venerdì, settembre 28, 2007

Portieri, quanti momenti bui


Grobbelaar, folle numero uno del Liverpool campione europeo 1984, spiegava così il suo comportamento da clown: «I portieri esistono per far ridere la gente». Assunto talvolta osservato da fior di insospettabili, con memorabili ma sporadiche “cappelle” o con periodi bui costati il posto di titolare, la nazionale, la discesa di categoria, la carriera.
A Italia 90 Zenga stabilì il record di imbattibilità, poi franò in uscita su Caniggia in semifinale con l’Argentina. Moacyr Barbosa regalò a Ghiggia e all’Uruguay lo spiraglio per il Mondiale del 1950, al popolo brasiliano qualche suicidio e a se stesso imperitura ingonimia. A Mantova, la papera-scudetto dell’interista Sarti è da antonomasia. Lo spagnolo Arconada si fece passare sotto la pancia la punizione di Platini che decise Euro 84. Nel 1965, complice la pioggia, la Coppa dei Campioni scivolò dal Benfica all’Inter come la palla fra le gambe di Costa Pereira sul tiretto di Jair. Vent’anni dopo, il blackout di Tacconi premiò Bodini, poi bocciato per la finale che più di tutti si era conquistata. Nel Torino 77-78 il periodo-no di Castellini valse poi al Giaguaro la seconda giovinezza al Napoli e al suo ex vice Terraneo un lungo futuro granata. Nel 79-80 Mattolini, lanciato da Mazzone nella Fiorentina, arrivò a Napoli in cambio di Carmignani per un futuro da star e se ne andò da “Saponetta”. In quella stagione Paolo Conti passò da secondo di Zoff in azzurro a panchinaro di Tancredi nella Roma e, l’anno dopo, finì al Bari in C1. A Messico 86, Bearzot tenne sulla corda Galli e Tancredi e li bruciò entrambi. Il milanista Dida, da Leeds in poi, non fa che aggiornare la galleria degli orrori. Antonioli stia sereno: è in buona compagnia.
CHRISTIAN GIORDANO

Pagliuca: "La 'mia' Bologna è cattiva"


“La solitudine dell’ala destra” s’intitola la raccolta di versi del poeta Acitelli. Gianluca Pagliuca, con tutto il rispetto: quella del portiere è ben altra cosa, specie durante e dopo una serataccia come quella vissuta da Antonioli col Brescia. Come si reagisce?
«Isolandosi, stando tranquilli. A lui era capitato anche l’anno scorso [a Piacenza e col Rimini, ndr], ne uscirà».
- Verbo pericoloso: sotto i Portici si sussurra che, come il suo predecessore, sia proprio quel fondamentale il suo punto debole…
«Questa non è critica, è un luogo comune. E mi dà enormemente fastidio, anche perché viene da gente che non capisce di calcio e che parla – sui giornali o dalle tv private – senza mai sapere come stanno le cose. A Bologna ho fatto sette anni bellissimi, eppure c’era sempre chi criticava per il solo gusto di farlo. Con cattiveria».
- Un bolognese fra i pali del Bologna: un’arma a doppio taglio?«Non lo so. Una cosa del genere non mi è mai capitata, né a Genova né a Milano [all’Inter] né ad Ascoli».
- Beh, lì qualche problemino lo ha avuto.
«Non con la critica né col secondo portiere [Eleftheropoulos, quest’anno vice-Manninger a Siena in A, ndr]. Ho avuto problemi con il tecnico, Sonetti, ma in venti anni di carriera, coi miei dodicesimi, mai. Ho chiesto io di uscire, e quando giocava lui, abbiamo continuato ad allenarci insieme. Come quando il titolare ero io».
- Già che ci siamo: meglio dare una chance a Colombo?
«Non scherziamo: ogni portiere vuole un secondo che non rompa i c... Da collega, non posso che fare gli auguri ad Antonioli. Deve dimenticare l’errore e andare avanti».
- Errore, al singolare?
«Sul primo gol del Brescia. Lui stesso lo ha ammesso. Ad Avellino, ha sbagliato relativamente: non era facile prendere quella palla. Idem a Trieste: erano in 4-5 a saltargli davanti, come si fa ad arrivarci, su quei palloni? E sulla punizione di Lima, era sbagliata l’impostazione dell’intera linea difensiva. Se ha sbagliato, non lo ha fatto da solo».
- Beh, se in gergo, dal mago dei portieri Pierino Battara in giù, quella piccola viene chiamata area del portiere, un motivo ci sarà…
«La palla alta deve essere del portiere, altrimenti non è detto. Dipende».
- Da come si difende sui calci piazzati, se a zona o a uomo?
«La zona puoi farla anche se non hai dei saltatori, ma devi restare concentrato. Non ti puoi mai rilassare. Se lasci mezza occasione, ti fregano. Noi la zona la facevamo, e bene, già con Mazzone e poi con Ulivieri. Io avevo Tare, che rientrava in difesa, e come centrale Natali, e lì nessuno passava».
- Ma i centrali di Arrigoni sono Terzi, un tempista, e Castellini, con Daino l’unico saltatore.
«Castellini va su, ma lo stacco non fa parte del suo dna: ha altre caratteristiche. Sbagliando, s’impara. Si può e di deve migliorare. Arrigoni deve insistere».
- Il Gatto di Casalecchio tornerà a volare da gennaio?
«No, prima. Mi alleno tutti i giorni e sono pronto. Ho parlato con squadre di A e di B. In particolare con una, ma non la dico. Per scaramanzia».
CHRISTIAN GIORDANO

LE PAGELLE DI Bologna-Brescia 2-2


Antonioli 4 – Stavolta è indifendibile. Il primo a saperlo è lui, che si volta verso la curva per mimare il mea culpa. Se tre indizi sono una prova, con Avellino, Trieste e i due e mezzo col Brescia siamo alla Cassazione: non c’è più possibilità di appello.
Daino 6,5: meno dirompente che sabato al Rocco, ma altrettanto diligente e preciso: dalle sue parti non si passa. Ritrovato.
Terzi 5,5: un’incornata-capolavoro su corner (prodezza d’istinto di Viviano) e un rigore di mano sul quale Banti lo grazia. Ma il vero Terzi non paleserebbe tutte quelle titubanze.
Castellini 7: il migliore. Non sbaglia un anticipo ed esce imperioso, palla al piede e testa alta. Come ciliegina, la scivolata poco avanti la linea che evita il raddoppio. Highlander.
Costa 6: parte forte, con anticpi secchi e persino aggressivi. Poi Zambelli guadagna metri e il Nostro s'intimidisce. In progresso, ma deve metterci più 'garra'. Specie se viene puntato.
Confalone 5:il guerriero che l’anno scorso giocò contro la Juve la partita della vita deve essere rimasto a La Spezia. Nella ripresa, parte con miglior piglio: un destro alto, il giallo e infine il cambio.(15’ st Amoroso 6: mezz'ora in un frangente d'impasse).
Mingazzini 7: La scommessa tattica – vinta – di Arrigoni, che lo piazza centrale alle calcagna di Possanzini, per impedirne il flottaggio tra le linee. La Mingazza rispetta le consegne e cava dal cilindro la gran botta del vantaggio. Chiedergli di più non si può.
Carrus 5,5 – 45’ inguardabili per il trottolino, che fa quasi tenerezza nel suo vagare a vuoto sul centro-sinistra della mediana. Ripresa più tonica, e il merito d’essersi guadagnato la punizione dal limite trasformata in gol dal mago Adailton.
Bombardini 6: per metà gara incarna lattacco del Bologna, il sinistro è fatato ma di prima non la dà mai e quindi rallenta l’azione. Un suo diagonale incrociato col mancino sibila a fil di palo con Viviano che guarda e prega. (32’ st Moras sv: entra per difendere il vantaggio, missione fallita).
Adailton 7 – Peggio che a Trieste sul piano dinamico, ma sui piazzati è letale. E a metà ripresa manda in porta Fava. Aspettiamolo.
Fava 5,5: da solo contro tre, si batte e si sbatte ma con poco costrutto. Simangia un gol per tempo, clamoroso quello nella ruipresa su imbeccata di Adailton (22’ st Marazzina sv: gioca pochino,la vede anche meno. Incomprensibile il tentativo di sforbiciata).

I 55 candidati per i FIFPro World XI Player Awards

55 players shortlisted for FIFPro World XI Player Awards
FIFPro (Fédération Internationale des Associations de Footballers Professionnels), the worldwide representative organisation for all professional footballers, announced the 55 players shortlisted for the third FIFPro World XI Player Awards.
In July and August this year the 45,000 professional footballers, including players from the eircom League of Ireland, belonging to the 42 professional organisations across the world that form FIFPro received voting forms in a secret ballot to nominate their peers for inclusion in their “World XI” - choosing the four defenders, three midfielders, three forwards and goalkeeper they most admire.
It is striking that, out of the 55 nominees, almost all were playing in Italy, Spain and England last season. The English Premiership attracted the most nominees with 20, followed by the Spanish Primera Division with 17 and Italy’s Serie A with 15. The Bundesliga in Germany generated two nominees, and the French Ligue 1 and Argentines Primera Division also provided one each.
Champion League winners AC Milan heads the list for the most nominations with nine, Manchester United have eight, Barcelona, Chelsea and Real Madrid seven, Valencia, Liverpool, Inter, AS Roma and Bayern Munich two and there is one each from Juventus, Fiorentina, Sevilla, Villareal, Arsenal, West Ham United, Tottenham Hotspur, Olympique Lyon and Boca Juniors.
Italy leads the way with the most players in the short list with 11, followed by nine Englishmen, seven from Brazil, six from Spain, four from Argentina, three from Holland, France and Portugal, and Bulgaria, Germany, Romania, Serbia, the Czech Republic, Sweden, Ghana, Ivory Coast and Cameroon each provide one player in the 55.

The 55 player shortlist in full is: (Home country/ Club 2006/2007)

Goalkeepers: Gianluigi Buffon (Italy/ Juventus), Iker Casillas (Spain/ Real Madrid), Petr Cech (Czech Republic/ Chelsea), Nelson de Jesus Silva ‘Dida’ (Brazil/ AC Milan), Edwin van der Sar (Holland/ Manchester United)

Defenders: Éric Abidal (France/ Olympique Lyon), Daniel Alves (Brazil/ Sevilla), Roberto Ayala (Argentina/ Valencia), Fabio Cannavaro (Italy/ Real Madrid), Roberto Carlos da Silva (Brazil/ Real Madrid), Jamie Carragher (England/ Liverpool), Ricardo Carvalho (Portugal/ Chelsea), Cristian Chivu (Romania/ AS Roma), Ashley Cole (England/ Chelsea), Rio Ferdinand (England/ Manchester United), Philipp Lahm (Germany/ Bayern Munich), Ferreira Lucio (Brazil/Bayern Munich), Paolo Maldini (Italy/ AC Milan), Marco Materazzi (Italy/ Inter), Alessandro Nesta (Italy/ AC Milan), Carles Puyol (Spain/ Barcelona), Sergio Ramos (Spain/ Real Madrid), John Terry (England/ Chelsea), Nemanja Vidic (Serbia/ Manchester United), Gianluca Zambrotta (Italy/ Juventus).

Midfielders: David Beckham (England/ Real Madrid), Anderson Deco (Portugal/ Barcelona), Mickaël Essien (Ghana/ Chelsea), Gennaro Gattuso (Italy/ AC Milan), Steven Gerrard (England/ Liverpool), Andrès Iniesta (Spain/ Barcelona), Ricardo Kaká (Brazil/ AC Milan), Frank Lampard (England/ Chelsea), Claude Makélélé (France/ Chelsea), Andrea Pirlo (Italy/ AC Milan), Juan Roman Riquelme (Argentina/ Villareal/Boca Juniors), Cristiano Ronaldo (Portugal/ Manchester United), Paul Scholes (England/ Manchester United), Clarence Seedorf (Holland/ AC Milan), Xavi (Spain/ Barcelona).

Forwards: Dimitar Berbatov (Bulgaria/ Tottenham Hotspur), Didier Drogba (Ivory Coast/ Chelsea), Samuel Eto’o (Cameroon/ Barcelona), Thierry Henry (France/ Arsenal), Zlatan Ibrahimovic (Sweden/ Inter), Filippo Inzaghi (Italy/ AC Milan), Lionel Messi (Argentina/ Barcelona), Ruud van Nistelrooy (Holland/ Real Madrid), Ronaldinho (Brazil/ Barcelona), Ronaldo (Brazil/ Real Madrid/ AC Milan), Wayne Rooney (England/ Manchester United), Carlos Tévez (Argentina/ West Ham United), Luca Toni (Italy/ Fiorentina), Francesco Totti (Italy/ AS Roma), David Villa (Spain/ Valencia).

Ronaldinho, FIFPro World Player of the Year in 2005 and in 2006, opened the FIFPro World XI 2007 elections in June: ‘The football world has presented many awards, but to be chosen by your own colleagues really means the most to me. They know what you need to reach the top, they understand the game and if they consider you to be the best, and if they want you to receive this award, then this will give you the greatest satisfaction.’

The final World XI will be announced on 5th October 2007.

lunedì, settembre 24, 2007

Pablito Rossi: "lunga vita al Vecio"

CHIACCHIERATA CON PAOLO ROSSI
Sono tanti i ricordi che mi legano a Enzo Bearzot. Ha contato moltissimo nella mia carriera e, di conseguenza, nella mia vita. Nella quale è entrato di prepotenza. Non solo e non tanto perché mi ha portato al Mondiale di Argentina 78 quando non avevo ancora 22 anni, ma per quello che ha fatto, per la stima e la fiducia che ha sempre riposto in me. Anche, e soprattutto, nei momenti di difficoltà che ho incontrato. Gli sarò sempre riconoscente e credo di poter dire che, senza di lui, probabilmente non sarei diventato quello che sono. È vero che, forse, l’ho ampiamente ripagato, ma lui è sempre stato dalla mia parte anche prima, quando ancora non avevo segnato i tre gol al Brasile e noi, insieme, non avevamo vinto il Mondiale di Spagna 82. Per questo, e per molto altro, è una persona che sento e sentirò sempre molto vicina.

Dal punto di vista strettamente sportivo, come allenatore, non posso che ritenerlo fra i più bravi in assoluto. Preparato, competente, aveva una conoscenza vastissima dei giocatori, degli avversari delle squadre. E allora non c’era internet, non c’erano emittenti televisive che mandavano in onda, come invece avviene oggi, immagini di calcio provenienti da ogni parte del mondo. Preparava minuziosamente le partite, le marcature, le situazioni di gioco. E dal punto di vista umano, non c’è neanche bisogno di dirlo, non aveva rivali. È sempre stato anche una persona di grande cultura, e nel calcio è una cosa abbastanza rara.

In lui rivedo mio padre: la loro era una generazione che era cresciuta con dei valori e dei principi radicati, talmente forti da farne il fulcro della vita. Per fare una cosa, e farla bene, si doveva essere preparati. E un altro aspetto che ricordo volentieri è che noi per lui eravamo i “suoi ragazzi”. I giocatori li trattava come figli. Ci difendeva da tutto e da tutti. C’eravamo innanzi tutto noi giocatori, e solo poi lui. Non diceva mai “io”, ma “noi”. E questo è sempre bello.

Mi piace ricordare un aneddoto, forse non molto noto al grande pubblico, che ritengo emblematico di come era Bearzot. Alla fine della partita nella quale segnai i tre gol al Brasile, eravamo sul pullman che dallo stadio ci riportava all’albergo dove eravamo in ritiro. Dopo le partite, lui era solito parlare un po’ con tutti, di alcuni aspetti della gara, del gioco. Mi aspettavo che, alla fine di quella che per me era stata una giornata straordinaria, venisse a dirmi qualcosa tipo “bravo”, “sei stato in gamba” o anche solo “hai fatto il tuo dovere”, insomma un elogio o qualcosa del genere. Invece si siede vicino a me e mi dice: “Fra tre giorni c’è la semifinale, incomincia a prepararti”. Si è alzato e se n’è andato. Questo per fare capire com’era lui in certe situazioni. Poi magari i complimenti te li faceva, ma in un’altra occasione. In alcuni momenti era talmente concentrato che guardava oltre, più lontano.

In tanti mi chiedono un confronto tra lui e Marcello Lippi, il nostro ultimo Ct campione del mondo: che cosa li accomuna e in che cosa sono diversi. Faccio fatica a rispondere perché Marcello, quest’anno mio compagno di viaggio a SKY Sport per la Champions League, non lo ho avuto come allenatore. Lo conosco da tanti anni, e per lui parlano i (grandissimi) risultati. Posso dire che appartengono a generazioni tra loro lontane e troppo diverse. Un punto d’incontro è forse lo stesso rapporto, aperto e schietto, che entrambi hanno sempre instaurato con i propri giocatori. In questo si somigliano, ma mi fermerei qui. Caratterialmente, Bearzot è molto più duro, più rigido. Lippi è più aperto. Bearzot nel calcio di oggi, quello dei calciatori-divi, proprio non lo vedrei. Lui è figlio di un altro calcio. Non a caso è da tantissimo che non si fa vedere. Non ama apparire, presenziare.

In occasione dei suoi ottant’anni, auguro lunga vita al Vecio. Se lo merita, perché persone così hanno tanto da insegnare. In tanti gli dobbiamo molto. E me ne intendo, lui è come certi vini pregiati: più invecchiano e più migliorano. Buon compleanno, mister.
(TESTO RACCOLTO DA CHRISTIAN GIORDANO)

domenica, settembre 23, 2007

GLI SPOGLIATOI di Triestina-Bologna 1-3

«Mi sono sentito di nuovo giocatore: prima arrivavo sempre in ritardo sul pallone, adesso ci arrivo insieme all’avversario». Ha il dono della sintesi, Adailton. Come in campo. Messa finalmente alle spalle la pubalgia, tocca tre palloni: i più importanti. E pesanti. «Ho trasformato due rigori e servito un assist e allora si dice che ho fatto una grande prestazione. Ma chi gioca o allena fa altre valutazioni. A piacermi è stato soprattutto lo spirito della squadra. Sono contento perché la mia punizione è servita a far sbloccare Marazzina. Ma sul piano tecnico, non ho fatto molto: sono stato spesso fuori del gioco e all’inizio ho faticato a trovare la posizione,non ero più abituato a giocare al centro. Rispetto al Genoa dell’anno scorso, curiamo molto più la fase difensiva. Il sistema di gioco è diverso e, rispetto a quella, questa è una squadra più fisica. So che posso dare tanto di più. Come aggressività abbiamo giocato come a La Spezia. In trasferta solo ad Avellino abbiamo fatto male. «È stato un episodio – si accoda Lavecchia, uno scampolo di gioco a gara già decisa - Non avevamo creato molto ma se non avessimo preso gol su palla inattiva, come è capitato oggi, forse finiva zero a zero. Ecco, appunto: un altro gol in fotocopia. «Credo che in settimana ne parleremo», conclude Lavecchia. Sollecitato sulla furiose proteste dei giuliani, in campo, sugli spalti e in sala stampa, si esprime Fava, fischiatissimo ex di turno. «Ci sono rimasto male. Non mi aspettavo questa accoglienza. Chissà che cosa avranno letto o sentito. Qui avevo fatto un anno bellissimo, segnato 22 gol [nel 2002-03, ndr]. E questa estate stavo per tornare. Ma il presidente [Fantinel, ndr] mi ha offerto 70.000 euro in meno del pattuito. Ho trentun anni e devo anche pensare al futuro. Il Bologna mi ha dato entrambe le cose: mi ha accontentato economicamente e ha allestito una squadra ambiziosa, che punta alla Serie A. E sono stato ben contento di venire qui. Sulle contestazioni, non so che cosa ci sia da ridire: abbiamo fatto una grande partita. Il primo rigore era nettissimo», giura Fava. Il secondo? Per Adailton «era già la seconda volta che i difensori saltavano con la mano alta. Brighi ha dovuto concederlo, sennò avrebbero continuato». (ch.giord)

LE PAGELLE di Triestina-Bologna 1-3


BOLOGNA (4-1-2-1-2):
Antonioli 6
– Solito golletto a mo’ di Avellino - su palla inattiva (angolo), incornata in area piccola: pesa la recidiva. Prima e dopo, ordinaria amministrazione: la punizione di Allegretti via dall'incrocio e l’acrobazia di Granoche nel primo tempo, il tentato bis dell’uruguaiano e la telefonata di Sgrigna nel secondo.
Daino 7: Il migliore. Bene in entrambe le fasi, testa mai in vacanza. Il gol d'apertura è l'istantanea della sua gara: chiude duro su Testini, sgroppa per metà campo e in verticale innesca Fava che va in porta.
Terzi 6: Senza infamia né lode. E Granoche è un brutto cliente: tocca tre palle, una ne butta dentro e in due fa correre brividi. Marcare a uomo sui piazzati, specie l’unica punta, no?
Castellini 6,5: Il capitano ha la vista lunga, non a caso è l’unico, nel dopogara a fare un pelo d’autocritica. Sul prato come al microfono: pulito e preciso. Rete di Granoche esclusa.
Costa 6: Sulla sua corsia non si gioca mai, lui se ne sta buono dietro e male non fa. Anzi, mette dentro il pallone sul quale Kyriazis fa harakiri con la mano. Evita il giallo quando lo meritava e lo becca per un’inezia.
Mingazzini 6: Il mezzo punto si resetta per default per essersi divorato il gol dell’1-4: piattone alle stelle da pochi passi. Solita mignatta, defilata sul centro-destra. Con l’aiuto di Adailton spegne Allegretti, hai detto niente.
Amoroso 6: Gioca play "basso" nel rombo, prova a dettare i tempi ma più che un regista resta un sublime portatore di palla.
Carrus 6: Da interno sinistro convince il giusto, ma non perde palloni e fa legna. Crescerà.
Adailton 6,5: Come Totti con l’Australia: tocca la prima palla per andare sul dischetto. Ne mette due spiazzando Rossi, poi serve la palla del tris. Per sovrammercato, chiude come esterno alto nel 4-4-2 che sa tanto di 4-5-1 con cui Arrigoni si copre nel finale. Quando sarà in forma, che farà? (33’ st Danilevicius sv: al primo pallone va giù: Piangerelli passa col giallo. Poi un'occasione divorata).
Fava 6,5: nel primo tempo spacca la gara e si fa un mazzo così, perdonate l’oxfordismo. Splendida la volata conclusa con il tunnel su Mezzano e l’atterramento – punito dal rigore, e forse da rosso – da parte di Kyriazis. Nel secondo sta largo per non pestarsi i piedi con Marazzina. Ma non era una convivenza impossibile? Ingenerosi i fischi e i vaffa per il “tradimento”: buon segno. (28’ st Lavecchia sv: stesso trattamento riservato al lituano, ma Piangerelli con lui se l’era cavata. Va a coprire il binario di destra, a vittoria già in ghiacciaia).
Marazzina 6,5: Avvio con pochi guizzi. Meglio nella ripresa, duale e perciò complementare a Fava. Nel gol, si guadagna e incorna la punizione-assist di Adailton. Fortuna che era "poco brillante" e orfano di Zauli a imbeccarlo nei tagli (28’ st Di Gennaro sv: entra quando già si fa accademia. Subisce un fallo utile a far girare le lancette).
CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, settembre 21, 2007

Granoche, dvd collection


Galeotto fu il dvd. Nell’era dello scouting capillare, del recruiting scientifico, la Triestina s’è trovata un bomberino saltando l’Atlantico e le sfibranti giornate all’AtaQuark. Grazie al procuratore di Pablo Mariano Louro Granoche, 24enne (il 5 settembre) uruguaiano col vizio della rete sin lì ben occultato, che le ha spedito un plico in sede a Piazzale Atleti Azzurri d'Italia, 1. Il filmato contenente le prodezze viene valutato dall’occhio esperto del ds De Falco (79 centri in 193 gare coi giuliani dall’81 all’87, 3 in 23 nell’88-89).
Qualcosa deve aver visto, in quel delantero di Montevideo di 1.82 x 74 kg, per aggregarlo alla prima squadra dopo avergli inchiostrato un quinquennale. L’intento era trovargli un parcheggio ove maturare senza troppe pressioni, invece quello non smette di segnare. Maran lo butta nella mischia: gol al Messina e al Lecce nelle prime tre gare.
All’Unione, dove s’aspettavano Guidetti dello Spezia o il non ancora rossoblù Fava, eventuale cavallo di ritorno, l’accolsero al grido di «grezzo puledrone». D’incanto era tornato “El Diablo”, e avevano acquistato peso specifico gli scorsi due campionati, in Messico, con Toluca, Vera Cruz e Rojos Coatzacoalcos. Idem la trentina di gol segnati, compreso quello valso il titolo al Toluca.
Terzo di tre fratelli, di 31 e 28 anni, tira i primi calci a sei. Da pro’ debutta nel febbraio 2001, nel Miramar Misiones contro il Central Español. Il primo gol nella massima serie lo rifila al Plata de Coruña. Nel River Plate di Montevido gioca in tutte le divisioni, compresa la prima, dov’è capocannoniere con 16 centri. Le timbrate gli valgono un ticket di sola andata per il Messico. Il debutto nel Toluca è da film: rete all’ultimo minuto al San Luis, nel «día mas feliz de mi vida». Come in B, per impattare quello del messinese Galeoto.
CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, settembre 14, 2007

Il Ct giusto nel Paese e nel momento sbagliati


Milano, 8 settembre 2007

- Roberto Donadoni, si aspettava questa Francia: Anelka prima punta e in coppia con Henry, più due esterni molto offensivi quali Malouda e Ribéry?
"Grosso modo sì. Le caratteristiche della squadra sono quelle, e loro non è che abbiano cambiato tanto: l'unica variante è stata quella del centrale Escudé in difesa, accanto a Thuram, per lasciare Abidal a sinistra e Diarra a destra. E dietro, avendo sulle fasce due esterni con spiccate propensioni offensive, hanno tenuto i terzini abbastanza 'bassi'. Mi aspettavo una formazione di quel tipo, e difatti è cambiata davvero poco".

- Non aver battuto questa Francia, in casa, con Ribéry e Vieira a mezzo servizio e Henry così fuori forma, la ritiene un'occasione persa?
"No, ma magari, rigiocandola fra due mesi, darei una risposta diversa. Ora no. La nostra condizione fisica è questa, di più non potevamo fare. La Francia ci ha messo in difficoltà solo in due situazioni, e in una ci siamo trovati con un paio di nostri giocatori che sono scivolati. Per il resto, grandi azioni non ne hanno create. E si vedeva che le loro condizioni fisiche erano migliori delle nostre. Vieira lo conosco come giocatore, sapevo che nell'Inter era stato fermo per via di un infortunio. Ma quello di stasera le pareva un giocatore in difficoltà? A me non pareva avesse problemi fisici. Anzi".

- Touché. Visto il ravvicinato impegno con l'Ucraina, e la squalifica di Gattuso, dobbiamo aspettarci parecchi cambiamenti nella formazione?
"Ora è difficile dirlo. Dal punto di vista fisico abbiamo speso tanto e la condizione non è ottimale. Vedremo come i giocatori che sono stati impegnati recupereranno. Avevamo cinque diffidati e in una partita del genere ci stava che uno di loro venisse ammonito e, quindi, poi squalificato. Per Gattuso (a sinistra nella foto con Florent Malouda, ndr) un sostituto lo troveremo".

- De Rossi, centrale di sinistra nel centrocampo a tre, non è stato brillantissimo. Ha influito il diverso sistema di gioco, visto che nella Roma lui è uno dei due mediani bassi?
"Non scherziamo. Mezzo destro, mezzo sinistro (sorride, evidentemente è voluta la citazione del noto B-movie calciastico, ndr): non c'entra niente. Questi sono fior di professionisti e per loro non cambia molto. Sono bravissimi a fare tutto".

- Del Piero è uscito tra i fischi.
"Ha speso moltissimo, ha svolto un lavoro di grande sacrificio (come esterno alto di sinistra, ndr) e di questo gliene va dato atto. Avevo già cambiato due giocatori ealtrimenti lo avrei tolto prima, ma non si può rischiare, se si fa male un giocatore, di giocare gli ultimi 25'-30' con un uomo in meno. Lui come tutta la squadra di più non poteva dare. Difesa e centrocampo sono andati bene. Siamo mancati un po' nella spinta e negli appoggi a Inzaghi. E Barzagli - su cui tutti si sono permessi di dare giudizi - ha dimostrato che qui può starci e bene, e anche alla grande".

- Con Toni al centro dell'attacco, avremmo visto una gara diversa?
"Lui e Inzaghi hanno caratteristiche diverse. Non cerco alibi, né mi interessano questi discorsi. Abbiamo provato a recuperarlo e non ci siamo riusciti. Hanno scritto che ci sarebbe mancato Materazzi. A questa difesa, stasera, è mancato Materazzi? Se sì, allora ho visto un'altra partita. Non mi rammarico se qualcuno non può giocare, perché al suo posto gioca un altro mio giocatore. E quelli che ho mi soddisfano, altrimenti non li convocherei".

- A quando, in Italia, un pubblico civile che non fischi l'inno della nazionale ospitata?
"Sono dispiaciuto. Non è una bella cosa e non mi ha fatto piacere. Non ne vedo il motivo, non è un atteggiamento da tenere. Anche credo che il vero bersaglio sia chi ha parlato troppo, e magari con qualche eccesso (chiaro il riferimento allo squalificato Ct francese Raymond Domenech, ndr) e all'ambiente che quelle polemiche dichiarazioni hanno contribuito a creare. Non penso che quei fischi fossero indirizzati tanto all'inno francese (la Marsigliese, ndr) o alla Francia intesa come Paese".
CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, settembre 13, 2007

Ritardo di preparazione


IL TABELLINO di Italia-Francia 0-0
Milano (stadio Giuseppe Meazza), 8 settembre 2007
Italia (4-1-4-1): 1 Buffon - 22 Oddo, 5 Cannavaro, 6 Barzagli, 19 Zambrotta - 21 Pirlo - 16 Camoranesi (57' Perrotta), 8 Gattuso, 10 De Rossi, 7 Del Piero (82' Di Natale) - 9 Inzaghi (64' C. Lucarelli). All. Donadoni. Panchina: Amelia, Panucci, Grosso, Ambrosini.
Francia (4-4-2): 1 Landreau - 21 L. Diarra, 15 Thuram, 17 Escudé, 3 Abidal - 22 Ribéry (85' Toulalan), 4 Vieira, 6 Makélélé, 7 Malouda - 12 Henry, 39 Anelka. All. Domenech. Panchina: Frey, Evra, Govou, Clerc, Mèxes, Trézéguet.
Arbitro: Michel (Slovacchia).
Ammoniti: Makélélé, Henry (F), Gattuso, De Rossi.

Inizio dei campionati europei in cui militano i nazionali convocati:

- PREMIER LEAGUE (Inghilterra): 11 agosto
L. Diarra (Arsenal), Makélélé e Malouda (Chelsea), Anelka (Bolton). In panchina: Evra (Man Utd).

- LIGA (Spagna): 26 agosto
Cannavaro (Real Madrid), Zambrotta (Barcellona). Thuram, Abidal e Henry (Barcellona), Escudé (Siviglia).

- SERIE A (Italia): 25-26 agosto
Buffon - Barzagli (Palermo), Ambrosini, Oddo, Pirlo, Gattuso e Inzaghi (Milan), Camoranesi e Del Piero (Juventus), De Rossi, Panucci, Perrotta e Mèxes (Roma), Di Natale (Udinese), Vieira (Inter). Panchina: Amelia (Livorno), Ambrosini (Milan); Frey (Fiorentina), Mèxes (Roma), Trézéguet (Juventus).

- BUNDESLIGA (Germania): 10-12 AGOSTO
Ribéry (Bayern Monaco).

- LIGUE 1 (Francia): 4 AGOSTO
Landreau (PSG), Toulalan (Olympique Lione). Panchina: Grosso; Govou e Clerc (Olympique Lione).

- UKRAINIAN PREMIER LEAGUE (Ucraina): 13 luglio
C. Lucarelli (Shakthar Donetsk)

Serve aggiungere altro?
CHRISTIAN GIORDANO

Sport agonistico

Adnkronos delle 19:36.
"Tra le novità del Tg1 spiccano una nuova rubrica sulla società italiana, una rubrica sull'immigrazione, quella di italiani come noi che sono però nati da un'altra parte; una rubrica sulla tecnologia che spieghi perche' ha cambiato il nostro modo di vivere e poi, ha affermato Riotta, 'rilanceremo la rubrica sui libri'.
E sugli ascolti [il direttore] Gianni Riotta ha sottolineato "siamo leader, ma non faremo mai niente per fare ascolti. Non ci sono morti di serie A e quelli di serie B, accanto a Garlasco abbiamo sempre messo le due prostitute trovate nei sacchi. Il giornalismo non è uno sport agonistico. Dal 1 gennaio all'11 settembre del 2003 il Tg1 - ha proseguito Riotta leggendo i dati Auditel - aveva il 30,8% di share e, nello stesso periodo del 2007, il 32,4 %, allora il distacco con il Tg5, ottimo telegiornale, era del 3,2 e oggi è del 4,8. Quando [Clemente] Mimun ha lasciato, il Tg1 era leader ed è mio dovere mantenere la qualità e cercare di migliorare la qualità'".
Lapsus o no (qualità/quantità, decidete voi che cosa va dove), per essere uno che "non farà mai niente per fare ascolti" sembra tenerci parecchio, agli ascolti. Ma su una cosa il direttore ha ragione. Il giornalismo del suo Tg1, come quello del predecessore (per non parlare dell'"ottimo Tg5"), non è uno sport agonistico. È wrestling.
CHRISTIAN GIORDANO

Fine di un’epoca


“New Goodison” è il nome, ufficioso, che alcuni sostenitori dell’Everton hanno dato al progetto del nuovo stadio da 50.000 posti di Kirkby. Troppo costosa la ristrutturazione del Goodison Park e tramontata ogni possibilità di accordo con gli abitanti delle zone limitrofe di “spostarlo”, il club s’è messo alla ricerca di un terreno per il nuovo impianto.
C’erano due opzioni, restare a Liverpool o andare sotto il Comune di Knowsley. Buona la seconda, ma solo a patto – ha subito fatto sapere la società – previa il benestare dei tifosi. Il 7 febbraio 2007 la dirigenza ha sottoposto il progetto al Consiglio comunale di Knowsley, indicando come ubicazione preferita quella accanto al Community College.
L’opzione-Kirkby comprende uno stadio che ricalca grossomodo quello del Colonia, il RheinEnergie Stadion, utilizzato nel Mondiale 2006. Appoggiato da Terry Leahy, a.d. della catena di supermercati Tesco, il complesso comprende l’omonimo ipermercato, un hotel, negozi esclusivi e… la chance di ospitare gare del Mondiale del 2018. Secondo le disposizione FIFA, solo una città può avere due stadi come sede di partite della manifestazione. Il nuovo stadio dell’Everton, qualora la norma dovesse decadere, potrebbe ospitarne.
Anche se il sito del nuovo stadio dista “solo” 4 miglia dall’attuale Goodison Park, molti tifosi si sono opposti al trasferimento – ormai realtà – oltre i confini cittadini. Il 10 marzo 2007, alcuni “Evertonians” hanno costituito il movimento “Keep Everton In Our City” (KEIOC) nell’intento di impedire che l’Everton FC uscisse dalla cinta di Liverpool.
A farne parte c’era anche Warren Bradley, leader del Liverpool Liberal Democrat Council, secondo il quale il Consiglio comunale doveva “vergognarsi” per non aver fatto abbastanza per trattenere l’Everton nel territorio cittadino.
Anche parecchi ex giocatori del club vi hanno aderito, compresi gli ex beniamini della tifoseria Duncan Ferguson, Tony Kay e Ronnie Goodlass.
Il 9 settembre 2007, Bradley ha accusato il quotidiano locale “Liverpool Echo” di essersi rifiutato di pubblicargli degli articoli sul tema. Forse perché, in quel raduno, Bradley aveva accusato il presidente dei Blues, Bill Kenwright, di non voler cedere il club.
Il 20 luglio sono stati presentati i piani per lo stadio. Prima, però, l’Everton aveva indetto una consultazione, vincolante, per decidere se quella di Kirkby sarebbe stata davvero la migliore opzione. Ad esprimere la propria preferenza erano stati chiamati gli abbonati della stagione 2007-08, quelli degli ultimi tre anni, i soci adulti del club e gli azionisti. Kenwright, che detiene circa 10.000 azioni, aveva un voto. Come tutti gli altri. Niente diritto di voto per i possessori di biglietti-omaggio. Il 24 agosto l’esito dell’urna (telematica): di circa il 70% dei votanti, il 59.27% ha risposto sì al trasferimento. L’alba di una nuova era.
CHRISTIAN GIORDANO

E l’Everton generò il Liverpool

CI sono volute l’avidità di un birraio locale, il fervore di un organista di chiesa e il rattoppo finanziario di un dottore per dare a Liverpool due club di calcio professionistici. Il primo, l’Everton, esisteva da sei anni quando, nel 1884, si vide offerire un sito per un nuovo campo dal birraio John Houlding. Il terreno era in Anfield Road, e Houlding ne era coproprietario con un’altra ditta di birrai, la Orrell Brothers. Houlding possedeva anche il Sandon Hotel, albergo che i giocatori usavano per cambiarsi e dove si tenevano le riunioni del club.
Nella sua prima partita all’Anfield, il 27 settembre 1884, l’Everton batte 5-0 l’Earlestown. Poi la squadra reclutò i suoi primi giocatori professionisti, partecipò per la prima volta alla FA Cup nel 1886, due anni dopo fu uno dei membri fondatori della Football League e nel 1891 vinse il titolo.
A quel punto, in migliaia seguivano l’Everton ogni settimana, e Houlding, divenuto presidente, era uno cui certo non faceva difetto il fiuto per gli affari. In quattro anni raddoppiò l’affitto alla società e insisté che il catering dell’intera area venisse fornito dalla sua azienda. Un gruppo di membri dell’Everton guidati da George Mahon, organista alla St Domingo Church, non aveva mai visto di buon occhio gli stretti legami del club con lo smercio della birra. Così Mahon unì le forze con un facoltoso medico, il dottor James Baxter, per proporre che il club si trasferisse al nuovo terreno in Goodison Road, dall’altra parte dello Stanley Park.
Mahon e Baxter godevano del sostegno della maggioranza tra i membri fondatori, ma Houlding, furioso per l’affare sfumato, registrò di nascosto il nome Everton come “limited company” (la nostra società a responsabilità limitata, ndr) e giurò di costituire, con quel nome, un nuovo club per giocare all’Anfield.
Il 15 marzo 1892, “King John”, come lo chiamavano i tifosi, veniva ufficialmente “kicked” (cacciato) dalla dirigenza dell’Everton FC. La FA dispose che poteva esserci soltanto un Everton e si schierò con Mahon e Baxter, costringendo così Houlding a cambiare il nome del nuovo club. Così nacque il Liverpool.
In risposta alla scissione, la “Liverpool Review” storse la bocca: «The fat is in the fire now». Locuzione dai molteplici significati: ormai è fatta; ci siamo; ora viene il bello. Dopo oltre un secolo, il grasso della rivalità ancora frigge. (c.g.)


Fine di un’epoca
“New Goodison” è il nome, ufficioso, che alcuni sostenitori dell’Everton hanno dato al progetto del nuovo stadio da 50.000 posti di Kirkby. Troppo costosa la ristrutturazione del Goodison Park e tramontata ogni possibilità di accordo con gli abitanti delle zone limitrofe di “spostarlo”, il club s’è messo alla ricerca di un terreno per il nuovo impianto.
C’erano due opzioni, restare a Liverpool o andare sotto il Comune di Knowsley. Buona la seconda, ma solo a patto – ha subito fatto sapere la società – previa il benestare dei tifosi. Il 7 febbraio 2007 la dirigenza ha sottoposto il progetto al Consiglio comunale di Knowsley, indicando come ubicazione preferita quella accanto al Community College.
L’opzione-Kirkby comprende uno stadio che ricalca grossomodo quello del Colonia, il RheinEnergie Stadion, utilizzato nel Mondiale 2006. Appoggiato da Terry Leahy, a.d. della catena di supermercati Tesco, il complesso comprende l’omonimo ipermercato, un hotel, negozi esclusivi e… la chance di ospitare gare del Mondiale del 2018. Secondo le disposizione FIFA, solo una città può avere due stadi come sede di partite della manifestazione. Il nuovo stadio dell’Everton, qualora la norma dovesse decadere, potrebbe ospitarne.
Anche se il sito del nuovo stadio dista “solo” 4 miglia dall’attuale Goodison Park, molti tifosi si sono opposti al trasferimento – ormai realtà – oltre i confini cittadini. Il 10 marzo 2007, alcuni “Evertonians” hanno costituito il movimento “Keep Everton In Our City” (KEIOC) nell’intento di impedire che l’Everton FC uscisse dalla cinta di Liverpool.
A farne parte c’era anche Warren Bradley, leader del Liverpool Liberal Democrat Council, secondo il quale il Consiglio comunale doveva “vergognarsi” per non aver fatto abbastanza per trattenere l’Everton nel territorio cittadino.
Anche parecchi ex giocatori del club vi hanno aderito, compresi gli ex beniamini della tifoseria Duncan Ferguson, Tony Kay e Ronnie Goodlass.
Il 9 settembre 2007, Bradley ha accusato il quotidiano locale “Liverpool Echo” di essersi rifiutato di pubblicargli degli articoli sul tema. Forse perché, in quel raduno, Bradley aveva accusato il presidente dei Blues, Bill Kenwright, di non voler cedere il club.
Il 20 luglio sono stati presentati i piani per lo stadio. Prima, però, l’Everton aveva indetto una consultazione, vincolante, per decidere se quella di Kirkby sarebbe stata davvero la migliore opzione. Ad esprimere la propria preferenza erano stati chiamati gli abbonati della stagione 2007-08, quelli degli ultimi tre anni, i soci adulti del club e gli azionisti. Kenwright, che detiene circa 10.000 azioni, aveva un voto. Come tutti gli altri. Niente diritto di voto per i possessori di biglietti-omaggio. Il 24 agosto l’esito dell’urna (telematica): di circa il 70% dei votanti, il 59.27% ha risposto sì al trasferimento. L’alba di una nuova era.
CHRISTIAN GIORDANO

Fuori i secondi

COME la giri la giri, alla fine ha sempre ragione quel compianto satanasso di Bill Shankly, mente del primo Liverpool “europeo”: «Ci sono soltanto due squadre a Liverpool: il Liverpool e le nostre Riserve».
Oggi è vero in parte, ma è un fatto che, sulle rive del Mersey, i Blues finiscano “secondi” anche dove storicamente erano davanti. Il primo club cittadino, per fondazione (nel 1878 come St Domingo FC, il nome della parrocchia metodista del quartiere Everton), si trasferirà a Kirkby, periferia nord-est nota, fin qui, per aver dato i natali a Phil Thompson, “The Kirkby Kid”, idolo Reds sin dal debutto in prima squadra, nel 1973-74. Ora invece dà il nome alla Kirkby Proposal. La Proposta, indecente, è il nuovo stadio da 55.000 posti che porti al club concrete speranze, se non di vincere qualcosa, almeno di competere per.
La data spartiacque è il 16 luglio 2007: 36.662 tifosi (fra abbonati recenti acquirenti di biglietti) sarebbero stati contattati per un sondaggio on-line, vincolante e non solo indicativo, riguardo l’addio allo storico Goodison Park: primo stadio costruito, nel 1892, per il calcio, ad avere il terreno riscaldato, e, in Inghilterra, i “dugouts” coperti. Tali sono i 40.569 posti sulle 4 tribune (The Park End, Bullens Road, Gwladys Street End e Main Stand), troppo pochi.
Per reggere il confronto con gli impianti delle big della Premier League, il 59,27% dei 25.761 votanti ha detto sì al colesterolo da gigantismo che affligge il calcio del Terzo millennio; 15.456 i favorevoli, 10.305 i contrari, ammesso abbiano ben capito la domanda referendaria, redatta con fumosità tipiche di altre latitudini. Il concetto, quello sì, invece era chiarissimo: andarsene costava relativamente poco, circa 15 milioni di euro, perché i restanti 65 li avrebbero scuciti il Comune di Knowsley e la Tesco, catena di supermercati che ha colonizzato mezzo Regno Unito e Irlanda; non farlo avrebbe significato, di fatto, arrendersi alla poco aurea mediocrità. Ha vinto il partito “progressista”, nonostante la poderosa campagna Keep Everton In Our City (KEIOC) di quello “conservatore” e l’avverso parere del Consiglio comunale. Alla faccia del “deal of the century”, l’affare del secolo.
Coincidenza assai evertoniana, è in via di realizzazione il faraonico, avveniristico progetto del nuovo Anfield, cattedrale da 60.000 posti (espandibili a 76.000) che – a poche decine di metri da quello attuale, e sempre affacciato sullo Stanley Park, all’altra estremità del quale c’è il Goodison Park – ospiterà il Liverpool del futuro. Un tempo cominciato ben prima dell’agosto 2010, data prevista per la partita d’inaugurazione.
Il 4-4-2 di David Moyes, ora. Il suo sesto Everton investe, ma sull’altra sponda spendono come non mai, nell’èra-Benítez allenatore: da Fernando Torres (36 milioni di euro) in giù. Al Goodison Park è arrivato Yakubu Aiyegbeni, 25 anni il 22 novembre, possente attaccante (subito a segno) costato 17,3 milioni: più di tutti nella storia del club. Il nigeriano - secondo solo a Henry per reti nelle ultime quattro Premier League - va a far coppia con la stella Andrew (Andy) Johnson e trova il centrale difensivo Joseph Yobo, compagno di nazionale.
Contratti lunghi ai giovani bravi e veterani motivati (l’esterno destro Phil Neville, il portiere Tim Howard), meglio se in prestito o svincolati (il secondo portiere Stefan Wessels dal Colonia), la politica per “il club della gente” (copyright di Moyes). In terza linea è arrivato Leighton Baines, 22enne terzino sinistro della Under 21, firmato con un quinquennale al termine di una estenuante trattativa col Wigan Athletic, convinto da 6 milioni. Decisiva, nell’esito, la moglie, in attesa del secondo figlio e contraria a trasferirsi nel nord-est (Sunderland). Ah, Baines è di Kirkby.
Neanche un mese prima, il 15 luglio, Moyes era sbottato: «Ci sono stati acquisti irresponsabili, alcuni club hanno reso difficile il mercato delle squadre meno ricche. Stiamo facendo il possibile». Limpido il riferimento alle follie delle due di Manchester, Tottenham, Fulham, West Ham e, ovvio, i Reds dei magnati Usa George Gillett e Tom Hicks.
Nel «possibile» non sono rientrati il riscatto del mediano Manuel Fernandes - 9 milioni di euro la sparata di Benfica e GSA (Global Sports Agency, fondo di investimento che detiene il 50% del cartellino) per il “nuovo Makelele”, finito al Valencia per il doppio e un esaennale -, il laterale sinistro della nazionale Stewart Downing (15 milioni, più la punta James Beattie e l’ala-flop Andy van der Meyde, prossimo al foglio di via per le troppe mattane, non hanno convinto il Boro). Sfumato Appiah, Moyes ha gradito, in prestito dal Celtic, il ritorno del duro Thomas Gravesen, rientrato all’ovile lasciato, nel 2005, dopo cinque stagioni, in cambio di 3,75 milioni di euro, per il Real Madrid. Altro prestito, dal Dortmund, è Steven Pienaar, ex jolly Ajax che forse ha trovato pace sulla mediana sinistra. Dall’altra parte, giganteggia Mikel Arteta, idolo dei tifosi cui manca tanto il 27enne gioiellino australiano Tim Cahill, ancora ai box. Là dietro, invece, comanda sempre più il neonazionale Joleon Lescott, 25 anni, centrale col vizio di metterla. Due volte in cinque gare di campionato, e il Ct Steve McClaren l’ha chiamato, al posto dell’infortunato Sol Campbell, contro Israele e Russia. Pronti all’uso Phil Jagielka (versatile mediano della nazionale B preso per 6 milioni dallo Sheffield Utd, che per 4 s’è preso il “pacco” Beattie), l’ala di punta James McFadden, nazionale scozzese, e il 19enne attaccante della U21 James Vaughan (out con una spalla lussata).
Per una volta che il “People’s Club” tiene botta con le Fab Four in patria e si qualifica per la Coppa Uefa, in tre anni i “cugini” centrano due finali di Champions League, ne vincono una, e, finalmente, partono a razzo in campionato. Allora ditelo.
«Goodbye Goodison, hello Value Dome», mormorano con la morte nel cuore gli Evertonians, cui quest’estate maledetta ha strappato via i piccoli angeli Maddie McCann e Rhys Jones. È il nuovo stadio l’ultima speranza che Rafa Benítez e successori non salutino i futuri neo-Blues come nel 1966 fece Shankly con Ball: «Non preoccuparti, Alan. Sarai a tanto così dal giocare in una grande squadra».
Christian Giordano

domenica, settembre 09, 2007

Succi, la faccia pulita del gol


- Davide Succi, togliamoci il dente: un bolognese mai gravitato nell’orbita rossoblù. C’è sotto qualcosa?
«Niente di strano, questione di percorsi. Primi calci nella Turris, poi il San Lazzaro, che ancora non era Boca. A 15 anni, ho esordito in C2. L’anno dopo (stagione 1998-99, ndr), la società si è unita all’Iperzola. Dieci-undici partite e m’ha preso la Primavera del Milan, allenatore Mauro Tassotti. Dopo un anno e mezzo, ero in quella del Chievo, il tecnico era Riccardo Tumiatti (nel 2002, 38enne candidato alla successione di Delneri in prima squadra, ndr). Poi ho cominciato a girare. Il Bologna lo tifavo da bambino, andavo allo stadio, ma non ci siamo mai incrociati».
- Studi?
«Da geometra, al Pacinotti, poi l’anno e mezzo alla scuola convenzionata col Milan. Mi sono diplomato».
- Torniamo al Chievo, in lei ci credeva ma fino a un certo punto.
«Dipende dalle interpretazioni. Se crede in un giocatore, una società cerca di dargli fiducia e di creargli attorno le condizioni, tecniche e di serenità, per farlo crescere e migliorare. E nella speranza che dia risultati, investe su di lui.
- Il Ravenna l’ha fatto, per riscattare dal club veronese l’intero cartellino. È vero che, pur di restare, lei ha accettato una riduzione dell’ingaggio?
«No. Ma sono consapevole che la società, per tenermi, ha fatto un grosso sforzo».
- Alcuni addetti ai lavori sostengono che Succi ha colpi da Serie A, il carattere insomma.
«Non voglio fare il falso modesto, e non sta a me giudicare. In campo cerco di fare vedere quel che valgo, ma non posso dire di essere o no pronto per quella categoria. Non la conosco. È ovvio che un calciatore cerchi sempre di ambire a traguardi superiori. E di migliorare».
- A 26 anni, i margini per riuscirci ci sono. Anche se a giudicare dal gran gol all’Ascoli, destro e sinistro per lei pari sono.
«Eh, magari. No, il destro è ancora parecchio più avanti. Mi piace partecipare al gioco. Ma per arrivare a certi livelli, di strada devo farne ancora tanta.
- Suo il gol ravennate nell’1-4 in amichevole dell’8 agosto. Se al “Dall’Ara” si ripete, esulterà?
«Sarebbe assurdo non farlo. Bologna è la mia città, ci abita la mia famiglia e ci torno spesso e volentieri. Il Ravenna è la mia società. Non è solo questione di rispetto per i tifosi. Io gioco, e tifo, per il Ravenna. E ormai in Romagna sono di casa. Ho la ragazza di Forlì, a Cesenatico ho gli amici e ci passo le vacanze».
- L’idolo giovanile o il modello cui ispirarsi?
«Marco Van Basten. A quei livelli, nessuno ha mai fatto quelle cose. E con quella classe. Un fenomeno».
CHRISTIAN GIORDANO

Succi, il Cigno di San Donato


Il cigno del quartiere San Donato. Il “van Basten di Bologna” mai visto in rossoblù. Tormentoni, che nella settimana del match al Dall’Ara, gli hanno fatto tenere a lungo spenti entrambi i cellulari.
Inevitabile, per Davide Succi, attaccante che sotto i Portici c’è nato, l’11 ottobre 1981, e ha tirato i primi calci. A cinque anni, nella Croce Coperta Turris, al centro sportivo Arcoveggio di via Certicella. Che del pallone potesse farne mestiere ci spera già nel San Lazzaro non ancora Boca, e all’Iperzola: 10 presenze senza gol in C2 nel 1997-98. Cifre ingannevoli, visto che il Milan per un anno e mezzo lo aggrega alla Primavera, allenata da Tassotti. Dal 2000 è in quella del Chievo, club allora in B, che per sette anni ci crede a metà, quella del cartellino che gli appartiene: Poggese (14 gol in 32 gare in C2 nel 2001-02), Padova (32 gol in coppia con Ginestra, per Succi 11 centri in 31 gettoni in C1 nel 2002-03); nel 2003-04 altre 10 presenze senza reti, in B col Como, e un golletto in 12 alla Spal in C1. Il Chievo lo convoca per il precampionato e lo fa esordire in A: 6 novembre, Brescia-Chievo 1-0. Chiuso da Cossato, Pellissier & C., è la sua unica presenza, in gialloblù e in A. Da gennaio 2005 va in prestito per sei mesi alla Lucchese, 5 timbrate in 19 gettoni. Lì lo nota il ds del Ravenna, fresco di C1, che non si lascia abbindolare dal momentaccio: «Mi è sempre piaciuto, viveva un periodo di difficoltà e così sono riuscito a prenderlo».
La squadra si salva alla penultima giornata, Succi, pur con qualche fischio al Benelli, con 7 gol in 33 partite. «Io gliene ho sempre conteggiati nove – lo difende il presidente Fabbri, che per lui stravede – perché due, regolarissimi, gli vennero annullati». Dal Fiume lascia la panca a Pagliari, futuro artefice della promozione in B dovuta soprattutto ai gemelli del gol (19 Chianese, 18 Succi) innescati dal regista Sciaccaluga.
Non estranei all’esplosione del Nostro la fiducia dell’ambiente, la buona salute, e l’amore, trovato a Forlì. Anche a quello si devono certi progressi del carattere, che, secondo il ds clivense Sartori, non pareva quello del campione. «Non sono d’accordo con Giovanni – s’infervora Pagliari, ruvido di modi, e di piede nella Fiorentina 1978-80, ma che del ruolo ne sa qualcosa – Davide di difetti ne ha tanti, è una battuta, ma ha grandi pregi. A cominciare dalla disponibilità a migliorare. È una persona di sani principi e un ottimo professionista».
Ulivieri lo sa da tempi non sospetti, ma non è riuscito a riportarlo sotto le Due Torri. «È un attaccante completo, di movimento e conosce il gol Sapevo che poteva sfondare. Ho cercato di portarlo al Padova (nel 2004, ndr), e quand’ero a Bologna non c’è più stato modo». Sliding Doors.
Eppure il trait-d’union ci sarebbe stato: il ds rossoblù, Salvatori, è amico di Buffone, che però non fa sconti: «Cederglielo? Non scherziamo. Succi ha 26 anni e grandi prospettive. Me lo tengo stretto».
Ha qualità e valori – si accoda il presidente Fabbri, che per riscattarlo dal Chievo ha ben speso 600 mila euro – e al Ravenna teniamo più ai secondi che alle prime. Davide è un ragazzo d’oro e di grande talento. È elegante, calcia bene con tutti e due i piedi (vedi gol all’Ascoli: stop a seguire di destro che manda al bar Melucci, poi col sinistro brucia Taibi), di testa arriva sempre, da fuori la mette sotto l’incrocio. Per restare con noi ci è venuto incontro, perché da noi si sente a casa. Dopo il primo anno un po’ così, lui, Buffone e io ci siamo fatti una promessa: in B ci saremmo andati tutti insieme. L’abbiamo mantenuta. Succi è stato una nostra scommessa. E con lui ne abbiamo fatta un’altra. Ma resta fra noi. Speriamo che giocando a Bologna non risenta di un campanilismo che proprio non esiste».
CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, settembre 07, 2007

Pagliari, in Dino veritas


«Lode a te, Dino Pagliari». Così la Fiesole al suo “Jesus Christ Superstar”. Cinque lustri dopo, nel dicembre 2005, “asteviola” offre su e-bay un «ciuffo di capelli biondi appartenente alla stella della Fiorentina anni 70, rinvenuto nelle docce dell’Artemio Franchi, dopo l’amichevole Fiorentina-Velletri del 12 settembre 1979».
Antipersonaggio, grugnisce monosillabi ai giornalisti, infastiditi – e intimiditi – dal suo pensare ermetico. Agli allenamenti va in bici. Grandi e piccoli sbavano: «Ciao, Dino». Un'alzata di braccio non manca. Idem cori e striscioni: "Drogaci, Dino". L’autografo? «Chiedilo a lui». Antognoni.
Boa di movimento, piedi quadri e cuore infinito, arriva a Firenze nel 1974. Prestato in B (Spal e Ternana), rientra nel ’78. In A debutta il 22 ottobre, Fiorentina-Lazio 3-0. Nel ’79 e ’80 la Viola, umile e orgogliosa, del compianto presidente Melloni chiude a metà classifica, lui con 44 presenze e 6 gol. Compreso quello, rocambolesco, alla Juventus, segnato sotto la Ferrovia. Da giocatore Perugia, Vicenza, Spal, Ternana, poi in sulle panchine di Vis Pesaro, Maceratese, Fermana, Alessandria, Chieti, Frosinone. Col fratellino Giovanni, altro ex bomberino ora allenatore (neopromosso in C1 col Foligno), apre un centro tecnico presso Macerata, dov’è nato il 27 gennaio 1957.
Non ha più lunghi capelli e pizzetto biondi. E dietro il look da professorino, stempiatura alta e occhialini, bofonchia di calcio nel mai perduto accento. «Povero pallone, imbarbarito ed esasperato da troppo denaro». Se al Ravenna lo è meno, lode a te, Dino Pagliari.
CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, settembre 06, 2007

Sir Carletto


Miguel Muñoz, Giovanni Trapattoni, Johan Cruijff, Frank Rijkaard. E Carlo Ancelotti. Sono gli unici ad aver vinto la Coppa dei Campioni/Champions League sia da giocatori sia da allenatori. Già questo basterebbe a descriverne carriera e status. Che assurgono a leggendari se, come è riuscito al tecnico milanista, fai il bis rovesciando in capolavoro la stagione più difficile: quella senza preparazione per via dei preliminari di coppa, con la penalizzazione di 8 punti in campionato, la rosa falcidiata dagli infortuni (Ambrosini, Kaladze, Maldini, Nesta) e priva di Shevchenko, le esternazioni di Costacurta, i tormentoni Oddo-Ronaldo, le disquisizioni tattiche col pupillo Seedorf (a Livorno l’acme, nel Trofeo Berlusconi 2007 il fresco bis), le scorie-post-mondiale, le ansie da rivincita nella finale europea col Liverpool dopo la beffa di Istanbul 2005.
Ce ne accorgeremo tra dieci, vent’anni riguardando la semifinale di ritorno della gloriosa campagna europea 2006-07: Milan-Manchester United 3-0. La Tempesta Perfetta, per il diluvio che si abbatté sul Meazza e per l’uragano che spazzò via i Red Devils. Una partita preparata così bene, sul piano mentale prima che tattico, che resterà per sempre il climax dell’interregno ancelottiano.
Eppure è un’altra l’immagine che meglio descrive il Carletto persona e allenatore. Old Trafford di Manchester, 28 maggio 2003, epilogo della sua prima Champions League: dopo l’ultimo rigore, quello segnato da Shevchenko contro la Juventus, esulta in corsa senza quasi riuscire a tirare fuori le mani dalle tasche di un vestito troppo ingessato per contenerne la sacrosanta euforia. Ancora oggi quei frame restano un flash rigenerante. Una sensazione da “giustizia è fatta”, dopo il fango spalatogli addosso ai tempi bianconeri. Quando la fetta più becera della Torino juventina lo accolse a colpi di spray sui muri: «maiale». La colpa? Il passato giallorossonero.
Da allora Ancelotti non è più una specie di Eriksson de noantri, un Perdente di successo, ma un allenatore con la maiuscola, sergente di burro col carisma di chi è stato campione. Sul campo, non alla lavagna o col megafono. Un nocchiero di buon senso, riuscito nell’impresa più difficile: schierare la squadra ad “albero di Natale”, con un centravanti più Kaká e Seedorf mezzapunta, e far credere al Presidentissimo di avergliela data vinta col diktat delle due punte fisse come da mission aziendale.
Proprio l’approccio solo apparentemente pacioso e accomodante (ma “Sheva”, Kaladze, Gilardino e l’ex designatore Stefano Tedeschi ne conoscono anche gli spigoli più puntuti), oggi riconosciuto punto di forza, è stato a lungo il presunto difetto che certa stampa più gli rinfacciava. Non potendolo attaccare sul piano tecnico-tattico né, tantomeno, su quello comportamentale, ne colpivano le umane debolezze. L’incapacità di trattenersi a tavola o di smettere di fumare (promessa mai mantenuta del dopo-Atene), quasi che le guance rubizze e la sigaretta non avessero pari dignità della mascella volitiva bisiaca o del sigaro alla viareggina. Persino il tono soft e il sopracciglio – sempre lo stesso – esageratamente inarcato di fronte a provocazioni troppo basse per chinarsi a raccoglierle. Troppo buono, dicevano. Seh. «Con un altro allenatore, non so come sarebbe finita questa strana stagione», chiosava Gattuso, per Ancelotti «l’anima di questo Milan» a Champions League ancora madida di sudore. La stessa cui il club era stato ammesso «con riserva» dalla Uefa.
Quel carattere Carlo sostiene di averlo preso dalla sua terra (ha una villa a 30 km da Piacenza), che non lascerebbe neanche per il Barcellona o il Real Madrid. Nato a Reggiolo (Reggio Emilia) il 10 giugno 1959, il figlio di Giuseppe, agricoltore, e di Cecilia, casalinga, studia per due anni al tecnico di Modena, poi dai Salesiani a Parma (ci andrà anche il suo primogenito, prima di trasferirsi a Milano). A calcio comincia a giocare nelle giovanili del Parma. Nel 1976-77 debutta in prima squadra, in Serie C. Al terzo campionato, centra da protagonista la promozione siglando, al “Menti” di Vicenza, una doppietta nel vittorioso (3-1) spareggio con la Triestina; non una sorpresa per uno che in 55 presenze ha bollato 13 volte.
In estate il tecnico Nils Liedholm brucia l’Inter e lo porta alla Roma. In nerazzurro il promettente interno aveva disputato il primo tempo di un'amichevole di fine stagione proprio contro i giallorossi. Ma l’allora presidente interista Ivanoe Fraizzoli non vuole spendere i 500 milioni di lire per la comproprietà e così Ancelotti - per un miliardo - vestirà di giallorosso. Per «otto anni meravigliosi», come li ha definiti Carletto lo scorso 26 luglio, alla festa per l’ottantesimo compleanno della “Maggica”.
Il 16 settembre 1979 debutta in Serie A: Roma-Milan 0-0. Quando si dice il destino. Dopo lo storico scudetto ’83, 4 coppe Italia, 171 gare (e 12 gol) in campionato, e due gravissimi infortuni alle ginocchia (1981 e 1983), a fine 1986-87 se ne va da neo-capitano. Lo vuole il Milan, sulla cui panchina il suo mentore Liedholm è stato sostituito da Arrigo Sacchi.
All’epoca il centrocampista italiano forse più completo (dopo Marco Tardelli), porta in dote un fisico possente, geometrie e interdizione, non disgiunte da qualità tecniche di prim’ordine e da una botta da fuori che non perdona. Per referenze chiedere al portiere Buyo: Milan-Real Madrid 5-0, semifinale di ritrono della prima di due Coppa dei Campioni consecutive portate a casa dallo squadrone allenato dal Profeta di Fusignano. Ancelotti apre le danze con un terrificante destro dalla distanza. È lento, dicono, ma sa far correre la palla, che non suda. Un allenatore in campo, se l’espressione non fosse svuotata dall’abuso.
In nazionale debutta in Uruguay il 6 gennaio, nella I edizione della Copa de oro. Allo stadio del Centenario di Montevideo, nell’1-1 contro l’Olanda ci mette 7 minuti per andare in gol. L’unico di un’avventura fatta di 26 gettoni, due Mondiali e un Europeo e poca fortuna. Gli infortuni alle ginocchia (nell’81 a Roma contro la Fiorentina; nell’83 a Torino contro la Juventus) gli impediscono di partecipare al successo mondiale di Spagna 82. A Messico 86 i duemila metri di altitudine gli sono fatali nei test atletici, e Bearzot lo manda in tribuna a beneficio del debuttante settepolmoni De Napoli. A Italia 90, con Vicini Ct, gioca “solo” tre partite (compresa la finale di Bari per il terzo posto, 2-1 all’Inghilterra) per via di uno stiramento al quadricipite destro. A Euro 88, da campione d’Italia, nelle 4 gare disputate si conferma uno dei migliori centrali del continente.
Col Milan vince anche due Coppe Intercontinentali e altrettante Supercoppe Europee, più la Supercoppa di Lega prima di ritirarsi, 33enne, nel 1992, dopo il suo terzo scudetto, il secondo in rossonero. Nell’ultima partita a “San Siro” segna due reti nel 4-0 al Verona. Con una doppietta si era fatto conoscere, con un’altra si congeda. Il cerchio si chiude.
Nel 1992 il Ct Sacchi lo vuole in azzurro per fargli da secondo, il piazzamento a Usa 94 della più brutta nazionale italiana di sempre. La “prima in finale senza il libero”, il vanto dell’Ayatollah romagnolo. “La prima senza attaccanti di ruolo”, lo j’accuse bearzottiano. Dopo tre anni, Ancelotti vuol camminare con le proprie gambe. Alla Reggiana, appena scesa in B a forza di esoneri: Pippo Marchioro, Enzo Ferrari, Cesare Vitale. Partenza disastrosa, ma il presidente Loris Fantinel non lo esonera. E a fine torneo (chiuso al quarto posto, davanti alla Salernitana, con 16 vittorie, 13 pareggi e 9 sconfitte) sarà promozione grazie soprattutto all’esperto portiere Marco Ballotta, al difensore Angelo Gregucci, al giovane Pietro Strada e all’attaccante russo Igor Simutenkov. In quella squadra trovano il gol in 13, quello di Strada del 2 giugno vale la vittoria a Verona e la A. Al vertice della società, con Franco Dal Cin socio di maggioranza per conto della famiglia Fantinel, c’è Luciano Ferrarini. In panca, Mircea Lucescu.
Ancelotti ne trova lo stesso una di A, ma al Parma. In due anni, un secondo posto (che allora vale la qualificazione ai preliminari di Champions League) e un quinto (utile per la Coppa UEFA). Ma anche qualche problemino coi numeri dieci. In Emilia, oltre al nuovo tecnico, arrivano il giovane Crespo, Chiesa e Zé Maria, se ne vanno Stoichkov, Couto, Inzaghi I e Di Chiara. A Zola chiede di fare l’esterno, e quello vola al Chelsea. A Baggio risponde “no, grazie”, e quello va a Bologna, segna 22 gol (record in carriera) e si ritaglia un posto a Francia 98.
Nel febbraio 1999 subentra a Marcello Lippi alla guida della Juventus, dove conquista la quinta piazza, la Coppa Intertoto e, nei due anni successivi, altrettanti secondi posti (dietro la Lazio nel 2000, la Roma nel 2001) che gridano vendetta. Specie l’ultimo, “deciso” a Perugia da un Collina in versione Noè. Lo stile-Juve se n’è andato da un pezzo, e viene messo alla porta. E certo non per le battaglie sull’ingaggio, condotte dalla moglie Luisa: «Mio marito va pagato per quel che vale». Provetta tennista e pilota di elicottero, la signora Ancelotti è diventata tale nel 1983, a Roma. Al marito, che nella capitale si è diplomato perito elettronico, ha dato Katia, ventitreenne cantante, e Davide, 18enne neoaggregato alla Primavera rossonera allenata da Filippo Galli, compagno di squadra di papà nel grande Milan sacchiano.
Nella grande famiglia con sede in via Turati, Ancelotti rientra nel novembre 2001, per rimettere insieme i cocci prodotti dall’Imperatore Fatih Terim. Chiude al quarto posto, buono per i preliminari di Champions League. Tradizionale riserva di caccia della società, e da sempre priorità assoluta della gestione Berlusconi-Galliani. Il resto è Storia: terzo in campionato, primo in Europa e in Coppa Italia (contro la Roma) nel 2003. Supercoppa europea contro il Porto e scudetto l’anno dopo (ma flop a dicembre contro il Boca Juniors nell’Intercontinentale). Poi la Supercoppa italiana contro la Lazio, il secondo posto in A e lo choc del 25 maggio contro il Liverpool allo stadio Atatürk di Istanbul: avanti 3-0 all’intervallo, sconfitta ai rigori dopo il 3-3 buscato in 6’. E la magica serata del 23 maggio 2007 all’Olimpico di Atene, 2-0 ai Reds e lui issato in trionfo. Otto giorni dopo, il rinnovo fino al 2010. Il regalo più bello dopo la festa a sorpresa organizzatagli per i 48 anni da Luisa al ristorante Tre Torri:, con la sorella Angela (sposata, un figlio), gli amici e i colleghi di una vita: i collaboratori (da undici anni) Daniele Tognaccini e Giovanni Mauri, Oscar Basini (cuoco di innumerevoli trasferte), il fido “secondo” Mauro Tassotti, il preparatore dei portieri William Vecchi (di cui non condivide un giudizio), Gigi La Sala, Vittorio Mentana (fratello del nerazzurro Enrico e direttore della Comunicazione del Milan), Ernesto Bronzetti (mediatore cui deve Ronaldo), il pianista “ufficiale” Diego Mancino. Il brano preferito da Carlo? “Amico” di Renato Zero, del cui repertorio il mister, “sorcino” della prima ora, è buon interprete. Lo è stato anche di due pellicole, memorabile il cameo in cui nell’84 recita il se stesso calciatore romanista nel B-movie cult “L’allenatore nel pallone”. Intenditore di film gialli e d’azione, che per ovvi motivi guarda più a casa che al cinema, adora “Il cacciatore”.
Scollinata quota 300, Ancelotti è in discesa verso il record di panchine rossonere: Nereo Rocco è a 459, Gipo Viani a 376. «Mi piacerebbe essere il Ferguson (vent’anni al Man Utd, ndr) del Milan», ha detto Sir Carletto, che vi arrivò nel 1987. Non diteglielo che lo è già.
Christian Giordano, Guerin Sportivo


LA SCHEDA
Carlo Ancelotti
Soprannome: Carletto
Nato: Reggiolo (Reggio Emilia), 10 giugno 1959
Ruolo: centrocampista centrale
Giovanili: Parma
Club da calciatore: Parma (1976-1979), Roma (1979-1987), Milan (1987-1992)
Presenze (reti) nel Parma: 55 (13)
Presenze (reti) nella Roma: 171 (12)
Presenze (reti) nel Milan: 112 (10)
Esordio in Serie A: 16-9-1979, Roma-Milan 0-0
Esordio in Nazionale: 6-1-1981, Olanda-Italia 1-1 (1 gol)
Presenze (reti) in Nazionale (1981-1991): 26 (1)
Palmarès da giocatore: 4 Coppe Italia (1980, 1981, 1984, 1986), 3 scudetti (1983; 1988, 1992), Supercoppa Italiana (1988), 2 Coppe dei Campioni (1989, 1990), 2 Supercoppe Europee (1989, 1990), 2 Coppe Intercontinentali (1989, 1990)
Club da allenatore: Reggiana (1995-96), Parma (1996-1998), Juventus (febbraio 1999-2001), Milan (novembre 2001-)
In Nazionale da allenatore: secondo del Ct Arrigo Sacchi (1992-1995)
Palmarès da allenatore: promozione dalla B alla A (1995-96); Coppa Italia (2003), 2 Champions League (2003, 2007), Supercoppa Europea (2003), scudetto (2004), Supercoppa Italiana (2004)
Riconoscimenti da allenatore: 2 Oscar del Calcio (2001, 2004)
Scadenza contratto: 2010
(ch.giord)

Sir Carletto
Miguel Muñoz, Giovanni Trapattoni, Johan Cruijff, Frank Rijkaard, Pep Guardiola. And Carlo Ancelotti. They are the only ones to have won the European Cup/Champions League both as players and as managers.
That would be sufficient to describe their football (double) career and professional status. Then, they becoming legendary if – as Ancelotti did it – he made a masterpiece in his more difficult season, without training camp because of Champions League third qualifying round, with the penalty of 8 points (because of 2006 “Calciopoli” fixing scandal) in the Serie A league, a side cut off by an unparallel streak of injuries (Ambrosini , Kaladze, Maldini, Nesta), without Shevchenko and Costacurta’s public statements about a necessary turnover of the manager, the transfermarker refrain about Oddo (from SS Lazio) and Ronaldo (from FC Inter) acquisitions, the roughly public debates over tactics with his pupil Seedorf (that one in Livorno’s league game as climax in 2007, and the summer friendly of Trofeo Luigi Berlusconi short after), the tired veterans who played the World Cup, the anxieties of revenge with Liverpool that beat AC Milan in the 2005 Champions League final, in Istanbul, Turkey.
We will see in the future, ten, twenty years since then, regarding the second leg semifinal of the glorious 2006-07 Rossoneri’s European campaign - Milan-Manchester United 3-0. The Perfect Storm, for the deluge that fell on Giuseppe Meazza stadium, and overall the hurricane that swept away the overpowering Red Devils. A game so well prepared, from a pshycologically before that tactical point of viw, that will always remain the climax of the Ancelotti’s AC Milan reign.
Yet, another, different one is the image that best describes Carletto as individual before as football manager or top professional man. Old Trafford stadium in Manchester, England, May, 28th, 2003, happy-ending of his first Champions League trophy after the last shoot-out, the one marked by Shevchenko against FC Juventus – Ancelotti rejoices in the race almost without being able to pull his hands out from the pockets of his suite. A suite too plaster to contain his sacrosanct euphoria. Even today, that “picture” remain a flash-frame regenerating. A sort of feeling of “justice is done” after the plenty of mud a lot of Bianconeri “fans” get on him when he managed FC Juventus. When the worst, shameful piece of Juventus fans “welcomed” him by means of spray on the Turin city walls: “pig”. His fault? The past – as player – in AS Roma and AC Milan, obviously.
Since then, Ancelotti is no longer a sort of Italian Eriksson – a Loser of success, as Italian press nicknamed the Swedish former England manager -, but a coach with a capital letter, butter and not iron Sergeant, with that kind of charisma who every ex outstanding player has. On the pitch, not on the board or with the megaphone – as Arrigo Sacchi, for instance. A “common sense” leader, was successful in more difficult to deploy the line-up to "Christmas tree" (4-3-2-1) with a single striker more Kaká second forward and Seedorf offensive midfielder. Not so easy task if your boss is “Presidentissimo” Silvio Berlusconi, AC Milan (and half-of-Italy) owner, and Italian Prime Minister, too, who dictates a scheme necessarily with TWO forwards, and an ultra-offensive style of play, as mission business.
His typical “soft” approach, just apparently accommodating (but "Sheva", Kaladze, Gilardino and former chief of Serie A referees Stefano Tedeschi also know the dark side of the moon), now was recognized as his top strong point, has long been the alleged defect that the worst sports press that reproached him. Not entitled to attack him on the technical-tactical aspects nor, indeed, on his gentleman behavior, the same worst press affected his human weaknesses - the inability to hold food or quitting smoking (he never kept the promise of the post-Athens 2007, after AC Milan won Champions League against Liverpool), almost his round, red cheeks and his common cigarettes did not have the same “dignity” as the squared, volitive Fabio Capello’s jaw or the noble Marcello Lippi’s cigar.
Even his soft voice tone and his perennial high eyebrow - always the same - overly arched facing provocations too low to collect and answer them.
“Too good”, they said. Bullshits (and sorry for the word). 'With another manager, I do not know how it would be over this strange season,” says in 2007 summer Rino Gattuso, in Ancelotti’s opinion "the heart and soul of AC Milan” short after they won Champions League. The same tournament the club was admitted in "with reservation" by UEFA because of 2006 Calciopoli fixing scandal.
Carlo maintains that personality to have his land taken by (he owns a mansion at 30 km from Piacenza, a middle town in the middle of the fog plane outside Milan), which does not even leave for Barcelona or Real Madrid but London.
Born in Reggiolo (Reggio Emilia, not so far from Piacenza), June, 10th, 1959, the son of Joseph, farmer, and Cecilia, housewife, he studied for two years at technical institute in Modena (half-an-hour by bus from Reggio Emilia), then by the Salesians priests school in Parma (as his first son, before he moved in Milan).
Ancelotti Sr. begins to play football for AC Parma academy. In 1976-77 he made his first team debut in Serie C (semi-professional third division). In his third season, he is a protagonist in the squad who won the promotion in second division. At "Menti” stadium of Vicenza, he scored twice in a 1-3 play-off win against Triestina as climax of a brilliant season made of 55 appearances and 13 goals.
In summer AS Roma manager Nils Liedholm burns FC Inter and brought Ancelotti to Rome, that yellow-and-red one. With Nerazzurri side the rising star just played a post-season friendly game against the Giallorossi. But FC Inter president Ivanoe Fraizzoli did not want to spend 500 million Lires for the co-ownership and so Ancelotti - for a billion Lires – became an AS Roma player.
A “wonderful eight years life experience," as ‘Carletto’ himself defined his time in Rome, July, 26th, 2007, during the celebration for the eightieth birthday of the "Maggica" (the Wizard Team) as the AS Roma fans called their team in Roman dialect.
On September, 16th, 1979, inside midfielder Ancelotti made his debut in Serie A: Roma-Milan 0-0. When we say fate. After the historic Scudetto (1983), 4 Coppe Italia (Italian FA Cups), 171 top-flight appearances (12 goals), and two terrible knee injuries (1981, 1983), at the end of 1986-87 season he is leaving as AS Roma new captain. Liedholm’s AC Milan want him but shortly after his mentor was replaced on the Rossoneri bench by Arrigo Sacchi.
Perhaps the Italian midfielder more complete (after the great Marco Tardelli) of his era, Ancelotti brings a dowry mighty physical, geometric and interdiction, not separated by first-quality skill abilities and a strong shot from the outside that often did not forgive opponents keepers. Ask for references the Spanish Francisco Buyo: Milan-Real Madrid 5-0, 1989 second leg semifinal of the first of two consecutive European Cup trophies won by the unforgettable team managed by the “Prophet of Fusignano” as the Italian press dubbed Sacchi (Fusignano is his little home town). Ancelotti opened the dances with a terrific right shot from the long distance. He was a slow player, they say, but she knew to run the ball, since it not sweats. A manager on the pitch, if there was one.
His debut as International came in Uruguay, January, 6th, 1981, in the first edition of the Copa de oro (Gold Cup). Centenario stadium in Montevideo, 1-1 against Holland - he needed 7 minutes to score his first national team goal. The only and one goal in a too short, without luck adventure lasted 26 caps, two World Cup and an European Championship partecipations. Injuries to both knees (in 1981 in Rome against Fiorentina; in 1983 in Turin against Juventus) prevented him to participate in the World Cup success of Spain 82. At Mexico 86 the two thousand meters of altitude are fatal in the athletic tests, so Azzurri manager Enzo Bearzot sent him in the stands for the young defensive midfielder Faredinando ‘Nando’ De Napoli. At Italy 90, with Azzurri manager Azeglio Vicini, because of a stretching of the right quadriceps he played "only" three matches (including the final for the third spot, 2-1 to England in Bari). At Euro 88, as fresh champion of Italy with his AC Milan, in his 4 caps is one of the best central midfielders of the whole continent.
With AC Milan he won two Intercontinental Cups and two European Supercups plus one Italian Supercup League before he retired, 33, in 1992 after his third Scudetto, the second one with the Rossoneri. In the last league game, in "San Siro", he scored two goals in a 4-0 win against Verona. With a two-goals he was made known, with another one he retired. The circle was closed.
In 1992, Italian national team manager Arrigo Sacchi, his former AC Milan manager, wanted him as his deputy coach. The ugliest Azzurri team ever gained a not so honourable second placement in U.S. 1994 World Cup. Italy lost at shoot-out. That was "the first Azzurri final without the sweeper," claimed with pride “The Fusignano Ayatollah”. "The first one without strikers," replied 1982 World Champion manager Enzo Bearzot.
After three years, Ancelotti wanted to walk with his own legs. At Reggiana, just dropped in Serie B (Italian second division). Ancelotti’s new team had a disastrous start, but the president Loris Fantinel did not fire him. At the end of the tournament (with Reggiana ended fourth, in front of Salernitana, with 16 wins, 13 draws and 9 losses) they were right: Reggiana was promoted in Serie A with “minor players” as veteran goalkeeper Marco Ballotta, the tough central defender Angelo Gregucci (now Atalanta new manager), the young Pietro Strada and Russian striker Igor Simutenkov. In that team 13 players found the net, and Strada’s two-goals in Verona meant victory and Serie A. At the summit of the front-office, with CEO Franco Dal Cin, family Fantinel, and Luciano Ferrarini. In bench, a new manager - Mircea Lucescu (now Shakhtar Donetsk manager).
Ancelotti will find a new Serie A job, at AC Parma. In two years, a second place (which then applies the third Champions league preliminary round) and a fifth place (valid for a UEFA Cup card). But even there, he had some little problems with big “number tens”. In the squad arrived Argentinian striker Crespo, second forward Chiesa, and Brazilian winger Zé Maria, and left forwards Stoichkov, Inzaghi and Di Chiara and Portoguese International central defender Fernando Couto. Ancelotti asked star Gianfranco Zola to play wide on the flank, and the future “Trick Box” is going to fly to Chelsea. Baggio, too, replied "no, thanks", and he’s going to FC Bologna, he’s going to score 22 goals (his career-high) that gained him a berth in Italian national team to France 98 World Cup.
In February 1999, Ancelotti took over from Marcello Lippi at the helm of Juventus. He won the fifth berth in the League, the Intertoto Cup and, within two years, two second places (behind SS Lazio in 2000, and AS Roma in 2001) which cries out vengeance. Especially the last one, "decided" with a Bianconeri loss (1-0’s captain Calori, an ugly, rough centr’half) in Perugia under a huge deluge with a world class referee – Pierluigi Collina – who hadn’t enough guts to suspend that not-so-regular match.
Famous Juventus (and Agnellis family) style has gone from a plenty of time, and Ancelotti is placed at the door. And certainly not for the legendary salary-battles, fought by his wife Luisa. "My husband should be paid for what he is worth," she repeated years before a fortunately not-so-screamed separation.
Good tennis player and helicopter pilot, Mrs. Ancelotti has become that in 1983, in Rome. She gave Carlo, an electronic graduate, a daughter, Katia, 25, singer, and a son, David, 20, form AC Milan academy and Youth Team then coached by Filippo Galli, a Carlo’s ex-teammate in the Sacchi’s beautiful team.
In the large family called AC Milan and with headquarters in 3, Via Turati, Ancelotti fall in love since November 2001, to put together the pieces produced by the Fatih Terim cyclon. AC Milan closed in fourth berth, good for the Champions League preliminary third round. Champions League is the traditional club’s hunting ground, and always top priority of the front-office with the boss-owner Berlusconi and vice-president and CEO Adriano Galliani.
The rest is history: third berth in the league, first in Europe and Italy Cup (against Roma in the two-legs final) in 2003. European Supercup against Porto and Scudetto the following season (but in December they lost against Boca Juniors in the Toyota Cup). Then the Italian Supercup against SS Lazio, the second berth in Serie A and the shock of May, 25th, against Liverpool in Chanpions League final at the Atatürk Stadium in Istanbul, Turkey, ahead of 3-0, and defeated on penalties after 3-3 in 6 minutes.
Until the magical evening of May, 23rd, 2007, in Olympic stadium in Athens, 2-0 to the Reds (double-goals of Inzaghi) and Ancelotti hoisted in triumph. Again.
Eight days later, the renewal for his contract to 2010. A contract broken in 2009, but then nobody could know it. The same wold be happened to his marriage. Luisa Ghibellini had a love-affair with singer Graziano Galatone, who is 17 years younger than her. Carlo was falling in love with Romanian woman Marina Cretu, 20 years younger than him. But in June, 26th, Carlo and Luisa have been seen together on the Como Lake shore trying a new yacht. A love is re-born?
Shortly after 2007 Champions League win, the beautiful gift, for Carlo, was a surprise for his 48th birthday organized by his (ex?) wife Luisa to the restaurant “Tre Torri” with Carlo’s sister Angela (married, one son), his friends and his colleagues of a lifetime: his contributors (for 11 years, now 13) as trainer Daniele Tognaccini and Giovanni Mauri, official chef Oscar Basini, deputy-manager Mauro Tassotti, keepers-coach William Vecchi (which Carlo does not share a single opinion), Gigi La Sala, AC Milan Director of Communication Vittorio Mentana (brother of the top anchor-man Enrico, a great FC Inter fan), FIFA agent Ernesto Bronzetti specialized on the Spain-Italy axis (Ronaldo, Ronaldinho, Redondo among his top/flop-affairs), the “official” piano player Diego Mancino.
The favorite Carlo’s song? "Amico” (Friend) by Italian singer Renato Zero, whose fans are nicknamed “sorcini” (little mouses). Ancelotti knows by heart Zero’s whole repertoire, and he consider himself “a good interpreter of”.
He also starred in two films, a memorable 1984 “cameo” (brief appearance) where he played himself as AS Roma player in a B-movie cult "L’allenatore nel Pallone” (The Gaffer in the Ball)”.
Great connoisseur of yellow books and action films, which for obvious reasons he watches more at home video than at the cinema, he literally adore Micheal Cimino’s "The Deer Hunter".
After 420 games in eight years as AC Milan manager, Ancelotti is second Ac Milan manager of all-time for appearances: Nereo Rocco, the first, is at 459, Gipo Viani, the third, is at 376.
"I’d like to be the Sir Alex Ferguson of Ac Milan," said often “Sir” Carletto. Please, don’t tell him that he already was.
Christian Giordano

Carlo Ancelotti
Nickname: Carletto (Little Carl)
Born: Reggiolo (Reggio Emilia, Italy), June, 10th, 1959
Position: Central midfielder
Youth: AC Parma academy
Clubs as player: AC Parma (1976-1979), AS Roma (1979-1987), AC Milan (1987-1992)
Appearences (goals) with AC Parma: 55 (13)
Appearences (goals) with AS Roma: 171 (12)
Appearences (goals) with AC Milan: 112 (10)
Serie A debut: 16-9-1979, Roma-Milan 0-0
National team debut: 6-1-1981, Holland-Italy 1-1 (1 goal)
Caps (goals) in National team (1981-1991): 26 (1)
Honours as player: Italy 4 cups (1980, 1981, 1984, 1986), 3 championships (1983, 1988, 1992), the Italian Supercup (1988), 2 Champions Cups (1989, 1990), 2 European Super (1989, 1990 ), 2 Intercontinental Cups (1989, 1990)
Clubs as manager: Reggiana (1995-96), Parma (1996-1998), Juventus (February 1999-2001), Milan (November 2001 -)
National team as manager: deputy-manager of Arrigo Sacchi (1992-1995)
Honours as manager: league promotion from Serie B to Serie A (Reggiana, 1995-96); Coppa Italia (Milan, 2003), 2 Champions League (AC Milan, 2003, 2007), European Supercup (2003), Italian Supercup (2004)