giovedì, marzo 26, 2009

Yokohama 2002: Il Kahn bastonato


Corea del Sud/Giappone 2002: Brasile-Germania 2-0

Corsi e ricorsi della storia. Cile ’62: come dimenticare le polemiche sollevate dall’arbitraggio dell’inglese Aston nel match (in ogni senso) fra i padroni di casa e l’Italia, o le papere commesse in finale dal miglior portiere del torneo, il cecoslovacco Schrojf? Be’, quarant’anni dopo, mezza Italia (quella incompetente) insorge contro un «fischietto», Byron Moreno, «reo» di aver favorito la squadra del Paese co-organizzatore, la Corea del Sud, e il miglior portiere del torneo a sbagliare la finale è Oliver Kahn, uomo-simbolo della Nazionale tedesca «meno favorita» mai vista ad un Mondiale. Incredibile ma vero, almeno quanto il fatto che in 17 edizioni della Coppa del Mondo non si sia mai assistito a un Brasile-Germania. Il primo, manco a dirlo, vale il titolo.

La Seleção che scende in campo all’International Stadium di Yokohama è quella, corretta in corsa da “Gene Hackman” Scolari, che si può ormai considerare la «formazione-tipo». In tempi di turnover esasperato oltre che obbligato, anche questa è una notizia.
Per laurearsi «pentacampeão», Campione del mondo per la quinta volta, il Brasile preferisce al fumoso Juninho l’arrosto Kléberson che, entrato in squadra contro l’Inghilterra nei quarti, vede finalmente coronato il sogno di ogni lavoratore precario: il posto fisso.
Dall’altra parte, sulle spalle del Ct Völler pesa come un macigno l’assenza dello squalificato Ballack, l’unica stellina espressa dal calcio tedesco dai tempi di Matthäus, se il buon Lothar non s’offende. Per sostituirlo Rudi mette in squadra Jeremies e allenta le redini a Schneider, un settepolmoni che non sarà un campione ma, come si dice nel basket, è uno che «fa legna». Nei giorni che precedono l’Evento il tecnico tedesco si esprime più o meno così: «Uomo contro uomo non dovremmo nemmeno giocare ma il calcio è uno sport di squadra». A buon intenditor...
La sensazione generale è che quella arbitrata da Pierluigi Collina, con Sergio Gonella (a Baires ’78) l’unico italiano a dirigere una finale mondiale, sarà una «partita di calcio», magari anche gradevole. Dopo tutto il veleno sparso sulla manifestazione, non sarebbe poco.

La partita
Il primo a spingersi in avanti è il Brasile, dopo appena 49”, con un affondo di Ronaldo chiuso in angolo sulla sinistra. Al 3’ Kahn esce bene in presa alta su un cross di Kléberson dalla destra. Due minuti più tardi numeri su numeri di Rivaldo: belli da vedere ma di pericoli non se ne parla. Al 5’ c’è la prima ammonizione dell’incontro. Collina la elargisce al brasiliano Roque Júnior entrato fuori tempo su Neuville. Non c’è cattiveria ma il «giallo» ci sta tutto.

Quando è in possesso di palla la Germania tiene basso il ritmo, quando deve recuperarla aggredisce di brutto così riesce sempre ad imbrigliare avversari infinitamente meglio dotati sul piano tecnico. In più, sorpresa delle sorprese, non lascia loro l’iniziativa. Anzi.

Al 9’ Collina mostra di usare un peso e una misura e concede il giusto bis. Stavolta tocca al tedesco Klose, ammonito perché in elevazione sferra una gomitata in piena faccia a Edmílson, un gesto vigliacchetto assai che poteva risparmiarsi.

Sessanta secondi ancora c’è un bel contropiede manovrato dei bianchi, concluso da un cross teso di Schneider sul quale proprio Edmílson anticipa tutti. Al 15’ è lo stesso vice-Ballack a mettere un pallone nel mezzo, ma Klose viene chiuso in corner. Un minuto dopo, l’incontenibile Scnheider viene messo giù da un brutto fallo di Roberto Carlos. Il Brasile è in affanno.
Tra il 17’ e il 19’ Ronaldinho tocca i suoi primi due palloni. Il primo lo butta via, il secondo no. Il talentino del Paris Saint Germain serve in verticale Ronaldo che da destra fa seguire ad un capolavoro – il tocco di esterno sinistro ad anticipare l’uscita di Kahn – un errore di mira per lui inconsueto: la palla sfila di un niente a lato del palo destro. Occasione d’oro per il Fenomeno, ma il lampo è tutto del compagno.
22’: Edmílson si vendica su Klose meritandosi forse un’ammonizione che invece non arriva.
A un giro di lancetta dalla mezz’ora la Germania tesse una bella trama ma Bode sbaglia il dribbling a rientrare. Sul ribaltamento di fronte, finalmente si rivede Ronaldo. Prima viene toccato duro alla tibia destra dal mastino Linke, poi, solo soletto davanti la porta, calcia sporco. Come non detto.
Kahn comunque ha il suo bel daffare e di lì a poco deve uscire su Ronaldinho che, dopo aver sciorinato un gran controllo di petto, sbaglia il lob.
Rivaldo, fin lì non pervenuto, regala altri numeri da foca ma poi serve un pallone nel vuoto assoluto. In campo il brasiliano si scorge solo per le scarpe, bianchissime.
Da registrare, nel finale di tempo, un episodio non particolarmente edificante: Ronaldinho si dimostra più esperto di quanto farebbe pensare la sua giovane età (22 anni) ma talvolta esagera. Su un presunto fallo di Schneider stramazza al suolo come colto da un fulmine. L’impeccabile Collina non abbocca, e per non ammonirlo (per simulazione) sfoggia il sorriso delle grandi occasioni. Il guardalinee Lindberg, invece, poteva forse riferire meglio la sceneggiata.
Al 38’ è ancora il centrocampista del Bayer Leverkusen a rendersi protagonista. Stavolta in negativo. Evidentemente innervositosi per il comportamento antisportivo del numero undici verdeoro, va a farsi giustizia da solo prendendosela però con l’uomo sbagliato: dopo un normale scontro di gioco Schneider «cammina» sul petto di Rivaldo. Collina è a due passi ma il fattaccio, visto a velocità normale, sembra del tutto fortuito, dalle immagini rallentate lo è un po’ meno.
La Germania tiene palla, il Brasile si chiude in difesa e stuzzica in contropiede: forse stiamo sognando. Il prodigioso recupero difensivo di Neuville (una punta!) su Ronaldinho, chiuso in alleggerimento su Kahn, ci riporta alla realtà del calcio moderno. Aiuto.
41’: Jeremies dal centro-sinistra fa partire un gran destro che finisce oltre la traversa della porta difesa da Marcos. La conclusione è precipitosa, perché il mediano avrebbe tutto il tempo di prendere la mira. Non altrettanto si può dire, un minuto dopo, per Kléberson, che s’infila in un varco centrale, supera Metzelder e spara un diagonale mancino che si spegne a lato alla sinistra di Kahn. È il primo vero errore della Germania, che fa tutto bene fino ai sedici metri avversari ma poi si perde. Il Brasile, sornione e deludente, aspetta e spera. In quei tre là davanti.
Ultime battute di primo tempo. Nella retroguardia «auriverde» Ronaldinho ripropone, stavolta da protagonista, lo stesso spettacolo offertogli poco prima da Neuville. Il terzo violino verdeoro insegue il medianaccio Hamann: con tutto il rispetto, il calcio non sarà ancora morto ma intanto non sarebbe male allertare il cappellano.
Al 44’ il nostro pessimismo cosmico sul futuro del football subisce un altolà clamoroso almeno quanto la traversa sulla quale si infrange un gran destro di Kléberson dalla distanza. Nell’occasione la battuta d’interno «a giro» del centrocampista, servito da un tocco laterale dal solito Ronaldinho, strozza in gola l’urlo del gol. Il Brasile prende vigore e chiude all’attacco la prima frazione. Da segnalare una bella giocata di Lucio che controlla bene, accelera e se na va prima di essere fermato in angolo; e una rasoiata di Roberto Carlos rimpallata tra Ronaldo e Metzelder sulla quale Kahn si salva d’istinto. Il calcio è strano: Völler azzecca ogni mossa, la Germania mantiene il pallino del gioco eppure il Brasile potrebbe tranquillamente condurre 3-0. Invece, siamo ancora sullo 0-0 ma chissà perché tutti sono convinti che non durerà.

La ripresa incomincia come il primo tempo, con gli stessi ventidue in campo e la Germania all’offensiva. Fino a quel momento i migliori sono Schneider da una parte e Kléberson dall’altra e proprio quest’ultimo sembra giocare più avanzato nel primo scorcio della ripresa.
Al 46’ c’è subito un brivido che corre lungo la schiena della «torcida». Su corner da sinistra, il colpo di testa di Jeremies fa gridare al gol ma la palla incoccia un piede di Edmílson a portiere battuto. Poi la difesa brasiliana libera. Tre minuti dopo ecco il bis, ma stavolta il pericolo per la porta verdeoro è concreto. Come il legno. Punizione di Neuville da più di trenta metri. La botta «a uscire» è fortissima e solo un grande intervento a mano aperta di Marcos, tuffatosi a sinistra a mezza altezza e aiutato dal palo, devia un pallone che tutti danno già in fondo al sacco. Per chi conosce la storia del calcio l’ennesimo chiaro segnale che per la Germania tira una brutta aria: se non va dentro quando non sbagli nulla, al primo errore vieni castigato. Nell’attesa che ciò accada, la faccia del corrucciatissimo Scolari parla da sola.
52’, Rivaldo salta di testa su un corner nato da una chiusura di Linke su Ronaldo insolitamente «largo» a sinistra. Kahn compie un grandissimo intervento ma non trattiene il pallone, arriva come un falco Gilberto Silva, il portierone si rialza e come un gatto lo anticipa mettendoci le manone che impediscono al brasiliano il tocco risolutivo: il pallone schizza sul fondo. Nell’occasione il capitano tedesco rimedia un colpo alla mano infortunata, la destra, ma si riprende sotto lo sguardo attento di Collina.
A parte qualche sporadica schermaglia di poco conto (Ronie in dribbling su un fronte, esterno sinistro di Klose dopo azione personale sull’altro) la partita vivacchia mentre nei dintorni delle panchine cominciano le grandi manovre. Völler fa scaldare cinque uomini, tre dei quali sono attaccanti: Bierhoff, Jancker (ebbene sì) e Asamoah. Le sue intenzioni sembrano chiare. Dall’altra parte, almeno per il momento, Scolari fa finta di niente.
57’, Hamann in posizione centrale dà fuoco alle polveri ciabattando dalla distanza. La palla, complice la chiusura di Lucio, va altissima oltre la traversa. Un minuto dopo altro numero da circo di Rivaldo, che al limite dell’area alza con l’esterno sinistro il pallone a scavalcare lo stesso Hamann. Il gesto tecnico è sublime, «inevitabile» invece la conseguente legnata rifilatagli dal mediano. La punizione che Ronaldo vuole a tutti i costi tirare si infrange sulla barriera e forse era il caso di lasciarla al futuro milanista.
Al quarto d’ora c’è la prima azione «da Brasile» della ripresa. Splendida triangolazione volante Cafú-Ronaldinho-Cafú, il romanista va sul fondo e crossa basso. La palla sibila a lato tagliando pericolosamente l’area senza che nessuno riesca ad intercettarla.
Curioso invece quanto accade al 61’: Edmílson ci mette un minuto abbondante per cambiarsi la maglia che, pur modernissima per tessuto e design, diventa un enigma irrisolvibile quando si tratta di capire come vada indossata (?!). Collina, divertito, porta pazienza.
Al 64’ la Germania potrebbe andare in vantaggio. Palla dentro di Schneider per Neuville, che taglia bene anticipando Edmílson, si gira ma manca l’aggancio. Pochi istanti dopo c’è una brutta entrata a gambe unite di Cafú che va a sbattere su Jeremies anche lui in scivolata. L’impatto è duro e ad avere la peggio è il tedesco che deve ricorrere alle cure dei sanitari. Si scalda Kehl ma poi il centrocampista, una delle colonne del Bayern, si riprende.
67’, ci siamo: Ronaldo ruba palla a Hamann sulla trequarti e «chiede» triangolo a Rivaldo. Il numero dieci, anziché restituirgli il pallone, anticipa Linke sparando dalla distanza una bordata delle sue. Kahn è sulla traiettoria e para ma si lascia scappare il pallone proprio sui piedi di Ronaldo che non può fallire: piatto destro e gol. 1-0. Di fatto, il Brasile è già Campione del mondo.
Il Ct tedesco tenta il tutto per tutto giocando al 73’ la carta Bierhoff al posto dell’opaco Klose e al 77’ Asamoah per l’acciaccato Jeremies. Neanche il tempo di vedere in azione i due nuovi entrati, e la partita è virtualmente già chiusa. Finalmente, da una grandissima azione.
79’, affondo di Kléberson sulla destra: sul suo traversone, intelligentissimo velo di Rivaldo e palla a Ronie, che ha tutto il tempo di mirare e di metterla, d’interno destro a girare, là dove il portiere non può arrivare, cioè nell’angolino basso, alla sinistra di Kahn. Davvero un bel gol, per costruzione e finalizzazione. Adesso sì che è finita. Ma la Germania ha un paio di colpi di coda: il primo al 43’ con una girata di Bierhoff a centro area su imbeccata di Frings, sventata da una prodezza di Marcos; il secondo due minuti dopo con Metzelder che ad un metro dalla porta manca la zampata che riaprirebbe la partita.
I due tecnici muovono sullo scacchiere le rispettive pedine. Völler inserisce Ziege al posto di Bode per buttare nel mezzo qualche pallone in più. Scolari toglie lo stanco Ronaldinho, rilevato da Juninho, e mette in campo Denílson cogliendo così due piccioni con una fava: concedere a Ronaldo la meritata standing ovation e «congelare» il pallone fra i piedi del funambolico giocoliere in forza al Betis di Siviglia.
Dopo 3’ di recupero Collina, in assoluto il migliore in campo, decide che può bastare. Del resto è inutile infierire: la Germania è stata una degnissima finalista, ha saputo andare al di là delle sue forze e questo merita sempre rispetto. Ma il titolo è un’altra cosa e lo vince, giustamente, il Brasile. Che sia la quinta volta che accade può sorprendere. Dovrebbero essere molte di più. Chi ha ci ha seguito sin qui lo saprà di certo.
Dopo il triplice fischio le consuete scene di giubilo, condite stavolta da un ritorno ad una religiosità che sembrava perduta dopo l’ondata New Age di fine Secondo millennio. Il portiere Marcos prega, in piedi e poi in ginocchio sulla linea si porta, tenendo sulle spalle la bandiera brasiliana e rivolgendo al cielo il dito indice di entrambe le mani. In mezzo al campo pregano in tre: Lucio, il giovane Kaká che mostra una T-shirt con scritto «I belong to Jesus», in inglese «appartengo a Gesù», ed Edmílson, che invece sfoggia una maglietta che reca la scritta «Jesus loves you», dove al posto del verbo meno applicato al mondo appare un cuore rosso grosso così. Tutto innocuo ma la Fifa non gradirà: da adesso in poi ogni professione di religiosità verrà osteggiata se non proprio impedita.
Ma il vero «miracolo», se nessuno si offende, lo ha compiuto il tanto bistrattato Felipão, “Filippone” nella lingua dei suoi antenati italiani. Ai mondiali – appuntamento al quale solo il Brasile è sempre stato presente – i carioca ci sono arrivati soffrendo come non mai e agguantando per il rotto della cuffia il quarto posto nel girone sudamericano. E ora Cafú solleva al cielo la Coppa facendosi beffe del rigido protocollo Fifa e (davanti) alla faccia (fintamente compiaciuta) di Blatter che sorride vedendolo in piedi sul sostegno su cui era appoggiato il trofeo. Per il capitano verdeoro, alla terza finale consecutiva – un record –, è il secondo trionfo personale. Il suo volto radioso è un inno alla gioia, ma suonato in piazza con le maracas anziché da un’orchestra filarmonica nelle austere stanze di un auditorium.
Kahn invece è distrutto. Ha disputato un mondiale straordinario, ha subìto appena tre gol in sette gare (uno con l’Eire nella prima fase e due in finale) e adesso se ne sta lì seduto, appoggiato con la schiena al palo, ad aspettare l’inevitabile crocifissione. Non gli perdoneranno d’aver commesso un solo errore. Quello della vita.

La tattica
Più europeo di così non si può. Scolari è riuscito là dove aveva fallito il povero Ct Lazaroni a Italia ’90, e senza ricorrere – orrore! – al libero. Zio Felipão ha vinto, evviva Felipão. Tutti esaltano le doti tecniche dei suoi artisti del pallone, e lui che ti combina?, sta attento agli equilibri con due mediani tosti come Klebérson e Gilberto Silva, difende a tre (Lucio centrale, Roque Júnior ed Edmílson quasi a uomo su Neuville e Klose) e affonda sui binari esterni con due treni ad alta velocità come Cafú e Roberto Carlos; là davanti, invece, lascia carta bianca (ettecredo) alla «R3», la formula offensiva che il mondo gli invidia: Ronaldo prima punta, Rivaldo e Ronaldinho a supporto. Non male, no?
Sui giornali si ricamerà parecchio sul lieto fine della «favola» di Ronie, che tocca il cielo con… la Coppa dopo ripetute discese agli inferi delle sale operatorie parigine e i tormenti della rieducazione completata tra Appiano Gentile e Copacabana, che non è proprio la stessa cosa, nel bene e nel male. In realtà il Fenomeno è ancora lontano parente del giocatore che in Europa avevamo ammirato al PSV e al Barcellona più che all’Inter. Ma basta e avanza per far vincere al Brasile quel titolo che solo il Brasile può perdere in mondiali come questi. Ronaldo ha segnato 8 reti (be’ facciamo 7 e 1/2) in 7 partite, molte altre se l’è mangiate o meglio il Ronaldo dei tempi d’oro le avrebbe trasformate in gol ad occhi chiusi. Però è tornato, ha vinto e quindi ha ragione lui. Sul suo discutibile post-Mondiale, con l’aut-aut «o Hector Cúper o io» con annesso il fango spalmato su tutto e su tutti, meglio soprassedere. Nella vita c’è di meglio.

Völler compie un piccolo capolavoro. Raccoglie una squadra a pezzi, reduce da un europeo disastroso e da un 1-5 con l’Inghiterra che avrebbe accoppato un bue. Il buon Rudi invece non s’è perso d’animo e, una volta toccato il fondo, si è rimboccato le maniche per risalire. Ha cementato il gruppo, la sorte gli ha voltato le spalle privandolo del talentuoso ancorché non giovanissimo talento di Scholl, e allora lui ha dato le chiavi della squadra a Kahn e a Ballack. 
Il primo, un leader vero, è il capobranco, il secondo è il miglior giocatore, crea e finalizza. Gli astri, se vogliamo, si sono un po’ pentiti risarcendolo con il momento d’oro di Klose – non un campione – mentre il Ct ci ha messo del suo puntando sul piccolo grande uomo Neuville, cuore e sguardi italiani e testa tedesca: una scommessa non facile ma vinta. 
Sul piano tattico Völler non «inventa» nulla. Si limita a rielaborare quanto appreso dai tecnici avuti da giocatore, evidentemente non poco a giudicare dai risultati ottenuti. Il suo 3-5-2 è elastico e duttile. La linea difensiva (Ramelow, Link, Metzelder) è colata nel più puro ferro germanico ma non può certo far nascere la manovra. A centrocampo sorprende la mobilità di Schneider, che rimbalza da una fascia all’altra riuscendo a essere una spina nel fianco della retroguardia brasiliana, almeno nel primo tempo, quando ancora c’è partita. Il resto del reparto, a parte Jeremies, è una batteria di onesti faticatori senza fantasia né tecnica. Di queste carenze risente ovviamente l’attacco che, spentosi Klose, sta in piedi grazie a Neuville, tutto tranne che un goleador.
Ciò nonostante, con un po’ di buon senso e facendo di necessità virtù la Germania, ben disposta in campo, aggredisce il Brasile impedendogli di ragionare. Inaspettatamente, nel primo tempo sono proprio i tedeschi a menare le danze ma più vicini al gol ci vanno i verdeoro. Nel secondo, soprattutto dopo la decisiva incertezza di Kahn, il finale della fiaba è già scritto. Per la Germania però è stato bello sognare così come per i loro tifosi, che scendono in piazza a festeggiare il secondo posto come fosse il primo. Anche così si cresce per ritornare grandi. Magari in casa. Il 2006, trentadue anni dopo il trionfo di Monaco ’74, non è poi così lontano.
CHRISTIAN GIORDANO

Il tabellino
30 giugno 2002, Yokohama (International Stadium), ore 21
Brasile-Germania 2-0
Brasile (3-4-2-1): Marcos; Edmílson, Lucio, Roque Júnior; Cafú, Kléberson, Gilberto Silva, Roberto Carlos; Ronaldinho (dall’84’ Juninho), Ronaldo (dall’84’ Denílson), Rivaldo. A disposizione: 12 Dida, 22 Rogério Ceni, 7 Ricardinho, 13 Belletti, 14 Anderson Polga, 16 Júnior, 18 Vampeta, 20 Edílson, 21 Luizão, 23 Kaká. Ct: Luis Felipe Scolari.
Germania (3-5-2): Kahn; Ramelow, Link, Metzelder; Frings, Schneider, Hamann, Jeremies (dal 77’ Asamoah), Bode (dall’83’ Ziege); Neuville, Klose (dal 73’ Bierhoff). A disposizione: 3 Rehemer, 4 Baumann, 9 Jancker, 10 Ricken, 12 Lehmann, 15 Kehl, 18 Böhme, 23 Butt. Ct: Rudi Völler.
Arbitro: Pierluigi Collina (Italia). Guardalinee: Leif Lindberg (Svezia), Philip Sharp (Inghilterra); «Quarto uomo»: Hugh Dallas (Scozia).
Marcatori: 67’ e 79’ Ronaldo.
Ammoniti: per gioco falloso Roque Júnior (B) e Klose (G).
Spettatori: 69.029 paganti.
Note: angoli, 12-3 per la Germania. Recupero: 1’ pt, 3’ st. Cielo nuvoloso.

St. Denis 1998: la Rivoluzione franco-algerina


Francia 1998: Francia-Brasile 3-0

Ryszard Kapuściński, uno dei massimi corrispondenti di guerra del nostro secolo, nel suo ultimo libro, Sha-in-shah, scrive che «i libri sulle rivoluzioni iniziano di solito con un capitolo dedicato alla corruzione del potere in declino, alle miserie e alla sofferenza del popolo. Dovrebbero invece cominciare con un capitolo di analisi psicologica dove si spieghi il processo per il quale un uomo oppresso e in preda al terrore vince improvvisamente i propri timori e smette di avere paura». E magari diventa un campione, avrebbe potuto aggiungere Kapuscinski se anziché di uomini oppressi si fosse occupato di calcio. E in particolare di Zinedine Zidane, ex prezioso ninnolo del Bordeaux che alla Juve prima e in Nazionale poi ha saputo trasformarsi in imprescindibile uomo-squadra fino ad assurgere a fuoriclasse senza tempo. «È un processo insolito,» continua Kapuscinski «che talvolta si compie in un attimo come per una specie di choc liberatorio: l’uomo si sbarazza della paura e si sente libero. Senza questo processo, non ci sarebbe alcuna rivoluzione». Neanche quella attuata da un ragazzo timido e introverso che, fin da bambino, con la palla al piede, dispensava tesori in serie: “Zizou”, l’anima franco-algerina di un popolo fiero e orgoglioso come nessuno. Un popolo finalmente assiso sul trono del mondo.

Finalmente grandeur
A sessant’anni distanza, la Fifa riporta il Campionato del mondo in Francia. Oltralpe, si sa, lo sport nazionale è il rugby. Ma il Cucchiaio di legno, per fortuna dei «blues», nel calcio non esiste né è mai esistito altrimenti da quelle parti, in tempi passati, ne avrebbero collezionati un servizio da dodici. Ma se il gioco della palla ovale è pur sempre il passatempo preferito dai francesi più in là negli anni, ora le giovani generazioni, sempre più multietniche e tecnologicizzate, dispongono di un’appetitosa alternativa: la palla rotonda. E con quella qualcuno di loro ci sa fare per davvero. Barthez, Thuram, Lizarazu, Deschamps Desailly, Blanc, Karembeu, Petit, Djorkaeff, Zidane, e «riserve» che si chiamano Vieira, Henry, Trezeguet, Leboeuf, Boghossian, Dugarry. Sembra una selezione All-Star del primo scorcio di Terzo millennio, è solo una fetta della rosa che si rivelerà uno squadrone capace di vincere, nel giro di due anni, Coppa del Mondo ed Europeo. Scusate se è poco.
Il calcio della Francia pre-Platini aveva conosciuto ben poche soddisfazioni. Tolti l’estemporaneo exploit dell’irraggiungibile Just Fontaine, 13 gol a Svezia ’58, e il terzo posto mondiale a Messico ’86, i «galletti» si affacciano alla ribalta del grande calcio internazionale solo con il trionfo casalingo di “le Roi” Michel e compagni agli Europei dell’84. Ma poi la Nazionale e un po’ tutto il movimento tricouleur erano rimasti alla finestra tanto che a livello di club per vincere la sua prima Coppa dei Campioni il football transalpino aveva dovuto aspettare il Marsiglia dei miracoli edizione 1993. Ma la musica oggi è cambiata.

Il luogo. È lo Stade de France, immensa e futuristica «astronave» da 80 mila posti (che al costo unitario di 10 milioni di lire fanno 800 miliardi tondi), che il sindaco parigino ha voluto far edificare nel quartiere di St. Denis, a qualche centinaio di metri da dove riposano i resti di re passati alla storia: Pipino il Breve e Francesco I, giusto per fare due nomi. Non magra consolazione, trattasi d’impianto all’avanguardia e per di più «riciclabile» per eventi teatrali e concerti.
La data. È il 12 luglio, fosse stato il 14, in Francia un Mito più che una ricorrenza storica, non si sarebbe nemmeno giocato – per manifesta inferiorità (di motivazioni) – tanto era nell’aria il trionfo dei padroni di casa. A scuotere la vigilia uno dei «casi» destinati a rimanere irrisolti in eterno, come chi ha ammazzato Kennedy o se è vero o no che Marilyn si sia suicidata. Fatte le debite proporzioni e precisato ad uso e consumo dei censori in servizio permanente effettivo che qui si parla solo di calcio, scendiamo nel dettaglio. Scendere: è il verbo giusto perché per Ronaldo la notte prima della finale di Parigi è stata una vera discesa all’inferno. Prima però urge un passo indietro.

La presa della pastiglia
“Ronie” non doveva giocare. Non doveva perché era stato malissimo. Svenimenti, crisi epilettiche e quant’altro lo davano per assente. Alla fine sponsor, interessi, pressioni insostenibili per chiunque e tanto più per un ragazzino di 22 anni fanno sì che la controfigura del Fenomeno vada a fare la figura del fenomeno sì, ma da baraccone. Povero Ronaldo, vederlo vagare per il campo stringe il cuore e fa venire il disgusto per certa gente che del calcio, dello sport e addirittura delle persone non gliene importa niente. A loro interessano share, rating, introiti, plusvalenze, diritti televisivi, d’immagine tutto meno che i diritti di un individuo che se sta male non può, non deve giocare. Neanche se l’individuo in questione smuove milioni di dollari. Neanche se di lui e della sua salute i suoi «padroni» se ne fanno un... «baffo». Ma tutto questo a chi interessa?
Sta di fatto che Ronaldo scende in campo e con lui un Brasile davvero non all’altezza della propria fama. La squadra che nel ’94 aveva superato ai rigori l’Italia nella fornace di Pasadena, è di quattro anni più vecchia e le nuove leve che in quel collaudato telaio sono state innestate non sembrano ancora pronte a raccoglierne degnamente l’ideale testimone. Dall’altra parte, i francesi hanno davanti l’occasione della vita per laurearsi Campioni del mondo: la loro squadra è fortissima, hanno il miglior giocatore del Mondiale e in quel momento forse del globo e per di più giocano in casa. Una chance irripetibile che non può essere sprecata.

La partita
Agli ordini del signor Said Belqola, 41enne arbitro della federazione marocchina, di professione ispettore doganale a Fez e primo africano a dirigere una finale mondiale, le due squadre si schierano nella formazione-tipo. Sin dalle prime battute si intuisce quale sarà l’andazzo della gara. Francia che appare gagliarda e convinta di farcela, trascinata da uno Zidane quanto mai in palla; Brasile molle, disorganizzato, quasi svuotato: la fotocopia formato A11 del fantasma col numero 9, il «fratello» scarso di un campionissimo mandato allo sbaraglio da uno staff medico colpevolmente complice di una federazione da galera.
Dopo 34” di gioco «galletti» subito vicino al gol con una mezza rovesciata di Guivarc’h. Al 3’, altro affondo francese. Zidane e Djorkaeff scambiano in velocità per servire lo stesso Guivarc’h che però getta al vento il succulento servizio tirando debolmente. Passano diciotto minuti e a Ronaldo arriva il primo pallone giocabile. Sulla sinistra il Fenomeno si libera di Thuram e mette al centro, Barthez pasticcia ma poi, quasi sulla linea di porta, riesce a rimediare. Cinque minuti ancora e il match prende il suo ineluttabile corso. È il 27’ quando su un morbido corner che Petit batte di sinistro dalla destra, Zidane prende l’ascensore, supera nello stacco il brasiliano Leonardo (che però lo marca dandogli colpevolmente le spalle) e in torsione gira di testa in rete il pallone dell’1-0. è la nascita di una nazione. Calcistica.
Il Brasile sembra tramortito, proprio come Ronaldo e Barthez dieci minuti dopo allorché il portiere esce in presa alta anticipando l’attaccante scattato lungo la corsia centrale. L’impatto tra i due, che restano a terra, sembra uno scontro fra i rinomati treni ad alta velocità delle ferrovie francesi, inevitabile che i malcapitati ci mettano un po’ a riprendersi. Per un attimo la paura è tanta, sembra di rivedere un film dell’orrore che i francesi avevano già visto in semifinale a Messico ’86, quando il portiere tedesco Schumacher uscì a valanga sul povero Battiston.
Ultimi scampoli di primo tempo, la Francia continua ad attaccare. Al 41’, una buona manovra d’insieme dei padroni di casa. Karembeu, defilato sulla destra, va al tiro ma la sua conclusione viene respinta da Júnior Baiano. Ne nasce un rimpallo sul quale si avventa Petit che calcia deciso. La palla, deviata, finisce sull’esterno della rete alla destra della porta difesa da Taffarel. Ennesima occasione sprecata da Guivarc’h che spreca tirando a lato da favorevole posizione. L’attaccante e Deschamps si mettono le mani nei capelli.
In chiusura di tempo, arriva per i verdeoro la mazzata finale. Minuto 46: Taffarel si supera mettendo in angolo. Dalla bandierina di sinistra Djorkaeff «disegna» un bellissimo arco sul quale sale imperiosamente Zidane – sempre lui! – che ancora di testa, con la palla che passa in mezzo alle gambe di Roberto Carlos, chiude partita e Mondiale. 2-0 e Brasile in ginocchio. Ora: Zinédine è un fuoriclasse straordinario e questo lo sanno anche i sassi, per carità, ma regalargli due gol di testa a quella maniera, con la difesa di pietra, ci appare un pochino masochistico. Ma tant’è.
Secondo tempo che sa di accademia. Il Brasile torna in campo con Denilson al posto di uno spento Leonardo. Basterà? Il quesito, invero assai facilino, è il prototipo della perfetta domanda retorica: contiene già la risposta. Al quarto d’ora, l’occasione per una possibile riapertura di una partita già da tempo sotto chiave: pallone alto da destra, Barthez sfiora appena. La palla cade sui piedi di Bebeto che conclude a botta sicura, Desailly si materializza sulla linea e respinge. È l’ultimo segnale mandato dal destino. Che al 68’ sembra volgere benevolmente lo sguardo agli auriverdes: Desailly si becca il secondo cartellino giallo e viene espulso. Zagallo allora gioca l’ultima carta e al 74’ toglie César Sampaio per inserire la terza punta, Edmundo. Non servirà.

La tattica
I «blues», zeppi di sapienti palleggiatori, fanno melina e a centrocampo la loro superiorità, numerica e tecnica, non è mai in discussione. Qualche critico buontempone parlerà di 4-3-3, non credetegli: a parte che Guivarc’h è sì un centravanti ma per modo di dire perché se ne sta là davanti tutto solo – hai detto niente – a prender botte e a creare spazi per gli inserimenti dei centrocampisti (Zidane e Djorkaeff su tutti ma anche Petit) mentre sulle corsie esterne non ci sono attaccanti veri, ma scaltri e rapidi guastatori che vi si fiondano quando è il caso e che sanno ripiegare per dar manforte in mediana. Ne viene fuori una cerniera duttile e mobile, capace di far male ma di non farsene fare. Altro che tridente. Aimé Jacquet sa il fatto suo: difesa di ferro, con i quattro in linea schierati a zona e ancorati alla montagna Desailly, tornato per l’occasione al poco gradito ruolo di centrale difensivo. Completano il pacchetto arretrato due splendidi cursori esterni, tecnici e inesauribili, come Thuram a destra e Lizarazu a sinistra; e il libero Blanc, lento ma dalla classe ancora cristallina, che, squalificato, deve però saltare la finale, rimpiazzato dal più grezzo ma arcigno Leboeuf. Dei satanassi di centrocampo s’è detto, ma una particolare menzione va ai due biondi del reparto, l’antico guerriero Deschamps, ormai più vicino al brizzolato che al color dell’oro, e il più giovane virgulto Petit, che al 47’ conclude in gol uno splendido contropiede: 3-0, una punizione che può apparire persino eccessiva tenendo conto che in campo c’è il Brasile. Non lo è per quel Brasile.
Ancora una volta, nel Vecchio Continente è una formazione europea a laurearsi campione. Solo il Brasile ’58 ha infranto la tradizione andando a vincere in Svezia. Per il resto, la solita spartizione del globo. Nel caso specifico, poi, la conquista ha un che di storico: la Francia, la squadra con la miglior difesa e il miglior attacco del torneo, sale per la prima volta sul tetto del mondo, e la prima volta, si sa, è sempre un po’ più bella. «J’aime la France», recita lo slogan delle aziende di soggiorno locali, e la consueta grandeur transalpina può finalmente avere libero sfogo. Al 14 luglio mancano ancora due giorni, ma che importa? Chapeau bas.
CHRISTIAN GIORDANO

Il tabellino
12 luglio 1998, Parigi (Stade St. Denis), ore 21
Francia-Brasile 3-0
Francia (4-3-3): Barthez; Thuram, Leboeuf, Desailly, Lizarazu; Karembeu (dal 57’ Boghossian), Deschamps, Petit; Djorkaeff (dal 75’ Vieira), Guivarc’h (dal 65’ Dugarry), Zidane. Ct: Aimé Jacquet.
Brasile (4-2-2-2): Taffarel; Cafú, Júnior Baiano, Aldair, Roberto Carlos; César Sampaio (dal 74’ Edmundo), Dunga; Leonardo (dal 46’ Denílson), Rivaldo; Ronaldo, Bebeto. Ct: Mario Jórge Lobo Zagallo.
Arbitro: Said Belqola (Marocco).
Marcatori: 27’ e 46’ Zidane, 92’ Petit.
Ammoniti: Júnior Baiano (B), Deschamps (F), Desailly (F), Karembeu (F), Desailly (F).
Espulso: 67’ Desailly (F) per doppia ammonizione.
Spettatori: 80.000 circa.

Pasadena 1994: Una sconfitta di rigore


Usa 1994: Brasile-Italia 3-2 (d.c.r.)

«Il calcio è uno sport che si gioca con i piedi. Uno sport di gente che tira calci come gli asini.»– The New York Times

Quando un Mondiale è vinto dal Brasile, e la cosa succede spesso (cinque volte su diciotto edizioni), si rischia di passare dalla cronaca alla leggenda. Ma per chi ha la memoria un po’ più lunga la kermesse americana, analizzata a bocce ferme e a polemiche sopite, di leggendario ha ben poco; anche se nell’ultimo atto c’è la nazionale italiana, a contendere agli «auriverdes» lo storico quarto titolo mondiale.
Ma anziché ben poco verrebbe da dire nulla se togliamo gli «eroismi» di Baresi, miracolosamente in campo appena 23 giorni dopo la lesione al menisco patita contro la Norvegia, le magie di Baggio (Roby, of course), l’incredibile abnegazione del tanto decantato «gruppo» azzurro e, nei quarti, Brasile-Olanda e il fantastico gol in coast-to-coast del saudita Said Owairan al Belgio. Ma sarebbe ingeneroso e forse anche ingiusto.
Tanta amarezza è ciò che resta di un’assurda manifestazione che, in epoca di selvaggio soccerbiz, costringe gli atleti a giocare ad orari impossibili, sotto una canicola insostenibile, pur di soddisfare le esigenze televisive delle multinazionali ansiose di occupare il prime time delle superpotenze europee. E non solo per come l’avventura è finita, ma anche per come si è arrivati a concluderla.
Dice: Brasile-Italia è la storia del calcio. Vero. Ma anche fissati i rigorosi paletti della differenza di epoche, chi se la sente, in tutta franchezza, di paragonare la finale di Messico 1970 con quella di Usa 1994? Se ne avete il coraggio, l’onestà intellettuale e soprattutto la sanità mentale, prego, accomodatevi. Noi no, non ce la sentiamo. Neanche per scherzo.
A proposito di scherzi: che scrivere di quello che il destino ha propinato al leggendario – lui sì – Franco Baresi? L’inossidabile Franz si rompe subito, alla seconda partita, si fa operare a New York e recupera a tempo di record per la finale. Si piega (sulle ginocchia, in lacrime, dopo l’erroraccio dal dischetto) ma non si spezza. È lui l’unico vero vincitore morale di questo Mondiale, il Capitano di mille battaglie: non poteva tirarsi indietro e rifiutarsi di battere quel maledetto rigore. Non poteva, e non lo ha fatto. E nessuno più di lui meritava di alzare quel trofeo che tanti grandissimi, da Puskas a Di Stéfano, da Cruijff a Platini, da Zico a Van Basten e via di questa classe, non sono mai riusciti a sollevare al cielo. Baresi è l’icona di una Nazionale che non si arrende mai nonostante il caldo, gli errori del proprio tecnico (tanti, non tantissimi come erroneamente certa critica faziosa e superficiale gli imputerà) e la tanta, tantissima – quella sì – sfortuna: infortuni a non finire (Evani, Baresi, R. Baggio, Mussi, Albertini), crampi (tutti o quasi), espulsioni e squalifiche più (Tassotti, Pagliuca, Costacurta) o meno (Zola) limpide.
E il Brasile? Ha fatto quello che doveva: vincere. Lo ha fatto nella maniera peggiore che il suo infinito vivaio gli imponeva ma nel modo più intelligente che quelle condizioni climatiche consentivano. E con l’eterno Mario Jórge Lobo Zagallo supervisore dietro le quinte a ricomporre con il Ct Carlos Alberto Parreira un sodalizio già vittorioso nel ’70 (ma allora il primo era il selezionatore e il secondo il preparatore atletico), tutto ci si poteva aspettare tranne che un Brasile presuntuoso come nel 1950 o quello cicaleggiante del 1982-86. Della Seleção campione in America si è detto che è stata la più brutta della storia, che ha vinto con gli scarti del campionato italiano (Taffarel, Branco, Mazinho, Muller, Dunga). Può darsi. Ma le altre, allora? Almeno Romário e Bebeto il Brasile non solo li ha, ma li fa giocare. E, udite udite, non come esterni ma di punta. Senza contare che in panchina scalpita l’ancora acerbo Ronaldo, mai impiegato nonostante le puntuali pressioni del presidente della Repubblica di turno, Itamar Franco, di Pelé e perfino della madre (!) del Ct. Non avendo centrocampisti di classe eccelsa come quelli delle passate edizioni, cosa doveva fare il povero Parreira? Buttarsi in avanti tanto per prenderle non piace a nessuno, neanche dall’altra parte del globo. E allora spazio a Mauro Silva frangiflutti davanti alla difesa; allo stesso Dunga, che – secondo la torcida – gioca «più sdraiato che in piedi», ma almeno corre come un cavallo, recupera palloni su palloni e sul campo lascia lacrime, sudore e sangue e, se capita, anche qualche garretto avversario; o ancora, a gente come Mazinho o lo stesso Zinho, esterno «tattico» di centrocampo nel quale Zagallo pare specchiarsi per rivedersi da calciatore. Insomma a tutta una batteria di onesti faticatori che – salvo rare eccezioni (Leonardo, Raí) – di brasileiro hanno sì e no l’amore per il samba e per il Carnevale.
Tatticamente, nulla di nuovo sotto il solleone. È il trionfo (?) del 4-4-2: lo adottano il Brasile campione, seppure con la variante Mauro Silva «libero» davanti la difesa, Italia e Svezia, le prime tre classificate. La quarta, la Bulgaria, lo adotta a sprazzi con il pendolo Kostadinov che oscilla sulla trequarti in appoggio ora al centrocampo ora all’unico attaccante di ruolo, Stoitchkov. Infine Camerun, Marocco, Svizzera e Stati Uniti. Ma gli ingenui che continuano imperterriti a ritenerlo garanzia di spettacolo devono ricredersi in tutta fretta: è come lodare un bel dipinto non per il talento del pittore bensì per la scelta dei pennelli utilizzati per portarlo a termine. I gusti sono gusti, si sa, ma un po’ di obiettività non guasterebbe.
Per il resto, se si parla di calcio giocato, si registra un’edizione con novità piccole (Grecia) e grandi (Nigeria e Arabia Saudita) e qualche illustre assente: nelle qualificazioni vengono eliminate Francia (in casa, all’ultimo minuto, per mano della Bulgaria futura rivelazione), Danimarca, Inghilterra (fatta fuori in un girone di ferro comprendente Norvegia e Olanda, qualificate, e la sempre temibile Polonia), l’Uruguay di Francescoli, Fonseca e Ruben Sosa e il Giappone.
Fuori del campo, innovazioni e trovate à gogo: lo shuttle (barella-navetta), le divise colorate degli arbitri, il nome dei giocatori stampato sul retro delle maglie e l’esultanza «cullata» di Bebeto dopo la sua rete all’Olanda. Il gesto darà il via ai modi più curiosi e talvolta ridicoli di festeggiare il gol, fine ultimo del calcio. Per i casi Maradona (doping) ed Escobar (assassinato per l’autogol contro gli Stati Uniti) ci vorrebbe un libro a parte.
La cifra-record di 105 partecipanti è un primato destinato a durare poco così come il numero di squadre ammesse alla fase finale (24): da Francia 1998 saranno 32. Il calcio è malato di gigantismo. E se ne vanta.

Domenica 17 luglio. Le 12.30 nel fuso della West Coast. Per motivi di sicurezza la Fifa riduce a 92 mila posti «trattabili» la capienza del Rose Bowl di Pasadena, Los Angeles, progettato nel 1922 per 57 mila e ampliato a 104.594 negli anni Cinquanta. In tribuna autorità Pelé sfoggia un’improbabile cravatta a stelle e strisce, l’ex presidente degli Stati Uniti George Bush Sr. invece una sportivissima polo blu a maniche corte.
I brasiliani entrano in campo tenendosi per mano, mentre ragazzini di tutte le razze consegnano alle due squadre le magliette che l’Unicef metterà all’asta per beneficenza. Whitney Houston canta, nell’arroventata cornice californiana (28ºC ma con punte di umidità altissime); poi, di fronte a tanta grazia, perfino la canicola sembra rispettosamente dileguarsi. Il cielo si rannuvola come lo stato d’animo dei tifosi: giocheranno il convalescente Baresi e gli acciaccati Roby Baggio e Romário, reduce da risentimento inguinale? Nelle ultime battute della semifinale contro la Bulgaria, il numero dieci azzurro si era procurato una contrattura al quadricipite della coscia destra ed era più che mai in dubbio, mentre per capitan Baresi si sperava in un recupero che avrebbe avuto del portentoso. Per quanto rischioso, il suo impiego da titolare accanto a Maldini, schierato da centrale in sostituzione dello squalificato Costacurta, era oro colato per una difesa chiamata a fare di necessità virtù. Per il Divin Codino invece va fatto un discorso a parte.
Il Ct azzurro Arrigo Sacchi si chiama fuori e sceglie di non scegliere, ostaggio della gratitudine per l’uomo che con le prodezze elargite a Nigeria, Spagna e Bulgaria lo aveva tirato giù dalla scaletta dell’aereo, evitandogli il più «pomodoroso» dei ritorni a casa. Il Pallone d’oro in carica dichiara che sarà lui stesso a decidere se sarà della partita. R. Baggio si era caricato sulle spalle la squadra fino alla finale. A quel punto era giusto volare o affondare assieme a lui. O no?
Eccezion fatta per Casiraghi, sostituito da Massaro, rispetto alla semifinale con i bulgari l’«ayatollah» di Fusignano non cambia né uomini né, figuriamoci, idee. Per lui il più classico dei 4-4-2: in difesa Mussi e Benarrivo sulle fasce e al centro la coppia formata da Maldini e Baresi; a metà campo, da destra a sinistra, Donadoni, Albertini, Dino Baggio e Berti, con i due esterni a scambiarsi spesso la posizione nel corso della partita; in attacco, ad affiancare Massaro, alla fine c’è proprio Roberto Baggio che supera il test pre-partita organizzato nell’immenso salone nuziale dell’albergo sede del ritiro azzurro. E Signori? Nella (si sussurra) assai pepata vigilia, aveva detto apertamente a Sacchi di sentirsi un attaccante e che a fare il tornante di sinistra proprio non ci stava. Panchina, allora. E si va al suicidio tattico.
Davanti a quasi centomila spettatori – il colpo d’occhio è impressionante –, l’arbitro ungherese Sándor Puhl, protagonista del caso Tassotti-Luis Enrique nel finale di Italia-Spagna agli ottavi e proprio per questo dato per sfavorito sul danese Peter Mikkelsen, si appresta a dirigere il suo quarto incontro a questi mondiali. Quello che a poche ore dal fischio d’inizio Parreira ha definito, alludendo ai sei titoli conquistati complessivamente dalle due nazionali, «la più importante partita di calcio mai disputata». Raccontiamola.
L’Italia parte bene, gioca in modo attento e aggressivo le consuete fasi di studio che però vanno un po’ troppo per le lunghe. La prima emozione, si fa per dire, arriva al 12’. Cross di Dunga dalla destra e Romário, in posizione centrale, di testa fa il solletico a Pagliuca. Aria fritta. Al quarto d’ora il sole è sparito. Le condizioni climatiche paiono accettabili. L’Italia tiene bene il campo. Il Brasile è attento a non scoprirsi e cerca il contropiede. Probabilmente stiamo sognando: sul rettangolo ci sono due scuole che sembrano ribellarsi al proprio dna tattico.
16’ e spiccioli, ancora il “Baixinho”: ruba il pallone ad Albertini e se ne va, poi scova un corridoio per il compagno di reparto Bebeto e lo serve. Maldini ci mette una pezza chiudendo in angolo. Passano sessanta secondi e c’è la prima, nitida, palla-gol: il velocissimo Massaro anticipa splendidamente Mauro Silva e il recupero di Marcio Santos ma spreca tutto scaricando centralmente su Taffarel. Peccato.
Al 21’, il primo cambio. Si fa male il brasiliano Jorginho (contrattura muscolare) e al suo posto entra Cafú. La sostanza tattica non muta: sulla fascia destra, fuori un intercity, dentro un Pendolino, ancora acerbo ma persino più veloce e di maggior classe.
Brivido al 25’: botta su punizione di Branco, Pagliuca non trattiene e sulla respinta a «ciccare» è Mazinho che nell’occasione si conferma il mezzo brocco visto a Firenze. Ce la siamo vista brutta.
Nove minuti dopo tocca all’Italia una sostituzione forzata da un infortunio, Mussi viene rilevato da Apolloni. Nuovo assetto difensivo degli azzurri: Benarrivo si sposta a destra, Maldini torna al suo ruolo naturale di terzino sinistro e il neoentrato fa coppia con Baresi in mezzo all’area. Neanche 5’ e lo stopperone, pardon, il secondo centrale difensivo, si becca subito il «giallo» per un’entrataccia su Romário che se ne stava andando in porta dopo l’uno-due con Bebeto. Tira una brutta aria. Sul susseguente calcio franco, gli italiani, tanto per farsi riconoscere, non rispettano la distanza e Albertini paga per tutti: ammonito pure lui. E due. Non succede altro, anche se la sensazione è quella di una squadra azzurra un po’ in affanno.
43” il recupero concesso da Puhl prima di fischiare la fine del primo tempo. A metà gara, più che sullo 0-0, siamo prossimi allo zero assoluto. Ma ci vuole pazienza (oltre che occ e büs de cul, gli altri ingredienti base della ricetta calcistica del Profeta romagnolo), è il Nuovo Calcio. Le cifre parlano da sole ma ingannano anche, a guardarle si ha l’illusione di aver visto un’altra partita: 9 tiri in porta dei brasiliani contro i 2 degli azzurri, un corner per parte, 9-7 per il Brasile il computo dei falli commessi, 2 volte in fuorigioco i verdeoro contro nessuna degli azzurri. Tutto precisino, perfettino e, numericamente parlando, molto americano. Scusate, ma il football dov’è?
Nell’intervallo il Pizzulone nazionale è «costretto», suo malgrado, ad offrire un saggio di che cosa è capace il burocratese della nostra Italietta politica. Per la serie, quando la montagna partorisce un topolino. Assente ingiusticato, il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro ha fatto sentire la sua presenza spirituale tramite un messaggio consegnato alla presidentessa della Camera dei Deputati Irene Pivetti, la quale si è poi alacremente adoperata affinché venisse girato via-etere, attraverso i microfoni di Stato di Mamma Rai, alla nazione intera in «trepidante» attesa davanti ai teleschermi. E così lo storico telecronista azzurro si piega alla superiore ragion di stato leggendo, invero con insolità e sospetta velocità, le seguenti, immortali righe presidenziali.

Gentile Onorevole Presidente,

ho appreso con piacere che si accinge a recarsi a Los Angeles per la partita conclusiva del campionato mondiale di calcio, che vede impegnata la nostra Nazionale contro la squadra brasiliana. È un evento, atteso da milioni di sportivi di tutto il mondo e soprattutto dagli italiani che, in patria e all’estero, seguono da sempre con trepidante emozione gli azzurri. Vorrei dunque pregarla di trasmettere il mio augurio più cordiale ed affettuoso alla nostra squadra che ha già dato prova di grandi doti di professionalità e di cuore. Sono certo che la Nazionale italiana saprà competere ad un livello degno delle sue grandi tradizioni, nello spirito di correttezza e lealtà che caratterizza i valori universali dello sport. Alle autorità americane e agli organizzatori voglio far pervenire le mie felicitazioni più vive per i lusinghieri successi ottenuti dalla manifestazione.
Oscar Luigi Scalfaro

Naturalmente, puntuale come la cartolina di precetto in tempo di leva obbligatoria, giunge anche la «clamorosa» notizia che «in mattinata il presidente Scalfaro ha inviato un telegramma e fatto una telefonata personale di augurio agli azzurri». Il popolo commosso sentitamente ringrazia la propria classe politica e teme, qualora si battesse il Brasile, un’insostenibile deficienza di spazio per i suoi rappresentanti che, come tradizione, si esibiranno in massa nel vero sport nazionale, il salto sul carro del vincitore. Torniamo al calcio giocato.
Non ci sono cambi se si eccettua quello di incerottatura (dal celeste al bianco) che appare in tutta la sua evidenza sulla parte posteriore della coscia destra di Baggio 1. Per il resto tutto come prima. Massaro tocca per Roby: via.
L’avvio di secondo tempo ricalca il finale della prima frazione: l’inerzia della gara è favorevole al Brasile che attacca con giudizio, l’Italia fatica a superare la metà campo. Poi pian piano gli azzurri si riorganizzano, anche se a centrocampo vanno costantemente in inferiorità numerica con Albertini e Dino Baggio presi in mezzo nella morsa Mauro Silva-Dunga-Mazinho e Berti perennemente fuori posizione oltre che fuori partita.
Il primo brivido è al 20’, triangolo Bebeto-Romário chiuso involontariamente da Maldini e quanto mai opportuna uscita di Pagliuca. Che dieci minuti dopo se la fa addosso, e noi con lui. Su un tiraccio dalla distanza di Mauro Silva, che però compie una strana traiettoria, il numero uno azzurro pare in buona posizione e difatti afferra il pallone. Solo che questo gli si impenna e gli scappa. Fortuna vuole che vada a incocciare proprio sul palo (destro) che lo stesso Pagliuca, incredulo per tanta grazia ricevuta, bacia con la mano.
Al 37’, il tuffo al cuore ha ragioni opposte. Donadoni, che quando è a destra fa le cose migliori anche se qualcuno continua a non accorgersene, facendolo rimbalzare da una fascia all’altra come la pallina di un flipper, confeziona un bel servizio in camera per Baggio 1 che però calcia alto di piatto destro. Qui l’Italia meriterebbe il gol. Un minuto dopo e per poco dall’altra parte non ci scappa il rigore. Mazinho si incunea in area, poi va giù grazie anche al mestiere di Maldini. Puhl dice che va bene così. La ripresa è tutta qui. Il 45’ è passato da 8” quando arriva il triplice fischio arbitrale. Supplementari dovevano essere e supplementari siano allora. Nella storia era successo solo tre volte che una finale si protraesse oltre i 90’ regolamentari: nel ’34 per Italia-Cecoslovacchia (1-1), nel ’66 per Inghilterra-Germania Ovest (2-2) e nel ’78 per Argentina-Olanda (1-1). Ma è la prima volta che ci si arriva senza reti.
Al 3’ del primo overtime l’Italia rischia l’osso del collo. Apertura di Dunga per l’incontenibile Cafú che crossa, dal lato opposto arriva Bebeto la cui deviazione è però più un rimpallo che una correzione a rete. Pagliuca riesce così ad anticipare l’accorrente Romário che, non riuscendo a frenare il proprio slancio, lo colpisce ad un braccio. La parata del portiere azzurro ricorda l’analogo intervento compiuto da Albertosi nella storica semifinale con la Germania Ovest del ’70.
Passano due minuti ed ecco il secondo cambio azzurro. L’eloquente «Dino c’ha i crampi!» urlato in panchina non lascia adito a dubbi. E così il buon Arrigo, già alle prese con un autentico stillicidio di acciaccati e di convalescenti, deve provvedere a un altro cambio obbligato dopo quello di Apolloni per Mussi. È Evani, al rientro dopo lo stiramento occorsogli all’esordio mondiale con l’Eire, a rimpiazzare Dinone Baggio. Al 7’ Roby ha di nuovo la possibilità di risolvere la partita. Scaltro tocco di testa di Albertini, Baggio si gira e dal limita lascia partire uno strana parabola che scende all’improvviso, bravo Taffarel a deviare sopra la traversa. Pronta la replica dei sudamericani: da Bebeto dentro per Zinho che si gira e batte forte di sinistro. Stavolta Pagliuca è bravo a coprire il «suo» palo. Il primo supplementare si chiude in pratica al 12’, quando Evani spaventa Taffarel con un sinistro dalla distanza che finisce alto.
All’inizio del secondo tempo supplementare Parreira tenta il tutto per tutto togliendo l’esausto Zinho per mettere una terza punta, Viola, all’esordio assoluto nel torneo. Qualcosa succede perché il tizio è un cavallone alto e grosso che, partendo da lontano e se non altro perché fresco, un po’ di vivacità alla manovra verdeoro la porta. L’occasione della vita ce l’ha però il vecchio Romário al 109’ quando, a un passo dalla porta, «riesce» a girare a lato un pallone che sembrava già dentro. A sua parziale attenuante l’aver dovuto colpire cadendo all’indietro, in condizioni di equilibrio precario. Ma l’errore c’è tutto ed è marchiano. Chiusura dedicata agli altri due grandi protagonisti di giornata, caso vuole proprio quelli in dubbio alla vigilia. Dopo Romário, ecco Baresi e Baggio. Il primo si immola respingendo col corpo una conclusione del Baixinho, poi dà il la al contropiede che genera l’ultima occasione della partita prima di cadere urlante, vittima di crampi. Da “Kaiser Franz”, autore di una prestazione semplicemente memorabile, a Baggio che triangola con Massaro, il passaggio di ritorno è però un po’ largo e Roby, che tira con la gamba infortunata, non ce la fa ad imprimere al pallone la forza necessaria. Taffarel para, poi Roberto, vittima anche lui di crampi, rimane a terra a prendersi le punte dei piedi per tirare i muscoli.
La gara si chiude con i giocatori ormai fermi, che si passano il pallone quasi ad attendere l’ineluttabile, che arriva dopo mille sofferenze e un inutile minuto di recupero. È tempo di rigori. In finale, non era mai successo.
In Italia sono le 0.11 di lunedì 18 luglio, in California le 15.11 del «giorno prima». Sul dischetto vanno quelli che stanno in piedi, in senso letterale. Comincia Baresi. L’uomo: di quelli con la «u» maiuscola. Il campione: uno dei più grandi di sempre. Ciò che ha fatto nei 120’ di gioco, è già entrato nella storia, quanto combina dagli undici metri va solo negli annali. E non è un bel vedere. Franco, autore di una prestazione da leggenda, addirittura soprannaturale se si pensa che rientrava da un intervento al menisco, è semplicemente distrutto dalla fatica e si è appena ripreso da un dolorosissimo attacco di crampi. Va alla battuta, lui che calcia con una tecnica da numero dieci (vederlo in allenamento, ve lo assicuriamo, è un manuale vivente), con il corpo troppo all’indietro e la palla finisce alle stelle. Cominciamo male.
Per fortuna su Marcio Santos, che pure aveva giocato benissimo, Pagliuca fa la cosa più bella della sua strana giornata e rimette tutto in parità. 0-0 dopo due ore di gioco più un rigore per parte.
Tocca ad Albertini: una sicurezza. Stessa cosa per Romário, che però fa il furbino (interrompe la rincorsa) ed è bravo (ad angolare la traiettoria) e fortunato (palo interno e gol), Evani e Branco.
I dubbi sotto forma di brividi alla schiena arrivano quando si fa avanti Massaro. Scaltro, veloce e dotato di un mortifero istinto del gol pur essendo tutto fuorché una punta, tecnicamente non è un mostro anche se la sua apparente tranquillità fa ben sperare. Ma il prode Daniele colpisce debolmente e Taffarel, mossosi in anticipo, respinge.
È il turno di capitan Dunga. Sbeffeggiato dalla torcida e dalla stampa brasiliana per la sua genetica inadeguatezza al futébol bailado, l’ex Cucciolo scoperto dal patron Romeo Anconetani addirittura ai tempi del Pisa dei miracoli calcia forte e sicuro alla destra di Pagliuca: 3-2. Su Baggio novello Atlante il peso del mondo intero, se sbaglia è finita.
Roby è il Rigorista per antonomasia. I penalty da lui sbagliati si contano sulle dita della mano di un falegname eppure quello più importante della sua carriera lo tradisce. La battuta va inspiegabilmente, insopportabilmente alta. Il cattolicissimo Taffarel, puntualmente spiazzato, ha il sorriso un po’ ebete del miracolato e corre a festeggiare sommerso dall’abbraccio di compagni, staff tecnico e dirigenti. Adesso sì, è proprio finita. Un sogno grande come il mondo si colora di verdeoro. Giustamente ma nel modo più amaro. Per noi e per loro.
Da quel momento in poi «rivedremo» le stesse immagini condite in tutte le salse e servite con qualsiasi piatto: dallo spot virtuale con tanto di lieto fine alla prima autobiografia del Divin Codino, Una porta nel cielo. Ricette, queste, che confermano una verità tanto antica quanto inoppugnabile: la migliore pubblicità di un prodotto è quella negativa. Parlatene male e sarà un successo.
L’inconsolabile Baresi piange lacrime amare inutilmente consolato da Sacchi, dal preparatore atletico Vincenzo Pincolini e dal capo delegazione azzurra Raffaele Ranucci. A fargli compagnia, anche lui con gli occhi umidi, il capo ufficio stampa della Federcalcio Antonello Valentini.
Intanto Dunga e compagni innalzano esultanti uno striscione che ricorda un grande dello sport brasiliano, l’asso del volante Ayrton Senna, scomparso il 1° maggio 1994: «Senna… aceleramos juntos, o tetra é nosso!», acceleriamo insieme, il quarto [titolo] è nostro.
Secondo il consueto cerimoniale i primi a essere premiati sono i secondi classificati, che sfilano davanti al losco quartetto formato, da sinistra a destra, dal vicepresidente Usa Al Gore (che sul classico abito blu inalbera una cravatta che eufemisticamente definiremmo rivedibile), il presidente della Fifa Joao Havelange, il presidente della Uefa Lennart Johansson e il Segretario generale della Fifa Joseph Blatter, che per l’occasione sfodera un paio di mafiosissimi occhialoni scuri per proteggersi da quello stesso sole del quale non si era minimamente curato al momento di compilare il calendario del torneo. Gli azzurri chinano mestamente il capo per ricevere la medaglia d’argento e fa tenerezza la scena di Lorenzo Minotti, mai sceso in campo, che si ferma a toccare la Coppa del Mondo. Subito dopo, il palcoscenico è tutto per Romário, avvolto nella bandiera «auriverde», capitan Dunga, il primo a sollevare il trofeo, e via via gli altri della rosa.
L’imbattuto Brasile – sei successi, l’ultimo ai rigori, e un pareggio (con la Svezia) – è meritatamente tetracampeão, campione del mondo per la quarta volta, ed entra nella Storia. Anche se, forse, non dalla porta principale.
Mario Zagallo, autentico uomo-amuleto del calcio brasiliano eppure inspiegabilmente mai troppo amato, è il quarto successo. Dopo i due titoli vinti da giocatore, a Svezia 1958 e a Cile ’62, e quello da selezionatore a Messico ’70 contro l’Italia, ecco l’alloro come direttore tecnico, ancora contro gli azzurri. Quando è troppo è troppo. Anche per un gruppo, quello tricolore, dalle risorse umane davvero inesauribili. Peccato.
È vero, caro Arrigo, che la Grande Ungheria o l’«Arancia Meccanica» olandese «non hanno avuto bisogno di vincere per convincere», come lei ama spesso ripetere. Ma quelle squadre di extraterrestri, soprattutto la seconda, cambiarono l’essenza stessa del gioco. La sue innumerevoli «Italie», ci perdoni, non potevano permetterselo. Perché per gli umani, nel calcio conta soltanto una cosa, buttarla dentro. Magari anche solo da quegli undici stramaledetti metri.

La tattica
Se questa è la Nuova Frontiera del calcio, aiuto, aridatece la Vecchia, quella dell’antico e tanto vituperato contropiede che, a quanto sembra, deve appartenere ad una razza assai meno nobile della moderna e così strombazzata «ripartenza». Mah. Non fossimo stati emotivamente coinvolti per la presenza della nostra Nazionale, l’ultimo atto dei Mondiali americani verrebbe semplicemente ricordato per ciò che è stato: l’apoteosi della Noia, con tanto di maiuscola.
Un Brasile così all’europea, e non è un complimento, non lo si era visto neanche nel ’74, nel ’78 o nella disgraziata gestione dell’«eretico» Lazaroni, che a Italia ’90 seppe inimicarsi un intero popolo, il suo, ricorrendo, udite udite, al libero (Mauro Galvão). Per carità, la filosofia è sempre quella, possesso palla e mentalità offensiva, ma l’esperienza maturata nei campionati del Vecchio Continente ha portato in dote agli artisti del calcio danzato quella concretezza a loro troppo a lungo mancata.
I verdeoro sono fortissimi sulle fasce laterali e l’Italia si cautela. La prima (mezza) sorpresa, dopo l’autoesclusione di Signori, è la conferma di Berti esterno di sinistra nell’evidente scopo di contenere le sgroppate di Jorginho. Dall’altra parte, l’estro di Donadoni, almeno nelle intenzioni, dovrebbe costringere Branco a ciò che sa far peggio e cioè difendere. Guardato alle spalle dall’inesauribile Mussi, con la sua intelligenza tattica, “Donadão”, assieme a Roby Baggio il più brasiliano dei nostri, dovrebbe consentire agli azzurri anche la necessaria copertura. Sugli schermi carioca, un film già visto: Mauro Silva gioca all’altezza dei difensori centrali a costituire una cerniera difficilmente perforabile per vie interne. 4-4-2 quasi identici dunque e che il dio del calcio, se ne esiste uno, ce la mandi buona. Per lo spettacolo le premesse non sono però le migliori.
Dopo 5’ di gioco Sacchi inverte le posizioni di Donadoni e Berti, strano perché entrambi sembravano funzionare a dovere. È solo una prima impressione, ma a sinistra l’Italia pare sfondare con maggiore facilità. Passano altri 5’ e si torna come prima: l’interista a sinistra e il milanista a destra. Là davanti, Massaro e Roby Baggio si incrociano spesso, con il “Bip-bip” rossonero leggermente più avanzato.
Al 21’, l’infortunio di Jorginho costringe Parreira al primo cambio. Entra Cafú ma sul piano tattico non cambia nulla, anzi i brasiliani forse ci guadagnano. Al 34’ identica sorte tocca agli azzurri. Mussi deve uscire e facendo entrare il centrale Apolloni, Sacchi deve giocoforza rivoluzionare la linea difensiva: Benarrivo passa a destra e Maldini torna al suo ruolo naturale di terzino sinistro. Nel mezzo, il parmigiano va a far coppia con Baresi.
Intanto, vedere Baggio corricchiare su una gamba sola mentre Casiraghi e un certo Signori (23 gol in 24 partite nel campionato italiano appena concluso!) ammuffiscono in panchina, richiama alla mente la storiella di quello che per far dispetto alla moglie decide di privarsi dei «gioielli di famiglia»… Boh.
Nella ripresa, dopo 5 minuti, nuova inversione di fascia per Berti e Donadoni, durerà meno di un quarto d’ora. Al 5’ del primo tempo supplementare Sacchi, costretto a schierare in mediana Evani al posto di Dino Baggio vittima di crampi, ci riprova: Berti a destra e Donadoni dall’altra parte, poi viceversa. Talvolta si vedono anche Berti interno ed Evani esterno. Robetta. Nessuno però che riesca a contenere le affondate di Cafú sulla destra.
La gara non decolla mai perché le due squadre si elidono. Per gli amanti del genere, una goduria. Per gli innamorati del calcio, specie quelli non accecati dal tifo o dalla faziosità, sbadigli a non finire.
La partita a scacchi fra due moduli quasi speculari (dell’eccezione Mauro Silva difensore aggiunto s’è detto), per di più appiattita verso il basso dall’importanza della posta in palio e dalle pessime condizioni fisiche di troppi protagonisti, finisce in assoluta parità. A perdere invece è il calcio.
CHRISTIAN GIORDANO

Il tabellino
17 luglio 1994, Pasadena (Los Angeles), stadio Rose Bowl, ore 12,30
Brasile-Italia 3-2 ai rigori (0-0 d.t.s.)
Brasile: Taffarel; Jorginho (dal 21’ Cafú), Aldair, Marcio Santos, Branco; Mazinho, Mauro Silva, Dunga, Zinho (dal 106’ Viola); Romário, Bebeto. Ct: Carlos Alberto Parreira.
Italia: Pagliuca; Mussi (dal 34’ Apolloni), Maldini, Baresi II, Benarrivo; Donadoni, Albertini, D. Baggio (dal 95’ Evani), Berti; R. Baggio, Massaro. Ct: Arrigo Sacchi.
Arbitri: Sándor Puhl (Ungheria); guardalinee: Venancio Zarate (Paraguay), Mohammed Fanaei (Iran); riserva: Francisco Lamolina (Argentina).
Rigori: Baresi (I, alto), Marcio Santos (B, parato), Albertini (I, 0-1), Romário (B, 1-1), Evani (I, 1-2), Branco (B, 2-2), Massaro (I, parato), Dunga (B, 3-2), R. Baggio (I, alto).
Ammoniti: 4’ Mazinho (B), 41’ Apolloni (I), 43’ Albertini (I), 87’ Cafú (B).
Spettatori: 94.194 paganti per un incasso di 3.577.415 dollari (circa 5,5 miliardi di lire).
Note: giornata non caldissima (28°C).

Roma 1990: Vendetta, tremenda vendetta...


Italia 1990: Germania Ovest-Argentina 1-0

Diciamolo subito così ci togliamo il dente e il pensiero. Per una delle edizioni più scandalose sul piano tecnico, la finale come epilogo più degno: una partita inguardabile. E per di più (o di meno, fate voi) «rubata». Peggio di così…
Le premesse, quelle sì, erano diverse. Quattro anni prima, a Città del Messico, la sfida fra le due stesse nazionali (ma fra due squadre ben diverse) era stata vibrante, tirata e combattuta fino alla fine. Il 3-2 conclusivo aveva premiato la squadra del più grande calciatore del dopo-Pelé, l’Argentina di Maradona, a scapito di una formazione che incarnava i più classici valori del calcio tedesco, limiti compresi: corsa, agonismo, concretezza, teutonica applicazione in ogni zona del campo e per tutta la durata dell’incontro ma anche una certa sprovvedutezza tattica e, soprattutto, una cronica mancanza di fantasia. Ma quel Maradona era incontenibile e quella Germania Ovest non sapeva ancora di avere, in Lothar Matthäus, ben più che un mediano, seppure di gran classe.
Argentina-Germania Ovest atto secondo, dunque. I media suonano la grancassa della Rivincita, nel tentativo di dare una certa qual dignità tecnica alla finale di Roma, quasi a voler mascherare il fatto che quella «vera», Italia-Germania Ovest, non si sarebbe mai disputata. A parte la sorpresissima Camerun, vinto (2-3 ai supplementari, con l’ausilio di un rigore quanto mai «sospetto») ma non battuto dall’Inghilterra nei quarti, gli azzurri (con i “Leoni indomabili” e gli jugoslavi i più belli del torneo) e i tedeschi (i più tosti) avevano espresso il miglior calcio di una manifestazione di livello troppo scadente per essere la reale fotografia tecnica del movimento calcistico internazionale. Eppure…
Eppure finisce come deve finire, per tutta una serie di ragioni fin troppo comprensibili. E il bello, si fa per dire, è che a vincere è davvero la squadra più forte (o meno scarsa, pure qui fate voi), la Nationalmannschaft di capitan Matthäus, nell’ultimo atto schierato in una posizione insolitamente arretrata, e delle vecchie o nuove conoscenze della Serie A, da Brehme a Völler, da Kohler ad Hässler (titolare al posto di Thon), da Reuter a Klinsmann. E di “Guidone” Buchwald la cui mastodontica figura di centrale davanti la difesa meglio simboleggia, nel grigiore dell’ormai imperante 5-3-2, l’irreversibile involuzione dell’ex gioco più bello del mondo. Per vincere, però, la corazzata germanica deve ricorrere alle «magie» (sic) di un povero arbitro messicano, Edgardo Codésal, ostaggio della Fifa e in particolare del boss (in tutti i sensi) João Havelange.
Ma se la Germania Occidentale ha chiaramente meritato di arrivare a giocarsi la chance per il titolo, l’Argentina ha fatto talmente tanta fatica che c’è da chiedersi come diavolo sia riuscita a fare tutta quella strada. La risposta, ovvio, sta proprio nel diavolo, nella fattispecie provvisto di due nomi e un cognome: Diego Armando Maradona. Con lui a ricamare invenzioni e con la velocità dell’imprendibile Caniggia, quello «vero», la Selección si rintana col baricentro ben arretrato salvo poi fiondare in avanti l’ossigenato attaccante innescato dai lampi di classe che il “Pibe de oro” elargisce, ahilui e ahinoi, ormai quasi da fermo. Con un piede gonfio così ma con ancora intatta la capacità di «vedere» gli spazi come nessuno, il numero 10 argentino «nasconde» il pallone per poi, al momento opportuno, lanciare in profondità il compagno, esattamente come faceva quattro anni addietro con Burruchaga. Allora l’Argentina aveva infilato così in finale la Germania Ovest, che le aveva offerto il fianco per la stilettata del 2-3 conclusivo; e sempre a Italia ’90, c’era cascato, nei quarti, il più brutto Brasile di ogni epoca, quello blasfemamente «imbastardito» dall’introduzione del libero fisso attuata dal Ct Lazaroni. Sì, lo stesso visto poi a far danni a Firenze e a Bari.
Della semifinale contro gli azzurri, e in particolare del «povero» Vicini prima osannato e poi crocifisso da critica e tifosi anche al di là degli oggettivi meriti e demeriti, si è detto tutto e forse troppo quindi non è il caso di stuzzicare vecchie ferite mai rimarginate.
La lunga premessa per ricordare come la vittoria tedesca appaia, alla vigilia dell’ultima recita all’Olimpico, talmente scontata da far presagire una pericolosa aria di ribaltone. Ma qualcuno, qualcuno molto in alto, si sarebbe ben cautelato.

La partita
Il primo episodio da segnalare precede il fischio d’inizio, riguarda il pubblico (in prevalenza italiano) ed è assai poco edificante. All’esecuzione dell’inno nazionale argentino, dagli spalti piove una selva di fischi che non ha eguali in tutta la storia del calcio. La selezione guidata dall’esperto Carlos Bilardo paga sì l’eliminazione inflitta all’Italia ma anche e soprattutto il fatto di schierare lui, Maradona, artefice primo della polemica sapientemente scatenata alla vigilia della semifinale giocata proprio a «casa sua», al San Paolo di Napoli, gara che aveva letteralmente spaccato in due il popolo partenopeo: «l’Italia è la Patria», si diceva a Mergellina e dintorni, «ma Maradona è ’u piezz’e core». E se quella fetta di cuore è anche «mej’e Pelé», allora son dolori. Come non bastasse, Dieguito, dopo la rissa nel ritiro argentino in quel di Trigoria, non aveva risparmiato i suoi strali neanche alla Roma padrona di casa in quella che era solo un’altra delle sue uscite create ad arte per procacciarsi anche il più piccolo dei vantaggi psicologici. L’Argentina, priva di tanti squalificati (Batista, Giusti, Olarticoechea e, in primo luogo, della freccia bionda Caniggia, sostituito da Dezotti), si stringe attorno al suo capitano e leader tutt’altro che silenzioso. Il labiale («Hijos de puta!») di Diego in lacrime non ha bisogno di traduzione e rimane l’autentica icona del Mondiale 1990, assieme agli occhi spiritati e imploranti di Schillaci e (sic) lo sputo dell’olandese Frank Rijkaard in faccia al «razzista» Völler negli ottavi. «È stato il più grande dolore che ho provato nella mia carriera di calciatore. Non potrò mai dimenticare la mancanza di rispetto degli italiani nei confronti dell’Argentina. L’inno nazionale è una cosa sacra, e chi lo fischia non merita che disprezzo», dirà alla stampa giustamente ferito Maradona. E il caso avrà anche ripercussioni politiche tanto da sfiorare l’incidente diplomatico tra due Paesi da sempre vicini eppure mai così lontani.
La gara è così brutta e piatta che in pratica comincia nel secondo tempo. Nei primi 45’, a parte una punizione di Maradona dal limite, susseguente ad un fallo di Buchwald su Basualdo e finita alta sopra la traversa al 39’, non un’azione, non una trama degna di tal nome. Solo tanta paura (di scoprirsi) e qualche calcione. E immaginatevi l’allegria di chi, per assistere al Grande Evento, ha buttato via centinaia e centinaia di biglietti da mille delle vecchie lirette. Poi, nel secondo tempo, ecco accendersi la speranza. È il 2’ quando Littbarski conclude a lato sfiorando il palo sinistro della porta difesa da Goycoechea; e il 13’ quando Augenthaler, libero con licenza di uccidere in attacco, va per le terre in area di rigore argentina. Sembra fallo ma l’arbitro lascia correre. Pia illusione: sta infatti per cominciare l’assurda recita del direttore di gara.
Al 15’ è ancora protagonista Goycoechea che devia un tiro di Brehme, in assoluto il migliore in campo. La Germania attacca e lo fa nell’unico modo, incolore e monocorde, che conosce e qualcosina azzarda ma è pur sempre un rischio calcolato. Per due volte la difesa teutonica, rimasta scoperta, se la fa addosso: al 33’ Calderón (subentrato dopo neanche dieci minuti della ripresa ad un irriconoscibile Burruchaga) viene steso da Matthäus, poi è Basualdo a cadere in area tedesca. Quelle incursioni di due onesti incontristi sporadicamente inseritisi dalle retrovie saranno le uniche sortite offensive dei biancocelesti, ormai rassegnati a sperare nei rigori. Ma per l’arbitro, in entrambe le circostanze, non succede nulla. Gli argentini lì capiscono, se non lo avevano fatto prima, che la gara è già decisa, se non nel risultato, di sicuro nell’esito. E si innervosiscono di brutto.
Qualcosa accade invece al 65’ quando Codésal espelle il mastino Monzón – omen nomen dicevano i Romani, traduzione libera: un nome, un destino –, entrato al posto di Ruggeri all’inizio del secondo tempo e reo di aver brutalizzato Klinsmann almeno un paio di volte in appena venti minuti. I princìpi di rissa non si contano più e se questo è il cosiddetto calcio moderno, no grazie: vogliamo scendere.
Ma ancora non siamo all’apoteosi, che arriva, puntuale come una cambiale, sotto forma di un doppio regalo coi fiocchi. Anzi, con un bel doppio «pacco». Il primo gli argentini devono scartarlo quando l’ineffabile messicano nega loro un evidente penalty per un fallo commesso su Dezotti, il secondo è addirittura tanto clamoroso quanto irreparabile: Codésal punisce un’entrata goffa, ingenua finché si vuole ma non fallosa del numero 17 Serrizuela su Völler che, più furbo di un italiano, va a cercare il contatto per poi lasciarsi cadere con un tuffo degno del miglior Di Biasi. È fatta. Codésal non aspettava altro e figuriamoci se si lascia scappare l’occasione. Al posto di cuor di leone Matthäus, che non se la sente «per via degli scarpini nuovi», sul dischetto va il glaciale Brehme, che non sbaglia: destro secco e angolatissimo del prototipo del perfetto ambidestrismo pedatorio e tedeschi virtualmente Weltmeister, campioni del mondo. Goycoechea, il portiere della Selección che in semifinale, ai rigori, aveva stregato Donadoni e Serena, intuisce e si tuffa sulla destra ma non riesce a ripetere il miracolo. A cinque minuti dal novantesimo e quindi dal miraggio supplementari-rigori, il sogno argentino di diventare tricampeón svanisce miseramente. La Germania merita di diventare campione, non di diventarlo così. E meno di tutti lo merita Beckenbauer: lui che dell’eleganza e dello stile applicati al calcio ha sempre fatto quasi una ragione di vita e che bissa da tecnico il titolo ottenuto da capitano a Monaco nel 1974.
Prima del triplice fischio, Codésal fa in tempo ad infierire espellendo all’87’ Dezotti che strappa la palla dalle mani di Kohler che sta perdendo tempo. È davvero tutto in una partita che non ha dato niente. Al calcio, al pubblico e ai suoi diretti protagonisti. Anzi, forse proprio a loro ha tolto qualcosa. Agli amanti del bel gioco poi, ha tolto anche l’ultimo dubbio sulla sensazione che si è ormai giunti al punto di non ritorno. Ma mai parlare troppo presto: all’orizzonte si profila il fin troppo soleggiato Mondiale americano. Dalla padella alla fornace.
Amara nota a margine: qualche mese dopo Codésal sarà radiato dalla Federcalcio messicana. Per cosa? Indovinello facile facile: inizia per c e finisce per …orruzione. Chiaro il concetto?

La tattica
Poche le differenze rispetto a quanto visto quattro anni prima a Città del Messico. La Germania è sicuramente cresciuta, sul piano della personalità dei suoi tanti campioni sparsi all’estero, prima ancora che su quello squisitamente tattico. Nel ’90, tanto per dire, sarebbe semplicemente improponibile il sacrificio di Matthäus in marcatura su Maradona. Lothar è la star assoluta e tutta la squadra fa perno su di lui. Beckenbauer gli consegna le chiavi dell’attacco e lui lo ripaga con prestazioni-monstre. Degnissimi scudieri, i fluidificanti Berthold e Brehme (grandissimo), Augenthaler, Kohler e Buchwald che compongono l’impenetrabile cerniera centrale, i lucidi Littbarski e Hässler al suo fianco a centrocampo e i sempre pericolosi Völler e Klinsmann in avanti. Dritti all’obiettivo e senza tanti fronzoli, questo, in estrema sintesi, il credo tattico di Beckenbauer, più che sufficiente in un panorama di desolante mediocrità generale.
Per l’Argentina il discorso è ancora più breve. La compagine allestita da Bilardo è più che mai Maradona-dipendente, ovvio, peccato solo che Diego non sia più quello dell’Azteca. Aggrappata al suo fuoriclasse, la Selección punta a proteggere la difesa, il miglior reparto della squadra, con una batteria di faticatori che ha il compito di dar la palla prima possibile al proprio numero dieci, dal quale ci si aspettano invenzioni per l’unica punta (il solo Caniggia per quasi tutto il torneo, Dezotti in finale) o per se stesso. Per il resto tanta noia e botte. Chi si accontenta...
CHRISTIAN GIORDANO

Il tabellino
8 luglio 1990, Roma (stadio Olimpico)
Germania Ovest-Argentina 1-0 (0-0)
Germania Ovest: Illgner; Berthold (Reuter dal 73’), Brehme; Augenthaler, Kohler, Buchwald; Littbarski, Hässler, Völler, Matthäus, Klinsmann. Ct: Franz Beckenbauer.
Argentina: Goycoechea; Sensini, Lorenzo; Serrizuela, Ruggeri (Monzón dal 46’), Simón; Burruchaga (Calderón dal 53’), Troglio, Dezotti, Maradona, Basualdo. Ct: Carlos Bilardo.
Arbitro: Edgardo Codésal (Messico)
Marcatore: 84’ Brehme (A) su rigore
Espulsi: 65’ Monzón (A), 87’ Dezotti (A)
Spettatori: 73.603

Città del Messico 1986: Il Campionissimo


Messico 1986: Argentina-Germania Ovest 3-2

Settembre 1985, a Città del Messico la terra trema. Dall’altra parte dell’Atlantico, a Ginevra, la Fifa fa altrettanto. Nel Paese centroamericano, in meno di tre minuti, crollano per il terremoto un migliaio di edifici. La cosa strana è che quelli più antichi resistono, quelli più nuovi, invece, vanno giù come privi delle fondamenta. La spiegazione dell’inspiegabile sta nel fatto che le fondamenta c’erano sì ma solo nei progetti. La speculazione edilizia, la corruzione diffusa in ogni settore avevano colpito ancora, e duro. Le prime statistiche ufficiali parlano di cinquemila morti; poi le fonti governative cessano gli aggiornamenti, tanto per non sollevare pericolosi polveroni sulla marea di macerie.
Preoccupatissimo, intanto, il massimo organismo calcistico internazionale. L’organizzazione del Mondiale, in programma pochi mesi dopo, è in serio pericolo. Per la Fifa, una seconda rinuncia, dopo quella colombiana dovuta a un’identica catastrofe, sarebbe un bel guaio. Ognuno, si sa, ha i suoi problemi. Ma i Mondiali sono i Mondiali e con gli enormi interessi in gioco non si scherza: l’orgoglio locale, unito ad un’ammirevole gara di solidarietà del resto del mondo e alle solite, ulteriori vessazioni fiscali sulle fasce sociali meno protette, fa sì che la manifestazione abbia luogo. Il Messico è la prima nazione ad ospitare per la seconda volta la kermesse iridata; e sono proprio gli stadi realizzati per l’edizione di sedici anni prima, miracolosamente resistiti al sisma, a rappresentare la carta vincente della sua candidatura. Non si sa come, ma si comincia.

«Un uomo solo al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è…». Fosse esistito anche per il calcio un Mario Ferretti – per eccellenza il cantore del ciclismo dell’epoca eroica –, per questa edizione dei Mondiali non avrebbe avuto dubbi: il Campionissimo del pallone, capace di vincere quasi da solo, era lui, Diego Armando Maradona.

La partita
Neanche il tempo di fischiare il via e Matthäus si attacca come un francobollo su una busta con su stampato il numero dieci di Maradona: lo seguirà anche in bagno. E per la Germania, anziché la salvezza, sarà la fine. Immolandosi alla causa Lothar, per quanto possibile, limiterà Diego, ma sparirà dalla partita. La classe e la velocità sono quelle del Matthäus che avremmo imparato a conoscere nel campionato italiano, la personalità ancora no. Per quella dovremo aspettare quattro lunghi anni e la cura-Trap.
Primo brivido al 5’. Batista, da solo di fronte a Schumacher, spreca tutto. Sull’altro versante Pumpido deve uscire un paio di volte per metterci una pezza. Poca roba. Al 16’ invece si fa sul serio: Briegel lubrifica i cingoli e va via con una progressione inarrestabile, Batista lo mette giù. Punizione dal limite. Gli argentini non rispettano la barriera e uno in particolare, capitan “Diegol”, mostra una lingua troppo lunga, almeno per il metro dell’arbitro brasiliano Arppi Filho, che non può esimersi dal zittirlo col «giallo». Sei minuti dopo altra punizione e altro cartellino, stavolta sulla destra dell’attacco «blanquiceleste»: Maradona viene «massaggiato» da Matthäus, che finisce lui pure nella lista dei cattivi. Sul punto di battuta si reca Burruchaga, che fa partire uno spiovente in area dove si avventura un allegro Schumacher munito di retino. Il portierone ammazza-Battiston esce a farfalle, ma il pallone non è un lepidottero e il buon Toni non lo afferra. Brown, che forse della natura ama altre manifestazioni, ne va ad incocciare la traiettoria colpendo col capoccione: 1-0, l’Argentina è in vantaggio. Sugli spalti, un solo coro: «Vamos Ar-gen-ti-na!».
Gli argentini per andare vanno, ma a cercare di frenarli c’è la veemente reazione tedesca. Maradona tenta di far trascorrere il tempo «nascondendo» la palla a colpi di magie, ma Matthaus lo bracca come un mastino e gli ringhia sul collo. Diego non sembra in giornata, viceversa Burruchaga pare disputare la partita della vita. È lui ad innescare l’altrimenti isolatissimo Valdano ed è lui, al 33’, dopo un tiro di Rummenigge finito alto, a servire di tacco Maradona. Schumacher per poco non la combina grossa, perché ribattendogli la conclusione fa sbattere il pallone proprio sul petto del “Pibe de oro” e per poco non ci scappa il patatrac.
Il finale di tempo scorre via senza particolari sussulti, anche se la Germania fa capire che non ci sta. Berthold e Briegel sono due inesauribili stantuffi ma la manovra teutonica si limita a pericolosi traversoni sui quali fa un figurone “el Cabezón” Ruggeri, lo stopperone veterano di mille battaglie. All’appello del forcing tedesco manca però la lucidità di Magath, sul quale si immola un Giusti animato dal sacro fuoco agonistico.
Secondo tempo. Dell’undici in maglia verde non fa parte l’ala sinistra Allofs, cancellato da Cuciuffo e rimpiazzato dal più prolifico Völler. Un cambio azzeccato e anche se apparentemente sulla scacchiera tattica non cambia nulla (un attaccante per un attaccante e marcature confermate, Ruggeri su Rummenigge e Cuciuffo sulla seconda punta), in campo la sostanza cambia eccome perché adesso la Germania schiera un centravanti di ruolo con in appoggio un fuoriclasse, pur acciaccato, come “Kalle”. Altra musica.
Terzo della ripresa, il nuovo entrato fa subito capire che «c’è». Brown s’impappina e Völler sta per approfittarne prima che lo stesso libero argentino, in disperato recupero, ci metta una pezza. Un minuto dopo, sul fronte opposto nuovo scambio Maradona-Burruchaga, “Burru” si ritrova quasi in porta ma Förster salva alla disperata.
Al 7’ si assiste ad una scena che la dice lunga sulle due scuole calcistiche che si sfidano all’Azteca. Maradona crede di essere un calciatore ma all’improvviso, come in un brutto incubo, scopre di essere affrontato da un decathleta: Briegel. L’ex veronese gli sradica il pallone dai piedi e se ne va portandosi via letteralmente due argentini. Il risultato dell’azione è solo un corner ma la dimostrazione di potenza fisica del «panzer» è roba da applausi. Nel rugby.
Al decimo tutti a scuola di contropiede, relatori Valdano ed Enrique. L’ala sinistra recupera palla all’angolo destro dell’area argentina e fila come un Eurostar lanciato in diagonale verso la parte opposta del campo. Nel convergere al centro appoggia a “el Negro” che, con un irresistibile cambio di passo, non ci pensa due volte a puntare verso la porta. Il motorino del River Plate scorge sul binario di sinistra l’Eurostar e gli restituisce il pallone. In piena coordinazione Valdano, con un movimento bellissimo, da manuale del calcio, ruota il piede destro e di piatto infila anticipando Schumacher: palla nell’angolo opposto e 2-0. La partita sembra chiusa. Ma fare i conti senza l’oste, soprattutto se tedesco, è cosa assai pericolosa.
Sulle panchine si gioca una partita nella partita. Beckenbauer tenta la carta della disperazione e cede alla tentazione in cui cade quasi ogni allenatore con l’acqua alla gola: inserire un’altra punta credendo che la pericolosità di un attacco sia direttamente proporzionale al numero di attaccanti schierati. Niente di più sbagliato, e Beckenbauer lo sa bene. Almeno quanto di non avere scelta. Al 61’ il Kaiser toglie uno spento Magath, al quale Giusti non ha concesso un attimo di respiro, e lo sostituisce con Dieter Hoeness. La mossa pare avere se non altro l’effetto di portafortuna. 71’: nei pressi della bandierina di destra del fronte offensivo argentino Valdano e Maradona s’intendono da par loro, Diego serve Enrique che a sua volta crossa al centro per Burruchaga. Il numero 7 biancoceleste si butta verso la porta ma si vede anticipato in extremis dal ritorno della difesa teutonica a Schumacher virtualmente battuto. Scatta a questo punto la più implacabile delle leggi del calcio: dal possibile 3-0 argentino si passa all’1-2. Due minuti dopo, dalla bandierina di destra Brehme batte un corner, Völler salta più in alto di tutti e di testa «spizzica» un pallone sul quale il più lesto è Rummenigge che in scivolata accorcia le distanze e riapre la partita. Nulla possono l’esterrefatto portiere Pumpido e i due argentini immobili sui pali. L’assalto tedesco comincia a dare i suoi frutti e adesso i carrarmati teutonici fanno davvero paura. Delle loro rimonte nei finali di gara è piena la storia del calcio, normale che a qualche argentino tremino le gambe. Per esempio a Pumpido, che otto minuti dopo pasticcia regalando agli avversari un calcio d’angolo. A battere il corner va di nuovo Brehme e qui si gira un classico del cinema tedesco: tre uomini schierati nei pressi della linea di porta, uno sul primo palo, uno sul secondo e uno sul portiere; appena battuto il corner i tre scattano verso il centro dell’area liberando gli spazi per l’inserimento dei saltatori «saliti» dalle retrovie. Difensori argentini in bambola e per Völler, che di testa è un maestro, è un giochino da ragazzi infilare a sinistra in anticipo, quasi inchinandosi, il vanamente proteso a destra Pumpido. 2-2, la rimonta è completata e lo spettro-supplementari sembra ormai prossimo a materializzarsi. Non sarà così.
39’: Maradona è bravissimo a far collassare su di sé mezza squadra tedesca, poi con un’intuizione delle sue «vede» un’autostrada laddove ogni comune mortale faticherebbe a scorgere una stradina di campagna e vi lancia il compare preferito, Burruchaga. El Burrito, il somarello, galoppa in piena solitudine nella vasta prateria e ormai dalle parti di Schumacher, mentre Briegel gli sferraglia dietro, gli ammolla un diagonale che lo lascia secco e con lui anche gli acciaccati resti delle Panzerdivisionen. Stavolta è davvero finita.
I tedeschi ci provano per dovere ma è Maradona, con un’azione personale e su punizione, a sfiorare due volte il gol nell’arco di un minuto (il 44’). Al fischio finale Maradona viene issato in trionfo mentre alza al cielo la Coppa che ha vinto quasi da solo. In quanto all’ozioso quesito se sia stato più forte lui o Pelé o Di Stéfano, be’, è come discettare sul sesso degli angeli.

La tattica
Parlare di tattiche, moduli e schemi con Maradona è, al contempo, croce e delizia di ogni allenatore. Per chi vede il bicchiere mezzo pieno, si parte già da 1-0: basta dargli la maglia, la fascia da capitano e il gioco è fatto. Per i maghetti della lavagna timorosi che la sua ingombrante figura li releghi in un cantuccio e gli faccia ombra, è un fuoriclasse ingestibile, bla-bla-bla. Seriamente: Bilardo, che a calcio ci ha giocato per davvero e ad alto livello, è ben conscio della pochezza tecnica del gruppo a sua disposizione e della fortuna di avere nella propria squadra un genio assoluto. Gli allenta le briglie, lo tira a lucido sul piano fisico e lo circonda con una batteria di picchiatori dotati di sette polmoni. In cambio ottiene il miglior Maradona di sempre, un fuoriclasse epocale capace di sfatare tutta una serie di triti luoghi comuni vecchi quanto il calcio, uno per tutti: un uomo solo non può vincere una partita. Balle.
Aspramente criticato da pubblico e media che non gli perdonano il passaggio dal bel gioco fluido e ordinato di Menotti ad un pragmatismo tipicamente europeo, Bilardo rispolvera la marcatura a uomo e imbottisce il centrocampo di cursori. In mediana, il «caudillo» Batista rinverdisce (con meno classe) la tradizionale figura del «volante», il centrale inteso alla sudamericana, tutto geometrie e temperamento. Rinunciando (giustamente) al fumoso Claudio Borghi, pallino di Berlusconi e incubo di Sacchi, e soprattutto al 32enne Ricardo Bochini (si pronuncia Bocìni), El Narigón, il nasone, celebra il trionfo della manovalanza. Tanto, là davanti, con la classe e gli intelligenti recuperi di Valdano e la velocità dell’astuto Burruchaga, il “Pibe de oro” risolve ogni problema e se serve, in prima persona. Nel corso del torneo, inoltre, prezioso è l’apporto della punta di riserva Pedro Pablo Pasculli, indimenticato bomberino leccese, che ha risolto il match con l’Uruguay negli ottavi.
Due-parole-due sugli sconfitti. In quanto a classe complessiva, è una Germania Occidentale forse non all’altezza delle finaliste tedesche del passato, con la probabile eccezione di quella del 1954. Ma è una buona squadra, solida come il marmo. La scelta di Beckenbauer di destinare Matthäus su Maradona può, in effetti, far sollevare più di un sopracciglio, ma non va dimenticato che il futuro nerazzurro, e il discorso vale anche per il compagno d’avventure Brehme, ancora non è il campione affermato capace di trascinare la squadra con la forza dei suoi scatti rabbiosi (in tutti i sensi) e soprattutto dei suoi gol. E fra le attenuanti generiche non vanno dimenticati i numerosi infortuni che hanno falcidiato la rosa del “Kaiser” per tutto il torneo, a cominciare dal grande Rummenigge, sempre sfortunatissimo al mondiale. Certo, col senno di poi insistere sull’acciaccato capitano e sull’inconcludente Allofs – la controfigura dell’agile punta esterna che faceva impazzire i tifosi del Colonia –, anziché far partire Völler dall’inizio, è sembrato ai più un tantino masochistico. Anche i grandi sbagliano e il «team-chef», figura appositamente inventata perché Beckenbauer all’epoca non ha nemmeno il patentino di allenatore, avrà modo di rifarsi. A Italia ’90.
Il resto del centrocampo, fallito l’esperimento Hansi Müller, poggia sul deludente Magath, ben lontano dagli standard di rendimento esibiti nella felice avventura nella Coppa dei Campioni del 1983, sulla copertura di Eder e sulle poderose progressioni di Briegel.
La difesa, rigorosamente a uomo e imperniata sul vecchio Karl-Heinz Förster, è il miglior reparto della squadra. Troppo poco, contro Diego.
CHRISTIAN GIORDANO

Il tabellino
29 giugno 1986, Città del Messico (Azteca)
Argentina-Germania Ovest 3-2 (1-0)
Argentina: Pumpido; Cuciuffo, Olarticoechea; Batista, Ruggeri, Brown; Burruchaga (Trobbiani dall’89’), Giusti, Enrique, Maradona, Valdano. Ct: Carlos Salvador Bilardo.
Germania Ovest: Schumacher; Berthold, Briegel; Eder, K.H. Förster, Jakobs, Brehme; Matthäus, Rummenigge, Magath (Hoeness dal 61’), Allofs (Völler dal 46’). Team-chef: Franz Beckenbauer.
Arbitro: Arppi Filho (Brasile)
Marcatori: 22’ Brown (A), 55’ Valdano (A), 73’ Rummenigge (GO), 81’ Völler (GO), 84’ Burruchaga (A).
Spettatori: 114.000 circa.

Madrid 1982: Un vittoria da Urlo

Spagna 1982: Italia-Germania Ovest 3-1

L'Urlo. C’è quello di Edvard Munch. Quello di Allen Ginsberg. E quello di Marco Tardelli
Con il suo Grido, un olio su cartone conservato al Munch-museet di Oslo, il maestro norvegese nel 1893 ha dato voce e colori al rantolo muto del Novecento. Una raggelante icona che incarna spietatamente la condizione esistenziale della modernità.

Nel 1956 una poesia, che esprimeva una disperata e impotente denuncia contro il materialismo, si abbatté come uragano nello stagnante conformismo della letteratura e, più in generale, della cultura americana: era Howl che Allen Ginsberg, il portavoce della Beat Generation degli anni 50, pubblicò di San Francisco con City Lights Books, casa editrice fondata e diretta da Lawrence Ferlinghetti. Il suo processo per oscenità (!) data invece 1957.

L’11 luglio 1982, il secondo gol, quello «della sicurezza» e la successiva esultanza tardelliana sono la rappresentazione di un sogno grande come il mondo già diventato realtà. E' più che un semplice un urlo liberatorio: è un grido di battaglia e di irrefrenabile gioia, di esaltazione agonistica. E' l’essenza stessa del calcio, il miglior spot che questo sport abbia mai fatto a se stesso.

Che dire che non sia già stato detto? Che non sappia già di televisto e rivisto mille volte, di sentito e strasentito, di trito e ritrito… Che dire di un sogno diventato realtà proprio quando più pareva impossibile? C’è poco da aggiungere se non ricordare dove ci trovavamo e con chi e cosa stavamo facendo in quei momenti, davvero indimenticabili, di vent’anni fa. Come-come-come? Sono già passati vent’anni? Impossibile, sembra ieri… Alzi la mano chi non l’ha pensato.

Neanche la mente più perversa e contorta del più celebrato romanziere avrebbe potuto partorire un’avventura come quella vissuta in terra spagnola dall’Italia campione del mondo 1982. Dalle tristi esibizioni della prima fase nella fresca Vigo al linciaggio morale avvenuto a mezzo stampa, scritta e urlata, alla riscossa contro i «mostri sacri» Argentina e, soprattutto, Brasile, alla «scontata» semifinale con la Polonia priva dello squalificato Boniek, all’apoteosi finale. E nonostante un rigore sbagliato. Un lungo viaggio che ha visto “Pablito” Rossi passare dalla (ver)gogna del calcio-scommesse alla fama mondiale, il primo, vero, sensato e irripetibile silenzio-stampa (l’espressione, oggi stra-abusata, nacque allora) e, a traguardo raggiunto, il più autentico sport nazionale: il salto sul carro del vincitore.

La partita
L’inizio è soft. Al 2’, triangolo Littbarski-Fischer-Littbarski al termine del quale l’ala destra del Colonia lascia partire un pallonetto facile preda di Zoff. La Germania, come tradizione, «fa» la partita ma l’Italia non va mai in affanno. Il primo vero brivido arriva dopo 7’ e non è dovuto ad un’azione di gioco bensì all’infortunio di Graziani. Subìto fallo da Bernd Forster, nel cadere “Ciccio” picchia la spalla destra, già acciaccata dalla semifinale con i polacchi, e si lussa la clavicola. Lo sfortunato attaccante deve uscire tra le lacrime. E il dolore, ci scommettiamo, è nulla in confronto al dispiacere di dover abbandonare il campo. Entra Altobelli. Cinicamente, per la serie: non tutto il male vien per nuocere. Sul piano tattico qualcosina cambia, anzi parecchio. Graziani, specialmente adesso che è nella seconda fase della sua carriera, è una punta capace di generosissimi ripiegamenti, mentre “Spillo” ha il gol nel sangue.

Registrate le prime «intemperanze verbali» (eufemismo, leggi: insulti) di “linguaccia” Stieleke all’indirizzo degli azzurri, a suo dire rei di numerosi falli, ecco la prima sortita offensiva italiana. È di chi non ti aspetti, il pivellino del gruppo: Giiuseppe Bergomi. Classe 1963, insospettabilmente mascherata da un paio di improbabili baffoni che gli danno un aspetto austero e una quindicina d’anni in più, lo “Zio” – soprannome affibbiatogli dal compagno di club Marini – approfitta della momentanea uscita a bordocampo di Breitner per spingersi in avanti. Mentre il maoista si fa massaggiare la gamba dopo la cura-Gentile, Beppe, con la più tipica delle sfrontatezze giovanili non si lascia pregare e sferra una «castagna» dalla distanza. La palla sibila alta oltre la traversa, ma è comunque un segnale. L’Italia «c’è». Eccome.

La prova lampante si ha al 24’. Altobelli effettua un lungo traversone per Conti, prontamente scattato sull’out destro. Il tornante azzurro è un furetto imprendibile sul quale il gigante Briegel, nell’occasione più goffo che cattivo, non può far altro che franare. Travolgendolo. Conti, sul vertice destro dell’area piccola si volta, fa per rialzarsi e quando, ancora in ginocchio, capisce che l’arbitro brasiliano Coelho sta indicando il dischetto, quasi ad avvalorarne la decisione, si «accorge» di essersi fatto male e si ributta a terra contorcendosi dal dolore. L’innocente accentuazione non intacca il giudizio su quello che, secondo l’autorevole osservatore Pelé, è stato il miglior giocatore del mondiale.

Alla battuta si presenta Cabrini, di solito una garanzia. Il Bell’Antonio, mancino, batte angolato, angolatissimo, perfino troppo. All’ultimo istante cambia la decisione iniziale e «incrocia» il tiro. La nuvoletta bianca che si alza in prossimità del dischetto fa capire che il terzino azzurro calciando «zappa», come si dice in gergo, sul terreno e la palla fa la barba al palo, ma dalla parte sbagliata: fuori! La nostra Repubblica, che un’antiquata Costituzione vuole fondata sul lavoro (peraltro introvabile) anziché sul più plausibile calcio, vacilla. Così come il suo Presidente Sandro Pertini, ancora non pericolosamente avvicinatosi alla balaustra della tribuna autorità. Schumacher, si tuffa dalla parte giusta, a sinistra, ma non dà la sensazione di arrivarci. Il portierone teutonico ci mette un po’ per capire che la grande paura è passata e la sua faccia assomiglia tanto a quella di un miracolato.

Passano sei minuti e l’Italia, ancora sotto choc per la scoppola, traballa ma non crolla: decisivo, nell’occasione, l’anticipo sotto porta del puntualissimo Collovati su Fischer. È l’ultima emozione del primo tempo. Negli spogliatoi lo stralunato Cabrini è in lacrime in un angolo dello spogliatoio. Bearzot gli grida: «Ma cosa piangi, non vedi che [i tedeschi] non stanno più in piedi?». Poi il Vecio si gira verso gli altri e con lo stesso tono ringhia: «Perché, voi non ve ne siete accorti? Adesso rientriamo in campo e sistemiamo la faccenda».

La ripresa comincia con gli stessi effettivi. Gentile e Bergomi, alle prese con infortuni di più o meno lieve entità, stringono i denti. Al 47’ c’è un calcio franco per la Germania Ovest per uno sgambetto di Scirea su Kaltz al limite dell’area. L’attento Zoff blocca con sicurezza in presa alta. Tempo nove minuti e «la faccenda», come la chiama il Ct dalla faccia pulita come la sua coscienza, è bella che sistemata. Trequarti di destra dell’attacco azzurro, Rummenigge commette fallo su Oriali. Tardelli tocca per Gentile il cui cross a mezza altezza disegna una strana parabola stranamente arcuata sulla quale si fionda una miriade di uomini. Dopo il velo-non velo di Altobelli – rimarrà eterno il dubbio se sia più lui ad aprire volutamente le gambe per far filtrare il pallone o se sia questo a passarci in mezzo –, il più lesto di tutti è, ancora una volta, la sesta del torneo, Rossi. Pablito dà una spinta al compagno Cabrini e tocca con il ciuffo la palla quel poco che basta per spingerla in rete. Schumacher, Briegel e Karl-Heinz Förster, folgorati, giacciono a terra come svuotati. Stielike, che novità, ce l’ha col mondo. Il Bernabéu impazzisce. Pertini si avvicina pericolosamente alla balaustra della tribuna autorità, e la Repubblica di cui sopra, unita almeno davanti ai televisori, conferma la sensazione di non essere fondata (solo) sul lavoro.

Al 61’, Il Ct tedesco Derwall corre ai ripari inserendo l’armadio a quattro ante Hrubesch (1,88 per 88 kg) al posto del centrocampista Dremmler. La mossa sa un tantino di scontato ma questo passa il convento teutonico. Sei minuti dopo il suo ingresso in campo, il panzer dell’Amburgo si rende per due volte pericoloso. La prima di testa, ma è bravo Zoff ad intercettare. La seconda, su cross di Briegel, con uno strano «sandwich» (assieme a Fischer) sul portierone azzurro.

Al 69’ ecco l’apoteosi. Contropiede manovrato degli azzurri in prossimità degli ultimi sedici metri: Conti per Rossi e da questi a Scirea, che in area allarga sulla destra e di tacco tocca indietro per Bergomi. Lo Zio, non sapendo cosa farsene del pallone glielo restituisce. Il libero prende tempo, indietreggia di qualche passetto poi scorge e serve Tardelli. “Schizzo”, in posizione centrale, sembra quasi controllare male il pallone che ballonzola un po’ sulla sinistra. Di controbalzo, in mezza girata, il Marco nazionale sgancia un siluro che si infila alla sinistra di Schumacher. 2-0.

Quel che ne segue, mentre l’intera «panchina» italiana si riversa in campo a festeggiare a stento trattenuta dalla polizia spagnola, è già leggenda. E non saremo certo noi a «sporcarne» il ricordo descrivendola. Quelle immagini faranno il giro del mondo, le rivedremo migliaia di volte eppure non ci stuferanno mai. Anzi. Il groppone alla gola che ne segue è una delle migliori medicine contro i tanti mali della banale quotidianità. Lo spirito si eleva, gli occhi si inumidiscono, le donne strillano. Per tutto questo e molto di più, grazie Marco Tardelli. Perfino oggi che quelle immagini vengono «oltraggiosamente» sfruttate per far «kalare» addomi maschili deformati dal troppo benessere e dalla vita sedentaria. Il suo volto non è più quello scavato di quando giocava, la sua carriera di allenatore ha avuto alti (Under 21) e bassi (Inter) ma quanto ha fatto il più universale dei centrocampisti del dopoguerra (secondo solo a Neeskens nel nostro personalissimo cartellino) merita infinito rispetto. E ammirazione.

Undici minuti dopo, la partita si «chiude». Ennesimo contropiede italiano – le ripartenze, vivaddio, sono ancora ben di là da venire: Conti scappa via a Stielike sulla destra, galoppa criniera al vento e palla al piede poi mette in mezzo per Altobelli. Con la freddezza che lo ha sempre contraddistinto nell’area di rigore e dintorni ma che le coronarie del nostro popolo non sono, in quei frangenti, pronte a sopportare, “Spillo” trova il tempo di stoppare, «allargarsi» sulla sinistra per scartare Schumacher e segnare a porta vuota. La rete, oltre che fondamentale per stroncare sul nascere ogni velleità di rimonta tedesca, è di rara bellezza. Ma nessuno lì per lì se ne accorge. Forse nemmeno l’autore che esulta quasi a fatica, con i pugni levati al cielo ma con sul viso un sorriso tirato e un’espressione quasi inebetita mista di fatica, di gioia, di incredulità. Per festeggiare il 3-0 i ragazzi di Bearzot si scatenano. La piramide formata da Oriali, Cabrini e, in testa, Gentile è una delle foto storiche di quei momenti.

A questo punto, come potrete facilmente immaginare, Pertini sta quasi per cadere dalla tribuna autorità al grido di «non ci prendono più, adesso non ci prendono più…», concetto espresso con il tipico linguaggio gestuale che è un marchio di fabbrica tutto italiano: il dito indice oscillato come per dire che no, non c’è più niente da fare è l’ennesima icona di un mondiale già entrato nella storia. L’abbraccio reale di Juan Carlos è solo la ciliegina sulla torta: a livello diplomatico è lui, l’86enne Sandropertini, il nostro Paolorossi.

Al 38’ c’è un sussulto piccolo piccolo che ci spaventa il giusto, tanta è la superiorità mostrata fino a quel momento dalla squadra italiana. Sulla sinistra c’è una punizione di Müller, entrato al 69’ al posto di un impresentabile Rummenigge troppo rotto per essere vero. La palla, ciccata da Cabrini di testa e respinta corta da Gentile finisce sui piedi di Breitner poco dentro l’area. L’ultimo tedesco ad arrendersi spara una gran botta a pelo d’erba che s’infila alle spalle di Zoff. L’onore dei bianchi di Germania è salvo ed è significativo che il gol della bandiera sia stato segnato da uno dei senatori di quella Nazionale, lo stesso uomo che otto anni prima, nella finale di Monaco, era stato il migliore in campo. Per l’«eterno» Breitner, il migliore dei passi d’addio.

C’è ancora da soffrire, se non altro ricordando cosa erano stati capaci di fare i tedeschi contro la Francia in semifinale. Sotto 3-1 (aiuto…) nel secondo tempo supplementare, avevano pareggiato al 107’ per poi spuntarla ai rigori. A proposito di penalty, al 42’ Littbarski va giù in area ma l’arbitro non abbocca. Il sospirone di sollievo che si alza dallo Stivale provoca strane perturbazioni fin sulla Penisola iberica. Ormai è andata, e quando Coelho fischia la fine interrompendo su Causio la catena di passaggetti nata da Scirea e proseguita con Bergomi, l’Italia intera è già in piazza a fare caroselli con le auto e a tuffarsi nelle fontane. E Nando Martellini si regala il «passe» per la leggenda con il suo immortale «Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!». Per chi, come noi, ha scelto di fare (anche) il suo mestiere non può esistere invidia e gratitudine maggiore.

Le scene che seguono rimarranno nella mente di tutti gli italiani. Quella di Zoff a braccia alzate che solleva la Coppa ispireranno il maestro Guttuso per un’opera storica che finirà anche sui francobolli. La gioia irrefrenabile di Gentile contagia l’intera tribuna d’onore. Il ritorno della comitiva azzurra a bordo dell’aereo presidenziale con annessa partita a scopone fra Pertini, Bearzot, Zoff e Causio. Ciascuno di noi ne ha una preferita, personalmente andiamo con quella del “Vecio” Bearzot sollevato di peso e issato in trionfo da tutto il gruppo azzurro, compresi quelli che non hanno giocato mai. Saremo inguaribili buonisti, retorici e quant’altro ma a noi pare tutto sincero. Accadesse oggi, tra Borsa, diritti tv e plusvalenze, non ci scommetteremmo un euro, ma nell’82 si poteva ancora sognare e le due lirette due che avevamo le avremmo puntate ad occhi chiusi. Grazie ragazzi. Grazie.

La tattica
Consentiteci di spendere subito un elogio allo sfortunatissimo Antognoni. Protagonista di un gran mondiale, il «putto» fiorentino ha la sventura di farsi male proprio sul più bello, quando è ora di passare alla cassa dopo aver ingurgitato i peggiori veleni. Contro la Polonia, si procura un taglio profondo ad un piede che non gli consente di giocare nemmeno con uno scarpino modificato. Se non è jella questa… Ma con la «bandiera» viola la sorte doveva godere di un credito illimitato, visti i pedaggi passati (lo scontro con il portiere genoano Martina dell’81) e futuri (la frattura alla gamba dell’84) che gli ha imposto.

Ma il bell’“Antogno” non c’è e il Ct azzurro deve fare di necessità virtù. La genialata è in agguato. Bearzot, anziché cautelarsi con un centrocampista di quantità come Marini da affiancare ai combattenti Oriali e Tardelli, conferma Bergomi, il giovanotto di bellissime speranze che aveva debuttato contro il Brasile e rimpiazzato lo squalificato Gentile nella semifinale contro i polacchi. Dossena, sostituto naturale di Antognoni ma troppo giovane per accollarsi una tale responsabilità, rimane quindi in panchina e il regista di fatto diventa il tornante Conti. Dall’altra parte, il fluidificante di sinistra Cabrini è sgravato di qualche compito difensivo e può scorrazzare liberamente sulla sua corsia di competenza. In questo modo, sulle fasce laterali l’Italia ha due «pendoli» di altissimo livello per tecnica e dinamicità. 

La strategia degli azzurri è semplice: in porta «monumento» Zoff, e ogni commento è superfluo; in difesa, ai lati il rude Gentile e Cabrini, al centro due stopper, Collovati e Bergomi, bravi di testa e sull’uomo (il primo su Fischer, il secondo su Rummenigge), protetti alle spalle da un libero come Scirea (nato centrocampista), impeccabile in appoggio e capace di «salire» palla al piede; della linea mediana s’è detto e là davanti, due punte vere, il rapinatore Rossi e il faticatore Graziani, la cui copertura supplisce all’intelligenza tattica persa con Bettega, gravemente infortunatosi contro l’Anderlecht in Coppa dei Campioni. Francesco però si fa male dopo appena sei minuti e al suo posto gioca Altobelli: scusate se è poco. Come dite, vi puzza un po’ di 5-3-2? Ebbene sì, il Vecio lo davano per bollito ma «giocava» dieci anni avanti ai suoi tempi. Però non ditelo a certi professorini usciti da Coverciano che sennò si offendono. Sapete com’è, il calcio, il 5-3-2, la «zona» e chissà cos’altro, credono di averli inventati loro.

Come gioco, la squadra campione del mondo a Madrid si mantiene un filo sotto alla splendida Italia vista in Argentina quattro anni prima. Marca sempre a uomo in difesa e a zona a centrocampo (da qui il neologismo «zona mista») ma è più dura, più «cattiva», più esperta, e forse meglio preparata sul piano fisico. Nata e cresciuta in un mare di polemiche – fa scandalo l’assurda contestazione a Bearzot «reo», tra le altre cose, di non aver mai convocato l’interista Beccalossi –, nella prima fase la squadra fa una fatica immane. Poi esplode. E lo fa in faccia alla critica, a quella più assennata e onesta che davanti a certi «spettacoli» non poteva tacere ma soprattutto a quella più becera, che nei giorni di Vigo seppe dare il «meglio» di sé ricorrendo ad allusioni che meritano solo il dimenticatoio.

La Germania, poverina, è alla frutta e ha già fatto tanto ad arrivare sin lì. Dilaniata da polemiche interne che sfociano in campo in vistose litigate – il libero Stielike spende più energie a blaterare che a giocare –, la rosa che il Ct Derwall si trova a gestire ha il suo miglior petalo, Rummenigge, gravemente menomato da noie muscolari e non sembra più lui. Eppure fra i campioni d’Europa in carica figurano nomi di tutto rispetto. In porta c’è il «matto» Schumacher che nelle giornate di grazia sa fare cose egregie. In difesa, due possenti cursori esterni come Kaltz e Briegel che assicurano spinta e traversoni, mentre al centro i fratelli Bernd e (soprattutto) Karl-Heinz Förster rendono dura la vita a qualsiasi attaccante. Si pensi che in tutto il torneo solo Rossi è riuscito a segnargli. A centrocampo, dove spesso si aggiunge per cucire la manovra il libero Stielike, si integrano la lucidità di Breitner, i «polmoni» di Dremmler e, sulla destra, un frugoletto dalle gambe a «x» tecnico e sgusciante come Littbarski. Di punta, un centravanti d’area abile in acrobazia come Fischer e, guai fisici a parte, la classe di Rummenigge. Alla bisogna, dalla panchina sono pronti la «torre» Hrubesch, grezzo stilisticamente ma dalla stazza di una petroliera, e l’elegante Hansi Müller la cui «fragilità muscolare», specie se assommata allo scarso feeling con il «senatore» Breitner, lo rende inadatto a certi palcoscenici.
Una formazione, quella tedesca, dura a morire. Ma contro quell’Italia, quell’Undici luglio, c’era poco da fare. Per chiunque.
CHRISTIAN GIORDANO

Il tabellino
11 luglio 1982, Madrid (Santiago Bernabéu)
Italia-Germania Ovest 3-1 (0-0)
Italia: Zoff; Gentile, Cabrini; Bergomi, Collovati, Scirea; Conti, Tardelli, Rossi, Oriali, Graziani (Altobelli dall’8’, Causio dall’89’). Ct: Enzo Bearzot.
Germania Ovest: Schumacher; Kaltz, Briegel; Stielike, K.H. Förster, B. Förster; Littbarski, Dremmler (Hrubesch dal 61’), Fischer, Rummenigge (H. Müller dal 69’). Ct: Jupp Derwall.
Arbitro: Antonio Coelho (Brasile)
Marcatori: 57’ Rossi (I), 68’ Tardelli (I), 81’ Altobelli (I), 83’ Breitner (GO).
Spettatori: 90.000 circa.