giovedì, novembre 29, 2007

Rolando furioso, ma non abbastanza


Se il buongiorno si vede dal mattino… Balle. Eppure, nel Man City, Rolando Bianchi era aveva debuttato col gol. Alla sua maniera, in scivolata, e alla faccia della concorrenza: Mpenza, Bojinov (subito rotto), Vassell, Samaras, Corradi (poi ceduto al Parma), Dickov, Sturridge. Robetta per un 24enne che nella Reggina aveva chiuso a 18 gol il suo primo anno di A senza infortuni. Poi, Eriksson lo ha accantonato, nonostante gli 13,2 milioni di euro sborsati, su consiglio di Roberto Mancini, per portarlo nelle Eastlands.
Bergamasco di Albano Sant’Alessandro (15-2-1983), “Rolandinho” è cresciuto nel vivaio atalantino. In A lo fa debuttare 18enne Vavassori, all’80’ di Juventus-Atalanta 2-1 del 17 giugno 2001. Dopo 19 presenze in due stagioni e lo spareggio perso contro la Reggina, scende in B. Mandorlini non lo vede (una presenza) e a gennaio 2004 lo presta al Cagliari (14 gare e 2 reti) che Reja riporta in A. In Sardegna resta in prestito e con Arrigoni si ripete, 2 gol (in 25 gettoni), decisivi, a Siena e Reggina. Tornato a Bergamo, riparte in prestito agli amaranto, dove si rompe un ginocchio in allenamento con la Under 21. L’anno dopo, con Mazzarri, esplode.
Assistito dalla volpe argentata Tullio Tinti, non partirà a gennaio. I giornali lo accostano a Roma, Napoli, Fiorentina (con Pazzini erano compagni a Bergamo), Inter (una bufala lo scambio con Adriano), le torinesi: fantamercato. Bianchi vuole, e deve, giocare. Non lascerà una panca dorata per un’altra. Ha una grande chance, ma deve darsi una mossa, in campo e fuori, e aggiornare il motto paterno: «Ricordati sempre da dove vieni». E dove sei arrivato.
CHRISTIAN GIORDANO

Nei Blues dipinti di Blumer


St. Jakob-Park di Basilea, 15 novembre 2006: Svizzera e Brasile si affrontano in amichevole. Kaká segna anche senza averne voglia. Ronaldinho s’infreddolisce per 62’ in panchina e dopo lo scambio delle maglie, sul taccuino lo ritrovi solo per le debordanti maniglie dell’amore. Il resto degli appunti è monopolizzato dalle volate del verdeoro numero 7, un pelle e ossa che da solo ha coperto la fascia destra e retto il centrocampo.
Nato il 14 gennaio 1981 a Iracemápolis, cittadina rurale dello Stato di San Paolo, Elano Blumer, quando non dà una mano al padre nei campi da coltivare, cresce (poco: 174 cm x 65 kg) in quelli di futsal. «L’ho praticato fino a 11 anni – racconta – E da professionista mi è servito: impari a dribblare in spazi stretti e a pensare in fretta».
La stessa con cui completa, da attaccante, la trafila nelle giovanili del Guarani, club della relativamente vicina Campinas. «Prendevo quattro bus all’andata e altrettanti al ritorno per andare ad allenarmi. Era pericoloso per via delle gang, ma mi lasciavano stare: tutto quel che avevo era il borsone con ciabatte, maglietta e calzoncini, più gli spiccioli per il biglietto».
Il resto è fornito da madre natura. «È uno dei giocatori tatticamente più completi – ricorda l’amico d’infanzia “Rafael” Pereira da Silva, difensore ex Messina ora al Fluminense – Se la cava in ogni ruolo. Talvolta tanta versatilità gli ha persino nuociuto, ma vedo che Eriksson, al Manchester City, gli concede ampia libertà».
Conquistarla non è stato facile, nemmeno per il prototipo del centrocampista moderno. Elano ha un tiro preciso e potente, specie con il destro, corre e contrasta, è veloce e resistente, recupera e smazza palloni. E segna, specie dalla distanza e su punizione. Ma non è un funambolo, e questo, per ogni ragazzo venuto dal Brasile, pare una pregiudizale, se non proprio un handicap.
Le prime salite di una carriera mai in discesa arrivano nel 2000, dopo due anni in prima squadra al Guarani. Elano se ne va sbattendo la porta e trascorre il 2001 in prestito all’Internacional de Limeira (nella cui formazione giovanile è ilmiglior marcatore, 13 gol). Poi va al Santos, nel quale conquista due titoli brasiliani (2002 e 2004, spezzando un digiuno durato 18 anni) e la nazionale. Parreira lo fa debuttare il 7 gennaio 2004 nel Preolimpico, Venezuela-Brasile 0-4 allo stadio Municipal di Conceptión. Lascia la “camisa” bianca (numero 11) dopo 52 gol in 209 gare, ma a differenza degli illustri compagni Robinho, Diego e Alex, non per big quali Real Madrid, Porto e Werder Brema, PSV e Chelsea, bensì per infoltire la colonia brasiliana (João Batista, Matuzalém e Brandão, cui si uniranno Jadson e Ivan) che sopravvive ai -20 ºC di Donetsk, Ucraina: 7 milioni di euro al Santos e per lui un quinquennale con lo Shakhtar.
La mossa lo sistema per la vita, ma gli fa perdere il Mondiale. Dopo il flop-Germania 2006 e l’insediamento del nuovo Ct Dunga, che in lui si rivede, Elano torna nella Seleção da primo brasiliano del campionato ucraino, vinto nel 2005 assieme alla supercoppa d’Ucraina.
«Pregavo ogni giorno di essere ceduto - racconta Elano - Non posso dire di avere rimpianti, perché avevo questa opportunità e qui ho fatto bene. Ho conquistato il posto di titolare in nazionale quindi non posso dire di aver sbagliato trasferimento. Ma devo avere la testa al posto giusto. Là si gelava. Giocavamo anche con temperature di -15, - 20 ºC. Volevo andarmene per ragioni professionali. E familiari».
Il cibo, non avere posti in cui andare e per due anni e mezzo, con la moglie Alexandra e la figlioletta Maria Teresa (che oggi ha ventun mesi), un hotel come casa. Quando amici e parenti lo sono andati a trovare, Elano gli detto che «non c’era molto da vedere. Così li ho portati al nostro centro di allenamento, è magnifico».
Che nel suo destino ci fosse l’Inghilterra si intuisce dalla doppietta-fotocopia nel 3-0 all’Argentina nell’amichevole di lusso del 3 settembre 2006 all’Emirates Stadium di Londra: un gol per tempo, inserimento dalla destra e diagonale, sul primo e sul secondo palo. I suoi marchi di fabbrica.
Il 2 agosto 2007 l’ex premier thailandese Thaksin Shinawatra stacca il terzo munifico assegno della giornata (12 milioni di euro e accordo quadriennale), il settimo della faraonica campagna estiva per regalare al successore di Stuart Pearce l’ennesimo giocatore visionato in dvd. Al City, Elano – cui il approdo in terra inglese porta su qualche media un secondo nome, Ralph, mai avuto – è preceduto dal connazionale “Geovanni” Gomez, ex Cruzeiro, primo brasiliano in maglia Blues.
«Amici e colleghi mi dicevano che il calcio inglese non faceva per me - racconta – E che qui i sudamericani, specie i brasiliani, non avevano fortuna». Gilberto Silva e Edu (Arsenal), Juninho Paulista (Middlesbrough), Emerson Thome (Sheffield Wednesday, Chelsea) e Adriano Basso (Bristol City) ringraziano, ma è pur vero che i flop non erano mancati: l’apripista Mirandinha (Newcastle Utd), l’ex milanista Roque Júnior (Leeds Utd), Kléberson (Man Utd, 9 milioni di euro buttati), Doriva (Boro) e Fumaca (Colchester, Palace e Newcastle).
L’avventura oltremanica comincia col botto dopo le 4 presenze nella vittoriosa Coppa America, e un assist nel 3-0 in finale sull’Argentina. Suo anche il servizio che ha portato, all’Upton Park, il primo gol stagionale dei Blues. La sua prima rete nelle Eastlands è arrivata in settembre, gara aperta con la illuminante apertura sulla destra per Ireland (autore del cross per il secco rasoterra vincente di Petrov) e chiusa con la freccia su punizione, dai 25 metri, che si è conficcata nel “sette” per il 3-1 casalingo sul Newcastle Utd, secondo i tifosi la più bella prestazione del City da quarant’anni in qua.
A 2’ dalla fine Eriksson lo toglie per concedergli la standing ovation del City of Manchester Stadium, che per la capacità di dare la scossa a compagni e partita lo ha subito ribattezzato: Electric Elano,. Un soprannome, un programma. Anche se in troppi si sono sintonizzati sul canale sbagliato: il ragazzo venuto dal Brasile non è un fantasista, né un “nove e mezzo” come i due geniali Roberto che lo svedese ha avuto con sé in Italia. «Ho allenato Mancini e Baggio, Elano è di quella categoria» ha detto Eriksson, cui era stato raccomandato da Dunga, suo pupillo alla Fiorentina. Non è vero, ma è come sentirgli dire che, finalmente, giustizia è fatta.
CHRISTIAN GIORDANO

La scheda di Elano Blumer
Data e luogo di nascita: 14-6-1981, Iracemápolis (stato di São Paolo, Brasile)
Nazionalità: brasiliana
Passaporto comunitario: no
Statura e peso: 1,74 m x 65 kg
Ruolo: centrocampista
Numero di maglia: 11
Soprannome: Electric Elano
Club: Guarani (1998-2000), Internacional de Limeira (2000), Santos (2001-2004), Shahtar Donetsk (Ucraina, 2005-2007), Manchester City (Inghilterra, 2007-)
Palmarès: 2 Brasileirão (2002, 2004), campionato e supercoppa ucraini 2005, Copa América 2007
Esordio in Nazionale: 7-1-2004, Conceptión (stadio Municipal), Venezuela-Brasile 0-4 (torneo Preolimpico),
Presenze (reti) in Nazionale: 27 (4)
Scadenza contratto: giugno 2011

sabato, novembre 24, 2007

Siamo seriani


"La Celeste". Il soprannome, per la maglia simil-Uruguay, è l’unico volo alto. Il resto, nella decennale realtà AlbinoLeffe, è ben piantato nella terra compresa fra i dieci km che separano i due paesini della Val Seriana.
«Comincia a darmi fastidio sentire parlare di miracolo. I risultati sono frutto della programmazione», sbotta il dg Sandro Turotti, veterano della C nella triade col presidente Andreoletti, imprenditore nelle materie plastiche, e col ds Valoti, ex calciatore di A. L’unica sorpresa, per chi sul colletto porta quattro stellette (le salvezze consecutive fra i cadetti), è quella che l’azienda del patron infila negli ovetti di una multinazionale del cioccolato. A Bologna, sponda Virtus, ben nota.
È infatti con competenza e gestione oculata che, sul 4-4-2 decimo l’anno scorso, è stato costruito il migliore e più “democratico” attacco del torneo: 29 gol in 14 giornate. Merito dei gemelli Ruopolo (5) e Cellini (11, top scorer con Castillo del Pisa) e di altri dieci: Carobbio, Colombo, Cristiano, capitan Del Prato, Ferrari, Madonna e Perico Jr (figli d’arte in rampa di lancio), Peluso e Poloni.
Il monte-stipendi chiama 3,5 milioni di euro. Carobbio, il più pagato, ne prende 160 mila. È la filosofia dei “baschi della Val Seriana”: le poche eccezioni ai giovani autoctoni si fanno per talenti sconosciuti o da rilanciare, meglio se pescati in C; o per scommesse a parametro zero, come l’ottimo portiere Marchetti, preso dal Torino fallito con Cimminelli. Chi non sposa il progetto (Araboni e Acerbis: 600 mila euro per non giocare) o non porta la dote richiesta (Joelson con la Reggina la stagione scorsa), finisce fuori rosa.
Ruopolo, deriso a Trieste e arrivato a gennaio per mille euro, è stato riscattato dal Parma per 850.000. Cellini è costato neanche 100 mila. Andreoletti, folgorato a Prato, lo ha preteso nella cessione di Testini alla Triestina. A Foggia, Cellini non fa gol per 12 partite. Dopo la doppietta nel 4-1 al Napoli, ne segna 12 in 21. «Sentivo la pressione della piazza. Non segnavo neanche a passarmi il pallone sulla linea di porta. Poi, all’improvviso, la svolta. Senza spiegazione».
Tonellotto lo prese alla Triestina e lo manda a farsi le ossa, a 24 anni, nel Perugia. Nonostante le 16 reti in 32 gare, lo spedisce all’AlbinoLeffe. Al debutto in B 7 centri, poi la ruota gira e al tecnico Mondonico gli girano. «Colpa mia, nel girone di ritorno mi sono inceppato». Difficile succeda con mister Gustinetti, profeta in patria e primo artefice della Coppa Italia di C nel 2002 e della storica promozione nel 2003.
«Giochiamo un calcio più propositivo - dice Cellini - E c’è Ruopolo: siamo complementari. E gli esterni (Colombo e Gori a destra, Peluso e Cristiano dall’altra parte, ndr) ci aiutano tanto». Contro la difesa meno battuta (6 volte in 13 uscite), il test, reciproco, più probante.
CHRISTIAN GIORDANO

martedì, novembre 20, 2007

2007 PFAI nominees


The PFAI, in association with Ford, today announced the nominees for the 2007 PFAI Player of the Year Awards at a press briefing in Portmarnock.

The nominations for the Players’ Player of the Year, First Division Player of the Year, Young Player of the Year, and Referee of the Year, along with the Premier Division and First Division teams of the Year as voted for by the eircom League of Ireland players, were all announced.

The prestigious 2007 Ford sponsored PFAI Awards will take place this Sunday, 18 November at the Burlington Hotel in Dublin.

The Professional Footballers Association of Ireland (PFAI) announced earlier in the year that Ford had become the official sponsor of its highly successful annual players’ awards in a four year deal. As part of the sponsorship Ford will provide the Premier Division and First Division Players’ of the Year with the exclusive use of a new Ford Focus for the following year.

Mr Eddie Murphy, chief executive of Ford Ireland, congratulated the PFAI nominees and also the players selected on both the Premier and First Division teams of the year:

“It is great to be involved in something that provides direct rewards and recognition for the players and I would like to congratulate the nominees for the PFAI Players’ Awards and also the individuals named on the Premier and First Division teams of the season. It’s the players that provide the passion and the skills that light up the League of Ireland, so the recognition is fully deserved,” Mr Murphy said.

Stephen McGuinness, acting General Secretary of the PFAI, said that the PFAI was delighted to see Ford become involved with the awards. “We are thrilled that Ford has extended their sponsorship in the game directly to the players and it’s great that the player of the year in each division will win a Ford Focus car for a year. In a change from previous years the eircom League of Ireland players chose both teams of the season after a shortlist was drawn up by the 22 League of Ireland managers and members of the media.

“The Premier Division team of the year is made up of players from eight different clubs which has opened up dramatically from the last two years where only three clubs were recognised. And in the First Division it’s great to see a newcomer to the League of Ireland, Conor Sinnott of Wexford Youths, made the team alongside players from the champions Cobh Ramblers.

“We look forward to a long and successful relationship with Ford over the coming years,” McGuinness said.


The nominees are -

Premier Division:
Keith Fahey (St Patrick’s Athletic)
Joe Gamble (Cork City)
David Mooney (Longford Town)
Brian Murphy (Bohemian FC)
Shane Robinson (Drogheda United) (* photo)
Brian Shelley (Drogheda United)

First Division:
Conor Gethins (Finn Harps)
Shane Guthrie (Cobh Ramblers)
Tony Shields (Finn Harps)

Young Player:
Conor Powell (Bohemian FC)
Mark Quigley (St Patrick’s Athletic)
Conor Sammon (UCD)

Referee:
Conor Fitzgerald
Alan Kelly
Paul Tuite

venerdì, novembre 16, 2007

Di grazia, e perché?

Adnkronos delle 18:23.

CASO SANDRI: DI PAOLO (AN), SOSPENDERE ANCHE CAMPIONATI DILETTANTI =
Roma, 16 nov. (Adnkronos) - "Dopo la sospensione dei campionati di calcio di serie B e C, in rispetto per la morte del giovane tifoso della Lazio, Gabriele Sandri, ritengo opportuno che si prenda analoga decisione, per domenica prossima, anche per tutte le categorie inferiori e giovanili della nostra Regione". E' quanto dichiara il consigliere regionale di AN nel Lazio, Pietro Di Paolo.
"Un momento di riflessione sui tragici fatti della scorsa settimana - aggiunge - non può non riguardare la gran parte degli atleti che settimanalmente si cimentano su tutti i campi di calcio regionali. La riscoperta dei sani valori dello sport, deve ricominciare dai dilettanti e non può essere un solo fatto mediatico che riguarda il mondo del professionismo".

Di grazia, e perché andrebbero sospesi i campionati? Non sosteniamo che andrebbe fatto o che non andrebbe fatto. Né sappiamo se (ed eventualmente che cosa) c'entri con la morte di Sandri "la gran parte degli atleti che settimanalmente si cimentano su tutti i campi di calcio regionali", ma ammesso e non concesso che qualcosa c'azzecchi, come il consigliere regionale di AN nel Lazio, Pietro Di Paolo, asserisce, forse sarà il caso di spiegarne i motivi. O no? Altrimenti dobbiamo scivolare nel luogo comune secondo cui, in Italia, i politici parlano, parlano, senza mai dire, e soprattutto fare (se non i propri interessi), niente. Perché, tanto, nessuno li obbliga a rendere conto del loro operato. Ma quando è che qualcuno si assumerà la responsabilità di quello che dice e che fa, perlomeno mentre ricopre una carica pubblica?
CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, novembre 14, 2007

McDonald, Little Big Mac


Mc-chi? Da noi spesso si “scopre” un talento quando segna a una squadra italiana, e pazienza se lo fa in Champions League ed è già nazionale. È successo anche all’australiano del Celtic, che nel torneo ha bollato al debutto, contro lo Shakhtar Donetsk, e firmato all’ultimo minuto, prima del Dida (horror) show, il 2-1 sul Milan all’Hampden Park. Un tap-in, susseguente alla respinta del portiere su tiro di Gary Caldwell, diventato all’istante «il mio gol più importante».
Figlio di scozzesi trapiantati a Melbourne, Scott Douglas McDonald è nato lì, il 21 agosto 1983. Comincia a giocare nei Gippsland Falcons, squadretta della “vicina” (per gli standard locali: 149 km) Morwell, nel cuore della Latrobe Valley, il centro energetico dello Stato di Victoria, estremo sud-est australiano. Nella prima squadra del club fondato nel 1963 da emigrati italiani, in passato noto anche come come Morwell Falcons e Eastern Pride, debutta 14enne. Manco a dirlo, è il più giovane esordiente nella storia della società.
Tramite un contatto di papà John, Willie McStay, tecnico delle giovanili, c’è un abboccamento col Celtic, ma al «niente di concreto» dei biancoverdi, nel 2001, il rotondetto (176 cm x 82 kg) bomberino preferisce «l’ottimo contratto, per un 18 enne, e l’opportunità di crescere come “trainee” nel Southampton, vivaio di grande tradizione». Il giovane tecnico della prima squadra, Gordon Strachan lo metterà in campo una volta da titolare e due da rincalzo prima di mandarlo in prestito all’Huddersfield Town (un gol in 13 presenze nel 2002-03) e poi al Bournemouth (uno in 7 nel 2003). Rientrato alla base, nonostante i rudimenti appresi da Matt Le Tissier e James Beattie, ai Saints non viene confermato e così, a dicembre 2003, scartato dal Dundee United perché «troppo fuori forma», lascia la costa meridionale per un passaggio mensile al Milton Keynes Dons. Sarà il pass per il Motherwell, che il 7 gennaio lo firma a parametro zero. Quando se lo trova davanti il tecnico Terry Butcher vede un «rotondetto cangurino» con in corpo più chili in sovrappeso che gol: 2 nella seconda metà del 2003-04. Tirato a lucido, la stagione successiva, esplode: 15 centri, nonostante gli infortuni, compresa la doppietta che, all’ultima giornata, strappa il titolo al Celtic per regalarlo ai Rangers, squadra per cui tifa mamma Ray e che a gennaio 2007 offrirà 650 mila euro per portarlo all’Ibrox. Macché. In maggio, per 300 mila in più, vestirà biancoverde. Il sogno di almeno tre vite: la sua, quella di papà John e del nonno paterno, socio del Melbourne Celtic Supporters Club. «Mi hanno fatto il lavaggio del cervello».
Qui urge un mini excursus storico sulla chiusura della Scottish Premier League 2004-05. All’86’ il Celtic, cui basterebbe un punto per laurearsi campione, conduce 1-0 sul Motherwell. McDonald pareggia con una rovesciata dall’altezza del dischetto e, 2’ dopo, sorpassa. Nel frattempo i Blues espugnano per 1-0 il campo degli Hibs e si ritrovano in bacheca il più inatteso dei trofei. Un epilogo simile non accadeva dal 1986, quando la doppietta di Albert Kidd del Dundee FC privò gli Hearts del titolo, anche lì, nel finale dell’ultima giornata. A beneficiarne, quella volta, fu il Celtic, campione per la differenza-reti. Da allora Kidd ha lavorato quasi sempre, massì, in Australia. E per capire quanto poco i Rangers credessero di portarsi a casa per la 51esima volta il campionato, basti pensare che, per festeggiare, a dispensa vuota, ordinano 40 Big Mac al più vicino McDonald. L’indomani, sceso dall’aereo per Melbourne, troverà ad accoglierlo una famiglia spaccata e la nomina a presidente onorario del locale club di tifosi dei Rangers. Il segretario, Drew Bowie, dirà: «Rivedremo la partita contro l’Hibernian e abbiamo invitato lui e suo papà. Diciamo che non dovrà mettere mano al portafogli, per bere un bicchiere».
«Mio padre e mio fratello tifano Celtic - racconta McDonald -, mia madre Rangers, ma a casa esiste soprattutto il Celtic. I miei amici sono tutti del Celtic, quindi per un po’ lascerò staccato il telefono. Il padre della mia fidanzata è tifosissimo dei Bhoys e mi aveva detto che non mi avrebbe più parlato se avessi fatto qualcosa alla sua squadra. Ai tempi fu dura. Dopo quella partita tornai a Melbourne per evitare la troppa pubblicità, ma mi telefonavano da ogni parte, per non parlare poi della mia famiglia. C’è voluto tempo per lasciarmi tutto alle spalle e pensare alla carriera, ma ora sto bene».
“Skippy” si è subito fatto perdonare con 13 gol nelle prime 15 partite con la nuova maglia: 10 su dieci di campionato, uno nelle due di coppa di Scozia e 3 nelle tre di Champions League (col Benfica ha assaggiato la panca). I tanti che avevano storto il naso alla sua firma sul triennale - nonostante le credenziali esibite al Fir Park: 45 centri in 110 gare da titolare, 12 in 34 nel 2006-07 - si sono dovuti ricredere. A cominciare da Strachan. Il piccolo grande rosso ha detto di non essersi pentito di non averlo confermato quando lo aveva al Southampton e lasciato intendere che, ai tempi, nonostante I tanti gol con le Riserve, Scott non aveva ancora la giusta mentalità. Mentre «ora che è maturato, è diventato un attaccante di prima fascia». Concetto rafforzato dalle due triplette (in altrettanti 3-0 casalinghi) in campionato: il 29 settembre al Dundee United e quella, da ex, al Motherwell il 28 ottobre. La terza l’ha sfiorata contro il Kilmarnock. Senza di lui i Bhoys sarebbero ben lungi dalla vetta. Perché, in questo altalenante avvio di stagione, come sostengono nelle Highlands, il Celtic è una «one man team».
Di sicuro non lo sono i Socceroos. Nazionale “aussie” a livello U17 (vicecampione del mondo in Nuova Zelanda nel novembre 1999), U20 (da capitano ai Mondiali negli Emirati Arabi Uniti) e U23, nonostante il doppio passaporto McDonald non ha mai pensato di giocare per la Scozia. «Ne avevo l’opportunità, ma sono nato e cresciuto in Australia e lì ho imparato a giocare. Non ho rimpianti». La selezione maggiore lo segue da quando era Ct l’ex barese Frank Farina ma a farlo debuttare (a Manama il 22 febbraio 2006: Australia-Bahrain 3-1, nelle qualificazioni alla Coppa d’Asia) provvede, di fatto, Graham Arnold, secondo e poi successore di Guus Hiddink, Ct part-time col PSV Eindhoven. «Hiddink non l’ho mai incontrato, era troppo impegnato, ma ero in contatto con Arnold». Troppo poco per andare a Germania 2006, ma abbastanza per puntare a Sudafrica 2010. «Qualificarsi sarebbe un’impresa». Come “scoprire”, magari dopo un suo gol all’Italia, chi sia quel promettente tracagnotto australiano: Mc-chi?
CHRISTIAN GIORDANO

La scheda di Scott McDonald
Nato: 21 agosto 1983 a Melbourne, Australia
Nazionalità: australiana
Passaporto UE: sì
Statura e peso: 1,76 m x 82 kg
Ruolo: centravanti
Club: Falcons (giovanili; 1997-2001), Southampton (2001), Huddersfield Town (prestito, 2002-03), Bournemouth (prestito, 2003), Milton Keynes Dons (2003-04), Motherwell (2003-04 - 2007), Celtic (2007-)
Numero di maglia: 27
Scadenza contratto: giugno 2010
Esordio in nazionale: Manama, 22 febbraio 2006: Australia-Bahrain 3-1 (eliminatorie Coppa d’Asia)
Presenze (reti) in nazionale: 4 (0)

domenica, novembre 11, 2007

Il "modello italiano"

"10 minuti di ritardo e con il lutto al braccio di arbitri e giocatori".

"Gli ultras, per protesta [dopo la morte del tifoso laziale Gabriele Sandri], esporranno capovolti gli striscioni".

CHRISTIAN GIORDANO

martedì, novembre 06, 2007

Hibs, la Terza via


«IT had to come sometime». Doveva arrivare, prima o poi. Tommy Craig, secondo del tecnico John Collins, è stato sin troppo profetico: la prima sconfitta del sensazionale avvio di campionato dell’Hibernian è arrivata, il 20 ottobre al Fir Park: 2-1 per il Motherwell con i suoi in dieci dal 20’ per il tackle a piedi uniti di Morais. Da rosso per l’arbitro Richmond.
Per media, tifosi (Hibees o Hibbies) e addetti ai lavori, però, la sorpresa è che sia giunta alla decima giornata. La scorsa stagione, chiusa al sesto posto, gli Hibs avevano ceduto Scott Brown al Celtic per 6,6 milioni di euro e capitan Kevin Thomson ai Rangers per 3. Collins, il manager subentrato il 31 ottobre 2006 al traghettatore Mark Proctor (in carica ad interim con John Park), ha domato una “rivolta dello spogliatoio”, con parecchi titolari ammutinati per via dei suoi metodi di allenamento e della sua «arroganza».
Ma Collins è rimasto in sella, si è sbarazzato di chi secondo lui non lo seguiva - compresi cinque titolari - e ha ricostruito la squadra spendendo briciole. Ha firmato Brian Kerr dal Motherwell e Clayton Donaldson dallo York City, club di non-league. E dalle riserve del Chelsea il portiere Yves Ma-Kalambay.
Il britannico 4-4-2 biancoverde ha battuto Rangers (0-1 ad Ibrox Park) e Celtic (3-2) e pure gli Hearts (0-1 esterno, alla prima giornata), odiati rivali cittadini. Sulla scia di sei successi e tre pareggi, è cominciata la caccia al mago: Collins ha estimatori in Inghilterra, in particolare Bolton e Fulham, ma ha giurato che non straccerà il triennale che scadrà nel 2009.
Sul mezzo telaio rimasto, ha costruito un gruppo privo di stelle. In terza linea McCann (o Gathuessi) e Murphy terzini, il capitano Jones e il suo vice, Hogg, centrali; in mediana Morais e Kerr sulle fasce, Chisholm e Stevenson nel mezzo. Con Beuzelin e O’Brien primi cambi. In attacco giocano Steven Fletcher (nessuna parentela con l’omonimo nazionale Darren) e Donaldson, ma hanno visto il campo anche Antoine-Curier, riciclabile da esterno, e le mezzepunte Zemmama e Benjelloun.
Si deve a lui la terza via al duopolio della Old Firm. «Il cliché esiste anche qui - ammette Alan Pattullo, corrispondente locale dello Scotland Independent - In Scozia sembra esistano solo Celtic e Rangers, ma la SPL è diventata più competitiva. Gli Hearts sono arrivati secondi due stagioni fa e in questa spiccano gli Hibs».
Merito anche del proprietario, Sir Tom Farmer, milionario di Leith [la zona della città da cui gli Hibs provengono]. «Un vero “hands off” owner. Non mette becco su questioni tecnico-tattiche né coltiva un reale interesse per il calcio, ma ha salvato il club dopo che nei primi Anni 90 Wallace Mercer, allora presidente degli Hearts, cercò di rilevarlo. Farmer non investe ma fa in modo che all’Easter Road (17.500 posti sempre esauriti) si guardi ai profitti, e ciò comporta cessioni. Quelle di Thomson e di Brown avevano indotto a credere che “The Cabbage” avrebbe faticato, quest’anno. Col Cavolo, nickname che per il tifoso Hibby identifica, nello slang cockney, gli amori calcistico e culinario: The Cabbage And Ribs, cavoli con costata, non a caso il nome di un pub in Albert Street. Gli Hibs - primo club britannico iscritto a un torneo europeo, la Coppa Campioni 1955-56 - hanno varato una convinta politica dei giovani e tra un mesetto, nella campagna fuori Edimburgo, inaugureranno un centro di allenamento, per il vivaio, costato 15 milioni di euro. Al contrario, i cugini importano giocatori dal resto del continente, specie dalla Lituania. Un’altra terza via, ma senza domani.
CHRISTIAN GIORDANO

venerdì, novembre 02, 2007

Tutti incollati a Bostock


Domenica 28 ottobre 2007, al 72’ di Charlton Athletic-Watford 0-2 è cambiata la vita di John Bostock, 15 anni e 287 giorni: sostituendo Ben Watson, il centrocampista mancino è diventato il più giovane esordiente nella storia dei londinesi. I gol segnati da Tommy Smith e Marlon King hanno confermato la leadership dei giallorossi nel Championship, seconda divisione inglese, e spinto il Palace ancor più in zona retrocessione, ma ora gli Addicks hanno una speranza cui aggrapparsi. A strappargliela ci stanno già provando Chelsea, Barcellona, Manchester United e Liverpool, ma al The Valley – per ora – non ci sentono. «Voglio che resti qui per altri due-tre anni – dice l’allenatore, Neil Warnock. Abbiamo cinque-sei giovani di talento che possono rappresentare il nostro futuro».
«Potrà diventare un campione - ha dichiarato al “Daily Mail” l’ex allenatore del Crystal Palace, Peter Taylor - Ha un bel sinistro e una buona stazza, può correre tutto il giorno, è bravo nello stretto e sa lanciare. Quando è arrivato in prima squadra, faceva tre tocchi, ma l’ho incoraggiato a guardare Gareth Bale e Cesc Fabregas: un tocco e non perdono mai palla. Ha un talento incredibile»
Il giorno dopo, è tornato alla Nautical School di Blackfriars, ma stavolta ha trascorso il pomeriggio a firmare autografi e a fare foto. «John è un ragazzo umile e semplice – giura un suo insegnante, Neil McGregor –, non si monterà la testa. Siamo orgogliosi di lui. È uno studente-modello e potrà frequentare l’università, se lo vorrà. Intanto, detiene il record scolastico sui 110 metri ostacoli».
Ad agosto, l’orgoglio di papà Mick, tifosissimo del Palace, e mamma Christine era in tribuna nel pareggio col Leicester. Due mesi dopo, era in panca. «Pensa solo al calcio – ha spiegato Warnock – e così il padre. Costruiremo la squadra attorno a John, cui farebbe meglio giocare 100 partite da noi che essere la 20esima scelta al Chelsea, o no?» Al club da quando aveva nove anni e Under 16 dal dicembre 2006, «deve solo togliersi quella strafottenza da “cocky”». Per un londinese doc, pure predestinato, mica facile.
Christian Giordano