venerdì, ottobre 24, 2008

Pascali, Hero per caso


Dal Pizzighettone a “The Hero”. È l’«occasione irripetibile» di Manuel Pascali, 27enne centrocampista milanese balzato «dall’etichetta di buono solo per la C» a un triennale (più opzione per un’altra stagione) col Kilmarnock, Scottish Premier League.
In vacanza a Formentera (come i calciatori-vip) la telefonata che ti cambia la vita: l’ex compagno Stefano Salvatori, già mediano di Milan, Parma e Fiorentina e agli Hearts, lo segnala al tecnico dei Killies, Jim Jefferies.
Dal punto di vista tecnico quasi una discesa, anche per uno che la A non l’ha mai vista: tre anni di Interregionale (al Sant’Angelo), cinque di C2 fra Alessandria e, appunto, Pizzighettone, in squadra con Sergio Porrini (ex Juve e Rangers), poi un anno in C1 (a Foligno, B solo sfiorata).
Il primo italiano del club professionistico più antico (1869) di Scozia è l’unico straniero in rosa, «ma mi trattano come uno di loro». Per il presidente Michael Johnston, dal match del 9 agosto con l’Hibernian, è «il mio eroe». A venti dalla fine si rompe anche il secondo centrale. Entra Pascali, il Killie vince. E in 60 mila hanno un nuovo beniamino.
CHRISTIAN GIORDANO

lunedì, ottobre 20, 2008

Edizioni Special One


“Special One” (sin qui) solo a parole? Scriverlo all'indomani di Roma-Inter 0-4 viene un po' difficile. Ma perlomeno via-etere, senz’altro. E pure in libreria: tre-libri-tre in pochi giorni. A memoria di italcalciofilo, un inedito.
Nel terzetto in libreria, però, l’unico è quello edito da Cairo (sì, il patron del Torino). Lo ha curato Giancarlo Padovan con la supervisione di Carlo Pizzigoni, collaboratore del Guerin ed esperto di cose portoghesi. Si intitola “Mourinho - Pensieri e parole di un allenatore molto speciale”, la prefazione è di Gino & Michele, interisti doc oltre che vip. Editore molto “pop” (senza offesa, è un target), il numero uno granata ha commissionato la rivisitazione aggiornata dei testi raccolti da John Amhurst in “The Special One: The Wit and Wisdom of Jose Mourinho”. Dentro, c’è tutto Mourinho, citazione per citazione, battute al vetriolo, uscite sarcastiche, provocazioni. Progetto in cantiere da mesi, per ragioni imperscrutabili ai non addetti ai lavori è uscito dopo quello di Mondadori.
Il moloch della distribuzione e dell’editoria italiane ha fatto tradurre da Enrico Soziero l’opera autorizzata di Luís Lourenço, “Mourinho - La biografia ufficiale dello Special One”. E l’ha aggiornata con un contributo di Fabio Licari, inviato di calcio internazionale per la Gazzetta dello Sport. Il racconto si concentra sui primi 45 anni del tecnico, ripercorrendone l’infanzia, il rapporto col padre (al quale fece da osservatore a 15 anni), le prime esperienze da allenatore, i successi al Porto e al Chelsea.
Scelta analoga per Cavallo di ferro, che ha acquisito dalla Texto Editores i diritti sul volume del giornalista portoghese José Marinho, “Vencedor nato” e che ha scelto per la prefazione Paulo Sousa, da noi ex cervello di Juventus, Inter e Parma. Qui si punta più sulla storia del successo di Mourinho, la sua strategia della comunicazione e, parallelamente, sulle cause del suo successo sportivo e mediatico. Nella postfazione dell’edizione italiana, Marinho (nickname appena appioppato al guru dell’Udinese dei miracoli) spiega così perché l’Inter “rischia” di non perdere mai più: «Preparatevi, arriva l’uomo che cambierà la Storia della Serie A. Pochi giorni prima del suo trasferimento all’Inter ho avuto con lui un breve scambio di mail. Gli ho scritto: “José, se vinci in Italia ti guadagni l’immortalità. (…) Amico mio, preparati alla più grande sfida della tua carriera. Mi chiedo cosa succederà, se sarai tu a cambiare il calcio italiano o il calcio italiano a cambiare te”. La risposta di Mourinho, come sempre, è stata laconica e tagliente: “Amico mio, non so se cambierò il calcio italiano, ma ti garantisco che non cambierà me”». Di sicuro, ha già cambiato la nostra editoria sportiva. Con uno così, l’universo degli instant-book ha trovato galassie sconosciute.
Christian Giordano

Giancarlo Padovan (curatore)
MOURINHO
Pensieri e parole di un allenatore molto speciale
Cairo editore, 142 pagine, 10 euro

Luís Lourenço
MOURINHO
La biografia ufficiale dello Special One. Con un aggiornamento di Fabio Licari
Mondadori, 304 pagine, 17 euro
Traduzione di Enrico Soziero

José Marinho
MOURINHO
Nato per vincere
Cavallo di ferro, 224 pagine, 14 euro
Prefazione di Paulo Sousa


ALL’ESTERO:
Patrick Barclay
MOURINHO: Anatomy of a Winner

Clive Batty (curatore)
THE LITTLE BOOK OF JOSÉ MOURINHO
The Special One in 150 Quotations

Harry Harris
JOSÉ MOURINHO: Simply The Best,

Joel Neto
Mourinho, the True Story: The Book Jose Mourinho Tried to Ban

giovedì, ottobre 16, 2008

Zaki, lo chiamano Bulldozer


ALAN Shearer e Mark Hughes. Dicono somigli a loro l’egiziano Amr Zaki, bomber-rivelazione del Wigan Athletic. Al primo lo paragona il presidente Dave Whelan, al secondo l’allenatore Steve Bruce, che di Hughes è stato compagno nel Manchester United dal 1988 al 1995.
«Basta guardarlo - spiega il proprietario dei Latics - La corporatura, i movimenti: di Shearer ha tutto. Pure la sfrontatezza, non appena ha palla. Sa sempre dov’è la porta e senza dover alzare la testa, ha un fiuto innato. Punte così hanno l’istinto del gol, e non si insegna: o ce l’hai o non ce l’hai». Otto reti in dieci gare in biancazzurro (di cui 2 in precampionato contro Sheffield United e Hibernian, una in Carling Cup al Notts County più l’assist per Camara), e 27 in 50 con l’Egitto, parlano chiaro: ce l’ha.
«Sì, mi ricorda Hughes - dice il tecnico, che da giocatore satanassi così doveva fermarli - Mark è sempre stato uno tranquillo, Zaki fuori del campo è più esuberante, ma anche lui è grande e grosso e ha “fame” di gol. Il fisico è quello, il livello pure».
Esagerati? Sì, ma perdonabili per lo straordinario impatto avuto da uno che in Inghilterra è arrivato in prestito per un anno dallo Zamalek. Con 5 gol in sette giornate di Premier League, capocannoniere ex-aequo con Defoe del Portsmouth e il “solito” Torres del Liverpool, “Bulldozer Zak” per ora ha messo in fila attaccanti costati oro: da Berbatov (Man U) a Pavlyuchenko (Tottenham), da Robinho (Man City) a Keane (al Liverpool).
Bruce lo nota alla Coppa d’Africa 2008, doppietta nel 4-1 Costa d’Avorio «che in squadra aveva sette giocatori di Premier». E per sei mesi fa la spola col Cairo pur di portarselo al JJB Stadium. «Mi ridevano dietro - ricorda - quando raccontavo che, cifre Fifa alla mano, era l’attaccante col miglior score al mondo: in nazionale, un gol ogni due partite. “Sì, ma contro Gibuti” mi ribattevano».
Ironia della sorte, la squadra contro cui Zaki non ha giocato per via di un’elongazione da 1,5 cm a un polpaccio: dieci giorni di riposo forzato. Pedaggio, evitabile, per essere sceso in campo contro il Middlesbrough dei connazionali Shawky e Mido (con Zidan gli altri big egiziani emigrati) dopo una settimana di sole terapie, senza allenamenti.
La sua storia inizia nell’El Merrik, terza divisione, e continua all’Al-Mansoura, club della omonima città nella quale è nato l’1 aprile 1983. Nel 2001-02, è in prima squadra e firma tre gol. Il primo in campionato arriva il 16 marzo nella sconfitta per 3-1 contro l’amato Zamalek.
Nel 2002-03, le 5 reti lo pongono nel mirino delle grandi: Zamalek, Ismaily e Ahly. Finisce invece all’Enppi, che all’Al-Mansoura fa l’offerta più alta nella storia del calcio locale: 1,5 milioni di lire egiziane (180 mila euro). Nel “club del petrolio”, disputa un buona 2003-04: 5 gol in campionato, tra cui uno allo Zamalek e all’Ahly, e 4 in Coppa d’Egitto .
Ma è la stagione della svolta è la 2004-05: 10 reti e titolo di capocannoniere della Premier League egiziana, più 3 in coppa nazionale, trofeo che l’Enppi vince per la prima volta. Un risultato storico, come il secondo posto (dietro l’Ahly) in campionato, miglior piazzamento nella storia del club.
A metà 2005-06, Zaki (già 9 gol) è ormai un nome nel Paese che si appresta a ospitare (e a vincere) la Coppa d’Africa. In nazionale, Zaki non è ancora più una stella ma sarà decisivo: due penalty procurati e altrettanti assist; e, soprattutto, al primo pallone toccato (dopo la sceneggiata del sostituito Mido che uscendo chiamò “scimmia” il Ct Hassan Shehata: sei mesi di sospensione), il gol al Senegal che vale la finale. Poi vinta 4-2 ai rigori sulla Costa d’Avorio.
Zaki è concupito, oltre che dalle solite Zamalek e Al Ahly, anche dai petrodollari dell’Al-Ain (Emirati Arabi) e dal Nantes. Ma in patria la finestra di mercato di gennaio è già chiusa, idem in tutti i maggiori campionati d’Europa, tranne che in Russia dove la stagione è ferma per la pausa invernale. E così su Newcastle, Bolton e Dinamo Kyiv la spunta il Lokomotiv Mosca, che sul piatto mette 1,7 milioni di euro per l’Enppi e un triennale da 500 mila euro a stagione per lui. Che però non giocherà mai.
«Devo ammetterlo - racconta - , non sono molto fiero di quell’esperienza. L’offerta del Lokomotiv era buona, ma ho resistito tre mesi. Non giocavo per via degli infortuni, avevo nostalgia di casa e il clima era terribile».
Ecco allora il ritorno in Egitto, ma allo Zamalek. L’idillio, però, dura poco. Zaki rivince la Coppa d’Africa (la sesta per l’Egitto: un record), stavolta da protagonista, e vuole la Premier League. Quella vera. La situazione degenera quando il presidente dello Zamalek, Mamdouh Abbas, lo insulta e le sue guardie del corpo ricorrono alle maniere forti. Davanti all’esterrefatto Nader Shawki, agente del giocatore sotto contratto fino al 2012. Dopo mesi di tiramolla, lo Zamalek si butta sul ghanese Junior Agogo e il 22 luglio il gm dei Latics, John Benson, per un 1,25 milioni di sterline (più 500 mila di bonus se il bomber andrà in doppia cifra in Premier League) si porta a casa il probabile prossimo Pallone d’oro africano. “È il mio obiettivo - ammette Zaki - Non va ad un egiziano da 25 anni». Lo ha vinto il solo Mahmoud El Khatib con l’El-Ahly, club di cui oggi “Bibo” è vicepresidente.
Missione possibile per “Bulldozer Zak”. Possente, coraggioso, veloce e infaticabile, non è forte in acrobazia come Hughes e non sarà mai Shearer. Ma il Wigan scucirà volentieri i 6 milioni di sterline per tenerlo a far coppia con Heskey. Perché Zaki, nel Lancashire, si sente «a casa».
Christian Giordano

venerdì, ottobre 03, 2008

Asiatici buoni, se potete


Più dolori che gioie per la (più arricchita che ricca) legione di calciatori asiatici in Europa. Attratti soprattutto dall’eldorado Premier League, i pedatori d’Oriente sbattono il muso con realtà, calcistiche e no, troppo diverse dalla loro. E allora ecco, fatale, la panchina.
L’ha scaldata per un anno al Manchester City il cinese Sun Jihai prima di scendere allo Sheffield United in Championship, la cadetteria inglese. Peggio è andata al connazionale Dong Fangzhuo, scaricato dal Manchester United dopo due anni in prestito all’Anversa, seconda divisione belga. Il resto del soggiorno ai Red Devils lo ha trascorso nella squadra riserve o in infermeria. Ma, a 23 anni, si ha ancora l’età per prenderla con filosofia: «Non sono frustrato. In passato tanti talenti hanno lasciato il club. Ho avuto un’opportunità rara, giocare per lo United, e ne vado fiero».
È andata meglio ai sudcoreani, anche se Park Ji-Sung al Man U è l’eccezione, non la regola. Kim Do-heon è stato protagonista del WBA promosso alla Premier League e semifinalista di FA Cup un anno fa, ma Seol Ky-hyeon ha deluso al Fulham e il difensore Lee Young-pyo (ex compagno di Park al PSV), dopo aver fatto altrettanto al Tottenham di Juande Ramos, è stato sbolognato al Borussia Dortmund.
Il trio di sconosciuti thailandesi del Manchester City - Suree Sukha, Teerasil Dangda, Kiatprawut Saiwaeo - è sparito alla stessa velocità di Thaksin Shinawatra, il loro ex Premier durato un anno a capo della società appena ceduta allo sceicco Khalifa bin Zayed Al-Nahayan. L’aspetto più comico (simil-gaffe di Robinho alla presentazione) è che nell’annunciare i neoacquisti Shinawatra sbagliò i nomi. Il resto ce lo ha messo il mancato permesso soggiorno (negato anche all’iracheno Nashat Akram), anche se i tre sono rimasti a libro-paga del Man City.
Note liete arrivano da Al al-Habsi, nazionale dell’Oman e miglior portiere d’Asia affacciatosi in prima squadra al Bolton (dove però è chiuso da Jääskeläinen), e dall’ex reggino Shunsuke Nakamura, fantasista mancino giapponese che al Celtic, spesso entrando dalla panchina, regala scampoli di gran classe. Specie sui calci da fermo.
La ormai matura generazione di talenti iraniani è da sempre al di sotto delle aspettative. Anche a causa degli infortuni, come nel caso dell’ala destra Mehdi Mahdavikia (triennale all’Eintracht col mediano giapponese Junichi Inamoto, ex Arsenal e Fulham) e della mezzapunta Ferydoon Zandi, sempre rotto al Kaiserslautern e oggi a sbarcare il lunario a Cipro. L’“Elicottero” Vahid Hashemian vola sempre meno a rete (ancora a secco al Bochum). Il centrocampista Mohsen Faraji, delusione dell’anno due stagioni fa con l’Admira Wacker, in Austria è ancora una leggenda al contrario: 20 espulsioni.
Quello che gli addetti ai lavori non dicono, però, è che con i giocatori asiatici i club europei guadagnano poco. Anche quando, vedi Takayuki Morimoto al Catania, sono costati un tozzo di pane.
I tempi del coreano Cha Bum-Kun (nella foto), pioniere in Germania negli anni Ottanta, e dei giapponesi Kazu Miura e Hidetoshi Nakata, apripista del marketing nipponico in Serie A (e viceversa), sono lontani. Ma non abbastanza.
Christian Giordano

Paranoid Park


“Three-Lung Park”, Park tre-polmoni. Così all’Old Trafford chiamano il primo coreano giunto in Premier League. Scontato quanto azzeccato nickname per uno che sulla corsa (ma non solo) ha costruito una carriera in apparenza preclusa a un fisichino da calcio d’altri tempi. Minuto e inesauribile sì, ma spesso rotto. Proprio i frequenti infortuni infatti hanno frenato l’ascesa di Park Ji-Sung, tuttofare che il Manchester United ha pescato nel 2002 dal PSV Eindhoven, fucina estera prediletta da cui Sir Alex, un anno prima, aveva prelevato il bomber Ruud van Nistelrooy.

Il vero uomo della Provvidenza, per il calciatore più popolare in Corea del Sud, è però Guus Hiddink, il mago olandese artefice – da Ct - dello storico quarto posto mondiale della nazionale sudcoreana nel 2002. Fu lui a dirottare su binari esterni un sin lì discreto centrocampista difensivo. E a farne così la fortuna prima di portarselo dietro per risedersi sulla panchina del PSV Eindhoven. E così il primo coreano a giocare nella J-League, la massima divisione giapponese, senza averlo fatto nella K-League coreana, diventa il secondo a sbarcare in Eredivisie. Quattro mesi dopo un altro nazionale, Lee Young-Pyo.

Park è nato il 25 febbraio 1981 a Suwon, capoluogo della provincia di Gyeonggi-do e sobborgone industriale da oltre un milione di abitanti stipati a una trentina di chilometri a sud di Seul. Cresce (pochino: 1,76 x 70 kg) nel quartiere operaio di Goheung, dove alle superiori viene respinto da diversi club professionistici: troppo basso. È allora che il papà comincia a fargli ingurgitare dosi cavalline di maleodoranti zuppe di rana «per diventare alto». Un limite, la statura del pargolo, mai parso tale al suo allenatore di liceo, Lee Hak-Jong: «Era il più basso della squadra, ma anche il più in forma. E nessuno aveva la sua disciplina, la sua etica lavorativa. Non ricordo di averlo mai visto non presentarsi, o fare tardi, a un allenamento».

Su raccomandazione del suo ex allenatore approda alla Myongji University. Lì, nel 2000, lo scova il Kyoto Purple Sanga, neoretrocesso in J2, la seconda divisione giapponese. L’anno dopo, vince il campionato e conquista la promozione. Nel 2002, trascina la squadra allo storico primo successo in Coppa dell’Imperatore e in finale firma (di testa) l’1-1 e l’assist per il conclusivo 2-1 di Kurobe. Ma la stagione successiva, la squadra retrocede di nuovo e Park (11 gol in tre anni) raggiunge il suo mentore Hiddink, rientrato in patria dopo il mondiale nippocoreano.

Mentre Lee è subito titolare al centro della difesa, causa acciacchi e difficoltà di ambientamento Park fatica a trovare spazio. Ma già dal 2003-04 il suo adattamento alla realtà olandese, in campo e fuori, palesa notevoli miglioramenti. E a partire dalla stagione seguente, complice il trasferimento del’la sinistra Robben al Chelsea, si ritaglia un ruolo sempre più importante. Insieme con Vogel, Van Bommel, Cocu e Beasley innerva la dorsale di centrocampo che fa tremare il Milan in semifinale di Champions League. Ed è suo il gol che apre il 3-1 casalingo degli olandesi, poi ribaltato dal 2-0 rossonero del “Meazza”. 

Che ci crediate o no, al Philips Stadion diventa un idolo al punto che i tifosi gli dedicano una canzoncina (“Song for Park”) contenuta nell’album ufficiale “PSV Kampioen” e nella quale ne ripetono a oltranza il nome storpiato all’olandese. E dire che all’inizio lo ricoprivano di «buu» a ogni pallone toccato. A fine stagione, coronata da 13 gol nella doppietta campionato-coppa d’Olanda, firma per 6 milioni di euro (e dopo una lunga trafila burocratica per il permesso di lavoro) un quadriennale col Manchester United. Primo asiatico a diventarne capitano (in casa col Tottenham, quando il sostituito Giggs gli cede la fascia) e a vincere la Champions League, diventa subito un pupillo di Ferguson, ma il campo lo vede poco. Guai a una cartilagine, a un ginocchio (per cui salterà Pechino 2008) e, finalmente, il confortante avvio dell’annata 2008-09, complice l’operazione estiva a una caviglia di Cristiano Ronaldo. 

Antipersonaggio per antonomasia, duttile e velocissimo, ambidestro e umile, Park è la quintessenza del giocatore di squadra. Ferguson l’adora, ma non si è fatto scrupoli nell’escluderlo dai 18 per la vittoriosa finale di Champions League 2008 contro il Chelsea. Eppure che nella corsa verso Mosca, Park era stato decisivo. Alla lettera: quasi 12 i km da lui percorsi contro il Barcellona nella semifinale di ritorno. Una copertura di campo paragonabile avvicinata solo da Joe Cole, esterno alto proprio del Chelsea.

La gara di campionato contro i Blues in campionato (con Park ala sinistra per limitare le avanzate di Bosingwa) e quella di Champions contro il Villarreal (due rigori a favore non fischiati) hanno dimostrato che di “Park tre-polmoni” il Man Utd ha bisogno come dell’aria per respirare. Perché se là davanti sono tanti, forse troppi (Berbatov, Cristiano Ronaldo, Tévez e Rooney), dietro poi si soffoca.

Christian Giordano, Guerin Sportivo