre): diventerò campione del mondo. Manterrà, nel 1998. Decisivo, nel processo, lo zio Tomas, fratello di mamma Beatriz, il quale lo accompagna al provino per l’Atlético Platense, club di Vicente López, alle porte della capitale. Con la camiseta marrón y blanca, indossata da quando ancora non ha 9 anni, il timido David comincia da mezzala e stenta. La svolta arriva due anni dopo, quando un tecnico delle giovanili lo sposta in attacco. È un colpo di fulmine, la prima squadra una conseguenza già a 16 anni. Il 12 giugno 1994 il tecnico Ricardo Rezza lo fa debuttare in prima divisione, contro il Gimnasia La Plata. Il successore, invece, non lo fa alzare dalla panca e così, nell’estate 1995, dopo 5 presenze, il bomberino torna in Francia, per un provino al Paris Saint-Germain. Glielo procura una vecchia conoscenza di Jorge, ora agente dell’erede. Il tecnico è Luis Fernandez che da giocatore componeva con Tigana, Giresse e Platini il celebre “carré magique”, memorabile quadrilatero di centrocampo dei Bleus campioni d’Europa nel 1984. Fernandez lo porta in ritiro e lo schiera nell’amichevole contro il Saint-Étienne, ma per motivi burocratici il trasferimento sfuma. Così lo segnala a Tigana, all’epoca allenatore del Monaco. Ai monegaschi un allenamento basta per mettere nero su bianco. Nelle giovanili, David stringe amicizia con il coetaneo Henry, gemello del gol con cui spopolerà anche in prima squadra. Intanto dall’Argentina arrivano mamma Beatriz e la sorella Fabiana: la famiglia è riunita. Qualche problemino con un tecnico del vivaio gli acuisce la nostalgia di casa, ma i progressi in campo convincono Tigana a concedergli uno scampolo nell’1-0 al PSG. Gérard Houllier, ai tempi selezionatore della Under 18, lo convoca per un’amichevole contro la Slovacchia. Fiducia ricambiata con una doppietta, preludio al titolo continentale di categoria vinto (da capocannoniere, 4 reti) nel 1996. Successo replicato con la selezione maggiore a Euro 2000, suo il golden goal del 2-1 all’Italia il 2 luglio a Rotterdam. Nel Principato, dopo le 4 presenze del 1995-96 e le 5 della stagione successiva, coronata dal titolo, esplode nel 1997-98: 18 reti in 27 presenze di campionato (la prima il 5 settembre nella vittoria per 2-1 a Cannes), 4 in 9 di Champions League. In quel torneo, incrocia in semifinale la Juventus: il futuro. Prima, a Francia 98, il sogno di bambino diventa realtà: i Galletti umiliano 3-0 il Brasile e alzano la Coppa Fifa. Altre due stagioni (da 12 e 22 gol, 52 in 93 gare il totale in D1 coi biancorossi) e, nel 2000, da campione europeo, l’approdo a Torino. L’anno dopo, trono dei bomber (ex aequo con Hübner del Piacenza: 24 centri) e scudetto, traguardo tagliato anche nel 2003 (idem la Supercoppa italiana) e nel biennio cancellato da Calciopoli.
In bianconero e in nazionale (Domenech non lo ama), però, non sono sempre rose e fiori. Da Moggi a Blanc, le frizioni fra il club e il padre-procuratore sono frequenti. La crisi riesplode nel settimo anno e il nadir si tocca quando il centravanti esulta polemicamente dopo l’ultima rete in cadetteria: «Ho segnato 15 gol e mi mandate via» il senso dell’esternazione, mimata all’italiana, con la manina destra sbattuta sotto la sinistra, e indirizzata verso la tribuna autorità. «Non c’è fiducia nel sottoscritto. Quella proposta di rinnovo testimonia che la società vuol prendere altre strade. Non ci sono margini di trattativa: meglio dirmi che non mi volevano più, piuttosto che offrirmi un contratto ridicolo» la campana del giocatore. «Noi non siamo ridicoli, è lui poco corretto» quella di Blanc. Sono i giorni che precedono il 25 giugno, data del prolungamento contrattuale (fino al 2011, a 4 milioni l’anno) e dei saluti a Man Utd, Liverpool e Barcellona. Ma l’anno prima c’era stato il “ricatto” della società che lo aveva «costretto» alla B e procedendo a ritroso, solo l’indefessa opera di convincimento di Capello lo aveva indotto a restare. Lavorio imitato da Ranieri, che sa far di conto: 140 gol in 238 gare, media 0,59 a partita in sette stagioni bianconere. E l’ottava è partita col botto: tripletta al Livorno. I generali lo sanno: i cecchini infallibili (rigori di Manchester e Berlino a parte) è meglio averli con te che contro di te.
Christian Giordano

sabato, agosto 18, 2007

Corsi e ricorsi, come sua abitudine

AGI DELLE 19:34
"Silvio Berlusconi ha visitato anche oggi, nella sua casa alla periferia di Milano, la 97enne mamma, Rosa Bossi, reduce da una grave polmonite virale. Uscendo dopo aver passato con lei il pomeriggio, Berlusconi ha detto di tornare alla propria villa in Sardegna 'più sereno'.
Vestito in abbigliamento sportivo, con una polo blu e un maglione dello stesso colore sulle spalle, Berlusconi è apparso stanco. Nella strada deserta per il ponte di Ferragosto, alcuni anziani del quartiere gli hanno voluto stringere la mano e una di loro si è spinta a chiedergli un aiuto economico che come sua abitudine l'ex premier non le ha negato.
'Sono i corsi e i ricorsi della storia (?) - ha detto sorridendo Berlusconi - mia mamma mi imboccava quando ero piccolo e adesso sono io che imbocco lei'".
Siore e siori, il giornalismo italiano. Una prece. Anzi due: l'altra è per il povero Vico.

venerdì, agosto 17, 2007

"Provvedimenti sanzionatori seri"

ANSA DELLE 16:29.
"Indignazione bipartisan: le dichiarazioni del ct francese Luis (vabbè, facciamo che abbiano scritto Raymond, ndr) Domenech sono arrivate persino tra i banchi di Montecitorio. Da un lato i senatori Buriani e Gentile di Forza Italia chiedono in una interrogazione al ministro Melandri che "si solleciti l'Uefa ad assumere provvedimenti sanzionatori seri nei confronti dell'allenatore della Francia, Domenech, autore di dichiarazioni gravissime della dignità del calcio italiano, e foriere di possibili provocazioni in vista dell'incontro dell'8 settembre a Milano fra Italia e Francia".
Dall'altra parte l'on. (ma la qualifica non doveva esistere più?, ndr) Marco Zacchera, vicepresidente della Commissione relazioni Parlamentari e pubbliche dell'Unione dell'Europa occidentale, ha sottolineato come "il signor Domenech ha perso il senso della misura. Ora accusa l'Italia sportiva di aver 'comperato' un arbitro per un incontro dell'Under 21 nel 1999 e si dice disponibile a rispondere alle domande e a inviare un dossier. Chiedo che intervenga, a questo punto, la Magistratura ordinaria e sottolineo con fermezza, quella ordinaria, per fare piena e totale luce su una telenovela che sembra non avere più fine. Infatti, se dalla documentazione che Domenech produrrà, dovessero emergere fatti o azioni collusive o concussive, è bene che l'azione della giustizia sportiva faccia il suo corso; ma quello della Magistratura ordinaria dovrebbe punire secondo il codice tali comportamenti delittuosi. Ma... Domenech, forse ancora scioccato dalla sonora 'legnata' della finale con la nazionale italiana ai Mondiali, dovrà spiegare ai magistrati penali perché ha taciuto fino a ora".
Il Paese che ci meritiamo? Forse. Di sicuro quello che ci è toccato in sorte.
CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, agosto 16, 2007

Bale, Wonderkid atto II


Ma che cosa danno da mangiare, ai virgulti del Southampton, per farli crescere così rigogliosi? Forse, la tradizione che ha fatto della Orchard Homes Saints Academy la serra creativa capace di produrre Mike Channon, Matthew Le Tissier, i fratelli Wallace, Alan Shearer e Francis Benali, fino a Matthew Oaley e a Wayne Bridge, dipende anche da questo: nella South Coast, i ragazzi o giocano a calcio o giocano a calcio. Poi vanno a scuola.
Gareth, che in parte smonta la teoria perché è gallese di Cardiff (dove è nato il 16 luglio 1989), frequenta la Eglwys Newydd Primary School. Il suo straordinario talento salta subito agli occhi per l’equilibrio, metaforico e no, e il morbido sinistro. Il Southampton se ne accorge quando il bambino prodigio, a cinque anni, partecipa a un torneo col suo primo club, il Cardiff Civil Service FC. Alla Whitchurch High School di Cardiff, Gareth pratica, oltre al calcio, rugby, hockey, corsa sulle lunghe distanze. Per via della manifesta superiorità, l’insegnante di educazione fisica, Gwyn Morris, si sente in dovere di ricorrere a regole speciali: Bale può giocare toccando solo di prima e mai col mancino.
Ai tempi della Whitchurch, il ragazzo si allena alla Academy di Bath (alla lettera, Bagno, ndr), vivaio satellite dei Saints, nella quale a causa della carenza di statura sono in molti a dubitare che il Southampton gli avrebbe concesso una borsa di studio.
Invece, a soli sedici anni è il terzino sinistro dell’Under 18 scolastica che vince la Cardiff & Vale Senior Cup nel 2005. Lascia gli studi quell’estate, e con un diploma “A” in Educazione fisica fra i suoi risultati GCSE e il premio conferitogli per meriti sportivi dal dipartimento di educazione fisica dell’istituto. Nel discorso di presentazione, il professor Morris commentò: «Gareth ha una feroce determinazione per sfondare e il carattere e le qualità per raggiungere i suoi obiettivi. È uno degli individui piu altruisti che io abbia avuto il piacere di aiutare a crescere».
Il 17 aprile 2006 16 anni e 275 giorni, Bale diventa il secondo più giovane di sempre a giocare per i Saints (dopo Theo Walcott, panchinaro costato all’Arsenal 12 milioni di sterline): subito titolare nel 2-0 al Millwall.
Il 6 agosto, nella trasferta al Pride Park (2-2 contro il Derby County), segna su punizione, ovviamente di sinistro, il gol del momentaneo pareggio per 1-1. Sulla palla va anche Rudy Skácel, poi Bale la tocca dolcemente, infilandola nel sette alla destra dell’incolpevole portiere. Bale esulta con la caratteristica giravolta in aria, una routine nelle gare della squadra ragazzi del Southampton la stagione precedente. Tutto questo accadeva tre settimane il suo 17esimo compleanno, giorno della firma sul biennale che lo terrà al St. Mary’s, forse, fino al 2008.
Altro magistrale calcio franco, contro il Coventry City, nella seconda partita stagionale, poi la fresca reputazione di specialista sulle palle ferme viene corroborata dal palo colpito contro il West Bromwich Albion. Il 16 dicembre, a referto ha già messo cinque reti, comprese quella del pareggio nel finale contro il Sunderland e alle due punizioni guadagnate di mestiere in trasferta contro l’Hull e in casa col Norwich City, battuto 2-1.
Il 17 novembre, sui media britannici escono le prime voci che lo legano a diversi club della Premiership. I Saints rilasciano un comunicato in cui smentita ogni ipotesi di prematura cessione. Il 2 gennaio si legge che il Tottenham Hotspur e il Manchester United avrebbero fatto un’offerta, mentre Newcastle United, Liverpool (ma ancora Fabio Aurelio non si era rotto il tendine di Achille destro) e Arsenal (che nel ruolo ha Glichy e Traoré) si sarebbero limitate a sondare la disponibilità, di Bale e del club. Addirittura si parla del Real Madrid, ma per un 17enne, per quanto talentuoso, il miedo escenico del Bernabéu potrebbe essere fatale. Piu probabile vederlo all’Old Trafford qualora Heinze si vestisse di blanco.
Il 18 gennaio, altro comunicato: Bale resterà ai Saints almeno fino al termine della stagione 2006-07. Il 25, a sei giorni dalla chiusura del mercato invernale, il Tottenham rilancia da 6 a 8 e poi a 10 milioni di sterline l’offerta iniziale, resa ancora piu appetibile perché con quella cifra gli Spurs avrebbero preso i diritti per Bale ma lasciandolo lì in prestito per il resto della stagione. No grazie, la risposta del ragazzo, ben consigliato dai familiari e dall’agente, David Manasseh.
Il 4 marzo 2007, arriva la nomina di Young Player of the Year della Football League, e degno epilogo di un anno magico. Cominciato con la prima convocazione (a fine 2005-06) nella nazionale maggiore e il debutto, da sostituto il 27 maggio nel 2-1 su Trinidad & Tobago: a 16 anni e 315 giorni è lui il più giovane di sempre a giocare per il Galles, battuto di tre mesi il record di Lewin Nyatanga, gioiellino ora al Derby County. Appena entrato, uno-due con Robert Earnshaw e assist vincente per lo stesso Earnshaw, autore della doppietta.
Il 7 ottobre, è anche il più giovane marcatore nella storia della selezione gallese: una sua punizione-marchio di fabbrica rende meno amaro l’1-5 contro la Slovacchia nel match di qualificazione a Euro 2008.
Bran Flynn, Ct della Under 21, lo considera una potenziale star e scomoda illustri paragoni. Anche se è cresciuto terzino sinistro, la tecnica del piede mancino e le doti su calcio piazzato ricordano quelle del connazionale Ryan Giggs, simbolo del Manchester United.
Christian Giordano

LA SCHEDA
Gareth Frank Bale
Nato: Cardiff (Galles), 16 luglio 1989
Nazionalità: gallese
Statura e peso: 1.80 x 73 kg
Ruolo: terzino sinistro
Giovanili: Cardiff Civil Service FC; Southampton (-2005)
Club da pro’: Southampton (2005-)
Numero di maglia: 22
Soprannome: Baley
Esordio nei Saints: 17 aprile 2006, Southampton-Millwall 2-0
Primo gol nei Saints: 6 agosto 2006, Derby County-Southampton 1-1
Esordio in nazionale: 27 maggio 2006, Galles-Trinidad & Tobago 2-1
Primo gol ) in nazionale: 7 ottobre 2006, Galles-Slovacchia 1-5
Presenze (reti) in nazionale: 4 (1)
Scadenza contratto: 2008
Palmarès: Cardiff & Vale Senior Cup (2005), FA Premier Academy League Championship 2006 (Southampton)
Riconoscimenti: BBC Carwyn James Award (Giovane sportivo gallese) 2006, Young Player of the Year della Football League 2007 (Southampton)
Agente: David Manasseh

Bentley, David è Golia


Sabato 24 marzo, 3-3 fra Under 21 di Inghilterra e d’Italia nel rinnovato Wembley. Al di qua della Manica il Pazzini-day, di là la tardiva consacrazione di un predestinato. L’azzurro è il primo a segnare nel tempio rimesso a nuovo, e la hat-trick gli vale il pallone autografato da compagni e avversari. L’altro, autore al 31’ del momentaneo 1-1 con una “Beckhamesque” punizione dai venti metri, è il Man of the Match.
«Questo Bentley sa far male, e chissà perché Wenger l’ha scaricato dall’Arsenal al Blackburn Rovers così a cuor leggero» si chiederà l’indomani un quotidiano colorato. In realtà, il mago alsaziano – che coi giovani, se va male, ne sbaglia una su mille – mai se ne sarebbe liberato. Casomai è stato “The Next Bergkamp” che – per due volte – ha detto no al colesterolo da panchina. Voleva giocare e se, negli anni, era chiuso da Henry e da van Persie in avanti, Bergkamp (suo modello tecnico assieme a Gascoigne e a Zidane) sulla trequarti, Vieira nel mezzo, Pires e Ljungberg sugli esterni, non era colpa di nessuno ma era giusto andarsene.
«Wenger non ha colpa – conferma l’attuale pietra angolare del Blackburn – Erano campioni al top della carriera e nessun manager avrebbe agito diversamente. Sono stato bene all’Arsenal, ma è il passato». Con cui forse non ha chiuso i conti, a giudicare dall’indemoniata prestazione sciorinata in dicembre all’Emirates Stadium (nonostante l’umiliante 6-2 buscato coi Rovers) e dalla rabbia per la squalifica che gli ha fatto saltare la gara di ritorno, all’Ewood Park.
David Michael Bentley nasce il 27 agosto 1984 a Peterborough (Inghilterra) e cresce nel nord di Londra, a Chisunt, nell’Hartfordshire meridionale, origini rivelate dal forte e inconfondibile accento rimastogli. Il padre David Sr. è nella RAF e per un periodo è di stanza in Belgio, dove si porta appresso moglie (Anita) e figli (oltre a David Jr., Gemma, nata tre anni dopo) prima di rientrare in patria con la famiglia. Nel 1997, a 13 anni ancora da compiere, il primogenito entra nelle giovanili dell’Arsenal. Prima, aveva giocato per chiunque gliene avesse dato la possibilità: le selezioni della scuola, del distretto, della contea, il Charlton Youth (1993), East Anglia Youth (1994) e, per tre mesi, il Wormley Youth, squadretta giovanile della Sunday League. Lì lo notano scout di West Ham United, Tottenham Hotspur e altri grossi club. E lì ha il primo scontro con l’allenatore. «In settimana qualcuno aveva creato problemi – racconta – e lui aveva detto che i casinisti non avrebbero giocato la partita della domenica». Per sottostare alle sue stesse regole il coach aveva mandato in campo otto effettivi. Sotto per 4-0, Bentley – che non rientrava tra i puniti – non gliele manda a dire perché degli otto in panchina nessuno sarebbe entrato: «Non aveva senso giocare così, io devo vincere». Da lì all’Arsenal, che lo invita ad allenarsi coi ragazzi del club, il passo è rapido quanto il suo in area. A convincerlo è il suo prossimo tecnico, Andy McDermid, «uno dei migliori che ho avuto». E, oltre al padre (ex mediano di Rochdale e Blackburn), l’uomo che più ne ha influenzato le prime tappe della carriera. «Andy mi ha insegnato quando portar palla e quando passarla. La sua conoscenza del gioco è incredibile. Papà mi accompagnava dappertutto per partite e tornei, e non si faceva pregare nel darmi consigli o nel dirmi quando in campo sbagliavo».
Oltre a giocare (da attaccante), frequenta la Arsenal School. «All’inizio era dura. Il nuovo ambiente, la gelosia tra noi ragazzi. Ci si allenava mattina e pomeriggio, e tra le due sedute si andava a lezione. Ma studiare non mi ha mai interessato». A 16 anni è a tempo pieno nella Arsenal Academy Youth, guidata dalla scrivania da Liam Brady e David Court e sul campo da Don Howe. «Eravamo in buone mani – dice Bentley – I primi due c’erano sempre quando avevi bisogno di qualcosa o di una guida; il terzo è un grande istruttore, sul piano tecnico vale McDermid».
Nazionale Under 15, U16 e poi U18 (da capitano), a 16 anni passa dalla Academy alla squadra riserve dei Gunners, allenata da Eddie Niedzwiecki, e il giorno del 17° compleanno firma un quadriennale, il suo primo contratto da professionista. Bentley alza da capitano della U19 del club il trofeo della FA Premier League Academy. Wenger lo fa debuttare in prima squadra nel 2003, III turno di FA Cup, 2-0 all’Oxford United: al 77’ rileva Kolo Touré. L’esordio in Premier League data 4 maggio 2004, Portsmouth-Arsenal 1-1. L’unico gol (in 9 spezzoni) coi Gunners arriva al IV turno di Coppa d’Inghilterra, al 90’ nel 4-1 al Middlesbrough del 24 gennaio 2004: pallonetto che ne conferma l’etichetta di “nuovo Bergkamp”.
«Lo stampo è quello, ma con più elasticità», giura Nigel Worthington. Il manager del Norwich City, che lo avrà in prestito nel 2004-05 e non proprio uno che dà fiducia ai giovani, avrebbe fatto carte false per riprenderselo. Eppure al Carrow Road, complice l’infortunio ai legamenti di un ginocchio, il versatile trequartista riciclato esterno d’attacco, spesso a sinistra, era andato bene ma non benissimo: 2 gol in 28 presenze e Canaries retrocessi all’ultima giornata. Tornato ad Highbury a maggio, ci resta un mese. Glenn Hoddle offre un milione di sterline per portarselo al Wolverhampton. Invece, in agosto David ottiene il prestito ai Rovers: 18 mesi. La scelta giusta.
Mark Hughes lo firma a titolo definitivo il 31 gennaio 2006. Il giorno dopo, da seconda punta accanto a Shefki Kuqi, Bentley firma tre gol nel successo per 4-3 sul Manchester United, club per cui tifava da ragazzo per via di Eric Cantona.
Hughes lo ha spostato sulla destra, decretandone la fortuna. Come l’anno scorso, ma sull’altra corsia, ha fatto Mourinho al Chelsea con Joe Cole. Il 27 febbraio 2007, dopo un lungo lavorìo ai fianchi eseguito dall’agente Robert Segal, ecco il rinnovo che terrà il gioiello a Ewood Park fino al giugno 2011. Ora gli addetti ai lavori – gli stessi che gli rimproveravano certe asperità caratteriali – ne farebbero volentieri il successore di Beckham in nazionale. Magari davanti a Micah Richards, dove per ora il Ct Steve McClaren gli preferisce Aaron Lennon del Tottenham. «È un campione ma siamo diversi. Lui è più ala, si accentra e poi torna in fascia. Io preferisco agire nel vivo del gioco, creare occasioni da rete». E magari realizzarle: già 6 i centri in questa Premiership.
Ormai nemmeno gli antichi detrattori si soffermano più su quella sua aria da “cocky” (un mix di baldanzosa arroganza, fiducia nei propri mezzi e presunzione) che per stereotipo caratterizza i londinesi e quasi sempre i predestinati. David fa parte della seconda schiera, e pazienza se c’è chi lo attacca persino per i cambi di look e le mèches (la scriminatura, non voluta, è un ricordo di un incidente domestico in cui picchiò la testa contro un termosifone). «Ho sempre creduto nelle mie qualità, anche quando le cose andavano male. Tutti i giocatori di alto livello hanno questo tipo di consapevolezza, io magari ne ho più degli altri. Ma non cambierò per niente e per nessuno» ha detto dopo la mancata prima convocazione nella nazionale maggiore per il match di qualificazione a Euro 2008 in Israele, squallido 0-0 che quasi disarciona McClaren. Un altro che, prima o poi, capirà.
Christian Giordano


LA SCHEDA
David Michael Bentley
Nato: Peterborough (Inghilterra), 27 agosto 1984
Nazionalità: inglese
Statura e peso: 1.75 x 68 kg
Ruolo: centrocampista esterno/attaccante
Giovanili: Charlton Youth (1993), East Anglia Youth (1994), Wormley Youth, Arsenal (1996-2001)
Club da pro’: Arsenal (2001-2004), Norwich City (2004-05), Blackburn Rovers (prestito 31-8-2005 - 31-1-2006; poi a titolo definitivo)
Numero di maglia: 11 nel club; 7 nella U21
Soprannome: Tanky
Esordio nell’Arsenal: III turno FA Cup, 77’ per Kolo Touré, 2-0 vs Oxford United (2003)
Primo gol nell’Arsenal: FA Cup, Arsenal-Middlesbrough 4-1
Esordio in Premier League: 4-5-2004, Portsmouth-Arsenal 1-1
Presenze (reti) nell’Arsenal: 9 (1)
Esordio nel Norwich City: 14-8-2004, Norwich City-Crystal Palace 1-1 (Premier League)
Primo gol nel Norwich City: 25-8-2004, 52’, Newcastle United-Norwich City 2-2
Presenze (reti) nel Norwich City: 28 (2)
Esordio nel Blackburn Rovers: Bolton Wanderers-Blackburn Rovers 0-0
Esordio (1 gol) nella U21: 17-2-2004, Inghilterra-Olanda 3-2 (1 gol, 72’)
Presenze (reti) nella U21: 8 (4)
Scadenza contratto: giugno 2011 (firmato il 27-2-2007)
Agente: Robert Segal

Tragedia greca


Perdere è l’espressione di "Pietruzzu" Anastasi. Non ci sei abituato alla sconfitta, se giochi nella Juventus. E quella rara volta che ti succede, come a Belgrado 73, te ne stai lì con l’aria inebetita, prima ancora che invidiosa, a guardare Gerrie Mühren e compagni buttare la Coppa dei Campioni che loro, l’Ajax, avevano vinto per la terza volta in fila, nel cesto della lavanderia e il tutto nel bagagliaio del pullman.
Se invece tifi Juve, a perdere non solo non ci sei abituato ma quasi non lo contempli. E allora è «Atene», ormai senza piú la connotazione temporale, 1983, la parola che evoca gli spettri peggiori. Piú della «Belgrado» di dieci anni prima, quando la botta era stata forte sì, ma almeno era venuta contro dei giganti. Ad Atene fu diverso. Sembrava il trionfo annunciato, persino l’esodo era stato piú massiccio: rispetto ai 30.000 (un record) del Marakana, erano almeno 5.000 in piú i pellegrini bianconeri presenti il 25 maggio al tempio pagano chiamato stadio Olimpico, a fronte degli appena 4.000 tedeschi al seguito dell’Amburgo, la (molto presunta) vittima sacrificale. Quasi 150 voli charter, noleggiati con velivoli di una dozzina di compagnie aeree, senza contare treni speciali e carovane di pullman e auto private confluite nella allora capitale jugoslava per assistere a una finale che il popolo bianconero riteneva, se non già vinta, impossibile da perdere.
A disputarla, per la prima volta dopo sei anni, non c’erano squadre inglesi. Liverpool e Aston Villa, le ultime due vincitrici, erano uscite ai quarti, rispettivamente contro Widzew Lódz (2-0 in Polonia, 3-2 ad Anfield) e Juventus (1-2 al Villa Park, 3-1 al Comunale). Sulla carta, non c’è partita: la Juventus dei sei campioni del mondo (Dino Zoff in porta, Claudio Gentile e Antonio Carbini terzini, Gaetano Scirea libero, Marco Tardelli dappertutto e Paolo Rossi in attacco), più uno mancato (Roberto Bettega, che il 4 novembre ’81, in Juventus-Anderlecht 1-1, ritorno degli ottavi di Coppa dei Campioni, ci aveva rimesso i legamenti di un ginocchio nello scontro col portiere belga Jacques “Jacky” Munaron), rinforzati da due dei migliori stranieri reperibili su piazza: Zbigniew Boniek e Michel Platini, le star di Polonia e Francia, da loro trascinate al terzo e quarto posto al Mundial spagnolo. Gli Agnelli volevano quella coppa sempre sfuggita al club storicamente più forte d’Italia ma “maledetto” in Europa. E non avevano lesinato spese, anche perché per la prima volta il presidente iperoperativo Giampiero Boniperti aveva dovuto vedersela coi grossi nomi (su tutti Rossi e Gentile) che, sulla scia del successo estivo in azzurro, erano venuti a batter cassa.
Dall’altra parte, c’erano nazionali quali il fluidificante destro Manfred Kaltz, il regista Felix Magath e il “cubico” (1,88 x 88 kg) centravanti Horst Hrubesch. Gente tosta, determinata ma di minore talento, anche se ottimamente sfruttato dal genio tattico dell’allenatore, Ernst Happel. Perse per squalifica le doti da incontrista di William “Jimmy” Hartwig, allo stratega austriaco restavano quelle di Wolfgang Rolff, deputato alla marcatura di Platini, con Lars Bastrup e Jürgen Milewski a sostegno di Hrubesch.
Al fischio d’inizio, sommerso dal coro di «Dino, Dino» rivolto dai tifosi juventini al 41enne Zoff, al capolinea di una carriera leggendaria, è però l’Amburgo ad assumere l’iniziativa. Cabrini va sulla seconda punta Bastrup e Sergio Brio si attacca all’ariete Hrubesch, ma Milewski a sinistra e Jürgen Groh a destra aggrediscono il centrocampo bianconero, che si regge di fatto sul mediano Massimo Bonini e sull’interno Tardelli. La Juventus sembra in giornata e va subito vicino al gol, per due volte. Sul primo affondo Platini-Bettega, non sfruttato dal francese, e poi con un colpo di testa di “Penna bianca”, che a volo d’angelo incorna un cross di Tardelli: prodezza del portiere Ulrich Stein. Ma dopo neanche 9’, ecco la doccia gelata. Slalom di Magath sulla trequarti tra Bettega e Scirea e, da poco fuori il vertice sinistro dell’area, beffarda ma chissà quanto voluta palombella mancina che uccella l’avanzato Zoff sotto l’incrocio più lontano. Sugli spalti, stracolmi già due ore prima della partita, il gelo è pressoché totale.
Il gol spegne l’interruttore dei bianconeri ed esalta gli anseatici. Per poco un rasoterra di Kaltz, sbucato da una selva di gambe, viene respinto sulla linea da chi non ti aspetti: “Zibì” Boniek. Col passare dei minuti, la squadra di Giovanni Trapattoni, che si sgola a vuoto davanti la panchina, appare sempre meno organizzata. Stein viene chiamato in causa solo in un paio di occasioni importanti, ma è là in mezzo che gli “Italienisch” soccombono, con “Le Roi” Michel annullato dal mastino Rolff. Gli ricapiterà nella semifinale di Messico 86, il 25 giugno a Guadalajara, Francia-Germania Ovest 0-2. Nella serata maledetta di Atene, Platini prova ad affrancarsi dalla marcatura ricorrendo a un classico del proprio repertorio: se controllato da un difensore, arretrava per risucchiarlo a centrocampo, se ad occuparsi di lui era un mediano, lo puntava per saltarlo e lo prendeva d’infilata giocando il dai-e-vai o l’uno-due, meglio se con il sodale (in campo e fuori) Boniek, per andare a concludere da attaccante aggiunto o comunque creare la superiorità numerica in mezzo al campo. Con Rolff, il giochino non funziona, vuoi per la prova superlativa dell’avversario, alla gara della vita, vuoi per la giornata-no del transalpino. E forse anche per colpa del Trap, che si ritrova Tardelli, l’anima dinamica della squadra in fase offensiva e difensiva, costretto a “ballare” da terzino destro fra Bernd Wehmeyer e l’agilissimo Milewski. Sull’altra corsia, le avanzate del potente ma grezzo Kaltz bloccano quelle di Cabrini. Mentre Gentile, scottato dal capolavoro di Magath, pur di contenere l’imprevedibile numero 10 rosso sguarnisce la propria zona e “pesta i piedi” a Cabrini.
A dire il vero, il povero “Giuann” le tenta tutte: manda avanti Platini, in avvio di ripresa concede al regista arretrato Scirea la licenza di uccidere piú avanti, ma la truppa è imbambolata. Allora gioca la carta della disperazione. Al 57’ toglie lo spento Paolo Rossi, autore di una prova e di una stagione lontane anni-luce dagli exploit che l’anno prima avevano reso “Pablito” una icona globale del gol, e mette dentro Domenico Marocchino. Nelle intenzioni del guerriero di Cusano Milanino, l’estroso tornante destro, funambolico nelle giornate di grazia, un peso morto quando aveva la luna storta, doveva aprire la difesa amburghese, imperniata sui centrali Ditmar Jakobs e Holger Hieronymus, che quella sera non sbagliano niente. Allargarne le maglie per far sì che una prima linea da sogno con Bettega, Tardelli, Rossi (Marocchino), Platini (capocannoniere della Serie A, 16 gol) e Boniek, uno dei pochi a salvarsi, riuscisse a creare qualche palla-gol. Bettega, fortissimo sul piano tattico e nel gioco aereo, va a fare la punta centrale per raccogliere gli eventuali traversoni di Marocchino. Ma la mossa non sortisce effetti se non il mare di polemiche che accoglieranno al ritorno la squadra e, soprattutto, il tecnico, caduto nel tranello tesogli da Happel, che un minuto prima aveva rinunciato a Bastrup per riaffrozare la maginot di centrocampo col piú solido Thomas von Heesen.
«Dovessi ripetere dieci volte quella partita – commenterà Trapattoni anni dopo – la rigiocherei allo stesso modo. Avevamo studiato tutto. A Cagliari (penultima di campionato, 1-2 per i torinesi l’8 maggio, ndr), avevamo provato anche i cambiamenti dalla marcatura a zona a quella a uomo. Niente. La realtà è che il gol di Magath provocò reazioni inconsce, imprevedibili e incontrollabili. Per 20’ filati sbagliammo passaggi elementari, incredibili. Mezz’ora dopo la partita i giocatori erano ancora seduti, attoniti, sulle panchine degli spogliatoi. Se non li mando io, con rudezza, sotto le docce, saremmo ancora tutti là, in quello stanzone, a fissare il vuoto».
Al 72’ i bianconeri reclamano il calcio di rigore per l’intervento di Stein su Platini, che stava per scavalcarlo con un pallonetto. Ma l’arbitro rumeno Nicolae Rainea, lo stesso di Francia-Italia (1-2) a Mar del Plata nel ’78, fa continuare. La decisione ci può stare, perché l’azione non è limpidissima. A quel punto però è chiaro che l’irresistibile Juventus vista contro Standard Liegi, Aston Villa e Widzew Lodz era solo uno sbiadito ricordo.
«L’innesto di Boniek e Platini – spiega Trapattoni – nel telaio della squadra che aveva vinto il campionato e in cui sei titolari s’erano appena laureati campioni del mondo, aveva creato problemi. C’erano degli artisti da orchestrare. Non si va a fare l’opera con otto tenori. C’erano degli equilibri di gioco da ricostruire o da verificare. Problemi che negli anni seguenti sono stati progressivamente risolti. Detto questo, la Juventus si era espressa ad altissimi livelli contro lo Standard e l’Aston Villa, il che faceva pensare che certi equilibri fossero stati trovati. A Liegi tatticamente fummo impeccabili, a Birmingham fornimmo la prestazione forse piú spettacolare. In finale però influì l’atmosfera che circondava la squadra, sovraccaricata di “facilità”, un ambiente troppo sicuro della vittoria che forse alterò gli equilibri emotivi e motivazionali. Ma i ragazzi non scesero in campo deconcentrati né troppo sicuri di vincere. La nostra reazione al [gol in] passivo fu asfittica, confusa, priva di lucidità. Platini, nella sua voglia di risolvere la gara, si portava in zone in cui gli riusciva piú difficile impostare il gioco e affrancarsi dalla marcatura cui lo sottoponeva Rolff. Ma la realtà è che i nostri avversari non erano martellati da condizionamenti paragonabili a quelli che pesavano su di noi. È stata una botta tremenda, per tutti. Per questo, pochi giorni dopo la partita, ho detto: “La prossima finale mi auguro che si giochi dove non ci sono 40 mila tifosi italiani”. E non certo perché ci disturbino, tutt’altro. Ma per via del condizionamento inconscio che provocano nei nostri giocatori».
Non c’è niente da fare, perlomeno in Italia l’attuale allenatore del Bayern Monaco, nato ad Aschaffenburg il 26 luglio 1953, sarà per sempre ricordato per quel gol e non per il fior di carriera fatta di 306 gare (e 46 reti) in Bundesliga, 3 titoli tedeschi, la Coppa dei Campioni e la Coppa delle Coppe (suo il raddoppio all’89 nel 2-0 all’Anderlecht nel 1977), le 43 presenze in nazionale con la quale ha vinto l’Europeo 1980 e perso due finali mondiali (1982 e 1986).
Figlio di un soldato portoricano (cui deve la pigmentazione non proprio teutonica) di stanza in Germania con l’esercito statunitense, eredita cognome e disciplina tedeschi dalla madre, prussiana. Una vita all’Amburgo (1976-86), è mezzala di discreta classe che si forma alla scuola di grandi tecnici complementari quali Branko Zebec, maestro della difesa, e Ernst Happel, guru dell’attacco (mai scellerato). Oggi come allora tifosi di Inter e Milan continuano a recapitargli doni assortiti, tra cui medaglie d’oro e bottiglie di champagne, per celebrare quella sua storica rete che in una calda serata ateniese fece saltare il banco. Lo ricordano in pochi, ma i tedeschi avevano meritato la vittoria, salutata l’indomani da Tuttosport con un titolo a nove colonne: «Tragedia greca». Sottovalutare l’Amburgo del santone Happel, storica bestia nera delle italiane (un successo su 9 confronti), fu un errore grande e grosso. Almeno quanto Hrubesch.
CHRISTIAN GIORDANO


Il cammino delle finaliste
PRIMO TURNO
Dinamo Berlino (DDR) – Amburgo (BRD) 1-1, 0-2
IF Hvidovre Copenhagen (Dan) – Juventus (Ita) 1-4, 3-3

SECONDO TURNO
Amburgo (BRD) – Olympiakos Pireo (Gre) 1-0, 4-0
Standard Liegi (Bel) – Juventus (Ita) 1-1, 0-2

QUARTI DI FINALE
Dinamo Kyiv (Urss) – Amburgo (BRD) 0-3, 2-1
Aston Villa (Ing) – Juventus (Ita) 1-2, 1-3

SEMIFINALI
Real Sociedad (Spa) – Amburgo (BRD) 1-1, 1-2
Juventus (Ita) – Widzew Lódz (Pol) 2-0, 2-2

Il tabellino della finale
Atene (stadio Olimpico), 25 maggio 1983
AMBURGO-JUVENTUS 1-0
Amburgo: Stein; Kaltz, Wehmeyer; Jakobs, Hieronymus, Rolff; Milewski, Groh, Hrubesch, Magath, Bastrup (56’ von Heesen). Allenatore: Ernst Happel.
Juventus: Zoff; Gentile, Cabrini; Bonini, Brio, Scirea; Bettega, Tardelli, Rossi (57’ Marocchino), Platini, Boniek. Allenatore: Giovanni Trapattoni.
Rete: 9’ Magath.
Arbitro: Nicolae Rainea (Romania).
Spettatori: 73.500 circa (50.000 paganti).

2005 - Liverpool-Milan 6-5 d.c.r. (3-3)

Due gare da un tempo. Nel primo il Milan domina (3-0) dall’alto di una superiorità persino imbarazzante nello strapotere tecnico e fisico (strepitoso, con l’eterno Maldini, in gol al primo assalto, l’asse Kaká-Crespo). Nel secondo il Liverpool centra il miracolo di riaprire una gara che sembrava impossibile. I rossoneri si disuniscono e in 6’ subiscono tre reti. Ci sarebbe il tempo per riportarsi sopra, ma per i rossoneri i fantasmi albergano in ogni anfratto. Dude nega a Sheva, senza nemmeno sapere come, un gol “fatto”. Ai rigori, Dida e Seheva non sono quelli del 2003. Mentre il polacco si ispira al Grobbelaar dell’84 e inscena la “Dudek Dance”. Funzionerà.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

IL TABELLINO
25 maggio 2005, Istanbul (stadio Izmir Atatürk)
Liverpool-Milan 6-5 d.c.r. (3-3)
Liverpool (4-4-2): Dudek – Finnan (46’ Hamann), Hyypia, Carragher, Traoré – Kewell (23’ Smicer), Xabi Alonso, Gerrard, Riise – Luis García, Baros (85’ Cissé). All.: Benítez.
Milan (4-1-2-1-2): Dida – Cafu, Nesta, Stam, P. Maldini – Pirlo – Gattuso (111’ Rui Costa), Seedorf (85’ Serginho) – Kaká – Crespo (85’ Tomasson), Shevchenko. All.: Ancelotti.
Arbitro: Mejuto González (Spagna).
Gol: 1’ P. Maldini (M), 38’ e 43’ Crespo (M), 54’ Gerrard (L), 56’ Smicer (L), 60’ Xabi Alonso (L).
Rigori: Serginho (-), Hamann (+), Pirlo (-), Cissé (+), Tomasson (+), Riise (-), Kaká (+), Smicer (+), Shevchenko (-).
Spettatori: 63.000.

2004, Porto-Monaco 3-0


Mourinho porta a una Coppa Uefa e alla Champions League una banda di carneadi farcita con qualche vecchia gloria (Vítor Baia, Jorge Costa), un giocatore vero (Deco) e buoni mestieranti. Gli va grassa che di là il Monaco abbia eliminato il Chelsea di Ranieri, ma che all’appello manchino troppe grandi pare scontato. Nell’ultimo atto, incide molto il destro al volo che al 39’ permette al brasiliano Carlos Alberto, 20 ancora da compiere, di spaccare la partita. Il resto, il gol di Deco della sicurezza e quello di Alenichev dell’apoteosi, arriva di conseguenza sulla tattica preferita dal (presunto) Grande Antipatico: una punta, due esterni a ridosso e vai negli spazi.
CHRISTIAN GIORDANO

26 maggio 2004, Gelsenkirchen (stadio Arena AufSchalke)
Porto-Monaco 3-0
Porto (4-3-1-2): Vítor Baia – Paulo Ferreira, Jorge Costa, Ricardo Carvalho, Nuno Valente – Pedro Mendes, Costinha, Maniche – Deco (85’ Pedro Emanuel) – Derley (78’ McCarthy), Carlos Alberto (60’ Alenichev). All.: Mourinho.
Monaco (4-1-3-2): Roma – Ibarra, Rodriguez, Givet (72’ Squillaci), Evra – Zikos – Cissé (64’ Nonda), Bernardi, Rothen – Giuly (23’ Prso), Morientes. All.: Deschamps.
Arbitro: Milton-Nielsen (Danimarca).
Gol: 39’ Carlos Alberto, 71’ Deco, 75’ Alenichev.
Spettatori: 62.000.

2003, Milan-Juventus 3-2 d.c.r (0-0)


Il fallo (evitabile) commesso a fine semifinale di ritorno col Real Madrid costa a Nedved il sogno di una vita: la finale di Champions League. Senza l’indiavolata energia del percussore ceco, non a caso Pallone d’oro quel dicembre, la Juve del Lippi-bis perde tanto, troppo. Specie se di là c’è il Milan guidato da Ancelotti, che qualche sassolino da togliersi ce l'ha. Il compito glielo facilita il collega viareggino, schierando sulle piste di Sheva, un fulmine di guerra, il povero Montero, “enricototi” che in fascia sinistra getta la stampella contro, più che oltre, l’ostacolo. Ai tecnici garba la soluzione dal dischetto, rifugio ultimo del politichese “non si è vinto ma non si è perso”. Shevchenko e Dida si confermano in serata (e in un anno) di grazia e così il Milan del “perdente” Ancelotti batte la Juve del “vincente” Lippi (4 finali europee perse su 5, quella vinta fu ai rigori). Vai a capirle, le etichette del calcio. Ma a Old Trafford, invaso dal pacifico mix biancorossonero, era lecito aspettarsi di più.
CHRISTIAN GIORDANO

28 maggio 2003, Manchester (stadio Old Trafford)
Milan-Juventus 0-0 (3-2 d.c.r)
Milan (4-3-1-2): Dida – Costacurta (65’ Roque Júnior), Nesta, P. Maldini, Kaladze – Gattuso, Pirlo (71’ Serginho), Seedorf – Rui Costa (87’ Ambrosini) – Inzaghi, Shevchenko. All.: Ancelotti.
Juventus (4-4-2): Buffon – Thuram, Ferrara, Tudor (42’ Birindelli), Montero – Camoranesi (46’ Conte), Tacchinardi, Davids (65’ Zalayeta), Zambrotta – Trézéguet, Del Piero. All.: Lippi.
Arbitro: Merk (Germania).
Rigori: Trezeguet (-), Serginho (+), Birindelli (+), Seedorf (-), Zalayeta (-), Kaladze (-), Montero (-), Nesta (+), Del Piero (+), Shevchenko (+).
Spettatori: 62.300.

2002, Real Madrid-Bayer Leverkusen 2-1


Da una parte il "Neverkusen" allenato da “Flopmöller”, dall’altra il gol-icona di “Zizou”. In cruda sintesi, le immagini (la prima metaforica, la seconda tecnica) di una finale che riconcilia col calcio. Il tecnico tedesco perché preso di mira dalla stampa del suo Paese come capro espiatorio della repentina, triplice batosta dei suoi in patria e in Europa (anche se il vero capolavoro era stato arrivarci). La segnatura del francese (volée d’incontro di sinistro con pallone da sinistra) come simbolo della classe mai svincolata dalla muscolarità come epitome del clacio moderno. Anche se i gol iniziali erano arrivati da erroracci difensivi non degni di queste ribalte. Dopo le due scoppole bianconere, per Zidane è la prima, agognata Champions League.
CHRISTIAN GIORDANO

15 maggio 2002, Glasgow (stadio Hampden Park)
Real Madrid-Bayer Leverkusen 2-1
Real Madrid (4-2-2-2): César (68’ Casillas) – Michel Salgado, Hierro, Helguera, Roberto Carlos – Makelele (73’ Flavio Conceição), Solari – Figo (61’ McManaman), Zidane – Raúl, Morientes. All.: Del Bosque.
Bayer Leverkusen (3-4-1-2): Butt – Sebescen (65’ Kirsten), Zivkovic, Lucio (90’ Babic), Placente – Schneider, Ramelow, Ballack – Bastürk – Neuville, Brdaric (39’ Berbatov). All.: Toppmöller.
Arbitro: Meier (Svizzera).
Gol: 8’ Raúl (R), 13’ Lucio (B), 45’ Zidane (R).
Spettatori: 50.499.

2001, Bayern Monaco-Valencia 5-4 d.c.r. (1-1)


Finale troppo brutta per essere vera. Cúper centra il secondo miracolo (ma su quel solco il maga Rafa Benítez vincerà in due anni Liga e Uefa) però la grande occasione si spegne, come la favola del matusa Carboni (il migliore dei suoi l’anno prima, saltò per squalifica la finale di Parigi), dal dischetto. Lì regna sovrano Kahn, ai tempi ancora superstar mondiale. Per i tedesconi, è il quarto successo nella coppa continentale più importante.
CHRISTIAN GIORDANO

23 maggio 2001, Milano (stadio Giuseppe Meazza)
Bayern Monaco-Valencia 1-1 (5-4 d.c.r.)
Bayern Monaco (3-4-2-1): Kahn – Kuffour, Andersson, Linke – Sagnol (46’ Jancker), Effenberg, Hargreaves, Lizarazu – Salihamidzic, Scholl (118’ Paulo Sérgio) - Elber (100’ Zickler). All.: Hitzfeld.
Valencia (4-3-1-2): Cañizares – Angloma, Pellegrino, Ayala (90’ Djukic), Carboni – Mendieta, Baraja, Kily González – Aimar (46’ Albelda) – Carew, Sánchez (66’ Zahovic). All.: Cúper.
Arbitro: Jol (Olanda).
Gol: 3’ Mendieta (V) rig., 50’ Effenberg (B) rig.
Rigori: Paulo Sérgio (-), Mendieta (+), Salihamidzic (+), Carew (+), Zickler (+), Zahovic (-), Andersson (-), Carboni (-), Effenberg (+), Baraja (+), Lizarazu (+), Kily González (+), Linke (+), Pellegrino (-).
Spettatori: 79.000.

2000, Real Madrid-Valencia 3-0


Nell’anno della Spagna (tre semifinaliste), si consacra la stella di Raúl, uno dei campioni più sottovalutati dell’era moderna. In finale, in coppia col “gemello” Morientes mata il Valencia rivelazione del torneo (memorabile la lezione di calcio inflitta alla Lazio nei quarti). Nella sfida che vale il titolo, però, la didfferenza di classe e di abitudine a vincere emerge in tuto il suo fragore. La “Cúperativa”, mediana delle meraviglie (Mendieta, Gerard, Farinós, Kily González) che funzionerà solo insieme e con Cúper allenatore, nulla può contro il talento di Redondo, la giornatona di McManaman e i satanassi là davanti. Non a caso tutti a segno. Particolarità: è la prima finale che i Merengues giocano senza camiseta blanca, sostituita da una moderna mise da All-Blacks.
CHRISTIAN GIORDANO

24 maggio 2000, Parigi (Stade de France di Saint-Denis)
Real Madrid-Valencia 3-0
Real Madrid (4-3-1-2): Casillas – Michel Salgado, Ivan Campo, Karanka, Roberto Carlos – McManaman, Redondo, Helguera – Raúl (75’ Sanchís) – Morientes (72’ Savio), Anelka (85’ Hierro). All.: Del Bosque.
Valencia (5-3-2): Cañizares – Angloma, Pellegrino, Djukic, Gerardo (69’ A. Ilie) – Mendieta, Gerard, Farinós, Kily González – Claudio López, Angulo. All.: Cúper.
Arbitro: Collina (Italia).
Gol: 39’ Morientes, 67’ McManaman, 75’ Raúl.
Spettatori: 80.000.

1999, Manchester United-Bayern Monaco 2-1


Una delle finali più emozionanti, se non altro per l’epilogo-thrilling. Matthaus esce all’80’ da campione d’Europa di club, uno dei pochi trofei (assieme alla Coppa delle Coppe) che mancano nella sua bacheca. Nove minuti dopo ha lo sguardo fisso nel vuoto. Come i suoi compagni, tranne Kuffour, in lacrime, e i pochi altri che riescano ad avere una reazione, quale essa sia. Nell’ultimo minuto, prima nonno Sheringham poi “Babe Faced Assassin”, al secolo Ole-Gunnar Solskjær, hanno riscritto da due passi una storia che pareva chiusa dopo 6’ e cioè dalla punizione di “Super Mario” Basler. Squalificati, Keane e Scholes alzano in divisa di rappresentanza quel trofeo che forse più di tutti avrebbero meritato e che il guerriero di Cork mai sentirà totalmente suo. Trentun anni dopo, lo United torna a regnare.
CHRISTIAN GIORDANO

29 maggio 1999, Barcellona (Camp Nou)
Manchester United-Bayern Monaco 2-1
Manchester United (4-4-2): Schmeichel – G. Neville, Johnsen, Stam, Irwin – Beckham, Butt, Blomqvist (67’ Sheringham), Giggs – A. Cole (81’ Solskjær), Yorke. All.: Ferguson.
Bayern Monaco (5-3-2): Kahn – Babbel, Kuffour, Matthäus (80’ Fink), Linke, Ternat – Basler (90’ Salihamidzic), Jeremies, Effenberg – Jancker, Zickler (71’ Scholl). All.: Hitzfeld.
Arbitro: Collina (Italia).
Gol: 6’ Basler (B), 90’ Sheringham (M), 90’ Solskjær.
Spettatori: 90.245.

1998, Real Madrid-Juventus 1-0


La Séptima, 32 anni dopo l’Heysel. In campo, nella futuristica ArenA, 21 nazionali più altri sei che si accomodano in panca. Terza finale conscutiva per la Lippi-band. Ma finisce come la seconda, con una squadra non trascendentale che approfitta dei bianconeri giunti sin lì, ancora una volta, troppo logori. Heynckes schiera uno strano tridente con Morientes e Mijatovic davanti a Raúl schierato mezzapunta (con Suker riserva). Ma la prima conclusione è di Di Livio, ma la deviazione di Roberto Carlos la spedice sull’esterno della rete. Là dietro giganteggia Hierro, mentre in avanti decide la zampata di Mijatovic. Seeodrf crossa da destra, raccoglie Roberto Carlos, Iluinao cincischia e il serbo beffa lui e Peruzzi. Davids e Zidane sfiorano il pari, ma non è serata. Onesto Lippi: «Il Real ha meritato la vittoria». Vero, però…
CHRISTIAN GIORDANO

20 maggio 1998, Amsterdam (stadio Amsterdam ArenA)
Real Madrid-Juventus 1-0
Real Madrid (4-4-2): Illgner – Panucci, Sanchís, Hierro, Roberto Carlos – Karembeu, Redondo, Seedorf – Raúl (90’ Amavisca) – Morientes (81’ Jaime), Mijatovic (89’ Suker). All.: Heynckes.
Juventus (4-4-2): Peruzzi – Torricelli, Montero, Iuliano, Pessotto (70’ Fonseca) – Di Livio (46’ Tacchinardi), Deschamps (77’ Conte), Zidane, Davids – F. Inzaghi, Del Piero. All.: Lippi.
Arbitro: Puhl (Ung).
Gol: 66’ Mijatovic.
Spettatori: 48.500.

1997, Borussia Dortmund-Juventus 3-1


La Juve lippiana insegue il bis nonostante i ricambi: via Vialli e Ravanelli davanti e Paulo Sousa, avvelenatissimo ex, nel mezzo; dentro Vieri e Bosic come mix di potenza e velocità, accesi dal genio di Zidane. Piccolo problema: arriva all’appuntamento-clou troppo incerottata. In 34’ l’ex “ascensore” laziale Riedle la mette in ginocchio due volte. Al 29’ stoppa di petto un pallone, rimesso dentro da Lambert dopo un corner di Möller (altro dal passato bianconero, come Reuter e Kohler) rinviato dalla difesa, che di destro infila alle spalle di Peruzzi. Poi di testa, la sua specialità. Perso per perso, la Juve carica. Zidane prende il palo. Vieri segna ma aiutandosi con la mano. Lippi gioca la carta Del Piero (acciaccato), che di tacco segna un gol da highlights di ogni epoca. Ma nel finale il non ancora 21enne Ricen confeziona in lob da 40 metri il capolavoro di una carriera. Prosit.
CHRISTIAN GIORDANO

28 maggio 1997, Monaco (Olympiastadion)
Borussia Dortmund-Juventus 3-1
Borussia Dortmund (3-4-1-2): Klos – Kohler, Sammer, Kree – Reuter, Lambert, Paulo Sousa, Heinrich – Möller (89’ Zorc) – Riedle (67’ Herrlich), Chapuisat (70’ Ricken). All.: Hitzfeld.
Juventus (4-4-2): Peruzzi – Porrini (46’ Del Piero), Ferrara, Montero, Iuliano – Di Livio, Deschamps, Zidane, Jugovic – Boksic (88’ Tacchinardi), Vieri (73’ Amoruso). All.: Lippi.
Arbitro: Puhl (Ung).
Gol: 29’ e 34’ Riedle (B), 65’ Del Piero (J), 71’ Ricken (B).
Spettatori: 59.000.

1996, Juventus-Ajax 4-2 d.c.r. (1-1)


Prima delle gare importanti, le farfalle nello stomaco Vialli le ha sempre avute. Ma come prima di quei rigori mai. Lui la Coppa l’aveva già persa a Wembley 92. E non voleva rischiare, tirandone uno, il bis. Fu un forfait diverso da quello di Falcao dell’84, ma resta un forfait. In campo però aveva dato tutto, ma non era bastato. Perché l’Ajax (ancora) di van Gaal, anche nella calda serata romana, è squadra tosta. Non come quella del primo Lippi però, nella speranza che i giudici abbiano visto giusto, un raro connubio di forza e classe, sublimata dal golaco di Ravanelli dalla linea di fondo. Litmanen punisce dalla corta distanza un pasticcio difensivo. E dal discetto, undici anni dopo la tragedia, la Juventus vince la sua prima, vera Coppa dei Campioni. Conteento anche il cassiere: il trofeo vale 4.451.024 franchi svizzeri fra box office, pubblicità e diritti tv.
CHRISTIAN GIORDANO

22 maggio 1996, Roma (stadio Olimpico)
Juventus-Ajax 1-1 (4-2 d.c.r.)
Juventus (4-3-1-2): Peruzzi – Torricelli, Vierchowod, Ferrara, Pessotto – Conte (44’ Jugovic), Paulo Sousa (57’ Di Livio), Deschamps – Del Piero – Vialli, Ravanelli (77’ Padovano). All.: Lippi.
Ajax (4-3-3): van der Sar – Silooy, Blind, F. de Boer (69’ Scholten), Bogarde – Musampa (46’ Kluivert), R. de Boer (91’ Wooter), Davids – Finidi, Kanu, Litmanen. All.: van Gaal.
Arbitro: Díaz Vega (Rom).
Gol: 13’ Ravanelli (J), 41’ Litmanen (A).
Rigori: Davids (-), Ferrara (+), Litmanen (+), Pessotto (+), Scholten (+), Padovano (+), Silooy (-), Jugovic (+).
Spettatori: 70.000.

1995, Ajax-Milan 4-0


Terza finale consecutiva per gli Invincibili (in campionato), a stavolta la spunta la freschezza della serra creativa Ajax. Il senso geometrico di van Gaal, ex riserva dell’ultimo Cruijff, non sfocerà in un elogio allo spettacolo, ma come copertura del campo resta un autentico clinic. La on brillantezza di troppi rossoneri fa il resto, prima che il neoentrato re bambino (18 anni e 327 giorni, il più giovane marcatore della finale) anticipi totem Baresi e infilzi a sinistra Rossi. Per Rijkaard, che chiude nel club dove ritrovare il suo armadietto di gioventù, un successo dal sapore particolare.
CHRISTIAN GIORDANO

24 maggio 1995, Vienna (Ernst Happel Stadion, ex Prater)
Ajax-Milan 4-0
Ajax (3-4-3): van der Sar – Reiziger, F. de Boer, Blind – Seedorf (53’ Kanu), Rijkaard, Davids, Litmanen (70’ Kluivert) – Finidi, R. de Boer, Overmars. All.: van Gaal.
Milan (4-4-2): S. Rossi – Panucci, Costacurta, F. Baresi, P. Maldini – Donadoni, Desailly, Albertini, Boban (84’ Lentini) – Massaro (88’ Eranio), Simone. All.: Capello.
Arbitro: Craciunescu (Romania).
Gol: 84’ Kluivert.
Spettatori: 49.730.

1994, Milan-Barcellona 4-0


Cruijff sente tremargli la terra sotto i piedi e così, per il suo favoritissimo Dream Team, gioca la carta della spavalderia. Che nel caso è quella disperazione. “Fabio Massimo” sta zitto e trama. Non ha la coppia centrale titolare , Barese e Costacurta, ma F. Galli e Maldini (con Panucci a sinistra) non la fanno rimpiangere. Savicevic, udite udite, lotta. E pur commettendo fallo su Sergi (ma Don non sanziona), infila un lob da favola dai 20 metri decentrato a destra. Proprio là dove non voleva giocare. Prima e dopo ci pensano Massaro (doppietta da rapace del gol) e il muro Desailly, che tiira fuori dal cilindro un “coniglio” a giro che è una pennellata. Cruijff prende una lezione di calcio come mai gli è capitato in carriera. Per Capello, massacrato dalla critica l’anno prima, è la laurea fra i grandi. Guadagnata sul campo.
CHRISTIAN GIORDANO

18 maggio 1994, Atene (stadio Olimpico)
Milan-Barcellona 4-0
Milan (4-4-2): S. Rossi – Tassotti, Panucci, F. Galli, P. Maldini – Boban, Desailly, Albertini, Donadoni – Savicevic, Massaro. All.: Capello.
Barcellona (3-1-3-3): Zubizarreta – Ferrer, Nadal, Sergi (71’ Quique) – R. Koeman – Amor, Guardiola, Bakero – Beguiristain (51’ Eusebio), Romário, Stoitchkov. All.: Cruijff.
Arbitro: Don (Inghilterra).
Gol: 22’ e 45’ Massaro, 47’ Savicevic, 58’ Desailly.
Spettatori: 70.000.

1993, Olympique Marsiglia-Milan 1-0


Goethals ci riprova e stavolta gli va bene. Checché ne dica Eydelie (vedremo se per vendere copie della sua autobiografia o se con delle prove), per ora vale la capocciata con cui Basile Boli anticipa il compagno Völler (pare, secondo la stessa fonte, l’unico dei suoi non dopato) e Rijkaard e infila Rossi. In tribuna, i tycoon Berlusconi eTapie si specchiano. In panca, “La Science” neutralizza le mosse del bisiaco di Pieris. In campo, il deludente Donadoni lascia il posto all’ex di stralusso Papin, mentre van Basten (all’ultima gara di una troppo breve carriera) e Massaro sprecano. E così la Francia, che la Coppa l’ha inventata, per la prima volta la vince.
CHRISTIAN GIORDANO

26 maggio 1993, Monaco di Baviera (Olympiastadion)
Olympique Marsiglia-Milan 1-0
Olympique Marsiglia (4-4-2): Barthez – Angloma (62’ Durand), B. Boli, Desailly, Di Meco – Eydelie, Sauzée, Abedi Pele, Deschamps – Völler (79’ Thomas), Boksic. All.: Goethals.
Milan (4-4-2): S. Rossi – Tassotti, Costacurta, F. Baresi, P. Maldini – Lentini, Albertini, Rijkaard, Donadoni (58’ Papin) – van Basten (86’ Eranio), Massaro. All.: Capello.
Arbitro: Röthlisberger (Svizzera).
Gol: 43’ B. Boli.
Spettatori: 64.400.

1992, Barcellona-Sampdoria 1-0 dts


Una delle ferite più profonde per il calcio italiano. Non solo perché l’esordiente Sampdoria finisce la neonata Champions League contro la sua bestia nera. Ma perché ci arriva con Vialli & Mancini, per intesa i veri eredi dei “gemelli del gol” (Pulici & Graziani) di granata memoria, in condizioni fisiche disastrose. Vialli si mangia troppe occasioni, anche se solo un paio limpide (una, conclusa a fil di palo, grida vendetta). Poi, la punizione-bomba di “Rambo” Koeman a 8’ dai rigori fa secco Pagliuca e con lui i sogni doriani. Per il Barça (cui lo scaramantico Cruijff impone l’arancione olandese) è la storica prima volta.
CHRISTIAN GIORDANO

20 maggio 1992, Londra (Imperial Stadium di Wembley)
Barcellona-Sampdoria 1-0 dts
Barcellona (3-1-3-3): Zubizarreta – Ferrer, Nando, R. Juan Carlos – Koeman – Bakero, Guardiola (113’ Alexanko), Eusebio – Julio Salinas (65’ Goikoetxea), M. Laudrup, Stoitchkov. All.: Cruijff.
Sampdoria (5-3-2): Pagliuca – Mannini, Vierchowod, Lanna, Pari – Lombardo, Cerezo, Katanec, I. Bonetti (74’ G. Invernizzi) – Vialli (101’ Buso), Mancini. All.: Boskov.
Arbitro: Schmiduber (Germania).
Marcatore: 112’ R. Koeman.
Spettatori: 70.827.

1991, Stella Rossa-Marsiglia 5-3 dcr (0-0)


Generazione di fenomeni, quella plava. Che già prima di disputare la finale sa che sarà smembrata sull’altare dei quattrini, personali e dei club. Si gioca in una cattedrale del deserto (progettata da Renzo Piano, che mai eguaglierà Archibald Leitch), una vittoria politica del Tonino Matarrese che contava o faceva intendere che, visto che fu lanno di Galliani e dei riflettori marsigliesi. In campo, è l’ennesimo spot del non-gioco, fino alla processione dal dischetto. Sbaglia solo Amoros, mentre Belodedic (che nel cambio di nazionalità ha perso la “i”) bissa il suo titolo dell’86.
CHRISTIAN GIORDANO

29 maggio 1991, Bari (stadio San Nicola)
Stella Rossa-Olympique Marsiglia 5-3 d.c.r. (0-0)
Stella Rossa (4-4-2): Stojanovic – Sabanadzovic, Belodedic, Najdosi, Marovic – Prosinecki, Jugovic, Savicevic (84’ Stosic), Mihajlovic – Binic, Pancev. All.: Petrovic.
Olympique Marsiglia (5-3-2): Olmeta – Amoros, Casoni, Mozer, B. Boli, Di Meco (111’ Stojkovic) – Fournier (75’ Vercruysse), Germain, Waddle – Papin, Abedi Pele. All.: Goethals.
Arbitro: Lanese (Italia).
Rigori: Prosinecki (+), Amoros (-), Binic (+), Casoni (+), Belodedic (+), Papin (+), Mihajlovic (+), Mozer (+), Pancev (+).
Spettatori: 57.000.

1990, Milan-Benfica 1-0


Per i cultori del genere. Per chi ama il calcio, uno stillicidio di sbadigli. Gullit («sono al 70%») aveva giocato la sua prima gara stagionale la settimana precedente. Eppure tiene 90’. Non ce la fa il Benfica erikssoniano, che tiene palla nel tentativo di innescare Magnusson (33 gol in campionato). Gli scombina i piani una percussione di Rijkaard, liberato in porta da una magica intuizione di van Basten, a sua volta innescato dalla trama F. Galli-Costacurta. Fine delle trasmissioni. Ma il Milan resta in cima all’Europa e, di lì a fine anno, come i cugini interisti 35 anni addietro, anche al mondo. Uno sparo nel buio.
CHRISTIAN GIORDANO

23 maggio 1990, Vienna (stadio Prater)
Milan-Benfica 1-0
Milan (4-4-2): G. Galli – Tassotti, F. Baresi, Costacurta, P. Maldini – Colombo (90’ F. Galli), Rijkaard, Ancelotti (75’ Massaro), Evani – Gullit, van Basten. All.: Sacchi.
Benfica (4-5-1): Silvino – José Carlos, Ricardo Gomes, Aldair, Samuel – Vítor Paneira (76’ Vata), Hernáni, Thern, Pacheco (60’ César Brito), Valdo – Magnusson. All.: Eriksson.
Arbitro: Kohl (Austria).
Gol: 68’ Rijkaard.
Spettatori: 57.558.

mercoledì, agosto 15, 2007

1989, Milan-Steaua Bucarest 4-0


Che la Steaua ’86 non fosse giunta in fondo per caso lo dimostra questa edizione. E pazienza se stavolta all’ultimo round fa da sparring partner da un peso massimo fra i più forti di ogni epoca, il Milan del primo Sacchi. Quello vero. In un esodo mai visto (almeno 80mila rossoneri), la compagine rumena viene martellata alle corde da un ritmo altissimo, pressing e forcing (che sarebbe bene non confondere), fuorigioco e diagonali come se piovesse. A piovere sono invece i palloni dei fuoriclasse olandesi al loro massimo splendore. Di testa, da fuori area, di destrezza e di potenza. Un inno al calcio moderno, che paradossalmente farà danni per via dei tanti maldestri imitatori. Curiosità, in cotanto dominio (memorabile la doppia umiliazione al Real Madrid in semifinale), a Belgrado il Milan, in svantaggio con la Stella Rossa negli ottavi, si salvò con la nebbia e, nel replay, ai rigori.
CHRISTIAN GIORDANO

24 maggio 1989, Barcellona (stadio Camp Nou)
Milan-Steaua Bucarest 4-0
Milan (4-4-2): G. Galli – Tassotti, F. Baresi, Costacurta (74’ F. Galli), P. Maldini – Donadoni, Colombo, Rijkaard, Ancelotti – Gullit (59’ Virdis), van Basten. All.: Sacchi.
Steaua Bucarest (4-4-2): Lung – Petrescu, Bumbescu, Iovan, Ungureanu – Minea, Hagi, Stoica, Rotariu (46’ Balint) – Lacatus, Piturca. All.: Iordanescu.
Arbitro: Tritschler (Germania Ovest).
Gol: 18’ e 39’ Gullit, 28’ e 47’ van Basten.
Spettatori: 97.000.

1988, PSV Eindhoven-Benfica 6-5 dcr (0-0)


Come due anni prima, per assegnare il trofeo occorrono i tiri dal dischetto. Ma stavolta vincono i favoriti (si fa per dire: appena tre le vittorie su nove gare, pari nelle ultime cinque). Il PSV schiera quattro giocatori che in estate bisseranno in oranje il titolo di campioni d’Europa: van Breukelen, van Aerle, R. Koeman e Vanenburg. Non c’è invece il mediano Arnesen, fermo per la frattura a una gamba. Dall’altra parte, Diamantinho (distorsione ai legamenti di un ginocchio) viene sostituito da Sheu, il cui compito è tagliare i rifornimenti alla prima linea Magnusson-Aguas. Come spettacolo (tattica a parte), una noia mortale: il primo tiro arriva al 53’ con Vanenburg, ma Silvino oparaa in tuffo. Dal dischetto, l’eroe è van Breukelen. Ma il mito, autentico, di Hiddink miglior allenatore del mondo nasce lì.
CHRISTIAN GIORDANO

25 maggio 1988, Stoccarda (Neckarstadion)
PSV Eindhoven-Benfica 0-0 (6-5 d.c.r.)
PSV Eindhoven (4-4-2): Van Breukelen – Gerets, Nielsen, R. Koeman, Heintze – Van Aerle, Vanenburg, Linskens, Lerby – Kieft, Gillhaus (107’ Janssen). All.: Hiddink.
Benfica (4-4-2): Silvino – Veloso, Mózer, Dito, Alvaro – Elzo, Pacheco, Sheu, Chiquinho – Magnusson (112’ Hajry), Rui Aguas (51’ Vando). All.: Oliveira.
Arbitro: Agnolin (Italia).
Rigori: R. Koeman (+), Elzo (+), Kieft (+), Dito (+), Nielsen (+), Hajry (+),Vanenburg (+), Pacheco (+), Lerby (+), Mózer (+), Janssen (+), Veloso (-).
Spettatori: 43.000.

1987, Porto-Bayern Monaco 2-1


Juary, ripudiato come una macchietta gira-bandierina dal calcio italiano, e Madjer, il Tacco di Allah rifiutato l’anno dopo dall’Inter per cui non supera le visite mediche (in nerazzurro arrivò Díaz, che doveva essere di passaggio e invece vinse lo scudetto dei record). Quasi da soli, ma illuminati dal sinistro di Futre e coperti da Sousa, piegano il Bayern in una finale che pareva già sua (succederà anche nel ’99 con il Man Utd). Primo tempo in controllo da parte dei bavaresi che, nonostante le assenze di Wohlfart davanti e Augenthaler dietro, allungano con Kogl di testa su sponsa di Magalhaes. Nella ripresa i lusitani prendono campo, con Jorge che si mangia Lattek col possesso palla e i tocchi sotto misura dell’imprendibile duo. Per il bis ci vorranno 17 anni e Mourinho.
CHRISTIAN GIORDANO

27 maggio 1987, Vienna (stadio Prater)
Porto-Bayern Monaco 2-1
Gol: 25’ Kogl (B), 78’ Madjer (P), 80’ Juary (P).
Porto (4-4-2): Mlynarczyk – João Pinto, Celso, Eduardo Luis, Inacio (66’ Frasco) – Quim (46’ Juary), Jaime Magalhaes, Sousa, Andre – Madjer, Futre. All.: Jorge.
Bayern Monaco (4-4-2): Pfaff – Winklhofer, Nachtweih, Eder, Pflüger – Flick (62’ Lunde), Matthäus, Brehme – D. Hoeneß, Kogl. All.: Lattek.
Arbitro: Ponnet (Belgio).
Spettatori: 57.500.

1986, Steaua Bucarest-Barcellona 2-0 dcr (0-0)


In Spagna tutto è pronto per celebrare la festa blaugrana. Il Barça torna in Coppa dei Campioni dopo dieci anni e arriva in fondo, anche se col batticuore (ribaltando il clamoroso 0-3 col Göteborg in semifinale). In più l’avversaria è la rivelazione Steaua, prima rumena finalista, data come vittimaa sacrificale. Invece “nasconde” la palla e arriva ai rigori. Lì Ducadam scrive la storia parando i quattro degli spagnoli. La leggenda no, perché egli stesso sfaterà il falso storico che lo voleva vittima (mani fratturate) dal ditattore Ceausescu al quale, si disse, avrebbe detto un “no” che non doveva dire (forse riferito all’auto-premio di MVP della finale). Per Venables, che se ne anddrà a settembre, «la più grande delusione della mia carriera».
CHRISTIAN GIORDANO

7 maggio 1986, Siviglia (stadio Sánchez Pizjuán)
Steaua Bucarest-Barcellona 0-0 (2-0 d.c.r.)
Steaua Bucarest (4-4-2): Ducadam – Iovan, Belodedici, Bumbescu, Barbulescu – Majaru, Balan (72’ Iordanescu), Bölöni, Balint – Lacatus, Piturca (107’ Radu). All.: Jenei.
Barcellona (4-3-3): Urruticoechea – Gerardo, Migueli, Alexanko, Julio Alberto – Victor, Schuster (85’ Moratella), Pedraza – Marcos, Archibald (106’ Pichi Alonso), Carrasco. All.: Venables.
Arbitro: Vautrot (Francia).
Rigori: Majaru (-), Alexano (-), Bölöni (-), Pedraza (-), Lacatus (+), Pichi (-), Balint (+), Alonso (-).
Spettatori: 70.000.

1985, Juventus-Liverpool 1-0


Impossibile parlare di calcio, di partita. Perché partita non è stata, anche se i giocatori, per motivi di ordine pubblico, furono “obbligati” a giocarla. La farsa su prato la decide Daina, inventando al 56’ un rigore per un fallo commesso su Boniek che va via a Gillespie e Hansen e va giù molto fuori area (al contrario di Whelan, atterrato da Bonini). Platini, nel pathos che comunque esiste quando infili le scarpette chiodate, trasforma ed esulta. Non se lo perdonerà mai. In quella maledetta Curva Z, perderanno la vita 39 persone. I club inglesi saranno squalificati per 5 anni. Il punto di non ritorno.
CHRISTIAN GIORDANO

29 maggio 1985, Bruxelles (stadio Heysel)
Juventus-Liverpool 1-0
Juventus (4-3-1-2): Tacconi – Favero, Brio, Scirea, Cabrini – Bonini, Tardelli, Boniek – Platini – Briaschi, Rossi. All.: Trapattoni.
Liverpool (4-3-3): Grobbelaar – Neal, Hansen, Lawrenson (3’ Gillespie), Beglin – Nicol, Dalglish, Wark, Whelan – Dalglish, Rush, Walsh (46’ Johnston). All.: Fagan.
Arbitro: Daina (Svizzera).
Gol: 58’ Platini rig.
Spettatori: 58.000.

1984, Liverpool-Roma 4-2 d.c.r. (1-1)

Tre anni dopo, Alan Kennedy ci prende gusto, anche se stavolta nella serie dal dischetto. Fredrisson non fischia “carica” a Tancredi e da due passi Neal infila lo 0-1. Ci vuole una magata alla Pruzzo, gran zuccata in avvitamento, per portare i Reds ai suplementari e auindi ai rigori. Ai quali non si presenta l’Ottavo re di Roma, Falcão, mentre Grobbelaar fa il buffone e ipnotizza i romanisti Conti e Graziani. Per l’Olimpico (che deglutirà l’amaro boccone di una finale europea persa in casa anche nella Uefa ’91 contro l’Inter), una luna di fiele.
CHRISTIAN GIORDANO

30 maggio 1984, Roma (stadio Olimpico)
Liverpool-Roma 1-1 (4-2 d.c.r.)
Liverpool (4-4-2): Grobbelaar – Neal, Lawrenson, Hansen, A. Kennedy – Whelan, Lee, Souness, Johnston (69’ Nicol) – Dalglish (94’ Robinson), Rush. All.: Fagan.
Roma (3-5-2): Tancredi – Nappi, D. Bonetti, Righetti,– Conti, Cerezo (115’ Strukelj), Di Bartolomei, Falcão, Nela – Pruzzo (64’ Chierico), Graziani. All.: Liedholm.
Arbitro: Fredriksson (Svezia).
Gol: 15’ Neal (L), 44’ Pruzzo (R).
Rigori: Nicol (-), Di Bartolomei (+), Neal (1-1), Conti (-), Souness (+), Righetti (+), Rush (+), Graziani (-), Kennedy (+).
Spettatori: 69.693.

1983, Amburgo-Juventus 1-0


Sei campioni del mondo (Zoff; Gentile, Cabrini; Scirea, Tardelli e Rossi), più uno mancato, Bettega, per un ginocchio rotto (contro Munaron, portiere dell'Anderlecht, negli ottavi di Coppa Campioni l’anno prima), più Boniek e Platini, terzo e quarto con Polonia e Francia a Spagna 82. Questa la Juventus tutta stelle che dovrebbe far polpette del piccoolo galletto amburghese. Invece finisce allo spiedo, infilzata come Zoff (alla gara d’addio) dalla palombella maligna di Magath. Oggi tecnico del Bayern e tuttora premiato per quel gol dalle tifoserie di Inter e Milan. Platini, annullato da Rolff (che si ripeterà in nazionale), esce dalla gara. La Juve pare come bloccata, come il Trap, e dà il la a una delle maggiori sorprese nella storia della manifestazione.
CHRISTIAN GIORDANO

25 maggio 1983, Atene (stadio Olimpico)
Amburgo-Juventus 1-0
Amburgo (4-3-2-1): Stein – Kaltz, Jakobs, Hieronymus, Wehmeyer – Groh, Rolff, Magath – Milewski, Bastrup (56’ von Heesen) – Hrubesch. All.: Happel.
Juventus (4-2-1-3): Zoff – Gentile, Brio, Scirea, Cabrini – Bonini, Tardelli – Platini – Bettega, Rossi (56’ Marocchino), Boniek. All.: Trapattoni.
Arbitro: Rainea (Romania).
Gol: 9’ Magath.
Spettatori: 73.500.

1982, Aston Villa-Bayern Monaco 1-0


Altra debuttante inglese, dopo il Nottingham Forest, che fa centro al primo colpo. Gary Shaw, miglior Under 24 d’Europa, trascina i suoi fino alla finale da imbattuti (un gol subito in otto partite). Lì i Villans, un lotto di carneadi bravi però a giocare di squadra, trovano il favorito Bayern di Rummenigge (seguito anche in bagno da Evans) e Breitner e l’altro Hoeneß, Dieter. La gara parte male per i britannici, che al 10’ perdono il portiere titolare Rimmer (già panchinaro nel Man Utd eurocampione nel 1968). Lo sostiituisce l’ex stuccatore Nigel Spink, alla gara della vita, per referenze chiedere a Dürnberger e a Rummenigge. Gliela fa vincere il golletto di Withe, centravantone giramondo (anche da allenatore) che al 67’, in qualche modo, mette dentro da due passi un servizio di Morley. Per i tedeschi, solo il gol annullato per fuorigioco a Hoeneß.
CHRISTIAN GIORDANO

26 maggio 1982, Rotterdam (Feyenoord Stadion)
Aston Villa-Bayern Monaco 1-0
Aston Villa (4-3-3): Rimmer (10’ Spink) – Swain, McNaught, Evans, Williams – Mortimer, Cowans, Bremner – Shaw, Withe, Morley. All.: Barton.
Bayern Monaco (4-4-2): Müller – Dremmler, Augenthaler, Weiner, Horsmann – Dürnberger, Kraus (79’ Niedermayer), Breitner, Mathy (52’ Güttler) – K.H. Rummenigge, D. Hoeneß. All.: Csernai.
Arbitro: Konrath (Francia).
Gol: 67’ Withe.
Spettatori: 46.000.

1981, Liverpool-Real Madrid 1-0

Il miracolo Nottingham (fuori col CSKA a sua volta spazzolato dal Liverpool) se ne va veloce come era venuto. Proprio i reds arrivano in fondo, e da favoriti sul Real Madrid se non altro per averla spuntata nell’equilibratissimo doppio confronto col Bayern. E per gli infortuni del portiere titolare Mariano Reman e del centrocampista Ricardo Gallego, che costringono Boskov ad affidarsi ai poco esperti Agustin e García Cortez (che va su Dalglish). Mentre Cunningham, preferito a Pineda, ha recuperato ma viene da sei mesi di stop. Reds invece in formazione-tipo con un super Souness, marcato stretto da Camacho, provvidenziale, al 50’, nel salvare sulla linea. La svolta arriva però solo su uno svarione difensivo madridista che all’82’ libera al gol Alan Kennedy, bravo a metterla giù col petto, eludere García Cortez e battere dai sei metri nell’angolo lontano. Ad Anfield arriva la coppa numero tre, ma per lo show si poteva dare di più.
CHRISTIAN GIORDANO

27 maggio 1981, Parigi (stadio Parco dei Principi)
Liverpool-Real Madrid 1-0
Liverpool (4-4-2): Clemence – Neal, Thompson, Hansen, A. Kennedy – Lee, McDermott, Souness, R. Kennedy – Dalglish (85’ Case), Johnson. All.: Paisley.
Real Madrid (4-3-3): Rodríguez – García Cortez (85’ Pineda), Sabido, García Navajas, Camacho – Ángel, Del Bosque, Stielike – Juanito, Santillana, Cunningham. All.: Boskov.
Arbitro: Palotai (Ungheria).
Gol: 82’ A. Kennedy.
Spettatori: 48.360.

1980, Nottingham Forest-Amburgo 1-0

Alla viglia il favorito è l’Amburgo, perché in semifinale ha dominato il Real Madrid e perché il Nottingham non ha più Woodcock, ceduto al Colonia, e non avrà Francis, fermo per infortunio a un tendine d’Achille. Può contare su Shilton, in campo nonostante i malanni a un polpaccio, leniti da robuste dosi di antidolorifici, ma non sul genio folle di Bowles, che rifiuta la panchina. Nessuna sorpresa quindi nel vedere il solo Birtles al centro dell’attacco contro la difesa a 5 dei tedeschi, che spingono molto, soprattutto sulle fasce con Kaltz e Memering, ma a vuoto. Perché in contropiede, contravvenendo alle urla della panchina, da dove Clough e il secondo Taylor gli ordinano di rientrare, Robertson affonda sull’out mancino e, dopo l’uno-due con Birtles, fulmina Kargus sul palo lontano. La Coppa resta allo “Sceriffo” di Nottingham.
CHRISTIAN GIORDANO

28 maggio 1980, Madrid (stadio Santiago Bernabéu)
Nottingham Forest-Amburgo 1-0
Nottingham Forest (4-4-2): Shilton – Anderson, Lloyd, Burns, F. Gray (78’ Gunn) – O’Neill, McGovern, Mills (67’ O’Hare), Bowyer – Birtles, Robertson. All.: Clough.
Amburgo (4-3-3): Kargus – Kaltz, Nogly, Jakobs, Buljan – Hieronymus (46’ Hrubesch), Magath, Memering – Keegan, Reimann, Milewski. All.: Zebec.
Arbitro: Da Silva Garrido (Portogallo).
Gol: 19’ Robertson.
Spettatori: 51.000.

1979, Nottingham Forest-Malmö 1-0

Oggi fa sorridere, ma ai tempi, dopo la seconda finale inguardabile consecutiva, la rivista World Soccer lanciò la provocazione (chissà fino a che punto tale) di abolire la Coppa dei Campioni. Non furono d’aiuto, ancora una volta, gli infortuni: per gli svedesi, Bo Larsson e Roy Andersson; per il Forest, Gemmill e O’Neill, rimpiazzato dal primo uomo da un milione di sterline del calcio inglese, Trevor Francis, non a caso autore del gol-vittoria. Giunto al 45’, di testa su cross da sinistra di Robertson. Memorabile il commento di Taylor, storico sodale di Clough in panchina: «Come finale, un non-evento».
CHRISTIAN GIORDANO

30 maggio 1979, Monaco (Olympiastadion)
Nottingham Forest-Malmö 1-0
Nottingham Forest (4-3-3): Shilton – Anderson, Lloyd, Burns, Clark – McGovern, Bowyer, Woodcock – T. Francis, Birtles, Robertson. All.: Clough.
Malmö (4-4-2): Möller – R. Andersson, M. Andersson, Jönsson, Erlandsson – Prytz, Tapper (34’ Malmberg), Ljungberg, Cervin – Hansson (82’ T. Andersson), Kindvall. All.: Houghton.
Arbitro: Linemayr (Austria).
Gol: 45’ T. Francis.
Spettatori: 57.500.

1978, Liverpool-Bruges 1-0

La finale dell’antigioco, che stavolta ha le mica tanto mentite spoglie del ricorso sistematico al fuorigioco. Happel in queste cose è un mago, e contro il Liverpool si gioca così le poche carte che ha in mano per far saltare il banco (come aveva fatto in semifinale con la Juventus del Trap). Non ce la fa per i troppi infortuni (su tutti Lambert e Courant) e per il golletto di Dalglish, meno spettacolare del predecessore Keegan ma molto efficace in fase realizzativa. Il Liverpool arriva a Wembley da favorito (16 gol in 6 gare), ma per fare sua una delle finali più brutte deve sudare anche grazie alla serata di grazia di Jensen, portiere danese dei belgi.
CHRISTIAN GIORDANO

10 maggio 1978, Londra (Imperial Stadium di Wembley)
Liverpool-Bruges 1-0
Liverpool (4-4-2): Clemence – Neal, Thompson, Hansen, Hughes – Case (63’ Heighway), McDermott, Souness, R. Kennedy – Dalglish, Fairclough. All.: Paisley.
Bruges (4-4-2): Jensen – Bastijns, Leekens, Krieger, Maes (70’ Volders) – Cools, Vandereycken, Kü (58’ Sanders), Decubber – Simoen, Sørensen. All.: Happel.
Arbitro: Corver (Olanda).
Gol: 64’ Dalglish (L).
Spettatori: 92.500.

1977, Liverpool-Borussia Mönchengladbach 3-1

Gran partita, con Heighway sugli scudi come suggeritore. Al 28’ per McDermott, sul centro-destra, destro secco e palla che trafigge Kneib sul palo lontano. I tedeschi non ci stanno e quando Case perde palla sul lato sinistro della mediana, Simonsen se ne va e appena in area lascia partire un gran sinistro che fa secco Clemence sul palo lontano, sotto l’incrocio. La prima finale romana e anche una delle più belle. Chiusa di testa da Smith al 65’, su cross di Heighway e impacchettata da Keegan, che all’83’ va giù in area contro “Terrier” Vogts: il rigore è trasformato da Neal. È la prima volta di un club inglese. Smith rimanda i propositi di ritiro e intanto, la Città Eterna è invasa dalla Kop in festa. Qualcuno dei “kopiters”, intrufolatosi, nell’albergo della squadra, si butta in piscina coi giocatori. Altri tempi.
CHRISTIAN GIORDANO

25 maggio 1977, Roma (Olimpico)
Liverpool-Borussia Mönchengladbach 3-1
Liverpool (4-3-3): Clemence – Neal, Smith, Hughes, Jones – Case, McDermott, R. Kennedy – Keegan, Heighway, Callaghan. All.: Paisley.
Borussia Mönchengladbach (4-4-2): Kneib – Vogts, Wittkamp, Schafer, Klinkhammer – Bonhof, Wohlers (79’ Hannes), Stielike, Wimmer (24’ Kulik) – Simonsen, Heynckes. All.: Lattek.
Arbitro: Wurtz (Francia).
Gol: 28’ McDermott (L), 51’ Simonsen (B), 65’ Smith (L), 83’ Neal (L) rig.
Spettatori: 52.078.

1976, Bayern Monaco-Saint-Étienne 1-0

L'intero Esagono sale fino a Glasgow (che torna a ospitare la finale dopo 16 anni) per inseguire il sogno dei Verts. Spezzato, perché il Bayern a quei livelli ci vive e non ci si avventura, ma da chi non ti aspetti. Come l’anno prima è Roth a sbloccare l’impasse, stavolta su punizione toccatagli da Beckenbauer. Chissà come sarebbe finita con l’ala Rocheteau al massimo della forma e in campo per tutta la partita. Appena entrato si procura un angolo sugli sviluppi del quale Beckenbauer salva sulla linea. Idem fa Maier poco istanti dopo che il suo collega aveva negato a Roth il raddoppio. Il ciclo del Bayern tricampione europeo si chiude qui.
CHRISTIAN GIORDANO

12 maggio 1976, Glasgow (stadio Hampden Park)
Bayern Monaco-Saint-Étienne 1-0
Bayern Monaco (4-3-3): Maier – Hansen, Schwarzenbeck, Beckenbauer, Horsmann – Dürnberger Roth, Kapellmann – U. Hoeneß, G. Müller, K.H. Rummenigge. All.: Cramer.
Saint-Étienne (4-3-3): Curovic – Janvion, Piazza, Lopez, Repellini – Bathenay, Larqué, Santini – H. Revelli, P. Revelli, Sarramagna (83’ Rocheteau). All.: Herbin.
Arbitro: Palotai (Ungheria).
Gol: 57’ Roth.
Spettatori: 54.864.

1975, Bayern Monaco-Leeds United 2-0

Il Bayern fatica in Bundesliga (10° posto) e pure in Europa, ma i gol di Müller e la difesa, imperniata sul monumentale Beckenbauer, lo portano al Parco dei Principi. Dove vincono, nel finale, ma con una bella dose di fortuna per i due rigori (mano del Kaiser per anticipare Lorimer e atterramento, poi ammesso, di Clarke al 38’) e il gol valido (di Lorimer, il migliore) a un Leeds United duro (Yorath manda subito fuori Andersson), arrembante e forse mai così spettacolare. Finisce in rissa, in campo e fuori, dove gli alticci e irati inglesi esagerano: seggiolini lanciati sul terreno di gioco, botte da orbi. Ovvia la squalifica “europea” di tre anni al Leeds. Eroe della serata, Roth, che con unsecco destro spacca la parertita. Messa poi in ghiacciaia in contropiede dal solito Müller.
CHRISTIAN GIORDANO

28 maggio 1975, Parigi (stadio Parc des Princes)
Bayern Monaco-Leeds United 2-0
Bayern Monaco (4-4-2): Maier – Dürnberger, Schwarzenbeck, Beckenbauer, Andersson (4’ Weiss) – Torstensson, Roth, Kapellmann, Zobel – G. Müller, U. Hoeneß. All.: Cramer.
Leeds United (4-3-3): Stewart – Reaney, Madeley, Hunter, F. Gray – Bremner, Giles, Yorath (75’ E. Gray) – Lorimer, Jordan, Clarke. All.: Armfield.
Arbitro: Kitabdijan (Francia).
Gol: 71’ Roth, 83’ G. Müller (M).
Spettatori: 48.374.

1974, Bayern-Atlético Madrid 1-1 dts, 4-0

I tedeschi occidentali arrivano all’Heysel da favoriti ma quanta paura al primo turno, superato ai rigori contro i dilettanti svedesi dell’Atvidaberg. E pure in finale, con gli spagnoli in vantaggio al 114’ con Luis Aragonés (oggi Ct delle Furie Rosse) e ripresi in pieno recupero dal rasoterra da 30 metri dello stopperone Schwarzenbeck, fido guardiaspalle del “Kaiser” Beckenbauer nel Bayern e nella Nationamannschaft. Il replay, invece, non ha storia: doppiette di Müller (bella la rete al volo su cross di Kapellmann) e Hoeneß (ora ds) e titolo europeo che per sei bavaresi (Maier, Schwarzenbeck, Beckenbauer, Breitner, Müller, Hoeneß) anticipa di poche settimane quello mondiale con la Germania Ovest. In porta, per i “colchoneros”, privi dello squalificato incontrista Irureta e allenati dall’istrionico argentino Lorenzo, futuro laziale, il padre del Pepe attuale portiere del Liverpool.
CHRISTIAN GIORDANO

15 maggio 1974, Bruxelles (stadio Heysel)
Bayern Monaco-Atlético Madrid 1-1 d.t.s.
Bayern Monaco (4-4-2): Maier – Hansen, Schwarzenbeck, Beckenbauer, Breitner – Torstensson (76’ Dürnberger), Roth, Kapellmann, Zobel – G. Müller, U. Hoeneß. All.: Lattek.
Atlético Madrid (4-4-2): Reina – Melo, Adelardo, Heredia, Capon – Eusébio, Luis, Irureta, Salcedo (90’ Alberto) – Ufarte (69’ Becerra), Garate. All.: Lorenzo.
Arbitro: Loraux (Belgio).
Gol: 114’ Luis Aragonés (A), 120’ Schwarzenbeck (B).
Spettatori: 48.722.

17 maggio 1974, Bruxelles (stadio Heysel)
Bayern Monaco-Atlético Madrid 4-0 (replay)

Bayern Monaco (4-4-2): Maier – Hansen, Schwarzenbeck, Beckenbauer, Breitner – Torstensson, Roth, Kapellmann, Zobel – G. Müller, U. Hoeneß. All.: Lattek.
Atlético Madrid (4-4-2): Reina – Melo, Adelardo (61’ Benegas), Heredia, Capon – Eusébio, Luis Aragonés, Becerra, Salcedo – Alberto (65’ Ufarte), Garate. All.: Lorenzo.
Arbitro: Delcourt (Belgio).
Gol: 28’ e 82’ U. Hoeneß, 56’ e 69’ G. Müller.
Spettatori: 23.325.

1973, Ajax-Juventus 1-0

Una partita non giocata. L’Ajax più scafato di sempre (in semifinale umiliò il Real Madrid al Chamartín) è al canto del cigno e nemmeno esulta più. A fine gara, la terza Coppa consecutiva finisce nel cesto della biancheria sporca e con esso nel bagagliaio del pullman, davanti alle attonite espressioni di Anastasi & C. E anche in campo, dopo la vigilia vissuta in un blindatissimo e sperduto ex convento (olandesi in hotel 5 stelle in centro), non è che i bianconeri si fossero granché sbattuti. Il testone biondo di Rep infila dopo 5’ una palombella che beffa Longobucco e Zoff. A lanciarlo, quasi controvoglia, un traversone del “liberone” tedesco Blankenburg dalla parte opposta. Poi il nulla. La Juve sembra quasi accontentarsi di perdere 1-0 nonostante l’attacco atomico, i tulipani non affondano. Tanto di lì a poco andranno tutti a far cassa.
CHRISTIAN GIORDANO

30 maggio 1973, Belgrado (stadio Marakana)
Ajax-Juventus 1-0
Ajax (4-3-3): Stuy – Suurbier, Hulshoff, Blankenburg, Krol – Neeskens, Haan, G. Mühren – Rep, Cruijff, Keizer. All.: Kovács.
Juventus (1-3-3-3): Zoff – Salvadore – Marchetti, Morini, Longobucco – Causio (57’ Cuccureddu), Furino, Capello – Altafini, Anastasi, Bettega (49’ Haller). All.: Vycpalek.
Arbitro: Gugulovic (Jugoslavia).
Gol: 5’ Rep.
Spettatori: 89.484.

1972, Ajax-Inter 2-0

Come l’anno prima, se possibile pure meglio. Visto che il generale Michels ha lasciato la panca ajacide all’uomo di mondo Kovács, bravo a sciogliere le briglie (tattiche e comportamentali) ai suoi tanti purosangue. Non è nemmeno la miglior partita di Cruijff, ma la apre e chiude a piacimento, facendo impazzire il 20enne Oriali. Fatale, all’Inter, l’infortunio dello stopper Giubertoni al 12’. Proprio al centro, complice l’uscita a farfalle del giovane Bordon, arriva (su un fortunato rimpallo da cui nasce il cross) il primo gol di Cruijff. Il secondo idem, ma di testa, beffando Oriali e Burgnich, su una punizione da sinistra di Keizer. Per l’Inter della lattina di Mönchengladbach, fu già troppa grazia esser lì.

CHRISTIAN GIORDANO
31 maggio 1972, Rotterdam (Feyenoord Stadion)
Ajax-Inter 2-0
Ajax (4-3-3): Stuy – Suurbier, Hulshoff, Blankenburg, Krol – Neeskens, Haan, G. Mühren – Swart, Cruijff, Keizer. All.: Kovács.
Inter (1-4-3-2): Bordon – Burgnich – Bellugi, Oriali, Giubertoni (12’ Bertini), Facchetti – Bedin, Mazzola, Frustalupi – Jair (59’ Pellizzaro), Boninsegna. All.: Invernizzi.
Arbitro: Héliès (Francia).
Gol: 47’ e 76’ Cruijff.
Spettatori: 61.354.

1971, Ajax-Panathinaikos 2-0

Ferenc Puskás torna da allenatore sul "luogo" del delitto: la finale di Coppa dei Campioni, che, da giocatore del Real Madrid, frequentava come giardino di casa. Anche l’Ajax allenato da Rinus Michels è al bis, e stavolta ha ben altra maturità. 

Non c’è partita, i biancorossi (davanti all'invasione di propri tifosi) dominano con un vacuo possesso palla. Quando accelerano passano, in apertura e chiusura. Con Piet Keizer che da sinistra crossa per la zuccata di Dick van Dijk (nella foto) al 5’. Con Cruijff che dall'altra parte innesca al tiro Arje Haan (autorete di Kapsis) all’87’. Nel pugilato, sarebbe volata la spugna per manifesta inferiorità. 

Curiosità: al posto del terzino sinistro Ruud Krol, gamba fratturata, cambia fascia Wim Suurbier, che cede il posto all’universale Neeskens. Spot di Calcio Totale.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo

2 giugno 1971, Londra (Imperial Stadium di Wembley)
Ajax-Panathinaikos 2-0
Ajax (4-2-4): Stuy – Neeskens, Hulshoff, Vasovic, Suurbier – Rijnders (46’ Blankenburg), G. Mühren – Swart (46’ Haan), van Dijk, Cruijff, Keizer. All.: Michels.
Panathinaikos (4-2-4): Ekonomopoulos – Tomaras, Kapsis, Sourpis, Vlachos – Kamaras, Eleftherakis – Grammos, Antoniadis, Domazos, Filakouris. All.: Puskás.
Arbitro: Taylor (Inghilterra).
Gol: 5’ van Dijk (A), 87’ Kapsis (P) aut.
Spettatori: 83.179.

1970, Feyenoord-Celtic 2-1 d.t.s.

Gli scozzesi cercano il bis a casa Inter, squadra cui tre anni prima sfilarono la Coppa. Sembrano crederci anche i 20.000 sugli spalti quando, al 29’, il terzino-goleador Gemmell porta avanti gli Hoops con una punizione indiretta, dai 25 metri, toccata all’indietro da Murdoch. Sfortunato Pieters-Graafland, parzialmente coperto dall’arbitro. In due minuti, altra punizione (di Hasil) e lob di testa del capitano e libero Israël. Si corre da matti e gli olandesi toccano di prima. Hasil becca palo e traversa, van Hanegem detta legge nel mezzo. Johnstone va fuori partita e cvon lui il Celtic, travolto dal primo vero abbozzo di Calcio Totale senza che nessuno si sogni di chiamarlo così. Nei supplementari, McNeill valuta male un pallone di Israël, lo svedese Kindvall sfrutta la norma del vantaggio e beffa Williams. La coppa va per la prima volta in Olanda. Ci resterà a lungo.
CHRISTIAN GIORDANO

6 maggio 1970, Milano (stadio San Siro)
Feyenoord-Celtic 2-1 d.t.s.
Feyenoord (4-4-2): Graafland – Romeijn (105’ Haak), Israël, Laseroms, van Duivenbode – Wery, Hasil, Jansen, van Hanegem – Kindvall, Moulijn. All.: Happel.
Celtic (3-2-2-3): Williams – Hay, McNeill, Gemmell – Murdoch, Brogan – Lennox, Auld (77’ Connelly) – Johnstone, Wallace, Hughes. All.: Stein.
Arbitro: C. Lo Bello (Italia).
Gol: 30’ Gemmell (C), 32’ Israël (F), 117’ Kindvall (F).
Spettatori: 53.187.

1969, Milan-Ajax 4-1

Troppo acerbo il giovane seppur talentuoso Ajax di Cruijff (fuori forma), per quei vecchi marpioni di Rocco. Gli “ajacidi” di un Calcio Totale ancora in divenire subiscono una lezione di contropiede, con Rivera in cattedra a sdottorare per il triplettista Prati. L’altro sigillo è di Sormani, autore di un poco elegante gesto dell’ombrello. Vasovic, che nella finale del ’60, col Partizan, aveva reso dura la vita al Real Madrid, salva la bandiera trasformando al 60’ il rigore fischiato per un presunto fallo di Lodetti su Keizer, il primo calciatore professionista d’Olanda. Il secondo? Il più grande: Johan Cruijff.
CHRISTIAN GIORDANO

28 maggio 1969, Madrid (stadio Santiago Bernabéu)
Milan-Ajax 4-1
Milan (1-3-2-1-3): Cudicini – Malatrasi – Anquilletti, Rosato, Schnellinger – Trapattoni, Lodetti – Rivera – Hamrin, Sormani, Prati. All.: Rocco.
Ajax (4-2-4): Bals – Suurbier (46’ Muller), Hulshoff, Vasovic, van Duivenbode – Pronk, Groot (46’ Nuninga) – Swart, Danielsson, Cruijff, Keizer. All.: Michels.
Arbitro: Ortiz de Mendebíl (Spa).
Gol: 7’, 39’ e 75’ Prati (M), 60’ Vasovic (A) rig., 66’ Sormani (M).
Spettatori: 31.783.

1968, Manchester United-Benfica 4-1 d.t.s.

Dieci anni dopo la tragedia dei Busby Babes, a Monaco il 6 febbraio 1958. Eroe della finale, vista da 250 milioni in tv, è il nordirlandese Best, il “quinto Beatle” (copyright della stampa portoghese) che regala la serpentina del 2-1 e, di fatto, la Coppa allo storico manager, in lacrime, superstite ma segnato nel corpo e nello spirito dalla Superga del calcio inglese: «Sono l’uomo più fiero d’Inghilterra». Le altre star sono Bobby Charlton e lo scozzese Law. Il capitano realizza una doppietta, il secondo guarda la gara dall’ospedale dove gli hanno ricostruito il ginocchio destro. Re per una notte Kidd, che festeggia il 19° compleanno segnando al 95’ il gol del 3-1 su respinta del portiere José Henrique. Da “grande”, sarà la mente degli schemi offensivi del Man Utd di Ferguson.
CHRISTIAN GIORDANO

29 maggio 1968, Londra (Wembley)
Manchester United-Benfica 4-1 d.t.s.
Manchester United (4-3-3): Stepney – Brennan, Foulkes, Stiles, Dunne – Crerand, B. Charlton, Sadler – Aston, Kidd, Best. All.: Busby.
Benfica (4-2-4): Henrique – Adolfo, Humberto, Jacinto, Cruz – Jaime Graça, Coluna – José Augusto, Torres, Eusébio, Simões. All.: Glória.
Arbitro: C. Lo Bello (Italia).
Gol: 55’ e 100’ B. Charlton (M), 80’ Jaime Graça (B), 97’ Best (M), 98’ Kidd (M).
Spettatori: 92.225.

1967, Celtic-Inter 2-1

L’ex grande Inter si scioglie come neve al solleone. In otto giorni perde campionaato (storica papera di Sarti a Mantova) e le Coppe, Italia e dei Campioni. Prima britannica in finale e non latina a vincere, il Celtic sorprende per ritmo, lunghi traversoni, maglia simil-rugby e numeri sui calzoncini. Nati a Glasgow e dintorni, gli uomini di Stein corrono e picchiano e vivono sul genio dell’aletta Johnstone (deceduto il 13 marzo 2006), che fa impazzire i terzini Facchetti e Burgnich. A Lisbona però decidono Gemmell e Chalmers. Il primo (che nel secondo tempo replica la traversa colpita da Auld) con un missile dai 20 metri che infila da sinistra Sarti nell’angolo alto. Il secondo deviando quasi sulla linea di porta un tiro di Murdoch, innescato dal “solito” Gemmell. Lì Stein, secondo Shankly, diventa «immortale».
CHRISTIAN GIORDANO

25 maggio 1967, Lisbona (stadio Nacional)
Celtic-Inter 2-1
Celtic (3-2-2-3): Simpson – Craig, McNeill, Gemmell – Murdoch, Clark – Wallace, Auld – Johnstone, Chalmers, Lennox. All.: Stein.
Inter (1-3-3-3): Sarti – Picchi – Burgnich, Guarneri, Facchetti – Bedin, Bicicli, Corso – Domenghini, Mazzola, Cappellini. All.: Helenio Herrera.
Arbitro: Tschenscher (Germania Ovest).
Gol: 11’ Mazzola (I) rig., 63’ Gemmell (C), 84’ Chalmers (C).
Spettatori: 45.000.