venerdì, dicembre 28, 2007

Top10 maglie: Celtic


Hoops, i cerchiati. Il verde smeraldo è quello nel cuore degli irlandesi e cattolici emigrati a Glasgow a cercar fortuna. La squadra di calcio con maglia da rugby nacque ai primi del 1988, per iniziativa multiparrocchiale: doveva portar soldi ai Dinner Tables, le mense per orfani e diseredati. Tra i fondatori, padre Walfrid, sacerdote marista. Sul logo campeggia il quadrifoglio. Molti club si sono rifatti, per il look, alla squadra scozzese: i tedeschi del Greuther Furth, i nordirlandesi del Belfast Celtic, gli spagnoli del Betis Siviglia. Una curiosità: qui niente numeri ritirati. «Le maglie del Celtic non sono per le seconde scelte. Non si ritirano per far star bene giocatori inferiori», proclamò Jock Stein, manager della storica Coppa dei Campioni vinta nel 1967 dai “Lisbon Lions” contro la declinante Inter herreriana.
CHRISTIAN GIORDANO

Top10 maglie: Sampdoria


La fusione fra Sampierdarenese e Andrea Doria portò la crasi del nome e un compromesso che consentì alle defunte società di non perdere l’identità. Il rossonero della prima si miscelò al biancoblù della seconda in una combinazione senza eguali: al centro della maglia blu mare, dall’alto, fascia bianco-rosso-nero-bianco; al centro, lo scudo di San Giorgio, simbolo di Genova per una squadra genovese fondata da genovesi. La striscia, inizialmente all’altezza del cuore, dal 1982 al 1988 è scesa per far spazio allo sponsor, ma dal 2004 prosa e poesia si sono scambiati. La silhouette nera raffigura un pescatore stilizzato, con barba, berretto caratteristico, pipa e capelli al vento. Il “baciccia” (in dialetto), introdotto dal 1980-81, è in un fascio di strisce diagonali blucerchiate.
CHRISTIAN GIORDANO

Top10 maglie: Allies


Hatch/Stallone (USA); Fileu/van Himst (Bel), Colby/Caine (UK); van Beck/Prins (Ola), Clure/Osman (Uk), Brady/Moore (UK); Hayes/Wark (Sco), Rey/Ardiles (Arg), Harmor/Summerbee (UK), Fernandez/Pelé (Bra), Borge/Lindsted (Dan). Sostituti: Wolchek/Deyna (Pol) per il 7 e Hilsson/Thoresen (Nor) per il 4. La squadra degli Alleati è immaginaria come la storia, ma la vicenda, ben più tragica, è realmente accaduta e ha originato il miglior film di calcio di sempre: Fuga per la vittoria. Indimenticabili le divise bianche (blu nella variante per il portiere) con fascia verticale, sulla sinistra, rossa, bianca e blu. Da Germania 2006 l’Olanda usa una seconda maglia simile, ma il tricolore (identico alla bandiera olandese) è trasversale. Come quella del 1905. Nella suggestione, si tira dietro l’élite “All-Whites” del calcio mondiale: il Real Madrid, il Santos e i NY Cosmos di Pelé, l’Inghilterra, il Milan finalista vincente di coppa.
CHRISTIAN GIORDANO

Top10 maglie: Boca Juniors


Fateci caso: non c’è campetto senza almeno uno in camiseta xeneize, bella quanto la sua storia, cominciata un annetto dopo il 3 aprile 1905, data di nascita del club della Boca, quartiere dei portuali genovesi emigrati a Buenos Aires. Su proposta di Juan Brichetto – uno dei fondatori con Baglietto (primo presidente), Carrega, Canevaro, i fratelli Juan e Teodoro Farenga, Moltedo, Sana, Scarpatti – la squadra passò dai camicione biancocelesti, simil nazionale argentina, ai colori della bandiera della prima nave entrata in porto. Era svedese. Nei primi anni ci furono varie casacche, tra le prime (1905) una azzurra e una rosa. Nello stesso anno vennero sostituite da una divisa bianca con strisce nere verticali. Nel 1907 si passò alla tenuta blu con banda gialla, trasversale fino al 1913, poi orizzontale, come l’attuale.
CHRISTIAN GIORDANO

Top10 maglie: Barcellona


Esistono varie versioni sul perché del blaugrana (mai dire azulgrana, in Catalogna). La più attendibile è che lo abbia scelto il fondatore del club, Joan Gamper. Nella prima partita, indossò una maglietta blu e sangue, i colori del Basilea, la sua ex squadra, e del Canton Ticino, dove era nato. Più suggestiva quella in voga fra i cronisti all’epoca: nella riunione per la fondazione un assistente avrebbe tirato fuori una matita bicolore blu-granata. Gli occhi dei presenti si posarono sulla matita e, in mancanza di altre proposte, la scelta cadde su quei colori. Una terza ipotesi vuole la signora Comamala, madre di uno dei primi calciatori del Barcellona, ideatrice delle magliette a fasce nere e rosse, antesignane di quelle blaugrana. Si narra che quei colori provenissero da Heidenheim, Germania meridionale, terra natia di uno dei fondatori, Otto Maier. Nella “pentola” emblema del sodalizio, la croce di San Jordi (patrono catalano), la bandiera della Catalogna, un pallone, i colori e le iniziali del club.
CHRISTIAN GIORDANO

Top10 maglie: Arsenal


In principio fu rossa come la muta donatagli alla fondazione, nel 1886, dal Nottingham Forest. È con quel colore che i Gunners giocheranno fino al 1925, quando s’insediò il manager Herbert Chapman, che presto rivoluzionò il club e, inventando il Sistema, il calcio tout court. Poi “ridisegnò” la divisa. Per distinguersi dal Forest ma soprattutto perché in campo i suoi si riconoscessero a colpo d’occhio, aggiunse cerchi bianchi alle calze blu-navy e i numeri sul retro della maglia. Non per i fans, ma per far ritrovare i giocatori subito nella giusta posizione in campo. Golfer accanito, fu folgorato da un golfista che su una camiciola bianca sfoggiava un sopramaglia rosso a mezze maniche. La nuova divisa esordì nel 1933. Nel dopoguerra ci fu un disastroso tentativo di emulare (purtroppo per i nord-londinesi, solo nel look) il grande Man Utd di Matt Busby: maglia e calze rosse. Nel 1967 il nuovo tecnico Bertie Mee rispolverò l’idea chapmaniana.
CHRISTIAN GIORDANO

Top10 maglie: Ajax


In origine, giocava con una uniforme nera con banda rossa, presto sostituita da una con maglia a righe bianco-rosse e pantaloncini neri: i colori di Amsterdam. Quando, nel 1911, fu promosso in prima divisione, dato che lo Sparta Rotterdam aveva una divisa quasi identica, il club ajacide - please: i lancieri non esistono - dovette variare i colori (all’epoca non esistevano le “seconde maglie”). Fu scelta la storica maglia bianca con al centro il fascione verticale rosso, vagamente ispirata all’Arsenal, che da Cruijff in poi è diventata una delle maglie calcistiche più belle e famose al mondo. Formidabili, quegli anni, pure le divise da trasferta: completo azzurro o rosso. Sul logo, Ajace Telamonio è disegnato con 11 tratti: una squadra.
CHRISTIAN GIORDANO

Top10 maglie: Brasile


Mette allegria solo a guardarla. E il pensiero corre alla “10” di Pelé che sovrasta Burgnich e di Zico strappata da Gentile. La nazionale che perse in casa il Mondiale del 1950 giocava in maglia bianca col colletto blu. Colori poco nazionalistici, si disse, meglio quelli della bandiera. La verità “vera”, quindi inconfessabile, era che - in un Paese religioso e superstizioso al limite del fanatismo - portavano sfortuna. Fu scelto il bozzetto del 19enne Aldyr Garcia Schlee, illustratore per il giornalino locale di Pelotas, cittadina a 160 km dal confine con l’Uruguay neocampione del mondo. Il pezzo di carta fu spedito quasi per scherzo dal cugino Alfonso. Il debutto, al Maracanã il 14 marzo 1954, andò bene: 1-0 al Cile.
CHRISTIAN GIORDANO

Top10 maglie: Olanda


Quella del Mondiale 1974 fece epoca, come quella squadra, che rivoluzionò il calcio in campo e fuori. Sulle maniche tre strisce sottili nere (due per Cruijff, testimonial dell’azienda concorrente) su un arancione così acceso da far girare la testa. Anche agli avversari. Calzettoni bianchi (talvolta neri) e calzettoni arancioni. Unici, brillanti, molto anni Settanta, dicevano tutto di quella squadra come mai accaduto, né prima né dopo. Sarebbe “cool” anche oggi, anzi lo è: basta andare da Toff’s. È pacchianamente bella anche ai giorni nostri, ma il confronto con l’illustre antenata sarà sempre impietoso e impari.
CHRISTIAN GIORDANO

Top10 maglie: Italia


Nacque bianca e in maniche di camicia nel 1910, epoca ancora di “palla al calcio”. Tessuto economico ma colletti e polsini inamidati, il 15 maggio esordì all’Arena di Milano nel 6-2 sulla Francia. In cinque con mutandoni neri, gli altri sei bianchi. Calzettoni, a piacere. Il 6 gennaio 1911, identici sede e arbitro (l’inglese Goodley), nella rivincita con l’Ungheria debutta l’azzurro. Il Corriere della Sera: «La nazionale italiana avrà finalmente la sua propria divisa: una maglia di colore bleu marinaro con sul petto uno scudo racchiudente i colori italiani». Quelli dello stemma sabaudo. Più bella e più forte d’ogni merchandising, resisterà pure alla scritta «Italia» sul sedere.
CHRISTIAN GIORDANO

martedì, dicembre 18, 2007

Prima di Calciopoli

Prima di Calciopoli
Si fa presto a dire Luci a San Siro (Vecchioni) o Una vita da mediano (Ligabue), dedicata a Oriali, mitico mediano negli anni Settanta-Ottanta e campione del mondo a Spagna 82 e oggi dirigente nerazzurro. Ma in cento anni di iceberg, non va ricordata solo la punta. Ecco allora, in ordine sparso e inni esclusi, canzoni che citano la Beneamata. Nel bene e nel male, una squadra mai banale.
Il professor Vecchioni ha pensato al Ronaldo ancora nerazzurro nella meno nota Ho sognato di vivere. Il Liga, nella cover dei R.E.M. A che ora è la fine del mondo?, si rivolge al Niccolai interista anni Ottanta-Novanta: «Ferri batte il record di autogol». Lo stesso rocker emiliano, in Hai un momento Dio?, fra domande esistenziali se ne pone una di mercato (anche se messa così potrebbe pensare a un ipotetico passaggio di proprietà): «chi prende l’Inter, dove mi porti e poi di’, soprattutto, perché». Gli Articolo 31, in Sputate al re, nel loro consuetomix tra sacro e profano prendono le difese di Vieri, all’epoca non ancora oggetto di pedinamenti: «se il Vaticano fosse a Milano e se d’estate mancasse acqua a Verona, se sapessimo fare i seri, se domenica segna Vieri, se ci accorgessimo che in Europa siamo noi quelli più neri».
Fra i contemporanei, citazioni obbligatorie per Max Pezzali e il gruppo Elio e le storie tese. Il primo, ancora nel duo 883, ha lasciato ai posteri La dura legge del gol e, da solista, Sei fantastica. I secondi Ti amo campionato. In Briatori, al plurale, il Club Dogo Feat. Marracash usa Adriano come sinonimo di uscire la sera. E certo non per recarsi al cinema d’essay.
Nel più melodico passato, l’interista Celentano esagera coi numeri e cita anche i cugini rossoneri: in Eravamo in centomila, tenta lapporoccio con una «bella mora… se non sbaglio lei ha visto Inter-Milan con me/ma come fa lei a non ricordar? / noi eravamo in centomila / allo stadio quel dì / io dell’I… Inter / lei del Mi… Milan». Loredana Berté, in Io amici non ne ho, cantava: «solo l’Internazionale / per sognare sul finale / io amici non ne ho». La panoramica non può essere completa, ma rende l’idea di come il tifo, in particolare quello per il Biscione, sia alquanto trasversale.
La madre di ogni interismo è però Lode a Evaristo Beccalossi, piece scritta e interpretata dall’attore e comico Paolo Rossi sulla memorabile gara di andata dei sedicesimi di Coppa delle Coppe 1982-83, Inter-Slovan Bratislava 2-0. Quella in cui il Becca, la sera del 15 settembre a San Siro, sbagliò due-rigori-due.
Ecco il passo-cult. «Lui guardò negli occhi tutto lo stadio e disse: “Lo tiro io…” e io pensai, con tutto lo stadio: questi sono gli uomini veri. Prese la palla e la mise sul dischetto. Lo fece con la sicurezza dell’uomo che mai e poi mai avrebbe sbagliato. E sbagliò. E io pensai: per me resta un uomo. Ma quando, cinque minuti dopo, ridiedero un calcio di rigore all’Inter, lui guardò negli occhi tutto lo stadio, e tutto lo stadio fece: “No! Puttana Eva... ”. “Lo tiro io”. Mise la palla sul dischetto e lo fece con la sicurezza dell’uomo che mai e poi mai avrebbe risbagliato. E risbagliò. E io pensai: per me resta sempre un uomo. Un po’ sfigato, ma sempre un uomo. Ma quando, cinque minuti dopo, diedero un calcio d’angolo all’Inter e lui guardò negli occhi tutto lo stadio, e tutto lo stadio disse: “Ma questo che cazzo ci guarda sempre? Che cazzo vuole, i soldi?”. Prese la palla e la mise sul dischetto, io pensai: forse è un po’ fuori di testa. E non mi sbagliavo, perché cinque minuti dopo rubò la palla sulla striscia del rinvio al suo portiere, che gli disse: “Cazzo fai?”. “È mia. Vado a casa, non gioco più, basta”. Attraversò tutto il campo. Scartò tutta la squadra avversaria. Da solo davanti al portiere avversario fece una finta, scartò anche il portiere. Davanti alla porta scartò anche la porta, con un dribbling unico scartò dodici fotografi. Palleggiò, di tacco, di punta, di lingua; scarta tutti gli ultras, scarta tutti i poliziotti con i cani lupo; tutti quelli che stracciavano i biglietti… fa fuori un’altra inferriata… Scartò i bagarini, quelli che vendevano le pizzette, gli hot-dog… fu fermato solo in mezzo a piazzale Axum dal tram numero 15… Quando si risvegliò, dopo dieci giorni di coma, la prima frase che disse fu: “Beh, cazzo, ragazzi! Se non è rigore questo”…». Se un alieno vi chiedesse che cos’era l’Inter prima di Calciopoli, niente chiacchiere. Regalategli un cd o portatelo a teatro.
Christian Giordano

Quando l'Inter perdeva

L’Inter perdente sbancava in libreria. In Italia, forse solo il tremendismo torinista ha prodotto altrettante suggestioni letterarie e pubblicazioni in proporzione. La Beneamata dura e pura o nobile sfigata ha “creato” un genere, il filone della diversità per elezione: orgogliosi di perdere e delle proprie sventure, se vincere significava diventare, o apparire, come “quelli là”: Juventus e Milan. Calciopoli ha spazzato via antiche (e comode) credenze e ribaltato gerarchie, quindi il vento editoriale presto spirerà dagli interismi severgniniani ai trionfalismi da “forza, salite gente”. Sul carro del vincitore.
I titoli che seguono - divisi per temi - sono a catalogo o ancora reperibili nel circuito librario, altrimenti si dovrebbero citare introvabili pietre miliari quali La storia illustrata dell’Inter edita nel 1986 dalla Casa dello Sport, defunta casa editrice che ha prodotto enciclopedie anche su Juve, Milan, Bologna e Fiorentina. Nessuna pretesa di esausitività, però, bensì una mini panoramica.
Il club – Filippo Grassia ne esplora l’universo in Inter – La grande storia nerazzurra dal 1908 a oggi (Sep) e, con lo storico fotografo Marco Ravezzani, la “milanesità” nella trilogia Il grande calcio a Milano (Electa). Il Secolo dell’Inter (Limina) di Danilo Sarugia e Paolo Viganò è un prezioso vocabolario illustrato della lingua «beneamata». Altro evergreen è il Dizionario della grande Inter (Newton) di Gianluigi Pezzotti e Rita Vietti. In La grande Ambrosiana (Geo) Paolo Facchinetti descrive l’epoca in cui il regime fascista impose al sodalizio un nome “autarchico”. L’Inter per me di Luca Camurri è un viaggio (anche introspettivo) nei campioni che hanno indossato il nerazzurro dai Sessanta a oggi. Fra i primi a cavalcare l’onda del secolo, Inter 100 di Sergio Barbero (Graphot). La ristampa del breriano Derby (Baldini & Castoldi) è un classico, mentre Enrico Tosi in Milan-Inter - storia e gloria del derby di Milano (Italia & Italy) racconta la stracittadina (fino al 1997) partita per partita, tabellini compresi.
Cuori nerazzurri (Aliberti) della “voce” interista Roberto Scarpini è così di parte nel raccontare i grandi dell’Inter da risultare persino simpatico. Pazza Inter di Leo Turrini spiega con vivace freschezza perché l’Inter, oltre che una squadra femmina per antonomasia, è una categoria dello spirito. Paolo Ziliani, in Non si fanno queste cose a cinque minuti dalla fine!, indaga da cronista vero sul giallo Genoa-Inter del 27 marzo 1983.

La Grande Inter – L’epopea dello squadrone vincitutto negli anni Sessanta è vivisezionata da Danilo Sarugia in Grande Inter 'Figlia di Dio' (Limina), volume uscito nella nuova edizione come Grande Inter (Sperling&Kupfer).

Biografie - Impossibile non partire dai 62 anni di nerazzurro fatti persona: Peppino Prisco (con Giuseppe Baiocchi) e il suo Pazzo per l’Inter (Baldini e Castoldi). Del totem Facchetti si sono occupati Andrea Maietti, figlioccio di Brera, in Ribot e il menalatte (Limina) e Massimo Arcidiacono in Lo chiamavano Giacinto (Melampo). Capitano mio capitano (Limina), secondo libro di calcio di Nando Dalla Chiesa, rievoca Armando Picchi, libero della Grande Inter herreriana. Il prolifico Enzo Catania (per Limina) ha scelto i bomber: Il Fenomeno: un romanzo chiamato Ronaldo, Colpi d'ariete: un romanzo chiamato Christian Vieri. A “Bobone”, stesso editore, s’è votato pure Gregory McDermott in Keep on fighting, Christian Vieri (Limina). Fabrizio Calzia, Francesco Caremani i big li hanno messi insieme in Uomini e maghi. La storia dell'Inter attraverso i suoi campioni (Bradipolibri). Idem accade in I miti dell’Inter di Sergio Barbero (Graphot), Quelli dell'Inter di Mario Bardi (Mariposa) e Quelli che la Beneamata (AA. VV., Fratelli Frilli).
La propria storia di ex curvaiolo della Nord e futuro “uomo Ragno” Walter Zenga la racconta con David De Filippi in Uno di voi (idea Libri). Il totem di oggi si mette a nudo con con Roberto De Ponti e Andrea Elefante in Marco Materazzi, una vita da guerriero (Mondadori). Mentre Marco Materazzi - Degno della maglia lo aveva già raccontato il prolifico Arcidiacono, autore per lo stesso editore (Flabello) anche di un omaggio al patron: Massimo Moratti - Mai visto un cuore così grande. Sul presidente, si trovano anche Moratti: vita da Inter (Eco) di Gino Bacci e Minimo Moratti: i disastri di un presidente di Roberto Carli e Ronaldo Crespi (Limina). Citazione d’obbligo per un’autobiografia, oggi rintracciabile solo nelle biblioteche, che all’uscita (1977) fece epoca: Sandro Mazzola - La mia prima fetta di torta (Rizzoli).

Umoristici. Inter, abbiamo un problema... o no? e Mai stati in B… e voi? (Tea) sono i parti cartacei di Interisti.org, “una banda di tifosi senza peli sulla lingua”. Le più belle barzellette sull’Inter, con introduzione di Evaristo Beccalossi (Sonzogno), più che a far ridere serve a raccogliere fondi per Emergency di Gino Strada, interista doc e non vip. Basta perdere (AA. VV.), No milan del brillante Tommaso Pellizzarri, Aldo Vitali Fregati da Dio: il folle destino di essere interisti di Aldo Vitali (tutti editi da Limina), raccontano croci e delizie dell’essere interista. Con Interismi, Altri interismi, Tripli interismi, Manuale del perfetto interista (tutti per Rizzoli) Beppe Severgnini ha trovato l’America. Adriano De Carlo e l’ex stopper Mauro Bellugi spiegano che Vincere è volgare (Ancora). Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro hanno redatto un Manuale di sopravvivenza per interisti (Piemme). Alessandro Sessa avverte gli Interisti-tifosi DOP con Interisti - Vietato ai deboli di cuore (Sonda). In Vade retro Satana – storia di una vita nerazzurra (Flabello) Arciadiacono ce l’ha col Milan. Nel filone autobiografico si inserisce Confessioni di un interista ottimista (Limina) di Rudi Ghedini, autore anche dell’agile Sarti, Burgnich e Facchetti… pura poesia in movimento (Fratelli Frilli) e del romanzo Semifinale (Theoria). Un altro bel romanzo è Ora sei una stella di Luigi Garlando , uscito dopo la scomparsa di Facchetti e prima degli instant-book incensa vittorie.
Christian Giordano

Fabio? He loves the English fight, says arch rival Sacchi


Sacchi v Capello — two of Europe's top coaches and bitter rivals. Former Italy coach Arrigo Sacchi tells Sportsmail how he thinks Fabio Capello, his successor at AC Milan, will tackle being the new England boss and whether he's the right man for the job

What was Capello's attitude towards English football? Was he a fan of the British style?
Fabio has always been attracted by British football, by the beauty of the stadiums, the perfect pitches and their close proximity to the fans.
He loves the English desire to fight for every ball, playing physical and aggressive football. He does not rate, I think, the tactics often used by British teams, especially in the past, at great international tournaments like the European Championship or the World Cup, particularly in away games.
Although in recent years, thanks to the foreign legion of managers and players, much has changed in England.
But yes, I believe that Capello has always been a fan of the British style of playing football and especially the 4-4-2 system.
He has used it throughout his career, even if he has proved able to adapt various other systems to his players, too.
For example, I remember when he managed Real Madrid in his first year, they played with an offensive big three of Mijatovic, Suker and Raúl.
Believe me when I say to you, that was easier said than done!

Capello has spoken of a 'mental block' with English players. How do you see him getting the players over that? Does he have a good record of reviving bad teams?
Yes, he does. Absolutely. I do not take any pleasure from saying this, but when I left AC Milan for the first time, I thought they were a great side near to their sunset boulevard, reaching the end of an unrepeatable cycle of success.
Obviously, I was wrong. Managed by Capello, Milan won the Champions League and four league championships in five years, one of which passed without any defeats.
They were nicknamed gli Invincibili (The Invincibles) and established an almost impossible Serie A record — 58 consecutive games without losing!
But let me clarify one thing — Capello has never trained 'bad' teams. And I do not think you can use that term for England, a national team with such great tradition.

What kind of football do his teams play?
Sometimes we, as managers, are asked to win no matter how we do it. I do not agree.
For me, winning also means winning football matches and pleasing fans, players and the media by playing good football. But when you manage a national team — and I learned this — this is almost never possible.
You have to win. Full stop. This is why Capello is suited to the England job. I have always tried to build and develop teams to play good football but Fabio was not always like that.

What's it like going head to head with Fabio Capello as a manager?
Given the fierce rivalry that has characterised our relationship in the past — and the imaginative controversy that has often taken place — I would rather not go into too much substance. All that I can say about this is simple.
When you are the boss of such big clubs like AC Milan, Real Madrid, Roma and Juventus, you are subjected to great pressure and certain difficult situations become your normality — just another day in office.
This type of pressure can make people say things that they do not really think. But even in those situations, Fabio has always known how to behave. He is a fighter and, as such, he always gets the best out of himself in the heat of battle.

Is Capello an advocate of mind games?
I do not know if and how much he loves using psychological mind games, but certainly he is impervious to every kind of criticism and difficult situations on and off the pitch.
He has managed a number of superstars without fear of replacing them frequently, to drop them or to sit them on the bench if the team, the game or the player needed it.
Capello did it with Roma strikers Vincenzo Montella and Antonio Cassano, with Juventus captain Alessandro Del Piero and with a football-fashion global icon like David Beckham at Real Madrid.
Fabio knows how to be hard if needed. His career speaks for itself so you can't argue with his decisions. All players are treated in the same way.
Capello has guts and is not affected by moods of public opinion, fans, executives, the media and so on.
It is not easy to leave Real Madrid in your prime because your former club, AC Milan, asks you for help, or to go from Roma to the Giallorossi's top enemy Juventus, after having said publicly that you never would manage them! He is very brave.

What kind of a man is Capello?
Please, do not ask me to express views on the man. It is no secret that we are so different and that in the past we have argued. But I believe that between us the respect is mutual, even if our football concepts and ideas are so distant.
But I know that he is a man of wide interests, including good readings, painting, music, theatre, travelling, fighter aircrafts and politics.

Can Capello spring big surprises during or before a big match? I recall with pleasure the 1994 Champions League Final against Barcelona in Athens.
AC Milan had so many injuries and the defence was missing regular centre backs Baresi and Costacurta.
In the days before the game, Barcelona manager Johan Cruyff kept saying that Barca would easily win and that Italian teams were too defensive and so on. The usual stereotypes die hard, you know.
Fabio didn't lose his calm and chose not to respond to the provocation.
He prepared for the game as always with great attention to detail, but perhaps with even more evil.
In the sporting sense, of course!
AC Milan won the final 4-0 and played in a marvellous manner, but what struck me most was how much Fabio rejoiced, standing in front of the AC Milan bench for every goal and, in particular, for Marcel Desailly's one.
Capello transformed Desailly from being a great centre back into a fabulous defensive midfielder for that match.
Fabio's personal gamble had won. I had never seen Capello — always so controlled, almost frowning — rejoice so blatantly and with all the determination of which he is capable. At that moment I understood: Capello had to swallow many bitter mouthfuls but in the end he had been right.

How strict is Capello with big players and with discipline? No, please, leave alone. I am sorry. All that I can say is that Fabio knows how to approach these problems and maintaining the right discipline to the players, on and off the pitch.

Was Capello a better choice than Lippi? I do not know if Lippi would have been a better choice than Capello for the Football Association.
Marcello perhaps loves a kind of football that is more proactive and fun, but Fabio is the right man in the right place in my view. For competence, experience and abilities he is the No 1 choice.
It is an honour for him — and for Italian football — that he is in charge of England. I am sure he will do very well.

Is Capello worth £6million a year? Will he bring the World Cup to England?
I do not know if any manager — and I mean any manager — deserves that kind of figure.
And I am not a soothsayer, so I cannot say if England will win the next World Cup or whether they will even reach the finals in South Africa.
The England national team has a lot of top players and great potential — the human material is very good. But it is also true that the recent history of the English national team speaks clearly.
In the big international events, their results and performances have not been up to the great expectations we've had of them.
Fabio has not got an easy task, otherwise he would not have been called by the FA.
But if there is one person that could be successful, that man is him. Good luck, Fabio!
CHRISTIAN GIORDANO

martedì, dicembre 11, 2007

Per un Tod's di pane

(ANSA, 19:59) - ASCOLI PICENO, 11 DIC - "Siamo qui per un Tod's... di pane". C'è scritto così in uno degli striscioni che un gruppo di operai del gruppo calzaturiero di Diego Della Valle ha dispiegato davanti al Del Duca, lo stadio di Ascoli Piceno, dove fra poco si gioca Ascoli-Fiorentina (ottavi di finale di Coppa Italia). Una manifestazione sindacale sotto la pioggia, indetta per sollecitare il contratto integrativo, che alla Tod's non c'è mai stato.
"Nonostante vent'anni di profitti in crescita - dicono gli operai - e benché fra i soci del gruppo ci sia il presidente della Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, da sempre sostenitore della contrattazione di secondo livello, noi l'integrativo non ce l'abbiamo. Tre settimane fa Della Valle si è detto pronto a trattare, ma ancora non è successo niente". La vertenza riguarda gli stabilimenti marchigiani del patron della Fiorentina.
Tifate Ascoli o Fiorentina, hanno chiesto i cronisti ai manifestanti: "Fiorentina sicuramente no...". (ANSA).

Terry, Natural Born Leader


Alla sua prima partitella al Chelsea, un 16enne dai capelli a spazzola lascia interdetti i veterani Gianluca Vialli e Mark Hughes. Non per il talento o per come ci dà dentro per far vedere quanto vale, ma per quanto l’imberbe ragazzino grida. A loro. Lungi dal debutto, Terry già urlava cosa fare a due che, insieme, sommavano 131 caps e 24 trofei. Quando si dice leader nato.

«Se serviva dire che sbagliavano o che non si sforzavano abbastanza, lo facevo», dirà Terry otto anni dopo, nel maggio 2005, fra un sorriso e un’alzata di spalle. «Sin dagli inizi non mi è mai importato di quanto io fossi alle prime armi e gli altri superstar. Per come la vedo io, in campo siamo tutti uguali e devo dire le cose come stanno. Che senso ha scodinzolare dietro i campioni? Non serve a nessuno».

Fuori del campo, sbavava ancora per un autografo come un tifoso qualsiasi, ma una volta varcata la linea bianca, timori e soggezioni sparivano. «E sa una cosa? Credo mi rispettassero, per questo. All’inizio erano spiazzati, ma presto apprezzarono la mia propensione ad assumermi le responsabilità, a essere leader».
Era sempre stato così, sin dai primi calci. John George Terry è nato il 7 dicembre 1980 a Barking, nell’Essex, East End londinese. Piena zona West Ham United. A 10 anni, WHU e Millwall lo chiamano per un provino. La spunta il club claret and blue, ma a differenza dei concittadini Bobby Moore e Trevor Brooking, perenni idoli Hammers, il ragazzo prodigio della Comet e della rappresentativa scolastica alla Eastbury Comprehensive finisce al Chelsea, dove è sempre rimasto tranne i mesi, da marzo a maggio 2000, trascorsi in prestito al Nottingham Forest (5 presenze, una dalla panca). 

Ai Blues arriva a 14 anni dal Senrab, squadretta vincitutto della Sunday League nella quale era arrivato dopo due stagioni nella Comet e in cui militano Bobby Zamora e Paul Konchesy (oggi entrambi al West Ham Utd), Ledley King (Tottenham Hotspur) e Jlloyd Samuel (Aston Villa). Aggregato alle giovanili a 16, firma il primo contratto da pro’ a 17 e passa da 184 a 1000 sterline al mese. E pulisce le scarpe da gioco a Dennis Wise, Eddie Newton e David Lee. Un paio di centrali malati convincono Bob Dale ad arretrarlo dalla mediana alla terza linea. E da lì John non s’è più mosso. 

In prima squadra debutta il 28 ottobre 1998 rilevando nel finale Dan Petrescu nel 4-1 all’Aston Villa in Coppa di Lega e da titolare la stagione dopo, nel terzo turno di FA Cup: 2-0 esterno sull’Oldham Athletic. Il primo gol data 1999-2000, nel 5-0 sul Gillingham in FA Cup. Dall’agosto 2004, partito Desailly, Ranieri lo nomina capitano. Due anni dopo, conclusi i sei anni di Beckham, lo è anche della nazionale maggiore, nella quale ha debuttato il 3 giugno 2003, 2-1 alla Serbia-Montenegro al Walkers Stadium. La prima da titolare è il 3-1 alla Croazia nell’amichevole al Portman Road, il 20 agosto, gara finita da terzo capitano dopo una miriade di sostituzioni. 

La fascia al braccio la portava già nella Under 21 nel 2001-02, ed è a quei tempi che risalgono i suoi primi guai fuori del campo. Nel gennaio 2002, eluso il coprifuoco del club, col compagno Jody Morris e Des Byrne, difensore del Wimbledon, viene arrestato per la rissa al Wellington Club, locale notturno di Knightsbridge, Londra ovest. Scottata dal caso Bowyer-Woodgate, la FA lo sospese da tutte le nazionali. Nell’agosto 2002 viene scagionato dall’accusa di aggressione ma intanto addio Mondiale nippocoreano.
Splendido negli inserimenti e nelle chiusure, forte di testa, Terry non è l’atleta più elastico del pianeta e non è veloce nello stretto, ma ha fisico (185 cm x 88 kg) e tempismo eccezionali, sa leggere le situazioni di gioco e in quanto a “presenza” - non solo difensiva - ha pochi eguali. In quanto alla grinta, basti il recente scontro con Boa Morte del West Ham Utd: quello mette un piedino maligno contro il portiere Cudicini in uscita. Alex, l’altro centrale, il portoghese se lo è mangiato, Terry lo ha preso per il collo. Alla lettera. 

Titolare a Euro 2004 e al Mondiale tedesco, è - con il sodale Lampard e Gerrard - l’anima dell’Inghilterra che lui più di ogni altro vorrebbe fosse guidata dal suo ex tecnico al Chelsea. «Mourinho fa la differenza - dice JT - È un grande, tatticamente è molto preparato e legge benissimo la partita». 

Prima di scegliere il successore di McClaren, la FA ha avviato delle ‘consultazioni’: oltre a Terry sono stati ascoltati, fra i tanti, Platini, Beckenbauer, Ferguson e Wenger. «José è la persona giusta, devono contattarlo. Ho incontrato il presidente Brian Barwick, ma sono questioni private. Abbiamo parlato del nuovo Ct e di molte altre cose. Fa bene ad ascoltare vari pareri prima di decidere. Sarei felice di lavorare di nuovo con Mourinho, con lui non ho mai avuto problemi. Mi ha scritto qualche giorno fa per chiedermi come stavo [dopo l’infortunio a un ginocchio occorsogli in allenamento prima del match con la Russia, ndr]. Siamo in ottimi rapporti. Al Chelsea ci ha portati a un livello superiore. Sono stato molto fortunato ad aver lavorato con lui». Stima ricambiata, visto che “The Special One” lo considera il «giocatore perfetto». 

Dopo l’apprendistato all’ombra di Rio Ferdinand e di Sol Campbell, finiti in concorrenza per giocargli al fianco, fin qui non si è dimostrato tale anche in nazionale. E certo non gli ha giovato il festino hot da 75.000 euro per il 26º compleanno di Shaun Wright-Phillips. Il 27 ottobre, nel weekend pre-Croazia, l’infortunato Terry, ubriaco perso, ha urinato sul pavimento del Wardour Club di Londra e in una tazzina di plastica. Il tutto alla presenza della moglie Toni Poole e con contorno trasgressivo - fra altri nazionali e ballerine di lapdance - che risparmiamo. Comportamento poco da capitano, figuriamoci se sei la stella più pagata nella storia della Premier League: 810.000 euro mensili fino al 2012. «Ingaggio osceno», lo ha definito il ministro dello Sport, Gerry Sutcliffe. 

L’esplosivo mix tra party, paga e pruriti ha riesumato, di Terry, scheletri che parevano seppelliti. Il più spaventevole, il 12 settembre 2001: al Posthouse hotel di Heathrow, quando con Gudjohnsen, Lampard e Morris – come lui sbronzi marci - diede scandalo dinanzi a centinaia di americani disperati e bloccati in aeroporto per l’attentato alle Twin Towers del giorno prima. I quattro pagarono con il massimo della pena, due settimane di stipendio (195.000 euro complessivi, poi devoluti alle vittime del World Trade Center), la «condotta irresponsabile e del tutto fuori controllo». Era un altro Terry, ma il passato, a volte, ha un brutto vizio: ritorna.
Christian Giordano, Guerin Sportivo

La scheda di John George Terry
Data e luogo di nascita: 7-12-1980, Barking (Londra)
Statura e peso: 185 cm x 88 kg
Ruolo: difensore centrale
Numero di maglia: 26 nel Chelsea, 6 nell’Inghilterra
Soprannomi: Captain Marvel, JT
Club: Chelsea (1997-), Nottingham Forest (in prestito; marzo-maggio 2000)
Esordio in Nazionale: 3 giugno 2003, Inghilterra-Serbia-Montenegro 2-1
Presenze (reti) in Nazionale: 42 (3)
Palmarès: 2 Premier League (2005, 2006), 2 FA Cup (2000, 2007), 2 League Cup (2005, 2007), 2 FA Community Shield (2005)
Scadenza contratto: 2012

domenica, dicembre 09, 2007

Aspiranti campioni


"...e tra gli aspiranti campioni, c'è - in collegamento da Livorno - Tristán , al suo primo gol 'italiano'...". La vocina stridula non deve essere una discriminante per una fulminea carriera nella teleconduzione sportiva. Ma, per lo stesso principio, nemmeno un davanzale che parla da sé dovrebbe spianare strade che dovrebbero avere, possibilmente sulla corsia preferenziale, almeno un paravento di competenza.
E Diego Tristán Herrera (La Algaba, 5 gennaio 1976), anche a quasi 32 anni, ha tutto il diritto di aspirare a diventare un campione. E per sapere quel poco o tanto che l'attaccante ha fatto con Betis B (23 gol in 95 presenze), Real Maiorca (34 in 74), Deportivo La Coruña (77 in 179) e nazionale spagnola (4 in 15), basta chiedere. Magari a un co-conduttore fisso, tipo Adriano Galliani. Il 7 aprile 2004, al Riazor c'era rimasto tanto male. E non perché Tristán non s'era alzato dalla panchina.
CHRISTIAN GIORDANO

sabato, dicembre 08, 2007

Terzo tempo


TERZO TEMPO (after match, troisième mi-temps): Le due squadre e i direttori di gara si ritrovano alla fine del match a mangiare e bere insieme. Nel Sei Nazioni è un banchetto ufficiale, in smoking, o in giacca e cravatta. In un torneo estivo è salsicce e birra. Caratterizza una squadra, un club, una partita.

Corridoio


CORRIDOIO (tunnel, haire d’honneur): Le due ali in cui i giocatori della squadra sconfitta, alla fine della partita, si dispongono per applaudire i vincitori che rientrano nello spogliatoio. Poi sono i vincitori a formare un corridoio per applaudire gli sconfitti.