
HASSELBAINK, Fowler, James e Baros, Campbell e Kanu. No, niente Chelsea, Liverpool e Arsenal. Né, tantomeno, Manchester United. Anzi, ritornate al futuro puntando la DeLorean al 17 maggio 2008: pensando quadridimensionalmente vi ritroverete al rinnovato Wembley per la finale della 129ª FA Cup: Cardiff City-Portsmouth. Senza le Big Four: perché il trofeo di football più antico al mondo (in palio dal 1872), al di là della interessata retorica sulle piccole ammazzagrandi, è anche il più sorprendente. Nei Paesi calcisticamente evoluti, oggi nessun’altra manifestazione potrebbe permettersi di portare, tantomeno in un tempio quale il mitico impianto londinese, tre-semifinaliste-tre che non militano in prima divisione. La Coppa d’Inghilterra sì, e se ne fa vanto.
Intendiamoci, anche lì è l’eccezione visto che non accadeva dal 1908, quando un club di seconda divisione, il Wolverhampton, s’impose per 3-1 su uno di prima, il Newcastle United, con reti di Hunt, Hedley e Harrison e gol della bandiera di Howie.
Ma se oltremanica, e non solo i tabloid, si è titolato giocando con la parola «shock», sotto sotto si benedice una formula che non bruci in partenza il sogno di poter vedere il faraonico Chelsea, detentore del trofeo e composto da stelle milionarie, sconfitto all’Oakwell Stadium dal piccolo Barnsley, che pur navigando nei bassifondi del Championship, equivalente inglese della cadetteria italiana, era stato capace di infinocchiare Liverpool (1-2 all’Anfield Road negli ottavi) e Chelsea (1-0 in casa sul Chelsea); il Middlesbrough che al sesto turno (i quarti di finale) perde in casa con una squadra di seconda divisione, il Cardiff City, club che ha l’occasione di ripetersi come unico club non inglese ad aver vinto la Coppa d’Inghilterra.
Successe il 23 aprile 1927, quando i gallesi - alla seconda finale in tre anni dopo il ko per 1-0 con lo Sheffield United nel 1925 - batterono con identico punteggio l’Arsenal grazie al gol segnato a 15’ dalla fine da Hugh Ferguson. Cognome che fornisce limmediata liason per introdurre l’altra finalista a sorpresa della comunque storica edizione 2007-08. Il suo celebre omonimo manager del Manchester United, Sir Alex, ha dovuto arrendersi al Portsmouth, rivelazione stagionale anche in Premier League.
Qui la sfida aveva poco del biblico duello Davide-Golia, anche se i capitali di dubbia provenienza con cui da gennaio 2006 la dinastia russo-francese-israeliana Gaydamach (il padre Arcadi e il figlio Alexandre detto “Sacha”) irrora le casse sociali, non reggono il confronto con il budget del club più ricco e meglio mercatizzato al mondo. E in quanto a sospetti, non è che in Galles siano esenti. Chi l’avrebbe mai detto, sei anni fa, che Peter Ridsdale, lasciato con ingnonimia (e 80 milioni di sterline di debiti) il Leeds United, sarebbe passato alla storia, anziché come il Gaucci d’oltremanica, come il presidente capace di riportare i Bluebirds a Wembley e quello che nel 2009-10 inaugurerà il mega impianto al posto del piccolo e vetusto Ninian Park. Certo, se in semifinale lo “sciagurato” Kayode Odejayi, match-winner nei quarti col Chelsea, da solo davanti a Enckelman avesse messo dentro quel pallone, magari questi discorsi li avremmo fatti per il Barnsley. Ma lo stesso vale per lo sprecone West Brom visto col Portsmouth.
Che i Pompey di quella vecchia volpe di Harry Redknapp abbiano sin qui goduto di buona sorte, è dire poco. Tuttavia non è soltanto con quella che nei quarti hanno espugnato l’Old Trafford grazie al rigore trasformato al 78’ da Sulley Ali Muntari. Certo, ha aiutato che a tentare di parare il tiro dell’ex Udinese fosse andato uno stopper, Rio Ferdinand, spedito tra i pali dall’espulsione del secondo portiere Kuszscak (entrato dopo l’intervallo per un problema all’inguine del titolare van der Sar e uscito per aver steso Milan Baros). Per non parlare dell’autogol di Darren Carter che al 93’ ha permesso loro di salvare la pelle sul campo del Preston North End dopo che, nella ripresa, David “Calamity” James aveva parato il penalty di Simon Whaley concesso per fallo di Sylvain Distin su Jones da Mike Dean. L’arbitro della finale.
Il Portsmouth vi mancava dal 29 aprile 1939, quando batté 4-1 il Wolverhampton: reti di Bert Barlow, Jock Anderson e Cliff Parker (doppietta). Inutile, per i pur favoriti Wolves, il gol del momentaneo 1-3 di Dickie Dorsett. L’Inghilterra era in guerra da cinque mesi, e per sette anni i detentori non poterono difendere il trofeo. Non potrà nemmeno il Chelsea, che nella finale di un anno fa piegò per 1-0 il Manchester United, mettendosi in tasca il milione di sterline destinato a chi si porta casa forse l’ultimo torneo nel quale è ancora possibile realizzare i sogni “impossibili”.
Se ci riusciranno i carneadi gallesi del nonnetto Hasselbaink (che al Chelsea la sfiorò nel 2002, battuto 2-0 dall’Arsenal, quando uscì subito per i postumi di un infortunio occorsogli in semifinale) o il favorito Portsmouth di James (che col Watford vinse ai supplementari quella giovanile ’89, 0-1 e 2-0 al Man City, ma col Villa regalò al Chelsea, nel 2000 e dopo essere stato l’eroe ai rigori in semifinale contro il Bolton, l’ultima al vecchio Wembley), si saprà il 17 maggio. Un secolo esatto dall’ultima volta in cui a sperarci erano state tre squadre non di prima divisione. Cento di questi anni, FA Cup.
Christian GiordanoL’ANALISIA differenza di dodici mesi fa, quando a contendersi la coppa furono Chelsea e Manchester United, quest’anno è difficile isolare pro e contro delle finaliste in box che spieghino «Perché Cardiff City» e «Perché Portsmouth». Per il primo, alla voce vantaggi, si rischierebbe la monocitazione del sempre zoppicante ricorso alla cabala. Meglio allora cercare di individuare dove potrebbero insinuarsi crepe nell’impalcatura di un pronostico in apparenza così scontato da poter implodere nella sorpresona.
IL MODULO È lo stesso, il “britannicissimo” 4-4-2. Imparagonabili, invece, qualità e natura degli interpreti. In semifinale i Pompey hanno dimostrato di saper anche aspettare, facendo sfogare il WBA salvo poi infilarlo, al 54’, quando era cotto a puntino e su regalo altrui. E al Cardiff non sempre andrà grassa come in semifinale col Barnsley: in gol con Ledley dopo 9’, poi spazi à gogo.
IN PORTA “Calamity” James è capace di tutto, nel bene e soprattutto nel male. A 36 anni è forse all’ultima grande recita della carriera, e se i Pompey sono a Wembley una bella fetta di merito è sua. Curiosità: affronterà il finlandese Enckelman, già suo secondo all’Aston Villa, che lo prelevò nel febbraio 1999 dal TPS Turku proprio a causa dei ricorrenti infortuni del titolare.
DIFESA Il miglior Campbell visto nel dopo-Arsenal (splendido capitano contro il WBA) non ha bisogno di presentazioni.
CENTROCAMPO La promessa Ledley, match-winner col Barnsley, e il capitano Rae, scozzese tornato in nazionale dopo due anni. Di là, la classe e i muscoli di Muntari (meno incline al rosso rispetto al soggiorno friulano); i polmoni di Diarra, nazionale francese che pur di giocare ha mollato Chelsea e Gunners; la velocità di Kranjcar e Bouba Diop, decisiva nel risolvere il rebus WBA in semifinale.
ATTACCO Il Cardiff ha in Hasselbaink un attaccante possente e ancora imprendibile in campo aperto, in teoria l’ideale per un rapace d’area quale Fowler. Il punto è che l’ex Liverpool, che la scorsa estate firmò un biennale, pare a fine corsa quindi gioca Whittingham, una mezzala sinistra. Dovesse entrare “God”, dio, come lo chiamava la Kop, però non quoteremmo puntate contro un suo gol, magari decisivo. Dall’altra parte Baros e Kanu (svelto di gambe nonostante le lunghe leve) portano tecnica e velocità, ma la loro scarsa concretezza si sposa con la poca propensione al gioco aereo. Servierebbe come il pane Defoe, stella arrivata a gennaio dal Tottenham: peccato che in coppa non possa giocare.
PANCHINA Il 61enne Redknapp ha già visto tutto, in campo e fuori. Dave Jones, 52 anni e ai Bluebirds da tre, quasi niente. Esperienza a parte, sta meglio il giovane («il più bel giorno della mia vita» disse a qualificazione fatta): la pressione è tutta sul grande vecchio. E in quanto a profondità di cambi (Nugent in avanti, Pedro Mendes e Davis nel mezzo, per non parlare dei lungodegenti Hreidarsson in difesa e Utaka all’ala), eccetto Fowler non c’è match.
CHRISTIAN GIORDANO Londra (Wembley), 17 maggio 2008
PROBABILI FORMAZIONI
CARDIFF CITY (4-4-2): Enckleman - McNaughton, R. Johnson, Loovens, Capaldi - Ledley, Rae, McPhail (C), McPhail, Sinclair - Hasselbaink, Whittingham. All. Jones.
PORTSMOUTH (4-4-2): James - G. Johnson, Campbell (C), Distin, Hreidarsson - Bouba Diop, Diarra, Muntari, Kranjcar, - Kanu, Baros. All. Redknapp.