io e LA CHAMPIONS
Un animale da Champions League, e non solo per i due gol in altrettante finali giocate. Nel Barcellona. L’illuminazione lo coglie a sei anni, davanti la tv per Bayern Monaco-Porto, epilogo della Coppa dei Campioni 1987. Al Prater di Vienna, al 78’, va in scena il Tacco di Allah. «Il geniale pareggio di Madjer mi cambiò la vita. La finale riaperta da un gol fantastico, e segnato da un africano». Quello della vittoria, all’80’, su assist dello stesso algerino, sarà del brasiliano Juary. Reietto di Avellino, Inter, Ascoli e Cremonese. Piccolo e nero. Tombola.
C’è una spiegazione per le reputazioni di fuoriclasse controverso e ribelle (con causa) guadagnate in carriera da Samuel Eto’o Fils: la precocità. A tredici anni, gioca già nella seconda divisione camerunese con l’Union Douala, club che ha svezzato innumerevoli talenti autoctoni. Ma è con la nazionale giovanile, battuta 5-2 dalla storica rivale Costa d’Avorio, che il ragazzo di Nkon, dov’è nato il 10 marzo 1981, attira per la prima volta le attenzioni degli scout del Real Madrid. L’estasiasto report degli osservatori - spediti in loco a seguire l’ivoriano Bonaventure Kalou - convince il dirigente José Martínez Sánchez in arte “Pirri”, ex stella del Real Madrid negli anni Settanta, a invitare quel mucchietto d’ossa nella capitale spagnola per un provino. Un anno prima, al torneo giovanile di Avignone, la Francia (PSG, Le Havre e Cannes) gli aveva chiuso le porte: per i “sans papier”, i clandestini senza documenti, niente permesso di soggiorno.
Vicente Del Bosque, allora allenatore dei blancos, ricorda la mattina del gennaio 1997 quando un 15enne al limite del denutrito si presentò alla Ciudad Deportiva, il centro tecnico nel Paseo de la Castellana venduto poi da Florentino Pérez, nel 2001 per 80 miliardi di pesetas, per pagarsi la prima èra-Galáctica. «Era già come è oggi - racconta Del Bosque -: agile e con l’innata capacità di girarsi per battere subito a rete. In campo, mostrava grande qualità e intuito. Ma non era abbastanza, volevamo che mostrasse anche di avere voglia. Non ha dovuto faticare molto per convincere gli allenatori delle giovanili a prenderlo». Pochi giorni dopo, Samuel firmerà fino al 2003.
Pochi mesi dopo, ad Amsterdam, il Real Madrid conquista la “Septima” battendo 1-0 la Juventus con gol di Mijatović. Al debutto blanco della 17enne promessa mancano ancora sette mesi, ma intanto il club si premura di farle recapitare una riproduzione in scala del trofeo. Così, tanto per.
io e GLI ESORDI
Ben prima di aver raggiunto la maggiore età, “Samu” ha già coronato il sogno di bambino: giocare accanto agli idoli, Raúl e Fernando Redondo, che teneva appesi in poster nella sua stanza. L’impatto con la Spagna, però, è traumatico. Nel 1996 entra nel settore giovanile merengue e dal 1996-97 fa la spola col Real Madrid B, che retrocede in Segunda División B, la terza serie. La stagione dopo, è in prestito al Leganés, sempre in terza divisione: 28 partite e 3 gol. Altra retrocessione e ritorno alla casa madre.
Il 5 dicembre 1998 debutta in Liga contro l’Espanyol (0-0), che poi lo prenderà in prestito per metà stagione, senza schierarlo. Le uniche partite in quell’annata restano così le tre nel Real. Vincente per antonomasia se ne esiste uno, deve incassare la prima grande delusione della carriera: dalla prima squadra alle riserve e poi il parcheggio in prestito. Samuel non si era mai sentito così lontano da casa neanche da clandestino ad Avignone, ma era ancora solo un ragazzo e il tempo lavorava per lui.
Ancora oggi, in vista di ogni nuova stagione, nel pronosticare le chance di successo del Leganés i tifosi del club paragonano la rosa attuale a quella del 1997-98, il miglior gruppo che si ricordi nella municipalità del Butarque. C’era Eto’o, ovvio. L’allenatore Pedro Braojos era sbalordito da tanto potenziale, ma il centravanti era l’intoccabile Catanha e così schierava il camerunese largo a destra. Scelta tattica che mandava, e manda, Eto’o fuori di testa. Guardiola la riproporrà, undici anni dopo, nel Barcellona finalista a Roma, per vincere la Champions 2009. E dire che tre mesi prima, il 18 febbraio, col Betis in campionato, a Pep che gli intimava di giocare a sinistra, Samuel aveva risposto con il definitivo 2-2 (il secondo personale) e un «Te l’avevo detto» in mondovisione.
Per lui cominciano presto i rimproveri anche fuori del campo, specie per i ritardi negli allenamenti. Un giorno esagera e tira fuori la scusa che si era fermato a litigare con il compagno di stanza del suo residence di Madrid. «Mi aveva preso il portafoglio», dice. Nessuno gli crede. Al “Chapin”, contro lo Xerez, parte in panchina. «Me ne vado”, giura in spogliatoio. Non era la prima volta, ma stavolta pareva serio. I compagni provano a dissuaderlo, ma ormai ha deciso: «No, salgo in macchina e me ne torno a Madrid”. Alla fine è il capitano, José Jesús Mesas, a convincerlo, più con le cattive che con le buone. Mesas lo prende per il petto, alla Aragonés, e gli urla: «È l’allenatore che comanda, qui, non tu”. Eto’o si avvia mesto in panchina. Da allora Mesas, che Samuel ancora chiama “Capi”, è suo amico e consigliere. È questo l’Eto’o che il Leganés ha conosciuto. «Un bravo ragazzo cui ogni tanto scappava la frizione”, dicono i compagni.
io e LA CARRIERA
Gli stessi che non si capacitano della sua passione per l’arroz à la cubana (riso, uova e banane fritte in salsa di pomodoro): «È incredibile. Ne mangia piatti su piatti, tutti i giorni. Va matto per quella roba». La delusione per le tante panchine svanisce con la chiamata da parte di Claude Le Roy, Ct del Camerun, a Francia 98. A 17 anni e 3 mesi, è il più giovane del mondiale. Rientrato al Real Madrid, si ritrova con l’identica prospettiva: il banquillo. L’allenatore John Toshack gli dà fiducia e lo tiene in rosa, ma al gallese subentra Del Bosque e questi lo manda di nuovo in prestito. Al Maiorca.
La prima volta che Samuel atterra a Palma de Maiorca lo fa da campione d’Africa. Ha solo 18 anni, ma ha appena guidato un’intera generazione di veterani della nazionale al trionfo in Coppa d’Africa. In sei mesi alle Baleari, segna 6 gol in 13 partite. In estate torna nella capitale, ma il Real che lo avrà in comproprietà è un altro, il Maiorca. Per 7,3 milioni di euro.
Il suo ritorno a Palma è circondato dalle polemiche. Il giorno prima della presentazione ufficiale, si reca in visita ai compagni nel centro tecnico di Son Bibiloni senza avvertire il club. I giornalisti lo beccano e lui se la batte in fretta e furia. Ma poi negherà persino di essere stato a Palma, quel giorno. Un’ingenuità che stava per mandare a monte una trattativa che coinvolgeva tre giocatori, col Deportivo La Coruña che voleva scambiare Diego Tristán per Flavio Conceição.
Le scuse arrivano il giorno seguente e da lì diventa la star, anche se le sue imprese realizzative vengono offuscate dai guai fuori del campo. Nel maggio 2002 Daniel Argibeaut, il ragazzo della sorella e allora presunto agente del giocatore, lo denunciò per aggressione. Argibeaut disse che Eto’o lo aveva colpito con una testata e gli aveva preso le scarpe, gesto che in Camerun sottintende una minaccia di morte. In realtà, si verrà a sapere che Eto’o in quella stagione aveva dato sì una testata, ma ad Angulo del Valencia, zidanata costatagli 4 giornate di squalifica e una battaglia legale con la commissione disciplinare, che aveva bollato l’atto «da delinquenti”.
Con Miguel Ángel Nadal è già leader dello spogliatoio, ma per lui le cose svoltano solo nel 2000-01, con l’arrivo in panchina di Luis Aragonés, futuro Ct della nazionale spagnola campione d’Europa nel 2008. I due hanno sempre avuto un rapporto speciale, anche se conflittuale come quello tra un padre severo e un figlio ribelle.
io e GLI ALLENATORI
Il loro primo scontro nel novembre 2000. Il camerunese pigro in un allenamento viene spedito sotto la doccia anzitempo. Il club prende provvedimenti: Eto’o salta la partita successiva. Due settimane dopo, sostituito a Saragozza, reagisce con un gestaccio. Don Luis lo prende di petto in panchina. Alla lettera. Scena memorabile. L’indomani, Aragonés riunisce la squadra. Ammette d’esser stato a un passo dal mollargli una testata e ricorre alla sua famosa espressione che aveva usato con Romário al Valencia: «Guardami in faccia». Eto’o si scusa e poi, in sala stampa, minimizza: «È tipico, tra padre e figlio. Niente di cui preoccuparsi».
Il contrasto peggiore invece scoppia all’intervallo di Maiorca-Espanyol del 16 maggio 2004. L’Espanyol è avanti 2-0, finirà 4-2 per il Maiorca. In spogliatoio, drammatica scazzottata i cui dettagli sono rimasti fra Eto’o, Aragonés e il codice d’onore in vigore al Maiorca. Nonostante i precedenti e i caratteri fumantini (eufemismo), il loro rapporto è straordinario. Eto’o rispetta e stima moltissimo l’allenatore, da lui affettuosamente ribattezzato “Nonno”. Un esempio del legame che li unisce risale alla mattina in cui il Aragonés fu nominato Ct. Sul cellulare lesse un SMS: «Congratulazioni, Nonno. Te lo meritavi”. Il mittente? Eto’o.
Più complicati i rapporti avuti con gli allenatori del Barcellona, che nel luglio 2004 lo acquista dal Maiorca per 25 milioni di euro. Il cordone ombelicale col Real Madrid, durato appena 6 gare ufficiali, era finalmente reciso. La Champions in miniatura, invece, restava lì. Come ricordo della strada fatta e monito per quella da fare.
Con Frank Rijkaard all’inizio sono rose e fiori, anche perché si vince presto, tanto e bene: doppietta consecutive in Liga e Supercoppa spagnola (2005, 2006) più la Champions League 2006 (2-1 sull’Arsenal). Allo Stade de France di Saint-Denis (Parigi), Samuel causa al 18’ l’espulsione del portiere Lehmann e a al 76’ pareggia il gol di Campbell (37’). A 10’ dalla fine, deciderà Belletti. L’anno dopo, Ronaldinho (mai citato) e Rijkaard per lui sono «mala personas» e la rosa blaugrana spaccata fra «laportistas» (giocatori acquistati da Laporta) e «rosellistas» (quelli voluti dall’ex dirigente Rosell, che vorrebbe correre da presidente).
Con Guardiola, invece, non si prende. Il Pep gli dice che non rientra nei suoi piani, Eto’o flirta col Kuruvchi, capolista in Uzbekistan e vola a Tashkent per qualche foto-ricordo. L’offerta è di 40 milioni per un anno. Mirjalol Kasymov, l’allenatore, è certo che «Eto’o verrà da noi e ci sarà di grande aiuto nella Champions League asiatica». Come no. Tornato a casa, conquista lo storico Triplete: Liga, Copa del Rey, Champions. Guardiola ringrazia, ma non cambia idea: «Quando si vince tutto, l’esperienza mi dice che è meglio cambiare qualcosa». Ibracadabra.
io e IL MIO MONDO
Sei anni fa, una tragedia lo segna per sempre. Il 26 giugno 2003, Gregorio Manzano interrompe l’allenamento del Maiorca e lo chiama da parte: Marc-Vivien Foe, amico e compagno di nazionale di Samuel, era morto in campo, in Francia, durante il match con la Colombia in Confederations Cup. Un colpo terribile per Eto’o. «Capii ancora di più che dovevo ottenere il massimo nella vita. Nessuno sa quando la fine arriva, voglio godermi la vita appieno», disse dopo il funerale.
La sua vita sono la famiglia e gli amici. Samuel ne ha molti, ma sono pochi quelli che lui chiama “fratelli”. «Dice sempre che Luque è il suo fratello bianco. Be’, io sono il suo fratellone nero», scherza Jacques Song’o. L’ex portiere del Deportivo La Coruña e della nazionale lo conosce da una vita perché vengono dallo stesso quartiere.
A Palma, era circondato da un vasto entourage camerunese, dava lavoro e lauti stipendi a tutti e si prendeva cura della sua gente anche in patria. Una volta comprò 200 paia di scarpe da calcio e appena sbarcato a Nkon le distribuì ai bambini poveri. Sfrutta la sua immagine per cause benefiche. E soprattutto si batte contro il razzismo. In campo e fuori.
Oltre a Samuel, David e Christine hanno generato altri due calciatori: David Piérre giocava per il Reus Deportiu (quarta divisione spagnola) e ora è in trattativa con squadre di serie minori del Milanese e un club svizzero; Ndébi Étienne è al Mallorca. Dalla fidanzata storica Georgette, ivoriana, sposata il l 6 luglio 2007, ha avuto tre figli: Étienne, Maelle e Siena, che vivono per gran parte dell’anno a Parigi con la mamma.
La sua più grande passione sono le auto di lusso (ne ha 17), e la velocità visto che colleziona multe. Per poco nel dicembre 2000, a Maiorca, non gli costò la vita. Mentre era alla guida con il fratello David, la sua BMW si è schiantata contro un albero, sbalzandolo fuori prima di capottarsi. «Se non avessi avuto le spalle dure, sarei morto». Quando, al Maiorca, per la seconda volta ha dovuto spiegare dove fosse, disse che era dovuto andare in Francia a risolvere «questioni personali». Il club pensava fossero le pratiche per la naturalizzazione, invece era andato a comprarsi una nuova Ferrari.
Eto’o era, ed è, anche questo. Un uomo che ha conosciuto la fame e non intende rinunciare a nulla. Nemmeno a un cellulare tempestato di diamanti dal valore di 3 milioni. Nel suo mondo vorrebbe non ci fosse il razzismo, conosciuto da vicino nel febbraio 2005 contro il Saragozza. I tifosi gli danno della scimmia e lui prima fa gol, poi esulta mimando un primate. Le immagini fanno il giro del mondo, l’arbitro Fernando Carmona Méndez si gira di là e Samuel, come l’amicone Thierry Henry, diventa un paladino della lotta (sponsorizzata Nike) alle discriminazioni.
Io e LA NAZIONALE
A San José, in Costarica, il giorno prima di compiere 16 anni, è in campo nel Camerun battuto 5-0 dai padroni di casa. È il 9 marzo 1997. Samuel, da allora, è la stella della squadra, ma in nazionale non gode dello stesso carisma emanato in tutti i club per cui ha giocato.
Colpa sua, forse. E di sicuro delle ingerenze “politiche” che affliggono le nazionali africane. I veterani comandano in campo e soprattutto fuori, dove gli agganci e le gerarchie che contano sono spesso extratecnici. Ecco perché in giallorossoverde un flop come l’ex salernitano Song pesa quanto e più di una superstar globale come Eto’o, capocannoniere all-time dei Lions Indomptables (37) e della Coppa d’Africa (16). Manifestazione che ha vinto due volte, anche se più da goleador che da trascinatore: nel 2000 uno in finale contro la Nigeria (4 nel torneo), nel 2002 ai rigori con il Senegal (prima, una rete al Togo). Nel 2008 invece ha perso 1-0 la finale con l’Egitto padrone di casa.
A Francia 98, c’è anche lui nel 3-0 buscato contro l’Italia nella fase a gironi. Nel 2002, segna il suo unico gol nel torneo all’Arabia Saudita e al Camerun vale l’unico successo nella competizione. Suo anche l’assist, dopo un dribbling e un tunnel, per la rete di Mboma all’Irlanda. Pallone d’oro africano per tre volte consecutive, ha vinto le Olimpiadi di Sydney 2000 contro il Brasile di Ronaldinho e il Cile di Zamorano. In finale con la Spagna marca il 2-2 e trasforma uno dei rigori. Nella Confederations Cup del 2003, sigla la rete che batte il Brasile e perde la finale contro la Francia su golden gol di Henry.
La pagina triste, invece, la scrive sbagliando il rigore che costa l’eliminazione ai quarti della Coppa d’Africa 2006: dopo l’1-1, dal dischetto finirà a oltranza, 12-11 per la “solita” Costa d’Avorio. Che poi andrà a Germania 2006 grazie (anche) a un altro penalty sbagliato da un Leone Indomabile, l’ex interista Wome.
Il punto più basso però riguarda un fatto di cronaca, più che di sport. Il 1º giugno 2008, in conferenza stampa stende con una testata Philippe Bony, giornalista radiofonico di RTS. Non contenti, i bodyguard del giocatore completano l’opera fratturandogli in due punti la mano sinistra. La causa scatenante? I severi giudizi del giornalista su centravanti, che poi si scuserà, offrendosi - bontà sua - di pagare le spese mediche. Così come paga 3000 euro mensili gli alimenti per Annie, la figlia “segreta”, riconosciuta con una sentenza del Tribunale di Barcellona, che vive a Flumini di Quartu, in Sardegna. La bambina, 7 anni il 6 agosto, vive con la mamma, la 38enne Anna Barranca. Nel settembre 2005 madre, figlia e maestra d’asilo si presentarono al campo d’allenamento del Barcellona. Ma non furono ricevute. Da allora, l’unico contatto è l’assegno.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n. 32-33, 11 agosto 2009
La scheda di Samuel Eto’o
Nato: 10 marzo 1981 a Nkon (Camerun)
Statura e peso: 1,80 x 75 kg
Ruolo: centravanti
Nazionalità: camerunese e spagnola
Giovanili: Union Douala (1994-96), Real Madrid B (Spagna, 1996-97)
Club: Real Madrid B (Spagna, 1996-97), Leganés (Spagna, II divisione, 1997-98), Real Madrid (Spagna, 1998-99), Espanyol (Spagna, 1999), Maiorca (Spagna, 1999-2004), Barcellona (Spagna, 2004-2009), Inter (2009-)
Esordio in Nazionale: 9 marzo 1996 a San José (Costa Rica), Costa Rica-Camerun 5-0
Presenze (reti) in Nazionale: 73 (37)
Palmarès nei club: Coppa Intercontinentale (1997-98), 3 Liga (Barcellona, 2004-05, 2005-06, 2008-09), 3 Champions League (Real Madrid 1999-2000; Barcellona 2005-06, 2008-09), 2 Copa del Rey (Maiorca 2002-03, Barcellona 2008-09), 2 Supercoppe spagnole (Barcellona 2005-06, 2006-07)
Palmarès in nazionale: 2 Coppe d’Africa (Ghana-Nigeria 2000, Mali 2002), oro olimpico Sydney 2000
Riconoscimenti: capocannoniere Liga (2005-06, 26 gol), 3 volte Pallone d’oro africano (2003, 2004 e 2005), terzo posto FIFA World Player (2005), capocannoniere all-time Camerun (37 gol), capocannoniere all-time Coppa d’Africa (16 gol)
Scadenza contratto: 2014
Ingaggio netto: 10,5 milioni l’anno