martedì, aprile 28, 2009

Il settebrutto di Wenger

In tredici anni di Arsenal, Arsène Wenger non sempre è stato infallibile. Ecco sette flop offensivi, più che perdonabili per uno che in attacco ha stravinto le scommesse Bergkamp e Henry, Adebayor e van Persie, Eduardo e persino Bendtner. E che su Ibrahimovic era arrivato prima dell'Ajax.

Fabián Caballero - Argentino di Misiones, classe 1978, "Tyson" arriva ad Highbury nell'ottobre 1998 in prestito dal Cerro Porteno. Tre subentri (uno in campionato) poi torna in Paraguay e gira il mondo. Oggi è al Panachaiki, terza serie greca.

Kaba Diawara - Franco-guineano di Tolone (1975), ai Gunners dal gennaio al giungo 1999: 12 presenze senza gol. Poi i ritorni in Francia (due volte) e in Premier League, i passaggi in Spagna (II divisione), Qatar, Turchia e Corsica. Sverna a Cipro, all'Alki Larnaca.

Cristopher Wreh - Liberiano di Monrovia (1975) come l'illustre cugino George Weah, tra il 1997 e il 2000 segna gol decisivi in FA Cup ma mai da titolare. Gioca in Francia, Grecia, Olanda, Arabia Saudita, Scozia e Iran. Ora, è in Indonesia (al Perseman Manokwari). In nazionale, 11 reti in 36 presenze.

Francis Jeffers - "Fox in the box", la colpe d'area, per il fiuto mostrato nel vivaio dell'Everton: 18 gol in 48 gare. nell'Arsenal ne segna 4 in 22 spezzoni dal 2001 al 2004. Nato a Liverpool nel 1981, torna ai Blues e gira il Regno. Ultima fermata, Sheffield Wednesday. Nell'Inghilterra un cap, un gol. One shot, one kill.

Quincy Owusu-Abeye - Testa calda doc, il ghanese di Amsterdam (1986), cresciuto nell'Ajax, resta ai Gunners dal 2002 al 2006. Lo Spartak Mosca lo parcheggia ovunque (Celta Vigo, Birmingham City, Cardiff City) senza riportarlo all'ovile. A 23 anni, altrove, si potrebbe recuperare.

José Antonio Reyes (a destra nella foto con Wenger) - Fanfare all'arrivo nel gennaio 2004, indifferenza all'addio per la Perla di Utrera (1983), mai ambientatasi in campo e fuori. Toppa anche all'Atlético Madrid. A 25 anni cerca il rilancio nel Benfica.

Julio Baptista - A Londra nel 2006-2007, in prestito dal Real Madrid nell'affare-Reyes. Il climax la quaterna nel 6-3 al Liverpool, quarti di finale di Coppa di Lega. Dopo 10 gol in 35 presenze, il rientro alla base e la Roma. Fisico bestiale, ruolo indefinito. A 28 anni, non un bel segnale.

CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n. 17, 28 aprile 2009

Dalla Russia per pallone

Andrei Arshavin, dallo Zenit San Pietroburgo all’Arsenal per 12 milioni di sterline, è l’ultimo erede di una mini dinastia di giocatori russi andati a regnare (si fa per dire) nel calcio britannico.

Il primo fu Sergei Baltacha. Ucraino di Mariupol (1958), si è sempre considerato russo. Ex difensore di Dynamo Kyiv, nazionale sovietico (47 presenze), arrivò all’Ipswich Town nel 1988. Dopo tre anni in Scozia nel St Johnstone (1990-93), fu giocatore-allenatore dell’Inverness. Oggi insegna educazione fisica al Bacons’ College nel sud-est di Londra. Anche i figli sono “arrivati”: Sergei Jr h giocato nel St Mirren ed è stato capitano dell’Under 21 scozzese. Elena, tennista, è la numero 2 del ranking femminile inglese.

Andrei Kanchelskis (nella foto), ucraino di Kirovograd (1969), ex Dynamo Kyiv e Shakhtar Donetsk, arrivò al Manchester United nel 1991. Ala tecnica e imprendibile, ma anche testa matta, vinse da protagonista la neonata Premier League. Poi il rapido declino con Everton (1995), Fiorentina (1996) e Rangers (1998). Nazionale di Urss, Csi e Russia, rientrò in Inghilterra (nel 2001 in prestito al Man City, nel 2002 al Southampton) e, dopo un anno in Arabia Saudita all’Al-Hilal, in Russia (nel 2004 al Saturn Mosca, nel 2006 al Krylia Sovetov). Si è ritirato il 2 febbraio 2007.

Oleg Salenko (Leningrado, 1969). Ex Zenit Leningrado, Dynamo Kyiv e Valencia, firma coi Rangers subito dopo Usa 94, mondiale di cui fu top scorer con Hristo Stoitchkov (6 gol). Al Camerun rifilò una cinquina, ma all’Ibrox Park ballò una stagione, prima di riparare in Turchia (Istanbulspor), Argentina (Córdoba) e Polonia (Pogon Stettino).

Dmitri Kharine (Mosca, 1968). Nella capitale difende la porta di Torpedo, Dynamo e CSKA. Sette anni al Chelsea (1992-99), poi tre al Celtic (1999-2002) prima di chiudere all’Hornchurch, club di non-League di Londra est. Ex nazionale con URSS, CSI, Russia, oggi allena i portieri del Luton Town in League Two.

Sergei Yuran (Luhansk, 1969). Ex attaccante di Dynamo Kyiv, Benfica, Porto e Spartak Mosca, sbarca al Millwall in 1996. Un gol coi Lions, poi un’onesta carriera in Germania (Fortuna Düsseldorf e Bochum), in patria (Spartak Mosca) e Austria (Sturm Graz).
A Londra ebbe come compagno il difensore/mediano Vasili Kulkov (Mosca, 1966). Ex Benfica e Porto, 6 presenze in prestito dallo Spartak Mosca, poi il rientro alla casa madre.

Il centrocampista Alexei Smertin (1975) arrivò al Chelsea col patron Roman Abramovich, suo connazionale, nel 2003. A Stamford Bridge non sfondò mai, ma ebbe una discreta parentesi al Portsmouth. Poi ha difeso i colori di Charlton e Fulham prima di essere lasciato libero dai Cottagers durante la stagione 2008-2009.

Il Roman Pavlyuchenko (1981) stella della Russia rivelazione di Euro 2008 al Tottenham non si è mai visto. Al White Hart Lane cercavano nel centravanti ex Spartak Mosca l'erede di Robbie Keane e Dimitar Berbatov. Per ora lo aspettano in panchina.

CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n. 17, 28 aprile 2009

Blaugrana vs Blues: convergenze parallele


La qualità del Barcellona contro la solidità del Chelsea? Troppo facile. La prima semifinale di Champions League è molto di più.
È la luce delle stelle - Messi, Eto'o, Henry: 87 gol sui 136 segnati dai blaugrana in 51 gare ufficiali - contro la forza fisica dei Blues, che inseguono la seconda finale consecutiva dopo lo scivolone di Mosca.
È Guardiola contro Hiddink: il giovane esteta del nuovo calcio e il santone che ha vinto in tre continenti.
È una sfida tra moduli simili solo sulla carta: il 4-3-3 catalano è votato allo spettacolo, ma dietro quel tridente da sogno pulsa un centrocampo che in Europa non ha eguali: Xavi, Yaya Touré e Iniesta, il prototipo del calciatore completo. L'erede del "Paradigma Guardiola" che aveva fatto di Pep l'allenatore in campo del Dream Team di Cruijff. Senza Iniesta il Barça ha attraversato l'unica crisi della stagione, perdendo in campionato 8 dei 12 punti di vantaggio sul Real Madrid.
È un confronto fra filosofie: la fede degli oltre 163 mila soci e il capriccio di un magnate innamoratosi del club da un elicottero. Un simbolo della Catalogna - dove il Barca è "més que un clùb", più che una squadra - contro il più costoso dei giocattoli.
È una cattedrale del calcio, il Camp Nou che nel 2012 passerà da 98.000 a 116.000 posti, contro lo Stamford Bridge, il salottino da 42 mila "intimi" della Londra più glamour.
Ecco perché Barcellona-Chelsea è una finale anticipata. Vederle in quella vera, il 27 maggio a Roma, sarebbe stato troppo facile.
PER SS24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

lunedì, aprile 27, 2009

Prove tecniche di Man U-Arsenal


Manchester United-Arsenal è iniziata al 68' di Arsenal-Middlesbrough. Con i Gunners sul 2-0, Arsène Wenger ha deciso che era il momento di gestire partita, risultato e, soprattutto, energie.
Wenger non sa, o fa finta di non sapere. Sir Alex ha visto eccome. L'Arsenal avrà un giorno in meno per riposare, ma nell'antipasto di Champions lo United ha faticato di più.
I Gunners hanno passeggiato grazie a un super Fabregas, i Red Devils si sono dovuti dannare per rimontare lo 0-2 col Tottenham, prima di dilagare e farne cinque.
Due successi alla fine limpidi, e una certezza: mercoledì all'Old Trafford ci sarà da divertirsi, perché Manchèster United e Arsenal ci arrivano quasi al top della forma e con una tenuta difensiva non perfetta. Dietro, lo United sembra lontano dal muro imperforabile che ha portato van der Sar al record di imbattibilità. E i Gunners, prima della sfida col Boro - con 25 reti il peggiore attacco della Premier League - venivano dal 4-4 col Liverpool.
In casa United la faccia più sorridente è quella di Ryan Giggs. In tribuna contro gli Spurs, festeggerà in Champions le 800 presenze coi diavoli rossi, giusto dopo essere stato eletto dai suoi colleghi, per la prima volta, miglior giocatore del campionato.
La faccia più triste è invece di Carlitos Tévez, costretto a giocarsi il posto di terza o quarta punta con il 17enne Federico Macheda. L'argentino se ne andrà, anche perché coi 35 milioni necessari per riscattarne il cartellino, Ferguson preferirebbe prendere Karim Benzema, che a Lione ha fatto il suo tempo. Specie se l'Olympique non giocherà la prossima Champions League.
Quella Champions League in cui finalmente Wenger potrà godersi Andrey Arshavin, un campione che parla lo stesso linguaggio tecnico di Cesc Fabregas. E di Emmanuel Adebayor, ammesso che rimanga.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

sabato, aprile 25, 2009

Grandi vecchi a chi?


L'età? Una categoria dello spirito. O solo un numero. Che non impedisce di inseguire i propri sogni. Dara Torres, 42 anni spesi in piscina, per dimostrarlo ha scritto un libro e vinto 3 argenti a Pechino 2008. E il prossimo sogno si chiama Londra 2012. La sua sesta olimpiade. Come per Alessandra Sensini, 39enne mito del windsurf. Per Valentina Vezzali, fiorettista classe 1974, invece, sarà la quinta.
Proprio l'oro olimpico è stato il penultimo sogno di Davide Rebellin, 38 anni ad agosto. Il prossimo si chiama Mondiale. Il campione che ha appena vinto la sua terza Freccia Vallone non deve, ma può vincerlo. Mendrisio 2009 sarà la sua grande occasione.
Come potrebbe esserlo, per Rubens Barrichello, 37 anni compiuti, questo Mondiale di Formula Uno. Che fra kers e diffusori ribalta gerarchie acquisite: dietro l'ex paracarro Jenson Button, ecco il pilota che Flavio Briatore dava già per pensionato.
In pensione sembra esserci andato, stavolta per davvero, Dikembe Mutombo, alla veneranda età di 43 anni. Fino all'altroieri il congolese continuava a intimidire a centro area nei playoff NBA con gli Houston Rockets. Ma l' infortunio al ginocchio sinistro, dopo questo contatto a rimbalzo con Greg Oden dei Blazers, lo ha messo fuori gioco, a quanto pare definitivamente. Della vecchia guardia resiste Shaquille O'Neal, che a 37 anni, l'età di Rebellin, ai Phoenix Suns vive una seconda giovinezza.
La stessa che un grande del golf, Greg Norman, ha trovato - sono parole sue - nel matrimonio con Chris Evert. Terzo all'Open Championship, lo Squalo bianco a 54 anni è tornato a mordere.
Continuano a inseguire sogni tanti altri over 35: Kurt Warner nella NFL, Martin Brodeur nella NHL, Sébastien Loeb nel rally, Armin Zöggeler e Hermann Maier sulle nevi, Paula Radcliffe e Paul Tergat nel fondo.
Nel calcio, per un Paolo Maldini che a giugno lascerà a 41 anni, restano Filippo Inzaghi e Luca Bucci: uno le reti si diverte ancora a bucarle, l'altro non smette di difenderle. Questioni di stimoli. Anche Loris Capirossi lo sa: il segreto è tutto lì. Alzarsi e ripartire.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Vieri in Brasile: missione possibile?


Christian Vieri in Brasile? Missione difficile, ma non impossibile. L'ennesima per Sergio Berti, il procuratore che nell'agosto '98 - grazie ai buoni rapporti con Cragnotti - girò Bobo dall'Atlético Madrid alla Lazio per 85 miliardi di lire.
Dopo la rescissione del contratto con l'Atalanta, il futuro di Vieri potrebbe essere da subito il Brasileirão, il campionato nazionale, e poi la prossima Copa Libertadores, la Champions League sudamericana.
Tutto è cominciato una ventina di giorni fa. Al centravanti italiano sarebbero interessati quattro grandi club, tre dei quali impegnati nelle finali statali, e con due di essi le trattative sarebbero in fase avanzata. Lo ha dichiarato l'emissario di Berti per il Sudamerica, Franck Assunção. "Esiste la concreta possibilità di vedere Vieri in Brasile - ha detto il mediatore - Lui vuole giocare qui ed è felice di questa opportunità". Per coglierla mancherebbero soltanto i dettagli economici. Quel che è certo è che Vieri si ridurrebbe notevolmente l'ingaggio, andando a guadagnare poco più di 830 mila euro a stagione. Quest'anno Vieri ha giocato 9 partite e segnato 2 gol. Numeri che non preoccupano i suoi eventuali nuovi tifosi. Nel sondaggio online promosso da "Lance!net!", su quasi 4.100 utenti, il 65% dei votanti lo vorrebbe nella propria squadra.
In pole position il Corinthians di Ronaldo davanti al Flamengo, che rivorrebbe Adriano. Fra Bobo e il Fenomeno l'intesa è sempre stata spontanea, in campo e fuori, e Ronie sta spingendo per avere l'ex compagno col quale, per gli infortuni, giocò troppo poco ai tempi dell'Inter. Il Flamengo, invece, dopo vent'anni ha perso lo sponsor principale, la Petrobras. Secondo Assuncao, nella trattaiva il Flamengo avrebbe potuto inserirsi se fosse andata in porto la sponsorizzazione con l'italiana Tim, ma l'accordo non è stato raggiunto.
Restano, nell'ordine, Palmeiras e Santos o magari il São Paulo, che a gennaio 2008 rivitalizzò in prestito proprio Adriano. Missioni difficili, ma non impossibili: se c'è uno abituato a soprendere, e con ancora tanta voglia di giocare, quello è lui. Christian Vieri. Anche in Brasile.
PER SS24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

mercoledì, aprile 22, 2009

Arshavin, dalla Russia con Fourore


Quattro gol di Arshavin. Al Liverpool, ad Anfield, non capitava dal 9 febbraio 2007: quarti di Coppa di Lega. Ci riuscì Júlio Baptista, che ai Gunners c'è stato solo di passaggio. In parcheggio dal Real Madrid nell'affare-Reyes. Poca roba rispetto alla magica serata del russo.
Wenger se lo coccola eppure si mangia le mani. E se per lui ha infranto la prima delle sue inflessibili regole - niente follie per gli over 24 - significa che il manager francese nell'ex Zenit San Pietroburgo ci ha sempre creduto. Anche quando la trattativa era diventata una telenovela infinita.
Invece, pochi minuti prima delle ore 17 del 2 febbraio - ultima proroga alla chiusura del mercato invernale dovuta alla neve - Andrey Arshavin era diventato un giocatore dell'Arsenal. Per firmare, aveva noleggiato un jet privato e si era pagato mezza clausola rescissoria: 2,5 milioni di euro. Il resto, 16 milioni e mezzo, lo ha messo l'Arsenal, che ha fatto della stella di Euro 2008 il più costoso acquisto nella storia del club. Un acquisto inutilizzabile in Europa, perché aveva già giocato in Champions con lo Zenit.
Wenger, però, ancora una volta ci ha visto giusto. Arshavin ha già 27 anni ma è un predestinato. Sin da quando, a 7 anni, entrò alla Smena, la scuola calcio dello Zenit. E' esploso tardi per tanti motivi. Non ultimo il carattere ribelle, figlio anche - ma non solo - di un'infanzia difficile. Il divorzio dei genitori che lo costrinse a dormire sul pavimento di una casa comune con mamma Tatiana. L'incidente d'auto in cui rischiò la vita. La prematura scomparsa del padre Sergey, calciatore dilettante morto di infarto a 40 anni. Ricordi lontani ma sempre presenti in un campione che nel 2008 ha conosciuto il suo anno magico: Coppa Uefa e Supercoppa Europea con lo Zenit, terzo posto agli Europei con la nazionale. Dalla Russia con
furore per il nuovo signore di Anfield.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com

lunedì, aprile 20, 2009

Hernandez, "la Joya" di vivere


In Uruguay lo chiamano "la Joya", il gioiello. Ma anche gioia di vivere, e di giocare ancora a pallone dopo un'operazione al cuore. Abel Mathias Hernandez, 19 anni il prossimo 8 agosto, è la gemma potenzialmente più preziosa nella dote del Palermo. Contro un Bologna allo sbando, Ballardini l'ha sfoggiata sul velluto, al 12' del secondo tempo, con i suoi avanti 2-0. Ma lui, Hernandez, quel velluto l'ha trasformato in seta, morbida come il tocco con cui è scappato via a Zenoni, frusciante come il cambio di passo che ha costretto Volpi a un "rosso" più di frustrazione che altro, pregiata come l'assist per il 4-1 di Cavani. Altro ragazzino terribile arrivato al Barbera dall'Uruguay. Dal Danubio, Edison; dal Penarol, Abel.
Hernandez è nazionale da quando aveva 17 anni. Ha ancora da imparare, ma anche un maestro, Ballardini, che crede in lui. Qualità intuite prima di tutti dal Genoa. Nell'estate 2008 lo ebbe in prova ma non lo tesserò perché extracomunitario e per un'aritmia ventricolare benigna. Un problema simile a quello della sciatrice Nadia Fanchini e superato nello stesso modo: con un intervento chirurgico. Come accaduto a Kanu e a Fadiga, salvati dallo staff medico dell'Inter, quell'operazione lo ha restituito al calcio.
Un doppio affare di cuore per i tifosi del Palermo, subito incantati dai gioielli della Joya nella Primavera di Pergolizzi. A gennaio, arrivando primo sul capocannoniere del Sudamericano Under 20, Zamparini ha bruciato Napoli e Juventus, che al torneo aveva spedito il capo degli osservatori Castagnini. E adesso gongola
godendosi il suo gioiello. La Joya.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

sabato, aprile 18, 2009

Drogba, ancora lui


Se questo è l'antipasto, chissà che leccornìe alla cena di gala. A Wembley, nella semifinale di FA Cup, Arsenal e Chelsea hanno dimostrato cosa sarebbe un'altra finale tutta inglese di Champions League. Il piatto prelibato, ancora una volta, l'ha servito Didier Drogba, già decisivo proprio in Champions martedì contro il Liverpool.
Alla vigilia, Wenger aveva dichiarato al Sun di "averlo avuto già in pugno", Drogba, quando l'ivoriano era al Le Mans, seconda divisione francese. Didì costava appena 300mila sterline, ma Wenger non riuscì a prenderlo. E così, nel 2002, Drogba finì al Guingamp, dove avrebbe fatto coppia in attacco con Malouda. Lo stesso che al 33' ha rimesso in partita i Blues dopo il fortunoso gol di Walcott al 18'.
Il resto, compresa la sciocca ammonizione, ce l'ha messo lui, Drogba. Uno che Scolari aveva dimenticato in cantina e che Hiddink ha riportato a centro tavola. Perché nei banchetti più importanti il menù lo firma il grande chef.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

In nome del Papa re


Giuseppe Papadopulo, pisano di Casale Marittimo (1948), «non si fa mettere il dito in bocca da nessuno». Perché «sono un vincente». Lo spettacolo? Si prega ripassare. Il Papa non fa ricami (3-5-2 alto e grosso dietro, veloce davanti e pedalare) né proclami, ma punti.
Trisavoli greci, 13 anni da buon difensore dal ’66 al ’79 con Livorno, Lazio, Brindisi, Arezzo, Salernitana e Bari, poi pontifica in panchina. A Cecina, nei Dilettanti ’84-85. Due anni da vice alla Casertana, già capo a Sorrento (C2), sei mesi a Licata (B), in C1 a Monopoli e a Perugia. Ad Acireale, nel 92/93, il primo squillo: la promozione fra i cadetti. Assieme alle salvezze “impossibili”, e agli 11 subentri, il suo marchio di fabbrica.
L’idillio dura un campionato, poi gli esoneri di Avellino (C1) e Livorno (C2) e nel 96/97 il secondo miracolo: riporta in B la Fidelis Andria del ds siciliano Angelozzi, poi nemico storico a Lecce: i due non si parlano più. Perché al Papa nessuno dice può dire con chi far messa per poi far cassa.
Dopo un nono posto, la Lucchese (B), Cremonese (C2, unica retrocessione in carriera) e Crotone, la svolta: a Siena. Esonerato a novembre 2001, richiamato nel febbraio 2002, conquista salvezza e promozione dalla B e resta in A. Nel 2004 è al capezzale della Lazio, la squadra del cuore.
La salva, ma consolida l’etichetta di arrogante appiccicatagli a Siena e che ancora si porta addosso. La colpa dei ko colpa era dei giocatori, mai sua. A fine stagione disse che aveva tratto in salvo una Lazio disperata. Il giorno dopo, i giornali romani gli ricordavano a suon di tabelle che rispetto a Caso aveva fatto un punto in più, “viziato” dal fallo di mano di Zauri e dal gol (regolare) di Bazzani, che Caso non aveva, all’Atalanta.
La ruota torna a girare a Palermo, dove a gennaio 2006 subentra a Delneri, ma a giugno, un mese dopo la conferma da parte del patron Zamparini, si inceppa contro un altro ds: Foschi. Quello che oggi, al Torino, gli ha posto il veto e preferito Camolese per il secondo dopo-Novellino.
La vigilia di Natale, il Lecce fa ai tifosi un regalo mai gradito: via Zeman dopo 18 giornate di B, ecco il Papa. Gran girone di ritorno e nono posto. L’anno dopo, hors catégorie il Chievo, duella per la A col Bologna. I salentini - terzi, con la miglior difesa e il record di vittorie in casa – salgono battendo nella finale-playoff l’AlbinoLeffe. Memorabile la conferenza stampa («Cos’altro devo fare per meritarmi la conferma?»), chiusa con le scuse al veterano cronista leccese per lo scoop sul successore. Dopo 657 panchine (72 in A), 2 promozioni in A e 2 in B, era certo di restare. Invece, la rottura con Angelozzi («O io o lui») e con l’ad Fenucci gli costa il posto, promesso a Beretta.
Ferita riaperta quando Papadopulo, mai amato dalla piazza, prova a ingraziarsi la stampa locale (ancora piccata per le porte chiuse durate tutti i playoff) pur di tornare a Lecce. Semeraro sr, pentito, lo avrebbe anche ripreso, poi andò su De Canio. Nonostante i due anni di contratto, il destino di Angelozzi è segnato. Ma il Papa non ha dimenticato. E il 17 maggio, il premio-partita di Bologna-Lecce lo metterebbe di tasca sua.
Perché il Papa è un incendiario: o con lui o contro di lui. A Bari stravinse 4-0 il derby. Per riprendersi, i galletti chiamarono un leccese: Conte. Il Papa, avanti 2-0, ancora schiumava: «Dài, ancora». E al ritorno, pur senza interessi di classifica, gliela giurarono.
Neanche a Lecce si è fatto molti amici. Chiedere ad Abbruscato e Valdes, fuggito all’Atalanta a gennaio e mai salito sul pullman per la festa-promozione. Il Papa saltava e ballava come un bambino, Valdes era già sull’aereo. In nome del Papa re.
CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it
Da sinistra nella foto, Giuseppe Papadopulo, al primo allenamento con il Bologna, e Davide Marchini

giovedì, aprile 16, 2009

Pizarro, il conquistador delle italiane


Ha il cognome di un conquistatore, Claudio Pizarro. E da conquistatore si è preso la Germania, il cuore di José Mourinho al Chelsea e, soprattutto, il destino europeo di 3 squadre italiane. Quando le affronta l'attaccante del Werder si trasforma in un realizzatore implacabile. Ha cominciato in Champions League, nel 2006/2007, segnando a 9' dalla fine il primo gol del Bayern nel 2-0 contro l'Inter a San Siro nella fase a gironi.
Quest'anno, però, si è superato. Contro l'Inter dello Special One, che nel 2007 lo portò a Stamford Bridge prelevandolo a parametro zero dal Bayern, è andato a segno sia all'andata sia al ritorno.
Giocatore bipartisan, pizarro, perché a San Siro ha fatto gol anche al Milan, nei 16esimi di Coppa Uefa: sua la doppietta con cui il Werder ha pareggiato 2-2, dopo l'1-1 dell'andata, e cacciato la truppa di Ancelotti anche dall'Europa meno nobile.
Infine, e meno male che per quest'anno di italiane non ce ne sono più, l'Udinese.
Al Friuli, ha segnato il gol del 3-3. Una rete che è servita solo a fissare il risultato, perché la qualificazione era già dei tedeschi. Un gol, dunque, che forse non servirà a placarne la sete di conquista. Pizarro, l'incubo delle italiane, potrebbe riprovarci l'anno prossimo.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, aprile 15, 2009

L'ultimo ko di De La Hoya


"I'm announcing my retirement because I've been doing this since I was five years old. This is the love of my life. Boxing is my passion. Boxing is what I was born to do. And when I can't do it anymore, when I can't compete at the highest level, it's not fair. It's not fair to me, it's not fair to the fans, it's not fair to nobody. And I've come to the conclusion that it's over. It's over inside the ring for me."

"Annuncio il mio ritiro perchè faccio boxe da quando avevo cinque anni. E' la mia vita. La mia passione. E' ciò per cui sono nato. E se non posso più farla come dico io, se non posso più competere al massimo livello, non è giusto continuare. Non è giusto per me, per i tifosi, per nessuno. Per questo sono arrivato alla conclusione che è meglio smettere. Per me è finita, ma solo dentro il ring"


Se gli riuscirà, sarà il ko più difficile per Oscar De La Hoya: smettere al momento giusto. Da campione. Senza ripensamenti nè patetici ritorni. Il Golden Boy ha detto stop. A 36 anni. Dopo una carriera da predestinato. Chiusa con un record di 39 vittorie e 6 sconfitte, 30 successi e 2 match persi prima del limite. Ma soprattutto 10 titoli di campione del mondo in 6 categorie di peso. L'ultima, quella dei welter.
De La Hoya ha annunciato il ritiro alla Rocky. All'aperto, martedì 14 aprile a Los Angeles, nel piazzale antistante lo Staples Center, la mega-arena dove giocano i Lakers della NBA. Davanti a una statua in bronzo alta oltre due metri. La sua statua.
Quattro mesi dopo la dura lezione impartitagli da Manny Pacquiao, quarta sconfitta negli ultimi 7 match, il 36enne califironiano ha preso la decisione migliore. La più difficile. La più sofferta. De La Hoya è stato - pound per pound, cioè in rapporto al peso - uno dei più grandi di sempre. Dentro e fuori il ring. Campione dei pugni e della pubblicità. Con quel sorriso da attore, la voce da cantante, gli interessi oltre il quadrato, fra i quali una quota azionaria della Houston Dynamo della Major League Soccer e un reality show sul pugilato. Alla boxe Oscar deve tutto. Ora, da promoter a tempo pieno, proverà a saldare il conto. Senza fare sconti, soprattutto a se stesso. Al campione che è stato.
Christian Giordano, SkySport24

giovedì, aprile 09, 2009

Il Dream Team, Bebeto & Romário


Sentita anche questa, a commento di un'intervista rilasciata a SKY Sport 24 da Johan Cruijff: "Il Dream Team di Cruijff, il Barcellona di Bebeto e Romário". Certo, come no. Solo che all'epoca Bebeto giocava nel Deportivo La Coruña (1992-96) e con Romário (blaugrana dal 1993 al '95) faceva coppia d'attacco nella nazionale brasiliana. Quella che batté ai rigori l'Italia del Ct Arrigo Sacchi nella finale di Pasadena a USA 94. Ma come diceva quel tale, e per faccende ben più gravi, tiremm innanz.
CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, aprile 08, 2009

Eto'o e Toni, la solitudine del numero 9

La prova del nove: il gol. E' per quello che giocano Samuel Eto'o e Luca Toni. Stasera molto di Barcellona-Bayern Monaco dipenderà dalle lune dei due centravanti, fra gli ultimi del ruolo che ancora ne indossano la maglia simbolo: la numero nove. Sono loro le prime opzioni offensive di due squadre costruite per segnare. Da una parte la squadra più spettacolare e prolifica d'Europa: 109 reti fra campionato e coppe, 60 firmate del tridente da sogno Messi-Eto'o-Henry; 19 l'argentino, 26 il camerunese, 24 il francese. Dall'altra la macchina da gol del trio Ribéry-Toni-Klose che quest'anno funziona più in Champions che in Bundesliga: 24 gol fatti e 5 subiti in Europa, dove però gli Sporting Lisbona, che dal Bayern ne ha presi 12, sono finiti. Stasera al Camp Nou, infortunato Miro Klose, il peso dell'attacco sarà, come sempre, sulle larghe spalle di quei due, i numeri 9. Da una parte Toni, già capocannoniere in Serie B, in A, in Bundesliga e in Coppa Uefa. Dall'altra Eto'o, "Pichichi" nella Liga 2006, per tre volte consecutive Pallone d'oro africano. Un campione del mondo a cui manca ancora la Champions. Contro un due volte campione d'Africa, che la Champions l'ha vinta, ma che col suo Camerun, un mondiale, chissà se lo vincerà mai. Il destino europeo di catalani e tedeschi dipende soprattutto da loro, dai loro gol. La prova del nove.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO FONTE: SKY SPORT 24, 08-04-2009

martedì, aprile 07, 2009

Villarreal, la rivincita di Pires


Si chiama rinnovo la rivincita del 35enne Robert Pires, fresco di prolungamento di contratto con il Villarreal fino al 2010.
L'Arsenal glielo negò tre anni fa, ligio alla regola-Wenger sugli over trenta: il centrocampista chiedeva un biennale, un anno la controproposta del club nordlondinese.
Il francese prese cappello e se ne andò. Al Villarreal, la matricola appena eliminata a fatica dai Gunners in semifinale di Champions League.
L'ultimo di Thierry Henry era un grande Arsenal, che a Parigi perse la finale col Barcellona del miglior Ronaldinho visto in Europa.
Questo è un Arsenal giovane ma già esperto. E anche il Villarreal è cresciuto. Sempre nel segno del tricolore. Ieri con il mestiere di Alessio Tacchinardi. Oggi con la classe e l'estro di Giuseppe Rossi, che non va in gol da 5 gare.
Nel 2006, battuto dal gol di Kolo Touré all'andata, il Sottomarino Giallo affondò a undici metri dai supplementari. Sul rigore fallito da Juan Roman Riquelme a due minuti dalla fine.
Allora, Pires era dall'altra parte della barricata. Ad Highbury, come esterno alto di sinistra nel 4-5-1. Al Madrìgal, in panchina prima di entrare al posto di Reyes a 21 minuti dalla fine. Stasera, complice la frattura al perone destro di Santi Cazorla, ci sarà. Dall'inizio, come esterno destro nel 4-4-2 di Manuel Pellegrini. Per dimostrare che anche Arsène Wenger, ogni tanto, può sbagliare.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO