
«Ultim’ora: Juande Ramos fermato mentre lasciava White Hart Lane a 160 km/h. Secondo la polizia, era il solo modo per lui di ottenere i tre punti in Inghilterra». Che Ramos al Tottenham fosse al capolinea, più che nell’aria, era nell’etere. La battuta, in puro humour inglese, è dell’anchor Mourinho che in tv legge le Special News in “I’m On Setanta Sports”, simil Muppet Show con testi e voci del comico irlandese Mario Rosenstock.
La peggior partenza degli Spurs in 126 anni di storia ha reso ineluttabile l’esonero dello strapagato (quadriennale da 8,5 milioni di euro annui) allenatore spagnolo, ma l’arrivo di Harry Redknapp dal Portsmouth non risolverà d’incanto i problemi di un club nel caos dal febbraio 2007.
Allora al timone c’era Martin Jol, e già circolavano voci di un interessamento per il vecchio Harry. E dire che l’olandese, ora tornato mago all’Amburgo, avrebbe bissato il quinto posto dietro le Big Four in Premier League. Stavolta senza regalare la qualificazione in Champions all’odiato Arsenal perdendo all’ultima giornata dal West Ham United il “derby delle lasagne”: sei Spurs (tra cui i nazionali Michael Carrick e Paul Robinson) out per un’intossicazione alimentare dovuta alla cena consumata il sabato al Marriott Hotel, un cinque stelle nel Canary Wharf, distretto nella vecchia zona portuale di Londra. Altri tempi.
«Avrei dovuto prendere Harry molto prima», titolava a tutta pagina 83 il Sun del 31 ottobre 2008. Per “molto prima” s’intende 18 mesi addietro, e il tardivo mea culpa è del presidente Daniel Levy. «Ci pensavo da dieci giorni e c’è stato un momento, contro l’Udinese (vittoriosa 2-0 in Coppa Uefa, ndr), in cui mi sono detto che serviva qualcosa di drastico per svoltare. Si capiva dalle troppe sconfitte, da certe “non” prestazioni, dalle tante espulsioni, dai gol presi e da quelli sbagliati. Tutti fattori che hanno un impatto. Non è mai bello quando i giocatori (specie Woodgate e Bentley, ndr) criticano pubblicamente la società o l’allenatore, ma bisogna vedere in che contesto quei commenti vengono fatti».
I riferimenti erano ai rossi presi da Michael Dawson e Gareth Bale nella sconfitta con lo Stoke City in campionato e da Jamie O’Hara con l’Udinese. Da qui la chiamata (per oltre 6 milioni di euro dal Portsmouth) di Redknapp, «un manager da Big Four, che però mai le ha allenate». E che a 61 anni ha la sua grande occasione, ma non un gran budget per gennaio. Né un ds ingombrante come Damien Comolli, licenziato assieme al nemico Ramos e relativo staff tecnico (Gus Poyet e Marcos Álvarez).
«Quando hai un manager come Harry, un ds non serve - ha spiegato Levy - Sul mercato avrà lui l’ultima parola, come l’hanno avuta i suoi predecessori». Troppi, visto che in dodici anni di era-Wenger all’Arsenal - perenne incubo e pietra di paragone per i “cugini” nord londinesi – gli Spurs ne hanno cambiati altrettanti: Gerry Francis, Chris Hughton, Christian Gross, David Pleat, George Graham (icona Gunners: orrore), il Pleat-bis, Glenn Hoddle, ancora Pleat, poi Jacques Santini, Jol, Ramos e Redknapp. Gli ultimi sette con Levy presidente, che nel febbraio 2001 rilevò il club da Alan Sugar e un mese dopo licenziò Graham.
Poi, a ogni rivoluzione, un fallimento. Ma nulla in confronto alle ultime tre stagioni: 250 milioni di euro dilapidati in acquisti sbagliati. E il fatale errore di cedere a due grandi la coppia-gol Berbatov-Keane: il bulgaro al Manchester United (per 44 milioni), l’irlandese al Liverpool (29). Harakiri completato dai 19,7 spesi per sostituire Berbatov, promessosi ai Red Devils già con Jol, con Roman Pavlyuchenko, a disagio in Premier anche perché mai fermatosi dopo il campionato russo e l’Europeo austrosvizzero.
Ramos, però, ci ha messo del suo. Contro l’Udinese, lasciare in panchina Modric e sugli spalti Bentley, più che un errore, è una resa: 70 milioni di euro buttati via. Per non parlare della girandola di moduli (5) e formazioni (22), con il play Zokora terzino destro, Bentley tenuto fuori (con Jenas) col Villa e ruotato in tre ruoli, l’ala Lennon a contendersi minuti come punta con Giovani Dos Santos.
Più realista del re, invece, Redknapp. Che viene, vede e se anche non vince fa punti: 2-0 al Bolton, 4-4 con l’Arsenal, 2-1 al Liverpool, 1-3 a Manchester col City. Miracolo? No, 4-4-2 e in avanti fiducia a Bent (tripletta nel 4-0 alla Dinamo Zagabria in Uefa, doppietta al Man City in Premier), reduce da un’annataccia di panca e tribuna e forse troppo simile al russo ex Spartak Mosca.
Ma l’ostracismo a Bent e l’avallo alla cessione di Berbatov (non voglio chi non vuole restare, il condivisibile Ramos-pensiero) non bastano a spiegare il più colossale flop del calcio inglese degli ultimi vent’anni, solo in parte celato dall’11° posto in campionato e dalla qualificazione Uefa acciuffata grazie alla Carling Cup vinta contro il Chelsea. Pochino per il novello re Mida del continente: due Coppe Uefa, Supercoppa Europea, Coppa del Re e Supercoppa di Spagna col “Sevilla Maravilla”, com’era soprannominato il suo Siviglia dei miracoli.
In estate, lo “Special Juan” aveva voltato pagina. Via dieci titolari, ecco sette nomi eccellenti: oltre a Pavlyuchenko, Bentley (per 21,4 milioni) dal Blackburn, il portiere brasiliano Heurelho Gomes (11,1) dal PSV, l’attaccante Fraizer Campbell (prestato dal Man Utd nell’affare-Berbatov), il messicano Giovani (7) dal Barcellona e due stelline del calcio croato, il fantasista Luka Modric (21,5) dalla Dinamo Zagabria e il difensore Vedran Corluka (11,4) dal Man City. Tutti ingegneri, nessun manovale.
Ramos voleva un centrocampista di sinistra e si è ritrovato due ali destre: Bentley e Lennon. E avrà anche sbagliato nel gestire lo spogliatoio o nell’inimicarsi un Paese intero parlando, anche dopo un anno, un inglese peggiore di quello di Ranieri. Ma poco poteva fare per risolvere il vero problema degli Spurs: l’assenza di un vero leader da quando, dieci anni fa, si è ritirato capitan Steve Perryman.
Il Tottenham di oggi ricorda molto quello del suo debutto in prima squadra, avvenuto a 17 anni, nel 1969. In rosa c’erano campioni quali Jimmy Greaves e Alan Mullery, ma il leggendario manager Bill Nicholson voleva pure gente da battaglia e tre anni dopo gli mise al braccio la fascia.
L’unico con il carisma per raccoglierne l’eredità sarebbe Ledley King, ma i 22 infortuni (e un virus) contati negli ultimi sei anni potrebbero spingere il nuovo tecnico a cercare altrove. Per cautelarsi, a gennaio Ramos investì 11,43 milioni su Woodgate del Middlesbrough. Dodici mesi dopo, potrebbe arrivare Glen Johnson dal Portsmouth, club con cui Redknapp ha vinto a sorpresa l’ultima FA Cup e al quale chiederà la punta Jermaine Defoe (che lasciò a malincuore gli Spurs un anno fa) e il mediano Lassana Diarra. Al West Ham United, invece, proverà a sfilare il portiere Robert Green, suo antico pallino. Intanto, ha dato una maglia a Kevin-Prince Boateng, Ricardo Rocha e Adel Taarabt (tutti firmati da Comolli), Paul Stalteri e Hossam Ghaly, gente che con Ramos si allenava con le riserve.
Per «un’occasione che non potevo rifiutare», Harry, autoproclamatosi «l’uomo giusto al posto giusto», si è portato dietro Kevin Bond, già suo secondo al West Ham, al Southampton e al Portsmouth. Nello staff potrebbero entrare due o tre ex giocatori del club: Les Ferdinand (come allenatore delle punte), che ha parlato con Harry, Tim Sherwood o, più probabilmente, la bandiera Clive Allen, già a libro paga come “development coach” e in procinto di lavorare con la prima squadra.
Non arriverà invece Jamie Redknapp: «A Sky Sports guadagna bene, non possiamo permettercelo», la battuta - più seria che faceta - di papà. Da sempre uno che “sposta”, almeno secondo i bookmaker: da 11-4 a 4-1 la nuova quota che gli Spurs si salvino, da 50-1 a 25-1 quella che - con Tony Adams al comando - il Pompey retroceda. I signori sì che se ne intendono.
Christian Giordano
Da sinistra nella foto, Juande Ramos e Martin Jol