martedì, novembre 11, 2008

Piccoli leoni crescono


«Ben Foster sarà il prossimo numero uno dell’Inghilterra» aveva detto Alex Ferguson prima di schierarlo fra i pali del Manchester United a Glasgow contro il Celtic in Champions League, al posto del secondo Kuszczak per sostituire Van der Sar. Dopo 13’, McDonald sforna un lob morbido che a Foster (1983), fuori posizione, va di traverso. Episodio a parte, il dopo-James è un derby Mancunian con Joe Hart (1987) del City, ormai prossimo dall’avere una chance vera dopo la seconda convocazione (senza giocare, ma vanta una presenza) del 20 agosto contro la Repubblica Ceca. Purtroppo per Capello, Shay Given ce l’ha il Trap.
Nonostante i buoni risultati della Under-21 guidata dal suo vice, Stuart Pearce, difficile individuare giocatori già pronti per “Mr Fab”. In difesa, un nome buono potrebbe essere quello di David Wheater (1987) del Middlesbrough, tra l’altro abile nel segnare sui calci piazzati.
Per il centrocampo si è placato il can can su Jamie O’Hara (1986), laterale sinistro del Tottenham, cui certo non ha giovato il terribile avvio degli Spurs. L’espulsione in Coppa Uefa contro l’Udinese ha dimostrato che, a livello internazionale, è ancora troppo acerbo. Si farà, forse.
Un’opportunità potrebbe averla Mark Noble (1987) del West Ham United, centrocampista centrale che vede la porta ma ha una sfortuna: il ruolo è stracoperto. Gerrard e Lampard già si pestano i piedi a vicenda da soli.
L’unico da piano di sopra è quindi Gabriel Agbonlahor (1986), centravanti d’area dell’Aston Villa. Piede non finissimo ma stacco e scatto impressionanti, sarà pronto magari alla fine di questa stagione o all’inizio della prossima. Il gol però ce l’ha nel sangue, e il Ct lo sa.
CHRISTIAN GIORDANO

Ramos: anatomia di un fallimento


«Ultim’ora: Juande Ramos fermato mentre lasciava White Hart Lane a 160 km/h. Secondo la polizia, era il solo modo per lui di ottenere i tre punti in Inghilterra». Che Ramos al Tottenham fosse al capolinea, più che nell’aria, era nell’etere. La battuta, in puro humour inglese, è dell’anchor Mourinho che in tv legge le Special News in “I’m On Setanta Sports”, simil Muppet Show con testi e voci del comico irlandese Mario Rosenstock.
La peggior partenza degli Spurs in 126 anni di storia ha reso ineluttabile l’esonero dello strapagato (quadriennale da 8,5 milioni di euro annui) allenatore spagnolo, ma l’arrivo di Harry Redknapp dal Portsmouth non risolverà d’incanto i problemi di un club nel caos dal febbraio 2007.
Allora al timone c’era Martin Jol, e già circolavano voci di un interessamento per il vecchio Harry. E dire che l’olandese, ora tornato mago all’Amburgo, avrebbe bissato il quinto posto dietro le Big Four in Premier League. Stavolta senza regalare la qualificazione in Champions all’odiato Arsenal perdendo all’ultima giornata dal West Ham United il “derby delle lasagne”: sei Spurs (tra cui i nazionali Michael Carrick e Paul Robinson) out per un’intossicazione alimentare dovuta alla cena consumata il sabato al Marriott Hotel, un cinque stelle nel Canary Wharf, distretto nella vecchia zona portuale di Londra. Altri tempi.
«Avrei dovuto prendere Harry molto prima», titolava a tutta pagina 83 il Sun del 31 ottobre 2008. Per “molto prima” s’intende 18 mesi addietro, e il tardivo mea culpa è del presidente Daniel Levy. «Ci pensavo da dieci giorni e c’è stato un momento, contro l’Udinese (vittoriosa 2-0 in Coppa Uefa, ndr), in cui mi sono detto che serviva qualcosa di drastico per svoltare. Si capiva dalle troppe sconfitte, da certe “non” prestazioni, dalle tante espulsioni, dai gol presi e da quelli sbagliati. Tutti fattori che hanno un impatto. Non è mai bello quando i giocatori (specie Woodgate e Bentley, ndr) criticano pubblicamente la società o l’allenatore, ma bisogna vedere in che contesto quei commenti vengono fatti».
I riferimenti erano ai rossi presi da Michael Dawson e Gareth Bale nella sconfitta con lo Stoke City in campionato e da Jamie O’Hara con l’Udinese. Da qui la chiamata (per oltre 6 milioni di euro dal Portsmouth) di Redknapp, «un manager da Big Four, che però mai le ha allenate». E che a 61 anni ha la sua grande occasione, ma non un gran budget per gennaio. Né un ds ingombrante come Damien Comolli, licenziato assieme al nemico Ramos e relativo staff tecnico (Gus Poyet e Marcos Álvarez).
«Quando hai un manager come Harry, un ds non serve - ha spiegato Levy - Sul mercato avrà lui l’ultima parola, come l’hanno avuta i suoi predecessori». Troppi, visto che in dodici anni di era-Wenger all’Arsenal - perenne incubo e pietra di paragone per i “cugini” nord londinesi – gli Spurs ne hanno cambiati altrettanti: Gerry Francis, Chris Hughton, Christian Gross, David Pleat, George Graham (icona Gunners: orrore), il Pleat-bis, Glenn Hoddle, ancora Pleat, poi Jacques Santini, Jol, Ramos e Redknapp. Gli ultimi sette con Levy presidente, che nel febbraio 2001 rilevò il club da Alan Sugar e un mese dopo licenziò Graham.
Poi, a ogni rivoluzione, un fallimento. Ma nulla in confronto alle ultime tre stagioni: 250 milioni di euro dilapidati in acquisti sbagliati. E il fatale errore di cedere a due grandi la coppia-gol Berbatov-Keane: il bulgaro al Manchester United (per 44 milioni), l’irlandese al Liverpool (29). Harakiri completato dai 19,7 spesi per sostituire Berbatov, promessosi ai Red Devils già con Jol, con Roman Pavlyuchenko, a disagio in Premier anche perché mai fermatosi dopo il campionato russo e l’Europeo austrosvizzero.
Ramos, però, ci ha messo del suo. Contro l’Udinese, lasciare in panchina Modric e sugli spalti Bentley, più che un errore, è una resa: 70 milioni di euro buttati via. Per non parlare della girandola di moduli (5) e formazioni (22), con il play Zokora terzino destro, Bentley tenuto fuori (con Jenas) col Villa e ruotato in tre ruoli, l’ala Lennon a contendersi minuti come punta con Giovani Dos Santos.
Più realista del re, invece, Redknapp. Che viene, vede e se anche non vince fa punti: 2-0 al Bolton, 4-4 con l’Arsenal, 2-1 al Liverpool, 1-3 a Manchester col City. Miracolo? No, 4-4-2 e in avanti fiducia a Bent (tripletta nel 4-0 alla Dinamo Zagabria in Uefa, doppietta al Man City in Premier), reduce da un’annataccia di panca e tribuna e forse troppo simile al russo ex Spartak Mosca.
Ma l’ostracismo a Bent e l’avallo alla cessione di Berbatov (non voglio chi non vuole restare, il condivisibile Ramos-pensiero) non bastano a spiegare il più colossale flop del calcio inglese degli ultimi vent’anni, solo in parte celato dall’11° posto in campionato e dalla qualificazione Uefa acciuffata grazie alla Carling Cup vinta contro il Chelsea. Pochino per il novello re Mida del continente: due Coppe Uefa, Supercoppa Europea, Coppa del Re e Supercoppa di Spagna col “Sevilla Maravilla”, com’era soprannominato il suo Siviglia dei miracoli.
In estate, lo “Special Juan” aveva voltato pagina. Via dieci titolari, ecco sette nomi eccellenti: oltre a Pavlyuchenko, Bentley (per 21,4 milioni) dal Blackburn, il portiere brasiliano Heurelho Gomes (11,1) dal PSV, l’attaccante Fraizer Campbell (prestato dal Man Utd nell’affare-Berbatov), il messicano Giovani (7) dal Barcellona e due stelline del calcio croato, il fantasista Luka Modric (21,5) dalla Dinamo Zagabria e il difensore Vedran Corluka (11,4) dal Man City. Tutti ingegneri, nessun manovale.
Ramos voleva un centrocampista di sinistra e si è ritrovato due ali destre: Bentley e Lennon. E avrà anche sbagliato nel gestire lo spogliatoio o nell’inimicarsi un Paese intero parlando, anche dopo un anno, un inglese peggiore di quello di Ranieri. Ma poco poteva fare per risolvere il vero problema degli Spurs: l’assenza di un vero leader da quando, dieci anni fa, si è ritirato capitan Steve Perryman.
Il Tottenham di oggi ricorda molto quello del suo debutto in prima squadra, avvenuto a 17 anni, nel 1969. In rosa c’erano campioni quali Jimmy Greaves e Alan Mullery, ma il leggendario manager Bill Nicholson voleva pure gente da battaglia e tre anni dopo gli mise al braccio la fascia.
L’unico con il carisma per raccoglierne l’eredità sarebbe Ledley King, ma i 22 infortuni (e un virus) contati negli ultimi sei anni potrebbero spingere il nuovo tecnico a cercare altrove. Per cautelarsi, a gennaio Ramos investì 11,43 milioni su Woodgate del Middlesbrough. Dodici mesi dopo, potrebbe arrivare Glen Johnson dal Portsmouth, club con cui Redknapp ha vinto a sorpresa l’ultima FA Cup e al quale chiederà la punta Jermaine Defoe (che lasciò a malincuore gli Spurs un anno fa) e il mediano Lassana Diarra. Al West Ham United, invece, proverà a sfilare il portiere Robert Green, suo antico pallino. Intanto, ha dato una maglia a Kevin-Prince Boateng, Ricardo Rocha e Adel Taarabt (tutti firmati da Comolli), Paul Stalteri e Hossam Ghaly, gente che con Ramos si allenava con le riserve.
Per «un’occasione che non potevo rifiutare», Harry, autoproclamatosi «l’uomo giusto al posto giusto», si è portato dietro Kevin Bond, già suo secondo al West Ham, al Southampton e al Portsmouth. Nello staff potrebbero entrare due o tre ex giocatori del club: Les Ferdinand (come allenatore delle punte), che ha parlato con Harry, Tim Sherwood o, più probabilmente, la bandiera Clive Allen, già a libro paga come “development coach” e in procinto di lavorare con la prima squadra.
Non arriverà invece Jamie Redknapp: «A Sky Sports guadagna bene, non possiamo permettercelo», la battuta - più seria che faceta - di papà. Da sempre uno che “sposta”, almeno secondo i bookmaker: da 11-4 a 4-1 la nuova quota che gli Spurs si salvino, da 50-1 a 25-1 quella che - con Tony Adams al comando - il Pompey retroceda. I signori sì che se ne intendono.
Christian Giordano

Da sinistra nella foto, Juande Ramos e Martin Jol

Comolli senza gigli


Sam Wallace dell’Independent è andato giù duro: «Se Levy avesse letto il programma di Arsenal-Manchester United del novembre 2007, forse il Tottenham non avrebbe attraversato la più catastrofica crisi del club dai tempi di Christian Gross allenatore».
Il passo “incriminato” era alla fine di un’apparentemente innocua intervista rilasciata dal capo scout dell’Arsenal, Steve Rowley. Come ultima domanda, gli veniva chiesto che cosa pensasse di Damien Comolli, l’ex osservatore dei Gunners diventato dg agli Spurs dove aveva ingaggiato una lotta di potere da cui era uscito sconfitto Jol, esonerato.
«Be’ - aveva risposto Rowley con l’aria di chi pesa le parole ma al contempo invita a leggere tra le righe - ho sempre pensato fosse molto ambizioso. È stato un alacre membro del mio staff per sette, otto anni e per noi ha scoperto Gaël Clichy. Era pieno di entusiasmo e voglioso di fare carriera, ma ora ha un incarico diverso».
Alla faccia: con l’ultima parola sul mercato Levy aveva consegnato a Comolli le chiavi della società. Ma credeva di averlo fatto allo scopritore di Fabregas, Walcott, Sagna, Diaby o Senderos e magari anche di Denílson, Djourou, Bendtner, Traoré o Eboué. Non di Clichy e basta. Invece, Jol, il manager dei due quinti posti consecutivi - miglior piazzamento Spurs dal 1990 - doveva rendere conto a chi al White Hart Lane gli aveva portato Adel Taarabt, Kevin-Prince Boateng, Younes Kaboul, Benoït Assou-Ekotto, Didier Zokora e Dorian Dervite.
Con Ramos, cui ha nuociuto pure il pessimo inglese, è finita come con Jol. Allo spagnolo non erano andati giù le modalità di cessione di Berbatov e i mancati arrivi di Sergio Garcia (Saragozza) e Kevin Doyle (Reading), all’olandese le firme di Bent e di Kaboul. Ma stavolta è saltato pure lui, Comolli. Che se un merito ce l’ha è l’aver dato risalto a una figura che, in Inghilterra, storicamente mai ha avuto peso o notorietà mediatica: il director of football. «Da noi quel ruolo non va», ha sentenziato l’opinionista Jamie Redknapp, ex capitano degli Spurs e figlio di Harry, quindi non al di sopra di ogni sospetto. «Quando c’ero io il ds era David Pleat, e finiva sempre che l’operato dell’allenatore veniva sminuito. A meno che le due figure non operino in sintonia, le cose non funzionano».
Di sicuro, cedendo Berbatov, Keane e Defoe, Comolli ha lasciato il club più debole di come lo ha trovato. E forse a non funzionare è stato lui. A Ramos, invece, è mancato tanto Ramón Rodríguez Verdejo, per tutti “Monchi”: il Corvino di Spagna cui fa capo una rete di 700 osservatori che al Siviglia, negli anni, ha portato Sergio Ramos, Jesús Navas, Daniel Alves e Luis Fabiano. Per la serie, a ciascuno il suo mestiere.
CHRISTIAN GIORDANO

Da sinistra nella foto: Marcos Alvarez, Gus Poyet, Damien Comolli e Juande Ramos

Glen Johnson, scusate il ritardo

Ci sono fior di eccezioni, ma non è mai un bel segnale quando una grande ti parcheggia ovunque nella speranza - più che nella convinzione - di ritrovarselo fatto e finito per il ritorno alla casa madre. È stato a lungo il caso di Glen Johnson, terzino destro tutto potenza e amnesie nel quale al Chelsea avevano creduto anche quando era difficile farlo. 

L’episodio che poteva macchiarne la carriera accade nel Kent, a un B&Q (Bathrooms & Plumbing), i grandi magazzini fai-da-te degli articoli da bagno. Lui e l’amicone Ben May, suo ex compagno al Millwall, vengono beccati dalla telecamera a circuito chiuso mentre scambiano un elemento (e relativo cartellino del prezzo) da un set all’altro di sanitari.  «Ben stava mettendo su casa e voleva un water con la tavoletta “sicura”, di quelle fatte apposta affinché i bambini non si facciano male alle dita», l’infantile giustificazione di chi sa di averla fatta grossa. I due si offrono di pagare la differenza (6,86 euro), ma il personale chiama la polizia, che non vuol saperne di arrestarli per una cifra così. Poi trasformatasi in 114,31 euro di multa col patteggiamento che evita loro il tribunale ma non il pubblico ludibrio. Pena minima, per gente da 42.000 euro la settimana.

Glen McLeod Cooper Johnson nasce il 23 agosto 1984 a Dartford, nell’omonimo quartierone nel nordovest del Kent, in direzione sud-est a circa 25 km da Londra centro. Il calcio entra nella sua vita a dieci anni, quando l’insegnante di educazione fisica dice a mamma Johnson che Glen ha talento e che forse sarebbe bene sfruttarlo in una squadra della sunday league, il campionato giovanile della domenica. «Mia madre mi chiese se volevo andare in una squadra della YMCA che aveva messo un annuncio sul giornale locale. Cercavano giocatori e presi la palla al balzo. Mi presentai la settimana dopo e non avevo idea né del mio ruolo né di come si doveva giocare, l’allenatore ci divise in gruppi e mi schierò al centro della difesa: “Vediamo come va”. Segnai una tripletta e mi mise centravanti. Alla seconda partita, uno scout del West Ham United diede a mia madre un biglietto da visita e mi invitò per un provino. Mi madre mi chiese di nuovo se volevo andarci. Capirai, per me e per i miei amici gli Hammers erano una squadra di campioni. Non mi rendevo conto che c’erano i vivai e le giovanili, e ancora una volta risposi di sì. Mia madre prese la patente per portarmi a Chadwell Heath, dove mi allenavo due volte la settimana. Non saprei dove o cosa sarei oggi se non fosse stato per lei, per il suo sostegno. Si è sciroppata tutti i giorni lo stesso percorso fino a che non ho compiuto 17 anni. Ma a ottobre 2002 Glenn Roeder, l’allenatore della prima squadra, mi propone di andare in prestito al Millwall, per fare esperienza. Il mio miglior amico, Ben May, giocava là: fu una decisione facile. Firmai per tre mesi, ma dopo due (e 8 apparizioni, 7 in campionato) il West Ham mi richiamò. In campionato giocai 14 partite, tutte da terzino destro». 

Nell’estate 2003 il Chelsea di Ranieri offrì 8,57 milioni di euro per un 19enne con 15 gare (una in FA Cup) da pro’: per un club neoretrocesso, e in perenne crisi finanziaria, un’occasione irripetibile. Il primo acquisto dell’era-Abramovic è così l’ennesimo prodotto della Academy che dal 1973, grazie a Tony Carr, sforna la crema dei tanti talenti cresciuti nell’East London (Anton Ferdinand, Elliott Ward e Mark Noble gli ultimi).
Ai Blues resta quattro anni (4 gol nel primo), debutta in nazionale (il 18 novembre 2003 contro la Danimarca, entrando al 16’ per l’infortunato Gary Neville) e vince trofei che sente poco suoi, perché è chiuso da Paulo Ferreira e da Geremi. 

«Ricordo un mio incontro con Mourinho, Steve Clark (attuale secondo di Zola al West Ham, ndr) e pochi altri a tre gare dalla sfida di Champions League col Barcellona. Mourinho dice che merito una chance e che poi starà a me: se farai bene, il posto è tuo. “Man of the match” nelle prime due. Ma sapevo già che la terza non l’avrei giocata, perché se fossi andato bene Mourinho avrebbe dovuto schierami in Champions. E non c’era verso che l’avrebbe fatto. Infatti salto sia il Middlesbrough sia il Barcellona. A un certo punto, ti accorgi che anche se lavori duro non ottieni niente. Ed è dura restare concentrati se ogni giorno sbatti contro un muro».

Proprio la concentrazione, però, è sempre stata il limite di questo esterno fortissimo fisicamente e negli discese, ma assai meno nel tenere gli attaccanti, specie se di livello internazionale. Quelli, al minimo errore ti castigano. E Johnson, pur in una terra in cui il ruolo è merce rara, ne commette ancora troppi, specie in area dove a volte si muove con effetti da elefante in cristalleria. 

La sua fortuna è un altro prestito, nel 2006 al Portsmouth, dove incontra un manager che gli dà fiducia e toglie pressione: Harry Redknapp, che ora vorrebbe portarselo al Tottenham. Dopo un anno, i Pompey l’hanno firmato a titolo definitivo (con un quadriennale da 5,72 milioni di euro) e con lui hanno vinto la FA Cup e perso, ai rigori, il Community Shield (suo uno degli errori dal dischetto, ma al termine di una gran partita). 

Vista la penuria di concorrenti autoctoni e gli infortuni di Micah Richards, è uno dei papabili per la nazionale maggiore, nella quale conta 5 presenze. Rotto Gary Neville, sprecò l’occasione giocando male contro la Danimarca nell’agosto 2005, e così fu Luke Young il titolare nei due successivi match di qualificazione al mondiale tedesco Germania. Per quello in Sudafrica, c’è tutto il tempo per riprovarci.

Christian Giordano, Guerin Sportivo

LA SCHEDA di Glen McLeod Cooper Johnson
Nato: il 23-8-1984 a Darford (Londra)
Ruolo: terzino destro
Statura e peso: 1,81 x 74 kg
Numero: 5
Presenze (reti) in nazionale A: 9 (0)
Presenze (reti) in Under 21: 14 (0)
Palmarès: 2 Premiership (2005, 2006), Carling Cup 2005, Community Shield 2005, FA Cup 2008
Scadenza contratto: 2011

domenica, novembre 09, 2008

Mihajlovic, al centro del mirino



Repubblica — 08 novembre 2008 pagina 10 sezione: BOLOGNA

«Da piccolo sfondavo la saracinesca del garage: ogni due mesi mio padre doveva cambiarla». Alla Stella Rossa, per “studiarlo” si scomoda mezza facoltà di Fisica: «Più che dalla potenza del tiro, i prof erano colpiti dalle traiettorie che imprimevo al pallone. E ancora adesso, la perfezione mi affascina: nel calcio, nella vita, sempre». Predestinato, Sinisa Mihajlovic.
Il primo pallone è il primo amore, e non si scorda mai. «Era il ’73 - racconta - La mia era una famiglia modesta. Papà lo acquistò a una bancarella da un ambulante polacco. Era giallo, di cuoio, con tutto il necessario per ingrassarlo. Giurai a me stesso di non usarlo mai sull’asfalto, ma solo sull’erba. Alla fine, durò ben quattro anni».

I primi di una favola, se non della carriera, per il futuro “Sinistro di Dio”, serbo di Vukovar (20-2-1969) che con il padre Bogdan (serbo nato in Bosnia) e la madre serbo di Vukovar (20-2-1969). nella vicina Borovo Selo, dove il Danubio incontra la Vuka e la Croazia, un po’ più a est, diventa Serbia. Un melting pot senza il bisogno di affermarlo. «Con gli altri ragazzi del paese giocavamo al Rio, il campetto sulla pista in erba dell'aeroporto di Borovo, meta abituale dei paracadutisti e oggi visibile testimonianza di ciò che la guerra lascia. Io giocavo sempre, ma solo perché il pallone era il mio. Prendevo tante botte, ma mi servì, perché in mezzo a gente più grande di me diventai più “tosto” dei miei coetanei».

«Da piccolo finivo spesso in qualche rissa. Le davo e le prendevo, anche contro i più grandi. Non avevo paura. Un’insegnante, che viveva nella nostra strada, non mi voleva perché pensava che portassi guai. Ma io a scuola andavo benissimo, ero uno dei migliori. In seguito, mi disse di essersi pentita, perché in classe ero molto diverso da com’ero in strada». Già, la strada. Impossibile parlare di Sinisa, il più forte del gruppo “di oltre via Borovo”, senza tirarla in ballo. Il nome è quello della squadra di tutti: l’FC Borovo, il cui vivaio, con quelli di Osijek, Novi Sad e Skopje, è stoicamente fra i migliori della ex Jugoslavia.

Ai tempi, vi allenano Zvonko Popovic e Slobodan Djurica. «Sinisa era il più piccolo - ricorda Popovic -, ma si vedeva che era speciale e non solo per il suo sinistro». Nessuno poteva intravedervi un campione, anche perché non era il classico uomo-squadra, «ma dentro aveva una scintilla, un qualcosa di straordinario».
La prima squadra se ne accorge a fine 1986. E pure un armadio di 1,90 x 90 kg con cui, in un contrasto, incidentalmente Sinisa si scalcia: “Rifallo e ti spezzo le gambe”, gli fa quello nel rialzarsi. Miha lo affronta a muso duro come farà a Francia 98 contro il tedesco Jeremies, o nel 2003 con Mutu del Chelsea in Champions, ma stavolta senza sputare: si gira e riprende a giocare. Parola di Sinisa Lazic, compagno di tre anni più grande cui la matricola Mihajlovic era deputata a pulire le scarpette. 

Sinisa Cuckovic è invece uno dei più grandi amici di Miha, sin dall’infanzia a Borovo. E gli si può credere quando racconta che “Sinisa era uno come noi, figlio di un camionista che guidava il “Tamic” per un’impresa edile di Vukovar, e di una dipendente della fabbrica di scarpe di Borovo. Ma sapevo che avrebbe sfondato. Me lo diceva sempre, ed era vero: se non nel calcio, in qualche altro sport: pallamano, basket pallavolo, tennis e ping pong. Era bravo in tutto. Anche negli studi. Al primo anno di Professionali (perito meccanico) andava benissimo, ma l’istituto era lontano e il trasferimento gli rendeva difficile allenarsi. Allora s’iscrisse alla scuola calzaturiera. Gli andò bene perché il preside era, ed è, Slobodan Peric, uno dei dirigenti del Borovo. Spesso ne giustificava le assenze e lo aiutò anche in certe situazioni». Il più era fatto.

Al Borovo lo noterà Milorad Kosanovic, scout del Vojvodina di Novi Sad, ma originario del posto. Il tecnico, in quei tempi di guerra, è Nikola “Kiko” Marjanovic, maestro di calcio che ne decreterà la fortuna. Sinisa gioca ala sinistra (con l’amato 11) o da attaccante esterno, ma per la carenza di difensori spesso viene arretrato a centrale.

Gli ci vorranno 14 anni prima che Eriksson gli reinventi la carriera, e con una mossa già testata nelle giovanili. La leadership da capitano (nonostante la presenza di un leader quale Slavko Baketa) e le espulsioni per proteste, invece, sono innate. La fascia al braccio, pensava Popovic, diventato capo allenatore, lo avrebbe responsabilizzato. Seh. Anche perché l’idillio è agli sgoccioli. Nel 1987 Miha, nazionale giovanile, pare già della Dinamo Zagabria. Un serbo alla squadra-totem della Croazia: apriti cielo.

Ma il contratto da apprendista (anziché da pro’) e soprattutto il ricatto di Mirko Jozic («Senti, ragazzino, ai Mondiali in Cile ci vai se firmi per la Dinamo, sennò te torni a casa») gli fanno capire che no, non è il caso. E così il protagonista delle qualificazioni di Zavidovici guarda in tv gli ex compagni che diventano campioni del mondo.
La vendetta è un piatto freddo. Come il sushi. Con la Stella Rossa dei fenomeni, nel 1991 Sinisa vince l’ultima Coppa dei Campioni (ai rigori contro l’Olympique Marsiglia, a Bari, casa Matarrese) e a Tokyo sfila la Coppa Intercontinentale ai cileni del Colo-Colo, allenati, massì, da Jozic. Mvp sarà Jugovic, ma basta il dvd per capire che il migliore era stato quell’universale dal sinistro terribile e dalle guance ancora paffute.
Ormai anche Mihajlovic è una star. E come Savicevic, Stojkovic, Jugovic, Prosinecki, Belodedic e persino Pancev scappa dalla guerra e verso l’Eldorado. Lui lo trova fra Roma, Sampdoria, Lazio e Inter. 

Recordman per gol su punizione in A (27 dei suoi 35) e in una partita (3), in Italia trova successi e moglie, Arianna, ex valletta a Domenica In. Ma anche polemiche a non finire, tanto che a volte sembra ci sguazzi. Inutile rivangare: la T-shirt col cannone puntato; lo striscione in onore dello scomparso “Tigre” Arkan (Zeljko Raznavic), criminale di guerra conosciuto quando anziché la pulizia etnica il Comandante organizzava l’ala più estremista del tifo della Stella Rossa; la squalifica per 8 turni e il multone Uefa per insulti razzisti (“zingaro di m.” la provocazione del francese, negro di m.” la replica) con Vieira in Lazio-Arsenal nella Champions League del 1999-2000. È storia vecchia. 

Quella nuova è iniziata da due anni, chiusi con altrettanti scudetti come vice dell’amico Mancini. Spifferi dicono che il kicker delle ultime stagioni in scarpette bullonate stesse già studiando per la seconda carriera. Anche questa, ovvio, da predestinato.

CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo