martedì, luglio 28, 2009

Del Piero, il Boniperti del Duemila

IO E SAN VENDEMIANO
Al ricordo Vittorio Scantamburlo ancora piange, lo testimonia “Sfide”. È il 10 novembre 1987 quando, sul suo quadernino, annota tale Alessandro Del Piero. “Alex”, in famiglia. Filo d’ossa e occhioni da cerbiatto che l’allora osservatore del Padova scova nel vivaio del Conegliano. La squadretta dell’omonima città dove il talentino è nato il 9 novembre 1974.
Da allora, per il guru la Conegliano-Oderzo diventa stradello quotidiano verso Borgo Saccon, frazione a sud di San Vendemiano, per ingraziarsi l’inafferrabile numero 7 e soprattutto i familiari del genietto: papà Gino, elettricista dell’Enel, mamma Bruna, casalinga, e il fratello Stefano, ex promessa poi dilettante di nove anni più grande. Beatrice, di origini romene e adottata a cinque anni, arriverà dopo. 

Gino, juventino nel dna ed ex calciatore amatoriale, coi geni ha trasmesso la passione anche al primogenito, Stefano, arrivato sino alla Sampdoria primavera, con Lippi allenatore. «Giocavo con Gambaro e Melchiori, nella Berretti c’erano Ganz e Zanutta - ricorda l’attuale procuratore di Alex - Dopo due anni, tutto finito e senza un perché. Lì capii molte cose, le stesse che spiegai ad Ale quando prese il volo. Anche per questo, oggi, è un ragazzo così umile, posato, mai sopra le righe». «L’esperienza di mio fratello - conferma il predestinato - è un richiamo alla realtà, ai rischi delle illusioni, all’importanza dei valori della vita».

Il primo campetto glielo costruisce papà, sotto casa. Tra l’orto e la strada c’è una striscia di terreno, e per lui è un gioco da ragazzi piantare quattro pali con su una lampadina, illuminata dalla corrente derivata dal garage. «Mi pare ancora di vederlo, mio padre, mentre si arrampica - racconta Alex - Noi zitti in attesa del miracolo, e le luci che si accendono. Un momento fantastico». Ripetuto a comando, in sfida agli amici (Nelso, Pierpaolo Mazzer, Giovanni Paolo e Basei), centrando col pallone l’interruttore: «Guardate come vi accendo la luce». Clic.

Il primo allenatore, a otto anni, è Umberto Prestia, al San Vendemiano: «Gli diedi il pallone e si mise a palleggiare. Non la smetteva più. Era il più bravo, e per misurarsi cercava i più grandi. Le sue fortune sono state l’esperienza del fratello e i sani princìpi dei genitori. È così che è cresciuto, ragazzo perbene e gran giocatore». Stagione 86-87, da Mazzer arriva una dritta a Buffoni, l’allenatore che sta portando in B il Padova e che vive in zona. Il mister la gira al ds Giambattista Pastorello («Guarda che in una squadretta qua vicino c’è un gran talento») e quello manda in missione Scantamburlo.

IO E IL PADOVA
Alex è alle medie e i genitori vorrebbero le terminasse prima di pensare solo al calcio. Ma tempo un anno e il 18 agosto ’88 Romolo Camuffo, responsabile del vivaio, va a prenderlo a casa per tesserarlo nei Giovanissimi di Bozzao e Cavasin. Sarà subito scudetto. Negli Allievi, lo allena Maurizio Viscidi che però ha poco da insegnargli: «Un giorno, lo prendo da parte e gli chiedo come fa a smarcarsi sempre, a ricevere comunque la palla. Lui mi spiega due cosette che avrei letto un anno dopo, sui libri. In pratica, mi ha insegnato lui come ci si creano gli spazi». 

Il 15 marzo ’92 Mazzia lo fa esordire in prima squadra, a Messina, in B. Altre 4 presenze e zero gol. Il primo arriva il 22 novembre, con Sandreani allenatore: in Padova-Ternana, di destro. Sarà l’unico in 10 gare stagionali. Eppure per il ds Aggradi è il «nuovo Van Basten». E come tale lo propone, come diritto di prelazione, a Juventus e Milan nel pacchetto-Sartor.

Come i compagni che vengono da fuori, Alex abita nella foresteria vicino lo stadio e viene seguìto negli studi. Del Piero li completa col diploma di ragioniere. Finalmente, può dedicarsi solo al calcio. Il ragazzo che davanti alla tv sognava di vendicare il Platini appeso in camera - sdraiato per protesta dopo il gol annullatogli contro l’Argentinos Juniors nella finale Intercontinentale ’85 - vuole la Juventus. Il Milan si defila e a fine 92-93, quando si rifà sotto, è tardi. Boniperti telefona ad Aggradi e per 2,5 miliardi di lire, più il cartellino di Bonaiuti, lo fa bianconero mostrandogli le coppe di piazza Crimea: «Hai visto quante sono? Be’, cerca di vincerne tante anche tu, per fare la Juve ancora più grande. Del contratto non preoccuparti, firma e sarai contento: la cifra la mettiamo noi, tranquillo». «Il Milan ha preso Van Basten? E noi Del Piero» dirà il presidentissimo, che ad Aggradi promette: «Se diventerà qualcuno come dici, ti regalerò la nostra miglior Fiat».

Parallelo il cammino in nazionale, di cui è fedelissimo sin dalla Under 15. Il primo neo è il rigore sbagliato con la U17 all’esordio mondiale di Montecatini: Italia-Usa, 16 agosto 1991. La maglia numero 7 finirà incorniciata in stanza, per non dimenticare. Tra il ’92 e il ’93, 12 gol in 14 partite con l’U18. Alla Juventus, vince scudetto e “Viareggio” (già giocato nel Padova, 6 partite e 2 reti) con la Primavera, e fa capolino nella prima squadra di Trapattoni. Non prima della ramanzina-bis, dopo quella di Boniperti, sul taglio dei capelli. Andava fatto, e alla svelta.

IO E LA JUVENTUS
Il debutto in A il 12 settembre ’93 a Foggia (1-1), il primo gol la settimana dopo: suo il 4-0 alla Reggiana, di sinistro, 28” dopo essere subentrato - con il numero 16 a 20’ dalla fine - a Ravanelli. Dopo la tripletta al Parma, il 20 marzo, il Guerino si sbilancia: «È nata una stella». Prima copertina. 

Cinque gol in undici spezzoni lo avvicinano al prestito ai gialloblù emiliani, invece al via della stagione 94-95 Roberto Baggio si fa male e la Triade ne approfitta per sbarazzarsene: l’erede del Codino ce l’ha in casa. E quello si presenta con il celeberrimo 3-2 in spaccata alla Fiorentina, il 4 dicembre ’94. Poi inventa, anzi mutua da Robbie Fowler, i “gol alla Del Piero”: conversione da sinistra e pennellata “a giro” d’interno destro sotto l’incrocio lontano. Alla prima Champions, 5 capolavori simili in altrettante gare. Come lui mai nessun italiano.
Con Lippi vince scudetti in serie, una Champions su tre finali consecutive (nel ’96 ai rigori sull’Ajax) e da protagonista l’Intercontinentale (suo l’1-0 al River Plate).
L’8 novembre 1998, al 92’ di Udinese-Juventus, gli saltano crociati anteriori e posteriori del ginocchio sinistro: 9 mesi fuori. È lo spartiacque della carriera. Al rientro, non pare più lui. Titolare senza un perché tecnico. Segna su rigore e smazza assist, ma il cambio di passo sembra rallentato di due frame. Per l’Avvocato, da Pinturicchio (perché Raffaello era Baggio) diventa il beckettiano Godot: non arriva mai.
A “L’Espresso”, Zeman parla di «calcio che deve uscire dalle farmacie» e il riferimento è ai “gonfiati” Vialli e Del Piero. Il pm Guariniello trova “solo” 200 tipi di medicinali, la frode sportiva e la prescrizione.

Godot comincia a palesarsi in Bari-Juventus del 18 febbraio 2001: segna in serpentina ed esulta con un pianto liberatorio. La dedica è al padre, appena deceduto. Lì comincia il terzo Del Piero, recordman di presenze (603) e gol (262) in bianconero. Il biennio sotto Capello, con mille sostituzioni («un giorno mi ringrazierà»), lo manda fuori di testa ma gli allunga la carriera. Calciopoli affonda la Juve in B. Il capitano riemerge con due titoli di capocannoniere. E a 34 anni vive la miglior stagione. «È come il vino: invecchiando migliora», le coccole di Ranieri. L’idillio dura una stagione e mezza. Con Ferrara - poco, ma sicuro - andrà meglio. Dopo il 2011, studierà da Boniperti moderno. La promessa è stata suggellata da un pallone del 1950 tramandato dagli Agnelli a John Elkann e da questi, a novembre per presentare il nuovo stadio e a luglio nel ritiro di Pinzolo, al Capitano fresco di rinnovo.

IO E LA NAZIONALE
Il 20 gennaio 1993, è ancora al Padova quando Cesare Maldini lo fa esordire nell’U21 che batte 1-0 in amichevole la Romania. Qualificazioni e quarti in due Europei: nel ’94 con la Cecoslovacchia (primo gol), nel ’96 col Portogallo. In totale, 12 presenze e 3 reti: il 21 febbraio ’96, doppietta in amichevole all’Ungheria.
In nazionale “A” debutta con Sacchi Ct, a 20 anni, il 25 marzo ’95 in Italia-Estonia 4-1. Il primo gol il 24 gennaio ’96 a Terni: Italia-Galles 3-0. A Euro ’96, ha il 14 e gioca solo con la Russia, da esterno. A fine primo tempo lascia il posto a Donadoni. Poi tutti a casa.

Nel ’97, al Torneo di Francia, lo porta Cesare Maldini. Nel quadrangolare sfoggia il 20 alla Paolo Rossi: al Brasile segna una doppietta nel 3-3; ai francesi, al 90’, il definitivo 2-2. Vince l’Inghilterra, lui è capocannoniere. Con 21 reti in campionato e 10 in Champions (da qui il 10 pure in azzurro), Maldini “deve” portarlo - con Baggio (22 centri in A, high in carriera) - a Francia 98. L’infortunio alla coscia destra in finale di Champions persa 1-0 col Real Madrid lo manda ko. Baggio sta benissimo, e la stampa ci sguazza. Al primo mondiale, 4 presenze e nessun gol.

A Euro 2000 Zoff gli dà il 10 ma davanti ha Fiore poi Totti. Titolare con la Svezia, firma l’assist per Di Biagio e, all’88’, il 2-1 all’incrocio. In semifinale con l’Olanda gioca 87’ su 120’ da terzino per l’espulsione di Zambrotta. In finale, subentra a Fiore al 53’. Al 59’ centra col destro Barthez e al 9’ del supplementare sparacchia a lato di sinistro il potenziale golden gol. Trezeguet, invece, non fallirà. 
Al mondiale 2002, con Trapattoni Ct, torna vice-Totti. Col Messico, gli subentra a 12’ dalla fine e all’85’ segna il pari-qualificazione. La dedica, come il gol al Bari, è per il papà che non c’è più.
A Euro 2004 il Trap crede in lui, ma il 2-2 biscottato di Svezia-Danimarca ci va di traverso.
Lippi lo porta a Germania 2006. Negli ottavi con l’Australia lascia il posto a Totti al 75’ e al 95’ il romanista trasforma il penalty che vale i quarti. In semifinale coi tedeschi, entra al primo overtime e al 121’ firma a giro il 2-0. La finale con la Francia per lui inizia all’86’ e finisce col quarto rigore. L’apoteosi la firma Grosso.
Dopo lo 0-0 coi francesi nelle eliminatorie per Euro2008, l’aut aut a Donadoni: sono una punta. Out Cannavaro, in Austria e Svizzera è capitano non titolare (Romania a parte). Negli ottavi con la Spagna, entra da quinto rigorista, ma De Rossi e Di Natale sbagliano. Fine di un amore mai ricambiato. Sboccerà a Sudafrica 2010? Se c’è uno che ci crede, è lui.

IO E IL MIO MONDO
Riguardo la vita privata è ultrariservato. Il 12 giugno 2005 si è sposato in gran segreto con Sonia Amoruso, fidanzata storica cui era legato dal 1998. La cerimonia si è tenuta in una chiesetta sulla collina di Torino, nella piccola parrocchia di Mongreno. A celebrarla, il parroco don Luigi Ciotti, fondatore e presidente del gruppo Abele, nota associazione di volontariato torinese. Il primo figlio, Tobias, è nato il 22 ottobre 2007 nella clinica Sant’Anna di Torino. La secondogenita, Dorotea, il 4 maggio 2009. Ironia del destino, il sessantennale di Superga.

Contrariamente ai copia-incolla che girano nelle redazioni, Sonia non è parente del Nicola ex attaccante bianconero. È nata a Torino il 16 agosto 1975 ed è figlia di un macellaio di Orbassano. Dove viveva, in via Nota, a due passi dal palazzo comunale, e dove, in piazza Umberto I, sono state esposte le pubblicazioni di matrimonio.

Alex l’ha conosciuta da cliente, ai primi di novembre del ’99, del negozio di moda nella centralissima via Roma a Torino dove lei faceva la commessa. Compresa “Satù”, la boutique torinese di via Giolitti 8 che Alex ha le ha regalato da fidanzati, ora hanno tre atelier.

La scintilla è scoccata così. Durante la pausa pranzo, lei andava sempre nello stesso bar a mangiare un panino. Un giorno è arrivato Alex, e per lui è stato un colpo di fulmine. «Per una settimana lui ha sbirciato dalle vetrine del negozio - ha dichiarato Sonia a “Grazia” -. Poi un giorno ha preso coraggio e, con la complicità di una mia collega, mi ha aspettato fuori. Era tutto bardato. Portava un cappello e una sciarpa, si vedevano solo gli occhi. Ma l’ho riconosciuto subito».

Già da piccola, infatti, per Sonia la Juve era di casa. Il padre, tifosissimo, non perdeva una partita al bar con gli amici o in famiglia. E per lei, ora, il tifo si è spostato al capitano. «Sono di parte, seguirei Ale ovunque».
Insieme, però, si fanno vedere pochissimo - al Casablanca di Milano l’eccezione - e spesso in “eventi” pubblicitari. 

Più complicati i matrimoni d’affari. Solo due dei cinque rinnovi in 16 anni di Juve sono stati seguiti dallo stesso procuratore. Nel luglio ’93, il quadriennale da 120 milioni di lire a stagione è di Rizzato. A settembre ’95, con Pasqualin, quinquennale da 1,2 miliardi l’anno, prolungato a giugno ’99 per altri cinque anni a 10 miliardi l’anno. Nell’ottobre 2003 i giapponesi Miyakawa chiudono a 4 milioni di euro fino al 2008. Il fratello Stefano pilota il biennale dell’ottobre 2007 (da 4 e 3,7 milioni senza diritti di immagine) e quello (da 3,2 milioni con diritti) del 17 luglio 2009.

IO E IL MIO PERSONAGGIO
Frequentazioni vip, beneficenza, show-biz e molto altro nell’universo Del Piero. Golfista convinto e competitivo, ama il tennis e ancor più il basket Nba. È amico di Steve Nash, play dei Phoenix Suns, e di Kobe Bryant, guardia dei Lakers, seguiti in prima fila, mentre era in vacanza negli States, nelle ultime Finali NBA. Fan ricambiato di Noel Gallagher, frontman degli Oasis, nel 2005 appare nel loro video di “Lord Don’t Slow Me Down”, mentre autografa una sua maglietta e la consegna al gruppo inglese. Al 2007 risale il suo cameo nel film “L’allenatore nel pallone 2”.

Tedoforo alle Olimpiadi invernali di Torino 2006, testimonial Airc per la lotta al cancro, nel maggio 2008 ha disputato un torneo di golf a scopo benefico organizzato dalla fondazione Vialli e Mauro. Sono stati raccolti più di 100 mila euro a favore della ricerca contro la SLA.
Uomo adidas (ma anche Luxottica, Pepsi, Disney e Cepu) da una vita, ha fatto la storia degli spot tv con i gemellini “Noi tifiamo Napoli, tiè” e il celebre uccellino dell’acqua Uliveto, storico sponsor della nazionale. Le malelingue sostengono che qualche chiamata azzurra sia stata figlia del “rendimento” anche fuori del campo. Cattiverie sublimate nelle polemiche per la convocazione per Euro2004, data per certa dalla Panini - per esigenze tipografiche - ben prima che fosse diramata dal Ct Donadoni. Per cautelarsi, invece, la Uliveto aveva in cantiere due versioni del commercial col trio Alex-suora-Chiabotto: una per il sì, l’altra per il no. Il “colpo” migliore di Alex sul set? Secondo Miss Italia 2004, «l’espressività del viso. La paragonerei, con le dovute proporzioni, alle sue punizioni».

Durante il mondiale 2006, una società di marketing tedesca fornì una classifica in cui era Ronaldinho il calciatore col maggior valore di mercato pubblicitario: 47 milioni di euro. L’unico italiano, Del Piero, era 16° a 18. Alex è comparso sulle copertine dei videogiochi FIFA 2004 e FIFA World Cup Germany 2006, editi dalla Electronic Arts. E in quella italiana di Pro Evolution Soccer 2010, prodotto dalla Konami di cui è testimonial insieme a Lionel Messi.

Il fenomeno Del Piero non poteva che confermarsi tale sugli scaffali. Per i fini più nobili, come i volumi (e i calendari) fotografici realizzati per i bambini dell’ospedale Gaslini di Genova, o commerciali, come le autobiografie illustrate prodotte dal suo entourage come “10+ Il mio mondo in un numero” (Mondadori) o “Semplicemente Del Piero” (Logos). Un cognome, un campione, un brand.

CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n. 30, 28 luglio 2009

La scheda di Alessandro Del Piero
Ruolo
: seconda punta
Nato: 9 novembre 1974 a Conegliano (Treviso)
Statura e peso: 1,73 x 73 kg
Giovanili: San Vendemiano, Conegliano, Padova (1990-91); Juventus (primavera 1993-94)
Club: Padova (1991-1993), Juventus (1993-)
Palmarès con i club: campionato Giovanissimi (Padova 1990) e Primavera (Juventus 1994); Torneo di Viareggio (Juventus 1994); 5 scudetti (Juventus 1995, 1997, 1998, 2002, 2003; revocati 2005 e 2006); campionato Serie B (Juventus 2007); Coppa Italia (Juventus 1995); 4 Supercoppe italiane (Juventus 1995, 1997, 2002, 2003); Champions League, Supercoppa europea e Coppa Intercontinentale (Juventus 1996); coppa Intertoto (Juventus 1999);
Palmarès in nazionale: 2 Europei U21 (1994, 1996); Mondiale 2006
Esordio in Serie A: 12-9-1993, Foggia-Juventus 1-1
Primo gol in Serie A: 19-9-1993, Juventus-Reggiana 4-0
Esordio in nazionale : 25-3-1995 a Salerno, Italia-Estonia 4-1
Primo gol in nazionale: 24-1-1996 a Terni, Italia-Galles 3-0
Presenze (reti) in nazionale: 91 (27)
Scadenza contratto: 2011
Ingaggio netto: 3,2 milioni l’anno

mercoledì, luglio 22, 2009

Rielezioni europee

1. Non siamo più ai tempi di Ceausescu e dei quarantelli da regimedi Rodion Camataru (1987) e Dorin Mateut (’89). Quindi, se rivinci da“Pichichi” la Scarpa d’oro – stavolta all’Atlético, dopo che l’hai fatto nel Villarreal, mica nel Barcellona o nel Real Madrid – qualcosa vorrà dire. Per esempio che Diego Forlán il verbo del gol sa declinarlo, purché a certe latitudini. Uno dei pochi, e più clamorosi, flop di Sir Alex Ferguson al Manchester United, l’uruguaiano in Inghilterra era diventato un cult da You Tube per l’incapacità di reinfilarsi la maglia tolta per festeggiare uno dei 10 gol (in 63 presenze) coi Red Devils. Quello nel 2-1 al Southampton. Là patì l’agguerrita concorrenza: Ruud van Nistelrooy, i “Calypso Boys” Dwight Yorke e Andy Cole e il 12esimo uomo per antonomasia, Ole Gunnar Solskjaer. Cinque anni dopo i 25 gol del 2004-05, è tornato capocannoniere, stavolta con 32 reti e rubando la scena a un compagno di reparto, Sergio “Kun” Agüero (17), che del suo Ct Maradona è genero e, per fisico e movimenti, più degno erede. Insieme, i gemelli “colchoneros” hanno segnato 49 gol. Gonzalo Higuaín e Raúl (22+18) del Real Madrid si sono fermati a 40, David Villa e Mata del Valencia (28+11) a 39.
2. Per trovare un tandem più efficace, e decisivo, bisogna andare in Bundesliga. Il primo Meisterschale del Wolfsburg è arrivato grazie, soprattutto, ai 54 gol di Grafite e Edin Dzeko (pronunce: “Grafisch” e“Geko”): 28 il brasiliano, ora non più noto solo per il rapimento della madre poi liberata, 26 il bosniaco che, invece, ha rapito il Milan. Cifre notevoli eppure quasi risibili rispetto quelle del tridente che ha trascinato il Barcellona al “Triplete”: delle 105 reti segnate nel torneo dai campioni 72 appartengono a un Lionel Messi (23) da record, al solito Samuel Eto’o (39) e al redivivo Thierry Henry (19), rinato dopo la prima stagione catalana da dimenticare. Computo stellare considerando Liga, Champions League e Copa del Rey: su 154 gol segnati dalla squadra, ne hanno firmati 97 (63%): 38 l’argentino (23+9+6), 34 il camerunense (30+4+0) e 25 il francese (19+5+1).
3. A proposito di francesi rinati, in Premier League è toccato al 30enne Nicolas Anelka, Golden Boot con 19 reti. Doveva essere la stagione degli strapagati Dmitar Berbatov (9) al Man U, Robbie Keane (10 fra Liverpool e Tottenham-bis) e Robinho (14) al Man City, invece si è imposto lui davanti a Cristiano Ronaldo (18), tornato all’originario ruolo di centravanti, e agli straordinari Steven Gerrard (16) e Fernando Torres (14) del Liverpool. Il Chelsea ha risolto il suo dualismo con l’altra prima punta Didier Drogba, a lungo infortunato, sostituendo Scolari con Hiddink, che lo ha convinto ad agire largo a destra. E così i Blues, in ritardo in campionato e sfumata la Champions League col gol del blaugrana Iniesta al 93’ della semifinale di ritorno, sono tornati a riempire la bacheca. Con la FA Cup.
4. Se in Spagna, Inghilterra e Italia il gol ha volti stranoti e famosi, in Francia, Olanda e Austria sono spuntate facce nuove. Nella Ligue 1 vinta dal Bordeaux dopo il settennato lionese, il topscorer è stato André-Pierre Gignac, 24 gol come i suoi anni e 4 assist nel Tolosa rivelazione, quarto. Laurent Blanc ha allenato una cooperativa del gol che ha portato in doppia cifra Marouane Chamakh e Fernando Cavenaghi (13) oltre a Yoann Gourcuff (12), miglior giocatoredi L1 risc attato dal Milan per 15 milioni di euro. Briciole. Il Marsiglia, nonostante i 22 sigilli del duo senegalese-ivoriano Mamadou Niang (13) e Bakari Koné (9), è dovuto ricorrere a Brandão per inseguire il sogno di tornare re di Francia dopo 27 anni (il titolo del ’93 fu revocato per lo scandalo-Valenciennes). Il brasiliano ex Shakhtar Donetsk ha reso come ci si aspettava (7 centri da gennaio). Inattesa, invece, la fretta di annunciare il cambio tecnico di finestagione: il belga Eric Gerets all’Al-Hilal, sulla Canebière l’ex juventino Didier Deschamps. Al secondo posto, con 17 reti, Karim Benzema (1987) sottotono come il suo Lione, e Guillaume Hoarau (1984) che al PSG si è confermato dopo aver riportato in Ligue 1 a suon di gol (37 in 38 gare) il Le Havre.
5. Con 23 centri (+ 8 assist) Mounir El Hamdaoui, 25enne capocannoniere della Eredivisie, in tandem con il 22enne sogno genoano Moussa Dembélé (10+1) ha portato al titolo, dopo 28 anni, l’AZ Alkmaar di Louis van Gaal. L’allenatore che al Bayern Monaco dovrà rivitalizzare un attacco sulla carta esplosivo. Il confermato trio da 35 reti composto da Luca Toni (14), Miroslav Klose (10) e Franck Ribéry (9), perso Lukas Podolski, tornato al Colonia, trova un altro nazionale tedesco: Mario Gomez, 24 cartoline d’addio allo Stoccarda. Sorprende lo scetticismo dei grandi club per il vice bomber d’Olanda, Luis Suárez, 22enne uruguaiano dell’Ajax che ha segnato dieci gol più di Marko Arnautovic (12), 20enne austriaco vincolato dall’Inter con un quinquennale legato alle polizze post-infortunio (sarà pronto in 4-6mesi). Nel Twente faceva coppia con lo svizzero 34enne Blaise N’Kufo (16).
6. Della sempre più depauperata Serie A farà parte, al Cagliari, il 25enne brasiliano Neně, al secolo Anderson Miguel da Silva, con 20 gol capocannoniere nella SuperLiga portoghese col Nacional de Madeira. Tre in più dei celebrati Liedson (Sporting Lisbona) e Oscar Cardozo(Benfica). Il Porto campione ha portato in doppia cifra (10) solo Lisandro López e Ernesto Farias, Lucho González si è fermato a 9, il credibile Hulk a 8 e Cristián Rodriguez, altro eroe di Champions, a 6. Il successore di Robert Acquafresca era vincolato fino al 2013 e a Cellino è costato 4,5 milioni più i premi legati al rendimento. Agiudicare dal gran pallonetto in corsa contro lo Sporting Lisbona, un affare.
7. Nella Bundesliga austriaca ha stravinto (39 gol e 9 assist) Mark Janko, 26enne perticone (1.96 x 83) viennese che ha rinnovato col Red Bull Salisburgo fino al 2013. Nella storia del club nessuno ha mai segnato tanto in una stagione. Miglior giocatore del torneo, ha realizzato 4 triplette, e la quaterna del 4-3 sull’Altach entrando nella ripresa. Staccatissimi i due del Rapid Vienna: Erwin Hoffer (24)e Stefan Maierhofer (23). Due classe ’83 hanno dominato in Scozia e in Serbia. Kris Boyd, 27 gol nei Rangers campioni di Scozia al fotofinish sul Celtic del duoformato da Scott McDonald (16) e Georgios Samaras (15). Nella SPL, solo lo svedese Henrik Larsson ha segnato di più: 158 a 142. Con 19 gol ha trionfato nella Superliga serba Lamine Diarra, senegalese del Partizan che firmò il momentaneo pareggio nell’1-2 contro la Samp in Coppa Uefa; in Turchia il 29enne ceco Milan Baros (Galatasaray); in Svizzera il 23enne Almen Abdi, campione con lo Zurigo, e il 22enne ivoriano Doumbia Seydou, secondo con lo Young Boys. In Belgio sono bastate 18 reti al 25enne colombiano Jaime Alfonso Ruiz, sesto con il KVC Westerlo in Belgio. E in Danimarca appena 16 al 26enne Morten Nordstrand (campione col København) e al 33enne Marc Nygaard (Randers). In Irlanda del nord, al 32enne Chris Scannell (Cliftonville) ne sono servite 27. Isole po competitive ai margini di un’Europa che, almeno al voto del gol, sa ancora eleggere facce nuove.
Christian Giordano
(in esclusiva per Indiscreto)
Classifica della Scarpa d’oro europea
1 Forlán (Atlético Madrid) 32 gol, 64 punti
2 Eto’o (Barcellona) 30, 60
3 Janko (Salisburgo) 39, 58
4 Grafite (Wolfsburg) 28, 56
5 Villa (Valencia) 28,56
6 Dzeko (Wolfsburg) 26,52
7 Ibrahimovic (Inter) 25,50
8 Di Vaio (Bologna) 24,48
8 Gomez (Stoccarda) 24, 48
8 Milito (Genoa) 24,48
8 Gignac (Tolosa) 24, 48

martedì, luglio 21, 2009

Onyewu, un americano a Milano


L’ULTIMO volo dell’Air Force One sulla Mosa è datato 9 maggio 2009, giorno di Standard Liegi-FC Bruges. Adesso gli toccheranno i cieli ben più impegnativi, e pericolosi, di Milano. "Air Force One" è uno dei soprannomi di Oguchi Onyewu, colosso americano (1.93 x 95) prelevato dal Milan a parametro zero dallo Standard Liegi. Armadio a quattro ante che gioca in Europa dal 2002, “Gooch” (ecco l’altro nick che va per la maggiore) è pronto a giocarsi la sua seconda chance ad alto livello dopo la poco felice parentesi semestrale (gennaio-giugno 2007) in Premier League nel Newcastle United. Esperienza negativa che ha contributo a dare una sterzata alla carriera del nostro, piuttosto che affossarla. Vediamo come.
Figlio di emigrati nigeriani, Oguchialu Chijioke Goma Lambu “Oguchi Onyewu è nato a Washington, D.C. (District of Columbia), il 13 maggio 1982. Cresciuto a cavallo tra Silver Spirng e Olney, stato del Maryland, si è avvicinato al calcio a cinque anni, alternandolo al basket. La scelta a favore della prima disciplina è arrivata nel 1992 con la convocazione in una selezione Usa giovanile. Si comincia a fare sul serio. Nel ’98, il giorno di San Valentino, fa il suo esordio nella nazionale Under 17. L’anno successivo, con Landon Donovan, DaMarcus Beasley e Bobby Convey, è nella rosa che arriva quarta ai mondiali di categoria in Nuova Zelanda. Gioca in Florida con la maglia della Bradenton University, e stacca un biglietto per l’Europa nel 2002 dopo aver preso parte al mondiale Under 20 dell’anno prima in Argentina. Sbarca in Francia al Metz, ma inziano subito i problemi: dal permesso di soggiorno alla squadra che naviga sul fondo classifica. Ceduto in prestito sei mesi al La Louviere, in Belgio, inizia lì il vero addestramento sul campo. Nell’estate 2004 il Metz lo lascia andare, stavolta definitivamente, allo Standard Liegi.
Posizionato nel cuore della difesa dei Rouges, bastano pochi match al giocatore per entrare in sintonia con il popolo dello Sclessin. Nel 2005 viene votato miglior straniero della Jupiler League belga, l’anno successivo è American Player of the Year, secondo difensore di sempre a ricevere il premio dopo Alexi Lalas. Nel dicembre 2006 lo cerca il Newcastle United di Glenn Roder: prestito con opzione di riscatto. I Magpies non la eserciteranno, perché sulle rive del Tyne sembra sbarcata la copia dello sciagurato Titus Bramble, con il quale forma una coppia difensiva per stomaci forti.
Onyewu gigante dai piedi d’argilla? “Sbarcai in Inghilterra fortemente motivato ma anche molto impreparato. Pensavo che la prestanza fisica fosse tutto. Ma non sapevo leggere le situazioni di gioco, ed ero troppo lento. Poi cambiammo allenatore, subentrò Sam Allardyce e mi diede il foglio di via. Dall’esperienza inglese ho appreso come allenarmi e come migliorare i miei punti deboli”.
Affidato alle cure del preparatore atletico dello Standard, Guy Namurois, Onyewu lavora sodo e diventa un perno dei Rouges. Vince due titoli nazionali nelle ultime due stagioni, ma sopratutto migliora il suo impatto internazionale; all’Anfield Road, cancella Fernando Torres nei preliminari di Champions League (il Liverpool si qualificherà solo ai supplementari, grazie a Kuijt), è uomo partita in Uefa contro l’Everton, partecipa nella medesima competizione allo sbriciolamento della Sampdoria (3-0 allo “Sclessin”, sua la seconda rete). Con l’ex milanista Sarr forma una coppia difensiva solida ed efficace, tanto che il tecnico dello Standard, Laszlo Boloni, reinventa mediano davanti la difesa il trequartista Steven Defour. Tanto alle sue spalle c’è Big Oguchi. Pregi: potenza, personalità e un ottimo colpo di testa. Difetti: non è un fulmine, talvolta non riesce a frenare l’irruenza. Ma arriva a costo zero, offre maggiori garanzie (anche contro gli infortuni) di Senderos, a livello tecnico-tattico non è impresentabile come Digão (suo compagno di squadra la scorsa stagione a Liegi) e rappresenta una scommessa che il Milan potrebbe anche vincere.
Una scommessa, non un azzardo, già vinta in nazionale. Due Gold Cup (2005, 2007) nel palmarès e, soprattutto, la crescita, lenta ma continua, culminata con la Confederations Cup giocata in Sudafrica da protagonista. Anzi, forse da miglior difensore del torneo.
La sua avventura internazionale comincia al Mondiale Under 20 nel 2001. Ai tempi giocava l’ultima delle sue due stagioni a Clemson, ateneo di grande tradizione anche nel calcio oltre che nel football americano e nel basket. Non a caso il titolo Ncaa (l’ente che governa lo sport Usa di college) i Tigers l’hanno vinto nella palla ovale nel 1981 e due volte nel “soccer”, nel 1984 e nel 1987, dopo aver perso in finale quello del 1979.
Nel calcio Clemson vanta una particolarità rara anche per gli standard americani. In tutta la sua storia ha avuto due soli allenatori: l’ex prof di chimica Ibrahim M. Ibrahim (dal 1967 al 1994) e Trevor Adair, nordirlandese di Belfast, in carica dal 1995.
È anche merito suo se, nel 2006, Onyewu è diventato il secondo ex Tiger a partecipare ai mondiali dopo Bruce Murray a Italia 90. All-American nel secondo anno a Clemson, Oguchi” è stato nominato nel Top 11 statunitense e un anno dopo, coi francesi del Metz, firmava il suo primo contratto professionistico.
Il debutto nella nazionale maggiore arriva però solo il 13 ottobre 2004, nella sua città, Washington: 6-0 su Panama nelle qualificazioni mondiali. Bruce Arena lo manda in campo all’86’, al posto di Eddie Pope.
Nelle eliminatorie mondiali arriva anche la prima partita da titolare, ma la finisce anzitempo. A Columbus (Ohio), il 17 novembre contro la Giamaica del brasiliano ex viola Sebastião Lazaroni, viene espulso al 73’ per doppia ammonizione.
Il primo gol arriva invece in Gold Cup, il 21 luglio 2005 al Giants Stadium di East Rutherford. È il 2-1 sull’Honduras in Gold Cup, vinta (da Top 11 del torneo) in finale su Panama, 3-1 ai rigori dopo lo 0-0 dei supplementari, nello stesso impianto del New Jersey. Successo bissato nel 2007, battendo 2-1 il Messico al Soldier Field di Chicago.
Nonostante i due campionati belgi vinti in altrettante stagioni allo Standard Liegi, la sua consacrazione internazionale coincide con le grandi prestazioni fornite in semifinale dell’ultima Confederations Cup contro la Spagna e in finale contro il Brasile. Più contro Fernando Torres, annullato a forza di anticipi sistematici, che Luis Fabiano, tenuto per un tempo prima di arrendersi alla straordinaria doppietta di “O fabuloso”.
Più che nel primo gol - fulminea girata mancina del sivigliano, con l’altro centrale, DeMerit, scalato in ritardo sull’assist di Maicon - Onyewu lo ha perso nel secondo, segnato con un tap-in di testa troppo comodo. Forse, avrà modo di rifarsi presto e spesso. In allenamento, al Milan.
Christian Giordano (con la collaborazione di Alec Cordolcini)
Guerin Sportivo n. 29, 21 luglio 2009

La scheda di Oguchialu Chijioke Goma Lambu Onyewu
Nato: 13 maggio 1982, Washington (Usa)
Passaporti: Usa e Belgio
Statura e peso: 1.93 x 95
Ruolo: difensore centrale
Giovanili: Sherwood High School (1996-2000), IMG Soccer Academy (1996-98), Clemson Tigers (2000-01)
Club: Metz (Francia, 2002-03), La Louvière (Francia, 2003-04), Standard Liegi (Belgio, 2004-07; 2007-09), Newcastle United (Inghilterra, 2007), Milan (2009-)
Esordio in Nazionale: 13-10-2004, Washington (Usa), Usa-Panama 6-0
Primo gol in Nazionale: 21-7-2005, East Rutherford (Usa), Usa-Honduras 2-1
Presenze (reti in Nazionale): 47 (5)
Palmarès: 2 Gold Cup (Stati Uniti, 2005 e 2007)

Lavezzi, un Pocho di Diego

IO E IL CALCIO - «Pocho non significa “fulmine”: è un vezzeggiativo che si usa in Argentina. Mi piace, quindi non chiamatemi più El Loco». Si presenta così, Ezequiel Iván Lavezzi, nell’intervista sul Mattino del 9 settembre 2007. Meglio Pocho, il nostro “Ciccio”, che “matto”, Bestia o Gordo (grasso), appellativi affibbiatigli, nell’ordine, dal suo allenatore all’Estudiantes, dai tifosi del San Lorenzo per come faceva ammattire la difesa del River Plate, all’arrivo al Napoli per i 5 kg sovrappeso. Un nick per ogni svolta della carriera, iniziata nel Coronel Aguirre di Rosario. A 10 anni, assieme ai futuri catanesi Ledesma e Silvestre, è nella Sexta del Boca Juniors, vivaio che lascerà a 16, sbattendo la porta, per fare l’elettricista col fratello Dario, futuro presidente del piccolo club rosarino. 

Gli ricapiterà nel 2000, quando rischia, per la seconda volta, di lasciare il calcio. A 16 anni, nella Casa Amarilla - la foresteria del Boca - sente nostalgia di casa e, soprattutto, non rende come potrebbe. Jorge Griffa, talent scout con a curriculum Valdano, Sensini, Balbo e Batistuta, lo schiera ala destra. “Non avevo mai giocato in quel ruolo, e in partita mi urla di tutto - ricorda - Poi, negli spogliatoi, mi rimprovera davanti a tutti”. Alla risposta per le rime seguono i bagagli. “Avevo deciso di smettere”.

Il destino gira nel 2002, quando l’amico di famiglia Miguel Bortolotto, osservatore per squadrette di quartiere, si reca per lavoro nelle Marche, a Porto San Giorgio. Lì ha parenti e porta promesse in cerca di sistemazione in C. Tra queste, alla Fermana, Lavezzi. L’allora presidente Giovanni Battaglioni, però, non lo ingaggia per via del passaporto. Quello comunitario Lavezzi l’otterrà nel 2004 con l’agenzia di Maria Elena Tedaldi, la stessa condannata nel 2000 per il caso Verón. Si saprà poi, dal dirigente Enrico Recchioni, che Battaglioni preferiva ragazzi del posto anziché versare uno stipendio anche alla madre di Lavezzi. Il gioiellino che aveva incantato mister Giudici prova poi al Pescara, ma neanche lì ci sono soldi e così torna in patria.

Grazie all’insistenza del procuratore Eduardo Rossetto, ancora oggi suo agente con Alejandro Mazzoni, riparte dalla Sexta ma dell’Estudiantes di Buenos Aires. Lì Blas Armando Giunta, ex gloria xeneize, lo fa debuttare in prima squadra. L’anno dopo, con Giunta richiamato per l’esonerato Ricardo Rodríguez, Lavezzi esplode. In tandem col centravantone Daniel “el Tapito” Vega, segna 17 gol in 39 gare e l’Estudiantes sfiora la promozione in Primera B Nacional, la seconda divisione.

IO E L’ITALIA - Verso la fine del campionato, un osservatore del Genoa di Enrico Preziosi vola in Argentina per visionare il futuro catanese Izco. La partita è San Telmo-Estudiantes, ma a fare furore è il 7 dell’Estudiantes. “Si chiama Lavezzi, fa numeri incredibili. Va preso subito”, e Preziosi scuce sull’unghia 1,2 milioni di euro per una 19enne promessa di terza divisione. Il Genoa è in B e non può tesserare extracomunitari quindi lo parcheggia al San Lorenzo de Almagro. 

L’anno dopo, al Genoa di Cosmi basta un punto col Venezia per conquistare la A. I rossoblù vincono 3-2 ma poi scoppierà lo scandalo: a metà giugno, davanti agli uffici di Cogliate della Giochi Preziosi, viene fermato Giuseppe Pagliara, dirigente veneziano. In auto ha una valigetta con dentro 250 mila euro. Secondo Genoa e Venezia, l’anticipo per Maldonado. Secondo l’Ufficio indagini, la prova dell’illecito sportivo che manda in C il Genoa. 

La squadra, affidata a Guidolin, è in ritiro da un mese a Neustift, in Austria. Nel gruppo, il bomber argentino Diego Milito, protagonista della promozione, c’è anche Lavezzi. Il suo esordio, col 10 (prima di scegliere il 77), avviene il 23 luglio 2005 nella passeggiata contro il Val Stubai. Altre due amichevoli, contro Olympiacos e Carrarese, poi il ritorno, stavolta definitivo, al San Lorenzo. Per 1,5 milioni di dollari. Con 7 gol in 26 presenze, trascina “el Ciclón” al Clausura 2007 e ai quarti nella Coppa Sudamericana. Deportivo La Coruña e Valencia tirano sul prezzo, il River Plate offre 4,5 milioni di dollari. Il presidente Rafael Savino s’impunta: «Lavezzi va al River, o smette di giocare», ma poi si espone l’allenatore Ramón Ángel Díaz. Per l’ex centravanti di Napoli, Avellino, Fiorentina e Inter, «di milioni il Pocho ne vale almeno venti». 

Il Napoli, grazie ai buoni uffici di Marino con Díaz e il procuratore Jorge Cysterpiller, ex agente del Maradona napoletano, se lo porta via per 5,8 al club e un quinquennale al giocatore. Un affarone, per uno che in tre stagioni di Primera ha segnato 25 volte in 84 uscite. Un fulmine, dicevano, che in attacco sa far tutto tranne che gol.

“Noi vogliamo Román Riquelme”. È il coro con cui vengono accolti a Castelvolturno Hamsik e Lavezzi il 5 luglio 2007. Ventitré anni prima, in 80 mila avevano pagato (2000 lire a testa) per vedere palleggiare Maradona al San Paolo. “Meritiamo campioni”, la ben diversa accoglienza riservata al Pocho, peraltro abituato a una certa fredda iniziale: al San Lorenzo, si aspettavano Batistuta e Caniggia.

IO E NAPOLI - Nella prima stagione, 8 gol in 35 partite di A e 3 in 4 di Coppa Italia. Scoppia la Pochomania. Dal presepe di San Gregorio Armeno (il pastore col suo volto è il pezzo più venduto) alla pizza di Addò Guaglione in via Consalvo. Dal troppo facile “caffè Lavezzi” al “Panino del Pocho”. Dalla Tav (“Pocho” il nome più votato per il super treno in servizio dal 2011) alla musica: “È Lavezzi”, parodia di Luca Sepe sull’aria di “Novembre” di Giusy Ferreri, è un hit assoluto. Ha conquistato tutti, persino Topolino: a lui è ispirato l’Asciughezzi del numero 2739 del maggio 2008.
«Ho firmato più autografi in un anno qui che nel resto della carriera» ha detto. Lo confermano le vendite della maglia numero 7, la più venduta: sette esemplari ogni tre di ogni altra. E in migliaia hanno firmato la petizione per assegnagli il 10, ritirato per Maradona.

Un entusiasmo tale che a volte sfocia in eccessi. Dopo un allenamento festivo, è uscito da Castel Volturno nel bagagliaio dell’auto di un compagno. «Lì per lì morivo dalle risate, poi però mi sono messo a pensare: “No, Loco, non esiste. Il calcio smuove molte cose. Troppe”». Anche un banale tamponamento diventa un caso. Con le famiglie Zalayeta, Gargano e Bogliacino, i Lavezzi spesso si vedono per mangiare asado, pesce o pizza. Il fatto risale a un venerdì dell’ottobre 2007, dopo una cena in via Caracciolo in compagnia della signora Gargano (il marito Walter era con l’Uruguay). Poco dopo le 23,30, in via Chiatamone, alla guida della sua Renault Clio grigio scuro Ezequiel centra la Mini Cooper blu che, pare, gli ha tagliato la strada. Volano parolacce e schiaffoni. Il calciatore, forse provocato, esagera. «Sembrava un indemoniato. La sua è stata una reazione spropositata», dirà un testimone. Sembra che Debora si sia tolta la cintura e con la fibbia abbia colpito al volto l’altro passeggero della Mini. I passanti evitano il peggio. Arrivato poi come cazziatone privato dal dg Marino e dal presidente De Laurentiis. 

Gli stessi che lo hanno rimbrottato, anche più del generale Luigi Sementa, il capo dei vigili, per il video in cui lui e Navarro scorrazzavano in scooter nell’isola pedonale di piazza del Plebiscito. Una brezzolina rispetto all’uragano scatenato dalla fuga pre-vacanze con tanto di lettera a Sky. Il motivo? Più che l’offertona del Liverpool, poi ritrattata, la promessa non mantenuta di adeguargli il contratto rinnovato fino al 2013. De Laurentiis non l’ha presa bene: «Se vorrà, quando tornerà chiariremo. Se deciderà di occidentalizzarsi e di napoletanizzarsi, e abbandonerà le sue modalità “indigene”, lo accoglieremo a braccia aperte». Presentarsi puntuale al ritiro è stato un altro passo verso la “napoletanizzazione”.

IO E LA FAMIGLIA
Lavezzi è nato il 3 maggio 1985 a Villa Gobernador Gálvez, cittadina di 100 mila abitanti della provincia di Santa Fe, sulla riva ovest del fiume Paraná. Area metropolitana di Gran Rosario, terra di guerriglieri (“Che” Guevara) e di bomber (Balbo è di Villa Constitución, Batistuta di Reconquista). Il piccolo Ezequiel sembra non appartenere a nessuna delle due categorie. Timido e introverso, perde presto il papà e cresce protetto da mamma Doris e dal fratello Diego, di dieci anni più grande. È lui che al campetto si trascina dietro il “Pocholo”, il piccolino. Che ci sa fare più di tutti, ma più a colpi di dribbling e giochetti che a suon di reti. Nel 2000, a 15 anni, gioca già nella Liga Rosarina, equivalente dell’Eccellenza italiana, e sogna la maglia del Rosario Central, la sua squadra del cuore. 

Cuore rapitogli l’anno prima da Debora, la donna della sua vita. Riservata almeno quanto il futuro marito, la signora Lavezzi si è esposta in pubblico raramente. Per esempio in occasione del primo gol che il Pocho – così lo chiama anche la consorte - al San Paolo, quello del pareggio con la Reggina, il 4 novembre 2007. “Me lo aveva anticipato il sabato sera, al telefono dal ritiro”, racconterà la mamma di Tomás, il loro figlioletto di tre anni che è una goccia d’acqua col papà. Capelli e istinto per il pallone compresi. “Anche lui ama il calcio. Gioca, gioca e gioca” riferisce Debora, nome che Ezequiel ha dato al fuoribordo di famiglia ormeggiato d’estate a Capri. E che può ammirare anche da casa.

Su dritta del “Pampa” Sosa – riferimento prezioso dei primi tempi a Napoli – i Lavezzi hanno scelto di abitare nel cuore di Posillipo. In una magione su tre piani con piscina e discesa privata al mare, con tanto di attracco per le barche. Al piano superiore la mega terrazza panoramica, in quello centrale la zona giorno, in quello inferiore la zona notte. Il panorama è mozzafiato: l’intero golfo, da Ischia a Punta della Campanella, con vista su Capri e Procida. Un paradiso nel verde dei pini e nell’odore di salsedine, lontano dal traffico e a pochi minuti dal centro. Affitto: 6.000 euro mensili. L’arredamento lo ha consigliato Ciro Perrella, amico di calciatori non solo del Napoli (Totti, Gattuso e Materazzi). Lo stile è anni Settanta, con predominanza di bianco e nero e amplissime vetrate che danno sul mare. Pezzo-cult, il camino alto due metri. In garage l’ultimo arrivo: una Audi R8 biposto da 420 cavalli, cambio manuale a sei marce, 301 km/h di velocità massima. Costo: 110 mila euro.

IO E I TATUAGGI
Anche qui, come in campo, gli piace esagerare. L’ultimo, completato il 17 marzo 2009, è il 30esimo. Ma, come in amore, è il primo che non si scorda mai. “Il primo tatuaggio, come il primo gol da professionista, mi ha fatto sentire adulto. Ma nella vita, come in area di rigore e nei tatuaggi, si può sbagliare. L’importante è riconoscere i propri errori. Il primo tatuaggio me lo sono fatto fare a 12 anni. Non mi piaceva e me lo sono fatto togliere. Dopo me ne sono fatti fare molti altri e presto ne arriveranno ancora. Per festeggiare una vittoria con la mia squadra”. Il Napoli, of course.

I tifosi “scoprono” cotante meraviglie grazie al suo spogliarello al San Paolo dopo il gol nel 2-1 alla Juventus dell’ottobre 2008. La collezione spazia dalla famiglia agli idoli (calcistici e no), dalla religione al palmarès, dall’ormai diffusissimo tribale agli ideogrammi cinesi. A questi è ricorso per portare sulla pelle le iniziali o il nome per esteso – in cinese - dei suoi cari: dal collo all’avambraccio sinistro quelli del papà deceduto, di mamma Doris, del fratello Diego, della moglie Debora (senz’acca), il figlio Tomás e la parola “donna”. Ultimo arrivo, mostrato su un polpaccio dopo il match con l’Atalanta, una squaw a seno nudo con una mantella inizialmente arancione poi tramutata in azzurro, in onore del Napoli, da Mario Tramacco del “Tattoo Enigma” di San Vitaliano. «Se vinco con il Napoli, me ne farò fare uno speciale», ha detto. Intanto, un anno fa si è regalato - sotto l’ascella sinistra - un ricordo dell’oro olimpico vinto con la nazionale a Giochi di Pechino: i cinque cerchi e la scritta “Bejing 2008”. 

Ampio e variegato anche il resto della parte calcistica. Sulla schiena gli stemmi delle sue squadre: il Coroner Aguirre (tatuato due volte), il Rosario Central di cui è tifoso e il San Lorenzo che lo ha rilanciato; e su un polpaccio una grande “N” per il Napoli che lo ha consacrato. Sul fianco destro la colt perché dopo ogni gol col club di Almagro, per festeggiare, mimava il gesto di “sparare” ai compagni; su quello sinistro Maradona che palleggia di testa (tattoo “svelato” in Napoli-Catania). Una scelta fatta in tempi non sospetti e lontana dall’arrivo di Lavezzi a Napoli. 

Dal profano al sacro: sul torace, dalla parte del cuore, l’icona di Gesù Cristo con dietro la croce portata sul Golgota. Sulla schiena, un’immagine della Madonna del Lujan e sul fianco destro un grande rosario. Sul braccio destro, l’ultimo capolavoro: il tribale con facce giapponesi, fiori di loto e il volto di una Madonna colorato d’azzurro (il bene) e rosso (il male).

IO E LA NAZIONALE - Hugo Daniel Tocalli, Alfio Basile, Sergio Daniel Batista e Diego Armando Maradona. Sono i Ct che lo hanno convocato nelle varie Selección. Tocalli lo chiama nella Under 20 che prepara il Sudamericano 2005, in programma in Colombia. Il debutto è in una partita mai banale: 3 luglio 2004, a Colonia de Sacramento, Uruguay-Argentina. Il primo tempo finisce 1-1, nella ripresa esplode la coppia d’oro Messi-Lavezzi, 17 anni il primo, 19 il secondo: gli albicelestes vincono 4-1. La Pulce fa doppietta, il Pocho sigla il suo unico gol, in sette partite, nella selezione di categoria.

Basile lo convoca in quella maggiore per la gara del 18 aprile 2007, al “Malvinas Argentinas” di Mendoza, in amichevole contro il Cile (0-0), e lo fa entrare al 17’ della ripresa al posto di Rodrigo Palacio. Lavezzi ha solo 22 anni, ma “el Coco” (per la forma del testone) non lo chiamerà per la Coppa America. Lo fa invece subito dopo, per l’amichevole di Oslo del 22 agosto, 2-1 sulla Norvegia. Ma, ancora una volta, non è giornata.

Batista lo aggrega alla rappresentativa Olimpica che prepara i Giochi di Pechino. Lavezzi va in gol all’esordio, il 6 febbraio 2008 a Los Angeles contro il Guatemala, e si ripete il 24 maggio al Camp Nou di Barcellona contro la Catalunya, selezione catalana non ufficiale. Con 6 reti in 10 partite è un punto fermo della squadra che in Cina difenderà l’oro di Atene 2004. Nelle tre amichevoli di preparazione, segna nel 2-0 a una rappresentativa cinese e nel 4-0 a una giapponese. Nella fase a gironi è titolare. Dopo il discreto esordio (2-1 alla Costa d'Avorio), segna al volo contro l’Australia (assist di Di María) l’1-0 che vale vittoria e qualificazione e trasforma il rigore nel 2-0 sulla Serbia. Di lì, con Messi, giocherà Agüero.

Nei quarti contro l’Olanda, subentra - a risultato acquisito - al “Kun” all’8’ del primo supplementare. In semifinale, 3-0 sul Brasile, resta in panchina. In finale, 1-0 alla Nigeria firmato Di María, subentra al 94’ all’ex gemello Messi, autore dell’assist. Nasconde palla fino al trionfo e diventa – con Nicolás Navarro, portiere mai impiegato - il secondo olimpionico nella storia del Napoli.

In nazionale “A” ci torna col nuovo Ct, il 19 novembre. Maradona, al debutto, lo schiera in coppia con Tévez nell’amichevole di Glasgow con la Scozia. Denis, suo partner d’attacco nel Napoli, lo rileva al 75’. A Marsiglia, l’11 febbraio contro la Francia, i due azzurri restano in panchina, ma Diego li rassicura: «Lavezzi e Denis sono qui perché fanno parte del gruppo, del mio progetto che punta al Mondiale 2010».

CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n. 29, 21 luglio 2009

La scheda di Ezequiel Iván Lavezzi
Nato: 3 maggio 1985, Vila Gobernador Gálvez (Santa Fe, Argentina)
Statura e peso: 1,73 x 75 kg
Ruolo: attaccante esterno
Giovanili: Boca Juniors, Estudiantes Buenos Aires (Argentina)
Club: Estudiantes B.A. (2003-04), Genoa (2004), San Lorenzo de Almagro (in prestito, 2004-2005; a titolo definitivo 2005-2007), Napoli (2007-)
Esordio in Serie A: 26-8-2007, Napoli-Cagliari 0-2
Primo gol in Serie A: 2-9-2007, Udinese-Napoli 0-5
Esordio in nazionale : 18-4-2007, Mendoza, Argentina-Cile 0-0
Presenze (reti) in nazionale : 3 (0)
Palmarès con i club: Clausura 2007
Palmarès con la nazionale: oro olimpico (Pechino 2008)
Scadenza contratto: 2013
Ingaggio netto annuo: 1,1 milioni di euro

sabato, luglio 18, 2009

venerdì, luglio 17, 2009

Lucio a San Siro, buio in redazione

Chi ha detto che in Italia i giornali (non solo sportivi) sono tutti uguali?

CORRIERE DELLA SERA, apertura Sport, 17 LUGLIO 2009


LA STAMPA, apertura Sport, 17 LUGLIO 2009


LIBERO, apertura Sport, 17 LUGLIO 2009

giovedì, luglio 16, 2009

Palacio da buttar giù


La foto parla da sola: è lui la punta centrale, non io, sembra dire Rodrigo Palacio indicando Martin Palermo, suo (ormai ex) compagno (anche di reparto) al Boca Juniors.
Il solito espertone di calciomercato di turno, classico esemplare che si vanta di non leggere che la Gazzetta dello Sport e mai oltre pagina 14, e che parla in dialetto anche in trasmissione figuriamoci in redazione, ha definito Palacio - a distanza di poche ore - pria "prima punta" e poi, evidentemente su imbeccata quella sì esterna, "attaccante esterno".
E stiamo parlando di un giocatore di 27 anni che milita(va) nel Boca, non proprio l'ultimo club argentino, non proprio il campionato più dimenticato in Terra.
Ma possibile non averlo mai visto - non diciamo dal vivo, ormai privilegio che i direttorucoli riservano a sé e alla propria corte - ma almeno in tv, nel web.
E poi basterebbe fare due conti: Gasperini gioca col 3-4-3, Crespo e Floccari sono arrivati per giocarsi il posto di centravanti e certo non la panchina, dove giocherà mai questo Palacio? Naturalmente, secondo un altro espertone di giornata con l'alibi almeno della beata gioventù, al posto di Milito: anzi, Palacio è il "nuovo Milito". E allora ditelo.
Come? Rodrigo Palacio segna quasi sempre allo stesso modo, arrivando a rimorchio sul secondo palo? Ma perché, interessa a qualcuno? Ma parliamo del suo codino, dai.

mercoledì, luglio 15, 2009

Jajalo, Mato da slegare


Una storia purtroppo diventata troppo comune e un talento - quello sì - fuori del comune, quelli di Mato Jajalo (si pronuncia Iàialo).
La storia è quella del ragazzino fuggito coi suoi dalla guerra nella allora Jugoslavia. Jajalo la comincia a Jajce, oggi Bosnia-Herzegovina, dove il pargolo è nato il 25 maggio 1988, e prosegue in Germania, nelle giovanili dei Kickers di a Offenbach. A undici anni, con la famiglia si trasferisce in Croazia. Pressoché contestuale l’approdo nel vivaio dello Slaven Belupo di Koprivnica, città sulle rive della Drava e prossima al confine con l’Ungheria.
Lì spunta il talento. Consueta trafila nelle giovanili, anche nelle nazionali di categoria, dall’Under 17 (4 caps e tre reti) alla Under 21 (10 e una), di cui oggi è capitano, sempre da centrocampista completo, di buona tecnica e fisico compatto (1,81 x 78 kg). Non è il «nuovo Hamsik» - definizione interessata del suo procuratore, Danko Dikic - bensì un centrocampista difensivo capace anche di inserirsi in avanti e, alla bisogna, piazzare la botta dalla distanza.
La prima squadra arriva stabilmente a 19 anni: 4 gol in 18 presenze nella Prva HNL (Hrvatska Nogometna Liga), la massima serie croata, edizione 2006-07. In quella successiva, 31 gare e 4 reti. Quest’anno 32 e 4 in campionato quest’anno più un’apparizione contro il CSKA Mosca al primo - e per i croati ultimo - turno di Coppa UEFA.
Allo Slaven, quest’anno ha giocato quasi sempre esterno alto di sinistra nel 4-4-2. Il Siena di Giampaolo aveva un trequartista - Kharja o Ghezzal - in appoggio alla coppia d’attacco nel 4-3-1-2, modulo in cui Jajalo potrebbe ricoprire tutti e tre i ruoli alle spalle del fantasista.
Jajalo è tra i protagonisti del quarto posto in patria, ovvio che lo cerchino le big: più la Dinamo Zagabria da quattro anni campione che l’Hajduk Spalato, secondo davanti al Rijeka. Da Zagabria offrono 1.3 milioni di euro, ma il ragazzo - sotto contratto fino al 2013 - sogna altri palcoscenici. Bravo il Siena a bruciare tutti con un quinquennale da 250.000 euro a stagione al giocatore e 1.6 milioni al club del presidente Miroslav Vitkovic, che lo valutava due. Un investimento, a prezzo scontato ma da record: un anno fa, ai tedeschi dell’Energie Cottbus il difensore Ivan Radeljić (un ’80) era costato 400 mila euro, cifra mai raggiunta per nessun altro calciatore dello Slaven. Prima di Jajalo, ovvio.
«Sono contento dell’offerta della Dinamo (che pur di averlo è arrivata a pareggiare l’offerta senese) - ha dichiarato Jajalo al quotidiano croato Sportske Novosti - ma volevo andare all’estero. Avevo un’offerta del Le Mans e l’ho rifiutata, ma quella del Siena non potevo lasciarmela scappare. Giocare in Serie A è sempre stato il mio sogno e l’ho realizzato».
Dopo Igor Tudor, visto a Siena dal 2004 al 2006, l’ultimo croato a riuscirci era stato Dario Knezevic al Livorno, da dove la Juventus l’avrebbe poi scippato al Torino. Due storie, le loro, fuori del comune solo per gli infortuni. Quella di Jajalo, in ogni caso, sarà diversa.
CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com

La scheda
Nome
: Mato Jajalo
Nato: 25 maggio 1988, Jajce (Bosnia-Herzegovina)
Nazionalità: croata
Statura e peso: 1.82 x 77 kg
Ruolo: centrocampista
Agente: Danko Dikic
Club: Kickers Offenbach (Germania, giovanili 1993-1999), Slaven Belupo (Croazia, giovanili 1999-2007; prima squadra 2007-2009), Siena (2009-)
Esordio nella HNL (I divisione croata): 21-7-2007, Osijek-Slaven Belupo 1-0
Primo gol nella HNL (I divisione croata): 4-8-2007, Zagabria-Slaven Belupo 0-2
Scadenza contratto: 30-6-2014
Numero di maglia (Slaven): 19

In the (White) Box


Non c'entra col calcio, ma come si fa a resistere?
Finalino di una memorabile edizione del Tg2 delle 13. La conduttrice, dopo essersi disimpegnata nella gimkana fra la conferenza stampa di Berlusconi, il solito serviziucolo estivo sul caldo "che fa male anche alle nostre bestiole a quattro zampe, che non vanno tenute in auto sotto il sole neanche per una spesa di pochi minuti", centra il capolavoro.
"Il presidente americano Obama, per il lancio iniziale nella cosiddetta (?) Partita delle stelle, pare si sia allenato a lungo nei giardini della Casa Bianca. (...) E ha indossato la giacca della sua squadra del cuore, i Chicago White Box". Ah, ecco.
Mimun non c'è più, ma è ancora vivo e lotta contro di noi.

martedì, luglio 14, 2009

Dopo McNair, Gatti


La cinghia di una borsetta e un coltello da cucina. Sono gli oggetti, usati come armi, che hanno ucciso il 37enne ex pugile italo-canadese Arturo Gatti.
Strangolato, presumibilmente esanime, dopo essere stato colpito con un'arma da taglio. Il corpo, infatti, presentava ecchimosi al collo e alla testa.
Formalmente accusata di uxoricidio, la 23enne Amanda Rodrigues è detenuta nel carcere di Recife.
L'11 luglio aveva detto di aver trovato morto il marito alle sei del mattino, sul pavimento della loro stanza al Dorisol, resort di lusso di Porto de Galinhas, nel nord-est del Brasile. Inzialmente si era parlato di sucidio, ma durante l'interrogatorio la donna si è contraddetta e non ha saputo spiegare come, nelle dieci ore passate fino al suo risveglio, non si fosse accorta della morte del marito.
Amanda e l'ex campione mondiale dei welter leggeri si erano sposati nel 2007, ma un anno fa lei lo aveva denunciato per aggressione e il giudice aveva emesso un'ordinanza che intimava a Gatti di non avvicinarla a meno di 200 metri.
Grazie ad amici, però, i due si erano riavvicinati e avevano deciso di fare una seconda luna di miele col figlioletto di dieci mesi, ora affidato alla sorella della Rodrigues, Flavia.
Anche Flavia ha confermato le continue liti della coppia, ma non crede sia stata Amanda, che si dichiara innocente, ad uccidere Gatti.
"Difficile immaginare mia sorella che strangola un pezzo d'uomo come Arturo", ha detto.
Una settimana dopo l'assassinio di Steve McNair, il quarterback della NFL ucciso dall'amante Sahel Kazemi (poi suicida), un'altra storia d'amore finita in tragedia. Come quella di Gatti con la boxe. Arturo, ritiratosi nel 2007, ha sempre detto di amarla troppo, di non poter vivere senza. E probabilmente era vero.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Inzaghi, Paranoid gol


IO E LA CARRIERA
Ogni estate la stessa storia. Là davanti è il Milan di Shevchenko e Kakà, di Borriello e Pato, persino delle finte chimere Dzeko, Adebayor e Luis Fabiano e delle promesse vere Gianmarco Zigoni, scippato alla Juve, e Giacomo Beretta, un ’92 dell’Albinoleffe sfilato all’Inter.
Di tutti si parla e si scrive, in precampionato, tranne che di lui: Filippo Inzaghi. Poco male, tanto dopo ci pensa lui, Super Pippo, a ricordare a tutti – a suon di gol – qual è il suo posto al Milan. Che lui, adesso che non c’è più capitan Maldini, è il Milan. Come Gattuso ne incarna lo spirito guerriero, come Ambrosini la “rossoneritudine”. Salute permettendo, l’arzillo 36enne troverà spazio anche nella prossima stagione. La nona. La prima senza Ancelotti, già suo mentore alla Juventus.
Sarà un caso ma la prima doppietta da milanista l’ha segnata alla prima di Ancelotti in rossonero: 13 novembre 2001, Milan-Perugia 3-0 di Coppa Italia. «Con Inzaghi è uno scontro continuo - ripeteva spesso Sir Carletto - Quando non lo faccio giocare mi tiene il muso e per qualche giorno sembriamo due estranei». Che invece si conoscono, e stimano, da una vita.
Quella calcistica di Pippo inizia nelle giovanili del Piacenza, la squadra della città dov’è nato il 9 agosto 1973. Nel 91-92 esordisce in prima squadra, due presenze in B. In estate il prestito al Leffe e il primo gol della carriera, il 20 dicembre col Siena. La squadra alla quale, il 15 marzo di 16 anni dopo, segnerà il suo 300° gol, festeggiato sventolando una maglia rossonera numerata con lo storico traguardo. Dal Siena a Siena, ciclicità del destino.
Dopo l’anno da 21 presenze e 13 reti in C1 è di nuovo in B, al Verona, dove i 13 centri in 36 partite gli valgono dai tifosi il soprannome Superpippo e dal Piacenza il riscatto a fine stagione. Con 15 gol in 37 partite centra subito la promozione, ma la Serie A la giocherà col Parma di Scala e dell’allora dg gialloblù Pastorello Sr.
Il 29 ottobre 1995 segna al suo Piacenza il primo gol in A. Il Parma è in testa alla classifica, ma con Zola e Stoichkov il posto fisso è una chimera. Sarebbe già del Napoli (in prestito con diritto di riscatto), ma l’accordo slitta anche per le scettiche dichiarazioni dell’allenatore azzurro Boskov. Così, il 2 novembre, gioca il ritorno di Coppa delle Coppe contro l’Halmstad. Al 1’ Stoichkov verticalizza e Inzaghi segna alla sua maniera. Il Parma ribalta con un 4-0 lo 0-3 dell’andata e lui diventa l’idolo del Tardini: «Resta con noi, Pippo» il coro che commuove la famiglia Tanzi al punto di bloccare il trasferimento. Era nata una stella.

IO E LE MIE SQUADRE
Nel momento migliore, un giovedì contro i dilettanti del Collecchio si frattura il quinto metatarso del piede sinistro: 60 giorni fermo. Al rientro deve giocare, e sceglie l’Atalanta. Questione di rapporti. Ivan Ruggeri era stato suo presidente a Verona, Maurizio Radici, azionista dell’Atalanta, idem al Leffe.
Pippo li ripaga da capocannoniere 96-97 con 24 gol, segnati a 15 squadre su 18 (risparmia solo Parma e Udinese); eguagliato il record di Platini, che nell’83-84, con il torneo a 16, ne risparmiò nessuna.
La Juve, che a Bergamo storicamente vanta corsie preferenziali, per 20 miliardi di lire ne fa il partner di Del Piero. Leggerini, dicono. Pippo ne rifà 24 (18 in campionato e 6 in Champions), Alex 15 (8+7). Arrivano Supercoppa e scudetto (quello di Iuliano-Ronaldo), il feeling no. Colpa, anche, dell’egoismo d’area dell’uno e dello stipendio dell’altro. Il bomber prenderà fino a 6 miliardi l’anno, il capitano 10.
Dopo due secondi posti filati, la Juventus - che da un anno ha Trezeguet - lo cede al Milan per 70 miliardi (40 cash più, sic, Cristian Zenoni).
Una stagione da 10 gol in campionato ma anche, in dicembre, il grave scontro con Lupatelli, portiere del Chievo, poi una chiusa con 30 gol, la Champions vinta da protagonista (12 reti), a Manchester, ai rigori contro la Juve e la Coppa Italia, firmata dal suo 2-2 alla Roma nella finale di ritorno.
Deglutito l’amaro boccone di Istanbul 2005, l’apoteosi si celebra il 23 maggio 2007, ad Atene: doppietta nella finale-rivincita col Liverpool. «Serate che ti restano per la vita. Avevo già avuto la soddisfazione di vincere la Champions, ma due gol in finale... Ancora stento a crederci, dopo una carriera così è una storia bellissima. La dedica? Al giornalista Alberto D’Aguanno, che non c’è più».
Come pegno, doveva portare dieci amici in vacanza ad Agadir, in Marocco. Invece – quasi senza dormire per dieci notti – il 2 giugno firma la doppietta azzurra (1-2) nelle Får Øer e pochi giorni dopo è in spiaggia a Milano Marittima, a giocare con il figlio di D’Aguanno.
«Quella del Milan sarà l’ultima maglia che indosserò: due Champions e uno scudetto non si dimenticano, resterò a vita. Questa vittoria è merito di una favolosa unione di intenti: di noi giocatori, dell’allenatore, della società. Non scordiamoci che noi nazionali abbiamo fatto sei giorni di vacanza». Già, perché causa Calciopoli il Milan fu ammesso in Champions «con riserva» e via-preliminari. «Tra la mia telefonata per il raduno anticipato e l’arrivo di Inzaghi a Milanello sono passate 3 ore e mezza. A buon intenditor poche parole», dirà orgoglioso Galliani. Gilardino who?

IO E LA NAZIONALE
Se il Milan è casa sua, lo stesso - come per Gila, che lo pativa al punto da andarsene - non si può dire della nazionale. Un amore sì, ma mai a prima vista e sempre sofferto. Più con la selezione maggiore che con l’Under 21, dove è stato poco e bene: 3 gol, uno in amichevole e 2 nelle eliminatorie di Euro 94, vinto a Montpellier contro il Portogallo di Figo e Rui Costa. Decisivo il gol di Orlandini al 7’ dei supplementari.
Con 25 gol in 57 presenze nell’azzurro dei grandi è invece il sesto marcatore di sempre. Come Altobelli e Baloncieri e dietro Riva (35), Meazza (33), Piola (30), Roby Baggio e Del Piero (27).
Cesare Maldini lo fa esordire l'8 giugno 1997 a Lione. Subentra all’amicone Christian Vieri al 59’ del 3-3 col Brasile, al Torneo di Francia. Lì, l’anno dopo, si nota al mondiale per l’assist a Baggio nel 2-1 sull’Austria.
Agli Europei 2000, finalmente titolare, segna il rigore del 2-1 alla Turchia e, nei quarti, nel 2-0 alla Romania. A sorpresa, nella finale persa 1-2 al golden goal con la Francia, Dino Zoff gli preferisce Totti e Delvecchio, che segna l’illusorio vantaggio.
Va peggio con Giovanni Trapattoni al mondiale nippocoreano 2002: 2 gettoni, uno dall’inizio contro il Messico.
Marcello Lippi lo porta a Germania 2006, ma lo schiera, e a gara in corso, solo contro la Repubblica Ceca. All’87’, contropiede con Iaquinta che inutilmente si sbraccia per aver palla: tsé, Pippo scarta Cech e di piatto sinistro deposita a porta vuota il 2-0. Col primo posto nel Gruppo E, ipotecato anche il morbido ottavo: l’Australia. Il 9 luglio 2006 alzerà anche lui, per una volta comprimario di lusso, la Coppa del Mondo.
Nelle qualificazione europee Roberto Donadoni lo impiega 6 volte. Lui risponde con 3 reti decisive, quella dell’1-1 a Napoli con la Lituania all’esordio del Ct e la cruciale doppietta nelle Får Øer, dieci giorni quella in Champions ad Atene. Nonostante i 18 gol stagionali e il gran finale di campionato (9 reti in 6 partite) dopo un infortunio, viene escluso non è fra i convocati per Euro2008. «Scelta tecnica», secondo il Ct. «Mi ha deluso sul piano umano - la replica del fresco Tapiro d’oro di Striscia la Notizia - L’unica telefonata è arrivata un giorno prima delle convocazioni, e la motivazione è stata che, per lui, non ero in forma».
È l’ultimo grido di dolore, perché l’azzurro non lo vestirà più. Neanche dopo il ritorno di Lippi e il nuovo, addirittura migliore, finale di campionato: 11 gol in 8 partite. Inzaghi, si sa, sente la primavera.

IO E LA FAMIGLIA
La fama di tombeur de femmes, costruita a inizio carriera, però, è forse finita col penultimo amore “pubblico”, nell’ottobre 2006. «Sono stato fidanzato con Samantha De Grenet per quattro mesi, una delle mie storie più lunghe. Ora è sposata ed ha un bimbo: sono felice per lei, se lo merita. Le altre sono invenzioni». Potrebbero non esserlo, invece, le voci – sempre più insistenti – delle sue future nozze con l’ultima fiamma, la 29enne showgirl Alessia Ventura, ex Letterina con Ilary Blasi a Passaparola. Più che le voci, a suggerirlo è la loro voglia di non nascondere il rapporto. In questa stagione era lei ad accompagnarlo all’aeroporto - pieno di giornalisti al seguito - in occasione delle trasferte di Coppa Uefa.
Cupido colpisce giusto un anno fa, a campionato finito. Galeotto un torneo di tennis per calciatori. I due sono vicini di tavolo in un ristorante di Milano Marittima, lui scatta con tre rose rosse, poi la vacanza a Formentera. E quella a Cap d’Antibes, la prima insieme.
«Vorrei un figlio, mi sento pronto, però non voglio fare cretinate. La mia idea di famiglia sono mio padre e mia madre che si amano da una vita. Sogno una famiglia così. E chissà che non sia l’ora». Se eran rose…
Per ora, la famiglia che ha se la gode soprattutto in vacanza, a Milano Marittima. Sveglia all’hotel Palace. Capatina dopo le 11 al Bagno Mare e Pineta dai genitori e dal nipotino Tommaso, figlio del fratello Simone, panchinaro spesso rotto alla Lazio, e di Alessia Marcuzzi.
Gli Inzaghi hanno una casa vicino al mare, ma Pippo sta in albergo. Questione di abitudini. Soprattutto a tavola. Pranzo al ristorante dei Bagni Paparazzi Beach dell’amico Patrick Baldassarri: farro con verdure, frutta e via a prendere il sole. Alle 16,30, un’ora e mezzo di partitina chiusa da un frullato. Una passeggiata sulla spiaggia, battute coi tifosi, autografi ai bambini. Un po’ di relax con l’iPod (Jovanotti) e poi l’aperitivo presso i 10 campi in terra rossa dell’hotel Mare e Pineta. Lì da quindici anni si disputa il campionato italiano di tennis per calciatori. Per cena, branzino alla Brasserie. Per la disperazione di Gattuso: «Da trent’anni mangia sempre le stesse cose, soltanto a vederlo mi viene la febbre a quaranta».

IO E I MIEI SEGRETI
Oltre alla serenità familiare, infatti, il suo segreto è una personalissima dieta del successo: pasta o riso in bianco («al pomodoro se proprio vuol fare una botta di vita», scherza papà Giancarlo), petto di pollo e biscotti Plasmon. Sì, quelli dei neonati. Ma soprattutto bresaola.
«A tonnellate, negli ultimi anni - conferma il padre - Ogni tanto gli dico: beviti quattro whisky, vai in campo e spaccali tutti. Poi, se voglio farlo contento, gli porto le uova delle galline della nonna. Un uovo al tegamino per lui è il massimo».
Camomille e tisane, invece, non funzionano. «Dovrei berne a litri», dice. Storiche, e agitatissime, le sue vigilie di gare importanti, praticamente tutte: dieta a parte, tanta scaramanzia, le telefonate ai genitori e un talismano particolare. Nel polsino bianco.
«Non ha dormito nemmeno la notte prima di giocare con la Primavera – racconta papà Giancarlo - Era una partita di prova di qualche anno fa, dopo uno dei tanti infortuni gravi (alla caviglia sinistra, operata ad Anversa, ndr). Filippo era tesissimo e Franco Baresi, allora allenatore della formazione Berretti, mi disse: “Non ho mai visto uno così. Ha più voglia di giocare lui dei miei. Credo che sia questa la sua forza”».
Assieme alla passione, che gli fa guardare centinaia di partite al mese. Per migliorarsi e studiare avversari e situazioni, mai uguali.
Tutte uguali sono invece le sue giornate senza l’allenamento mattutino: sveglia, pranzo a casa, partenza per Milanello, 12 minuti d’auto dal condominio di Gallarate, alle porte di Varese, lo stesso dove abitavano Pirlo, Brocchi e Gattuso. A fine allenamento, merenda con tè e i Plasmon. Poi riunione tecnica e cena. La tradizionale partita di biliardo con Brocchi è sparita col trasferimento del centrocampista alla Lazio.
Non è sparito invece l’altro rito scaramantico. Nel polsino tergisudore, rigorosamente bianco, da tennista, nasconde un portafortuna di cui rifiuta persino di parlare, figurarsi mostrarlo.
Se è giorno di partita, però, c’è prima da espletare un rito: l’interminabile serie di telefonate. L’ultima, prima di salire sul pullman alla volta dello stadio, ai genitori. «Ma non parliamo di niente - spiega Giancarlo - Facciamo finta che la partita non ci sia». Il fantasma del gol.

IO E IL GOL
Di Inzaghi la definizione forse più azzeccata l’ha data Sir Alex Ferguson: «È nato in fuorigioco». Tipico centravanti d’area, segna in qualsiasi modo, meglio se di rapina e scattando, appunto, sul filo dell’offside. L’arte di trovarsi al posto giusto nel momento giusto, affinata con un “mestiere”, purtroppo, tutto italiano. Simulatore, cascatore (Fascetti il censore più severo), opportunista, egoista: non etichette, bensì l’identikit del moderno mix tra l’agile furbizia di un Paolo Rossi e il fiuto di un Gerd Müller. Cui non manca, in area, un coraggio alla Gigi Riva. Per referenze chiederne la cartella clinica in archivio all’ospedale Princess Grace di Montecarlo. I segni li porta in faccia. Semifinale di ritorno di Champions League, 15 aprile 1998: Monaco-Juventus 3-2. Dopo 2’, Djebril Diawara gli “firma” il labbro superiore, poi ricucito con 24 punti di sutura. Il trauma cranico facciale con lieve stato commotivo guarirà presto, il labbro resterà com’è.
A cambiare continuamente, è invece il suo personalissimo e quai mitologico quadernino. Contiene, scritti di suo pugno, i dettagli dei 306 gol segnati in carriera. Prossimo obiettivo, Baggio (318). Poi, in Italia, gli restano solo Meazza (338) e Piola (364).
Terzo sul virtuale podio, quello in comproprietà con Tomasson del 3-2 all’Ajax. Ritorno dei quarti di Champions, 23 aprile 2003. Dopo lo 0-0 di Amsterdam, a 30 secondi dalla fine il 2-2 qualifica Ibrahimovic e compagni. Inzaghi ha già firmato un gol e l’assist per Shevchenko. E quando tutto sembra perduto, su lancio di Maldini e spizzata di Ambrosini, Pippo si inarca a centro area e in lob scavalca il portiere Lobont. Il danese mette solo la firma sul tabellino. Inzaghi firma invece l’approdo in semifinale contro l’Inter sulla strada di Manchester.
Al secondo posto, un’altra doppietta pesante. Nella finale mondiale (per club) di Yokohama, vinta 4-2 sugli argentini del Boca Juniors. Suoi il vantaggio al 21’ e il 4-1 al 71’, entrambi su assist di Kaká, autore del 3-1.
…and the winner is… Ovviamente, la doppietta di Atene 2007. Riecco il Liverpool, due anni dopo Istanbul, dove nemmeno era in panchina a causa della “solita” caviglia sinistra. Neanche stavolta c’è, ma solo perché Ancelotti, dopo un ballottaggio infinito con Gilardino, lo schiera titolare. Pirlo gli sbatte addosso una punizione e la palla schizza in porta. Il raddoppio ha, se possibile, ancora di più il suo copyright. Servizio di Kaká, scatto sul filo del fuorigioco e oplà: settima Champions in bacheca. Un trofeo griffato anche con il prezioso 0-1 siglato, su geniale tacco di Seedorf, alla Allianz Arena nel ritorno dei quarti col Bayern Monaco. Una delle oltre 100 squadre cui ha segnato. C’è scritto sul quadernino.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n. 28, 14 luglio 2009
ch.giord@gmail.com


La scheda di Filippo Inzaghi
Nato
: 9 agosto 1973 a Piacenza
Statura e peso: 1,81 x 74 kg
Ruolo: centravanti
Giovanili: Piacenza (1990-91)
Club: Piacenza (91-92; 94-95), Leffe (prestito, 92-93), Verona (prestito, 93-94), Parma (95-96), Atalanta (96-97), Juventus (1997-2001), Milan (2001-)
Esordio in Serie A: 29-10-1995, Parma-Piacenza 3-2
Esordio in nazionale: 8-6-1997 a Lione, Brasile-Italia 3-3
Presenze (reti) in nazionale: 57 (25)
Palmarès nei club: 2 scudetti (Juventus 97-98, Milan 2003-04), 2 Supercoppe italiane: (Juventus 1997, Milan 2004), Coppa Italia (Milan 2002-03), 1 Coppa Intertoto (Juventus 1999), 2 Champions League (Milan: 2002-03, 2006-07), 2 Supercoppe europee (Milan 2003, 2007), Mondiale per club (Milan 2007)
Riconoscimenti: Capocannoniere Serie A (96-97, 24 gol), MVP finale di Champions League (2007); Miglior marcatore coppe europee UEFA (66 gol come Raúl)
Palmarès in nazionale: Europeo Under-21 (1994), Mondiale (2006)
Scadenza contratto: 2010
Ingaggio netto: 3,6 milioni l’anno

venerdì, luglio 10, 2009

Roma, voglia di Cáceres e Albín


A Roma, sul fronte societario, per la terza volta si parla di pista russa.
A milano sul fronte mercato si guarda all'Uruguay.
Da "Giannino", il ds Pradè ha incontrato il mediatore Bronzetti e il procuratore Fonseca per trattare due uruguaiani: Martín Cáceres del Barcellona e Juan Ángel Albín del Getafe.
Caceres è un difensore centrale che il Barcellona valuta 12 milioni, bonus esclusi. Quest'anno ha giocato pochissimo: in finale di Champions League, infortunato Márquez e squalificato Abidal, Guardiola gli ha preferito Yaya Touré, un centrocampista. Lo segue anche la Juventus ed è sotto contratto fino al 2012. Potrebbe arrivare in prestito, ma bisogna battere la concorrenza di Real Saragozza, Galatasaray e Celtic.
Albin invece è un esterno offensivo, ha 23 anni e piace anche a Villarreal, Olympiacos, Sporting Lisbona e Spartak Mosca. Il suo contratto scadrà nel 2011 e potrebbe liberarsi per 6-8 milioni.
In alternativa la Roma potrebbe offrire al Cagliari Marco Andreolli più 2 milioni per arrivare a Michele Canini. Cellino per ora ha rifiutato, ma la trattativa non è chiusa.
La prima punta richiesta da Spalletti non sarà Cruz: il suo agente Gustavo Ghezzi ha smentito ogni contatto con la società giallorossa. Rispunta però il nome del 23enne André-Pierre Gignac, con 24 gol capocannoniere in Ligue1 nel Tolosa rivelazione. La concorrenza però è tosta: il Lione lo vorrebbe accanto al neoacquisto Lisandro Lopez per sostituire Benzema.
Blindato De Rossi, oltre a Vucinic la Roma potrebbe fare cassa con Aquilani. Nonostante il rinnovo, Pradè non lo ha messo nella lista degli incedibili.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Da Zamorano a Diego, che numeri


Chi l'ha detto che i calciatori sanno far di conto solo per l'ingaggio?
Quando si tratta di numeri, soprattutto di maglia, sposano il rigore delle cifre a una fantasia tutta latina.
Come quella del brasiliano Diego, che - non potendo avere il 10 di Del Piero - ha ripiegato sul 28: 2+8 = 10.
Prendete Zamorano e il suo amato "9", indossato anche al Real Madrid e in nazionale. All'Inter era di proprietà di Ronaldo, che aveva lasciato il 10 a Baggio, e allora il cileno fece scuola inventandosi un "18" sui generis: 1+8 = 9.
Proprio Ronaldo, al Milan, cercò di convincere Inzaghi a fare altrettanto. SuperPippo però non volle saperne: si tenne il 9 e il Fenomeno optò per il 99. Come Cassano alla Samp, dove il Pibe de Bari trovò occupato il 18.
Più schierato Lucarelli: il suo è un omaggio alle BAL, Brigate autonome livornesi, fondate nel 1999.
Anche Gerrard e Beattie avevano a cuore una causa: nel 2006, per promuovere Liverpool Capitale della Cultura del 2008, giocarono il derby del Merseyside indossando l'8 con uno zero davanti. Gerrard però si fece espellere e fece la figura del cattivo. Nel Perugia la fece anche Gaucci, che costrinse Baronio a mettere un + nel 13, numero che il patron riteneva portasfortuna.
E come ha rischiato di farla il Milan quando si interessò a Maggio. In Via Turati era già pronto il 5. Chissà perché.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

martedì, luglio 07, 2009

Totti, Roma capitan mundi


IO E ROMA
Uno di loro. Francesco Totti non è solo il più grande giocatore, e l’uomo dei record, nella storia della Roma. È di Roma, è la Roma, è Roma.
Ha pagato, e paga, questa seconda pelle vincendo, e guadagnando, molto meno di quanto avrebbe potuto. Ma è anche, se non soprattutto, per questo che è diventato un simbolo, un emblema, un totem. Della Roma, di Roma, della romanità, che è, sopra ogni altra cosa, un modo di essere, di sentire, di vivere. Costi quel che costi.
Soldi, successo e fama non l’hanno cambiato. È rimasto lo stesso ragazzo di borgata di sempre: dice quello che pensa e non si è montato la testa. Ha la battuta pronta e un cuore grande così. Ogni tanto la fa fuori dal vaso, come quando, anziché dal più familiare Ponentino, si lascia trasportare dal “vento del Nord”; o da quello dell’appartenenza: «V’ho purgato ancora».
Tanta “romanità” però ha anche delle controindicazioni. L’ultimo gladiatore vive in una gabbia dorata. Fuori della tratta Trigoria-superattico in centro (a Casal Palocco, nella villa con piscina, ha i genitori), non può uscire, fare una passeggiata senza che questa si trasformi in evento.
Dopo la rottura con l’agente Franco Zavaglia, di lui si occupano il fratello Riccardo, col quale ha fondato la Number Ten (marketing e allestimenti), e il massaggiatore-confidente Vito Scala, uomo-ombra nella Roma e, ai tempi, in nazionale.
La sua Roma di bambino è il quartiere Appio Latino, via Vetulonia, nei pressi di Porta Metronia. Dove la capitale non è più centro e non è ancora periferia. È lì che nasce, il 27 settembre 1976, e cresce.
A dieci mesi già cammina e in spiaggia, a Porto San Giorgio, calcia un pallone di plastica. Quello di cuoio arriva a un anno. A cinque palleggia, «ma a casa non ha mai rotto niente» giura mamma Fiorella. Che è un predestinato si capisce quando papà Enzo, «per farlo divertire», lo accompagna a un torneo estivo a Torvaianica. “Checco” entra, fa due gol e si porta a casa la coppa per il più piccolo.
Nel 1983, a sette anni, la prima squadretta di quartiere (San Giovanni): la Fortitudo, sotto le cure di Trillò. Dall’anno dopo gioca centrocampista nella Smit Trastevere, guidata da Pergolati e Paolucci. A 10 anni è alla Lodigiani, dove lo formano calcisticamente prima Mastropiero poi l’esperto Emidio Neroni. Una stagione negli Esordienti, due nei Giovanissimi e poi il passaggio alla squadra del cuore. La Roma.
Leggenda vuole che la Lodigiani fosse già in parola con la Lazio, ma la Roma la spuntò grazie agli osservatori Lupi, Gildo Giannini e Maldera e ai buoni uffici di Bruno Ripani, mobiliere di via Vetulonia amico dei Viola, dello stesso Giannini Sr (padre di Giuseppe) e di Stefano Caira, oggi dirigente giallorosso e ai tempi in Figc.
Oltre al tifo della signora Fiorella e del campioncino non ancora 13enne: «Alla Lazio mai e poi mai». Nel calcio, perlomeno. Perché, come ha raccontato il vicepresidente biancoceleste Roberto Pressi, «Totti da ragazzino ha fatto nuoto per due anni nella polisportiva Lazio».

IO E LA ROMA
In giallorosso, passa dai Giovanissimi Romani di Franco Superchi ai Giovanissimi Regionali di Carnevali. A Natale del 1990, al presidente Dino Viola parlano tanto bene di quel «centrocampista biondino che segna gol a raffica» e stringendogli la mano il presidente gli dice: «Mi dicono che sei bravo, continua così e a sedici anni ti farò esordire in Serie A».
L’Ingegnere sarà buon profeta ma non farà in tempo a godersi la scena. Il 28 marzo 1993, a 5’ dalla fine di Brescia-Roma 0-2. «Scàldati», gli intima Vujadin Boskov, e Francesco niente: pensava dicesse a Muzzi. Invece, il suo sogno di bambino, e l’immediata convocazione nella Under 17, sono già realtà.
A lanciarlo da titolare, sempre contro la Sampdoria, è invece il romano e romanista Carlo Mazzone: il 16 dicembre 1993 in Coppa Italia (Roma eliminata ai rigori) e il 27 febbraio 1994 in campionato. Perché non si bruciasse, niente interviste: «A France’, vatte a fa’ ‘na doccia».
Il 4 settembre 1994, firma il primo contratto, a 60 milioni di lire l’anno. Il mal sopportato soprannome Pupone nasce allora. Dal campionato successivo ha il posto fisso. Nel ‘96 Giannini lascia la Roma e lo indica come suo erede. Quella però è anche l’infausta stagione di Carlos Bianchi, l’allenatore che vorrebbe prestarlo alla Sampdoria per fargli fare le ossa e farlo crescere in un ambiente meno protettivo e insieme oppressivo. O magari cederlo all’Ajax per Jari Litmanen. Apriti cielo. A Totti, che nel confronto diretto con il finlandese al Torneo “Città di Roma” segnò e fece esplodere l’Olimpico, Franco Sensi prolunga il contratto fino al 2003. E “Bianci”, in crisi di risultati e ancora oggi tacciato di lesa maestà, viene rispedito in Argentina.
Nel 1997 ecco Zdenek Zeman, per Totti - che con lui mette su muscoli - un altro maestro. Nel 4-3-3 del boemo diventa centravanti tattico, esperienza che gli tornerà utile anche da prima punta nel 4-3-2-1 cucitogli addosso da Luciano Spalletti. Ruolo che lo porterà a vincere, con 26 gol nel 2006-07, la Scarpa d’oro di miglior marcatore europeo.
Il 31 ottobre 1998, Aldair gli cede la fascia di capitano. Il 9 maggio 2001 rinnova fino al 2005 per 50 miliardi di lire netti, diritti di immagine esclusi. Il 17 giugno dello stesso anno festeggia lo scudetto, il terzo della storia giallorossa.
Nella primavera 2005 altro rinnovo: fino al 2010, a 5,8 milioni di euro a stagione, unico a sforare il salary-cup di 2,5 fissato dalla società.
Eccezione giustificata per il recordman del club per presenze (507) e reti (205) totali, in campionato (395 e 165), nelle coppe europee (66 e 22) e in azzurro (58 e 9) nonché il romanista con più derby giocati (24).

IO E LA NAZIONALE
Tutti ricordano, di Totti, l’addio alla nazionale e le relative polemiche, pochissimi quel che, in azzurro, ha ottenuto: Mondiale 2006, titolo europeo con l’Under 21 (1996) e due finali perse, con l’Under 18 (1995) e la selezione maggiore (2000), oro e premio di Miglior giocatore con l’Under 23 ai Giochi del Mediterraneo 1997. Scusate se è poco.
Nelle giovanili, sempre contro la Spagna, ha segnato nella sconfitta (4-1) dell’U18 e, l’anno dopo, il vantaggio nella vittoria, ai rigori, dall’U21. E nel 5-1 alla Turchia, ai Giochi del Mediterraneo, ha firmato una doppietta.
Senza tirar fuori i soliti rigori celebri - lo “scavetto” a van der Sar o quello al 95’ all’Australia -, e questo sarebbe il campione «mai decisivo» in azzurro? Per chi giudica dai numeri senza interpretarli, allora sì: 9 reti in 58 presenze sono briciole per il recordman, nella Roma, di gol e partite in campionato e nelle coppe.
Attaccato alla maglia purché giallorossa, le malelingue. Accusa risibile per uno che, per il Mondiale, ha recuperato in due mesi e mezzo dalla caviglia sinistra fratturata il 19 febbraio contro l’empolese Vanigli. Lippi lo ha aspettato, lui ci ha messo il resto. Fatti, non parole.
Quelle che più gli hanno dato fastidio, però, non le ha dimenticate: «Hanno detto che ero zoppo, che giocavo con la sedia a rotelle. Ricordo cosa mi è arrivato da certa stampa del nord. Quando hanno smesso (con l’azzurro, ndr) giocatori importanti come Maldini e Baggio, non mi ricordo un anno di critiche continue. Ormai ero un capro espiatorio».
Un amore finito male, forse mai realmente sbocciato, ma anche bello e litigarello. Sin dagli inizi.
Nel 1998, nonostante l’ottima stagione, Cesare Maldini non lo porta al mondiale di Francia. Con Dino Zoff invece debutta subito, il 10 ottobre a Udine per le qualificazioni europee, Italia-Svizzera 2-0. Il primo gol arriva il 26 aprile 2000, a Reggio Calabria, Italia-Portogallo 2-0.
La consacrazione internazionale coincide con Euro2000, e non solo per i gol a Belgio e Romania o per il leggendario «Mo’ je faccio er cucchiaio». Il primo mondiale è col Trap nel 2002. Avventura con finale tragicomico agli ottavi contro la Corea del Sud. L’Italia grida alla congiura, ma Totti sbaglia andandosi a cercare, all’italiana, un fallo che non c’è. Ingenuità che porta Byron Moreno – più inetto che corrotto – al secondo giallo.
Ancora peggio farà a Portogallo 2004, cadendo nel trappolone di Christian Poulsen. Un provocatore che a suon di calcetti, insulti e gomitate lo indusse allo storico sputo, è il caso di dirlo, in Eurovisione. E che ci fosse del marcio, in Danimarca, si capirà dopo, scoprendo che al fantasista un’emittente danese aveva dedicato una telecamera personalizzata. Come facevano a sapere che qualcosa l’avrebbe combinata? La spedizione, nata male con le incaute dichiarazioni di Giovanni Trapattoni che mai aveva caricato tante aspettative su un giocatore, finisce come peggio non si poteva: in appello, la Federcalcio affida la difesa all’avvocato Giulia Bongiorno. Totti prende tre giornate anziché le quattro richieste.

IO E L'AMORE
La sua prima ragazza, nel 1996, è Marzia Silvestri, pallavolista del Casal de’ Pazzi, serie B1. Restano fidanzati per un po’, con lui che va spesso a vedere gli allenamenti di lei. Il primo flirt “mediatico”, durato due anni e due mesi, è con Maria Mazza, 24 anni, napoletana, ex ballerina di Domenica in, oggi attrice al cinema e conduttrice tv sul satellite.
Prima di mettere su famiglia con Ilary Blasi, il suo amore più grande era la nipotina Giulia. Totti adora i bambini, ne ha due (Cristian, senza l’acca, e Chanel) e ne vorrebbe almeno quattro, un altro maschio e un’altra femmina. L’ex letterina di Passaparola per ora nicchia.
Francesco l’ha conosciuta in un disco-pub e le ha regalato un biglietto-omaggio per il derby. E a lei, laziale da sempre, dedicò la storica T-shirt con scritto «6 unica» esibita dopo un gol da lui segnato alla Lazio.
France’ & Ilary, i Beckham de’ noantri. Meglio di loro, nel glamour-business, solo gli inglesi: i Beckham originali, i Rooney, i Gerrard e i Cole (Ashley, non Joe). I coniugi Totti hanno fondato la linea di abbigliamento Never Without You, doppiato i Simpson e pubblicizzato la Comete Gioielli. Insieme, infatti, spopolano negli spot. Soprattutto quelli dove i due interpretano se stessi, non come superstar bensì come persone comuni occupate nelle faccende di tutti i giorni.

IO E L PUBBLICITÀ
La Nike, che per certe cose ha fiuto, sceglie il “brand” Totti già dal 1998. Al 2005 risale invece il passaggio alla Diadora, marchio per cui raccoglie il testimonial da Roberto Baggio. Nel 2002 la Fiat sceglie lui e non gli idoli di casa, i campioni juventini, per pubblicizzare il lancio della Stilo. Con stelle quali Beckham, Roberto Carlos, Ronaldinho e altri gira invece il celebre commercial dei gladiatori per la Pepsi e un video girato a Trigoria dal regista Gabriele Muccino. Appassionato di PlayStation, diventa ben volentieri l’uomo-copertina di Fifa Football 2002 della EA Sport.
Per la Roma, a fine Anni 90, ha prestato la propria immagine per pubblicizzare la carta di credito AS Roma della American Express.
Con l’avvento di Sky, è protagonista con altri campioni dei promo per il mondiale tedesco e i campionati di Serie A. In occasione di Germania 2006 è stato testimonial Pringless e Vodafone. A settembre, dopo la vittoria di Berlino, negli spot della compagnia telefonica a Totti si è aggiunto il compagno di nazionale Gennaro Gattuso. Poi è toccato a Ilary.
Risale al 2007 il cameo nel film (uscito a gennaio 2008) “L’allenatore nel pallone 2”, remake in cui interpreta la parte di avvocato difensore. Nel 2008 è comparso nella seconda serie della fiction “I Cesaroni” di Canale 5.
Per Mediaset ha partecipato anche al programma “C’è posta per te”, al reality show Grande Fratello 8 e a una puntata di Paperissima.

IO E LA BENEFICENZA
Totti, però, non è solo pallone e show-biz. Anzi. Nel Gotha calcistico che spesso fa beneficenza più per immagine che per convenienza, lui è uno dei più veri. Ambasciatore Unicef, ha pubblicato due libri di barzellette (su di sé), una guida calcistica e per finanziare progetti Unicef e del Comune di Roma. Lo stesso è accaduto, nel dicembre 2007, con il libro (più dvd) “La mia vita, i miei gol”.
Il matrimonio con Ilary, celebrato il 19 giugno 2005, è stato trasmesso in diretta televisiva da Sky Tg24 e seguito da oltre 1.300.000 spettatori. I diritti tv pagati dall’emittente satellitare (circa 240.000 euro) sono stati devoluti al canile di Porta Portese per l’acquisto di un’autoambulanza per il soccorso dei cani e per altri progetti.
Su Topolino del 16 gennaio 2008 è uscita una storia in cui appare “Papertotti”, personaggio ispirato al campione che, come compenso, ha chiesto abbonamenti al settimanale di fumetti per migliaia di bambini.
Il 12 maggio 2008, era testimonial della Partita del Cuore giocata tra la nazionale cantanti e la rappresentativa Numeri Uno per raccogliere fondi da destinare alla costruzione di un Campus Produttivo della Legalità e della Solidarietà.
Il 29 maggio scorso ha partecipato a Stars for Charity, gara di poker fra vip in favore dei terremotati d’Abruzzo.
Nell’ambito del progetto «Il calcio adotta i bambini abbandonati», di cui è promotore, ha adottato a distanza undici bambini di Nairobi che verranno tesserati nella sua scuola calcio. Il Pupone è diventato grande. In campo, ma soprattutto fuori.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n. 27, 7 luglio 2009
ch.giord@gmail.com

La scheda di Francesco Totti
Nato
: 27 settembre 1976 a Roma
Statura e peso: 1,80 x 80 kg
Ruolo: attaccante
Giovanili: Fortitudo (1983-84), Smit Trastevere (1984-86), Lodigiani (1986-89), Roma (1989-92)
Club: Roma (1992-)
Esordio in Serie A: 28-3-1993, Brescia-Roma 0-2
Primo gol in Serie A: 4 settembre 1994, Roma-Foggia 1-1
Esordio in nazionale :Udine, 10-10-1998, Italia-Svizzera 2-0
Primo gol in nazionale: Reggio Calabria, 26-4-2000, Italia-Portogallo 2-0
Palmarès giovanili: Scudetto Primvera (1990), campionato Allievi nazionali (1993), Coppa Italia Primavera (1994)
Palmarès nel club: Scudetto (Roma, 2001), 2 Supercoppe Italiane (Roma, 2001, 2007), 2 Coppe Italia (2007, 2008),
Palmarès in nazionale: Europeo Under 21 (1996), Giochi del Mediterraneo (1997), Mondiale (2006)
Riconoscimenti: capocannoniere Serie A e Scarpa d’oro europea (2007, 26 gol), 2 Guerin d’oro (1998, 2004)
Scadenza contratto: 2010
Ingaggio netto: 5,8 milioni l’anno