mercoledì, luglio 30, 2008

Il Codice Zlatan


NEL 1970, nessuno immaginava di prendere le impronte a certi bambini. La guerra nella Jugoslavia allora unita era di là da venire. Eppure, c’era chi aveva il fegato per andarsene. In cerca di un futuro. Migliore, per Sefik, bosniaco musulmano di Bijeljina e Jurka, croata cattolica di Zadar, lo sarebbe stato di default.
Il difficile, semmai, era pensare di trovarlo, insieme, a Rosengård (si pronuncia “Rùsengord”), dieci settori costruiti nel decennio prima su 331 ettari alla periferia di Malmö, Svezia meridionale.
A dividere fra nord e sud non solo geografici i 21.447 abitanti c’è la Amiralsgatan, arteria-simbolo della segregazione fra autoctoni e immigrati (84%), in gran parte figli della generazione scampata alla guerra civile slava. Al di sotto di quella sorta di Rubicone scandinavo, al sesto piano in Commans Vag, casermone del Miljonprogrammet (“Programma del milione” di nuovi alloggi popolari), si stipano gli Ibrahimovic. Sefik e Jurka e sei tra figli e figliastre (Monika e Violetta).
Zlatan nasce, il 3 ottobre 1981, dopo Sapko (30-4-1973) e Sanela (18-7-1979) e prima di Alexander (10-7-1986). Con mille mestieri - alla fine guardia privata e manutentore di stabile il marito, donna delle pulizie la moglie - pranzo e cena non mancano, ma il lusso non è di casa. Comprensibile quindi la gioia di Zlatan (“oro” in croato) quando, a cinque anni, riceve in dono il primo paio di scarpe da calcio: scelte in un negozio a buon mercato e rosse come le sue gote in quegli interminabili pomeriggi al campetto condominiale di terra scura.
Dietro quelle due porte di ferro arrugginito, dribbla altri figli di immigrati e le insidie di strada. All’inizio sembra uno dei tanti, ma a otto anni comincia a crescere di botto. Soprattutto di piedi, presto di misure ultranetzeriane: 47.
L’immenso talento imprigionato in un fisico ancora in sboccio lo rendono goffo e inconfondibile. Sorte vuole che un giorno passi per la prima volta di lì Hasib Klicic, allenatore del Balkan, squadretta giovanile satellite del Malmö. Da allora l’uomo in tuta giallonera è sempre davanti al portone, in attesa che Zlatan scenda di corsa per farsi accompagnare agli allenamenti. E magari scroccargli le 10 corone per un gelato.
Klicic gli insegna a proteggere palla, il resto è di serie e gli optional glieli forniscono i piccoli giocolieri che il ragazzo affronta ogni giorno.
«Ci si conosceva e aiutava tutti - racconterà da campione affermato -, e giocavamo ogni giorno: venivano anche da altri parchi lì intorno e ciascuno portava una cosa nuova, vista in tv o inventata. Un colpo, un tiro particolare, una finta. I miei maestri erano Goran, un macedone, e Gagge, un bulgaro che toccava la palla come un brasiliano. Ha un anno più di me ed eravamo assieme nella Primavera del Malmö. Mi hanno insegnato tanti trucchi, il piacere di fare certe cose col pallone, di toccarlo in un certo modo». Magari facendolo sparire con la suola, giochino che da pro gli procurerà non poche noie con critica, allenatori e, soprattutto, avversari. «Ma se non seguissi il mio istinto, non mi sentirei Ibra». Cioè un predestinato.
«Negli occhi ha una luce particolare, quella di chi ama il calcio”, è il mantra recitato dagli osservatori a papà Sefik. Contro il Vellinge va in panca per motivi disciplinari e all’intervallo il Balkan è sotto per 4-0. Nella ripresa, entra e segna tutti i gol nella vittoria per 8-5. Gli avversari reclamano i documenti: quel lungagnone non ha 12 anni, il limite di categoria. Vero: ne ha due in meno.
Il salto al Malmö (1995) è breve, l’adattamento no: perché il pargolo ha il caratterino esplosivo quanto il fisico.
Varcata la Amiralsgatan, non c’è navigatore che nel nuovo mondo non spadelli. Un giorno, tocca all’allenatore: «Ma chi ti credi di essere, mia madre?». Un altro, a un dirigente che minacciava di non accompagnarlo a casa. Zlatan si mette a piangere perché non sa ritrovare la strada. Non era mai uscito da Rosengård.
La sua fama invece varca presto i confini nazionali. Nel 1999, il pallino del neo-ds Hasse Borg, ex nazionale, viene fatto esordire da Roland Andersson nella Allsvenskan, la prima divisione, che il Malmö lascerà a fine stagione per ritrovarla in quella successiva. Non prima però che il tecnico venga gelato così, a metà di uno scialbo 0-0: «Mister, vado a casa. Oggi non ho voglia e ho altro da fare».
Sulla scia dei 16 gol in 40 presenze (già titolare a 18 anni), nel 2000 Arsène Wenger gli fa recapitare la maglia dell’Arsenal con stampati sul retro il numero nove e il nome “ZLATAN”. Il cimelio è ancora appeso, incorniciato, in casa Ibrahimovic, in Svezia, ma l’affare non si farà. Imparata la lezione, l’alsaziano sarà più solerte col toro danese Nicklas Bendtner. Non proprio la stessa cosa.
Altrettanto lungimirante ma più fortunato è Leo Beenhakker, che in tournée lo nota in allenamento contro i norvegesi del Moss. Il 22 marzo 2001, lo firma all’Ajax per 7,8 milioni di euro: la cifra più alta mai versata a un club svedese. Il prezzo giusto secondo uno dei più noti scrittori scandinavi, Björn Ranelid: «Ibra crea movimenti che non esistono nel mondo reale: sono improvvisazioni jazz».
Chissà che musica, in spogliatoio, al primo giorno del nuovo arrivato: «Ciao ragazzi, io sono Zlatan e voi chi c… siete?». In lui crede solo Beenhakker, allora dt del club: «Come tutti i giovani, all’Ajax ebbe un inizio difficile. Ma non avevo dubbi: sarebbe diventato un grande giocatore».
La facile profezia del guru olandese si avvera dopo cinque mesi di subentri seguiti all’esordio nell’Amsterdam Tournament, contro Valencia, Liverpool e Milan.
Ai tempi “Zlatan”, come allora si fa chiamare, è in rotta col padre, forse anche perché gli somiglia tanto. «Ha un orgoglio smisurato - dice l’erede - non puoi aiutarlo in niente, non te lo permette. Dev’essere per questo che, da ragazzo, non facevano che dirmi: “Tu non ascolti”. È vero: mi piace fare le cose da solo. Ma col tempo ho capito che si ha bisogno degli altri. Anche in campo».
Lì e fuori lega subito con Chivu e Maxwell, poi ritrovati all’Inter, e si detesta con capitan van der Vart. Poi rivaleggia in Bmw e Porsche con Mido, uno che sul giocargli vicino ci ha costruito una carriera.
Quella di Ibra prende il volo con le dichiarazioni al vetriolo e gli aneddoti, più numerosi dei gol e degli scontati quanto fuorvianti paragoni col più forte centravanti nella storia del club: Marco van Basten. Il Cigno di Utrecht era un elegantissimo animale da gol. Il Genio, scriverà Beccantini su “la Stampa” (parafrasando Valdano per Zidane), «una via di mezzo tra un gangster e una ballerina». In chiave pallonara, la love-story di “C’era una volta in America”.
Nel web, impazzano le sue giocate anche se non portano al gol. Come quella che chiude una serie di finte - con elastico pre-Ronaldinho - contro Henchoz: «Sono andato da una parte, poi dall’altra e lui è andato a prendersi un hot-dog».
Quando invece vuole segnare, fa le cose per bene. Delle 35 reti (in 74 gare) quella al NAC Breda, il 24 agosto 2004, dopo averne dribblati sei, è il Gol dell’anno della Eredivisie.
Alla Amsterdam Arena, gli emissari dei grandi club - specie italiani - arrivano a frotte e il povero team manager David Endt, tifoso interista dai tempi herreriani e perfetto padrone della nostra lingua, non sa più come farli accreditare.
Nel 2003, su segnalazione di Liedholm, sembra fatta con la Roma, ma la leggenda narra che il clan Sensi rispose così al Barone: «Ma dove va uno con quel nome da zingaro?». Nel 2004, risponde Capello: alla Juventus. Per 16,8 milioni di euro. Un colpaccio, per un perticone di 1,92 x 84 kg che con quei piedoni fa «con un’arancia ciò che Carew fa col pallone». La frecciata la scoccò Zlatan, dopo che l’ex romanista, neoriparato a Lione, osò dire che ’sto Ibra «non era granché».
Idea per nulla condivisa nelle nazionali titolate ad accaparrarselo. Facendolo esordire ventenne nello 0-0 casalingo in amichevole con le Far Oer, la Svezia brucia la Bosnia, sponsorizzata dal papà che pure lo scarrozza dall’Olanda per perorarne la causa presso i vertici federali. Un viaggio a vuoto.
Più o meno come quelli della selezione gialloblù ai grandi tornei, con la Champions League le ribalte dove il genio è stato spesso incompreso.
A Euro2004, il suo colpo di tacco da taekwondo - sport praticato in gioventù - ci fece più male del biscotto nordico (il 2-2 di Svezia-Danimarca) che mandò a casa la Trap-truppen. Ma l’errore ai rigori nei quarti contro l’Olanda, gli zero gol a Germania 2006 e i guai al ginocchio sinistro (più decisivi delle perle contro Grecia e Spagna) rendono negativo il saldo. Senza contare la fuga dal ritiro pre-Liechtenstein, nel settembre 2006, per festeggiare con Wilhelmsson il compleanno di Mellberg. Marachella punita con l’allontanamento da parte del Ct Lars Lagerbäck fino a fine marzo 2007, in occasione della trasferta di Belfast, contro l’Irlanda del Nord, nelle qualificazioni a Euro 2008.
Come con Roberto Mancini: viste coppie (di fatto) migliori. A partire da quella con la connazionale Helena Seger (1970), conosciuta a una festa estiva nel 2002, che gli ha dato due figli, Maximilian (22-9-2006) e Vincent (6-3-2008). Per le date di nascita dei familiari, ha un’ossessione. Sono scritte su scarpe da gioco e parastinchi e se l’è fatte tatuare. In Svezia le chiamano “il Codice Zlatan”, forse a significare un legame che va oltre l’ancestrale vincolo di sangue.
Giunta a Malmö a 17 anni, ex barista, commessa in un negozio di abbigliamento e modella, Helena è stata account manager alla Swatch Group Nordic. Laureata in economia, era marketing manager per la neonata compagnia aerea FlyMe e dirigente alla Bonniers, il maggior gruppo editoriale scandinavo.
Prima, il cuore di Zlatan era abitato dalla web designer Maria Olhage, incontrata nel 2000 quando lei lavorava in un hotel di Cipro dove lui era in vacanza. «Era timidissimo. È stato seduto con me al bar tutto il giorno, per tenermi compagnia», dirà dopo essersi fidanzata, nel 2001, con quello che non aveva idea fosse un famoso calciatore. E di essere entrata nella piccola storia del gossip per la risposta dell’amato a chi faceva domande sul dono di fidanzamento: «Quale regalo? Lei ha Zlatan». Robetta per uno che freddò così il giornalista che gli chiese la causa di certi graffi. «Chiedi a tua moglie».
Maria si trasferisce ad Amsterdam, e si iscrive a informatica, ma la storia finirà nel 2002. Quell’estate Zlatan frequenta la modella svedese Erika Johnson, che poi mai speculerà sulla natura del rapporto, e si vede attribuito un flirt con la pin-up islandese Tinna Alavis. «Non avevo idea di chi fosse» dirà Ibra prima di rendere pubblica l’ultima fiamma. «La mia ragazza è Helena Seger - dichiara alla vigilia del match con la Bulgaria, nel settembre 2005 - Lo dico per mettere fine ai pettegolezzi. Ma è tutto ciò che dirò della mia vita privata».
Avvistata occasionalmente ad Amsterdam, e in Portogallo a far shopping con Victoria Beckham prima di Inghilterra-Svezia a Euro2004, convive con Zlatan in un appartamento al Lingotto, raggiunto quasi ogni fine-settimana.
Fino all’estate 2006, quando Calciopoli manda la Juventus in B e lui (che sembrava già del Milan) all’Inter. Per 24,8 milioni di euro, +15 di guadagno per le presto dissestate casse bianconere (-18% nei ricavi per via della retrocessione a tavolino).
Le sue prime parole da nerazzurro fanno (relativo) scalpore: «Da piccolo tifavo per l’Inter, dovevo pensare al futuro. Siamo tutti contenti, io, l’Inter e la Juve. Mi dispiace per i tifosi juventini, ma la vita continua».
Con o senza Moggi, a gennaio 2007 ospitato a casa Ibra - con sommo imbarazzo dell’Inter - e difeso nell’intervista rilasciata da Zlatan a Libero, testata che ha eletto a editorialista l’ex dg della Triade.
La famiglia, si sa, viene prima di tutto. Ma non farsi tatuare “10-7-1937” potrebbe non essere una brutta idea.
Christian Giordano

L’IDENTIKIT
Nome: Zlatan
Cognome: Ibrahimovic
Ruolo: attaccante
Nato il: 3 ottobre 1981
Nato a: Malmö (Svezia)
Statura e peso: 1,92 x 84 kg
Numero di scarpe: 47
Soprannome: Genio
Club attuale: Inter (2013)
Club precedenti: Balkan (1989-1995), Malmö (1995-2001), Ajax (2001-2004), Juventus (2004-2006)
Ingaggio annuale: 11 mln euro
Nazionalità: svedese
Passaporto comunitario: sì
Seconda nazionalità: bosniaca
Agente: Mino Raiola
Esordio in Serie A: 12-9-2004, Brescia-Juventus 0-3 (gol)
Esordio in Nazionale: 31-1-2001, Svezia-Isole Får Øer 0-0
Presenze (reti) in Nazionale: 53 (20)
Palmarès: 2 Eredivisie (2002, 2004), Coppa e Supercoppa d’Olanda 2002; 4 scudetti (2005 e 2006 revocati; 2007 e 2008), Coppa Italia 2007, Supercoppa italiana 2006
Stato civile: celibe; fidanzato con Helena Seger (25-8-1970); due figli: Maximilian (22-9-2006) e Vincent (6-3-2008)
Famiglia di origine: papà Sefik (23-8-1951), mamma Jurka (16-4-1951), i fratelli Sapko (30-4-1973), e Alexander (10-7-1986), la sorella Sanela (18-7-1979) e le sorellastre Monika e Violetta
Musica: hip-hop
Bevanda: Coca Cola
Film: Scarface; Il padrino, Il gladiatore, Troy
Attori: Al Pacino, Sean Connery
Attrice: Angelina Jolie
Libro: Robinson Crusoe
Cibo: cinese; cioccolato
Videogame: ISS2 (International Superstars Soccer)
Sport preferiti: tennis, Formula 1
Altro sport praticato: taekwondo
Auto: Mercedes SL 55, Ferrari 360 Modena, Porsche Carrera GT e Cayenne Turbo, BMW X5
Idoli: Michael Jordan, Muhammad Ali e Diego Maradona
Squadra del cuore: Inter (da bambino)
Città: New York
Vacanze: dove fa caldo
Ricordo calcistico: il primo gol
Se non avesse fatto il calciatore: uomo d’affari
(c.g.)

martedì, luglio 29, 2008

Mutu, il Fenomeno della Fiesole


Chissà se Orwell tifava viola. Nella fattoria Fiorentina, infatti, la legge (del salary cap, 1,5 milioni di euro annui) è sì uguale per tutti, ma per alcuni è «più uguale». Con sommo dispetto dei tenutari Della Valle e della saggezza contadina del ds Corvino, il teorema orwelliano è dimostrato dal riottoso purosangue Adrian Mutu.
Perché il tetto-stipendi il Fenomeno - così lo chiamano a Firenze, ormai senza timore di fraintendimenti, vista la pinguedine esibita in barca a Ibiza dall’originale, ossia Ronaldo - lo sfora. E come lui Frey e il neoarrivato Gilardino, miccia che per poco non faceva esplodere il caso dell’estate: Mutu alla Roma. Spalletti e Totti, tutt’altro che timidi sponsor del rumeno, se ne faranno una ragione. Adrian avrà la metà dei 4 milioni richiesti (altroché i 150 mila euro, e contratto allungato di un anno, fino al 2012, per tener cheto l’agente, Alessandro Moggi). Ma sconterà l’ira prandelliana con la mancata fascia di capitano.
«Bene come qui non si sta da nessuna parte» ha ribadito il re della semicollina, zona via Bolognese, dove ha preso casa per raggiungere presto il centro: Firenze val bene una scommessa. Poi, a carriera finita, potrà anche trasferirsi nella amata Miami, abituale meta di vacanza, dove è appena nata Maya, la terzogenita (la seconda dal matrimonio con l’ex modella Consuelo Matos Gomez, figlia del console dominicano presso il Vaticano) dopo Mario, sette anni, avuto dalle nozze con la conduttrice tv romena Alexandra Dinu, e Adriana, due. Cittadini del mondo, i Mutu.
Nato l’8 gennaio 1979 a Calinesti (provincia di Arges) in Romania, Adrian cresce calcisticamente nell’Arges Pitesti. Nella massima serie romena debutta il 15 marzo 1997 e sulla scia di 11 reti in 41 presenze, più innumerevoli assist, approda da “nuovo Hagi” alla Dinamo Bucarest. Nel 1999-2000, con 22 gol in 33 gare, partecipa alla doppietta campionato-coppa, ma non alla festa: quell’inverno l’Inter, per 7,5 milioni di euro, brucia i maggiori club europei e lo porta ad Appiano Gentile per farlo ambientare.
Il primo gol in nerazzurro arriva nel derby di Coppa Italia, torneo cui destina l’altro suo acuto (contro il Cagliari). In campionato, dieci presenze e neanche una rete. Troppo poco per restare. Nel 2000-2001, va in comproprietà al Verona. Assist a ripetizioni e quattro squilli fondamentali per la salvezza (contro Lazio, Napoli e due al Bari) fanno da preludio all’exploit della stagione successiva: 12 centri, e ormai consueto corredo di grandi giocate e preziose assistenze. Stavolta però insufficienti a evitare la caduta in B.
La cessione al Parma, per 13 milioni di euro, per i gialloblù veneti è un male necessario. Per quelli emiliani, un terno al lotto. In 31 partite Adrian segna 18 volte, spesso su punizione. E in coppia con Adriano, issa il Parma al quinto posto. Nella squadra allora allenata da Claudio Cesare Prandelli (dove Gilardino, già compagno di Mutu a Verona, era la quarta punta, dietro Bonazzoli), è fondamentale anche in Coppa Uefa: 3 gol in altrettante gare, purtroppo salta le semifinali e addio sogno europeo. È già capitano designato per la stagione successiva, ma nell’agosto 2003 approda al Chelsea di Roman Abramovich come il più costoso calciatore romeno di sempre: 30 milioni di euro.
L’avvio è con il botto, 3 reti nelle prime 4 apparizioni (compresa la doppietta nel 4-2 “esterno” sul Tottenham), poi il rapido oblio (in 25 presenze solo 6 gol, tra cui quello alla Lazio in Champions League), figlio legittimo di notti brave. Nel settembre 2004, dopo appena due presenze nei Blues, risulta positivo alla cocaina. Licenziato dal club il 29 ottobre, viene squalificato per 7 mesi (fino al 18 maggio 2005) e multato di 30.000 euro dalla Football Association. La vicenda lo porterà alla rottura coi mammasantissima del football di casa sua, Giovanni e Victor Becali, e allo strano sodalizio con la sexy-agente Fifa Ana-Maria Prodan, di cui i pissipissibaobao sussurrano che Adrian sia oggi socio occulto (nella scuderia, anche il compagno di nazionale e neocatanese Nicolae Dica).
La Juventus fiuta il colpaccio e nel gennaio 2005 (via-Livorno, per l’impossibilità di tesserare un altro extracomunitario proveniente dall’estero) la firma di un contratto quinquennale. Il 29 maggio, scaduta la sospensione, debutta in bianconero: ultima di campionato, a Torino contro il Cagliari.
Impiegato da Capello come riserva di Camoranesi, l’anno dopo segna 7 gol in 32 presenze e vince lo scudetto, ma a fine stagione, Calciopoli manda in Serie B la Vecchia Signora e lui finisce alla rivale storica dei bianconeri, appunto la Fiorentina. Per 7 milioni di euro. Un affarone.
In viola, trova il suo mentore Prandelli e un nuovo gemello del gol, Luca Toni. La Fiorentina parte da -15 in campionato e senza la Champions League. Ma con quei due là davanti, arpiona il 5° posto (che senza penalizzazione sarebbe stato il 3°). Mutu diventa il nuovo idolo della Fiesole, cui a ogni gol regala un inchino a mo’ di torero. Nel 2007-08 realizza 17 gol in campionato (5 dal dischetto) e 6 in Coppa Uefa, sogno sfumato ancora una volta in semifinale, stavolta ai rigori.
Decorato (lo scorso 25 marzo) Cavaliere per meriti sportivi dal presidente della repubblica, Traian Basescu, Mutu è con Hagi il simbolo del calcio romeno.
Il Mutu di oggi è assai lontano, assolutamente non paragonabile, con il discotecaro sciupafemmine delle serate londinesi. Da quando ha portato all’altare la 31enne Consuelo Matos Gomez, sposata di martedì, il 5 luglio 2005, con una blindatissima cerimonia per 40 invitati (2 amici di lui, 38 parenti di lei) a Lavega, nella Republica Dominicana, è tutto campo di allenamento, viaggi (per diletto o in trasferta) e casa. Accanito lettore, sa godersi la vita senza strafare. Con moglie e figli trascorre i momenti liberi in Versilia (è un habitué di Forte dei Marmi) e a caccia di buoni vini (è un fan del Sassicaia).
I tempi della burrascosa vita sentimentale, quando collezionava fiamme in serie (Moran Atias in primis) e persino uno scandalo a sfondo sessuale, sono il passato. «Dimenticatevi il Mutu che conoscevate, sarò un buon padre di famiglia» disse il giorno delle seconde nozze.
Manco a dirlo, lo scorso gennaio “Vanity Fair” e, di rimbalzo, “Novella 2000” gli affibbiarono il presunto flirt con Martina Stella, con cui chiacchierava nella discoteca Yab di Firenze. Inutile star lì a spiegare che Adrian la conosce sin dai tempi della Juventus, quando lei era fidanzata con Lapo Elkann. Una bufala, insomma. Ma che fece male, anche perché Consuelo era incinta di sei mesi.
Allo stesso concetto di fedeltà, dopo qualche tentennamento, sembra associabile la scelta di restare alla Fiorentina. Legatissimo a Prandelli (che, come il dg Corvino, non ha preso benissimo certi bollori estivi del suo pupillo) e alla famiglia Della Valle, Mutu ha fatto capire che non gli andava di guadagnare meno dell’ultimo arrivato, per quanto importante, Gilardino. Adeguato il contratto, nel cielo gigliato è tornato il sereno.
Restando a Firenze, diventerà (se non lo è già) pure uno dei numeri 10 più amati nella storia del club viola. Perché a uno così si perdona tutto, persino la tentazione di una scappatella giallorossa. Anche la legge del cuore è uguale per tutti, ma per alcuni è «più uguale».
Christian Giordano

L’IDENTIKIT
Nome: Adrian
Cognome: Mutu
Ruolo: attaccante
Nato il: 8 gennaio 1979
Nato a: Calinesti (Arges, Romania)
Statura e peso: 1,80 x 75 kg
Club: Fiorentina (2012)
Club precedenti: Arges Pitesti (giovanili 1992-96; prima squadra 1996-gennaio 1999), Dinamo Bucarest (gennaio-dicembre 1999), Inter (dicembre 1999-2000), Verona (2000-2002), Parma (2002-03), Chelsea (2003-ottobre 2004), Livorno (gennaio 2005), Juventus (gennaio 2005-2006)
Ingaggio annuale: 2 milioni di euro
Esordio in Serie A: 6-1-2000, Inter-Perugia 5-0
Esordio in Nazionale “A”: Atene, 29-3-2000, Grecia-Romania 2-0
Presenze (reti) in Nazionale: 64 (29)
Primo gol in Nazionale “A”: Costanza, 26-4-2000, Romania-Cipro 2-0
Stato civile: sposato in seconde nozze, il 5-9-2005, con Consuelo Matos Gomez; tre figli: Mario (2001) nato dal primo matrimonio (con Alexandra Dinu); Adriana (2006) e Maya (2008) dal secondo
Pregio e difetto: disponibilità e testardaggine
Attore: Robert De Niro
Attrice: Michelle Pfeiffer
Auto: Mercedes SL 500
Hobby: cinema, lettura, vini (Sassicaia)
Città: Miami (Usa)
Sogno nel cassetto: vincere il Mondiale
(c.g.)

giovedì, luglio 24, 2008

E anche Rappan è Sistemato

Poi uno si sveglia storto. Dal Tg mattutino di Sport Italia: "Sono lontani gli anni in cui Rappan inventò il Sistema, da cui poi nacque il Catenaccio...". Povero Herbert Chapman, qualcuno un giorno gli attribuirà il Verrou e magari gli toglierà il merito di aver reso obsoleto il Metodo...
CHRISTIAN GIORDANO

sabato, luglio 12, 2008

Totti, il vero Core de Roma


Kevin Buckley, inviato al Ferraris di Genova dalla rivista ufficiale della Champions League, non riusciva a crederci: 26 novembre 2006, migliaia di sampdoriani applaudono un gol (di rara bellezza) della squadra ospite, la Roma. «Nella terra che ha scordato il fair play, quasi inaudito». Capita, se Francesco Totti si specchia in Van Basten contro Dassaev nella finale di Euro88. Sulla sinistra, quasi sul fondo, arma il mancino e scarica al volo sul palo lontano il gran cross di Cassetti da destra. Un attimo, una vita.
Quella del romanissimo “Pupone” di Porta Metronia, soprannome che lui detesta, inizia (il 27 settembre 1976) appunto là, in via Vetulonia, quartiere Appio Latino. Zona ad alta densità giallorossa.
È un predestinato: a dieci mesi già cammina e in spiaggia, a Porto San Giorgio, calcia un pallone di plastica, a cinque palleggia, «ma a casa non ha mai rotto niente» dice mamma Fiorella. Papà Enzo lo accompagna a un torneo estivo a Torvaianica, per farlo divertire. I più grandicelli non vorrebbero, ma Checco (altro nick mai amato), il più mingherlino, entra e fa due gol: non esce più e se lo contendono per le due partite successive. Morale: sua la coppa per il più piccolo. Primi calci nella Fortitudo (quartiere San Giovanni) agli ordini di Trillò, poi Smit Trastevere (e primo campionato Esordienti) sotto Pergolati e Paolucci e due stagioni alla Lodigiani, allenato prima da Mastropiero poi da Neroni.
Richiesto dalla Lazio, con cui la Lodigiani è già in parola, e poi dalla Roma (per cui è visionato da Lupi, Giannini e Maldera), a 13 anni, spinto anche dalla madre, sceglie la squadra del cuore. E nonostante le future insistenze di Carlos Bianchi (1997), non la lascerà più. Fondamentali, nella trattativa, Bruno Ripani, mobiliere di Via Vetulonia e amico dei Viola, Gildo Giannini (padre di Giuseppe e all’epoca dirigente romanista) e, si dice, Stefano Caira, oggi alla Roma ma ai tempi ancora in Federazione.
Tre anni di giovanili e Vujadin Boskov lo aggrega alla prima squadra e, il 28 marzo 1993, nel finale di Brescia-Roma (0-2) lo fa esordire 16enne in Serie A. «Scaldati», e Francesco niente: pensava dicesse a Muzzi. Da titolare debutta sotto Carlo Mazzone, per lui maestro di calcio e di vita (niente interviste, «A France’, vatte a fa’ la doccia»), il 16 dicembre in Coppa Italia (la Roma vince ma la Sampdoria si qualifica ai rigori) e in campionato il 27 febbraio 1994 di nuovo contro la Sampdoria. Il destino nel nome.
Il primo dei 165 gol in A (4 settembre 1994), miglior bomber in attività e in giallorosso (di cui è pure recordman di presenze assolute, 507, in massima serie, 395, e reti, 205) contro il Foggia. Nonostante la concorrenza di Balbo e Fonseca, colleziona 21 presenze e 4 gol. Dalla stagione seguente, è stabilmente negli undici.
Nel 1996 arriva in panca Carlos Bianchi, e con lui un periodo difficile. Si parla di un prestito per fargli fare le ossa alla Sampdoria, dove lo vorrebbe Spinosi, il vice-Erikssson. Invece va via l’argentino, ancora oggi più odiato che deriso sotto il Cupolone.
Nel 1997, con Zeman, Totti compie il salto di qualità, fisico prima che tecnico. L’’iperoffensivo 4-3-3 del boemo pesa quanto le leggendarie ripetute sui gradoni, e Totti diventa il leader della squadra e, a ondate, l’uomo-simbolo di Roma e della romanità. Specie contro il vento del nord (ovest). Il 31 ottobre 1998, Aldair gli cede la fascia di capitano. Il Guerin d'oro come MVP della A è un altro atto dovuto, bissato nel 2004.
Nel 1999 ecco Capello. Il 17 giugno di due anni dopo, il club della Lupa festeggia il terzo, storico scudetto. Il 19 agosto la prima delle sue due Supercoppe Italiane della sua carriera: 3-0 alla Fiorentina all'Olimpico. Totti firma il terzo gol.
Nella primavera 2005 rinnova fino al 2010: 5,4 mln di euro netti a stagione, unico a sforare il salary-cup (2,5) fissato dalla società.
Il 19 febbraio 2006, al 7’, un più casuale che cattivo fallo dell’empolese Vanigli gli procura una frattura del perone con interessamento ai legamenti della caviglia sinistra. Operato il giorno stesso a Villa Stuart, rientra nella finale di ritorno di Coppa Italia (persa contro l’Inter, poi scudettata a tavolino). Sforzi premiati dal Ct azzurro Marcello Lippi, che lo porta al titolo di Berlino 2006. Per Totti - protagonista solo dal dischetto, allultimo tuffo (di Grosso) con lAustralia, in finale e forse a sprazzi con l’Ucraina - è l’addio al colore sfoggiato sin dalla U14 di Corradini, poi nelle selezioni di Vatta e col quale ha vinto l’Euro U21 del 1996 (ai rigori, con Ct Cesarone Maldini) e l’oro ai Giochi del Mediterraneo del 1997. Piccole gioie di un amore sbocciato con l’ormai mitologico cucchiaio a Van Der Sar ai rigori in semifinale a Euro2000, ma che gli ha portato più che altro dolori ed espulsioni: per lo sputo al danese Poulsen a Euro2004, per la simulazione (che permise a Moreno di esistere) contro la Corea del Sud al mondiale 2004. Il punto più basso della parabola fatta di 58 presenze e 9 reti e chiusa fra le polemiche per il precoce addio che precede la sua miglior stagione in carriera, chiusa da centravanti (ruolo cucitogli addosso da Spalletti nel 4-2-3-1) capocanonniere d’Italia e d’Europa (Scarpa d’oro, 26 gol) e alzando il 17 maggio, la prima di due Coppe Italia filate, battendo in finale l'Inter al quarto tentativo di altrettante finali. Nella seconda, lo farà da capitano non giocatore per via del crac al crociato anteriore del ginocchio destro, crac occorsogli il 20 aprile nella gara col Livorno, ultima stazione di una via-crucis cominciata nel 2002 con la lesione ai legamento collaterale di quello sinistro.
Inserito da Pelé e dalla FIFA nella lista dei 125 migliori giocatori in attività, Francesco è un professionista realizzato anche come uomo. La consorte Ilary Blasi, ex Letterina a passaparola, incarna la risposta italiana alle Wags inglesi, e nel glamour-business la coppia è quinta dietro i coniugi, Beckham, Rooney, Gerrard e (Ashley) Cole: 13 milioni di euro. Francesco nel 2007 ne ha portati a casa, allietata da Cristiane Chanel (in onore della griffe), 11,8 (1.25 dalla Diadora, sponsor tecnico dopo il saluto della Nike nel post-Poulsen). Insieme hanno fondato la linea di abbigliamento NWY (Never Without You, mai senza te), showroom in via Veneto, via Cimarosa e via Tamacini, a un cross da piazza Navona: 1,3 mln di ricavi (-836 euro di perdita, bilancio 2006). Il segreto? «Fanno parte del popolo» spiegano alla Boccon Trovato & Partners. Sarà per questo che nella apologia del nazional-popolare, il Festival di Sanremo, lui è stato ospite e lei co-conduceva (per 500 mila euro); insieme hanno venduto in esclusiva a Sky Tg24 (per 300 mila euro, dati in beneficenza), doppiato i Simpson e registrato per la Vodafone spot-cult come gli slogan («Life is now»); Ilary era a Le Iene (25.000 euro a puntata) anche col pancione e Francesco ha fatto una comparsata ne “I Cesaroni” dell’antico sodale Claudio Amendola (che lo convinse a festeggiare lo scudetto tatuandosi il gladiatore dal comune amico Gabriele) e nel remake de L’allenatore del Pallone.
In questo idilliaco quadretto, però, Totti vive in una gabbia dorata, anche se formato superattico in centro (secondo trasloco, a Casal Palocco, nella villa con piscina, ha i genitori). Lo accudiscono, dopo la rottura con Zavaglia, il fratello Riccardo, col quale ha fondato la Number Ten (marketing e organizzazione eventi, 3,4 milioni di fatturato e 806 mila di utile nel 2006), e il massaggiatore confidente Vito Scala. Che per lui è disposto a tutto, compreso lo “sfondamento” cestistico preso nel calmare il nostro dopo una espulsione. Ecco, se c’è un limite nel cielo tottiano, è l’indole da Masaniello (ma troppo buono). Senza, però, Carlo Zampa, speaker dell’Olimpico, a ogni sua (rarissima) sostituzione non arrufferebbe così il «popolo giallorosso, in piedi. Esce il Capitano», facendo alzare 70.000 sudditi dell’unico erede di Giacomo Losi. Un sacco bullo, l’ultimo Core de Roma.
Christian Giordano

L’IDENTIKIT
Nome: Francesco
Cognome: Totti
Ruolo: attaccante
Nato: 27 settembre 1976 a Roma
Statura e peso: 1,80 x 80 kg
Club: Roma (giovanili 1989-92; prima squadra 1992-)
Scadenza contratto: 2010
Ingaggio annuale: 5,8 mln euro
Squadre giovanili: Fortitudo (1983-86), Smit Trastevere (1986-89), Lodigiani (1989)
Esordio in Serie A: 28-3-1993, Brescia-Roma 0-2
Primo gol in Serie A: 4 settembre 1994
Roma-Foggia 1-1
Esordio in Nazionale “A”: 10-10-1998, Italia-Svizzera 2-0
Primo gol in Nazionale: 26-4-2000, Italia-Portogallo 2-0
Stato civile: sposato (dal 19-6-2005) con Ilary Blasi; due figli, Christian (6-11-2005) e Chanel (13-5-2007)
Canzone: Grazie Roma
Attore: Claudio Amnedola
Attrice: Sabrina Ferilli
Film: Milano-Roma, solo andata
Libri: i suoi, Mo je faccio er cucchiaio, Tutte le barzellette di Totti
Idoli d’infanzia: Giannini, Maradona, Baggio, Zola
Hobby: playstation
Squadra del cuore: Roma
Città: Roma
Religione: cattolica
Sogno nel cassetto: allenare i bambini
(c.g.)

E Dio creò Kaká


IL prescelto è come quel famoso amaro: lo riconosci subito. Mixed zone del Sankt Jakob-Park, post-amichevole di lusso Svizzera-Brasile del 15 novembre 2006: in processione davanti a povericristi che, come i capponi manzoniani, si azzuffano schiacciati da telecamere in spalla e gomiti ad alzo zigomo, i componenti della Seleção sfilano verso l’agognato pullman. Tutti “fenomeni”, persino Dudu Cearense, i-podati e in tuta di rappresentanza. Tranne uno, il Bambino d’oro. Lui no, è fasciato di nero Armani e sorride a tutti. Alto (1,86 x 73 kg) e regale, qualche autografo, tanta fretta e zero dichiarazioni. Ma con classe, non da snob. E dietro, media adoranti come re magi dinanzi la capanna. Dell’Eletto, che ha segnato e vinto (2-1) quasi non volendo. Il gol come atto divino. Che sia un predestinato, Ricardo, si capisce dal censo prima che che dal ceto. Niente favelas, ma buona borghesia di Brasilia, dove il 22 aprile 1982 nasce il primogenito di papà Bosco Izecson Pereira Leite è ingegnere civile, mamma Simone Cristina Do Santos Leite, lontane origini italiane, insegnante di matematica. Il 14 ottobre 1985, il gradito bis: Rodrigo. Sarà proprio lui che, incapace di pronunciare bene il nome del fratello maggiore, gli consegnerà l’imperituro apelido: Kaká. Al più piccolo, ma solo all’anagrafe, la sorte e gli amichetti incapaci di scandire la r riserveranno invece l’accrescitivo Digão.
Per via del lavoro paterno, la famiglia gira: prima nel Mato Grosso, poi a San Paolo, quartiere residenziale di Morumbi, soprannome dello stadio Cícero Pompeu de Toledo: l’impianto casalingo del São Paulo.
Quasi ovvio che i pargoli (Kaká a 8 anni) entrino nel vivaio Tricolor. Non per fame, ma per passione. Più forte di quella per i videogame, che a differenza di tanti coetanei possono permettersi, e commensurabile solo al senso del dovere, dell’educazione (anche e soprattutto religiosa) e dell’istruzione: precetti sui quali in casa non si transige. È lì che, dopo l’allenamento, l’allegra “garotada” si riunisce a far merenda: e i 1400 metri a piedi valgono bene le ciambelle della signora Simone Cristina.
Ricardo sogna di emulare le gesta di Raí, fratello minore di Sócrates e uomo-simbolo del club fino al 1993, quando passò il testimone a Cafu, prossimo idolo e futuro compagno in rossonero del nostro. A 15 anni Kaká firma il primo contratto, a 18 è già in prima squadra. La sua carriera sembra sul trampolino di lancio, invece rischia di spezzarsi, nell’ottobre 2000, insieme con la sesta vertebra: fratturata in un tuffo sbagliato da un toboga. Battendo la testa sul fondo della piscina Kaká rischia la paralisi. Alcuni smettono di credere alle stimmate del fenomeno, lui si sente miracolato e da allora, a ogni gol, ringrazia l’Altissimo puntando al cielo indici e sguardo.
“O Anjinho”, l’angioletto, come lo chiamano in patria per la faccina pulita, è guarito ma nel gennaio 2001, con gli juniores protagonisti della Copa São Paulo (sorta di Torneo di Viareggio locale) è sempre in panca, gioca quasi mai. Gli dei del calcio però inviano chiari messaggi già il 7 marzo, quando la prima squadra affronta il Botafogo nella finale della Copa Río-São Paulo. Al 14’ st Oswaldo Alvarez toglie Fabiano e lo getta nella mischia. Non l’avesse mai fatto. «Incredibile. Alvarez è ammattito. Ha buttato in campo una riserva delle giovanili», la più pubblicabile reazione dei commentatori tv. In poco più di 2’, il neoentrato fa doppietta e mette in bacheca il trofeo, sin lì mai vinto dal club paulista. «Veniva da una lunga convalescenza, ma sapevo che era fortissimo», la rivincita del tecnico bistrattato.
È la svolta? Macché. Nei quarti di finale del Brasileirão, contro l’Atlético Paranaense, inseguito e randellato da Cocito per tutto il campo, viene sostituito al 39’. In lacrime. Riapriti cielo. «Bello da vedere, ma non può giocare le partite importanti», la critica più benevola.
Le “kakazettes”, l’esercito delle fan 11-19 anni, se ne infischiano. Anzi, a vederlo piangere a dirotto s’infatuano ancora di più, con conseguente proliferazione di siti monografici: Completamente Kaká, Fanatikakas e via kakantando. Fra i pochi fuori del coro, fra gli addetti ai lavori, l’ex e poi di nuovo Ct verdeoro Carlos Alberto Parreira, che se lo trova di fronte due volte: alla prima gli fa i complimenti, alla seconda si sbilancia: «Diventerà un fenomeno». Con la minuscola.
Quello con la maiuscola lo adotta a mo’ di mascotte al Mondiale 2002. “Kakazinho”, così se lo coccola Ronaldo, quasi a evidenziarne i contorni di mascotte della spedizione nippocoreana, arpionata da 23esimo andando in gol al secondo gettone. Il Ct Felipe Scolari lo fa esordire dopo il Mondiale juniores del 2001 e la prima memorabile stagione nel São Paulo: 6-0 alla Bolivia a Goiâna il 31 gennaio 2002. Metabolizzati i 24’ dell’esordio (come sostituto di Juninho Pernambucano), alla seconda uscita firma il terzo gol nel 6-1 sull’Islanda in amichevole a Cuiaba. Il resto è più cronaca che storia, in campo e fuori.
Una presenza (25’ nel 5-2 al Costarica) alla prima Coppa del Mondo,
festeggiata scoprendo in mondovisione la T-shirt “I belong to Jesus (appartengo a Gesù)”. Il morbido atterraggio da semisconosciuto al Milan campione d’Europa (nell’estate 2003 per 8,5 milioni di euro, altro che i 22 e le fanfare per Pato). Lo scudetto al primo tentativo, la Champions League 2007, il Pallone d’oro 2007.
Per cederlo il povero Tricolor chiese 30 milioni di dollari: il Milan se lo
portò via per meno di un terzo. Rivenderlo a peso d’euro? Il Real Madrid ne ha offerti 55, poi, dopo i 70 del Chelsea, è salito a 90. In via Turati non ci sentono: rinnovo quinquennale, dagli attuali 8 ai 13 del 2013. Di solo ingaggio. A partenza certa, al Morumbi gli gridavano «pipoqueiro» (alla lettera “venditore di pop corn”, in gergo il calciatore che tira indietro la gamba) e un sito della torcida titolò la home page con “Addio Kaká. Grazie di niente”.
Un contrappasso, per uno che adesso ha tutto. Anche fuori del calcio. Il matrimonio (celebrato in forma privata e con rito evangelico a San Paolo il 23 dicembre 2005) con Caroline Celico, figlia della rappresentante brasiliana della Christian Dior e conosciuta quando lei, 15enne, debuttò in società. E il primogenito. All’1,05 dello scorso 10 giugno, presso l’ospedale Albert Einstein di San Paolo, la coppia ha infatti avuto Luca Celico Leite: 3,6 kg per 51 cm di tenerezza. La tanto pubblicizzata castità prematrimoniale era finalmente archiviata.
Atleta di Cristo, per il dopocarriera “Ricky” (nomignolo preso a Milanello) sogna di fare il pastore evangelico. Intanto acquista indulgenze plenarie versando il 10% delle entrate alla chiesa Renascer em Cristo di San Paolo. Sul legame indaga la magistratura brasiliana. Alla confessione evangelica, guidata da Estevam Hernandes Filho e consorte (Sonia Haddad Moraes), arrestati nell’estate 2007 e condannati negli Stati Uniti per contrabbando di valuta, Kaká ha donato pure il Fifa World Player. Forse è anche per questo che papà Bosco e l’agente Wagner Ribeiro hanno fondato la Traffic. Va bene la storia del Prescelto, ma non di solo pane vive l’uomo. Neanche il Prescelto.
Christian Giordano

L’IDENTIKIT
Nome: Ricardo Izecson “Kaká”
Cognome: dos Santos Leite
Ruolo: mezzapunta
Nato: il 22 aprile 1982 a Brasilia (Brasile)
Statura e peso: 1,84 x 76 kg
Club attuale: Milan (2013)
Club precedenti: São Paulo (Brasile)
Stato civile: sposato con Caroline Celico (1987); un figlio, Luca Celico Leite
(10-6-2008)
Auto preferita: Audi
Piatto: Picanha all’aglio e olio, Churrasco (barbecue)
Colore: bianco
Genere musicale: gospel
Gruppo musicale: Renascer Praise
Cantante: Aline Barros
Canzone: “Promessa” dei Renascer Praise
Attrice: Regina Duarte
Film: À espera de um milagre
Libro: la Bibbia
Profumi: Calvin Klein e Hugo Boss
Idoli d’infanzia: Raí, Zico, Ayrton Senna
Hobby: playstation, golf, tennis, film, videogame
Squadra del cuore: São Paulo
Città: Brasilia
Religione: evangelica
Sogno nel cassetto: diventare pastore evangelico
(c.g.)

mercoledì, luglio 09, 2008

Coelho & Rodriguez, forza e fantasia


Coelho (Atlético Mineiro) e Rodríguez (Peñarol). Nel coprire le fasce il Bologna 2008-09 evoca suggestioni sudamericane. Per il comune nome maradoniano (con la y nella versione brasileira), per il fatato mancino dell' uruguaiano, per passo e "garra" quanto di più lontano dall' indolente connazionale Alvaro Recoba. Già fatte da entrambi le visite mediche, s' attendono i prossimi giorni per l' annuncio dei due prestiti (con diritto di riscatto rossoblù). Dyego Rocha Coelho, per tutti Coelho (São Paulo, 22-3-1983), è il classico "lateral direito" alla Maicon, ma più difensore e meno prestante (1,76 x 70). In nazionale inizia e finisce nel 2003, quando debutta (rilevando Adriano al 61' della finale di Gold Cup, 1-0 al Messico) ed esaurisce i suoi 6 gettoni con un gol, il definitivo 4-0 sulla Colombia, segnato alla seconda presenza. Prestato dal Corinthians dopo la storica retrocessione del 2007, figlia dei dissesti finanziari prodotti dalla MSI del faccendiere Kia Joorabchian, vanta nel palmarès i titoli statali paulista (2003) e mineiro (2007), un Brasileirão (2005) e il Mondiale Under 20 (2003). Lo scorso 16 settembre fece il giro del mondo la terribile spallata con cui abbatté la 19enne "Foquinha" Kerlon, che sul 4-3 irrideva gli avversari palleggiando con la testa nel numero della foca, specialità da noi resa celebre dall' ex genoano Nappi. Ne scaturì una mega-rissa, la partita fu sospesa per 5' e Coelho per 4 mesi, sanzione poi dimezzata. Dotato di un tiro da fuori micidiale, in gennaio lo voleva il Celtic, che lo provò a lungo prima di preferirgli il nazionale tedesco Andreas Hinkel del Siviglia. Chissà se i biancoverdi di Glasgow, da buoni cattolici, si sono già pentiti. Diego Manuel Rodríguez da Luz (Montevideo, 8-8-1986) è una promessa, ma di quelle che di solito finiscono per essere mantenute. Piccolo (1,76 x 72 kg) e svelto, copre l' intera fascia e non ha paura di niente. In prima squadra dal 2003, nell' ultimo anno ha raccolto 20 presenze e una rete. Di uruguaiani, infatti, l' avvocato Vincenzo D'Ippolito (suo coprocuratore con Oscar Bentancourt, agente Fifa) è uno che se ne intende. Da dirigente della Sambenedettese, portò in Italia, in C1, Bogliacino e Amodio, oggi entrambi al Napoli con l' altro uruguagio Gargano. Non a caso tutti interpellati da Rodríguez, assieme a Martinez del Catania, prima di trasferirsi a Bologna. Intanto, a proposito di suggestioni, è in arrivo Tomas Locatelli il cui ritorno, possibile qualche settimnana fa, quasi scontato ora, ha acceso una discussione nella quale resta maggioranza il partito degli scontenti. Nessuno ne mette in dubbio il talento, ma al di là dei trascorsi, non entusiasmanti, e al di là dell' epilogo retrocessione, non seduce il ritorno di un ultra trentenne mai continuo nella sua carriera. E mentre Salvatori cerca un difensore centrale (Stendardo, Danilo, Paci sono alcune fra le tante ipotesi), la Samp stringe per Amoroso dopo che l' Udinese ha detto no alla scambio con Pinzi. Con la Roma da oggi può concretizzarsi la trattativa con Okaka.
CHRISTIAN GIORDANO