domenica, aprile 27, 2008

Le pagelle di AlbinoLeffe-Bologna 1-0


BOLOGNA (4-3-1-2):

Antonioli 7 – Prima e dopo il gol un paio di bambini coi baffi su Ruopolo. Sbaglia solo un disimpegno, di piede. E sulla punizione-gol di Carobbio, lo beffa la barriera. Ma quella dovrebbe comandarla lui.

Daino 6 – Nel primo tempo, dalla sua parte si gioca virgola. Nella seconda salva la baracca con interventi al limite. Nel finale arremba e il vigile Farina lo pizzica col giallo per simulazione.
Moras 6 – In terza linea, il meno in affanno. Strappa applausi quando anticipa netto Rupolo e avanza in bello stile palla al piede. Le suggestioni di francobaresiana memoria si fermano lì perché l’Arrigo di Borello approfitta della contrattura alla coscia destra per passare al 4-4-2 spurio (15’ st Amoroso 6 – parte allo sprint, cerca di dettare tempi e di dare la scossa a urlacci: troppo tardi).
Castellini 5 – Rupolo e Cellini gli fan vedere i sorci celesti. Farina gli risparmia il secondo giallo (Garlini però fa un carpiato ), Arrigoni ulteriori imbarcate (31’ st Terzi 6 – diligente e accorto, limita i danni).
Lavecchia 5,5 – Si danna, ma non è un terzino, tantomeno mancino. Per girarsi e crossare deve prendere appuntamento, e la Gustinetti-band non aspetta.

Mingazzini 6 – Senza infamia né lode da mezzala destra. Chiude da difensore centrale, salvando sulla linea sul gran sinistro di Cristiano.
Carrus 5,5 – Gira a vuoto. Tocca un sacco di palloni, quasi tutti inutili. Mai un guizzo né un tiro. Lì nel mezzo, dove serve far legna, di una leggerezza insostenibile.
Valiani 5 – Se non la peggior partita in rossoblù, la più storta da mezzala. A corto di fiato e di idee, sbaglia mille di palloni. Compresi la chance di dribblare Coser e filare in porta e quello del fallo per la punizione-gol. Ne combinò di meno Carlo in Francia.

Bombardini 5 - Mai avuto il passaggio illuminante, ma rallenta la manovra e l’elegante sinistro appaga gli occhi e stop. Telefona lob per Marazzina col quale si manda spesso al diavolo. E gioca solo quando ha palla (23’ st Di Gennaro 5,5 – Filippo Galli da Milanello rende noto che l’apparente indolenza del talentino è appunto tale: apparente. Invece, quello che ha fama di entrare subito in partita se ne sta alla larga e non mostra i denti. A vent’anni, brutto segno).

Fava 5,5 – Più mobile che in passato, specie nella ripresa. Ma da una punta col suo curriculum – eccetto il colpo di testa su cui Coser si è superato – è lecito attendersi che perlomeno tiri in porta.
Marazzina 5,5 – Dopo l’uscita alla Larry Bird su sé e i compagni che col Bari avevano giocato da signorine, si sbatte più di tutti e finisce coi crampi. Dà l’esempio, ma non fa notizia: quella è che quando ha la palla buona, di testa, su corner di Di Gennaro, non la mette dentro.
Christian Giordano

giovedì, aprile 24, 2008

Gustinetti: la A mi fa un baffo


VERDELLO (Bergamo) - Un personaggio da Graham Greene, il profeta Elio Elia Gustinetti. Purché il tranquillo americano se ne stia in Val Seriana, a miracol mostrare col suo AlbinoLeffe tragato 4-4-1-1. Un antipersonaggio più sapido dal vivo che non in tv.

- Col Bologna ci si gioca la A. Cazzola e Andreoletti impongono il silenzio stampa. Gustinetti, non dirà che è una partita come le altre...
«Ma io come le altre la preparo. Cerco di responsabilizzare i giocatori, ma il giusto. Quanto al silenzio stampa, deve essere un vizio dei presidenti. In campo però non vanno né loro né gli allenatori. E per noi cambia poco: di solito coi giornalisti parlo io».

- Niente allenamenti a porte chiuse, nessuna pressione in più?
«Si figuri, al campo vengono due pensionati. È una partita importante, ma non voglio caricarla troppo. Nelle ultime due in casa volevamo spaccare tutto. E abbiamo perso».

- Con Chievo (0-2) e Brescia (2-3). Il limite di questo gruppo è il cielo, inteso come vertigini da vetta? Non mi dica che se lo aspettava di essere lì.
«Mi avrebbero dato del pazzo. Ma sono orgoglioso di essere un punto dietro il Bologna. È più facile giocare contro le ansie degli altri, puoi sfruttarle a tuo favore. Come sabato a Treviso: loro lì a dannarsi, noi giocavamo sereni e abbiamo vinto».

- Meglio una piazza come Bologna, con attenzioni e passioni forti, o la tranquilla indifferenza che c’è lì?
«Avere grandi giocatori, avvezzi a certe platee e attese, aiuta. Ma la grande piazza è un’arma a doppio taglio. Può essere la molla, o schiacciarti».

- Invidia questo ad Arrigoni o ai colleghi di A?
«No. Anche se in A allenano tanti che hanno fatto meno di me».

- Sono migliori, o lei è in B per caso? La gavetta l’ha fatta.
«Per caso ho cominciato. Mauro Gibellini allenava il Leffe in Interregionale e mi chiese se volevo seguire i ragazzini dell’oratorio. Avevo impegni extracalcio, ma accettai. Il passatempo è diventato un mestiere».

- Leffe (terzo da subentrato), Albinese (balzo in D), Leffe (in C1), Lecco (salto in C1 al secondo colpo), Lumezzane (playoff a sorpresa) poi il blackout alla Reggina. Lì che cosa successe?
«Portavamo allo stadio ventimila persone, fui esonerato a sei giornate dalla fine (e a 4 dalla storica promozione in A, ndr). Forse ho scatenato invidie, gelosie.

- Non fu perché si era promesso all’Empoli?
«Quella era la scusa. Quando mi hanno mandato via, le squadre erano salve. Dopo sono retrocesse. Veda lei».

- Dopo i flop Empoli e Treviso, all’Arezzo playoff persi per differenza-reti col Cesena e l’esonero di Crotone dopo il ko interno coi romagnoli. Una bestia più nera che bianca.
«Quest’anno li abbiamo suonati per bene (1-0 in casa, 0-3 là, ndr).

- Le malelingue dicono che lei funziona solo in Lombardia.
«Per me è un complimento. Fuori ho imparato tanto, ma sto bene se lavoro a 40-50 km da dove vivo».

- Ma così addio grandi ribalte.
«A me basta allenare, non importa in che categoria. La A mi piacerebbe, ma per confrontarmici. Non è un peso che sento. Non ho protettori, conto solo sulle mie forze e dove sono ci arrivato con le mie gambe. Ma se nessuno si fa vivo, avrò anch’io le mie colpe».

- Per esempio?
«Dico in faccia quello che penso. A tanti non piace, dà fastidio».

- “Miracolo Albino”: non si è stufato di sentirselo dire? Chi glielo ha fatto fare di ricominciare dal club portato in B nel 2003.
«Stavolta del pazzo me l’hanno dato davvero: mai tornare sul luogo del delitto. Volevo riavvicinarmi a casa. Aspettavamo la nascita della nipotina, non volevo spostare la famiglia. E poi c’è l’attività».

- Prego?
«Con mia moglie, un’agenzia viaggi a conduzione familiare».

- Come la “Celeste”: la A lì da voi si può fare? Andreoletti ha detto che, senza, se ne andrà.
«Deve chiederlo a lui. Noi ci proviamo, ma in ogni caso sono orgoglioso del nostro campionato. Da quando me ne sono andato, qui hanno fatto di tutto per battere i record. Con questo, sarà dura».

- Il futuro di Gustinetti è all’AlbinoLeffe?
«Il contratto scadrà il 30 giugno. Il presidente mi ha detto di aspettare, adesso non può farmi proposte. Magari non vuole».

- L’Albino però è ricco. In B “piccoli Chievo” crescono?
«Noi non siamo come il Chievo. Noi e la Primavera ci alleniamo a Verdello (le giovanili a Zanica, ndr), ma il “Gritti” mica è nostro. Loro hanno mezzi che noi ci sogniamo. Sono strutturati bene, possono pescare all’estero, hanno osservatori dappertutto. Il ds Sartori è sempre in giro e ha ampio potere decisionale. Da noi solo il presidente ha l’ultima parola».

- Il mercato lo fanno lui e il ds Turotti?
«Quest’anno sono arrivato tardi (il 19 giugno, ndr) quindi ho inciso poco: la squadra era fatta. Ma molti della rosa era con me già tre anni fa, e allora molte scelte erano mie, tornare ad allenarli è stato facile».

- Oltre a Cellini e Marchetti, chi è pronto per la A?
«Per me lo sono tutti. Infortunio a parte, Marchetti ha fatto un campionato super. Come Peluso, Cristiano, Carobbio e Ruopolo».

- Madonna Jr, decisivo a Treviso?
«È un ’86. Deve ancora lavorare, ha qualità, ma deve crescere fisicamente e in personalità».

- Per lei, cresciuto a Borgo Santa Caterina, l’Atalanta che cos’è?
«Ci ho giocato, da capitano, e allenato (nel settore giovanile). Per noi bergamaschi è la squadra del cuore. Tanti dei nostri giocatori sono cresciuti lì (Madonna, Conteh, Foglio, Garlini, Perico, Carobbio, Del Prato, Poloni e Previtali, ndr), alcuni hanno sfiorato la prima squadra. Il legame è forte, ma siamo un’altra realtà. Non alternativa, ma distinta».

- Insomma, più amici che rivali?
«La rivalità non mi piace. Mi piace la competizione. È diverso».

Christian Giordano

venerdì, aprile 18, 2008

Campioni si nasce, Conte si diventa


A saperlo il ds Perinetti lo chiamava prima: nel ritorno 25 punti come il Bologna, solo Brescia (28) e la capolista Chievo (27) hanno fatto meglio. Con lui in panchina 26 punti in 16 gare, prima 20 in 19.
- Antonio Conte, cominciamo dalla fine: il “suo” Bari.
«Stiamo facendo bene, raccogliamo punti e consensi. E fa piacere se i primi a farti i complimenti sono gli avversari».
- Che ambiente ha trovato?
«Non facile. La piazza viene da otto anni di delusioni e quando sono arrivato la squadra aveva perso 4-0 in casa il derby col Lecce. Si era toccato il fondo».
- E per risalire, un leccese doc. Come l’hanno accolta?
«Non bene, benissimo. I tifosi, e non solo, mi hanno fatto capire che le origini non contano. Volevano rivedere giocare a calcio».
- Col suo amato e spregiudicato 4-4-2? Materazzi pensava a coprirsi, a specchiarsi sull’avversario.
«Il merito non è del modulo ma del gruppo. Gennaio e febbraio sono stati importanti. Abbiamo lavorato tanto, al video e soprattutto sul campo: dovevamo recuperare la condizione e nessuno si è mai lamentato. Il 4-4-2 l’ho studiato tanto, è il migliore nelle fasi difensiva e offensiva».
- Lei ha detto: non farei mai come Sacchi che ospitò Wenger [manager dell’Arsenal, ndr] due settimane. Non è un’arma a doppio taglio?
«Sono stato a vedere come lavora van Gaal. Ma di nascosto, e mi sono pagato tutto. E quando ha fatto allenamento a porte chiuse non è che le aperte perché fuori c’era Antonio Conte».
- Oltre ai tecnici che ha avuto, quali sono i suoi maestri e perché?
«Mi piace molto Mourinho. Dice quello che pensa, va controcorrente e crede in se stesso. Non è presunzione, bensì una dimostrazione di forza. Ho avuto la fortuna di avere i tecnici che negli ultimi anni hanno vinto di più: Trapattoni, Sacchi, Zoff, Lippi, Ancelotti e Capello. Ma sulla tattica ho idee mie, ci credo e voglio portarle avanti. Dal punto di vista umano dico Ancelotti, da giocatore non riuscivi a mandarlo a quel paese. Sul piano didattico Sacchi era il numero uno. Come motivatore scelgo Lippi, ogni tre giorni trovava un tema nuovo per stimolarti, per farti rendere al massimo».
- E lei scommette con i suoi giocatori, per pungolarli.
«Sono geloso del mio lavoro: al cuoco non si chiede mai la ricetta».
- Se in 4-5 anni non sfondo cambio mestiere. Una battuta?
«No. Ho già preso tanto tempo alla famiglia (da cinque mesi allargatasi con Vittoria, nome non casuale, ndr) e sono ambizioso».
- Per questo ha rinnovato solo fino al 2009, per sentirsi libero?«Se arriverà la grande opportunità voglio poterla cogliere. E poi non voglio pesare per un eventuale esonero. La società valuterà il mio lavoro. Se ci saranno le condizioni basterà una stretta di mano o una cena in pizzeria, come quando sono arrivato qui».
- Un anno alla volta. Come Arrigoni. Lo conosce?
«Lo conoscerò oggi e gli farò i complimenti. Ha una rosa senza lacune, ma vincere non è mai facile e sin qui sta facendo benissimo».
- Bologna in A diretto e campionato al Chievo?
«Le metto alla pari con il Lecce e il Brescia, ora un po’ attardato. Adesso il Chievo pare più forte, ma il Bologna ha tanti giocatori che risolvono le partite: Marazzina, Bucchi, Adailton, Valiani. Per non parlare di Castellini, Antonioli, Mingazzini e Carrus, un buon metronomo. Il Bologna è attrezzatissimo, ma lo sono anche le altre».
- Tutti a dire che questa B è bellissima. In vetta volano, ma le difese... Rispetto alla A, c’è tanta differenza?
«Ma anche in A dietro un gol è difficile che non ci siano errori. La differenza è che là se sbagli non ti perdonano: su cinque occasioni, su due ti puniscono. In B si può anche uscirne indenni, ma le prime quattro varrebbero una tranquilla salvezza anche in A».
- Da ex capitano della Juve, dopo Calciopoli il calcio ha senso?
«Ci sono state tante millanterie. Chi conosce il Direttore (Moggi, lo chiama ancora così, ndr) sa che lui è così. E non solo lui. Spesso si sente dire: questo e quello li ho portati io, poi si scopre che non è vero. È l’ambiente che è così. Il doping? Una bolla di sapone. Noi sappiamo come ci allenavamo. E sentirsi gridare “drogati” e “dopati”, per sette anni e in ogni stadio, non è bello. Nel calcio tutti millantano troppo. Quella squadra non aveva bisogno d’aiuto. Non eravamo i più forti, ma vincevamo perché avevamo il sacro fuoco. Lo stesso di Maldini, a 40 anni, e di Del Piero, che a 34 vive una stagione super perché ha “ancora fame”».
- Intende questo quando vede “tanti giocatori, pochi calciatori”?
«La frase è di Carmelo Russo (centrocampista figlio del tecnico Mario, ndr). Tanti hanno talento, ma non ci mettono il resto: alimentazione giusta, vita da atleta, impegno e dedizione».
- Si riferisce a Donda?
«Quando sono arrivato non era un giocatore. Quello che dico e faccio è primadi tutto per la società, poi per me e per lui. Ha capito».
- Una conferma che nel calcio è dura avere amici?«È difficile. Un anno sei qui, poi non ci si vede più. Le amicizie le scelgo fuori da questo ambiente».
- Che cosa non le va giù?
«Ti costringe a cambiare il tuo modo di essere. Al mio arrivo perdiamo 3-2 ad Avellino e senza meritarlo, su un rigore (all’84’di Pellicori, ndr) che non c’era. In sala stampa dico che ci ha battuto una squadra nettamente inferiore. Apriti cielo, mi hanno massacrato. E non solo i giornalisti, anche se non capisco i titoli basati sulla polemica anziché su una frase detta perché pensata veramente».
- Come dopo il ko della Juventus con lo Spezia che sancì la retrocessione del suo Arezzo. Con Blanc ha fatto pace?
«Quello che dovevo dire l’ho detto. Quanto ad Arezzo, è una piazza dove è facile fare calcio. Nessuno ci ha mai contestato, ma c’erano gente che tutto può fare tranne il presidente e il ds (Mancini e Fioretti, ndr). Bravi a dare colpe, mai ad assumersi responsabilità, ma basta guardarli oggi per capire come stavano le cose. Io sono pane al pane, vino al vino. Non mi piacciono i pulitini, chi non prende mai posizione. Non ha carattere e non farà mai grandi cose».
Christian Giordano

martedì, aprile 15, 2008

FA Cup, prima che il Galles canti


HASSELBAINK, Fowler, James e Baros, Campbell e Kanu. No, niente Chelsea, Liverpool e Arsenal. Né, tantomeno, Manchester United. Anzi, ritornate al futuro puntando la DeLorean al 17 maggio 2008: pensando quadridimensionalmente vi ritroverete al rinnovato Wembley per la finale della 129ª FA Cup: Cardiff City-Portsmouth. Senza le Big Four: perché il trofeo di football più antico al mondo (in palio dal 1872), al di là della interessata retorica sulle piccole ammazzagrandi, è anche il più sorprendente. Nei Paesi calcisticamente evoluti, oggi nessun’altra manifestazione potrebbe permettersi di portare, tantomeno in un tempio quale il mitico impianto londinese, tre-semifinaliste-tre che non militano in prima divisione. La Coppa d’Inghilterra sì, e se ne fa vanto.
Intendiamoci, anche lì è l’eccezione visto che non accadeva dal 1908, quando un club di seconda divisione, il Wolverhampton, s’impose per 3-1 su uno di prima, il Newcastle United, con reti di Hunt, Hedley e Harrison e gol della bandiera di Howie.
Ma se oltremanica, e non solo i tabloid, si è titolato giocando con la parola «shock», sotto sotto si benedice una formula che non bruci in partenza il sogno di poter vedere il faraonico Chelsea, detentore del trofeo e composto da stelle milionarie, sconfitto all’Oakwell Stadium dal piccolo Barnsley, che pur navigando nei bassifondi del Championship, equivalente inglese della cadetteria italiana, era stato capace di infinocchiare Liverpool (1-2 all’Anfield Road negli ottavi) e Chelsea (1-0 in casa sul Chelsea); il Middlesbrough che al sesto turno (i quarti di finale) perde in casa con una squadra di seconda divisione, il Cardiff City, club che ha l’occasione di ripetersi come unico club non inglese ad aver vinto la Coppa d’Inghilterra.
Successe il 23 aprile 1927, quando i gallesi - alla seconda finale in tre anni dopo il ko per 1-0 con lo Sheffield United nel 1925 - batterono con identico punteggio l’Arsenal grazie al gol segnato a 15’ dalla fine da Hugh Ferguson. Cognome che fornisce limmediata liason per introdurre l’altra finalista a sorpresa della comunque storica edizione 2007-08. Il suo celebre omonimo manager del Manchester United, Sir Alex, ha dovuto arrendersi al Portsmouth, rivelazione stagionale anche in Premier League.
Qui la sfida aveva poco del biblico duello Davide-Golia, anche se i capitali di dubbia provenienza con cui da gennaio 2006 la dinastia russo-francese-israeliana Gaydamach (il padre Arcadi e il figlio Alexandre detto “Sacha”) irrora le casse sociali, non reggono il confronto con il budget del club più ricco e meglio mercatizzato al mondo. E in quanto a sospetti, non è che in Galles siano esenti. Chi l’avrebbe mai detto, sei anni fa, che Peter Ridsdale, lasciato con ingnonimia (e 80 milioni di sterline di debiti) il Leeds United, sarebbe passato alla storia, anziché come il Gaucci d’oltremanica, come il presidente capace di riportare i Bluebirds a Wembley e quello che nel 2009-10 inaugurerà il mega impianto al posto del piccolo e vetusto Ninian Park. Certo, se in semifinale lo “sciagurato” Kayode Odejayi, match-winner nei quarti col Chelsea, da solo davanti a Enckelman avesse messo dentro quel pallone, magari questi discorsi li avremmo fatti per il Barnsley. Ma lo stesso vale per lo sprecone West Brom visto col Portsmouth.
Che i Pompey di quella vecchia volpe di Harry Redknapp abbiano sin qui goduto di buona sorte, è dire poco. Tuttavia non è soltanto con quella che nei quarti hanno espugnato l’Old Trafford grazie al rigore trasformato al 78’ da Sulley Ali Muntari. Certo, ha aiutato che a tentare di parare il tiro dell’ex Udinese fosse andato uno stopper, Rio Ferdinand, spedito tra i pali dall’espulsione del secondo portiere Kuszscak (entrato dopo l’intervallo per un problema all’inguine del titolare van der Sar e uscito per aver steso Milan Baros). Per non parlare dell’autogol di Darren Carter che al 93’ ha permesso loro di salvare la pelle sul campo del Preston North End dopo che, nella ripresa, David “Calamity” James aveva parato il penalty di Simon Whaley concesso per fallo di Sylvain Distin su Jones da Mike Dean. L’arbitro della finale.
Il Portsmouth vi mancava dal 29 aprile 1939, quando batté 4-1 il Wolverhampton: reti di Bert Barlow, Jock Anderson e Cliff Parker (doppietta). Inutile, per i pur favoriti Wolves, il gol del momentaneo 1-3 di Dickie Dorsett. L’Inghilterra era in guerra da cinque mesi, e per sette anni i detentori non poterono difendere il trofeo. Non potrà nemmeno il Chelsea, che nella finale di un anno fa piegò per 1-0 il Manchester United, mettendosi in tasca il milione di sterline destinato a chi si porta casa forse l’ultimo torneo nel quale è ancora possibile realizzare i sogni “impossibili”.
Se ci riusciranno i carneadi gallesi del nonnetto Hasselbaink (che al Chelsea la sfiorò nel 2002, battuto 2-0 dall’Arsenal, quando uscì subito per i postumi di un infortunio occorsogli in semifinale) o il favorito Portsmouth di James (che col Watford vinse ai supplementari quella giovanile ’89, 0-1 e 2-0 al Man City, ma col Villa regalò al Chelsea, nel 2000 e dopo essere stato l’eroe ai rigori in semifinale contro il Bolton, l’ultima al vecchio Wembley), si saprà il 17 maggio. Un secolo esatto dall’ultima volta in cui a sperarci erano state tre squadre non di prima divisione. Cento di questi anni, FA Cup.
Christian Giordano

L’ANALISI
A differenza di dodici mesi fa, quando a contendersi la coppa furono Chelsea e Manchester United, quest’anno è difficile isolare pro e contro delle finaliste in box che spieghino «Perché Cardiff City» e «Perché Portsmouth». Per il primo, alla voce vantaggi, si rischierebbe la monocitazione del sempre zoppicante ricorso alla cabala. Meglio allora cercare di individuare dove potrebbero insinuarsi crepe nell’impalcatura di un pronostico in apparenza così scontato da poter implodere nella sorpresona.
IL MODULO È lo stesso, il “britannicissimo” 4-4-2. Imparagonabili, invece, qualità e natura degli interpreti. In semifinale i Pompey hanno dimostrato di saper anche aspettare, facendo sfogare il WBA salvo poi infilarlo, al 54’, quando era cotto a puntino e su regalo altrui. E al Cardiff non sempre andrà grassa come in semifinale col Barnsley: in gol con Ledley dopo 9’, poi spazi à gogo.
IN PORTA “Calamity” James è capace di tutto, nel bene e soprattutto nel male. A 36 anni è forse all’ultima grande recita della carriera, e se i Pompey sono a Wembley una bella fetta di merito è sua. Curiosità: affronterà il finlandese Enckelman, già suo secondo all’Aston Villa, che lo prelevò nel febbraio 1999 dal TPS Turku proprio a causa dei ricorrenti infortuni del titolare.
DIFESA Il miglior Campbell visto nel dopo-Arsenal (splendido capitano contro il WBA) non ha bisogno di presentazioni.
CENTROCAMPO La promessa Ledley, match-winner col Barnsley, e il capitano Rae, scozzese tornato in nazionale dopo due anni. Di là, la classe e i muscoli di Muntari (meno incline al rosso rispetto al soggiorno friulano); i polmoni di Diarra, nazionale francese che pur di giocare ha mollato Chelsea e Gunners; la velocità di Kranjcar e Bouba Diop, decisiva nel risolvere il rebus WBA in semifinale.
ATTACCO Il Cardiff ha in Hasselbaink un attaccante possente e ancora imprendibile in campo aperto, in teoria l’ideale per un rapace d’area quale Fowler. Il punto è che l’ex Liverpool, che la scorsa estate firmò un biennale, pare a fine corsa quindi gioca Whittingham, una mezzala sinistra. Dovesse entrare “God”, dio, come lo chiamava la Kop, però non quoteremmo puntate contro un suo gol, magari decisivo. Dall’altra parte Baros e Kanu (svelto di gambe nonostante le lunghe leve) portano tecnica e velocità, ma la loro scarsa concretezza si sposa con la poca propensione al gioco aereo. Servierebbe come il pane Defoe, stella arrivata a gennaio dal Tottenham: peccato che in coppa non possa giocare.
PANCHINA Il 61enne Redknapp ha già visto tutto, in campo e fuori. Dave Jones, 52 anni e ai Bluebirds da tre, quasi niente. Esperienza a parte, sta meglio il giovane («il più bel giorno della mia vita» disse a qualificazione fatta): la pressione è tutta sul grande vecchio. E in quanto a profondità di cambi (Nugent in avanti, Pedro Mendes e Davis nel mezzo, per non parlare dei lungodegenti Hreidarsson in difesa e Utaka all’ala), eccetto Fowler non c’è match.
CHRISTIAN GIORDANO

Londra (Wembley), 17 maggio 2008
PROBABILI FORMAZIONI
CARDIFF CITY (4-4-2): Enckleman - McNaughton, R. Johnson, Loovens, Capaldi - Ledley, Rae, McPhail (C), McPhail, Sinclair - Hasselbaink, Whittingham. All. Jones.
PORTSMOUTH (4-4-2): James - G. Johnson, Campbell (C), Distin, Hreidarsson - Bouba Diop, Diarra, Muntari, Kranjcar, - Kanu, Baros. All. Redknapp.

Rangers, sfida per la storia


Per gli amanti dei corsi e ricorsi storici, la semifinale di Coppa Uefa fra Rangers e Fiorentina è un crocevia ricco di suggestioni. Nel 1961 i viola vinsero la prima edizione della oggi defunta Coppa delle Coppe, loro unico trofeo europeo, in finale contro i Blues: 0-2 a Glasgow il 17 maggio (doppietta di Milan), 2-1 al Comunale (l’odierno “Franchi”) il 27 maggio con un altro gol di Milan (12’), temporaneo pari di Scott e sigillo di Hamrin.
Inoltre, nei quarti di finale di questa edizione della seconda manifestazione continentale, solo un abbinamento aveva almeno un precedente: gli scozzesi di nuovo opposti allo Sporting Lisbona, eliminato nel secondo turno della Coppa delle Coppe 1971-72, unico trofeo europeo nella storia del club “protestante” e vinto dopo aver eliminato Torino e Bayern prima di battere in finale a Barcellona la Dinamo Mosca. Altri tempi.
Quelli attuali sono cominciati dopo la fallimentare gestione firmata Paul Le Guen, dimessosi il 4 gennaio 2007. Per risollevarsi, all’Ibrox si tornò a battere strade note, approvate dalla stampa locale che giudicò «comprensibile» il ritorno in panchina di Walter Smith e con lui, come vice, quello della bandiera Ally McCoist.
Già assistente di Graeme Souness, Smith era stato nominato per la prima volta capoallenatore dei ’Gers nell’aprile 1991. Dopo sette titoli scozzesi consecutivi, nel 1998 si trasferì all’Everton. Esonerato nel 2002, è stato per due anni il vice di Sir Alex Ferguson al Manchester United prima di vedersi affidare la derelitta Scozia vista nell’èra-Berti Vogts.
Per riprendersi il ct della nazionale, il management dei Rangers non ha esitato a sfidare l’annuncio di azioni legali da parte della federazione scozzese e sei giorni dopo l’addio del tecnico francese la strana coppia Smith-McCoist era già al lavoro per la ricostruzione. I risultati positivi non si sono fatti attendere. Chiuso al secondo posto la stagione 2006-07 (ma con altrettante vittorie, nei due Old Firm rimasti, sul Celtic futuro campione di Scozia e poi tutt’altro che comparsa in Champion League), i Blues sono tornati a dominare nelle Highlands e a giocarsela in Europa. Quest’anno è già entrata in bacheca la Coppa di Lega (ai rigori dopo il 2-2 col Dundee United), e il successo numero 52 in campionato - record mondiale ulteriormente consolidato - è solo questione di tempo. In Champions League, inseriti nel terribile Gruppo E con Barcellona, Olympique Lione e Stoccarda sono usciti all’ultima giornata con il terzo posto e con la sensazione di aver sfiorato l’impresa, parsa alla portata dopo aver espugnato per 3-0 Lione e impattato 0-0 in casa col Barcellona.
Come spesso gli capitava alla guida della selezione blu notte, quando il gioco si fa duro (e la posta in palio è alta), Smith toglie un attaccante per rinforzare il centrocampo. E allora via con la difesa a quattro e in linea davanti all’onesto portiere McGregor, mediana a cinque nelle due versioni con l’algerino Brahin Hemdani vertice basso o con capitan Barry Ferguson dietro la punta, il francese Darcheville o il nazionale gabonese Cousin.
I Blues hanno adottato il 4-4-2 nei sedicesimi contro il Panathinaikos (0-0 in casa e 1-1 fuori, gol di Novo a 9’ dalla fine), nonostante la duplice assenza per squalifica di Darcheville. Ma già negli ottavi, contro il rombo del Werder (2-0 di Cousin e Davis all’Ibrox, ko per 1-0 a Brema), è ricorso a un incontrista in più: all’andata, 4-2-3-1 con due mediani “bassi”, Hemdani e Dailly, stopper arrivato a gennaio, bloccati dietro la trequarti Novo-Davis-Adam; al ritorno 4-1-4-1, con Dailly confermato alla Desailly, cioè davanti la difesa e dietro la linea Davis-Hemdani-Ferguson-Adam. Nel primo caso la punta era Cousin, nel secondo Novo, primo cambio offensivo oltre a Adam.
Trovata la quadratura del cerchio, Smith l’ha riprodotta contro lo Sporting e ha avuto ragione, grazie anche a una vagonata di fortuna (il palo colto da João Moutinho grida vendetta) e al notevole spirito di sacrificio dei suoi. Infortunato Cousin, col 4-4-1 di Glasgow il tecnico mirò più a non subire gol che a farne. A Lisbona, ha retto con il copertissimo 4-1-4-1 fino al conclusivo uno-due, arrivato in contropiede con Darcheville, a rete dopo una fuga di cinquanta metri di Davis, e con il neoentrato Steven Whittaker, difensore sganciatosi a cercar gloria in avanti. Al “José Alvalade”, Hemdani era il mediano dietro Thomson-Davis-Ferguson-McCulloch. Ma nel primo match di semifinale due terzi di quella linea saranno appiedati per squalifica. Smith dovrà inventarsi qualcosa, nell’attesa di averli per il retour-match. Nel dopogara il manager – che aveva mandato un suo osservatore a Eindhoven per visionare gli eventuali prossimi avversari – dichiarò che avrebbe subito chiamato David Moyes, suo successore all’Everton e appena eliminato dai viola, ai rigori, nei quarti di finale.
Comunque vada, sarà una doppia sfida intrigante. I toscani sono più tecnici e talentuosi, i più esperti ’Gers maestri nel prendere pochi gol e nell’impedire agli avversari di fare gioco. La Fiorentina, però, in questa campagna europea è cresciuta tantissimo e può giocarsela perlomeno alla pari.
La vincitrice di questa semifinale, la prima di sempre per i Rangers, sarà la squadra ospitante nella finale del City of Manchester Stadium del 17 maggio. Si gioca per la storia, e non solo per via dei suoi tanti corsi e ricorsi.

PROBABILE FORMAZIONE (4-1-4-1)
McGregor – Broadfoot, Weir, Cuéllar, Papac - Dailly – Novo (Adam), Hemdani, Davis, McCulloch – Darcheville. All. Smith.

Semifinali di Coppa Uefa
Andata: Glasgow (Ibrox Park), 24 aprile, ore 20.45
Ritorno: Firenze (Artemio Franchi), 1 maggio, ore 20.45

Le pagelle di Chievo-Bologna 1-1


BOLOGNA (4-3-1-2)

Antonioli 7 – Dissinnesca subito due deboli conclusioni (di testa e di destro) di Obinna e, in uscita bassa, il duetto Iunco-Pellissier. Poi riposa sino al 46’, quando sforna la doppia prodezza sul nigeriano. Sul gol, capitan Pellissier gli sbuca davanti e lo fredda sull’altro palo.

Daino 6 – Rientro non agevole, se la cava col mestiere. Il tentato dribbling sulla sua trequarti a momenti manda in porta Obinna: poteva risparmiarselo. Non è giornata per spingere e si becca con Carrus quando quello lo serve troppo avanti.
Castellini 6 – Preciso anche quando soffre. Non perde la testa e comanda bene il reparto, ma il ritmo delle punte spesso lo fa ballare.
Giubilato 5,5 – Pellissier ha un altro passo, e gli scappa via. Il pari – preso su azione nata da corner rossoblù e in 4 contro 2, si spiega anche così. Poi limita i danni.
Bonetto 5,5 – Patisce oltremodo l’indemoniato Iunco. Iachini gli fa un favore invertendo, nel finale di tempo, gli esterni alti. In avvio di ripresa tutto come prima, ma l’ala non ne ha più e va in doccia. Il nostro si riscatta salvando poco dinanzi la linea di porta su Obinna.

Mingazzini 6 – Meno mignatta del solito, e il serbatoio della benzina non segna “full”.
Carrus 6,5 – Con Valiani, il tamburino è il migliore dei rossoblù e fra i top del primo tempo, l'unico giocato. Non ha i tempi e la visione di gioco del regista classico, ma macina metri e palloni. Nel dopo gara, Arrigoni si rammarica: da lui dovevano passarne di più. Tenta tre conclusioni, nell'ultima aveva metri e doveva andarci più convinto.
Valiani 7 – Parte maluccio, poi trova ritmo e posizione e va che è un piacere. Nel gol bravo e fortunato a chiudere l'uno-due con Bucchi grazie al liscio di César e al pasticcio Squizzi-Mantovani. Poi la traversa interna lo aiuta.

Adailton 5 – Tocca la prima palla al 15’, col petto, e innesca il contropiede. Altrui. Nel secondo tempo, riperde palla ma almeno stende Italiano. Nel mezzo, un corner sfiorato di crapa da Marazzina e la botta mancina cui Squizzi oppone i pugni. Troppo poco. (20’ st Bombardini sv – tiene palla per far scorrere il cronometro. Meta preferita, la bandierina di destra).

Bucchi 5,5 – Gioca fermo. Si fa rispettare coi gomiti ma non ha uno spunto che sia uno. Verticalizza per il Conte solo una volta, la boccia non filtra. (33’ st Fava sv – Pare capitato lì per caso, o forse capisce subito l'andazzo: la gara era già finita al 20’ st, sul salvataggio di Bonetto).
Marazzina 5,5 – Prova abulica, cerca il gemello soltanto in una circostanza, con un interno sinistro no-look. Poi nada. (30’ st Confalone sv – Entra a “biscotto” già in forno, provvede a tenerlo in caldo).
Christian Giordano

Iachini, l'eterno Novellino


Non è più un Novellino, Giuseppe (per tutti Beppe) Iachini. Ormai è un allenatore con la maiuscola, la M di “Martello” - suo copyright, perché come quand’era mediano non molla mai - e non la N del suo mentore, quest’anno spesso in ambasce al Torino. Dicevano ne fosse un clone, ma l’allievo potrebbe superare il maestro.
Il Chievo l’ha scelto come uomo della rinascita, preferendolo a Maran e soffiandolo al Bologna, con cui Iachini era in parola prima che in rossoblù arrivasse Arrigoni. La storia d’amore che doveva iniziare tre anni prima, quando l’ex mastino dell’Hellas, convocato in sede, aveva perso la volata con Beretta e poi detto sì al Vicenza. A Verona, Iachini ha vissuto due anni, là è nato il suo primo figlio (Jari, un ’88, ex nazionale U18 dilettanti che emula il padre alla Maceratese; Kevin, del ’93, fa altrettanto nei Giovanissimi dell’Ascoli), ha lasciato amici e bei ricordi. In gialloblù - ma sull’altra sponda dell’Adige - ha giocato con Marco Pacione, oggi suo team manager al Chievo. «Beppe è un ragazzo d’oro, un generoso, uno che in campo e nello spogliatoio ha sempre dato tutto. Sarà un grande acquisto», le parole estive dell’ex Calloni juventino.
Dopo tre anni di soddisfazioni (specie l’ultimo, e nonostante le scarse risorse a disposizione), nell’aria c’era una chiamata dalla A, ma il Chievo era forse la strada più sicura, se non più breve, per arriverci. «Vogliamo essere competitivi, subito» il Campedelli-pensiero a chi chiedeva al presidente lumi sull’obiettivo stagionale.
Il Martello s’è portato il “secondo” Giuseppe Carillo (con cui giocava nell’Ascoli), il preparatore atletico Ivano Tito e quello dei portieri Marco Savorani. E ha cambiato modulo: 4-3-3 puro. Una novità per un mazzoniano doc, «anche se non amo gli schemi rigidi».
Cresciuto nelle giovanili dell’Ascoli (squadra della città dov’è nato il 7 maggio 1964), debutta in prima squadra, in A, nell’1981-82. Dopo la deludente stagione al Como, torna alla casa madre e disputa 4 campionati (tre in A e uno in B). Dal 1987 è al Verona, con cui disputa due campionati e la Coppa Uefa 1987, sfumata ai quarti di finale con la sua “storica” traversa di Brema. Nel 1989 i problemi finanziari del club lo portano alla Fiorentina, dove resta cinque stagioni (4 in A e una in B). Il tramonto passa per Palermo (due anni fra i cadetti), Ravenna (C1 1996-97), Venezia (tre stagioni, una in B e due in A) e Alessandria (C1 2000-01).
Novellino lo vuole come secondo a Piacenza, impossibile dirgli di no. «Per me Walter è un fratello, un maestro di calcio e non solo. Giocavamo assieme ad Ascoli, a Ravenna lui era in panchina e io in campo con Zauli, Luppi, Schwoch e Buonocuore a briglia sciolta: uno spettacolo». L’anno dopo, ancora privo del patentino è in panchina come team manager (fittizio) del Venezia, con Alfredo Magni prestanome: retrocessione già scritta. «Alla sesta giornata, Zamparini esonerò Prandelli e mi chiamò. Novellino fu un amico: risolsi il contratto col Piacenza e mi ritrovai in laguna, lo snodo della mia carriera». La prima esperienza “vera”, la stagione successiva, in C1 col Cesena, subito portato ai play-off. Nel 2003 Vicenza: soldi brisa e giovani à gogo, salvezza comoda. Nei tre anni seguenti, stessi problemi di liquidità ma patti chiari dall’inizio alla fine. Poi il Chievo, per ritrovare la massima serie. Da novellino.
Christian Giordano

Chievo, la favola mai nata


«Non fare il passo più lungo della gamba, o il pallone si mangerà il pandoro». La favola del Chievo continua, anzi non è mai finita perché mai è iniziata. Luca Campedelli, figlio di Luigi, ha sempre applicato il monito paterno. Alla dolciaria Paluani, di cui è maggior azionista, e nel club gialloblù, ereditato nel 1992 alla morte del genitore. Da allora, il più giovane presidente del calcio italiano, sessantottino solo di nascita, ha imparato presto e bene come funziona il barnum.
Promosso subito ds Giovanni Sartori, in due anni centra la B e nel 2001 la A. Si parla di «Miracolo Chievo» per lo spumeggiante 4-4-2 dell’allora emergente tecnico Gigi Del Neri, per l’ambiente di provincia scevro da veleni, perché la squadretta di quartiere (che corre molto e forse “troppo”) sorpassa - in classifica, non nei cuori - l’Hellas, simbolo d’identità e d’appartenenza più che prima società sportiva cittadina. Oggi, le gerarchie sono ribaltate: il Verona è ultimo in C1/girone A (nonostante i diecimila abbonati, più altre duemila presenze per gara), a 24 punti, un terzo della capolista in B, che di tessere ne vende 4-5 mila. E a giugno le categorie di distanza saliranno a tre.
I soldi non spiegano tutto, ma aiutano. Oltre ai capitali dell’azienda di famiglia, dai main sponsor Banca Popolare di Verona e Soglia Hotels Resorts - marchi alternati sulla maglia, sotto «Cattolica Assicurazioni», altroché «Joe Marmellata» -, tanti ne portano la competenza di Sartori, la politica di parametri-zero e prestiti e la strada aperta dal patron laziale Lotito.
Anche il “Ceo”, come in dialetto lo chiamano i tifosi, ha infatti scoperto quant’è bello rateizzare i debiti con il fisco. Nel bilancio 2006/07, ultima stagione in A, chiuso con la perdita di 6,38 mln di euro (utile di 385mila nel 2005/06) e un patrimonio netto sceso da 15,1 mln a 9 mln, la società ha debiti per 33,27 milioni (-1%), di cui 6,24 mln (-13,11%) con l’erario: «861.493 per l’Iva, 1.265.762 per Iva rateizzata entro l’esercizio successivo e 1.518.915 oltre l’esercizio successivo». In totale 2,78 mln «rateizzati grazie alla transazione raggiunta con l’Agenzia delle Entrate a marzo 2007». In aggiunta, ci sono pendenze «per Irap e sanzioni Iva pari a 651.927 euro, rateizzati grazie alla transazione raggiunta con l’Agenzia delle Entrate a ottobre 2006». Il club dovrà versare anche «le ritenute Irpef da lavoratori dipendenti per 1.278.531 euro, 16.708 per altre ritenute d’acconto e 646.045 per l’Irap, importo che «include le eventuali sanzioni il cui valore è stato accantonato al fondo rischi diversi», che ammonta a circa 99mila, su un totale fondo rischi di 818mila.
Il disavanzo sui crediti (13,60 milioni, +17,1%) è di 19,7 milioni, di cui 10,7 mln dovuti alle banche: nei «proventi e oneri finanziari» sono registrati interessi passivi bancari per 810mila euro su un totale di 1,09 mln. La voce «altri debiti» ammonta a 5,19 mln: 1,9 verso società di factoring per «anticipazioni del credito verso la Lega Calcio per i trasferimenti dei calciatori» e «da debiti verso dipendenti per 3.050.184 euro». Inoltre, esisteva un debito di 1,14 mln con la controllata Chievo Verona Servizi, cui sono stati ceduti i marchi a fine giugno 2005 con una plusvalenza di 10,07 mln.
L’ammortamento di 9,43 mln, contabilizzato negli oneri straordinari, ha estinto la passività relativa alla legge 27/2003 “spalma-ammortamenti”. In assenza di questa partita straordinaria il bilancio, al 30 giugno, avrebbe riportato un utile di esercizio superiore ai 3 milioni». La gestione straordinaria del conto economico è positiva per 2,6 mln grazie agli 11,14 di plusvalenze dalle cessioni. Il rosso è di 7,4 mln nonostante il +5% nei ricavi (31 mln), cui manca un milione dal botteghino, mentre dalla Lega Calcio sono aumentati di 1,9 mln come “altri proventi” per 1,02 mln, dovuti in parte al preliminare di Champions League perso contro il Levski Sofia.
Immutati i diritti tv a 15,8 mln. I costi (38,4) sono lievitati del 31%, gli stipendi (17,4) di 4,13 mln, l’incremento dei servizi è di 1,6. Tra questi, 838mila euro per adeguamento dello stadio Bentegodi alla normativa sulla sicurezza. L’ultimo mercato (chiuso in attivo con un rapporto di 9/3 e gli addii a Lanna, D’Anna, Semioli e Bogdani) andrà nel prossimo bilancio. E con i “mussi volanti” di nuovo in A, il pallone non si mangerà il pandoro.
Christian Giordano