lunedì, agosto 31, 2009

Friedenreich


Nel 1919 il Brasile batté l'Uruguay 1-0 e si consacrò campione sudamericano. Il popolo si lanciò nelle strade di Rio de Janeiro. Apriva i festeggiamenti, alzata a mo' di stendardo, una scarpa da clcio infangata, con un cartellino che proclamava: "Il glorioso piede di Friedenreich". Il giorno seguente quella scarpa, con la quale era stato realizzato il gol della vittoria, andò a finire nella vetrina di una gioielleria, nel centro della città.
Artur Friedenreich, figlio di un tedesco bianco e di una lavandaia nera, giocò in prima divisione per ventisei anni e non guadagnò mai un centesimo. Nessuno ha mai segnato più gol nella storia del calcio. Ne ha segnati più lui dell'altro grande cannoniere brasiliano, Pelé, che è stato il massimo realizzatore del calcio professionistico. Friedenreich ne mise insieme 1329. Pelé 1279.
Questo mulatto dagli occhi verdi creò il modo brasiliano di giocare. E' stato lui a rompere gli schemi inglesi. Lui, o il diavolo che pareva infilarsi nella pianta del suo piede. Friedenreich portò nel solenne stadio dei bianchi l'irriverenza dei ragazzi color caffè che si divertivano contendendosi una palla di pezza nelle periferie. Così nacque uno stile aperto alla fantasia, che antepone il piacere al risultato. Da Friedenreich in avanti, il calcio brasiliano, quando è davvero brasiliano, non ha angoli retti, come non ne hanno le montagne di Rio né gli edifici di Oscar Niemeyer.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

domenica, agosto 30, 2009

Moreno


Lo chiamavano el Charro (tipico messicano) per il suo aspetto da bello del cinema messicano, ma lui veniva dai pascoli del fiumicello di Buenos Aires.
José Manuel Moreno, il più amato tra i giocatori della Máquina del River Plate, godeva nel depistare: le sue gambe da pirata si lanciavano di qua e se ne andavano di là, la sua testa da bandito prometteva il gol a un palo e lo inchiodava nell'altro.
Quando qualche rivale lo stendeva con un calcio, Moreno si rialzava senza protestare e senza chiedere aiuto, e per quanto fosse infortunato continuava agiocare. Era orgoglioso, fanfarone e attaccabrighe, capace di prendersi a botte con la tifoseria avversaria e anche con la propria, che lo adorava, ma aveva la brutta abitudine di insultarlo ogni volta che il River perdeva.
Amante della milonga e degli amici, uomo della notte di Buenos Aires, Moren faceva l'alba irretito da una chioma bruna, o coi gomiti appoggiati a un bancone.
"Il tango", diceva, "è il migliore allenamento: tieni il ritmo, lo cambi in corsa, meni la danza di traverso, lavori di bacino e di gambe".
Le domeniche a mezzogiorno, prima di ogni partita, divorava un tegame di gallina lessa e si vuotava più d una bottiglia di vino rosso. I dirigenti del River gli ordinarono di lasciare quella vita sregolata, indegna di uno sportivo professionista. Lui fece il possibile. Non uscì di notte per una settimana e non bevve altro che latte, e allora giocò la peggior partita della sua vita. Quando tornò alle sue abitudini il club lo sospese. I compgni scioperarono in segno di solidarietà con quell'incorreggibile bohémien eil River dovette giocare nove giornate con le riserve.
Elogio della bisboccia: Moreno fu uno dei giocatori più longevi nella storia del calcio. Giocò per vent'anni in vari club di prima divisione di Argentina, Messico, Cile, Uruguay e Colombia. Nel 1946, quando Moreno tornò dal Messico, la tifoseria del River, pazza per il desiderio di tornare a vedere le sue imprese audaci e le sue magie, non riuscì a entrare nello stadio. I suoi devoti aggirarono le recinzioni, invasero il campo: lui segnò tre gol, lo portarono in trionfo. Nel 1952 ricevette una succulenta offerta dal Nacional di Montevideo, ma lui preferì giocre per un altro club uruguagio, il Defensor - una squadra piccola che poteva pagarlo poco o nulla - perché lì c'erano i suoi amici. E quell'anno Moreno salvò il Defensor dalla retrocessione.
Nel 1961, ormai ritiratosi, era il direttore tecnico del Medellín in Colombia. Il Medellín stava perdendo una partita contro gli argentini del Boca Juniors, e i giocatori non trovavano la via della rete. Allora Moreno, che aveva 45 anni, si cambiò, entrò in campo, segnò due gol, e il Medellín vinse.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miseri del gioco del calcio

Nasazzi


Non lo passavano neppure i raggi X. Lo chiamavano el Terrible.
"Il campo è un imbuto", diceva, "e nella bocca dell'imbuto c'è l'area."
Lì, nell'area, comandava lui.
José Nasazzi, capitano delle nazionali del 1924, del 1928 e del 1930, fu il primo caudillo del calcio uruguagio. Lui era il mulino a vento di tutta la squadra, che funzionava al ritmo delle sue grida di allerta, di rimprovero o di incitamento. Nessuno lo sentì mai lamentarsi.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Gol di Telmo Zarra


Accadde nel Mondiale del 1950. La Spagna incalzava l'Inghilterra che riusciva solo a tirare in porta da lontano.
La mezzala Gaínza divorò il campo sulla sinistra, si bevve mezza difesa e incrociò il pallone verso la porta inglese. Il difensore Ramsey riuscì a toccrla, spalle alla porta, di controbalzo, ma arrivò di corsa Zarra che infilò il pallone vicino al palo sinistro.
Telmo Zarra, goleador di Spagna per sei campionati, erede del torero Manolete nella fantasia popolare, giocava con tre gambe. La terza gamba era la sua testa fulminante. I suoi gol più famosi furono di testa. Zarra non segnò di testa quel gol della vittoria; in compenso lo gridò, stringendo tra le mani la medaglietta dell'Immacolata che portava al petto.
Il massimo dirigente del calcio spagnolo, Armando Muñoz Calero, che aveva partecipato all'invasione nazista della Russia, inviò per radio un messaggio al generalissimo Franco: "Eccellenza, abbiamo sconfitto la perfida Albione".
Era la vendetta per la distruzione della Invincibile Armata, che era stata invece decisamente vinta nel 1588 nelle acque della Manica.
Muñoz Calero dedicò la partita "al miglior Caudillo del mondo". Non fece dediche a nessuno la partita seguente, quando la Spagna affrontò il Brasile e incassò sei gol.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

sabato, agosto 29, 2009

Erico


In piena guerra del Chaco, mentre i contadini di Bolivia e Paraguay andavano al macello, i calciatori paraguagi giocavano oltre frontiera, raccogliendo soldi per i molti feriti che cadevano senza rifugio in un deserto dove non cantavano gli uccelli né c'erano tracce di uomini. Così arrivo Arsenio Erico a Buenos Aires e a Buenos Aires si fermò. Fu paraguagio il miglior cannoniere del campionato argentino di tutti i tempi. Erico segnava oltre quaranta gol a campionato.
Teneva nascoste in corpo molle segrete. Saltava in maniera incredibile, senza prendere slancio, e la sua testa arrivava sempre più in alto delle mani del portiere; e quanto più addormentate sembravano le sue gambe, tanto più forte partiva la frustata del gol. Con frequenza, Erico picchiava anche di tacco. Non ci fu tacco più affidabile nella storia del calcio.
Quando Erico non faceva gol, lo faceva fare, servendo assist ai compagni. Cátulo Castillo gli dedicò un tango:

Passerà un millennio senza che nessuno
ripeta le sue prodezze
passando con il tacco o con la testa.


E tutto questo lo faceva con eleganza da ballerino. "È Nijinski", affermò con certezza lo scrittore francese Paul Morand quando lo vide giocare.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Gol di Severino Varela


Accadde nel 1943. Il Boca juniors giocava contro la Máquina del River Plate, la classica del calcio argentino.
Stava perdendo per solo un gol il Boca, quando l'arbitro fischiò un fallo al limite dell'area del River Plate. Sosa calciò la punizione. Non tirò in porta: servì al centro, cercando la testa di Severino Varela. La palla arrivò troppo avanti. La retroguardia del River Plate aveva un compito facile; Severino era lontano, ma il vecchio attaccante si staccò al suolo e fluttuando nell'aria si inserì tra i molti difensori e sparò una capocciata fulminante che superò il portiere.
I tifosi lo chiamavano il Boina fantasma (Berretto fantasma) perché arrivava volando e appariva, senza essere stato invitato, nell'area di porta.. Severino aveva già un bel po' di anni e una grande fama nel club uruguagio del Peñarol quando arrivò a Buenos Aires con la sua invitta faccia da bambino capriccioso e il suo berrettino bianco appiccicato al cranio.
Nel Boca brillò. Ma all'imbrunire di ogni domenica, dopo la partita, Severino prendeva la nave e se ne tornava a Montevideo, al suo quartiere, dai suoi amici, al suo lavoro nell'officina.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Leônidas


Aveva la stazza, la velocità e la malizia di una zanzara. Nel Mondiale del 1938, un giornalista francese del periodico Match gli contò sei gambe, e ritenne che avere tante gambe fosse roba da magia nera. Non so se il giornalista francese fece caso che, oltretutto, le gambe di leonidas potevano allungarsi di vari metri e si piegavano e riannodavano in modo diabolico.
Leônidas da Silva entrò in campo il giorno in cui Artur Friedenreich, ormai quarantenne, si ritirò. Ricevette lo scettro dal vecchio maestro. In poco tempo, il suo nome era già una marca di sigarette e di cioccolatini. Riceveva più lettere di un divo del cinema: nelle lettere gli chiedevano una foto, un autografo o un pubblico impiego.
Leônidas segnò molti gol, che non contò mai. Molti li realizzò sospeso in aria, coi piedi che giravano, a testa in giù, di spalle alla porta: era molto abile nelle acrobazie della cilena, che i brasiliani chiamano em bicicleta, la bicicletta.
I gol di Leônidas erano così belli che anche i portieri avversari si rialzavano per congratularsi.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Domingos


A est la Muraglia Cinese, a ovest Domingos da Guia.
Non ci fu difensore più solido in tutta la storia del calcio. Domingos fu campione in quattro città: Rio de Janeiro, San Paolo, Montevideo, Buenos Aires, e fu da tutte e quattro adorato; quando lui giocava, gli stadi si riempivano.
Prima i difensori si attaccavano agli attaccanti come francobolli e si libervano subito della palla come se bruciasse loro tra i piedi, calciandola via il più in alto possibile. Domingos, al contrario, lasciava andare l'avversario nel suo vano slancio mentre gli rubava il pallone, e quindi si prendeva tutto il tempo del mondo per allontanare la palla dalla zona di pericolo. Uomo di classe imperturbabile, faceva tutto fischiettando e guardando dall'altro lato. Disprezzava la velocità. Giocava al rallentatore, maestro del brivido, gaudente della lentezza: si chiamò domingada, l'arte di uscire dall'area con tutta calma, come faceva lui, separandosi dalla palla senza correre e senza volerlo, perché gli dispiacere restare senza di lei.
EDUARDO GALEANO, Splendori e miserie del gioco del calcio

Derby, il Milan visto alla Telê


Leonardo guarda al suo mito, Telê Santana, ma non perde d'occhio la tradizione. A costo di far restare inascoltata la voce del padrone.
Nel derby il secondo Milan di Leo sarà quindi quello del debutto a Siena. Ronaldinho trequartista dietro le punte Borriello e Pato. Con l'ex genoano preferito a Huntelaar, squalificato la prima giornata, e scelto perché più adatto a svolgere il lavoro sporco, in area e fuori.
Anche dietro e in mezzo, tutto come da copione. In porta, Storari si è meritato la fiducia dell'allenatore e il posto di titolare davanti al nuovo arrivato Roma.
La difesa, con il rientro di Nesta e l'inserimento di un giocatore solido e concreto come Thiago Silva, sembra tornata quella dei tempi d'oro. Perlomeno al centro. Sulle fasce, invece, forse Leo si attende qualcosa in più da Zambrotta e Jankulovski. A destra, per ogni evenienza, si è già dimostrato pronto Abate. Il centrocampo, con Gattuso e Flamini scudieri del regista Pirlo, è una certezza. Ed è il reparto che più preoccupa Mourinho, se è vero che il portoghese porterà in panchina Sneijder per schierare Muntari "trequartista" di contenimento su Pirlo. Mossa che, l'anno scorso, a Palermo, Mourinho riservò a un altro play puro, Liverani. Fu una delle sue Inter più belle.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Il Barça del Pep, ciclone a forza 5


C'è una legge, nel calcio, più forte di tutto e di tutti. Una legge non scritta che alla fine premia chi "gioca", chi cerca di vincere e non soltanto di provare a non perdere, di arrivare ai rigori.
Una legge più forte delle contromosse tattiche, della condizione di fine estate e persino dei gli errori arbitrali, veri o presunti, a favore o a torto.
Il nuovo Barcellona di Guardiola è sempre un ciclone, anche quando viaggia sottoritmo. Ancora non spazza via gli avversari, ma soffia già a forza cinque: dopo il "Triplete" e la Supercoppa di Spagna, il suo magico 2009 continua con la Supercoppa Europea.
Un filotto già nella storia. Paragonabile solo alle 5-coppe-5 dell'Ajax di Cruijff nel '72 e fallito persino dal grande Manchester United del '99.
Quello del Treeble - FA Cup, Premier League e Champions League - che però lasciò all'Arsenal il Community Shield e alla Lazio la Supercoppa europea.
Un anno fa, lo squadrone di Sir Alex Ferguson correva per sette trofei. Alla fine ne sono arrivati cinque: Community Shield, Mondiale per club, Carling Cup e il doppio bis in campionato e in Champions League.
Quest'anno, i blaugrana di Guardiola - impegnati su sei fronti - corrono per i posteri. Per dimostrare che, nel calcio, l'unica legge che conta è la loro. Quella del più forte.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

venerdì, agosto 28, 2009

Il derby ai tempi di Leonardo


Quando il computer non esisteva, c'era Molinari: il mitico segretario di Lega che i calendari li compilava a mano.
E il derby di campionato in agosto era inimmaginabile almeno quanto l'era dei PC.
Quello di quest'anno, quindi, è già nella storia, perché in Serie A mai si era giocato d'agosto e perché è il primo per Leonardo allenatore.
In realtà il primo in assoluto lo ha già vissuto in amichevole, era il 26 luglio e lo ha perso 2-0 con doppietta di Milito. Ma si giocava a Foxborough, negli Stati Uniti, e contava zero. Questo, invece, conta eccome. Come contavano quelli che ha disputato da giocatore: degli 8 derby in calendario nei suoi 4 anni in rossonero (escluso il fugace ritorno nel 2002-2003), Leo ne ha giocati la metà e in tre casi su quattro è finita 2-2.
Nel quarto, e ultimo, il Milan ha vinto 6-0. Era il 13 maggio 2001. Sulla panchina che adesso gli appartiene sedevano l'allenatore Tassotti, oggi suo secondo, e Cesare Maldini direttore tecnico. Come dirimpettaio, Marco Tardelli che aveva sostituito Lippi.
A parte lo storico "cappotto", però, il derby più dolce per Leo è stato quello del 14 marzo '99, l'anno dello scudetto: firmò lui il 2-2, con una doppietta, prima lasciare il posto ad Ayala, a dieci minuti dalla fine, per godersi la meritata standing ovation di San Siro.
Quella standing ovation che sogna di sentire di nuovo, magari meno da protagonista, ma per qualcosa in più di un pareggio.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

martedì, agosto 25, 2009

Ramadan perché sei "morto"


In arabo significa "mese caldo", Ramadan appunto, il mese in cui i musulmani digiunano, dall'alba al tramonto. Un atto di fede per gli 11 osservanti - più o meno rigidi - della Serie A, un problema per chi deve gestire la preparazione di
HANINE al Chievo. PAPA WAIGO alla Fiorentina. KHARJA e il giovane EL SHAARAWI al Genoa. MUNTARI all'Inter. SISSOKO alla Juventus. MAKINWA e MEGHNI alla Lazio. GHEZZAL al Siena. INLER e BERISA all'Udinese.
La questione, non nuova, l'ha ritirata fuori Mourinho e ha fatto rumore più per l'1-1 col Bari che per la sostituzione, dopo 29 minuti, di Muntari. Nel Ramadan, non si può litigare. E per uno irruento come lui, in campo, il precetto comporta una trasformazione netta.
Il ghanese, come lo juventino Sissoko e i genoani Karhja e El Shaarawi è uno dei cosiddetti "osservanti rigidi": quindi per un mese non mangia, e soprattutto, non beve, finché è giorno. Su Ghezzal il Ramadan ha avuto un effetto positivo, gol al Milan sabato sera, più o meno come accadeva, nella NBA, a Jabbar e a Olajuwon.
Il Muntari di un anno fa era Sissoko: giocò benone in notturna contro l'Udinese alla seconda di campionato e bene contro lo Zenit alla prima di Champions. Nel caldo pomeridiano di Cagliari, un disastro: sette passaggi sbagliati o direttamente in fallo laterale in 45 minuti, e la sostituzione chiamata da Ranieri dopo 60.
Colpa del Ramadan? Nel 2004 uno studio del «British Journal of Sports Medicine» effettuato su 55 calciatori professionisti musulmani, ha riscontrato - in quel mese e nelle due settimane successive - "una riduzione dell'agilità, della velocità, della resistenza alla fatica, della capacità di dribbling".
Gli allenatori sono avvertiti. Quello del Paris Saint-Germain, Antoine Kombouaré, ha già fatto sapere che chi digiuna non sarà convocato. ''Chi osserva il Ramadan non può giocare, ha detto Kombouaré. "Io con la salute dei giocatori non scherzo''. Neanche Mourinho. Lo scherzetto del Bari non è stato divertente.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

Non solo Davenport


Sangue, sudore e lacrime. Litania recitata spesso, nello sport. Fuor di metafora, anche qui, nello sport, qualche volta il sudore lascia spazio - troppo - al sangue e alle lacrime. Succede quando l'atleta, non necessariamente campione, cessa di essere solo tale e diventa altro. Un idolo da abbattere, un avversario scomodo, un simbolo da rapire o, semplicemente, un delinquente - non comune - da eliminare.
L'accoltellamento di Calum Davenport, 26enne difensore del West Ham United, è solo l'ultimo della serie. Una lunga serie di storie di criminalità e di violenza.
Nel '93, al Torneo di Amburgo, la 19enne Monica Seles fu accoltellata alla spalla sinistra da Günther Parche, fan morboso di Steffi Graf che rivoleva la tedesca al numero uno del ranking. La Seles tornò al tennis dopo due anni, ma non era più la stessa.
Un'arma da taglio poteva essere fatale anche a Paul Pierce, l'ala dei Celtics colpita nel 2000 da 11 coltellate in un club di Boston.
Il 1° marzo 1981 fu rapito Enrique Castro "Quini", centravanti del Barcellona e della nazionale spagnola. Fu liberato da uno spettacolare blitz della polizia, a Saragozza, 25 giorni dopo, proprio mentre le Furie Rosse vincevano per la prima volta a Wembley, contro l'Inghilterra. Invece il Barca, che era in testa alla Liga, senza Quini arrivò secondo.
Dalle tragedie sfiorate a quelle compiute. Al Mondiale di Usa 94, l'autogol di Andrés Escobar nella sconfitta per 2-1 con gli Stati Uniti costò alla Colombia l'eliminazione e al difensore la vita. A 27 anni, all'uscita da un ristorante fu ucciso a revolverate, davanti alla moglie, dall'ex guardia del corpo, Humberto Muñoz Castro.
Il peso massimo Charles "Sonny" Liston, l'ultimo "pugile della mafia", morì in circostanze misteriose nel 1970 quando si era appena ritirato.
Anche Ottavio Bottecchia morì, nel 1927, in circostanze mai chiarite: il primo italiano vincitore del Tour de France fu trovato agonizzante per una caduta forse non accidentale. Dissero di tutto: ladro d'uva, ucciso su commissione perché antifascista, vittima di una vendetta sentimentale.
Sicuramente su commissione, ma perché troppo forte, fu gambizzata Nancy Kerrigan. Il mandante? La sua rivale Tonya Harding e il marito Jeff Gillooly, che nel '94 pagò l'aggressore, Shane Stant, per colpire la Kerrigan con una sbarra al ginocchio destro. In palio c'erano le Olimpiadi di Lillehammer. Sangue, sudore e lacrime.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

lunedì, agosto 24, 2009

Ibra, buona la prima


Dicevano che Ibra avrebbe faticato ad adattarsi al gioco corale del Pep. Dicevano.
Le chiacchiere sono durate 50 minuti. Il tempo di guardarsi intorno, di sentirsi a casa. Al Camp Nou come a San Siro. Con Guardiola come con Mourinho.
Tre fuorigioco e un tiro alto per prendere le misure. Lo show di Ibra inizia al 39', con questo numero dei suoi: ma Iraizoz gli rovina la festa. Festa solo rimandata. Perché se parli lo stesso linguaggio tecnico, è solo questione di feeling. Con Eto'o non c'era più, con Ibra sboccia immediato.
Xavi-Ibra-Messi. No look pass, il passaggio senza guardare, manda in porta l'argentino: 1-0 Barcellona. E col 2-1 del San Mamés la settimana prima, il primo trofeo stagionale - di fatto - è già in bacheca.
Ibra potrebbe raddoppiare, ma pecca di altruismo: quasi per far vedere che no, non è più all'Inter dove doveva fare tutto da solo, spreca la chance pur di far segnare Messi.
La prima ufficiale di Zlatan in blaugrana dura 70'. Lascia il posto a Bojan, e quello ci mette due minuti per entrare in porta col pallone. Non si piega per colpire di testa sulla linea come si fa da ragazzini. Una giocata che magari farà Ibra quando, al Camp Nou, si sentirà a casa.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Barça forza quattro


E adesso sono quattro. A maggio, in 14 giorni, Copa del Rey, Liga e Champions League. Ad agosto, la Supercoppa di Spagna. Il Pep ricomincia come aveva finito: vincendo.
Il magico 2009 del Barcellona continua, senza più i gol di Eto'o e senza ancora quelli di Ibrahimovic, alla prima ufficiale in blaugrana.
Ci mette meno di 5 minuti, Ibra, per prendere le misure della sua nuova casa, il Camp Nou.
Ci mette un tempo per capire i nuovi compagni: tre fuorigioco in 45' minuti.
Ma in avvio di ripresa, cominciata con Maxwell in campo, Zlatan e Messi spiegano che cosa intendeva, Ibra, quando parlava di calcio del futuro, di Guardiola già proiettato nel 2015: uno-due senza guardare con la Pulce e palla alle spalle di Iraizoz. 1-0 Barca al 50'.
Al Camp Nou si gioca a una porta, quella del Bilbao. L'Athletic ce la mette tutta: corre e picchia, ma la palla, quella, non la vede mai.
Al 67' Dani Alves va giù in area su questo contatto con Ustaritz e dal dischetto Messi concede il bis.
Al 70' Ibra esce per Bojan, che due minuti dopo entra in porta col pallone: 3-0. Il resto è accademia. Puyol colpisce la traversa e poi festeggia alzando, da capitano, la quarta coppa dell'anno. La prima con Ibra.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

domenica, agosto 23, 2009

mercoledì, agosto 19, 2009

Preliminari: tu quoque, Lione


A vederlo in campo così presto, nel preliminare di Champions, si stenta a riconoscerlo. Invece è proprio il Lione, per la prima volta non più campione di Francia dopo sette anni. La Ligue 1 l'ha vinta il Bordeaux davanti all'altro Olympique, il Marsiglia, e stasera la squadra di Claude Puel cercherà di strappare all'Anderlecht il decimo pass consecutivo per la fase a gironi della Coppa più importante. Per portarla allo "Gerland", il presidente Jean Michel Aulas ha sacrificato Benzema per rinforzare la squadra con Cissokho in difesa, Bastos a centrocampo, Lisandro Lopez e Gomis in attacco. Uno squadrone, insomma, anche senza gli infortunati Govou (il capitano), Anderson, Mensah e il nazionale Clerc. Sulla carta, pronostico chiuso per l'Anderlecht. Sulla carta.
Più equilibrata la sfida di Atene, dove il Panathinaikos - rivelazione la scorsa stagione nel girone dell'Inter - fa sempre paura.
Ne avrà un po' meno l'Atlético Madrid finché potrà contare su Sergio Aguero. Il presidente dei Colchoneros, Cerezo, giura che almeno per quest'anno il genero di Maradona non se ne andrà. E proprio la partita di stasera sarà decisiva per la trattativa col Chelsea: una trattativa già molto complicata, vista la distanza fra domanda (55 milioni) e offerta (48). E che potrebbe chiudersi definitivamente: se El Kun scenderà in campo infatti non potrà più farlo coi blues in champions, e Ancelotti dovrà rinunciare al suo sogno proibito.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com

martedì, agosto 18, 2009

Tutti i Bolt del presidente


Forse il presidente ha ragione: il Bolt del Milan si chiama Ronaldinho. Ma forse, il presidente, ha negli occhi ancora QUESTO Ronaldinho.

Quello che il 19 novembre 2005 conquistò quasi da solo il Bernabéu: Real Madrid-Barcellona 0-3. Gol di Eto'o e strepitosa doppietta del brasiliano, applaudito da 80 mila tifosi merengue. Sì, merengue.
Rapiti dal gol dell'anno, seguìto da un capolavoro fotocopia del primo.
A Silvio Berlusconi i paragoni sportivi sono sempre piaciuti. Ma mentre lo storico "Ravanelli come Di Stéfano" sapeva tanto di boutade, quello fra Bolt e Ronaldinho ha un duplice obiettivo: ribadire l'incondizionata fiducia nelle scelte societarie e responsabilizzare ancora di più la stella che, orfana di Kaká, adesso non ha più scuse.
Ronaldinho deve prendere in mano il Milan. E il Milan, per ora di Leonardo, "dovrà" diventare sempre più il Milan di Ronaldinho. L'investitura presidenziale era arrivata al vernissage di Varese, con l'ormai celebre "giuramento del tavolino". La prima risposta Dinho l'ha data proprio al Berlusconi, inteso come trofeo: niente di straordinario, per carità, ma due tackle che fanno tanto Gattuso; e una serpentina delle sue, conclusa con un tiro (cadendo all'indietro) che ha sfiorato il gol.
Niente in confronto al 9"58 di Bolt, ma un primo passo per tener fede al giuramento del tavolino.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
ch.giord@gmail.com

lunedì, agosto 17, 2009

KJH alla ricerca del gol perduto


Edin Dzeko, Emanuel Adebayor e Luis Fabiano. Non si può dire che il Milan non ci avesse visto giusto, nella sua estate più difficile, trascorsa alla ricerca di un centravanti che non arrivava mai. Tutti a segno, i milanisti sfumati sul più bello.
Dzeko che al 73' firma il momentaneo 1-1 del Wolfsburg col Colonia nella seconda di Bundesliga e poi litiga con Mondragon perché lui, il bosniaco, vuole vincere e l'altro, il portiere, solo perdere tempo.
Adebayor che a Blackburn, in tre minuti, debutta col gol nel Manchester City alla "prima" in Premier League.
Luis Fabiano che, sedotto e abbandonato dall'offerta troppo bassa di Galliani, in attesa che ricominci la Liga, segna a Tallinn l'unico gol in un poco amichevole Estonia-Brasile.
Dzeko, Adebayor e Luis Fabiano: facce da gol che il Milan conosce bene, e che non riconosce ancora in Klaas-Jan Huntelaar. Perlomeno quello spaesato, stralunato, paracadutato al trofeo Tim da un'altra dimensione. [IMH KJH SPAESATO]
Dal Real Madrid dei Galacticos mai sentito "suo" a un Milan che suo ancora non è e non può essere.
Troppo lento per essere vero, il nuovo Milan di Leonardo, per ora capace solo di disinnescare il potenziale di Huntelaar: senza ali di ruolo e con un trequartista che non pare più lui.
Troppo importante, in questo Milan, Ronaldinho. Soprattuttom per Huntelaar. Una faccia da gol che al Milan deve ritrovare il sorriso.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@sktytv.it

domenica, agosto 16, 2009

Bristol, l'inferno del Crystal


Non è il primo e non sarà l'ultimo, questo gol-fantasma di Freddie Sears in Bristol City-Crystal Palace, seconda divisione inglese.
Quella che non ha precedenti è l'iniziativa di Keith Hackett, il capo degli arbitri inglesi. In Inghilterra ha fatto scalpore, farà storia, e potrebbe fare giurisprudenza. Hackett ha chiesto scusa, privatamente, e pubblicamente sull'emittente televisiva BSkyB, e la partita potrebbe essere ripetuta.
Scuse dovute, vista l'incredibile svista di Rob Shoebridge, l'arbitro che sabato non ha convalidato il vantaggio segnato al 30' dal Crystal Palace. Le riprese televisive dimostrano di quanto fosse entrato il pallone, spinto fuori dal sostegno inferiore della porta.
Hacket, che è il Collina della football league, si è scusato con l'allenatore del Palace, il focoso Neil Warnock, che nel dopopartita ha parlato di "truffa", e con i tifosi presenti al seguito delle Aquile all'Ashton Gate di Bristol.
Come non bastasse, a far infuriare ancora di più la squadra di Warnock - che l'anno scorso subì ben due gol-fantasma - ci ha pensato il gol vero, verissimo, di Nicky Maynard, che all'89' ha regalato i tre punti al Bristol City.
General manager del Professional Game Match Officials Board - l'organismo di controllo formato nel 2001 in seguito al passaggio al professionismo degli arbitri inglesi -, Hackett, un ex fischietto che nel 2007-08 scriveva una colonna sulla rivista ufficiale proprio del Crystal Palace, con il suo gesto potrebbe aver dato il via a un cambiamento epocale.
Un gesto che forse porterà la Football League a far ripetere la partita per "errore tecnico". Un tabù sin qui violato solo in Germania, nel 2005, per un gol-fantasma al contrario: il Norimberga chiese la ripetizione della gara contro il Duisburg persa 1-0 per una rete convalidata nonostante il pallone non avesse oltrepassato la linea di porta. Nessuno chiese scusa, ma c'è sempre una prima volta. Hackett ce l'ha ricordato.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

giovedì, agosto 13, 2009


Il gol, questo sconosciuto. Egitto e Brasile in Confederations Cup, la Svizzera in amichevole: l'Italia non segna da tre partite. Non accadeva da vent'anni. Con Lippi non era mai successo. Al massimo, nella sua prima gestione, l'astinenza si era fermata a due, con l'Islanda e in Norvegia nel 2005.
Nelle 15 partite del Lippi-bis, gli azzurri hanno segnato due gol cinque volte: in Austria al debutto in amichevole, e nelle qualificazioni mondiali in trasferta a Cipro, in casa con Georgia e in entrambe le gare col Montenegro. In due occasioni sono arrivate tre reti - in amichevole con l'Irlanda del Nord e in Confederations Cup contro gli Stati Uniti, rimasti in dieci per un'ora. Il poker è stato servito solo alla Nuova Zelanda, che però ci ha calato il tris nell'ultimo test pre-Confederations.
E proprio in Sudafrica è cominciato il digiuno offensivo. Lippi le ha provate tutte. In attesa del passaporto italiano dello juventino Amauri, ha rispolverato il 4-3-3 a lui tanto caro nella sua prima Juventus, quella di Del Piero, Vialli e Ravanelli.
Ma questa squadra, come quella di Donadoni prima di lui, il tridente non l'ha mai davvero assimilato. Il Ct ha shakerato uomini e moduli, provando anche il 4-2-3-1 prima di recuperare il vecchio 4-4-2.
Di Natale a lungo infortunato, Toni fuori condizione, Gilardino che in azzurro è la controfigura sbiadita dell'attaccante implacabile in viola, Rossi che promette bene ma punta vera non è mai stato e forse mai sarà, Iaquinta più cursore che punta, Pepe troppo ala: A.A.A. cercasi centravanti disperatamente. E se possibile con qualcuno in grado di innescarlo. Sperando nella consacrazione internazionale di Pazzini e Quagliarella, oppure aspettando Balotelli e Amauri. Gente che il gol lo conosce bene.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO
christian.giordano@skytv.it

martedì, agosto 11, 2009

Eto'o, ribelle con causa


io e LA CHAMPIONS
Un animale da Champions League, e non solo per i due gol in altrettante finali giocate. Nel Barcellona. L’illuminazione lo coglie a sei anni, davanti la tv per Bayern Monaco-Porto, epilogo della Coppa dei Campioni 1987. Al Prater di Vienna, al 78’, va in scena il Tacco di Allah. «Il geniale pareggio di Madjer mi cambiò la vita. La finale riaperta da un gol fantastico, e segnato da un africano». Quello della vittoria, all’80’, su assist dello stesso algerino, sarà del brasiliano Juary. Reietto di Avellino, Inter, Ascoli e Cremonese. Piccolo e nero. Tombola.

C’è una spiegazione per le reputazioni di fuoriclasse controverso e ribelle (con causa) guadagnate in carriera da Samuel Eto’o Fils: la precocità. A tredici anni, gioca già nella seconda divisione camerunese con l’Union Douala, club che ha svezzato innumerevoli talenti autoctoni. Ma è con la nazionale giovanile, battuta 5-2 dalla storica rivale Costa d’Avorio, che il ragazzo di Nkon, dov’è nato il 10 marzo 1981, attira per la prima volta le attenzioni degli scout del Real Madrid. L’estasiasto report degli osservatori - spediti in loco a seguire l’ivoriano Bonaventure Kalou - convince il dirigente José Martínez Sánchez in arte “Pirri”, ex stella del Real Madrid negli anni Settanta, a invitare quel mucchietto d’ossa nella capitale spagnola per un provino. Un anno prima, al torneo giovanile di Avignone, la Francia (PSG, Le Havre e Cannes) gli aveva chiuso le porte: per i “sans papier”, i clandestini senza documenti, niente permesso di soggiorno.

Vicente Del Bosque, allora allenatore dei blancos, ricorda la mattina del gennaio 1997 quando un 15enne al limite del denutrito si presentò alla Ciudad Deportiva, il centro tecnico nel Paseo de la Castellana venduto poi da Florentino Pérez, nel 2001 per 80 miliardi di pesetas, per pagarsi la prima èra-Galáctica. «Era già come è oggi - racconta Del Bosque -: agile e con l’innata capacità di girarsi per battere subito a rete. In campo, mostrava grande qualità e intuito. Ma non era abbastanza, volevamo che mostrasse anche di avere voglia. Non ha dovuto faticare molto per convincere gli allenatori delle giovanili a prenderlo». Pochi giorni dopo, Samuel firmerà fino al 2003. 

Pochi mesi dopo, ad Amsterdam, il Real Madrid conquista la “Septima” battendo 1-0 la Juventus con gol di Mijatović. Al debutto blanco della 17enne promessa mancano ancora sette mesi, ma intanto il club si premura di farle recapitare una riproduzione in scala del trofeo. Così, tanto per.

io e GLI ESORDI
Ben prima di aver raggiunto la maggiore età, “Samu” ha già coronato il sogno di bambino: giocare accanto agli idoli, Raúl e Fernando Redondo, che teneva appesi in poster nella sua stanza. L’impatto con la Spagna, però, è traumatico. Nel 1996 entra nel settore giovanile merengue e dal 1996-97 fa la spola col Real Madrid B, che retrocede in Segunda División B, la terza serie. La stagione dopo, è in prestito al Leganés, sempre in terza divisione: 28 partite e 3 gol. Altra retrocessione e ritorno alla casa madre.

Il 5 dicembre 1998 debutta in Liga contro l’Espanyol (0-0), che poi lo prenderà in prestito per metà stagione, senza schierarlo. Le uniche partite in quell’annata restano così le tre nel Real. Vincente per antonomasia se ne esiste uno, deve incassare la prima grande delusione della carriera: dalla prima squadra alle riserve e poi il parcheggio in prestito. Samuel non si era mai sentito così lontano da casa neanche da clandestino ad Avignone, ma era ancora solo un ragazzo e il tempo lavorava per lui.

Ancora oggi, in vista di ogni nuova stagione, nel pronosticare le chance di successo del Leganés i tifosi del club paragonano la rosa attuale a quella del 1997-98, il miglior gruppo che si ricordi nella municipalità del Butarque. C’era Eto’o, ovvio. L’allenatore Pedro Braojos era sbalordito da tanto potenziale, ma il centravanti era l’intoccabile Catanha e così schierava il camerunese largo a destra. Scelta tattica che mandava, e manda, Eto’o fuori di testa. Guardiola la riproporrà, undici anni dopo, nel Barcellona finalista a Roma, per vincere la Champions 2009. E dire che tre mesi prima, il 18 febbraio, col Betis in campionato, a Pep che gli intimava di giocare a sinistra, Samuel aveva risposto con il definitivo 2-2 (il secondo personale) e un «Te l’avevo detto» in mondovisione.

Per lui cominciano presto i rimproveri anche fuori del campo, specie per i ritardi negli allenamenti. Un giorno esagera e tira fuori la scusa che si era fermato a litigare con il compagno di stanza del suo residence di Madrid. «Mi aveva preso il portafoglio», dice. Nessuno gli crede. Al “Chapin”, contro lo Xerez, parte in panchina. «Me ne vado”, giura in spogliatoio. Non era la prima volta, ma stavolta pareva serio. I compagni provano a dissuaderlo, ma ormai ha deciso: «No, salgo in macchina e me ne torno a Madrid”. Alla fine è il capitano, José Jesús Mesas, a convincerlo, più con le cattive che con le buone. Mesas lo prende per il petto, alla Aragonés, e gli urla: «È l’allenatore che comanda, qui, non tu”. Eto’o si avvia mesto in panchina. Da allora Mesas, che Samuel ancora chiama “Capi”, è suo amico e consigliere. È questo l’Eto’o che il Leganés ha conosciuto. «Un bravo ragazzo cui ogni tanto scappava la frizione”, dicono i compagni.

io e LA CARRIERA
Gli stessi che non si capacitano della sua passione per l’arroz à la cubana (riso, uova e banane fritte in salsa di pomodoro): «È incredibile. Ne mangia piatti su piatti, tutti i giorni. Va matto per quella roba». La delusione per le tante panchine svanisce con la chiamata da parte di Claude Le Roy, Ct del Camerun, a Francia 98. A 17 anni e 3 mesi, è il più giovane del mondiale. Rientrato al Real Madrid, si ritrova con l’identica prospettiva: il banquillo. L’allenatore John Toshack gli dà fiducia e lo tiene in rosa, ma al gallese subentra Del Bosque e questi lo manda di nuovo in prestito. Al Maiorca.

La prima volta che Samuel atterra a Palma de Maiorca lo fa da campione d’Africa. Ha solo 18 anni, ma ha appena guidato un’intera generazione di veterani della nazionale al trionfo in Coppa d’Africa. In sei mesi alle Baleari, segna 6 gol in 13 partite. In estate torna nella capitale, ma il Real che lo avrà in comproprietà è un altro, il Maiorca. Per 7,3 milioni di euro.

Il suo ritorno a Palma è circondato dalle polemiche. Il giorno prima della presentazione ufficiale, si reca in visita ai compagni nel centro tecnico di Son Bibiloni senza avvertire il club. I giornalisti lo beccano e lui se la batte in fretta e furia. Ma poi negherà persino di essere stato a Palma, quel giorno. Un’ingenuità che stava per mandare a monte una trattativa che coinvolgeva tre giocatori, col Deportivo La Coruña che voleva scambiare Diego Tristán per Flavio Conceição. 

Le scuse arrivano il giorno seguente e da lì diventa la star, anche se le sue imprese realizzative vengono offuscate dai guai fuori del campo. Nel maggio 2002 Daniel Argibeaut, il ragazzo della sorella e allora presunto agente del giocatore, lo denunciò per aggressione. Argibeaut disse che Eto’o lo aveva colpito con una testata e gli aveva preso le scarpe, gesto che in Camerun sottintende una minaccia di morte. In realtà, si verrà a sapere che Eto’o in quella stagione aveva dato sì una testata, ma ad Angulo del Valencia, zidanata costatagli 4 giornate di squalifica e una battaglia legale con la commissione disciplinare, che aveva bollato l’atto «da delinquenti”. 

Con Miguel Ángel Nadal è già leader dello spogliatoio, ma per lui le cose svoltano solo nel 2000-01, con l’arrivo in panchina di Luis Aragonés, futuro Ct della nazionale spagnola campione d’Europa nel 2008. I due hanno sempre avuto un rapporto speciale, anche se conflittuale come quello tra un padre severo e un figlio ribelle.

io e GLI ALLENATORI
Il loro primo scontro nel novembre 2000. Il camerunese pigro in un allenamento viene spedito sotto la doccia anzitempo. Il club prende provvedimenti: Eto’o salta la partita successiva. Due settimane dopo, sostituito a Saragozza, reagisce con un gestaccio. Don Luis lo prende di petto in panchina. Alla lettera. Scena memorabile. L’indomani, Aragonés riunisce la squadra. Ammette d’esser stato a un passo dal mollargli una testata e ricorre alla sua famosa espressione che aveva usato con Romário al Valencia: «Guardami in faccia». Eto’o si scusa e poi, in sala stampa, minimizza: «È tipico, tra padre e figlio. Niente di cui preoccuparsi».
Il contrasto peggiore invece scoppia all’intervallo di Maiorca-Espanyol del 16 maggio 2004. L’Espanyol è avanti 2-0, finirà 4-2 per il Maiorca. In spogliatoio, drammatica scazzottata i cui dettagli sono rimasti fra Eto’o, Aragonés e il codice d’onore in vigore al Maiorca. Nonostante i precedenti e i caratteri fumantini (eufemismo), il loro rapporto è straordinario. Eto’o rispetta e stima moltissimo l’allenatore, da lui affettuosamente ribattezzato “Nonno”. Un esempio del legame che li unisce risale alla mattina in cui il Aragonés fu nominato Ct. Sul cellulare lesse un SMS: «Congratulazioni, Nonno. Te lo meritavi”. Il mittente? Eto’o.

Più complicati i rapporti avuti con gli allenatori del Barcellona, che nel luglio 2004 lo acquista dal Maiorca per 25 milioni di euro. Il cordone ombelicale col Real Madrid, durato appena 6 gare ufficiali, era finalmente reciso. La Champions in miniatura, invece, restava lì. Come ricordo della strada fatta e monito per quella da fare.

Con Frank Rijkaard all’inizio sono rose e fiori, anche perché si vince presto, tanto e bene: doppietta consecutive in Liga e Supercoppa spagnola (2005, 2006) più la Champions League 2006 (2-1 sull’Arsenal). Allo Stade de France di Saint-Denis (Parigi), Samuel causa al 18’ l’espulsione del portiere Lehmann e a al 76’ pareggia il gol di Campbell (37’). A 10’ dalla fine, deciderà Belletti. L’anno dopo, Ronaldinho (mai citato) e Rijkaard per lui sono «mala personas» e la rosa blaugrana spaccata fra «laportistas» (giocatori acquistati da Laporta) e «rosellistas» (quelli voluti dall’ex dirigente Rosell, che vorrebbe correre da presidente).

Con Guardiola, invece, non si prende. Il Pep gli dice che non rientra nei suoi piani, Eto’o flirta col Kuruvchi, capolista in Uzbekistan e vola a Tashkent per qualche foto-ricordo. L’offerta è di 40 milioni per un anno. Mirjalol Kasymov, l’allenatore, è certo che «Eto’o verrà da noi e ci sarà di grande aiuto nella Champions League asiatica». Come no. Tornato a casa, conquista lo storico Triplete: Liga, Copa del Rey, Champions. Guardiola ringrazia, ma non cambia idea: «Quando si vince tutto, l’esperienza mi dice che è meglio cambiare qualcosa». Ibracadabra.

io e IL MIO MONDO
Sei anni fa, una tragedia lo segna per sempre. Il 26 giugno 2003, Gregorio Manzano interrompe l’allenamento del Maiorca e lo chiama da parte: Marc-Vivien Foe, amico e compagno di nazionale di Samuel, era morto in campo, in Francia, durante il match con la Colombia in Confederations Cup. Un colpo terribile per Eto’o. «Capii ancora di più che dovevo ottenere il massimo nella vita. Nessuno sa quando la fine arriva, voglio godermi la vita appieno», disse dopo il funerale. 

La sua vita sono la famiglia e gli amici. Samuel ne ha molti, ma sono pochi quelli che lui chiama “fratelli”. «Dice sempre che Luque è il suo fratello bianco. Be’, io sono il suo fratellone nero», scherza Jacques Song’o. L’ex portiere del Deportivo La Coruña e della nazionale lo conosce da una vita perché vengono dallo stesso quartiere.

A Palma, era circondato da un vasto entourage camerunese, dava lavoro e lauti stipendi a tutti e si prendeva cura della sua gente anche in patria. Una volta comprò 200 paia di scarpe da calcio e appena sbarcato a Nkon le distribuì ai bambini poveri. Sfrutta la sua immagine per cause benefiche. E soprattutto si batte contro il razzismo. In campo e fuori.

Oltre a Samuel, David e Christine hanno generato altri due calciatori: David Piérre giocava per il Reus Deportiu (quarta divisione spagnola) e ora è in trattativa con squadre di serie minori del Milanese e un club svizzero; Ndébi Étienne è al Mallorca. Dalla fidanzata storica Georgette, ivoriana, sposata il l 6 luglio 2007, ha avuto tre figli: Étienne, Maelle e Siena, che vivono per gran parte dell’anno a Parigi con la mamma.

La sua più grande passione sono le auto di lusso (ne ha 17), e la velocità visto che colleziona multe. Per poco nel dicembre 2000, a Maiorca, non gli costò la vita. Mentre era alla guida con il fratello David, la sua BMW si è schiantata contro un albero, sbalzandolo fuori prima di capottarsi. «Se non avessi avuto le spalle dure, sarei morto». Quando, al Maiorca, per la seconda volta ha dovuto spiegare dove fosse, disse che era dovuto andare in Francia a risolvere «questioni personali». Il club pensava fossero le pratiche per la naturalizzazione, invece era andato a comprarsi una nuova Ferrari.

Eto’o era, ed è, anche questo. Un uomo che ha conosciuto la fame e non intende rinunciare a nulla. Nemmeno a un cellulare tempestato di diamanti dal valore di 3 milioni. Nel suo mondo vorrebbe non ci fosse il razzismo, conosciuto da vicino nel febbraio 2005 contro il Saragozza. I tifosi gli danno della scimmia e lui prima fa gol, poi esulta mimando un primate. Le immagini fanno il giro del mondo, l’arbitro Fernando Carmona Méndez si gira di là e Samuel, come l’amicone Thierry Henry, diventa un paladino della lotta (sponsorizzata Nike) alle discriminazioni.

Io e LA NAZIONALE
A San José, in Costarica, il giorno prima di compiere 16 anni, è in campo nel Camerun battuto 5-0 dai padroni di casa. È il 9 marzo 1997. Samuel, da allora, è la stella della squadra, ma in nazionale non gode dello stesso carisma emanato in tutti i club per cui ha giocato. 

Colpa sua, forse. E di sicuro delle ingerenze “politiche” che affliggono le nazionali africane. I veterani comandano in campo e soprattutto fuori, dove gli agganci e le gerarchie che contano sono spesso extratecnici. Ecco perché in giallorossoverde un flop come l’ex salernitano Song pesa quanto e più di una superstar globale come Eto’o, capocannoniere all-time dei Lions Indomptables (37) e della Coppa d’Africa (16). Manifestazione che ha vinto due volte, anche se più da goleador che da trascinatore: nel 2000 uno in finale contro la Nigeria (4 nel torneo), nel 2002 ai rigori con il Senegal (prima, una rete al Togo). Nel 2008 invece ha perso 1-0 la finale con l’Egitto padrone di casa.

A Francia 98, c’è anche lui nel 3-0 buscato contro l’Italia nella fase a gironi. Nel 2002, segna il suo unico gol nel torneo all’Arabia Saudita e al Camerun vale l’unico successo nella competizione. Suo anche l’assist, dopo un dribbling e un tunnel, per la rete di Mboma all’Irlanda. Pallone d’oro africano per tre volte consecutive, ha vinto le Olimpiadi di Sydney 2000 contro il Brasile di Ronaldinho e il Cile di Zamorano. In finale con la Spagna marca il 2-2 e trasforma uno dei rigori. Nella Confederations Cup del 2003, sigla la rete che batte il Brasile e perde la finale contro la Francia su golden gol di Henry.

La pagina triste, invece, la scrive sbagliando il rigore che costa l’eliminazione ai quarti della Coppa d’Africa 2006: dopo l’1-1, dal dischetto finirà a oltranza, 12-11 per la “solita” Costa d’Avorio. Che poi andrà a Germania 2006 grazie (anche) a un altro penalty sbagliato da un Leone Indomabile, l’ex interista Wome.
Il punto più basso però riguarda un fatto di cronaca, più che di sport. Il 1º giugno 2008, in conferenza stampa stende con una testata Philippe Bony, giornalista radiofonico di RTS. Non contenti, i bodyguard del giocatore completano l’opera fratturandogli in due punti la mano sinistra. La causa scatenante? I severi giudizi del giornalista su centravanti, che poi si scuserà, offrendosi - bontà sua - di pagare le spese mediche. Così come paga 3000 euro mensili gli alimenti per Annie, la figlia “segreta”, riconosciuta con una sentenza del Tribunale di Barcellona, che vive a Flumini di Quartu, in Sardegna. La bambina, 7 anni il 6 agosto, vive con la mamma, la 38enne Anna Barranca. Nel settembre 2005 madre, figlia e maestra d’asilo si presentarono al campo d’allenamento del Barcellona. Ma non furono ricevute. Da allora, l’unico contatto è l’assegno.
CHRISTIAN GIORDANO, Guerin Sportivo n. 32-33, 11 agosto 2009

La scheda di Samuel Eto’o
Nato
: 10 marzo 1981 a Nkon (Camerun)
Statura e peso: 1,80 x 75 kg
Ruolo: centravanti
Nazionalità: camerunese e spagnola
Giovanili: Union Douala (1994-96), Real Madrid B (Spagna, 1996-97)
Club: Real Madrid B (Spagna, 1996-97), Leganés (Spagna, II divisione, 1997-98), Real Madrid (Spagna, 1998-99), Espanyol (Spagna, 1999), Maiorca (Spagna, 1999-2004), Barcellona (Spagna, 2004-2009), Inter (2009-)
Esordio in Nazionale: 9 marzo 1996 a San José (Costa Rica), Costa Rica-Camerun 5-0
Presenze (reti) in Nazionale: 73 (37)
Palmarès nei club: Coppa Intercontinentale (1997-98), 3 Liga (Barcellona, 2004-05, 2005-06, 2008-09), 3 Champions League (Real Madrid 1999-2000; Barcellona 2005-06, 2008-09), 2 Copa del Rey (Maiorca 2002-03, Barcellona 2008-09), 2 Supercoppe spagnole (Barcellona 2005-06, 2006-07)
Palmarès in nazionale: 2 Coppe d’Africa (Ghana-Nigeria 2000, Mali 2002), oro olimpico Sydney 2000
Riconoscimenti: capocannoniere Liga (2005-06, 26 gol), 3 volte Pallone d’oro africano (2003, 2004 e 2005), terzo posto FIFA World Player (2005), capocannoniere all-time Camerun (37 gol), capocannoniere all-time Coppa d’Africa (16 gol)
Scadenza contratto: 2014
Ingaggio netto: 10,5 milioni l’anno

domenica, agosto 09, 2009

Odense, c’è del marketing in Danimarca


In Europa non lo sarà in campo, ma - nel suo piccolo - l’OB è all’avanguardia nel marketing e nella diversificazione del brand. Lo dimostrano la brochure, scaricabile online, di benvenuto all’avversaria di turno; e soprattutto la fusione, avvenuta nel 2006, con l’Odense Congress Center per formare l’Odense Sport & Event. L’azienda che ha poi acquisito la JVB, grossa agenzia di booking per concerti e spettacoli. Superfluo aggiungere che il “core business” sia “collateral” al pallone.
L’Odense Boldklub somiglia a un Genoa danese. Più antico del Grifone (1887 contro 1893), è nato anch’esso come cricket club. Football e tennis furono ammessi due anni dopo. Da allora, 3 titoli (1977, ’82 e ’89) e 5 coppe (1983, ’91, ’93, 2002 e 2007) nazionali. A livello continentale, ha vinto la fase a gironi dell’Intertoto 2006. È all’ottava partecipazione in coppa Uefa e in campionato, la SAS Ligaen, è nelle top 4 da tre stagioni. L’ultima, al secondo posto a -5 dall’FC Copenaghen campione. Nel terzo turno di Europa League, ha battuto 4-3 (tripletta di Caca e rigore di capitan Sørensen) a Skopje i macedoni del Rabotnicki, poi asfaltati 3-0 in casa con doppietta di Utaka, che ha causato anche l’autorete di Rodic.
Il settore giovanile si fonda su una rete, operativa dal 2003, di 97 società satelliti radunate nella Øens Hold, “la squadra delle isole”. Il presidente è Niels Thorborg, magnate dell’e-commerce e della produzione automatizzata di cataloghi. Lo stadio, il Fionia Park, inaugurato nel 1941, ha i riflettori dal 1965. L’unica restaurazione attuata, nel 1996, ha ridotto la capienza da 17.400 a 15.790 posti.
La squadra, ora. L’allenatore Lars Olsen, 48enne monumento nazionale campione d’Europa nel 1992 e Calciatore danese del 1988, l’ha ereditata nel 2007 da Michael Hemmingsen, subentrato ad interim all’inglese Bruce Rioch (rientrato in patria a marzo per nostalgia) e rimasto come assistente.
L’Odense di Rioch, eliminato dal Parma di Pioli nei quarti di Uefa 2006, giocava col 4-4-1-1, Olsen schiera due punte. Il possente (1.88 x 80) gambiano Demba-Nyrén, 30 anni, e uno fra il 27enne Caca e Utaka, 25 anni, ex Anversa. Tecnico e opportunista il brasiliano (pezzo forte: stop di petto e tiro sottomisura), veloce e contropiedista il nigeriano.
La stella è il centrocampista camerunese Eric Djemba-Djemba, 28 anni, un passato fra Nantes, Manchester United e Aston Villa (dove era chiuso da da McCann e Davis) prima del declino con Burnley (in prestito) e Qatar SC. Nel Man U del dopo-Keane, Ferguson lo fece esordire nel Community Shield 2003 contro l’Arsenal e lui lo ripagò azzoppando Sol Campbell, un intervento che Wenger, manager dei Gunners, definì «osceno». Campione d’Africa 2002, ha giocato i Mondiali 2002 e la Confederations Cup 2003. Il 4 agosto, ha rinnovato fino al 2012.
In mediana, si giocano tre maglie Gislason, H. Hansen, Andreasen e Absalonsen. In difesa, Ruud e Sørensen esterni, con Håland e Christensen centrali. Come cambi Jonas Troest, fratello maggiore del Marcus difensore genoano, e il senatore Thomas Helveg, 11 anni italiani con Udinese, Milan e Inter. In porta, il lungo ma reattivo Lindegaard.
I nazionali sono Ruud (Norvegia), Christensen e Nielsen, Under 21 come l’islandese Gislason. Jensen, gioiellino della U17 qualificata all’Europeo, non è in prima squadra. Gasperini può stare tranquillo, ma non troppo.
Christian Giordano

ANDATA: stadio “Luigi Ferraris”, Genova, 20 agosto
RITORNO: Fionia Park, Odense, 27 agosto
PROBABILE FORMAZIONE (4-4-2): Lindegaard - Ruud (Helveg), Håland (Troest), Christensen, Sørensen (C) – Andreasen, Djemba-Djemba, H. Hansen, Absalonsen - Caca (Utaka), Demba-Nyrén. All. L. Olsen.

giovedì, agosto 06, 2009

Milanello, humus per tulipani


La rivoluzione dei tulipani. Al Milan, un classico senza tempo.
I primi olandesi in rossonero, i più grandi, quelli dell'era-Sacchi: Gullit-van Basten-Rijkaard, il perfetto mix fra Ajax e PSV che a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta, rinverdì i fasti del trio svedese Gre-No-Li.
Marco van Basten era "van Gol", un "dieci" mancato con l'istinto del killer e la levità dell'Airone. Classe immensa fermata a soli 31 anni da una cartilagine consumata troppo in fretta.
Ruud Gullit - per dirla alla Boskov - era "Cervo uscito di foresta", un Bronzo di Riace con la falcata del quattrocentista e l'istinto del gol di un attaccante.
Per ultimo, arrivò Frank Rijkaard. Per lui, fra Sacchi e Berlusconi si sfiorò l'incidente diplomatico: il Cavaliere sbavava per Borghi, talentino dell'Argentinos Juniors poi intristitosi al Como, l'Arrigo spingeva per "Frankie", colonna del centrocampo e, se costretto, della difesa.
La spuntò il profeta di Fusignano, e Rijkaard firmò la seconda Coppa Campioni consecutiva.
Con la seconda ondata, i figli e i figliastri dell'ultimo grande Ajax europeo: la punta Kluivert, i centrocampisti Davids e Seedorf e i difensori Reiziger e Bogarde.
Impossibile dimenticarli: Patrick sfilò al Milan, ad Atene, la Champions del '95; gli altri sono stati tra i più grandi "bidoni" ajacidi visti in Italia.
Winston Bogarde, faccia da Mastrolindo e piede non proprio brasiliano, raccoglierà 3 presenze. Poi andrà al Chelsea, dove diventerà milionario senza giocare.
Michael Reiziger, spacciato per "nuovo Tassotti", non lascerà traccia. Eppure resterà sette anni al Barcellona, con e senza il suo maestro van Gaal, prima di chiudere al Middlesbrough e al PSV.
Al Milan ha fallito Edgar Davids, il "Pittbull" che Costacurta bollò come "mela marcia" dello spogliatoio. Davids, tra una multa e l'altra di Moggi, farà la fortuna delle due Juve di Lippi prima dello scialbo tramonto con Inter e Barcellona.
Ha conosciuto entrambe le sponde dei Navigli anche il suo "gemello" di Paramaribo, Clarence Seedorf, che le migliori stagioni le ha conosciute da pupillo di Ancelotti e ideale rampa di lancio per Inzaghi e, soprattutto, Kakà.
Ora, Klaas-Jan Huntelaar. In comune con van Basten "il Cacciatore" ha solo il passato con l'Ajax e il senso del gol. Appassito al Real Madrid, proverà a rifiorire a Milanello. per i tulipani, l'humus perfetto.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

mercoledì, agosto 05, 2009

Mou, il grande mattatore


Il grande mattatore è tornato. Sente aria di primo "titulo", José Mourinho, e in vista della Supercoppa mette in scena un copione collaudato.
Un anno fa, la battaglia per Quaresma.
Quest'anno, stesso canovaccio ma in quattro atti. La solita determinazione per un suo pallino, la fissa dei numeri, l'arte di tenere viva la rivalità coi vecchi nemici e di tendere la mano a chi nemico non è più. O non lo è ancora.
Personaggi e interpreti, non necessariamente in cerca di autore.
Il più amato dallo Special One è Deco. Lo ha avuto al Porto, non al Chelsea. Ai Dragões ha vinto la Champions, con i Blues no. Il brasiliano naturalizzato portoghese invece l'ha bissata al Barcellona. Quindi sa come si fa. E' lui la prima scelta per una squadra che può vincere la Champions League.
C'è spazio anche per Ancelotti, tirato in ballo senza citarlo:
In campionato, invece, l'Inter corre ancora da favorita. E allora Mou, attore consumato, cambia pelle.
In Italia la sua Inter ha già vinto e lui fa l'amico di tutti. In Europa no, e così Mourinho interpreta la parte che più gli piace. Quella del cattivo.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

Eriksson, il Romeo di Nottingham


Nottingham, East Midlands. Una volta era famosa per la leggenda di Robin Hood, oggi per il rapporto demografico: sei donne per ogni uomo. Un angolo di paradiso, per "Romeo" Eriksson.
E' Nottingham, e neanche sponda Forest - nobile decaduta bicampione d'Europa nel 79 e 80 - bensì Notts County.
Il secondo club calcistico più antico al mondo, il più antico fra quelli professionistici: 1862 per il Notts County, 1857 per lo Sheffield Club.(tengo lungo)
Alla stampa inglese, al Sun in particolare, non pareva vero.
Troppo ghiotto il boccone: l'ex allenatore di Inghilterra, Manchester City e Messico, ormai noto più per le disavventure amorose che per i risultati in panchina, firma come direttore generale per una società di quarta divisione.
Per soldi? Anche: un anno di contratto a 2 milioni di sterline, parte dei quali in quote azionarie del pacchetto detenuto dal Munto Finance, il consorzio del Medio-Oriente neoproprietario del club.
Un club che non gioca ad alti livelli dal '92, ultima stagione di First Division prima della Premier League.
E' a questa società che la Juventus deve le strisce bianconere: nel 1903, da Torino, arrivò a una ditta di Nottingham un'ordinazione per una muta rossa con bordi bianchi, i colori del Forest. Per errore, venne spedita le divisa del County. La Juve la usò, vinse e non volle più cambiarla: una maglia portafortuna.
Chissà che non ne porti finalmente anche al neo "director of football" Eriksson e ai suoi nuovi tifosi.
Secondo un sondaggio dell'agenzia di scommesse Littlewoods, sarebbero i più depressi d'Inghilterra. Male che vada, con "Romeo" Eriksson e sei donne per ogni uomo, al "Meadow Lane" ci sarà da divertirsi.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

martedì, agosto 04, 2009

Presentazioni-show, la crisi che non c'è


Roba da fare concorrenza ai mega-show del Real Madrid: un Galáctico a settimana per riempire il Bernabéu con Kaká, Cristiano Ronaldo, Benzema. Persino con Albiol. Per non parlare del Barcellona di Ibrahimovic e il suo primo bacio alla camiseta blaugrana.
Vedi Napoli e poi vivi. Alla grande.
Alla faccia della crisi. Il presidente De Laurentiis sogna un campionato da blockbuster e in stile hollywoodiano presenta la sua campagna-acquisti da 50 milioni. Gli off-shore, gli elicotteri, la nave Concordia, il palco del Teatro Atene. Uno spettacolo senza precedenti.
Se in Spagna, a garantire lo spettacolo è soprattutto il pubblico - Pérez e Laporta si limitano ad aprire gli stadi e l'entusiasmo di decine di migliaia di tifosi fa il resto - De Laurentiis fa la scelta opposta: con l'aiuto degli sponsor e delle star della sua scuderia, allestisce una festa esclusiva per mille eletti. Che organizzerà mai, se vincerà lo scudetto?
Sullo sfondo del golfo più bello del mondo, sotto gli immancabili fuochi d'artificio, scompare pure la Hollywood vera, quella di Los Angeles, dove l'Inter ha presentato squadra e divise in uno scenario a metà tra l'effetto-nostalgia e gli stand da Futureshow.
Al fascino della maglia, e del marketing, si è concessa pure la Juventus. Il "28" di Diego, come la squadra riaffidata a Ferrara, ha la consistenza e il colore dell'acciaio. Al posto degli austeri ritiri di Villar Perosa, la festa permanente di Pinzolo.
Nell'estate dello sfarzo ritrovato, manca chi l'ha inventato: il Milan. Fu proprio Berlusconi, nell'86 all'Arena di Milano, il primo a far scendere la squadra dagli elicotteri. Ma con la nuova linea di austerity e un mercato senza fuochi d'artificio, per ora la voglia di festeggiare dei rossoneri resta negli hangar.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

lunedì, agosto 03, 2009

Tiri Mancini


A volte anche la bella vita può non essere così bella.
Càpita, se ti chiami Roberto Mancini e assieme al profumo del mare non puoi respirare quello dell'erba.
Capita, se a luglio i tuoi colleghi sono in campo per le prime amichevoli, mentre tu guardi le partite in tv.
Non si sta male, diceva durante le vacanze in barca a Sky Sport 24, ma si potrebbe star meglio. A Mancini la panchina manca da matti. Anche se sa che probabilmente dovrà rinunciare a quella di una grande della serie A.
Troppi nemici, dice al Corriere dello Sport. Tanti e potenti, quelli che il Mancio si è fatto in due carriere: da giocatore e da allenatore.
Un allenatore vincente - alla Fiorentina, alla Lazio e all'Inter - eppure a spasso da un anno abbondante. Abbondante come l'ingaggio che Moratti gli verserà : 6 milioni netti a stagione fino al 2012. Sempre che il suo ex pupillo non si accasi prima.
L'arte di coltivare le pubbliche relazioni non è mai stata il suo forte. Ci ha provato, in questo anno sabbatico, a non uscire dal giro. Si è autopromosso in tv: da Fazio, dalla Bignardi, da Chiambretti. Non è servito. Meglio l'Inghilterra, allora.
Intanto studia l'inglese - già tre i corsi intensivi sostenuti a Londra - e la Premier League. E in caso di chiamata non farà come Marcello Lippi. Anche il Ct azzurro, dopo Berlino, alle sirene del campionato inglese aveva preferito quelle del mare. Il Tirreno nella sua Viareggio. E' durata due anni. Perché a volte, se ti mancano il profumo del campo e l'adrenalina che scorre, anche la bella vita può non essere così bella.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

domenica, agosto 02, 2009

Senza Diego ma non troppo


La buona notizia, per Ferrara, è che la sua Juventus può fare a meno di Diego. Ma senza esagerare.
senza il brasiliano aveva dato una lezione al Real Madrid - pur privo di Kakà. senza diego nella finale della peace cup contro l'aston villa è arrivata una sconfitta ai rigori. i bianconeri hanno giochicchiato a basso ritmo per 120', sprecando molto con Zebina, Iaquinta e soprattutto Trezeguet. Al posto di Diego, fermato per dolori alla coscia destra, come vertice alto del rombo ha giocato Giovinco. Un Giovinco che non ha sfruttato la chance da titolare e di 90 minuti da... vicediego. Partenza sprint, poi un lento scivolare fuori dalla partita. Mancava Diego, è mancato anche Giovinco, alla fine è mancata la qualità. ferrara l'ha cercata in del piero. Con lui, Ciro ha osato il 4-2-4 puro con Iaquinta e Alex larghi e Amauri-Trezeguet centrali.
Niente da fare: il gol non è arrivato. è finita addirittura con il peggior rigore tirato da Del Piero e con l'errore decisivo di legrottaglie. Del brasiliano si può fare a meno, ma senza esagerare.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

L'Inter cerca un trequarti di nobiltà


C'era una volta la regina d'estate. Si chiamava Inter e vinceva solo scudetti d'agosto. Quelli veri, invece, andavano alla Juventus, che s'è rifatta il look per tornare vincente. Sul mercato, ma soprattutto in campo. Prima squadra a battere il "Florenteam", la nuova Juve di Ferrara è la protagonista dell'estate e, per il 77% dei votanti del sondaggio di SKY Sport 24, è già più forte di Real Madrid e Inter.
Un'Inter che sabato a Pechino sfiderà in Supercoppa la Lazio di Cruz, ex mai amato da Mourinho, senza il trequartista che il portoghese ha chiesto a Moratti.
Deco, van der Vart e Sneijder, la top three dello special one. Per Deco, il Chelsea ha alzato il prezzo: da 5 a 7 milioni.
Van der Vaart ha dichiarato al "De Telegraaf" di non rientrare nei piani di Pellegrini.
Un anno fa il Real pagò all'Amburgo 16 milioni e vorrebbe rientrare dall'investimento. In alternativa resta il sogno Sneijder, che sa ricoprire più ruoli e potrebbe far parte del pacchetto-Maicon. Come per van der Vaart l'Inter spinge per il prestito con diritto di riscatto, ma l'accordo non è stato raggiunto. Il Real lo valuta 20 milioni e con un conguaglio di 15 in contanti, Moratti, per il difensore brasiliano ne ha chiesti 40, potrebbe cedere. L'agente di Maicon, Caliendo, ufficialmente a Londra per un weekend di relax, dice che gli ultimi contatti risalgono a due settimane fa. Ma per la corsa allo scudetto d'agosto c'è ancora tempo.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO

sabato, agosto 01, 2009

Pirlo, la prima vittoria di Sir Charles


La prima vittoria importante di Carlo Ancelotti al Chelsea è arrivata fuori del campo: ha convinto il patron Roman Abramovich a reinvestire come ai bei tempi per un trentenne, seppure di gran classe come Andrea Pirlo: 8 milioni più il cartellino, a titolo definitivo, dell'attaccante peruviano Claudio Pizarro.
Un'offerta che Galliani nemmeno prende in considerazione: "Al momento non c'è alcuna trattativa con il Chelsea per la cessione di Andrea Pirlo perché l'offerta dei Blues è troppo bassa. A queste condizioni Pirlo è incedibile."
La missione possibile per portare Pirlo allo Stamford Bridge è cominciata con il viaggio-lampo del suo procuratore Tullio Tinti a Londra. L'agente del giocatore è già rientrato in Italia, la trattativa però continua, anche se Berlusconi dice di esserne sorpreso.
Eppure era stato proprio lui, il presidente, lo scorso 21 giugno, a lasciarsi scappare una sorta di ammissione: "Sono stato il primo a dire che deve rimanere, ma poi mi hanno fatto vedere i conti".
Conti che potrebbero essere sistemati cedendo Pirlo anche senza contropartite tecniche, chiudendo a 15-16 milioni.
Cifre che il Milan reinvestirebbe sul mercato non per sostituire Pirlo, bensì per un attaccante e un terzino sinistro. Per la punta, torna d'attualità il nome di Klaas-Jan Huntelaar, che Berlusconi ha ammesso di non conoscere.
L'olandese del Real Madrid che ha rifiutato la proposta dello Stoccarda: 2,2 milioni a stagione per quattro anni. Huntelaar ne vuole almeno 2 e mezzo, ma soprattutto NON vuole lo Stoccarda.
Non dovesse sbloccarsi la pista Luis Fabiano, per il quale il Milan è fermo ai 14 milioni di euro contro i 20 - trattabili - chiesti dal Siviglia, Galliani è tornato a fare un pensierino all'ex Ajax. Se son tulipani, fioriranno. In casa Milan, con gli olandesi, è successo spesso e volentieri.
PER SKY SPORT 24, CHRISTIAN GIORDANO