domenica, ottobre 28, 2007

Birmingham express


UN Andrew Howe d’oltremanica, quindi al contrario. Troppo veloce per non pensare alla pista e innamorato del pallone - nonostante il tocco non proprio sudamericano -, Gabriel Agbonlahor è stato a lungo sul bivio: calcio o atletica. Per fortuna, come il reatino di Los Angeles, per dirla alla Spike Lee, ha fatto la cosa giusta. Fidal e Villans ringraziano.
Figlio di un nigeriano e di una scozzese, Gabby nasce il 13 ottobre 1988 a Erdington, cinque miglia a nordest di Birmingham. Osservatori dell’Aston Villa ne notano lo scatto, a 8 anni, nei Great Barr Falcons, ma si mettono le mani nei capelli nel valutarne i fondamentali. Nella prima stagione nella Academy (2002-03), segna 9 gol in 18 partite. Nella seconda, 35 in 29: impresa che ai veterani del Bodymoor Heath di North Warwickshire riporta alla mente quella di Darius Vassell: 38 centri nel 1997-98. Dal 2004-05, viene spesso aggregato alla formazione Riserve pur continuando a bollare con quella giovanile: 18 volte in 22 gare, che chiudono il suo bilancio nella Youth con il record di 62 reti in 71 apparizioni.
Nel 2005 impressiona critica e addetti ai lavori nel vittorioso International Soccer Challenge, torneo per Under 20 disputatosi ad Adelaide, in Australia. Va a segno nel match inaugurale, vinto per 2-0 sull’AIS, nel 2-2 contro il Milan - poi battuto ai rigori -, nel 4-1 sul Tokyo Verdy e in due occasioni nella vittoriosa (5-0) finale contro la Team S.A.
Nelle Riserve, tra il 2003 e il 2006, racimola 37 presenze e 19 gol, tra cui la tripletta al portiere statunitense Tim Howard (oggi all’Everton), nel 3-0 ai rincalzi del Manchester United. Capitano nell’HKFC Philips Lighting International Soccer Sevens del 2006, trascina da Miglior giocatore i giovani Villans al secondo posto dietro gli Urawa Red Diamonds.
In settembre va in prestito in seconda divisione, prima al Watford (4 partite) poi allo Sheffield Wednesday (9) e rientra alla casa madre senza gol. Il 18 marzo 2006 invece segna al debutto in Premiership nel 4-1 buscato contro l’Everton al Goodison Park. Quel gol, simile a quello realizzato nell’1-4 casalingo contro il Manchester United - il quarto in dieci partite in questa Premier League - è diventato il suo marchio di fabbrica: cross da sinistra, taglio sul primo palo e incornata sul secondo.
Nei rinnovati Villans targati Martin O’Neill, comincia la stagione 2006-07 largo a destra. Il primo gol stagionale lo firma nel 2-0 casalingo sul Charlton Athletic. Si ripete nella gara successiva, il 30 settembre: poco prima dell’intervallo, firma l’1-1 contro il Chelsea. Un vizio, segnare alle grandi, ripetuto con tutte le Big Four: Man U, Arsenal e Liverpool.
Agbonlahor non salta un minuto della stagione 2006-07, fino a quando non viene rimpiazzato da Patrik Berger, nel 2-0 esterno sul Reading. La gara successiva è la prima in panchina, anche se a gara in corso gli farà posto Shaun Maloney, appena arrivato dal Celtic. A scanso di equivoci, O'Neill spiega che il promettente giovanotto «sin lì, pur schierato fuori ruolo, se l’era cavata egregiamente», e che la decisione di tenerlo a riposo era stata presa per farlo rifiatare e togliergli pressione.
Rimesso in squadra, torna nel tabellino alla voce “marcatori”: nel pari con l’Everton il 2 aprile. L’indomani, rinnova con un quadriennale l’accordo siglato dodici mesi addietro e che lo terrà al Villa Park (almeno) sino al 2011. La domenica dopo, assente John Carew, s’appropria dell’area.
Meno immediato il feeling con le nazionali. Agbonlahor rifiuta le avances del Ct scozzese Alex McLeish e della Federazione nigeriana, che il 20 settembre 2006 lo convoca nella U20 per il match col Rwanda. Il 28, scatta la prima chiamata nell’U21 inglese. L’esordio avviene il 6 ottobre, nel doppio spareggio con la Germania valido come pass per gli Europei di categoria. Rincalzo nell’1-0 a Coventry (subentra a Routledge al 71’), titolare nel 2-0 a Leverkusen (al 76’ lo rileva Walcott) e Tre Leoni in Olanda. Senza Agbonlahor. Il Ct Stuart Pearce lo voleva in ritiro in Spagna, “Gabs” era in vacanza, telefono staccato. Morale: “Psycho” gli preferisce David Bentley, ala del Blackburn e già nazionale A. Per ripicca Agbonlahor non esclude «di giocare in una rappresentativa maggiore diversa dall’Inghilterra». In settembre, Pearce lo richiama. A Podgorica, Gabby infila il primo gol nella U21, il secondo del 3-0 sul Montenegro.
«Si è irrobustito, è migliorato tantissimo nel difendere palla - giura O’Neill, estimatore interessato - e ha voglia di sfondare». Come Howe.
CHRISTIAN GIORDANO

sabato, ottobre 27, 2007

Con Emirates si vola


“Venue sponsor”, li chiamano. E l’Arsenal se lo è scelto bene. Ashburton Grove, ribattezzato fino al 2016 Emirates Stadium, è costato 573.5 mln di euro, di cui 150 versati dal vettore aereo dell’emirato. Quando è nata, il 25 ottobre 1985, la compagnia del Dubai aveva due velivoli, presi in leasing dalla Pakistan International Airlines: un Airbus A300 e un Boeing 737-300. Oggi ne ha 110 (+228 già ordinati) e, attraverso 30.000 dipendenti e 2350 voli la settimana, serve 94 destinazioni in 60 Paesi. Pur essendo di proprietà governativa, ha sempre registrato profitti (escluso il secondo anno) e una crescita mai inferiore al 20%. Alla chiusura dell’ultimo esercizio (31 marzo), il Gruppo ha annunciato profitti-record per 942 milioni di dollari, +28,8% rispetto al 2006. Alla base della vertiginosa crescita (17,5 milioni di passeggeri e 1,2 milioni di tonnellate di merci), alcuni dettagli: il mega aeroporto, l’aviazione civile e la compagnia sono diretti dalla stessa persona, lo sceicco Ahmed bin Said al Maktoum, zio dello sceicco sovrano Mohammad e fratello di Rashid, emiro morto nel 1990. Allora la Emirates aveva solo 8 aerei, poi la Guerra del Golfo mise ko la piattaforma kuwaitiana e ridusse a hub regionale quella del Bahrein. Il resto è figlio di ingenti investimenti e – secondo i competitor occidentali – di una trasparenza dei conti non pubblica.
L’ultima conquista, fino al 30 giugno 2010, è il Milan: "L’accordo risale a prima della vittoria nella Supercoppa Europea. In comune abbiamo l’internazionalità del brand", gongolava Galliani alla presentazione. I rossoneri ci volano già e a breve, a bordo, i tifosi potranno guardare "Milan Channel Magazine", prodotto tv esportato in oltre 40 nazioni europee. Con Emirates si vola. Alto.
CHRISTIAN GIORDANO

Giù le Usmanov


I soldi non danno la felicità, ma fanno scalare l’Arsenal e chiudere blog. La censura è opera del costosissimo studio legale londinese Schillings cui si è rivolto Alisher Usmanov, oligarca uzbeco che non ha gradito i rilievi postati il 2 settembre da Craig Murray, ex ambasciatore britannico in Uzbekistan e autore di “Murder in Samarkand”. Nel provocatorio resoconto Murray – fama e attendibilità discutibili causa la propensione a lucrare su scandali e conseguenti pubblicità – attacca il Foreign Office britannico per la complicità nelle atrocità del regime di Islom Karimov. E svela quelle che ritiene le vere ragioni dei sei anni trascorsi, nel decennio Ottanta, da Usmanov nelle galere allora sovietiche. «Prigioniero politico amnistiato dalla presidenza Gorbaciov», sostiene il coproprietario, col socio Farhad Moshiri, della Red & White Holdings Ltd, Srl cui ha messo a capo David Dein, ex vicepresidente dei Gunners, dopo averlo liquidato con 112,5 milioni di euro. Nato il 9 settembre 1953 a Chust, provincia del Namangan, Usmanov è, secondo “Forbes”, il 18° Paperone di Russia e il 142° mondiale: 4,044 milioni di euro il patrimonio stimato. Figlio di un Pubblico ministero di Tashkent, nel 1976 si laurea in relazioni internazionali all’elitario Istituto Statale di Mosca, specializzazione in legislazioni internazionali. Sposato dal 1992 con Irina Viner, Ct olimpica di ginnastica ritmica, due figli, un impero nei settori minerario (è socio di maggioranza e cofondatore, con Vasiliy Anisimov, della Metalloinvest) e investimenti in aziende di legname, metalli preziosi, ghisa, impiantistica elettro-metallurgica, acciaio, petrolio, gas, rame, prodotti farmaceutici e, inevitabilmente, nei media (tra cui il quotidiano “Kommersant” che fu di Boris Berezovsky, oligarca russo inviso al Cremlino e oggi in esilio). Il 28 settembre ha portato dal 14,58 al 21% le quote del pacchetto azionario del club nord-londinese: il complessivo 23% ne fa il secondo maggior azionista dietro il 24% di Danny Fiszman e primo fra i non dirigenti. L’allarme biancorosso è scattato, e non certo perché il pingue magnate è un tifoso del Man Utd. «Gli azionisti ribadiscono l’intenzione di non vendere azioni», fa sapere l’unica fra le Big Four non del tutto in mano a capitali stranieri. Durerà?
CHRISTIAN GIORDANO

Dieci e Lodi


«È mezza squadra». Pubblico e critica concordi: al nuovo cinema Matusa, è Francesco Lodi che nobilita gli script di Cavasin: 8 gol in dieci produzioni, compresa quella della svolta: il flop (3-0) di La Spezia, l’unica in cui l’oro di Napoli (23-3-84) parte dalla panca.
Scartato il doppio fantasista (Fialdini e Lodi dietro Evacuo, 1-2 col Lecce al debutto), il tecnico “marine” ritaglia sul fantasista un 4-4-2 che, dall’out, ne esalti jam session e letali “rientri” col sinistro: sui piazzati (due rigori alla Triestina) o su azione (piattone al Ravenna). Iaconi c’era già passato. Chiedeva continuità e senso tattico, otteneva gol: 11 in 40 gare nel 2006-07, e matricola salva in B.
Non la Croisette, per una stellina strapronta per tornare in A. In pole: Roma (dal novembre 2002), Napoli, la squadra del cuore, e Juve, ultima major a seguirlo da quando Sandreani, in marzo a Pescara per osservare il Frosinone, sponsorizzò lui e il portiere Zappino. Il dg azzurro Marino ha visto dal vivo la doppietta nel 3-2 sul Rimini (un gol dal dischetto). Si vocifera che da gennaio il genietto passerà molte domeniche al San Paolo. Ma là le mezzepunte abbondano, mentre “Ciccio” - stufo dei “nì” di Udinese e Samp - ha scelto la Ciociaria «per giocare con continuità e per avvicinarmi a casa». Frattamaggiore, lasciata a 12 anni, il 18 agosto 1996, per inseguire palloni e sogni a Empoli. Alla scuola calcio Oasis, lo aveva adocchiato il Parma. Papà dice no e affida l’ultimo degli otto figli a Lorenzo D'Amato, talent scout di Castelcisterna e scopritore di Caccia (Castello di Cisterna), Montella (Pomigliano d’Arco), Di Natale e gli omonimi Baiano e Tavano (Caserta). A un sms dell’amicone Tavano e alla sua esultanza da “cecchino” si deve il gesto della mitraglietta col quale l’altro “Ciccio” festeggia i gol.
L’ultimogenito si affaccia in prima squadra nel 1999, il fratello Salvatore gli fa da genitore. L’esordio in B data 3 settembre 2000, prima giornata: Empoli-Pistoiese 0-2. Assenti Maccarone e Di Natale, Baldini lo fa entrare a inizio ripresa al posto di Budan. Poi solo 4 comparsate in quattro stagioni. Nell’ultima arriva, l’8 novembre 2003, l’esordio in A: Sampdoria-Empoli 2-0. A gennaio 2004 il prestito al Vicenza, in B: 11 gettoni senza bollare, e rientro. Per sfondare: 6 gol in 27 e un ruolo-chiave nella promozione in A (la il “21” gli resta come talismano), dove l’esplosione di Almirón lo relega a 17 presenze. Lo allena Somma. «Devo molto a lui, Baldini, Perotti e Cecconi». Dall’estate 2006, il parcheggio in comproprietà al Frosinone, più lesto di Udinese e Samp. Lì si capisce perché nella U19 campione d’Europa 2003, in Liechtenstein (con Gigi Della Rocca), il capitano avesse più estimatori e reti - 18 in 33 caps - di Aquilani e Palladino, anche se in finale (2-0 al Portogallo) il Ct Berrettini gli preferisce il cursore Padoin. La “prima” con la U21 arriva dopo gli Europei: 0-0 Grosseto con la Croazia il 15 agosto 2006. Per dirla alla Truffaut, l’ultimo metrò.
CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, ottobre 24, 2007

Unurban cowboy

Per carità umana scriveremo del peccato e non del peccatore. Da un direttore di una rivista - con la quale non collaboriamo più perché stufi dei pezzi pagati con bonifici versati a babbo morto - riceviamo la seguente e-mail (non firmata):

"Sul XXXX di oggi c'è un pezzo su XXXX drammaticamente simile a quello che uscirà su XXXX del XX pv.
Come me lo devo spiegare?
E' una cosa davvero spiacevole"

Non sappiamo che cosa intendesse insinuare, riguardo al nostro pezzo uscito PRIMA di quello del giornale da lui diretto (e del quale ignoravamo autore ed esistenza), di sicuro sappiamo che cosa gli abbiamo risposto, dopo una nostra telefonata troncata, dall'altra parte, con un imbarazzato "possiamo sentirci domani? Adesso ho una cena...". La risposta, firmata, è questa.

"L'unica 'cosa davvero spiacevole' è aver avuto a che fare, per fortuna brevemente, con gente come lei. Le sue insinuazioni sono del suo stesso livello. XXXX XXXX (l'autore dell'altro pezzo, ndr) è un ottimo giornalista e una persona integerrima. In quanto a me, le scriverei di vergognarsi, se solo sperassi che lei ne sia capace.
Christian Giordano"

La replica (firmata), a differenza della (sua) telefonata, non si è fatta attendere. Ve la risparmiamo. Il finale, però, merita, quindi eccolo.

"A me piace avere rapporti cordiali con i colleghi, ma il tuo comportamento inurbano lo rende piuttosto difficile".

venerdì, ottobre 19, 2007

Barreto, sotto il segno dell'istrice


«Un talento. Ma è giovane e deve migliorare, a cominciare dalla scelta del barbiere». Al Tardini, nel novembre 2005 Cosmi inquadrò così Barreto, e relativo taglio “a istrice”, dopo la doppietta valsa il 2-1 dell’Udinese sul Parma. A febbraio, ecco quella al Lens in Coppa UEFA. Poi, buio: in tutto, 8 gol equamente distribuiti in due stagioni da 27 e 26 recite. A fare clic, più che l’acconciatura, è la “testa”, che si accende a intermittenza e più in allenamento che in partita. Malesani lo sa. Arrigoni, in estate, ci avrebbe scommesso volentieri.
Paulo Vítor Barretto de Souza è nato a Río de Janeiro il 12 luglio 1985. Si forma nel Fluminense poi, 16enne, lascia in Brasile una t e vola, grazie all’agente Hector Julio, al Treviso, che proprio nel 2001, nonostante l’esonero di Gustinetti per Sandreani, retrocede in C1.
Barreto va in Primavera. Lì ritrova il connazionale Reginaldo Ferreira da Silva – che però è di Jundiaí, stato di São Paulo: un altro calcio –, amico dai tempi del . Il futuro attaccante di Fiorentina e Parma, un ’83, si affaccia una tantum in prima squadra, il frugoletto (1,70 per 60 kg) deve aspettare il 2003-04: 8 gettoni in B. La stagione successiva esplodono: 12 centri in 25 gare Barreto, 11 in 39 Reginaldo. Intesa perfetta, in campo e fuori. La A, complici le sventure di Genoa e Torino, è una conseguenza.
Reginaldo prima punta, l’altro subito dietro: nel 4-4-1-1 di Pillon i due sono complementari. Abile a smarcarsi, sgusciante e veloce, palla al piede Barreto è un anguilla e calcia in porta senza pensarci. La partecipazione alla manovra non è di serie, ma è con i funambolismi e i gol (12 in 33 presenze) che fa riempire il Tenni. Dal 29 aprile 2005, quando al San Nicola, contro il Bari, rischiò – alla lettera – l’osso del collo in un contrasto, a Treviso si è spenta la luce. Per riaccenderla il dg Gardini e il collega (all’Udinese) Leonardi lanciano l’operazione-saudade.
In bianconero il brasiliano è chiuso da Di Natale, Quagliarella, Floro Flores, Asamoah e Pepe. Nasce così l’idea del prestito con diritto di riscatto, previa rinnovo fino al 2012. Barreto – ragazzo umile e grato – per affetto compra, all’Udinese Club di Fagagna e con la formula dell’1+1, due abbonamenti: per sé e per un amico. Il sabato in campo col Treviso, la domenica – quando il calendario lo consente – in Tribuna Laterale al “Friuli”.
Il ritorno del pupillo e di Pillon sono i fiori all’occhiello della campagna da 17 acquisti per riportare in A il giocattolo del patron Setten. Ma Piá e Beghetto non sono Reginaldo e Barreto colleziona rossi (2) anziché gol. La mina vagante implode. Colpa del barbiere?
Christian Giordano

domenica, ottobre 14, 2007

Ribelli e dannati


I Cantona e i Keane non nascono più, e neppure gli Effenberg. Ecco le ultime teste calde rimaste in attività. In campo e, soprattutto, fuori.
James Beattie – La mazza (da golf) su Riise e una lista lunga così di mani e di gomiti alzati. Anche fuor di metafora. La porta la vede, eppure, ai reds, Benítez ha dovuto indicargliela.
Zlatan Ibrahimovic – L’occhio rosso di Zebina, alla Juve, ringrazia. Con van der Vart, all’Ajax, finì a botte. Testate da prova tv, provocazioni. E la gag del finto poliziotto nel quartiere porno di Malmö.
El Hadji Djouf – Violenze domestiche, patente ritirata. Nel 2004 beccò 4 giornate per aggressione verbale all’arbitro Ali Bujsaim. Ha appena lasciato la nazionale, stufo di pagarsi l’aereo.
Marco Materazzi – Entrate ad alzo ventre, espulsioni anche solo per via del nome. Provocatore. Fuori del campo, un’altra persona. Ma Cirillo (labbro rifatto), Zidane e sorella, Sheva e Vieira non lo sanno.
Wayne Rooney – Cresciuto in strada a Croxteth, Liverpool est. Talento pari ai cartellini. Cult la passeggiata sui testicoli di Carvalho a Germania 2006 e la seguente querelle (risolta) con Cristiano Ronaldo.
Robin van Persie – Il James Dean di Kralingen, est Rotterdam: auto sfasciate, “rossi” a volontà, liti con professori, tecnici (specie van Marwijke), compagni, la falsa accusa di stupro. Wenger l’ha redento.
Antonio Cassano – Infanzia difficile. Indisciplina, anche a tavola, pari al talento. Corna all’arbitro, imitazioni di Capello, feroci sfottò all’infortunato Tommasi. Mazzarri lo salverà?
Nicolas Anelka - Convertito all’Islam, “Bilal” forse ha trovato pace, mai amici (tranne McManaman). Nel 1999 MVP della Premier League, “l’incredibile imbronciato” resta un grande incompiuto.
Ricardo Quaresma – A Euro 2004, disse: mai più al Barcellona con Rijkaard allenatore. Il tecnico Bölöni lo chiamava Mustang: un puledro di razza, ma indomabile. Detto O Cigano per le origini Rom.
Oliver Kahn – Cattivo sempre, ma “perfetto” sino al 2002-03. Poi il divorzio da Simone, incinta di otto mesi, le nozze con Verena Kerth e il declino. “Gorilla” da quando si mangiò il compagno Herzog.
Quincy Owusu-Abeyie – Arrestato alle 3 del 25 aprile 2005 al Café Royal di Londra, dopo il galà per gli Award della PFA: rissa in 5 contro lui. A terra, uno col cranio rimodellato. Scagionato.

Ibra, genio ribollo


Rosengård. Il genio ribelle di Zlatan Ibrahimovic nasce (il 3-10-1981) e cresce in quei 10 settori costruiti tra il 1960 e il 1970 alla periferia di Malmö, Svezia meridionale. A dividere fra nord e sud (non solo geografici) gli oltre ventimila abitanti di quei 331 ettari provvede la Amiralsgatan, arteria stradale simbolo della segregazione che spacca gli autoctoni dalla seconda immigrazione (84%), quella di chi si è lasciato alle spalle la guerra civile slava e la disgregazione dell’Est europeo.
Della prima fanno parte papà Sefik, bosniaco, e mamma Jurka, croata, che nel ’70 lasciano Bijeljina, Bosnia-Erzegovina, per il sesto piano in Commans Vag, stabile del cosiddetto “Miljonprogrammet”. A differenza di altre latitudini per i posti di lavoro, lassù al promesso “Programma del milione” - di nuove case - fanno seguire i fatti. Con mille mestieri - alla fine guardia privata il marito, donna delle pulizie la moglie - gli Ibrahimovic, poi separati, allevano Sapko (1973), Saneka (1979) e Zlatan, ospite fisso al campetto condominiale di terra scura. Dietro quelle due porte di ferro arrugginito, dribbla - oltre i figli di immigrati come lui - le insidie della strada. Figurarsi quando, a cinque anni, i suoi gli regalano le prime scarpette da calcio: rosse come le sue gote in quegli interminabili pomeriggi.
A otto anni viene notato da Hasib Klicic, allenatore del Balkan, squadretta giovanile satellite del Malmö. Da allora l’uomo in tuta giallonera è sempre lì, davanti al portone, in attesa che Zlatan scenda di corsa per farsi accompagnare, previa elargizione delle 10 corone per un gelato, agli allenamenti. Klicic gli insegna a proteggere palla, il resto è fornito da madre natura. Il ragazzo “ha negli occhi una luce particolare, quella di chi ama il calcio”, ripetono a Sefik. Dal 1995 splende al Malmö, ma caratteraccio, reazioni istintive ed eccessi di esuberanza mal si adattano a compagni, dirigenti e allenatore («Ma chi ti credi di essere, mia madre?»), figli di un dio maggiore e di un altro mondo, troppo lontano dal suo. Un giorno, litiga con un accompagnatore che minaccia di non riportarlo a casa: Zlatan si mette a piangere: non sa la strada. Era sempre vissuto a Rosengård.
A dieci anni, l’aneddoto per antonomasia: contro il Vellinge va in panca per motivi disciplinari, all’intervallo il Balkan è sotto per 4-0. Nella ripresa, entra e segna tutti i gol dei suoi nella vittoria per 8-5. Gli avversari reclamano i documenti: quel lungagnone dimostra più di 12 anni, il limite di categoria. Carta canta: ne ha due in meno.
Nel 1999, entra nelle grazie del neo-ds Hasse Borg, ex nazionale svedese, e Roland Andersson lo fa debuttare nella Allsvenskan, la prima divisione, che il club lascia in quella stagione e ritrova l’anno dopo. A metà di una gara arenata sullo 0-0, si rivolge così al tecnico: «Mister, vado a casa. Oggi non ho voglia, ho altro da fare».
Nel 2000 Arsène Wenger, attirato più dalle giocate che dalle cifre (16 gol in 40 presenze), gli fa recapitare a casa un pacco con dentro la maglia numero nove dell’Arsenal, e «Zlatan» stampato sul retro. La casacca è ancora là, incorniciata. Il 9 biancorosso lo veste lo stesso, ma all’Ajax. Ce lo porta Leo Beenhakker, che ne era rimasto folgorato vedendolo allenarsi durante una tournée quando il tecnico guidava il Real Madrid. Ad Amsterdam, nel 2001, arriva il calciatore svedese più caro di sempre: 7,8 milioni di euro. E in spogliatoio si presenta: «Ciao ragazzi, io sono Zlatan e voi chi c… siete?». Quel nome lo impareranno presto tutti, a cominciare dallo sponsor tecnico che - per la presentazione - aveva fatto stampare sul retro della divisa il cognome anziché il nome come poi preteso, con sommo dispiacere di papà, dal terzogenito di Sefik. Col genitore i rapporti allora non filivano lisci, anche se fu proprio lui a scarrozzarlo fino in Bosnia per convincere la federazione a far giocare in nazionale l’erede.
Un viaggio a vuoto. Eppure numeri e magie sono videodocumentati sul web sin dall’esordio ajacide, nell’Amsterdam Tournament contro Valencia, Liverpool e Milan. Lega con Grygera e Chivu, si detesta con capitan van der Vart e rivaleggia in fuoriserie (Bmw e Porsche) col gemello di reparto Mido, che campa sui suoi assist. Uno di questi non porta al gol, ma arriva dopo una sbornia di finte – con tanto di elastico pre-Ronaldinho – che manda al bar lo stralunato Henchoz: «Sono andato da una parte, poi dall’altra e lui è andato a prendersi un hot-dog». Molte delle 35 reti (in 74 gare) sono da cineteca: quella al NAC Breda, segnata il 24 agosto 2004 dopo averne dribblati sei, è il Gol dell’anno della Eredivisie.
Nel 2003 sembra - su segnalazione del connazionale Liedholm - fatta con la Roma, ma la leggenda narra che il clan Sensi rispose così al Barone: «Ma dove va uno con quel nome da zingaro?». Nel 2004 Capello aveva altre idee e se le portò alla Juventus, per 16,8 milioni di euro, col perticone di 1,92 x 84 kg che coi piedi taglia 47 fa «con un’arancia ciò che Carew fa col pallone». La battuta, acida, la pronunciò Zlatan quando l’ex romanista, allora riparato a Lione, disse che Ibra «non era granché».
Secondo lo scrittore scandinavo Björn Ranelid, «crea movimenti che nel mondo reale non esistono: sono improvvisazioni jazz». Jam-session figlie dell’adolescenza vissuta a Rosengård. «I miei maestri di strada - racconta Ibra - sono stati Goran, un macedone, e Gagge, un bulgaro che toccava la palla come un brasiliano. Ha un anno più di me e giocammo assieme nella Primavera del Malmö. Mi hanno insegnato un sacco di trucchi e il piacere di far fare certe cose al pallone, di toccarlo in un certo modo. In tanti – da Koeman e van Basten all’Ajax, da Capello a Mancini, mi hanno sempre detto di giocare più facile, ma se non seguissi l'istinto non sarei me stesso. Gioco per come sono, per com’è il mio sangue. Mi piace fare le cose da solo, ma ho imparato si ha bisogno degli altri. Anche in campo».
La sua arena. Dentro, può infilare Buffon, a Euro 2004, con un colpo da taekwondo (arte marziale praticata oltre al K1), difendere se stesso a testate o Suazo per un rosso in Champions League; averla bagnata con gol è l’ultimo tabù sfatato in questa sua fulminante seconda stagione interista: 4 doppiette. Fuori, è un altro Zlatan, noto alla compagna Helen Seger e a Maximilian, un anno il 22 settembre.
«Dove vado vinco», il motto del papà con un «ego grande quanto Stoccolma», copyright della stampa svedese, e un idolo: Muhammad Ali. Prometteva di metterti ko al 4° round e manteneva». Come la “sua” Inter, che lo ha avuto, per 24,8 milioni, grazie a Calciopoli. Non tutto il male non vien per nuocere.
Christian Giordano

La scheda di Zlatan Ibrahimovic
Data e luogo di nascita: 3 ottobre 1981, Malmö (Svezia)
Nazionalità: svedese
Seconda nazionalità: bosniaca
Passaporto comunitario: sì
Statura: 1,92 m
Peso: 84 kg
Numero di scarpe: 47
Numero di maglia: 8
Soprannome: Genio
Club: Balkan (1989-1995), Malmö (1995-2001), Ajax (2001-2004), Juventus (2004-2006), Inter (2006-)
Palmarès: 2 Eredivisie (2002, 2004), Coppa d’Olanda 2002, Supercoppa d’Olanda 2002; 3 scudetti (nel 2005 e 2006, revocati; 2007)
Scadenza contratto: giugno 2010
Presenze (reti) in Nazionale: 39 (18)

sabato, ottobre 13, 2007

Donadoni: "L'Italia è l'Italia"


Qualificazioni a Euro2008: 2-0 dell'Italia alla Georgia. Tutti contenti? I georgiani forse sì, visto che "difendevano" persino lo 0-1 anziché cercare il pari. Nel Paese del risultato, invece, neanche i tre punti ti mettono più al riparo da critiche. Peraltro giustificate se per quasi l'intera ripresa non spingi contro avversari che non superano il centrocampo nemmeno quando sono in svantaggio.
- Roberto Donadoni, Buffon ha detto:"Abbiamo vinto, ma non convinto"…
"Il risultato (2-0, ndr) è buono, come la prestazione, anche se a tratti. Nel secondo tempo abbiamo gestito troppo il vantaggio, senza pigiare molto sull'acceleratore. Loro hanno badato solo a difendersi, gli spazi erano ridotti e noi abbiamo commesso errori nelle ripartenze, sbagliando passaggi che ci avrebbero permesso di affondare e di chiudere la partita. Ma sono soddisfatto di quanto fatto dai ragazzi. Sento parlare di squadra operaia, ma questi giocatori hanno grandi qualità tecniche. Per me "operaia" non è un'etichetta dispregiativa, anzi: lo spirito di abnegazione è un ingrediente fondamentale".

- Questa Georgia riuscirà a bloccare, o perlomeno a frenare, la Scozia?
"Mi auguro di sì. La Georgia è una squadra che, se giocherà con questo atteggiamento, potrà rendere arduo agli scozzesi sbloccare il risultato. In favore della Scozia gioca la capacità di sfruttare le situazioni di palla inattiva. E se i georgiani vanno sotto nel punteggio, per loro la vita si complica, perché - stando a quel che ho visto stasera - non hanno un gran peso offensivo. In casa, magari giocheranno con maggiore aggressività. Contro di noi lo hanno fatto, e ci hanno pure messo in difficoltà: erano più carichi e avevano un pizzico di concentrazione in più. Ma sono discorsi che non mi piace fare. Dobbiamo contare solo sulle nostre forze, come abbiamo sempre fatto. E quella contro la Scozia sarà una di quelle gare belle da giocare. Ha tutto: un bello stadio (l'Hampden Park di Glasgow, ndr), i tre punti decisivi ai fini della qualificazione, un pubblico caldo, tanta gente. Andremo là (il 17 novembre, fischio d'inizio alle 17 locali, ndr) per far vedere che l'Italia è l'Italia".

- Quella che vedremo in campo, mercoledì 17 ottobre a Siena, in amichevole contro il Sudafrica, sarà molto diversa. Anche nel sistema di gioco?
"No, non penso di provare particolari esperimenti. Voglio dare un'occhiata da vicino ai convocati, vedere come stanno. Per alcuni è la prima volta in azzurro (Andrea Dossena, Paolo Cannavaro, Nocerino, Rosina, ndr), per altri è un ritorno (Gilardino, Mesto, Palombo, Semioli, Zaccardo, ndr). Qualcuno si è lamentato, qualcun altro si è sentito trascurato. Ma io non mi scordo di nessuno, cerco solo di fare le cose più sensate, senza preconcetti né preclusioni nei confronti di chicchessia. Borriello? È uno degli attaccanti che più si sta mettendo in luce. Lo seguiamo. Iaquinta non è ancora a posto, se non ce la farà decideremo se restare con i 19 che abbiamo o se chiamare un altro. Anche se abbiamo solo due allenamenti, voglio valutare le condizioni dei ragazzi. Abbiamo una partita che non conta per la qualificazione, ma che per noi è importante. Il Sudafrica ha qualità tecnica e un grande allenatore. [Il brasiliano Carlos Alberto] Parreira l'ho avuto come tecnico in America, nei New York MetroStars, ha esperienza e ha vinto un Mondiale". USA 94, contro un'altra Italia. Quella con, e non di, Donadoni.
CHRISTIAN GIORDANO

I 20 CONVOCATI per ITALIA-SUDAFRICA:
PORTIERI: Amelia, Curci;
DIFENSORI: Zaccardo, Mesto, Bonera, Gamberini, P. Cannavaro, Chiellini;
CENTROCAMPISTI: Dossena, De Rossi, Palombo, Nocerino, Montolivo, Semioli, Foggia, Mauri, Rosina;
ATTACCANTI: Lucarelli, Gilardino, Iaquinta (*);
(*) convalescente.

sabato, ottobre 06, 2007

LE PAGELLE DI Bologna-Lecce 1-0


Antonioli 6,5 – Fa tutto bene e in sicurezza. Sotto il diluvio, meglio la respinta che la presa. Ritroivato, ammesso si fosse mai perso.
Daino 6,5 – Meno propositivo, perché davanti ha Adailton e deve limitare Ariatti, sul quale nel finale s’immola Lavecchia. Concentrato.
Moras sv - Parte bene poi lo salutano gli adduttori della gamba destra rompe. Sfortunato. (25’ pt Costa 6,5 – Puntuale e rapido. Balla un po’ quando Abbruscato e Tiribocchi si cercano).
Castellini 6,5 – Nave-scuola prima di Moras, poi, da centrale di sinistra, di Costa. Meno pulito e autorevole del solito, mestiere e presenza da vendere. Unici nei, la spizzata che libera l’incornata Abbruscato e il non stacco su quella di Polenghi, che spolvera la traversa
Bonetto 6,5 – Piedino discreto, chiude e riparte. Avesse pure il fisico, non giocherebbe in B. Deve cercare di più il fondo.
Confalone 6 – Limiti tecnici noti. Furore e sostanza in crescita, ma ancora lontani dai suoi standard.
Carrus 7 – Miglior prova in rossoblù, per continuità, dinamismo e qualità. Non una coincidenza che sia arrivata schierandolo al centro. Vero, Arrigoni?
Amoroso 6 – Vivace per un’ora, anche se poco incisivo. Da mezzo sinistro si trova meglio, e questo si respira. Insistere, please.
Bombardini 7,5 – Non stupisce sia l’idolo locale. Dà anche ciò che non ha, se poi, dal cilindro, cava pure la Bomba-vittoria, è l’apoteosi. Atleticamente vispo, per brillantezza e fondo.
Adailton 6 (26’ st Lavecchia 6: a uomo su Ariatti: missione compiuta) – A lungo defilato, a destra e nella manovra. Quando ci entra e si accentra, ecco la magia per Marazzina e una botta sulla quale Rosati si supera. Terreno e fiato non lo aiutano. Mette lo zampino nel gol.
Marazzina 6,5 – Lotta contro tre. Gli manca il gol e se ne mangia (Adailton lo illumina, il tiro arriva con reazione da bradipo), ma spende e taglia come nessuno. Da applausi il backdoor cestistico su servizio del brasiliano. La difficile intesa con Bombardini migliora ma c’è da lavorare. (34’ st Cipriani sv: il tempo di rompere il fiato. Appena scavalla, Esposito lo tira giù: rosso).
CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, ottobre 03, 2007

Le Big Four

ARSENAL
I segreti: Wenger e l’Emirates Stadium. Il primo implementa un sistema di gioco che, palla a terra, fa dei Gunners la miglior squadra al mondo; e uno di scouting che consente loro di perdere Vieira, Henry & C. senza smettere di vincere e di divertire. Fabregas, “scippato” sedicenne dalla Masía del Barcellona, è gemma più preziosa della miniera globale setacciata per conto del mago alsaziano. Il secondo, opera della Fly Emirates (partner, più che sponsor, e maggior compagnia aerea del medioriente), ha garantito il post-Highbury: sold out da 60.432 spettatori e 4,65 milioni di euro a partita. Ergo: vele spiegate in Premier e in Champions League e club inglese con più fatturato (270 milioni di euro, +274% nel 2005-06), secondo solo a quello del Real Madrid (303). Data spartiacque: 7 maggio 2006, l’ultima ad Highbury. Gli investitori stranieri (lo statunitense Kroenke, 12%; l’ex galeotto russo-uzbeko Usmanov, 21%, che ha liquidato l’ex vicepresidente Dein per 112,5 mln) sono la ciliegiona, lo stadio è la torta.

CHELSEA
È un falso storico che il Chelsea pre-Abramovich fosse un piccolo club: Osgood, Cooke e Hudson, durante e dopo la “Swinging London”, giocavano lì, nel cuore glamour e fashion della capitale. Ma lo sarebbe altrettanto negare che, con l’avvento dell’oligarca russo (2003), i Blues si siano affrancati dalle speculazioni edilizie sui dintorni dello Stamford Bridge. Innamoratosene dall’elicottero, l’11esimo Paperone mondiale (18.2 miliardi di dollari il capitale stimato, sorto sulla privatizzazione dei sistemi produttivi e industriali dell'ex Urss) vi ha portato - con il tecnico Mourinho e a 50 anni dall’ultimo titolo - due Premier League e altri 4 trofei nazionali. La “sola” semifinale di Champions League, il flop-Shevchenko, imposto dal patron, l’improvvisa austerità (dopo i 130 milioni di euro spesi nel 2006-07) e i conseguenti rapporti tesi sono costati al portoghese l’autoesonero, e al capo 35 mln di buonuscita. Il traghettatore Grant lo sa: un club che vale 387 mln, e ne fattura per 229.2, deve vincere.

LIVERPOOL
Il 6 febbraio 2007 gli industriali Usa delle telecomunicazioni George Gillett (proprietario dei Montreal Canadiens della NHL e della Gillett Evernham Motorsport, scuderia Nascar) e Tom Hicks (suoi i Texas Rangers della MLB, i Dallas Stars della NHL, i Mesquite Championship Rodeo e il 50% dei Reds) diventano soci di maggioranza investendo 720 milioni di euro. Compresi i 67,2 di debiti e i 322,5 per lo stadio (60 mila posti, 445 mln di euro il preventivo) che sorgerà allo Stanley Park. I neoproprietari hanno detto subito che sarà sposo dell’eventuale sponsor, se in dote arriverà almeno un asso a stagione. Vendute le quote, David Moores non è più il presidente. Dopo due finali di Champions League in tre anni, la mission di Benítez si chiama Premier League. Allo scopo, ecco Fernando Torres (36 milioni di euro all’Atlético Madrid) e Babel (17 all’Ajax). «This is Anfield», la targa che faceva vincere le partite prima di giocarle nell’ormai obsoleto catino da 44.000 sardine. Povera, ora “ricca” Kop: in quello nuovo la s si leggerà $.

MANCHESTER UNITED
I soldi di un tycoon Usa (Malcolm Glazer, padrone dei Tampa Bay Buccaneers della NFL), la tradizione e il potere del club inglese più vincente e più tifato (50 milioni di fans nel mondo), la competenza di Ferguson, manager che da vent’anni lo guida in panca e fuori, il fascino e i 68 mila fissi all’Old Trafford, la leadership globale nel merchandising e sul mercato asiatico: un affare da 1,2 mld di euro (850 mln in debiti), tanti ne ha spesi l’osteggiato magnate per avere il club più in salute al mondo, il terzo per fatturato nel 2005-06 (251,7 mln) e per uscite nel mercato estivo 2007 (95 mln), il quarto per liquidità. Il resto lo portano i mega-sponsor: il 23 novembre 2005, l'ad David Gill ha inchiostrato con la Vodafone un quadriennale da 45 mln; il 6 aprile 2006, con la AIG, un quinquennale da 21 mln a stagione, record inglese e secondo solo alla rinegoziazione da 22 mln l'anno tra la Tamoil e la Juventus. Altri munifici partner: Nike (455 mln per 13 anni, fino al 2015), Audi, Budweiser, Betfred. Le follie Tévez (44 mln), Anderson e Hargreaves (25+25) e Nani (21) si spiegano anche così.
CHRISTIAN GIORDANO

Le spagnole: così vicine, così lontane

BARCELLONA
«Més que un club», più che un club. Lì c’è tutto il barcellonismo: fede da oltre 108 mila adepti-soci. Una multinazionale del popolo. Catalano. Da 50 anni il tempio è il Camp Nou, sempre più «icona di Barcellona» una volta realizzata la ristrutturazione firmata da Norman Foster, architetto inglese del rinnovato Wembley, del quale avrà «tutt’altra estetica ma stesse modernità e funzionalità». Lo giura Joan Franquesa, direttore finanziario nell’era-Joan Laporta. Il rinnovato stadio da 104.000 posti costerà 250 milioni di euro. Bruscolini per un brand che ne vale 948, secondo solo a quello dell’odiato Real Madrid (1.063), e che sul mercato, gestito dal ds Aitor Beguiristain, ne ha spesi 65,8. Merito non degli sponsor, mal visti sul blaugrana, colori simbolo della Catalogna. Rifiutato il logo della Betandwin (e relativo quinquennale da 110 mln di euro), dal 2005 compare, sulla manica destra, quello dell’emittente catalana TV3. Dal 2006-07 sulla camiseta si legge «Unicef», cui per 5 stagioni verrà devoluto lo 0,7% del ricavato annuale: 1,5 mln. Marketing benefico.

REAL MADRID
Chiusa l’epopea dei Galácticos, sono arrivati altri Zidanes e quasi spariti i Pavones. Il mercato asiatico ha gradito, il campo meno. Il 27 febbraio 2006 si è dimesso Florentino Pérez e dopo il breve interregno di Fernando Martín, il 2 luglio 2006 è stato eletto presidente Ramón Calderón: col Capello-bis in panca e la strana coppie Mijatovic-Baldini nella stanza dei bottoni, la 30esima Liga, buttata dal Barcellona, s’è vestita di blanco grazie ai 21 milioni di euro spesi per van Nistelrooy, Diarra e Reyes. Tra dicembre e gennaio, svenduto Ronaldo, s’è investito sul futuribile talento sudamericano di Marcelo, Higuaín, Gago. In estate ne sono serviti 119 per Pepe, Heinze, Drenthe, Robben e Sneijder. Ora restano i debiti: 270 milioni di euro. Contando sul primo fatturato mondiale (292,2 milioni) c’è di peggio, ma i 500 ricavati dalla vendita della Ciudad Deportiva sono finiti e con essi la pacchia: Schuster, come Grant al Chelsea, dovrà vincere dove più (si) conta. In Champions.

SIVIGLIA
Una legge del 1992 obbliga i club spagnoli a trasformarsi in SAD (Sociedades Anónimas Deportivas, particolare tipologia di SpA) e a presentare, entro l’1 agosto 1995, garanzie in base ai debiti previsti. Il Siviglia e il Celta non ci riescono. Le pressioni spingono la federazione (FEF) al compromesso: due stagioni di Liga a 22 squadre, ripescate le retrocesse d'ufficio. Ma l'azionista di maggioranza, González de Caldas, e il tecnico Camacho fanno disastri. Due scivolate in Segunda, poi, nel 2000, il nuovo presidente, Roberto Alés. "Economia di guerra" e "metodo tedesco", cioè austerità e riduzione dei debiti. Alés compra i palloni e cede Tsartas, Juan Carlos, Marchena e Jesuli. L'ex portiere e a.d. Mochi diventa ds. La politica "hombres, y no nombres" - uomini, non nomi - porta giovani talenti da tutto il mondo, specie il Sud America. Il 27 maggio 2003 alla presidenza assurge il vice, José María del Nido, gestore della crisi. Col centenario ecco i primi successi europei e gli 80-100 mln di euro per la ristrutturazione che, nel 2008, amplierà a 66.000 posti il Nuevo Ramón Sánchez Pizjuán. Roba da grandi.

VALENCIA
Dopo 19 anni anni di digiuno, nel 1999, il tecnico italiano Claudio Ranieri porta il club a vincere qualcosa: la Coppa nazionale. Come ringraziamento, per risparmiare i 2 milioni di euro, compenso per l'ultimo anno di contratto, il club avrebbe trascinato in tribunale il futuro tecnico del Chelsea, se non avesse transato sulle spettanze: 4 anziché i 6 mln più la buonuscita prevista dalla "clausola licenziamento". Arriva Héctor Cúper: due finali di Champions League perse in fila. Nel 2001-02 il nuovo tecnico Rafa Benítez porta la squadra in cima alla Liga, successo atteso 31 anni, e il club nel G-14. Nel 2003-04 il bis in campionato, con tanto di Coppa Uefa. Su quei successi i levantini costruiscono l’impero attuale: 47,5 i milioni spesi in estate da un marchio che ne vale non meno di 319. Non stupisce che i 53 mila del vetusto Mestalla gli vadano stretti: per il 2009 è previsto il trasferimento nel nuovo impianto situato nel nord-ovest della città. Qui si pensa in grande.
CHRISTIAN GIORDANO

Il sistema OL


Più spendi (33 mln in estate), meno spandi. Questa la formula-OL di Jean-Michel Aulas, che dall’87 detiene la squadra esacampione di Francia. Fondatore e boss della CEGID (Compagnie Européenne de Gestion par l’Informatique Décentralisée), un passato da pallamanista e nel Maggio ’68, gestisce il club come le sue aziende del settore informatico e non solo. Marketing e merchandising, i progetti per entrare in Borsa e per il nuovo stadio da 60 mila posti (18.500 in più rispetto al Gérland, la metà delle richieste per le gare di Champions League) e una politica così aggressiva da inimicarsi i tifosi e il resto del Paese. Il suo braccio destro è l’ex nazionale Bernard Lacombe, idolo locale, la cui rete scandaglia Brasile e Africa, per vincere a prescindere dai giocatori e dagli allenatori. E così che l’OL – dal 2002 nel G-14, che Aulas presiede dal 16 maggio 2007 – scova e cesella diamanti grezzi quali Juninho. È il sistema-Lione: tutti importanti, nessuno insostituibile. In campo e fuori.
CHRISTIAN GIORDANO

Shakhtar, la miniera dei minatori

Dalla nascita del campionato ucraino (1991), la “squadra dei minatori (shakhtar)” insidia la leadership della Dinamo Kyiv. Il titolo arriva nel 2002, sotto la guida di Nevio Scala, e torna nel 2005 e nel 2006. Dieci anni prima, alla presidenza arriva l’allora 30enne oligarca locale Rinat Akhmetov. Con grossi investimenti migliora le infrastrutture sportive e allestisce una rosa competitiva anche in Europa. Nel 1999 viene aperta la scuola calcio FC Shakhtar, che conta tremila allievi, e inaugurato il centro di allenamento "Kirsha", complesso all'avanguardia continentale e sede degli allenamenti della prima squadra. Il più ricco uomo d’affari ucraino - patrimonio stimato: 4 miliardi di dollari; ex soci dalla fedina non proprio di bucato - è stato decisivo nelle presidenziali del 2004, sostenendo la candidatura di Viktor Yanukovych. Il suo impero ha attirato nella poco ospitale regione del Donbas la nutrita colonia brasiliana, il tecnico giramondo Lucescu, la colonna della nazionale Tymoschuk (a sorpresa ceduto allo Zenit di San Pietroburgo) e, in estate, l’azzurro Lucarelli. Durerà?
CHRISTIAN GIORDANO

Bayern uguale Baviera

Non ne è il simbolo, “è” la Baviera. Amatissimo, a Monaco come nelle montagne circostanti, è il club tedesco più vincente, ricco (655 mln di euro in ricavi, secondo “Forbes”), organizzato, potente e moderno. E ha un debole per chi alla causa ha dato tutto: dal presidentissimo Beckenbauer al dg Hoeness al presidente operativo Rummenigge, gli ex campioni giocano ruoli di primo piano. E per quelli in difficoltà - come l’ex alcolista Müller - un posto in società c’è sempre. Anche questo tramanda la cultura del club, fortissima da quelle parti. Su tali radici poggiano i 20 mln di euro annuali versati dalla Deutsche Telekom, lo sponsor principale; gli oltre 450 articoli del catalogo ufficiale (uscita annuale, un milione di copie), le 220 mila copie della rivista “Bayern Magazin” tirate per ogni gara casalinga. In Germania esistono 5 Bayern Store, il più grande (800 mq) è nella Allianz Arena, futuristico stadio da 69.900 posti costruito per Germania 2006. Già nel 1999 in cassa entravano 128 mln di euro da magliette (per quella di Klinsmann, nel 1995-96 il record: 350 mila repliche vendute) e affini. Il sito web è in 5 lingue (pure cinese e giapponese). E quest’anno non partecipa alla Champions League.
CHRISTIAN GIORDANO

Le italiane: (ci) siamo solo noi

INTER
La Saras del petroliere Moratti e la Pirelli (sponsor dal 1995-96) del sodale Tronchetti Provera, ovvio. Ma anche la competente, capillare e sottovalutata rete di osservatori (di cui fa parte InterCampus, nata nel 1995-96: 20.000 gli 8-13enni monitorati in 1995-96 Paesi) capace di portare di tutto, da gemme troppo grezze alla Mutu ai flop Caio e Rambert. E un settore giovanile che foraggia mezzo calcio italiano e quasi mai la prima squadra. Qualche plusvalenza milionaria su carneadi - se dimostrata - e campagne-acquisti così faraoniche da essere diventati barzelletta. Prima di Calciopoli. Dal 18 febbraio 1995, per 70 miliardi di lire, il patron Massimo ha coronato il sogno di famiglia: «Se la Juve è degli Agnelli, l’Inter è dei Moratti». E del 16% del tifo nazionale, dietro la Juventus e il Milan, secondo il sondaggio dalla società demoscopica Demos e pubblicato su “Repubblica” il 24 agosto 2007. SKY e Nike sono decisivi nel 7° posto mondiale nei ricavi: 434 mln di euro.

JUVENTUS
Il 15 marzo 2007 il cda delibera per maggio l'aumento di capitale: 104,8 milioni di euro. L'azionista di maggioranza, l'Ifil (finanziaria della famiglia Agnelli), partecipa al 62,012%, la Libyan Arab Foreign Investment Company per il 7,5%. Il prezzo di emissione delle nuove azioni è di 1,3 euro ciascuna (1,2 a titolo di sovrapprezzo). Cambiato il main sponsor (da Tamoil a New Holland), resta la questione-stadio. Il nuovo Delle Alpi da 40.600 posti «è subordinato agli accordi con il Comune, il governo e la Figc per le agevolazioni al finanziamento da 120 mln di euro». Saltato Euro 2012, sarà più dura. Come «fare crescere un Ronaldinho italiano nel centro di Vinovo», l’ambizioso progetto dell'ad Blanc. In Borsa dal 2001, unica con le romane, la Juventus è uno dei fondatori del G-14 e il club italiano più tifato (in Italia il 28% dei calciofili). Un bacino di utenza transnazionale cui l’anno di B non ha impedito di incassare 443 mln di euro, sesto ricavo globale e,nella Penisola, secondo, sollo a quello del Milan: 644. La Vecchia Signora si mantiene bene.

MILAN
L’ad Galliani ha fissato la priorità: Champions. Forse perché quella appena vinta ha fruttato, dalla Uefa, 39,59 mln di euro. Piazzate, Chelsea (34,66) e il Liverpool finalista (32,22). Non è questa la sede per descrivere la forza economica di Berlusconi. Il 15 giugno 2006, non essendo più Presidente del Consiglio, il patron torna a capo del Milan. Anche formalmente. In 21 anni il suo Gruppo ha fatto di squadra e società autentiche superpotenze mondiali. Il vivaio e la rete di osservatori (grazie anche ai buoni uffici del poliglotta plenipotenziario Leonardo) garantiscono continuità ai massimi livelli. E alla bisogna si allargano i cordoni: 22 mln di euro per Pato. Il 23% del tifo nazionale e il primato (20,3%) nella fascia under-24, più importante, per il club re del marketing sono una miniera d’oro. Meglio: di pubblicità. MilanLab, il centro tecnico di Milanello e organizzazione hanno pochi eguali. Avesse anche un Meazza da 82.955 posti tutto suo, non ce ne sarebbe per nessuno.

Spurs: soldi veri

Gli Spurs non sono nel G-14 (che in realtà è un G-18) e non riescono ad aggrapparsi alla ciambella Champions League. Eppure non smettono di nuotare nell’oro. Li salva l’Eldorado chiamata Premier League, ma anche lo zoccolo duro di appassionati che stipano il White Hart Lane, ancora lungi dal portare a 50.000 posti la capienza. Il marchio del secondo club del nord di Londra non è fra i primi 25 nel mondo, eppure ricava 107,2 mln di euro: 15° del globo e davanti a potenze quali Amburgo, Man City, Rangers, West Ham United e Benfica. Non vendono giovani o riciclano vecchietti come sono costrette a fare le big olandesi e francesi. Non giocano in campionati quasi dopolavoristici come quelli di Scozia e Belgio. A differenza di Portsmouth (Gaydamak), Aston Villa (Lerner) e Newcastle United (Ashley), non ha alle spalle munifici finanziatori né case automobilistiche (la Volkswagen per il Wolfsburg) o farmaceutiche (la Bayer per ilLeverkusen). E Jol non sarà mai un Wenger. Eppure incassa. E sono soldi veri, sicuri.
CHRISTIAN GIORDANO