giovedì, gennaio 24, 2008

Cioccapiatti e "segaioli"

Se non la numero uno, una delle prime regole per "far carriera" nel giornalismo sportivo è mai parlare male dei colleghi. Qui contravverremo, e alla grande.
Uno di questi, decano della stampa sportiva bolognese, crede ormai di poter dire e fare di tutto: dallo sputare sul pavimento della redazione della emittente radiotelevisiva in cui è opinionista (incontrastato perché impone invitati che non gli facciano ombra) al definire "segaiolo" il pisano Ciotola. E poco importa che prima di quel tiretto che gli è valso l'epiteto, l'esterno nerazzurro abbia almeno provato a dare una scossa a una partita mai nata: Pisa-Bologna, ultima del girone di andata della Serie B 2007-08.
L'illustre giornalista dai due orologi ai polsi ama citare a profusione aneddoti e statistiche sul calcio d'antan (inverificabili dai presenti per non raggiunti limiti d'età) e ogni tanto straparla o strascrive di calcio estero, con esiti esilaranti immortalati su libri, sfornati ogni Natale a mo' di panettone/pandoro editoriali.
"I nomi è sempre bene farli" l'attacco del Nostro nell'ultimo, memorabile "Punto". E allora facciamoli: Gianfranco Civolani detto "Civ". A definire - in diretta tv - "segaiolo" Nicola Ciotola, 23enne centrocampista del Pisa, quindi alta Serie B italiana, non proprio (o non ancora) un torneo da bar, ammesso che la precisazione conti, è stato proprio il veterano di tante battaglie con la deontologia.
Il sommo maestro - cui sotto le Due Torri (non si sa bene perché) la categoria fa riferimento - ha sguainato la sciabola dialettica contro il poveretto, "reo" di aver tirato troppo debolmente in porta dopo una discesa (in dribbling) sulla fascia sinistra di decine di metri.
A Bologna, uno che fa la figura del cioccolataio lo chiamano "cioccapiatti". Lunedì sera, finita la trasmissione, zigzagando tra uno sputazzo e l'altro, qualcuno deve aver ramazzato dei cocci.
CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, gennaio 23, 2008

Celtic, leoni a metà

Quando si dice il luogo comune. Le squadre scozzesi? Leoni in casa, agnelli fuori. E nella Champions League 2007-08 il Celtic ha applicato alla lettera il concetto: eccetto il doppio 1-1 con lo Spartak Mosca nei preliminari (eliminato 4-3 ai rigori), per i Bhoys le gare interne o esterne pari non sono. Vittorie in casa e sconfitte in trasferta contro Shakhtar Donetsk, Benfica e Milan.
Giocare al Celtic Park l’andata degli ottavi di finale contro il Barcellona - strafavorito - è l’unica chance per gli Hoops. Nessuna sorpresa se il tecnico Gordon Strachan, più realista del re, riproponesse il “britannico” 4-4-2 nelle più prudenti edizioni viste nella fase a gironi: una punta, McDonald, sostenuta da un finto trequartista e uno vero, Nakamura, relegato sull’out destro da dove può accentrarsi e battere a rete col velenoso, precisissimo mancino.
Dietro, dopo qualche tentennamento, il manager sembra aver trovatola quadratura del cerchio. In porta gioca il 27enne polacco Boruc, appena vincolato fino al 2011 ma non per questo meno appetibile per il Milan e gli altri club che ha ammaliato. «Se altre squadre continueranno a esssere interessate, il Celtic almeno sarà in buona posizione per trattare», ha detto l’estroso ex Legia Varsavia che giusto un anno fa nel derby del 12 febbraio coi Rangers fece il “provocatorio” segno della croce davanti ai tifosi dei Blues. Guai a parte, il secondo, Mark Brown, gli fa il solletico.
A proteggerlo, in campo, la solita linea a quattro che, infortuni e squalifiche a parte, si è consolidata con Caldwell, Kennedy, McManus e Naylor, l’anello debole della catena di retroguardia. Il duo blaugrana Zambrotta-Messi, su quella fascia, potrebbe fare sfracelli. Al centro della difesa, fra mille acciacchi, ha trovato poco spazio Pressley, ex colonna degli Hearts mai esploso del tutto in nazionale. È lui,comunque, il primo cambio difensivo oltre ai terzini destri Wilson e Perrier Doumbé e a quello sinistro O’Dea. Non sarà della contesa, invece, il neacquisto di gennaio: Andreas Hinkel, terzino prelevato dal Siviglia in gennaio per 2,5 milioni di euro, non potrà giocare perché il nazionale tedesco (17 caps), in questa edizione del torneo, lo ha già fatto in maglia andalusa.
In mediana, Strachan ha ruotato soprattutto gli esterni e spesso rinunciato alla seconda punta pur di rafforzare il reparto con un uomo in più sulla trequarti (Scott Brown a Donetsk, Jarosik in casa col Milan, McGeady a Lisbona) o davanti la difesa (ancora il poliedrico Brown al Meazza). Intoccabili Brown, Hartley e McGeady, utile pure dietro gli attaccanti o defilato, come Brown e McGeady, si giocano una maglia l’italiano Donati - partito alla grande, appannatosi e infine riemerso firmando il 2-1 decisivo nel finale con lo Shakhtar - e Jarosik, riciclabile da trequartista. Sno, come cambio, porta legna.
In avanti, il menù è alla buona. Il campo lo assaggia il primo piatto McDonald cui si accompagna il declinante Vennegoor of Heeselink, che si sobbarca il lavoro sporco e scala in fascia a coprire. La scintilla la scocca, spesso partendo dalla panca, Nakamura, temibile su punizioni e corner. Il resto manca: Zurawski, Riordan o Killen al più fanno da stuzzicadenti.
Christian Giordano

Dal pallone alla penna

Più giornalisti che editori: normale, visti i rischi. Da Vittorio Pozzo a Fulvio Bernardini, da Nello Governato al compianto Piercesare Baretti, che fece il percorso inverso: dalla carta stampata al calcio, prima come dg della Lega poi come presidente della Fiorentina. Perla più rara: Cristiano Lucarelli, che il 9 settembre 2007 (poche ore dopo aver smesso la tuta azzurra di Italia-Francia) ha dato alle stampe il primo numero del Corriere di Livorno. Dieci giornalisti assunti, 2.5 milioni di euro investiti e break-even a 3500 copie (2000-2500 quelle vendute) e direzione affidata «all’indipendente e apolitico» Emiliano Liuzzi. Il tutto «per per la città. E se ci sarà un tornaconto, ben venga».
Non c’è stato per Clarence Seedorf, che ha ceduto Sport Auto Moto forse anche perché i giornalisti italiani «devono migliorare in obiettività e poeticità».
All’estero, come per il pallone la madrepatria è l’Inghilterra, con il mitico Charles Buchan’s Football Monthly, che in seguito perderà il nome del fondatore, ex centravanti della nazionale inglese a cavallo della Grande Guerra e giornalista del Daily News (poi News Chronicle). Il primo numero data settembre 1951. In linea coi tempi il contemporaneo Jamie Redknapp, che ha creato una rivista trendy per vip/calciatori.
Non fortunato il croato Rekord, settimanale sportivo fondato a fine carriera da Robert Prosinecki, secondo Zvone Boban il miglior talento di Croazia. Nonostante le 40 sigarette quotidiane.
Avvolta nel mistero, invece, l’attività editoriale del tecnico portoghese Luís Norton de Matos.
CHRISTIAN GIORDANO

Clarke, l'uomo che visse due sogni


LONDRA. Così Joe Rose su The Official Illustrated History of Arsenal: «Adrian Clarke (Haverhill, Suffolk, 28-9-1974) non ha avuto il tempo o la chance per farcela nei Gunners, ma è riuscito in qualcosa sfuggito a più celebrati campioni: entusiasmare Highbury.
Ala vecchio stampo, già nelle nazionali giovanili (U16 e U18, con Beckham) saltava difensori in serie, metodo garantito per ingraziarsi i tifosi. Ci riuscì a sprazzi, ma con classe, a metà 1995-96, e in molti rimasero delusi quando tornò tra le riserve. Controllo di palla sicuro, cross con tutti e due i piedi, passava il pallone con intelligenza e non si tirava indietro, e anche se il gioco senza palla era migliorabile. Su un simile talento ci si attendeva che Arsène Wenger ci avrebbe scommesso». Invece.
La vera chance in prima squadra (dove Clarke debuttò perdendo 1-3 col QPR il 31 dicembre 1994) la trovò nel 1996-97, ma nel prestito al Rotherham e al Southend Utd, dove tornò da svincolato l’estate seguente, prima di chiudere con Carlisle Utd, Stevenage e Margate.
Dopo nove anni da pro’, un inviato gli chiese che lavoro avrebbe fatto una volta smesso di giocare. «Il tuo», la risposta.
- Adrian Clarke, andò proprio così?
«È vero, non è solo un aneddoto. Non volevo il lavoro di “quel” giornalista (sorride, ndr) ma credo sapesse cosa intendevo. E sono contento di averlo detto, perché quell’intervista mi procurò il primolavoro nei media. Mi ci sono buttato, mi sono messo alla prova ma se avessi risposto in un altro modo, forse le cose sarebbero andate diversamente».
- Perché il giornalista?
«Ho sempre avuto la passione per lo sport, e anche se niente può eguagliare il brivido di giocare di fronte a 40.000 tifosi, scrivere di sport è l’altra cosa che più mi piace fare. Allenare non mi ha mai attirato, scrivere sì, quindi il giornalismo poteva essere la mia strada una volta ritiratomi dal calcio a tempo pieno. Di recente ho ritrovato il nastro di un’intervista radiofonica che rilasciai a 15 anni quando ero nazionale giovanile. Già allora dicevo che un giorno mi sarebbe piaciuto fare il giornalista sportivo, l’ambizione la covavo da tempo. Non nego che essere stato calciatore mi abbia aiutato molto: so per esperienza come vivono e cosa devono affrontare i giocatori».
- Come hai capito qual era la tua nuova strada?
«Mi ritrovai fuori dal calcio professionistico senza aspettarmelo, a 26 anni, quando il Southend United non mi rinnovò il contratto. La mia ragazza era incinta del nostro primogenito, Crawford, e avevo urgente bisogno di un lavoro. Così decisi di giocare part-time allo Stevenage, nella Conference, quinta divisione inglese, e cominciai la carriera nel giornalismo prima di quanto pensassi. Il Southend Evening Echo mi intervistò, mi chiese che lavoro mi sarebbe piaciuto fare e risposi che avrei voluto scrivere. Mi offrì un posto e un mese dopo fui assunto come praticante».
- Chi te lo ha fatto fare?
«Sapevo di avere delle qualità e la chance al quotidiano era la miglior opportunità per fare il primo passo. Adoravo fare il calciatore e mi sarebbe piaciuto continuare fino a 35 anni, ma non è andata così. Sono contento di quel che faccio, e avere già sette anni di esperienza è un bel vantaggio».
- Che calciatore eri e che giornalista sei, o vorresti diventare?
«Da giocatore ero un’ala naturale. Mi piaceva giocare in libertà, saltare i difensori, creare occasioni da gol per le punte. Avevo la fortuna di essere portato per il calcio, e sono fiero di aver avuto il rispetto di tanti miei ex compagni quali Dennis Bergkamp, David Platt, Tony Adams e Ian Wright. Mi hanno sempre trattato come uno di loro. Detto col senno di poi, mi compiacevo un po’ troppo del mio talento. E avrei potuto allenarmi di più.
Come giornalista, ritengo di saper scrivere ma so di avere ancora molto da imparare. Non ho “studiato” per questo mestiere, quindi ho fatto miei i consigli e imparato strada facendo. E questo ha anche un lato positivo: ho sviluppato uno stile personale. Non amo “massacrare” i professionisti dello sport, cerco di essere obiettivo, ma non ho paura di dire le cose come stanno. E cerco di esprimere opinioni forti. In futuro vorrei raggiungere il top nel mio campo ed essere considerato fra i migliori giornalisti sportivi britannici. Bravo al punto da essere ricordato più come cronista che come calciatore».
- Da giocatore cosa non sopportavi dei media? E ora, dall’altra parte della barricata, cosa t’infastidisce dei tuoi ex colleghi?
«Quando ero all’Arsenal i tabloid non facevano che chiedermi dei miei compagni più famosi. Lo detestavo. Non so come ma riuscivano sempre ad avere il mio numero, e dopo un po’ lasciavo rispondere altri al posto mio. Non avrei mai sparlato dei colleghi.
Quando lasciai il club mi fu chiesto se la rosa con tanti stranieri aveva contribuito alla decisione del tecnico Arsène Wenger di non confermarmi. Risposi con garbo ma un giornalista del Daily Express m’ingannò “cucinando” il pezzo come un mio velenoso attacco a Wenger. Non lo era, ma imparai la lezione.
Mi ritenevo più aperto e più sincero di gran parte dei calciatori, nelle interviste. E se potevo cercavo di fornire materiale interessante. Ne vorrei di più, oggi, di giocatori così, ma i club, in Inghilterra, difficilmente permettono ai propri tesserati di parlare troppo.
Fare domande personali non mi piace perché mettono a disagio. E non è neanche facile chiedere particolari sugli allenatori, specialmente quando i risultati vanno male. So che un giocatore non può essere sincero, ma da giornalista devo fare il mio lavoro. In generale, non ho paura di rivolgere domande. Se qualcuno rifiuta di rispondere, lo accetto e passo oltre. Ma chi non chiede non ottiene».
- Quali sono i pro e i contro per un giornalista che ha giocato ad alti livelli?
«La mia carriera agonistica è stata buona e sono orgoglioso di aver giocato con l’Arsenal in Premier League. Ma se mi guardo indietro penso che avrei potuto durare e vincere di più, nel calcio. E quella delusione mi spinge a fare sì che la mia seconda carriera, nel giornalismo, abbia più successo. Sfondare in questa professione mi renderà persino più orgoglioso di aver giocato nei Gunners.
Il vantaggio è che quando i calciatori sanno che giocavo mi trattano come uno di loro. Diventano meno sospettosi e si fidano di più. Possiamo parlare alla pari di calcio. So rapportarmi con loro, sono rilassati e ben disposti.
Di “contro” non ne vedo. All’inizio, i colleghi non mi prendevano sul serio ma poi ho dimostrato di essere all’altezza».
- Com'è nata l’idea dell’agenzia editoriale?
«A luglio 2007 con il più esperto collega Iain Spragg abbiamo fondato a Londra la Sport Media Solutions e messo insieme i nostri contatti, idee ed esperienze per avvicinare il mondo dello sport e quello dei media. Oggi non è facile avere accesso ai campioni, quindi cerchiamo di fornire “soluzioni” al problema».
- Quali sono i vostri clienti?
«I maggiori quotidiani e siti web britannici, riviste, agenzie di stampa, tv. Abbiamo dieci corrispondenti freelance sparsi per il mondo (retribuiti con 150 euro a intervista o a percentuale, con 100 euro di bonus se il “prodotto” è stato rivenduto bene, ndr) e in un anno assumeremo personale a tempo pieno. Ma prima di correre dobbiamo imparare a camminare».
- Come non hanno fatto i tuoi ex colleghi Prosinecki e Seedorf?
«La loro carriera calcistica è stata molto più luminosa, impossibile fare paragoni. Non ho avuto pari fama, fortuna o reputazione, quindi ho dovuto cominciare dal basso. Se con la SMS otterrò qualcosa di simile a quanto loro hanno conquistato in campo, sarò un uomo felice». Che ha vissuto due sogni.
Christian Giordano

venerdì, gennaio 18, 2008

Pisa, l'Inter della B


Stessi colori sociali e vocazione esterofila. Ma come Inter della B al Pisa, più che la forma, manca la sostanza. Da dicembre ne aggiunge in liquidità l’imprenditore Andrea Bulgarella, che dal presidente Covarelli ha rilevato il 50.2% del pacchetto azionario. Un investimento, visto come viaggia la neopromossa, rivoltata in due anni e mezzo dal ds Petrachi. A partire dal manico, convinto da una telefonata dopo due esoneri e altrettante retrocessioni: Cagliari, Napoli, Messina e, allo spareggio, Verona. «Hai ancora voglia di lottare?». «Sono inc… come una bestia», la risposta del 60enne d’assalto Ventura. Ai suoi ordini, una multinazionale: gli argentini Zavagno e capitan Raimondi in difesa e il bomber Castillo in attacco, dove fa coppia con il bielorusso Kutuzov; il francese Genevier in mediana; il brasiliano Juliano e il camerunese Feussi, due jolly, e la scontenta punta ungherese Rajczi come panca troppo corta. «Il confronto col Bologna è imbarazzante» ha detto Ventura, che ritroverà Bucchi dopo il dramma di Cagliari. A proposito di attaccanti: il dopo-Cerci sarà un segretissimo brasiliano classe ’85 in comproprietà con un’europea. Il presente potrebbe essere il 22enne Mauro Boselli del Boca Juniors. L’Inter? Il Pisa della A.

CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, gennaio 17, 2008

Cerci & Castillo: attenti a noi due


Miracolo Pisa. L’ovvia etichetta qui ci vuole, visto che ha smontato e smentito l’assioma delle parallele che s’incontrano all’infinito. Nel calcio, una bufala. Specie quando le storie, come le carriere, rette non sono. Passi per Alessio Cerci, “brasiliano” di Velletri (23-7-1987) e predestinato sin dalle giovanili nella Roma, dove vinceva i derby da solo e il titolo Primavera 2003. Certo non per José Ignacio Castillo, trapiantato da Baires nei Dilettanti prima di esplodere, dopo un lustro, a 32 anni.
Del primo s’accorge subito Prandelli che nella sua breve estate romanista lo lancia in prima squadra nella tournée negli States. Pupillo di Capello, con lui debutta in A sedicenne, il 16 maggio 2004, Samp-Roma 0-0. Spavento? Sì, per Falcone, mandato a spasso prima di sfiorare il gol. Quello arriva al debutto nella Under 21 (il terzo nel 5-0 sull’Azerbaigian lo scorso 16 novembre), ideale proseguimento di una carriera che in azzurro lo ha visto bollare, 9 volte in 31 gettoni, in ogni selezione: dalla U16 ai Casiraghi boys. Il 21 marzo 2005, firma coi giallorossi un triennale da 354 mila euro. E lì tornerà alla scadenza, a giugno, previa riscatto per 100 mila dopo i 600 più IVA spesi dai toscani per goderselo un anno. Infortuni a parte, fin qui solo un blackout: il prestito al Brescia nel 2006-07, 22 impalpabili presenze chiuse a male parole coi dirigenti. Ma ora l’Henry o il Fornarino di Valmontone, dove è cresciuto nel ricordo del Fornaretto Amadei («ma i miei non gestiscono panifici, papà è operaio»), è pronto per la A.
«In lui rivedo me giovane» dice Bruno Conti, responsabile del vivaio della Roma che gli telefona dopo ogni gol: 8 in 19 recite da esterno destro alto, lui, mancino puro cresciuto seconda punta, nel 4-2-4 di Ventura. Alla Adailton: per convergere e battere a rete col sinistro. Velenosissimo. «Questo ragazzo ha stoffa, farà strada», ha detto Mutti, tecnico del Modena cui la stellina aveva rifilato l’assist per Castillo e due gol. Il primo, simile a quello segnato al Treviso, dalla linea di fondo. La dedica: «Alla mia famiglia, in particolare a mio fratello, che ha preso 23 in un esame universitario».
Di quelli ne ha sostenuti 24, in patria, l’altro protagonista di questa straordinaria stagione dei toscani, il bomber “Nacho” Castillo: «Me ne mancano dieci per laurearmi in economia. Magari quando smetto…». Dopo la gavetta nelle serie minori argentine e una parentesi nell’Huracán, viene portato a Brindisi dall’Independiente de Tandíl. In Serie D, ripaga il ds Sensibile e il tecnico Boccolini con 15 reti 23 gare, buone per la promozione in C2. All’epoca, in terza serie l’ingaggio di stranieri non è consentito e così passa alla Nuova Nardò, dove timbra ogni due partite: 17 volte su 34. Nel 2003, alla Vigor Lamezia, è la miglior punta della D: 24 centri in 32 presenze. Numeri che gli valgono il lungo corteggiamento di Vincenzo Barba, presidentissimo del Gallipoli. In due stagioni in giallorosso diventa l’idolo dei tifosi e a suon di reti (40 in 55 uscite) regala loro altrettante promozioni. Nel frattempo, infatti, il regolamento era cambiato: gli extracomunitari promossi dalla D potevano giocare in C2 ma non cambiare club. Nel 2006 è al Frosinone, dove in 30 partite, cominciate spesso dalla panca, segna solo 5 volte «perché ho pagato il doppio salto di categoria, dalla C2 alla B, ma nel girone di ritorno le cose sono migliorate». Lite col compagno Ischia a parte. Al Pisa, ha trovato in Cercinho e nel flop doriano-parmense Kutuzov le spalle ideali e in D’Anna i cross al bacio. Linee mai rette: magari le incontri tardi, ma non all’infinito.
CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, gennaio 16, 2008

Pisa, piazza dei Miracoli


Diecimila spettatori, in C2. Ecco cos’è il calcio nella ex Repubblica marinara. Non esiste il Pisa, esiste Pisa. I numeri: 500 e 75 mila (euro), 12 e 7 (vittorie, totali e in trasferta), 16 e 13 (anni), 8 (stranieri). Sono costo e successi della rinnovata neopromossa mandata alla Ventura, il tetto agli ingaggi (eccetto le punte Castillo e Kutuzov, in comproprietà col Parma e con diritto di riscatto), gli anni di assenza dalla A e dalla B, le scommesse estere vinte dal ds Gianluca Petrachi, confermato con un triennale, e dal presidente Leonardo Covarelli, 42enne immobiliarista perugino che spende il giusto e scandaglia il resto, dalla C ai Dilettanti, e punta sull’azionariato popolare. Alla spagnola: 24.500 titoli da 100 euro al tasso lordo del 4% (sottoscrizione minima: 500 euro), scadenza 9 luglio 2012 e godimento semestrale (30 giugno e 31 dicembre) . In due anni, dalla salvezza dalla C2 strappata ai playout contro la Massese al sogno massima serie. Capita, in piazza dei Miracoli.
CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, gennaio 10, 2008

Mantova, il giocattolino del Tato


Il giocattolino del “Tato” Lori non è più tale. E per puntare alla A, ha cambiato politica: dal basso profilo ai big (i confermati Godeas, Tarana e Caridi, gli arrivi di Corona e Fiore), sedotti a triennali. A parte il portiere sloveno Handanovic, firmato per due anni, e Fiore, vincolato fino a giugno ma con opzione per le due successive stagioni, è il caso degli altri acquisti estivi: i difensori Balestri e Calori e il mediano Passoni, oltre a “Re Giorgio”, arrivato a titolo definitivo dal Catania insieme con Lucenti. Giocatori “di categoria”, ma di maggiore appeal al botteghino rispetto al recente passato fatto di passi a misura di gamba: due anni fa, l’AC Mantova fatturava 7,5 milioni di euro annui. La Nuova Pansac, azienda del boss, ne smuove trecento e sfama 1500 dipendenti, 2000 con l’indotto.
Sul piano tecnico l’ex nazionale Fiore, a questi livelli, c’entra poco. E difatti, complice la labirintite del fantasista (recuperato dal preparatore atletico Stragliotto e da interminabili partite a tennis con Lori al Circolo Ferrovieri), Attilio Tesser ha avuto i suoi bravi problemi a inserirlo nel collaudato 4-4-2 ereditato da Mimmo Di Carlo, «non totalmente convinto», secondo il presidente, dal ricco rinnovo biennale offertogli e poi volato a miracol mostrare a Parma.
Lo storico ds Magalini ha potato rosa e ingaggi – dal metronomo Brambilla (450 mila euro) alle punte Bernacci a Graziani – ma a gennaio, per inseguire il traguardo che al Martelli manca da oltre trent’anni, si annuncia almeno un arrivo. Il sogno è il 23enne Viktor Boudianski, allenato da Tesser l’anno scorso all’Ascoli e ideale rimpiazzo per Grauso (out fino a marzo-aprile), visto che il parmense Parravicini sembra fuori portata, e magari il modenese Longo, interno di 30 anni che tanto piace anche al Bologna. L’alternativa al primo, centrocampista offensivo che trova poco spazio nell’Udinese, è Manolo Pestrin, ’78 del Messina. Non dovesse arrivare il secondo, il duello col Bologna, perso per Adailton e Di Gennaro, si rinnoverebbe per Budel, che i rossoblù seguono dall’era-Mandorlini: 27 anni, ha rescisso il vincolo col Cagliari ma ha mercato al piano di sopra: Fiorentina e Sampdoria in primis. Come esterno di centrocampo, si segue il coetaneo livornese Alvarez, che solletica più Lori che Magalini. Se va via Lucenti (Vicenza o Cremonese), finirebbe bene il corteggiamento di due anni per Ferrarese, furetto del Verona. Sul fronte uscite, andranno in prestito il difensore Rizzi (Triestina) e la quarta punta Altinier (Verona, magari come scambio per Lucenti), mentre il 21enne centrocampista Mondini andrà a farsi le ossa al Venezia. Strategie da grande squadra, che guarda all’oggi, ma con un occhio al domani.
Il capolavoro virgiliano però è stato non esonerare Tesser quando, dopo i tre KO consecutivi (Pisa, Bari e Triestina, già fatale in Coppa Italia), tifosi e stampa ne chiedevano la testa e lo schernivano sostituendo con la F l’iniziale del cognome. Il tecnico si è visto confermato sul campo grazie anche al plateale rifiuto di capitan Notari di unirsi al consueto tuffo post-partita sotto la Curva Te. Dopo il liberatorio 3-2 sul Modena l’idolo del Martelli corse ad abbracciare l’allenatore in difficoltà. “Fesser” sparì lì, prima delle 5 vittorie filate che hanno proiettato i biancorossi al quarto posto a 34 punti: a -5 dalla capolista Bologna ma a +1 sul Brescia, la “Juve della B”. Etichetta che oggi calza meglio al Mantova.
«In B serve la quantità. E se ci metti la qualità diventi importante» ha sentenziato Caridi, blindato con un quinquennale fino al 2011. E infortuni a parte (Fiore, Passoni, il menisco finalmente operato di Godeas, Grauso, Noselli), il Tato adesso gioca a fare sul serio.
CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, gennaio 09, 2008

Bucchi: "Io non ho più paura"


«Se riesce a fare il Fava, non ce n’è per nessuno». È il parere-pronostico degli addetti ai lavori che hanno avuto Cristian Bucchi, centravanti neorossoblù che dovrà trascinare in A la capolista.
L’interrogativo cui Arrigoni dovrà dare risposta, infatti, non è se e quanti gol Bucchi segnerà, ma come l’ultimo arrivato saprà integrarsi con lo straordinario Marazzina visto nel girone d’andata: 9 sigilli in 18 recite, tutte da prima punta. Perché Bucchi, che di reti ne ha sempre fatte (91 in 240 gare da pro’, 52 in 86 da dilettante), giocherà eccome: non si spendono 400 mila euro netti per un prestito di sei mesi (dal Napoli, via-Siena e con diritto di riscatto) da far partire in panchina. In dubbio, semmai, c’è il sistema di gioco: nei tre davanti si alterneranno le mezzepunte (Adailton e Bombardini) più che Fava, che fin qui ha fatto il lavoro sporco, ma non i gol. Bucchi, se sta bene e avverte fiducia, sa fare l’uno e gli altri. Lo dimostra la sua storia, e il ds Fabrizio Salvatori, che lo “scoprì” al Perugia, la conosce come pochi.
Nato a Roma il 30 maggio 1977, Cristian (senz’acca) inizia nella Sambenedettese e nel 1995-96 debutta in prima squadra in CND: «Ero nessuno». Poi, scende in Promozione, al Settempeda nel quale timbra 23 volte in 32 apparizioni e conquista l’Eccellenza, dove addirittura scollina la media di un gol a partita: 29 in 26. «Una favola». Nel 1998 il quadruplo salto in avanti: il Perugia del patron Luciano Gaucci lo porta in A. «Pensavo fosse uno scherzo», invece bolla 5 volte in 27 gare. E il 17 novembre debutta in azzurro: 4 , tre presenze e un gol nella Under 21. L’estate successiva, viene prestato in B al Vicenza e con 10 reti contribuisce alla promozione in A. Ma col tecnico Reja, che poi non lo “vedrà” nel Napoli, non si piglia: questione di caratteri. Tornato al Perugia, il 14 ottobre 2000 (contro la Lazio all’Olimpico) è il primo in Italia positivo al nandrolone: stop di 16 mesi, poi ridotti a 8. «Sono innocente. Mai dopato, sono un calciatore». Dopo il prestito alla Ternana in B, nell’estate 2002 Gaucci se lo parcheggia al Catania, altro club allora di sua proprietà, ma a gennaio lo cede al Cagliari, sempre in B. Troppi infortuni, Ventura gli fa svolgere una preparazione differenziata. Tanta panca, ma dopo sette gare la ruota sembra girare. Invece, il 3 marzo, al rientro da “Marassi” (Genoa-Cagliari 1-3), scopre la tragedia. La compagna Valentina Pilla, madre della loro Emily, un anno e mezzo, è morta in casa per arresto cardiocircolatorio. A 24 anni, e a pochi mesi dal matrimonio. «I grandi amori vivono per sempre. Forza Cri», si leggeva, la domenica dopo, sulla maglietta dei compagni, guidati da capitan Cammarata, che allo stadio riuscì a leggere toccanti parole prima del fischio d’inizio. «Mollo», pensò Cristian. Invece ci furono Ancona (poi fallita), Ascoli (in comproprietà dal Chievo, 17 gol più 2 nei playoff in 41 gare) e, soprattutto, Modena: nel decennio la miglior “Città italiana a misura di bambino” (secondo Legambiente) per Emy, il club della rinascita per il centravanti più forte visto in gialloblù. Il capocannoniere (29 reti) fa reparto da solo nel 4-2-3-1, e quando – nella ripresa – gli affiancano una punta (Asamoah o Colacone), si spreca in sponde e assist. Leader in campo e fuori, rientra in difesa, mette palla per terra e per proteggerla, o spizzarla, usa il gran fisico (1,86 x 79 kg). Infine, è pressoché infallibile dal dischetto: al Modena ne sbagliò uno su 12, contro il Mantova dello stopperone Cioffi, uno dei pochi a metterlo sotto in kg e cm. Sabato, Cioffi (ora all’Ascoli) non ci sarà, l’occasione per far vedere che Bucchi è tornato sì. Basterà fargli fare il Fava, o il Corradi visto accanto a Marazzina nel Chievo. «Io non ho più paura».
CHRISTIAN GIORDANO