martedì, ottobre 06, 2009

Celtic-Rangers è una religione

Glasgow (Scozia) - Il bambino aspetta senza fretta, semmai con deferenza, che il vecchio in giacca verde colpisca la biglia bianca sul biliardo. Il padre gli sta dietro, le mani ben piantate sulle spalle a significare «questo è mio figlio», e quando il vecchio si rialza dal colpo glielo presenta con un sorriso orgoglioso. Per un attimo sembra che il vecchio voglia usare la stecca come la spada dei re, nominando il bambino cavaliere; invece lo prende per mano e lo conduce alla grande parete di foto, ritagli e sciarpe del Bairds Bar, il pub più amato dai tifosi del Celtic. Qui dentro il vecchio è un personaggio, e insieme una reliquia, perché nel ’67 era a Lisbona, e la coppa dei Campioni strappata all’Inter — la prima vinta da un club britannico, unica vinta da un club scozzese — è un ricordo che ha passato ai figli e ora tramanda ai nipoti. Paolo Di Canio, giocatore del Celtic nella stagione 96-97: «La tradizione è la componente essenziale di quel mondo. In Scozia ho visto novantenni che a stento si reggevano in piedi portati a raduni di tifosi, e lì osannati come se avessero segnato un gol decisivo la domenica precedente. Quando ti infili la maglia del Celtic avverti chiaramente il transfert, cent’anni di storia che ti entrano nella pelle».

Il mito Smith
Non è un sabato sera qualsiasi nei quartieri cattolici della città. Questa è la vigilia del primo Old Firm stagionale, oltre tutto in campo avverso, e il Bairds Bar va avanti tutta la notte a spillare Guinness, Tennent’s e sogni di rivalsa. A primavera i Rangers hanno centrato la doppietta campionato-coppa sotto la guida di Walter Smith, il leggendario tecnico tornato a Ibrox dopo avervi vinto sei titoli negli anni 90. Gennaro Gattuso, giocatore dei Rangers nella stagione 97-98: «Appena arrivato mi fanno giocare l’Old Firm delle riserve, in agosto: 40 mila spettatori, penso "questi sono matti". Nella settimana che precede il primo derby vero Walter Smith, che mi ha capito, continua a ripetermi "Raino, take it easy", temendo il mio carattere. Inizia la gara, e vengo giustamente ammonito al primo tackle; devo chinarmi per evitare la scarpa tiratami da Smith».

Provocazioni
In quella partita segna per i Rangers Paul Gascoigne, che corre a festeggiare sotto alla curva del Celtic mimando un suonatore di flauto, e così scatenando l’apocalisse. Ciò che rende unici i derby di Glasgow è l’implicazione politico-religiosa. Fondato nel 1888 da un prete, Fratello Wilfrid, per raccogliere il denaro col quale finanziare la mensa dei profughi, il Celtic è da sempre il club degli immigrati irlandesi, cattolici e anti-inglesi. I Rangers, che esistevano già dal 1873, divennero subito il loro contraltare: protestanti, lealisti, timorosi all’epoca che gli irlandesi portassero loro via il lavoro. Sembra storia di oggi, invece ha più di un secolo. Il flauto è lo strumento che viene suonato durante le marce orangiste che per anni innescano spaventosi disordini in Irlanda del Nord; nei filmati di guerriglia urbana a Belfast non è raro trovare gente in maglia Celtic e Rangers che se le dà di santa ragione. Lorenzo Amoruso, giocatore dei Rangers dal ’97 al 2003: «Sono stato il primo e unico capitano cattolico, e per quanto i tifosi apprezzassero la mia carica, qualche problema all’inizio ci fu. Prima di entrare in campo mi sono sempre fatto il segno della croce, e questo non era gradito. L’hanno accettato quando hanno capito che non ero disposto a negoziare la mia fede, e che la religione diversa non mi impediva di spendere tutto per i Rangers».

Risposte
Domenica, stadio di Ibrox, fischio d’inizio alle 12.30: sotto il sole luminoso d’autunno il rischio di violenza si scioglie. C’è esagerazione sui giornali del mattino, che definiscono l’Old Firm «la partita di club più importante del mondo», ma l’urlo che accoglie l’ingresso in campo delle squadre è oggettivamente tra i più sonori mai sentiti. I Rangers segnano subito due gol con Miller, il portiere del Celtic, Artur Boruc, è sbeffeggiato dall’intero stadio. Qualche anno fa Boruc, che ha la religiosità guerriera dei polacchi, si fece il segno della croce in faccia alla curva Rangers, scatenando lo stesso bordello del flauto di Gascoigne; da allora è calato di rendimento, ma la sua gente continua a chiamarlo «the Holy goalie» (il santo portiere), e pazienza se ha dato scandalo rispedendo la famiglia in Polonia e fidanzandosi con la ex di un gangster, storia che come si può immaginare ha entusiasmato i tabloid. Massimo Donati, giocatore del Celtic dal 2007 al 2009: «La tensione di un Old Firm non ha pari per i calciatori, ma raggiunge livelli folli soprattutto tra i tifosi. Viverlo è un’esperienza irripetibile».

Dopo il match
Un rigore di McGeady riapre la gara, che ha la ferocia di un duello medioevale, ma il Celtic si ferma lì. Vincono i Rangers 2-1 e suonano le cornamuse, sventolano le bandiere con l’Union Jack, sciamano felici verso il centro. «The louden tavern» è il loro pub sulla strada, e per incanalare tanta gioia — in procinto di diventare alcolica — sono necessarie le transenne. La gente del Celtic scivola nelle vie laterali, trangugiando amari cartoni di fish and chips. In questo momento l’approdo del Bairds Bar deve sembrargli lontanissimo.

Paolo Condò, La Gazzetta dello Sport (6-10-2009)

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