martedì, giugno 30, 2009

Clamoroso, la FIGC ne azzecca una


"Pierluigi Casiraghi resta Ct della Nazionale Under 21. L'accordo per la prosecuzione del rapporto con la FIGC è stato raggiunto a Milano al termine di un incontro con il presidente federale Giancarlo Abete. Casiraghi firmerà un contratto biennale finalizzato ai Campionati Europei Under 21 in programma nel 2011".
Clamoroso in federazione, per una volta non si decide sull'emotività da risultato.
Per un volta si è deciso che provare a vincere giocando a calcio conta più che vincere e basta. C'è ancora speranza.
CHRISTIAN GIORDANO

lunedì, giugno 29, 2009

Batteux, inno alla gioia

La sua eredità ha segnato generazioni di allenatori francesi: dalla épopée Vert del Saint-Étienne anni Settanta al miracolo-Camerun di Jean Vincent a Spagna 82; dai Bleus di Michel Hidalgo campioni d’Europa a Francia 1984 a quelli di Aimé Jacquet iridati a Francia 1998 a quelli della ricotruzione post-fallimento nippocoreano di Jacques Santini. Tutti figliocci del “predicatore”, che all’autoritarismo preferiva l’eloquio. E al cupo difensivismo le football en joie, il calcio felice.

Albert Batteux nasce il 2 luglio 1919 nel nord-est della Francia, a Reims, nella pianura della Champagne, regione del dipartimento Marne nota per lo spumante. Viene al mondo in una famiglia di 13 figli e in una terra, un tempo ricca, devastata da quattro anni di bombardamenti nazisti (per i tedeschi era il Westfront, il fronte occidentale). Ovvio che il background ne segni carattere e personalità: anche da adulto, e in una professione assai incline al nevrastenico abuso dell’ugola, raramente alzerà la voce. E avendone conosciuto il significato letterale nella miseria della campagna, ferita dai crateri degli obici, e umane dei “poilus” (i “pelosi”, cioè i soldati in congedo della fanteria francese della Grande Guerra), parlando di calcio eviterà di evitare il ricorso ad espressioni belliche tanto in voga come “battaglia”, “duello”, “scontro” eccetera.
Il calcio, si diceva: è la sua passione. Lo pratica sin da ragazzino e ci costruisce una carriera, nello Stade Reims, nel quale entra in prima squadra nel 1937. Batteux non è un fuoriclasse ma un discreto interno destro che soprattutto con l’intelligenza, calcistica e no, conquista un campionato (1949) e una Coppa di Francia (2-0 al Racing Club Parigi nel ’50, gol di Méano e Petitfils) e la nazionale. Vi debutta il 6 giugno 1948, a Bruxelles, perdendo 2-4 contro il Belgio, prima delle sue 8 gare (tutte amichevoli, con un gol) con i “tricolori”.
Prima della stagione 1950-51, l’allenatore Henri Roessler se ne va e così il presidente Henri Germain affida la squadra al 31enne capitano, Batteux. Il futuro “Mounsier Albert” si ritrova così a guidare da tecnico ex compagni, in qualche caso più anziani (per sembrare più vecchio non si separava mai da un basco floscio che gli dava un’aria meno sbarazzina), che formavano l’ossatura di quelle formazioni vincenti: i fratelli Paul (portiere) e Pierre (attaccante) Sinibaldi, il grintoso terzino sinistro Roger Marche (il “Cinghiale delle Ardenne”), il centromediano Robert Jonquet e l’elegante mediano Armand Penverne.
Nei primi due anni il rendimento del Reims è altalenante, specie in trasferta, e arrivano altrettanti quarti posti. Ma la stagione 1951-52 sarà ricordata per l’acquisto, dall’Angers, di una minuscolo e fenomenale ala destra di origine polacca: Raymond Kopaszewski, subito ribattezzato “Kopà”, alla francese.
Dalla stagione successiva, Batteux decide di risolvere la concorrenza interna nel ruolo (fra Kopa, Villanova e Templin) schierando l’ex minatore nella posizione di centravanti tattico e spostando a destra l’olandese Abraham (Bram) Leonardus Appel. Il duo funziona a meraviglia, come la diagonale formata da Penverne, Léon Glovacki (anche lui di origine polacca) e Kopa. Così, nonostante il calo finale, arrivano subito due successi: il secondo titolo nella storia del club (vinto con il miglior attacco, 86 gol fatti, e la miglior difesa, 36 subiti) e la Coppa Latina, che, dopo la Mitropa Cup, è per importanza la seconda competizione per club d’Europa. Si gioca tra il 1949 e il 1957 (sparirà un anno dopo la nascita della Coppa dei Campioni) tra i campioni di Francia, Italia, Portogallo e Spagna. L’edizione del ’53 si disputa a Lisbona e a Porto e dopo aver eliminato in semifinale (2-1) il Valencia, il 7 giugno, allo stadio Da Luz della capitale, lo Stade si impone 3-0 (doppietta di Kopa e gol di Méano) sul Milan del Gre-No-Li, a sua volta vincitore (4-3 dts) sullo Sporting.
Lo squadra di Batteux, che dal ’52 è diventato, sulla spinta popolare e della stampa specializzata, Ct della nazionale, vince e convince grazie a un “calcio champagne” (così denominato per il prodotto che ha reso celebre Reims) spettacolare fatto di palla a terra, passaggi corti e folgoranti accelerazioni, e in campionato farebbe tris se non fosse per il rush finale compiuto dal Lille nel 1953-54, torneo nel quale il Reims era stato in testa fino a due giornate dalla fine.
Nel ’55 la Coppa Latina, non disputata l’anno prima, vede in semifinale la rivincita fra lo Stade e il Milan. Finisce di nuovo con la vittoria dei francesi, stavolta per 3-2 con un “golden gol” ante-litteram al 138° (!) dopo il 2-2 dei 90’ regolamentari più i tempi supplementari. Nella finale di Parigi, il 26 giugno al Parco dei Principi, a spuntarla (2-0) è però il Real Madrid di Múñoz, Di Stefano, Rial (doppietta) e Gento. Un kolossal che avrà presto due grandi sequel sul massimo proscenio continentale.
Campione di Francia nel ’55, lo Stade Reims elimina nella neonata Coppa dei Campioni i danesi dell’Aarhus (0-2 fuori e 2-2), gli ungheresi del Voros Lobogo (4-2 al vecchio Auguste Delaune e 4-4) e gli scozzesi dell’Hibernian (2-0 in casa e 1-0) prima di arrendersi (3-4) al Real Madrid nella finale appositamente allestita dai delegati UEFA francesi, per il 13 giugno, nel teatro che l’anno prima aveva ospitato la Coppa Latina.
La delusione europea si unisce alla perdita di Kopa, passato proprio alle Merengues ma ben sostituito dall’iper-prolifico centravanti Just Fontaine. Batteux se lo porta anche ai Mondiali del ’58, per Batteux un anno d’oro: “doublé” campionato-coppa (allo stadio Colombes di Parigi, 3-1 all’Olympique Nîmes, doppietta del centravanti di fatto Bliard e acuto di Fontaine) con il Reims e terzo posto in Svezia (miglior risultato dell’era pre-Platini), battendo 6-3 nella “finalina” la Germania Ovest campione uscente, dove la Francia del capocannoniere Fontaine (13 centri: record imbattuto) è la grande rivelazione del torneo. I “galletti” vengono eliminati dal Brasile futuro campione e complice l’infortunio, subìto proprio contro la Seleção, della colonna difensiva Jonquet, uno degli otto “reimses” da lui convocati. Chissà come sarebbe finita «se non avessimo giocato buona parte della gara in dieci», si chiedeva “il predicatore” Batteux, sognatore e innovatore, in campo e fuori, dalla prima linea a cinque punte (Kopa, Wisniewski, Fontaine, Piantoni e Vincent) ai “seminaires”, sorta di stage psico-atletici, durissimi, di dieci giorni di training prestagionale. Un sistema di preparazione, erroneamente attribuito a Helenio Herrera, e oggi elevato a scienza, che prima di Batteux, poteva al massimo ambire al prefisso “fanta”.
Il titolo del ’58 vale un nuovo assalto alla Coppa dei Campioni, che però finirà come il precedente: perdendo in finale contro i bianchi di Spagna, tra i quali, con il numero 7, c’è un certo Kopa. Eliminati i nordirlandesi dell’Ards (1-4 a Belfast, 2-6), i finlandesi dell’Helsinki Palloseura (4-0 in casa e 3-0), e i belgi dello Standard Liegi (0-2 esterno ribaltato dal 3-0 casalingo), al Neckarstadion di Stoccarda, il 3 giugno 1959, i sogni di gloria biancorossi vengono infranti da Mateos e Di Stefano, i cui gol regalano al Real Madrid il quarto successo su quattro edizioni della manifestazione.
A parziale consolazione, c’è il ritorno del “Napoleone del calcio”, al secolo Raymond Kopa (che a Madrid è “chiuso” da Di Stefano), che coincide con la penultima fiammata del grande Reims di Batteux: la vittoria nel campionato 1959-60. L’ultima arriva due anni dopo, anche se solo all’ultima giornata e grazie alla miglior differenza reti nei confronti del Racing, 83-60 contro 86-63.
Nel frattempo, il calcio sta cambiando rapidamente, e Batteux capisce che l’ingenua passione del suo Reims ci sarà sempre meno posto. In più deve metabolizzare il deludente Europeo ’60, nel quale la sua Francia, padrona di casa e favorita, assieme all’Unione Sovietica futura campione, viene beffata dalla fortissima Jugoslavia in semifinale. A un quarto d’ora dalla fine, “le coqs” conducono per 4-2, ma stavolte la “joie du football”, complice la serataccia del portiere transalpino Abbes, è tutta degli slavi, che rimontano e sorpassano (4-5) realizzando una delle più grandi imprese nella storia dei grandi appuntamenti per nazionali. La batosta viene bissata dalla sorprendente eliminazione mondiale, patita nel dicembre ’61 nello spareggio di Milano (0-1) con la Bulgaria, avversario-nemesi che il 17 novembre 1993 colpirà un altro Ct transalpino, Gérard Houllier, per la corsa a Usa 94.
Apriti cielo, si scatenano gli strali della critica e addio “Monsieur Albert”. Nel ’63, in seguito all’eliminazione subita in Coppa dei Campioni dal Feyenoord, dopo 25 anni di onorato servizio e con la squadra seconda in campionato, identica sorte gli tocca al Reims, che senza di lui l’anno dopo retrocede.
Si ritira allora a Grenoble, dove guida il Foot 38, una modesta formazione locale. Nel 1967, l’amico e collega Jean Sella, suo assistente a Svezia 58, prima di andarsene al Servette di Ginevra suggerisce al suo ormai ex presidente, Roger Rocher, il nome dell’ideale successore alla guida del Saint-Étienne fresco campione di Francia: Albert Batteux. Dopo aver dimostrato di saper costruire una squadra fatta in casa, spesso scovando e allenando talenti locali agli albori di un professionismo ancora romantico, Batteux vive una seconda giovinezza plasmando una squadra già forte, costruita da un gm talent-scout, Pierre Garonnaire, a metà tra un Italo Allodi e un Luciano Moggi, e già destinata ad altri successi: tre campionati consecutivi e due “doublé”, nel ’68 (2-1 al Bordeaux nella finale di Coppa) e nel ’70 (5-0 al Nantes). Batteux rinnova la squadra lanciando giovani come il portiere George Carnus, il difensore centrale Bernard Bosquier, il regista Jean-Michel Larquè, l’ala sinistra Georges Bereta e “Monsieur venti gol a stagione” Hervé Revelli. E stavolta gli dà una mano anche la fortuna: “il nuovo Kopa”, fatte le debite proporzioni, è un giovane malese, Salif Keita, spettacolare goleador e assist-man acquistato a scatola chiusa e recapitatogli in taxi direttamente dall’aeroporto parigino di Orly. Batteux se ne andrà prima della “épopée verte”, ma la squadra che il pupillo e successore Robert Herbin, ex giocatore del club, che nel ’76 perderà 1-0 dal Bayern Monaco all’Hampden Park di Glasgow la finale di Coppa dei Campioni, è anche figlia sua.
La stagione del ’70 è il canto del cigno per l’idealista Batteux, che per due anni si scontra con il presidente Rocher, una sorta di Bernard Tapie dell’epoca, perché questi gli smantella la squadra. Carnus e Bosquier vanno all’ Olympique Marsiglia di patron Leclerc, poi se ne va Keita. Batteux non capisce né si adegua. E dopo cinque stagioni di successi se ne torna a sud, nella Grenoble tanto amata da Henry Beyle, meglio noto come Stendahl. Le successive, brevi parentesi con Avignonnaise, OGC Nizza e Olympique Marsiglia aggiungono poco a una carriera, chiusa nell’81, grande quanto sottovalutata. Nel frattempo, sulla panchina del “Geoffroy Guichard” si insedia uno dei tanti luogotenenti del Maestro: quel Robert Herbin, che, come era accaduto al Maestro a 31, ad appena 33 anni è il più giovane allenatore di Francia. Batteux sarà il primo a brindare, ovviamente a champagne, ai successi dei Verts, anche se quel calcio non gli piaceva più. Fino a quando una lunga malattia non lo ha estraniato dalla realtà, esprimeva nelle sempre più rare interviste tutto il suo disamore per il football moderno, per il quale, auspicava, l’unica salvezza era nel calcio «ingenuo e libero» di africani e asiatici, che riteneva ormai gli unici depositari del calcio spensierato al quale aveva dedicato la vita. Un’esistenza chiusa nella sua Grenoble il 28 febbraio 2003 e abbracciata, due settimane dopo, nella chiesa di Plaine Fleurie di Meylan, da esponenti di varie generazioni del calcio francese. A sollevarne il feretro ci sono infatti gli ex Ct Jacquet e Hidalgo; lì vicino, Santini, colonna delle sue squadre e all’epoca tecnico dei Blues, il fedelissimo Herbin, Kopa, Fontaine, i più giovani Bernard Lacombe, Thierry Rolland, Alain Michel. Tutti con le facce tristi. Per la prima volta e per sempre, l’ideatore del “football en joie” li aveva lasciati soli.
Christian Giordano
ch.giord@gmail.com

Stelle a 5 punte
Batteux è stato un tecnico vincente e innovativo in tempi nei quali la figura dell’allenatore era ritenuta marginale. La tattica e i moduli di gioco sono di là da venire e in Europa si giocano quasi esclusivamente o con il WM inglese, il Sistema ideato dal manager dell’Arsenal, Herbert Chapman, in seguito alla modifica (1925) della norma sul fuorigioco, o il “verrou” dello svizzero Karl Rappan che nel 1932 architettò una sorta di catenaccio ante-litteram. La terza via di Batteux non rivoluziona alcunché sul piaano tattico, ma si adatta ai giocatori a sua disposizione. Succede con “le foot à la remoise”, gioco di parole in omaggio al prodotto vinicolo e “di Reims” (remois) e a un calcio-champagne del Reims che anticipa di un decennio l’arioso e spettacolare gioco “di rimessa” (remise) senza anticiparne le alchimie difensive. E succede al Saint-Étienne con quello, meno tecnico, più dinamico e altrettanto efficace, che per un lustro (1967-72) sarà definito “à la stephanoise”, alla stefanese, nel quale sono essenziali i tre attaccanti: l’anziano Mekloufi, Bereta e il migliore dei fratelli Revelli, Hervé. Nel mezzo la più grande Francia mai vista prima di quelle di Platini e di Zidane: quella delle cinque-punte-cinque (Wisnieski, Fontaine, Kopa, Piantoni, Vincent), terza (con il miglior attacco, 23 gol in 6 gare) ai Mondiali svedesi. (ch.giord)

LA SCHEDA DI ALBERT BATTEUX
Nato: 2 luglio 1919, Reims (Francia); deceduto a Grenoble (Francia) il 28 febbraio 2003
Ruolo: mezzala Club da giocatore: Stade de Reims (1937-1950)
Palmarès da giocatore: 1 Campionato francese (1949), 1 Coppa di Francia (1950)
Esordio in Nazionale: Bruxelles, 6 giugno 1948, Belgio-Francia 4-2
Ultima presenza in Nazionale: Parigi, 19 giugno 1949, Francia-Spagna 1-5
Presenze (reti) in Nazionale: 8 (1)
Club da allenatore: Stade de Reims (1950-1963), Grenoble Foot 38 (II div., 1963-67), Saint-Étienne (1967-1972), AS Avignonnaise, OGC Nizza, Olympique Marsiglia
Palmarès da allenatore: 1 Coppa Latina (Stade de Reims, 1953), 9 Campionati francesi (Stade de Reims, 1953, 1955, 1958, 1960, 1962; Saint-Étienne, 1967, 1968, 1969, 1970), 3 Coppe di Francia (Stade de Reims, 1958; Saint-Étienne, 1968, 1970)
Panchine in prima divisione: 656 In nazionale da Ct: Francia (1954-62)

giovedì, giugno 25, 2009

La Spagna ci ricasca


Ci risiamo. Stavolta, per colpa del Sogno americano. La Spagna è tornata alle antiche abitudini. A un anno dalla vittoria all'Europeo, riecco le vecchie Furie Rosse: implacabili quando non conta, inciampano sul più bello.
A un passo dalla finale di Confederations Cup.
E dire che Jozy Altidore l'aveva messa in guardia, la Spagna. L'attaccante americano del Villarreal aveva mandato un SMS al compagno di club Joan Capdevila: "Attenti, stiamo arrivando", gli aveva scritto in uno spagnolo un po' così.
E alle parole ha fatto seguire i fatti. E' lui a mandare, al 27', quel messaggio proprio a Capdevila.
Il colpo del ko, invece, con quel cognome, non poteva che arrivare da Dempsey. Negli Usa - e soprattutto a New York - Jack, nella boxe, è un'icona, un mito. Come Joe Di Maggio nel baseball. Nel calcio, Clint - "Man of the Match", o meglio "hombre del partido" - è già un poster del soccer. Il Sogno americano che NEL CALCIO diventa realtà.
Per la Spagna, dopo 35 partite utili e 15 vittorie consecutive, un ritorno al passato.
Per gli Stati Uniti la prima finale della storia. Brasile o Sudafrica, a questo punto, pari sono.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
Da sinistra nella foto, Clint Dempsey e Jozy Altidore (USA)

mercoledì, giugno 24, 2009

Stati Uniti, se potete...


La difficoltà maggiore, per Del Bosque, è che la sua Spagna la semifinale l'aveva preparata contro l'Italia.
L'ultima squadra a non perdere contro le Furie Rosse. Successe un anno fa. Con Donadoni. Agli Europei. Un anno dopo, è cambiato il mondo. Ma solo per noi.
Per la Spagna è come se il tempo si fosse fermato: 36 partite utili, 15 vittorie consecutive. Numeri da record. Come quelli della sua Confederations Cup: in 3 gare, 8 gol fatti e nessuno subito. una squadra di eroi giovani e belli: 25 anni e tre mesi di età media, due soli trentenni (il capitano Puyol e Capdevila). Davanti a sé, un futuro radioso fatto di tiqui-taca, il calcio a palla terra raccontato ai microfoni de La Sexta da Andrés Montes.
Dall'altra parte, gli Stati Uniti di Bradley padre e figlio. Una squadra che non ha nulla da perdere e che giusto un anno fa, in amichevole, perse solo 1-0 con la Spagna poi campione d'Europa.
"Stiamo arrivando" ha scritto via-SMS l'americano Altidore, il toro che per poco non matava gli azzurri, ai compagni del Villarreal. Era una battuta. Ma nessuno ha riso. Questa Spagna non ha alcuna voglia di scherzare.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

domenica, giugno 21, 2009

In silenzio, come 27 anni fa


Sarà un caso, ma il silenzio-stampa nacque 27 anni fa. A Spagna 82, e il Brasile non lo battiamo proprio da allora. Dal mitico - sì, mitico per davvero - 3-2 del Sarriá. Con quella tripletta Paolo Rossi rinasce e con lui quell'Italia, poi campione al Bernabéu.
Questa Italia, diventata "di mummie" più per il ko con l'Egitto che per l'età media, per restare in Sudafrica si aggrappa alla tradizione. Quella del "noi contro tutti". Ha funzionato, da Vigo in poi, con Bearzot. Ha funzionato fino a Berlino. Lippi, però, stavolta si chiama fuori.
La decisione di non parlare, sembra, è tutta dei giocatori.
Che potrebbero tornare subito a casa anche battendolo, il Brasile.
Vincendo con due gol di scarto la semifinale sarebbe sicura. In caso di parità con Brasile ed Egitto, conterà la differenza-reti, poi il numero di gol segnati. Insomma: possiamo essere eliminati vincendo, e superare il turno perdendo.
Tra lenostre armi, forse, c'è anche il silenzio stampa. Sarà un caso, come 27 anni fa. Contro il Brasile.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Milano caput mundi


Derby del mondo, e derby di Milano. È anche questo, e non da adesso, Italia-Brasile. Classica che l'Italia non vince da 27 anni e che stasera a Pretoria, vedrà a referto 4 giocatori del Milan e 3 dell'Inter. I rossoneri Zambrotta e Pirlo in campo più Gattuso e Pato in panchina. I nerazzurri Julio César e Maicon titolari più Santon come riserva.
Senza contare gli ex, il simbolo Kaká, naturalmente, Gilardino e Grosso, toccata e fuga con scudetto post-Mondiale e poi subito a Lione.
E senza contare quelli che, all'Inter, potrebbero passarsi il testimone: da Maicon ad Elano.
Ma rispetto all'ultimo "Derby del mondo" - così Lippi battezzò quello del 10 febbraio a Londra - ci sono anche grandi assenti.
In verdeoro - Adriano, il passato nerazzurro, e Thiago Silva, il futuro rossonero oltre a Ronaldinho, scomparso dalla rotazione dell'ultimo Ancelotti e quindi anche dal radar di Dunga. In azzurro, Bonera, in panchina all'Emirates Stadium e neanche partito per il Sudafrica.
Sono passati 4 mesi, ma sembrano secoli. Anzi, millenni.
Quella era un'Italia con Montolivo e Pepe dall'inizio e Aquilani a gara in corso. Un'Italia sperimentale, di giovani. Che un golletto d'Egitto ha trasformato in "mummie".
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

sabato, giugno 20, 2009

La pace dei Sensi


La buona notizia, per i tifosi della Roma, è che per i prossimi quattro anni la nuova proprietà avrà un budget di mercato di 40 milioni di euro a stagione.
Nuova proprietà significa soldi freschi, 300 milioni (compresa l'offerta pubblica di acquisto), portati dalla cordata svizzero-tedesca di Vinicio Fioranelli. L'agente FIFA, che da dicembre lavora per acquistare la Roma per conto del gruppo con a capo anche Volker Flick, alla fine ha avuto ragione. Lo dimostrano i 201 milioni versati alla Spafid, fiduciaria di Mediobanca - l'advisor di ItalPetroli, che della Roma è la holding controllata per il 51 percento dai Sensi.
Mediobanca dunque ha detto sì, chiudendo di fatto un'era durata 16 anni. Decisivo, per l'esito dell'operazione, il pressing esercitato da Unicredit, principale creditore di ItalPetroli.
Ieri il titolo AS Roma è stato sospeso per eccesso di rialzo, poi ha chiuso a +14,57 percento. Impennata che alla società ha fatto raggiungere un valore di mercato di 151 milioni.
La Roma resterà alla famiglia Sensi, hanno ripetuto fino alla noia Spalletti e Totti. Grazie a Fioranelli, invece, alla Roma resteranno loro. E la buona notizia, per i tifosi della Roma, è che ci sarà un mercato anche in entrata. Un mercato da ridefinire, ma che ha già una certezza: Vinicio Fioranelli.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Per la storia o per la gloria


Il record di 15 vittorie consecutive e la semifinale di Confederations Cup. È la posta in palio che Spagna e Sudafrica si giocano al Free State Stadium di Bloemfontein nell'ultima partita del Gruppo A.
Un punto accontenterebbe tutti: Spagna prima e Sudafrica in semifinale. Un traguardo storico, anche se più per la la parte nera della popolazione locale. Perché per la bianca, oggi a Durban c'è solo Sudafrica-British Lions di rugby.
Anche le Furie Rosse, però, giocano per la storia. La squadra ieri di Aragonés e oggi di Del Bosque non perde da 34 gare, una in meno del Brasile '93-96. E vincendo staccherebbe Australia, Francia e Brasile nel numero di successi consecutivi.
A sperare nella semifinale sarebbe così l'Iraq che a Johannesburg deve battere il materasso Nuova Zelanda: 0 punti, nessun gol fatto e sette subiti in due partite.
Nel suo 4-4-2 Del Bosque farà riposare più di mezza squadra. Reina per Casillas in porta, Puyol, Albiol e Arbeloa per Sergio Ramos, Marchena e Capdevila in difesa, Busquets, Fabregas e Riera per Cazorla, Xabi Alonso e Mata. Davanti, Torres e Villa che però difficilmente giocheranno 90 minuti.
Spettatori interessati, davanti alla tv, gli azzurri di Lippi. Un anno fa, ai quarti, la Spagna di Aragones spezzò il sogno europeo di Donadoni. E impose la restaurazione. Un anno dopo, Brasile permettendo, potrebbe scapparci la rivincita.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

venerdì, giugno 19, 2009

Balotelli, il male del genio


Fa tutto lui, in un quarto d'ora. Mario Balotelli. Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Croce e delizia di Mourinho e di Casiraghi.
Al 23esimo minuto, questa magia di Giovinco innesca Balotelli, che controlla, converge e la mette a giro sul palo lontano. Là dove Dahlin mai potrebbe arrivare. L'Italia va in vantaggio sulla Svezia e sembra padrona della partita.
Invece l'atmosfera si surriscalda.
In campo piovono acqua e falli e, dalle tribune dell'Olympiastadion di Helsingborg, qualche "buu" che fa male. Troppo. Il Dr. Jekyll diventa, anzi ridiventa, Mr. Hyde. E, dopo questo contatto, ha un raptus dei suoi. Il calcetto da terra, malizioso, sferrato a Wernbloom, non sfugge a Chapron, che lo manda negli spogliatoi.
Con il rosso diretto, e quasi un'ora da giocare. Il "What?", cosa?, di Balotelli non ottiene risposta.
La risposta arriva al 53esimo. E' una sorsata di Acquafresca, e Casiraghi respira. Sperando che, per Dr. Mario e Mr. Balotelli, l'Europeo non sia già finito.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Maicon Man, l'evoluzione della specie


Lateral direito. Da noi, semplicemente terzino destro. In Brasile, nel Brasile, qualcosa di molto vicino a una stella. Un regista esterno, ma anche un attaccante aggiunto, che infatti vale - e costa - quanto una punta. Lo testimoniano i 40 milioni di euro richiesti dall'Inter per Maicon; e questo suo gran gol agli Stati Uniti in Confederations Cup. Il miglior segnale che l'infortunio di due mesi fa con l'Ecuador è già storia.
Maicon è l'ultimo erede di una stirpe di campioni, in quel ruolo, cominciata ai mondiali di Svezia 58 con Djalma Santos, contraltare di fascia dell'altro Santos, Nilton.
A Messico 70, il Brasile più bello della storia schierava un attacco con cinque numeri 10: Jairzinho, Gérson, Tostão, Pelé e Rivelino. Ma guardate che cosa era capace di fare, su assist di Pelé, questo Intercity della corsia di destra chiamato Carlos Alberto. A 4' dal 90esimo, firma così il 4-1 finale all'Italia davanti ai 107 mila dell'Azteca, e a 2300 metri di altitudine.
Dopo Jorginho, vicecapitano campione del mondo a Usa 94 con Dunga e oggi suo vice sulla panchina della Seleção, un altro accelerato ha viaggiato sul binario destro verdeoro. È "Pendolino" Cafu, l'unico nella storia a referto - fra campo e panchina - in tre finali mondiali consecutive. A Pasadena 94, a Saint-Denis 98 e a Yokohama 2002.
Nell'ultima, ha alzato lui, da capitano, la Coppa del Brasile Pentacampeão. Roma e Milan non l'hanno dimenticato e ancora ne cercano l'erede.
Cicinho, al Real e alla Roma, e Rafinha dello Schalke 04 a questi livelli c'entrano poco. Maicon no. E' lui, Maicon Man, l'evoluzione della specie.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

giovedì, giugno 18, 2009

Livorno e Brescia, dentro o fuori


Una poltrona per due, che la meriterebbero entrambe. Il sogno di Livorno e Brescia si chiama Serie A. A giocarsela, due allenatori - Ruotolo e Cavasin - cambiati in corsa, in vista del traguardo. Proprio per non perderlo, quel traguardo. Perché Spinelli e Corioni non sono presidenti da B.
Al Picchi, di nuovo esaurito quattro anni dopo l'addio di Protti al calcio, ai toscani basterà il pari. Ai lombardi, invece, serve solo la vittoria, perché in campionato il Brescia, quarto, è arrivato un punto dietro il Livorno.
Nel 4-3-2-1 di Ruotolo, recuperano Diamanti e Tavano - 41 gol in due, playoff compresi - alle spalle della prima punta Danilevicius. In porta invece non ci sarà lo squalificato Mazzoni. In difesa, dubbio fra Rosi e Perticone. A centrocampo, ballottaggio fra Emanuele Filippini e Loviso. L'attaccante argentino Cellerino, coinvolto in un incidente d'auto, se l'è cavata con una contusione al ginocchio destro. Dovrebbe partire in panchina.
Difficilmente lo schiererà titolare nel suo 4-3-1-2, ma per la difesa Cavasin ritrova Martinez. Nel reparto, accanto a Bega, che ha scontato la squalifica, dovrebbero giocare Mareco e Zoboli esterni e Gorzegno (favorito su Dallamano) a fare l'elastico sulla sinistra per difendere a 4. In attacco, Taddei (a destra nella foto) - eroe all'andata con la doppietta del Rigamonti - dietro la coppia Possanzini-Caracciolo.
Dei 19 mila presenti sabato sera nello storico impianto dell'Ardenza, almeno 2500 tiferanno Brescia. Ma a far festa sarà solo chi occuperà la poltrona lasciata libera da Bari e Parma.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Pato di fuga


Ma allora insiste, Alexandre Pato. Ancelotti se n'è andato al Chelsea, Kaká al Real Madrid e proprio adesso che al Milan comanda il suo mentore, Leonardo, il baby fenomeno brasiliano gioca con le parole, ultimamente anche più che in campo.
Visto che Dunga - come Ancelotti nel finale di stagione - non lo "vede", perlomeno dal primo minuto.
Per l'attacco il Chelsea , da Ibra, Ribéry e Tévez in giù, ha occhi per tutti tranne che per lui. Lui invece sembra fare l'occhietto al nuovo padrone di casa di Stamford Bridge.
Galliani giura che Pato è incedibile. Ancora più degli altri big, per i quali si è riservato lo 0,1 percento di dubbio.
Là davanti, i Blues hanno Drogba e Anelka, fresco capocannoniere di Premier league. Per non parlare degli esterni Kalou e Malouda e di Shevchenko, cavallo di ritorno in attesa di sistemazione nel quale persino Ancelotti ha smesso di credere nei suoi ultimi mesi in rossonero.
Eppure Pato insiste. Persino i fedelissimi di Ancelotti - da Gattuso a Pirlo, per finire con Maldini - in un ruolo extra campo - paiono freddini nel volerlo seguire a Londra. Pato no.
"Londra e Milano? Tutte e due bellissime", ha detto, ma allora perché insistere?
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, giugno 17, 2009

Fenomene paranormali


Sentita anche questa, dalla solita fenomena di turno. "Rinus Michels lo chiamavano il Generale. All'Ajax ha insegnato a giocare a Cruijff".
Premesso che solo un profano potrebbe pensare che a campioni come Cruijff si possa "insegnare a giocare", Johan è arrivato in prima squadra - dalle giovanili - nel 1964. Michels è stato nominato allenatore, al posto di Vic Buckingham - lui sì maestro di Johan se non altro per le sedute di pesi e di miglioramento del sinistro alle quali lo sottopose - nel 1965.
Ma informarsi, leggere, documentarsi, no?
Christian Giordano

Villa come Zlatan


David Villa, come Zlatan Ibrahimovic, interessa Real Madrid e Barcellona. E come l'attaccante dell'Inter gioca a fare il misterioso. Sa dove giocherà la prossima stagione. Ma non lo dice, alla giornalista spagnola che lo intervista alla fine della partita con l'Iraq.
Una settimana fa, alla fine del 4-0 della sua Svezia su Malta nelle qualificazioni mondiali, in un'intervista dell'emittente svedese TV4 aveva risposto: "Io so dove giocherò, ma lo tengo per me".
Ibra non ha ancora svelato il segreto e Villa segue la moda. Ma se le trattative si sono raffreddate di fronte ai 37 milioni richiesti dal Valencia, il gol con cui "el Guaje", il Bambino, ha spinto la Spagna in semifinale di Confederations Cup non può che far impennare ancora di più la sua quotazione.
La rete numero 30 in nazionale fa di Villa il secondo miglior marcatore nella storia delle Furie Rosse. Superato Fernando Hierro, l'asturiano di Langreo adesso ha solo Raúl: 44 gol in 102 presenze.
Continuando così, però, rischia di essere prigioniero della sua fama: tutti lo vogliono, ma a quelle cifre rischia, paradossalmente, di non avere mercato. A parte le due grandi della Liga, fra i pochi a poterselo permettere le due di Manchester. Ma a quelle cifre un anno fa lo United prese Dmitar Berbatov dal Tottenham e ora è pronto a farsi scippare dal City Carlos Tévez.
Il Valencia sta costruendo il nuovo stadio e per fare cassa deve vendere. Almeno uno fra i due David, Villa e Silva, come Ibra, sa dove giocherà la prossima stagione. E anche se non lo dice, non sarà a Valencia.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

lunedì, giugno 15, 2009

Tre anni in più, eccolo il gap


La rabbia e l'orgoglio sono quelli del 2006. Quando ogni conferenza stampa di Lippi era una battaglia con solo un vincitore: lo spirito di gruppo azzurro. Buon segno. Perché alla sindrome dell'accerchiamento, fattore decisivo a Spagna 82 come in Germania 24 anni dopo, si è aggiunta la consapevolezza della propria forza. Una forza figlia della coesione sì, ma soprattutto dei risultati.
Lippi con l'Italia ne ha fatti per 31 partite consecutive, record mondiale di Basile e Clemente eguagliato, prima del ko di Londra col Brasile.
Quel Brasile che, con la Spagna, è il grande favorito di questa Confederations Cup. Assieme ai campioni del mondo. Alla prima, contro gli Stati Uniti, Lippi ne schiererà dall'inizio nove dei dodici portati in Sud Africa.
Ancora tanta fame, ma con tre anni in più. Nella speranza che non siano un gap.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

sabato, giugno 13, 2009

Rimini-Ancona, Adriatico all'ultima spiaggia


Bandiere biancorosse, questa sera, in riva all'Adriatico. Se del Rimini o dell'Ancona lo sapremo al termine della finale di ritorno dei playout della Serie B. Dopo l'1-1 dell'andata, per restare fra i cadetti, ai romagnoli basta il pari, l'Ancona deve vincere perché in campionato il suo piazzamento è stato peggiore. nel 4-4-1-1 di carboni l'unico dubbio è in panchina: il 19enne Alessandro Marchi sarà preferito al convalescente Cardinale.
Nell'Ancona invece in panchina non siederanno il portiere Sirigu, impegnato con l'Under 21 e sostituito da Schena, e l'allenatore, Salvioni, squalificato per gli insulti a Banti, l'arbitro del primo match. Al suo posto il vice, Di Stefano, e il ds Larini. Nel 4-4-2 marchigiano cambia la coppia centrale: Rincon sostituirà Vanigli al fianco del rientrante Comazzi, che ha scontato il turno di squalifica. Siqueira è in Brasile per curarsi. Catinali, per esserci, ha rimandato le nozze a martedì.
Al Neri, i tifosi dell'Ancona saranno almeno 2500.
Sfida nella sfida, il confronto fra i gioielli dell'attacco. Ricchiuti contro Mastronunzio, con ogni probabilità all'ultima gara con l'Ancona. Lo cercano Cesena e Salernitana: comunque vada, lui l'anno prossimo giocherà in B.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Anche al Milan un Cissokho


Dopo la cassa, la casa. Quella del nuovo Milan, il primo di Leonardo e senza Kaká, si costruisce dalle fondamenta. Cioè dalla difesa. Con i 68 milioni di euro avuti dal Real Madrid, Galliani è volato con Braida a Parigi per Aly Cissokho: esterno basso del Porto, 22 anni a settembre. L'appuntamento, all'hotel George V, era con il suo agente, Roger Boli, fratello maggiore del basile che a Monaco segnò il gol con cui il Marsiglia sfilò al Milan la Champions League '93.
Cissokho guadagna 250 mila euro a stagione e a maggio ha rinnovato il contratto fino al 2013. Il Milan ha già l'accordo con il giocatore: un milione a stagione per cinque anni. Ora deve convincere il Porto.
La trattativa però sarà addirittura più complicata di quella con il Wolfsburg per il 23enne attaccante Edin Dzeko. Al nazionale bosniaco, sotto contratto fino al 2011, il club della Volkswagen ha offerto un rinnovo un quinquennale da 2,3 milioni a stagione. Quattro volte il suo ingaggio attuale. Per cederlo, il Wolfsburg vorrebbe 30 milioni. Il Milan, al massimo, arriverà a 20.
Su Cissokho, invece, c'è da tempo il Lione, che dal Porto vorrebbe anche il 26enne centravanti argentino Lisandro López. Per ora la risposta del presidente Pinto Da Costa.
I giornali portoghesi oggi non parlano di Milan né dell'incontro di Parigi. O Jogo e il Diario De Noticias scrivono: "Lione su Cissokho".
L'OL lo conosce da tempo, perché Cissokho ha iniziato la carriera nel Gueugnon in Ligue 2 prima di migrare in Portogallo, a giugno 2008 al Vitória Setúbal e poi, da gennaio, al Porto dove è diventato titolare al posto di Fucile. La sua miglior partita è stata l'andata dei quarti di Champions League, 2-2 all'Old Trafford contro il Manchester United. Dai diavoli rossi, al diavolo rossonero. Lione permettendo.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it
Da sinistra nella foto, Cissokho contro Cristiano Ronaldo in Manchster United-Porto, andata dei quarti di finale di Champions League 2008-09

venerdì, giugno 12, 2009

Leonardo inventa: Pirlo vintage


Da questo assist per Iaquinta, ha capito che l'idea è quella giusta: sarà Andrea Pirlo l'erede di Kaká. Sembra un'idea di Lippi, invece è di Leonardo, la prima per il suo nuovo Milan.
L'illuminazione gli è venuta in maglia azzurra, quella del Supercorso allenatori di Coverciano. Pirlo di nuovo trequartista come a inizio carriera, quando, sedicenne, debuttò in A col Brescia e qualcuno già parlava di nuovo Rivera.
Alle spalle delle punte ha giocato anche nell'Inter e nella Reggina. Ma è stato Ancelotti, al Milan, a cambiargli ruolo e carriera. Da trequartista incompiuto a regista classico, l'ultimo - e con Xavi forse il più grande - del calcio mondiale.
E proprio adesso che il suo mentore, Carletto, lo rivorrebbe con sé al Chelsea, ecco l'invenzione di Leonardo: un Pirlo "vintage", regista sì, ma avanzato, magari dietro due punte (Dzeko o Borriello e Pato) più Ronaldinho rifinitore. Per il Milan, un salto nel futuro. Per Pirlo, un ritorno al passato. Sempre che il presente non gli faccia cambiare idea.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
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sabato, giugno 06, 2009

La prima Juventus di Ferrara


Né Guardiola né Lippi. Sarà la Juventus di Ferrara, anche se la scuola è quella. Quella di Lippi. Ci teneva, Ciro, a metterlo subito in chiaro. E lo ha fatto capire. Ora da capire resta COME sarà, e soprattutto come giocherà, la SUA Juve. La Juve di Diego, ma non solo.
Per riuscirci, però, il primo passo sarà affrancarsi dal 4-4-2. Quasi un dogma, per Ranieri, che lo ha abiurato in rare occasioni e solo se costretto.
Ferrara invece crede nel 4-3-1-2 con Diego vertice alto del rombo dietro le punte Amauri e Del Piero, con Iaquinta prima alternativa e Trezeguet in partenza. Diego ha sempre giocato così, nel Santos, nel Porto e nel Werder Brema. L'unico problema di coesistenza con Del Piero sarà spartirsi col capitano le punizioni dal limite.
Per il resto la Juve di Ferrara è quasi fatta. Davanti a Buffon, per due maglie tre centrali da nazionale: Cannavaro, Chiellini e Legrottaglie. Certezze che però non convinceranno Ciro a giocare a tre dietro per reggere i tre davanti. Sulle fasce Zebina più che Grygera a destra e De Ceglie a sinistra, in attesa che guarisca Molinaro e magari arrivi dal Liverpool un altro azzurro, lo scontnto Dossena. A centrocampo, Camoranesi e Sissoko interni con l'ormai vicinissimo D'Agostino vertice basso. Come signori cambi, Zanetti e Marchisio e Giovinco come vice-Diego. Una Juve, la prima di Ferrara, già da scudetto.
PER SKY SPORT, CHRISTIAN GIORDANO
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Mr Fab nella terra dei kazhaki


L'Inghilterra di Fabio Capello sa solo vincere. 4-0 in Kazahkstan e primo posto a punteggio pieno nel Gruppo 6 di qualificazione per Sudafrica 2010: 18 punti in 6 partite.
Ad Almaty, pratica chiusa in 5 '. Al 40' corner corto di Lampard per Gerrard, cross mancino per Barry (nella foto) che sul secondo palo incrocia l'1-0. Allo scadere di tempo, Gerrard vede Mokin fuori dai pali, lob con deviazione ed Heskey raddoppia sulla goffa respinta del portiere.
Nella ripresa, al 72', uno-due di Johnson sulla destra e traversone per Rooney sul palo lontano, Mokin si riscatta a metà e sul rimbalzo Rooney - con un capolavoro in acrobazia - segna il suo sesto gol in queste eliminatorie.
Cinque minuti dopo, Lampard cala il poker su rigore per la trattenuta di Abdulìn su Heskey. Tutto troppo facile.
Capello può già pensare all'ultimo impegno mondiale prima delle vacanze, mercoledì a Londra contro Andorra. Un'altra passeggiata.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
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giovedì, giugno 04, 2009

Kaká al Real, ma dopo le Europee


Lunedì, il giorno dopo le elezioni europee, sarà il giorno di Kaká al Real Madrid. Silvio Berlusconi lo ha annunciato e ribadito. Correggendo il tiro. Lunedì con Kaká non si incontrerà a cena, ma si sentirà al telefono. Perché lunedì, Kaká, sarà ancora in Brasile, in ritiro con la nazionale a Recife dove mercoledì giocherà Brasile-Paraguay prima di partire per il Sudafrica. Destinazione: Confederations Cup. Torneo a cui Kaká arriverà da giocatore del Real Madrid. Per un quinquennale da oltre 10 milioni a stagione, visto che quella è la cifra che guadagna già al Milan.
Milan che dall'operazione incasserà 68 milioni e mezzo: spicciolo più, spicciolo meno, l'intero rosso in bilancio. Un'offerta molto più bassa dei 105 milioni offerti dal Manchester City a gennaio, ma di ben altro appeal.
Per Kaká in merengue, insomma, è tutto pronto. Anche la maglia. Pérez, per grandeur galàctica e merchandising, vorrebbe assegnargli il 5 di Zidane. Kaká preferirebbe l'amato 22, oggi sulle spalle non larghissime del difensore panchinaro Miguel Torres. In nazionale Kaká indossa l'8 o il 10, numeri che al Real appartengono rispettivamente a Gago e a Sneijder. Dettagli. Gli unici che lunedì ancora non sapremo.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Kaká vestirà alla Zizou


Lunedì sapremo. Lunedì, il giorno dopo le elezioni europee, sarà il giorno di Kaká al Real Madrid. In qualche modo lo ha annunciato Silvio Berlusconi dichiarando che proprio lunedì incontrerà - a cena - Kaká. Forse il proprietario non più presidente del Milan intendeva dire che lo sentirà al telefono - magari all'ora di cena - visto che lunedì Kaká sarà ancora in Brasile, in ritiro con la nazionale a Recife dove mercoledì giocherà Brasile-Paraguay.
Proprio dal Brasile, dal centro tecnico di Granja Comary, dove la Seleção si allena ora, secondo il quotidiano spagnolo AS, sarebbero - condizionale d'obbligo - rimbalzate in queste ore le prime parole, confidate agli amici, di Kaká neomadridista: "Tutto fatto. So che andrò a Madrid. Sono molto felice" avrebbe detto ai compagni di nazionale.
Un altro corposo indizio di un affare già troppo avanzato per non concludersi sono le dichiarazioni dell'amministratore delegato rossonero Adriano Galliani alla Gazzetta dello Sport. "Il Milan non può perdere 70 milioni ogni anno".
Guarda caso - spicciolo più, spicciolo meno - proprio la cifra che il neo proprietario della Casa Blanca, il suo amico Florentino Pérez, porterebbe in dote: 68.5 milioni di euro in via Turati. Più 9 e mezzo a stagione al giocatore per 5 anni. Kakà senior, il papà-agente Bosco Leite, ne vorrebbe 10, ma se ne farà una ragione. Anche perché l'alternativa - il Chelsea - ha smentito ogni offerta per il brasiliano, non solo quella da 80 milioni: "Non abbiamo mai fatto un'offerta al Milan - si legge sul sito dei Blues - tantomeno una di livello così straordinario".
Per Kaká in merengue, insomma, è tutto pronto. Anche la maglia. Pérez, per grandeur galàctica e merchandising, vorrebbe assegnargli il 5 di Zidane. Kaká preferirebbe l'amato 22, oggi sulle spalle non larghissime del difensore panchinaro Miguel Torres. In nazionale Kaká indossa l'8 o il 10, numeri che al Real appartengono rispettivamente a Gago e a Sneijder. Dettagli. Gli unici che lunedì ancora non sapremo.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

martedì, giugno 02, 2009

Kaká, la saga (quasi) infinita


Otto milioni e mezzo di euro: questa la cifra che nel 2003 servì a Leonardo per portare Kaká al Milan dal San Paolo.
Mai avrebbe immaginato, Leonardo, che un giorno sarebbe stato il suo allenatore per neanche 24 ore.
Conclusione impossibile da prevedere per una saga infinita che dal 27 agosto scorso ha fatto rimbalzare Kaká - sotto contratto col Milan fino al 2013 - fra Chelsea, Manchèster City e Real Madrid.
Risale al 27 agosto, infatti, la prima, doppia smentita: Kaká dice che resterà Milan, il presidente del Chelsea,Peter Kenyon, annuncia Deco e Robinho, che poi finirà proprio al City.
Lo stesso City che, il primo settembre, il gruppo di Abu Dhabi rileva dall'ex premier thailandese Shinawatra.
Due giorni dopo, Al Fahim dichiara di volere Kaká oltre a Cristiano Ronaldo, Messi, Fabregas, Torres e Berbatov.
Il 12 ottobre il City annuncia una doppia offerta: 100 milioni di sterline per Kaká e Buffon a gennaio, o 50 per Kakà in estate.
Il 16 novembre Robinho chiama dalle Eastlands, Kakà - in ottimo inglese - risponde picche il 26, il giorno prima di Portsmouth-Milan di Coppa Uefa.
UPSUOND INGLESE
A gennaio, però, l'offerta arriva sul serio: 100 milioni di sterline (500 mila a settimana al giocatore). A Milano arrivano il presidente Gary Cook e il braccio destro operativo della proprietà, Paul Aldridge.
Sembra tutto fatto, Kaká - dopo Milan-Fiorentina del 17 gennaio, un sabato sera - esce in lacrime dallo stadio. Commosso per gli attestati di affetto ricevuti da compagni e tifosi. E comincia a ripensarci. Due giorni dopo, il 19 gennaio, è la sua volontà a mandare all'aria l'incontro decisivo.
Lui dalla finestra di casa mostra urbi et orbi cos'ha nel cuore: il 22 rossonero.
E Berlusconi dà l'annuncio con una telefonata in diretta a SKY Sport 24.
Sembrava la fine della telenovela. E lo era: Kakà non avrebbe mai lasciato il Milan per il Manchester City. Già, per il Manchèster City.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

lunedì, giugno 01, 2009

Cassano-Delneri, c'eravamo tanto odiati


Chissà come si dice, in barese, la parola nemesi. O, in friulano, la parola perdono.
Non si sono mai amati, Antonio Cassano e Gigi Delneri. Né mai capiti. E non solo per questioni di dialetto.
Fantantonio lo ha ammesso nella sua autobiografia: "Delneri è una bravissima persona e un buon allenatore, il suo unico difetto è che non si capisce quando parla...". Ecco, appunto.
Ai tempi della Roma, nella disgraziata stagione 2004-2005, quella dei 5 allenatori, Cassano ne combinava una a settimana. "Gli ho rotto le balle - ha scritto nel suo libro - una cosa proprio schifosa. Ripensandoci adesso, non era giusto".
Il primo scontro in Roma-Inter, il 3 ottobre: Cassano è sostituito e si lamenta, il pubblico romanista lo fischia. Forse per la prima volta. «Cambio concordato» la reazione di Delneri, che sorride ironico: «hai giocato un' ora».
Il 22 ottobre, d'accordo con società e allenatore, Cassano inizia un «programma di lavoro differenziato»: in realtà, si allena da solo a Trigoria.
Salta la gara col Palermo, poi gioca contro la Juventus e il 31 ottobre, col Cagliari, Cassano viene sostituito nell'intervallo.
Il 6 novembre, prima di Milan-Roma, l'annuncio della società: «Cassano è fuori rosa».
Oggi, quelle cassanate sembrano un lontano ricordo. Anche perché con Mazzarri, e forse grazie anche all'amore di Carolina, Antonio è diventato un altro. Decisivo in campo, irreprensibile fuori.
Chissà se resterà così, ora che l'allenatore col quale è rinato verrà sostituito proprio da Delneri. Un ex nemico. "Col tempo tutti cambiano - ha detto Delneri -, anche se non so come sia adesso Antonio". Al ritiro di Moena, la prima risposta.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it